Il Bardo della Selva Nera/Canto II

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Canto Secondo

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Canto I Canto III
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IL BARDO


DELLA SELVA NERA.


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CANTO SECONDO.




IL FERITO IN ALBECCO.




Disse a Malvina allor commosso Ullino:
Odi, figlia, laggiù que’ dolorosi
Gemiti? gli odi? Il fier lamento è quello
Del valor moribondo. Or senti. Anch’io
5Trattai nel fiore delle forze il brando
In crudeli battaglie, e a me pur anco
Splende di belle cicatrici il petto.
Infelice a far mia degl’infelici
La sventura imparai. Scendiamo, o figlia,
10Scendiam; chè grata al ciel, nè indarno spesa
In beneficio del valor che geme

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Fia, lo spero, laggiù la nostra aíta.
     Sbigottì, scolorossi a tanto invito
La non avvezza a sanguinosi obbietti
15Timidetta donzella, e in lui gli sguardi
Fissi e fermi, tacea. Poi dal paterno
Esortar fatta più secura, e punta
Dallo stral di pietà, che ardite e pronte
Fa nell’uopo d’onor l’anime belle,
20Padre, disse, scendiamo: e coraggiosa
L’orme del veglio a seguitar si mise.
Van per mezzo alla strage, e non gli arresta
Il terror ch’esce dalle tronche membra,
E dal sangue e dall’armi orribilmente
25Sparse e confuse; chè sostienli e guida
La virtù che fa l’uom negli ardui tempi
Più pensoso d’altrui che di sè stesso.
L’andar dei due pietosi illuminava
Tacita e pura la sorgente luna,
30Che per veder sì santa opra scopría
Tutto il vergine volto, e rimovea
L’invido velo delle nubi. Ed ecco
Per l’orrendo sentier gli attenti sguardi

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Ferir d’Ullino a un tempo e di Malvina
35Giovin guerriero, che fra molti uccisi
Giace in lago di sangue, e, stretta in pugno
La rubiconda spada ancor respira.
L’alta strage che il cinge, il minaccioso
Tener del brando, ed il purpureo nastro,
40Che argomento d’onor gli fregia il petto,
Fanno invito alla vista. Era il sembiante
Fiero, ma bello, e su la nuda fronte
Della luna scendea sì dolce il raggio,
Che rapito ti senti a riguardarla
45Di pietade e d’amor, e qual sia primo
O non l’intende o non sa dirlo il core.
     Vide il bel volto del garzon ferito
La tenera Malvina, e pria che il piede,
Corse l’alma in ajuto all’infelice,
50Che di questo s’accorse, e coll’alzata
Languida mano e co’ natanti lumi
Le rendea la mercè che colla voce
Non potea. Molte, nè però mortali
Gli solcavano tutta la persona,
55E a poco a poco gli rapìan la vita

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Le ferite; ed uscìa di ciascheduna
In un col sangue una segreta voce
Che al cor parlava di Malvina. Ond’ella
Sciolte ratto dal fianco e dalle chiome
60Le caste bende con Ullin si diede
A fasciarle veloce; e della piaga,
Che occulto strale già le aprìa nel seno,
La meschinella ancor non s’accorgea.
     E già lo spirto, che fuggìa col sangue,
65Le vie del cor ripiglia, e per le membra
Diffuso riede ai consueti offici.
Già si folce sul cubito, già sorge,
Già in piè sostiensi il Cavaliero, e puote
Coll’aíta de’ duo che al fianco infermo
70Gli fan colonna, imprimer l’orme, e lento
Movere il passo. Non sorgea lontano
D’Ullin l’umile tetto, e non fu lungo
Del venirvi lo stento. Ivi giojosi
Sovra non ricco letticciuol, ma tutto
75Bella spirante pastoral mondezza
Il corcár mollemente. E ciò che l’uopo
Chiedea dell’arte apparecchiato, e messo

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Di medich’erbe un suo tal sugo in pronto
A lavar diessi coll’esperta mano
80Ogni piaga il buon vecchio, ad irrigarle
Di sanatrici stille, a farle tutte
Innocenti e sicure. In mezzo all’opra
Le guardava il ferito e sorridea,
85E colla mano coraggiosa e ferma
Le misurava, e gli brillava il viso
Come raggio di Sol che dopo il nembo
Ravviva il fiore dal furor battuto
D’aquilon tempestoso. E in quel gioire
90Il cor sospinse i suoi purpurei rivi
Novellamente a risvegliar le rose
Delle pallide guance; e nelle vene
Tornò più lieta a circolar la vita.
     Sciolse allor quell’intrepido la voce,
95E con guardo sereno, e con parole
Che sul labbro gl’invìa la conoscenza
Del ricevuto beneficio, disse:
Generoso mortal, che al fato estremo
Mi togli, e tanta dalla nobil fronte
100Riverenza m’inspiri, e tu che mostri

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D’angelo il volto, e la pietosa cura
Con lui dividi, amabile fanciulla,
Dite, se onesto è il mio pregar, chi siete?
Di che gente? Saper di chi m’ha salvo
105Giovami il nome, e il cor lo chiede, il core
Che non ingrato mi fu posto in seno.
La mercede, che scarsa io vi potrei
Render di tanto, vi fia larga e intera,
Pria dal ciel che le belle opre corona,
110Poi dal possente mio Signor renduta,
Chè liberal, magnanimo, cortese
Del par che invitto è de’ Francesi il Sire,
E nel far lieta la virtude esulta.
     Guerrier, rispose Ullino, il tuo coraggio
115La tua ne’ mali alacrità già detto
M’avean la patria tua. Io dell’averti
Tolto a morte, e servato al tuo Signore
Sento letizia, ch’ogni detto eccede.
Ma tu, figlio, tu fai misero e vile,
120Promettendo mercede, il beneficio.
Sta qui dentro il mio premio in questo petto,
Premio che darmi, nè tu puoi, nè il Grande

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Per cui combatti. Nè però disdegno
Del tuo cor grato i sensi, e mi fia dolce
125(Ecco tutto che bramo) il saper vivi
Nella tua rimembranza il Bardo Ullino,
E costei, che pietosa in tuo soccorso
Volò primiera, ed è la speme, il raggio
Dell’inclinato viver mio. Nel fine
130Di questo detto caramente ei prese
La fanciulla per man, che compiaciuta
Chinò i begli occhi verecondi, e tosto
Gli alzò furtivi e timidetti al volto
Del già caro garzone; ed ei la stava
135Già contemplando, e l’ultime parole
Del buon canuto ripetea nel core.
Si scontraro gli sguardi, e negli sguardi
L’alme sospinte. In lei beossi, e ferma
La vista ei tenne: di color cangiossi
140L’altra, e chinò l’oneste luci. Il veglio
L’abbracciava, e seguìa: Questo diletto
Di santissimi nodi unico frutto
(Nodi troppo per tempo, ohimè! recisi,
Dal ciel, cui troppa allor parve la gioja

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145De’ sereni miei dì!), questa gentile
Tenera pianta, come valgo, all’aura
Della virtude coltivando io vegno,
E in lei comincia, in lei tutta finisce
La mia cura, il mio regno. Ella m’è tutto,
150E la man cara della mia Malvina,
Questa mano innocente, allor che morte
Chiamerà la mia polve entro la tomba,
I lumi in pace chiuderammi. Aperse
A que’ detti Malvina ambe le braccia,
155Intenerita le ricinse al collo
Dell’adorato vecchio, e su lui tutta,
Senza veruna profferir parola,
Cadde col capo in abbandono, e pianse.
A quell’atto d’amor tanto, a quei volti
160Dolcemente confusi, a quelle mute
Lagrime alterne si sentì sul ciglio
Correr pur esso una segreta stilla
Il sospeso guerriero, e per le membra
Il dolor tacque delle sue ferite:
165Ma non già tacque il cor, che il molto affetto
Dicea con gli occhi rugiadosi e fissi.

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Ruppe alfin quella dolce estasi Ullino,
E rasciutta la guancia, amicamente
All’estatico disse: Io satisfeci,
170Sconosciuto Francese, al tuo desire.
Mi nomai Bardo, e in questo nome apersi
Tutto che sono. Per te, stesso or sai
Ch’io son de’ buoni e in un de’ forti amico,
In solitaria povertà non vile,
175Ricco di cor, di pace, e di contento.
Nè, perchè Bardo, argomentar che rozzo,
Qual già piacque a’ miei prischi, e scevro in tutto
Da civile dolcezza il tenor sia
Di mia vita. Chè care a me pur sono
180Le virtù cittadine, e precettori
Nella somma de’ carmi arte divina,
Non mi fur sole le tempeste e i nembi,
I torrenti, la luna, e le pensose
Equitanti le nubi ombre de’ padri;
185Ma i costumi ben anco e le dottrine,
E gli affetti, e i bisogni, e le vicende
Dell’uom, cui nodo socïal costringe;
Chè culta ancora la natura è bella.

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Ben fu stagion che maestosa, e diva
190Non che bella m’apparve, innanzi a quella
De’ vostri vati, la natura espressa
Ne’ bardi carmi, e grande io sì l’estimo
In suo rozzo vestir. Ma fantasìa
Sempre avvolta di nembi, e sempre al lampo
195Delle folgori accesa, ed al ruggito
D’uniformi procelle, a lunga prova
La bramosa di nuove dilettanze
Alma nel petto mi stancava, e dentro,
Sì qui dentro sentìi, che d’un sol fiore
200Ir contenta non può questa divina
Nostra farfalla. Allor vid’io che il Bardo
Pittor non era sì fedel, qual sembra,
Di natura; chè varia ella e infinita
Nell’opre sue risplende; e circoscritta
205Sotto i bardi pennelli è ognor la stessa.
Non che il mio stato, ti fei chiari, o figlio,
Quali in petto li serro i miei pensieri.
Or piacciati cortese a me tu pure
Nomarti, e dirne i genitori. È questo
210L’interrogar che primo esce del labbro

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De’ vegliardi, e mi so che dolce in petto
Di buon figlio risuona. Come poscia
Tua salute il consenta, di più lungo
Desire antico mi farai contento.
215Guerrier mi giova de’ guerrieri udire
I magnanimi affanni; e del tuo Duce,
Che tutta del suo nome empie la terra,
E ne libra i destini, è tempo assai
Ch’io solingo di selve abitatore
220Molto udir bramo. E molto udrai, rispose
Sollevando la testa il Cavaliero,
Ch’io su gl’Itali campi, ove le penne
Al primo volo la sua fama aperse,
E sul barbaro Nilo, e fra l’eterne
225Nevi dell’Alpi il seguitai fedele,
E tutte del suo brando e del suo senno
L’opre vidi e conobbi, e nel volume
Tutte le porto della mente impresse.
Medicina sarammi all’egro fianco
230Il narrarle. S’appaghi intanto il primo
Tuo dimando. Terigi è il nome mio;
D’Itala madre mi produsse in riva

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Dell’umil Varo genitor Francese,
Un di que’ prodi che passar fur visti
235Su generose antenne alla vendetta
Dell’oltraggiato American. Me privo
Del morto padre in povera fortuna,
Ma in non bassi pensieri e sentimenti
Nudrì la madre coraggiosa. E quando
240La non ben nota, nè raccesa ancora
(Come fulmin che dorme entro la nube)
Virtù del Magno BONAPARTE scese
Nell’Italico piano, arse d’un bello
Desìo di gloria il giovanil mio petto,
245Nè della patria la chiamata attesi,
Ma volontario mi proffersi. Al seno
Mi serrò la dolente genitrice,
Dolente sì, ma non tremante, e alzate
Le luci al cielo benedisse il figlio,
250Con queste che profonde mi riposi
Nel più sacro dell’alma alte parole:
Figlio, tu corri a guerreggiar la terra
Che mi diè vita. Non odiar tu dunque
La patria mia, che tua divien, che nullo

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255Fece oltraggio alla vostra. I suoi tiranni
V’oltraggiaro, non ella, che cortese
Arti dievvi e scïenze, ed or bramose
V’apre le braccia, e a sè vi chiama, e spera
Dal Francese valor non danno ed onta,
260Ma presidio e salute, e dell’antico
Suo beneficio la mercè. Calcando
L’Itala polve ti rammenta adunque
Che tutta è sacra; che il tuo piè calpesta
La tomba degli eroi, ch’ivi han riposo
265L’ombre de’ forti, e che de’ forti i figli
Hanno al piè la catena, e non al core;
Chè in que’ cor non morì, ma dorme il foco
Dell’antica virtù, dorme il coraggio,
Dormon le grandi passïoni. Oh sorga,
270Sorga alfine alcun Dio che le risvegli,
Che la reina delle genti al primo
Splendor ritorni, ed il sepolto scettro
Della Terra rialzi in Campidoglio!
Questi voti al valor consacro, o figlio,
275Dell’auspicato BONAPARTE. Il fiero
Spirto che ferve in quel profondo petto

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È dell’Italo sole una scintilla,
E l’ardir delle prische alme Latine
Sul suo brando riposa. Or tu fra l’armi
280Duce seguendo di cotanta speme,
Possa tu, figlio, meritarti il grido
Di buon, di prode, di leal guerriero,
E tornar salvo ad asciugarmi il pianto
Che mi lasci partendo. E qui troncaro
285Le lagrime la voce. Il cielo io chiamo
In testimonio, e te cara e sovente
Del mio sangue bagnata Ausonia terra,
Che della madre io fui fedele ognora
Ai santi avvisi, e rispettai le tue
290Maestose sventure, e qual seconda
Patria t’amai; chè ben di senso è privo
Chi ti conosce, Italia, e non t’adora
.
E voi di Dego e Montenotte orrendi
Dirupi, e voi dell’Adige e del Mincio
295Onde battute, fatemi voi fede,
Che nè disagio, nè periglio alcuno
Schivai d’armi, nè fui pugnando avaro
Della mia vita. Si commosse Ullino,

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Si commosse Malvina a quel pietoso
300Racconto, e i moti fea del cor palesi
L’alta eloquenza del tacer. Quetato
Degli affetti il tumulto, si riscosse
Il Bardo e disse: Nella tua favella
Una forte risplende alma sublime,
305Valoroso Terigi, e l’ascoltarti
È gioja che si sente e non si parla.
Ma di quïete or le tue piaghe han d’uopo,
D’alta quïete, e il sanator di tutte
Cure, l’amico degli afflitti, il sonno
310Tempo è che scenda a riparar le spente
Tue forze. Avremo alle parole assai
Ore acconce altra volta. In questo dire
Surse il veglio, abbracciollo; e su le labbra
Ponendo in atto di silenzio il dito,
315Allontanossi. Taciturna e lenta
Il seguìa la donzella, e un guardo indietro
Dalla soglia piegò con un sospiro
Che dicea: parte il piè, ma resta il core.


Fine del Canto Secondo.