Il bacio di Lesbia/III

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Viva Marco Tullio Cicerone

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II IV
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III

VIVA MARCO TULLIO CICERONE


Il nostro racconto comincia un cinquanta anni prima di questo discorso fra Augusto e Orazio.

Questi due personaggi erano entrati sí nella vita, ma non erano ancora entrati nella storia; e il racconto comincia con una orazione che Marco Tullio Cicerone fece all’aria aperta, nel forum, come usava allora.

La causa che Marco Tullio Cicerone doveva sostenere in quel giorno riguardava una delicata questione di diritto che nemmeno oggi è stata risolta: quella della libertà. Aulo Licinio Àrchia non era apolide: era libero cittadino romano in quanto per i suoi meriti era stato insignito della cittadinanza romana benché greco di origine. Era quindi libero di circolare, libero cittadino, nella libera Roma. Ma Àrchia era poeta greco! E allora anche la sua poesia greca acquistava cittadinanza romana. Ciò era ritenuto pericoloso. Non che quella poesia fosse contraria alla religione, ai buoni costumi, ma era poesia greca. E quei severi giudici temevano la Grecia anche se essa portava [p. 41 modifica] doni poetici. Tutti sapevano allora la storia del cavallo fabbricato dai Greci, dentro il cui ventre stavano i guerrieri che distrussero Troia.

La poesia con in più la filosofia può generare utopie fatali alla libertà. I giudici romani, quindi, chiudevano le porte della libertà in faccia alla poesia, appunto per amore della libertà. Non che i giudici romani facessero in quei giorni questi ragionamenti, ma per istinto vivevano in sospetto di accogliere entro le mura di Roma il cavallo di Pegaso. Dunque i giudici romani erano per il «no», quanto a riconfermare la cittadinanza romana al poeta Aulo Licinio Àrchia.

Il popolo, che gremiva la piazza, non era né per il «si» né per il «no» per là ragione che il popolo è un coro che segue il corifeo, che lo sa guidare verso il «si» ovvero verso il «no». Invece un gruppo di giovani in toghe eleganti, che si assiepava sotto i rostri, era furibondamente per il «si».


Apparve Cicerone e tonò dai rostri.

Ah, perché di lui non ci rimangono che le fredde parole? Scomparsa è la sua voce, il suo gesto, le sue scintillanti pupille! Questo grande avvocato accusava o difendeva per nobiltà di passione, non per denaro. Quando diceva: «Fino a quando, o Catilina, abuserai di Roma?»; [p. 42 modifica] quando diceva: «Siamo servi delle leggi per potere essere liberi»; quando diceva: «Non esiste utilità senza onestà »; quando con le palme al cielo diceva: «O tempora, o mores!»; quando invocava i Numi dal cielo, era un grande, un nobile cuore che parlava.

Sventuratamente era un ingenuo cuore sin dalla nascita. Aveva studiato in Grecia, parlava greco, adorava le cose belle e buone; e in quel giorno si trovò senza saperlo prigioniero di una contradizione.

Egli in quel giorno memorando, più che difendere Àrchia difese le divine Muse. Tutte le Muse apparvero per sua magia nel cielo di Roma, e quei burberi giudici inarcaron le ciglia, strinsero con la mano le barbe fluenti, cominciarono ad aprir la bocca per meraviglia: quei barbàtuli che prima applaudivano a Cicerone, ora, perla commozione, respirano appena.

— Si, o giudici —, diceva l’onda della gran voce —, la poesia non ha patria mortale, non è di Grecia né di Roma: è di Dio. La sua luce è universale, e Àrchia anche se nato in Antiochia, è romano per diritto divino. Non siete voi liberi, o Romani? Ebbene la poesia, le buone lettere, le belle e umane lettere sono fra le cose più degne dell’uomo libero perché dalla libertà nasce la grandezza dell’animo e con la grandezza dell’animo sorge il disprezzo [p. 43 modifica] per le cose mondane. Perché, o giudici, se gli altri svaghi, non sono né per tutti i tempi, né per tutte le età, né per tutti i luoghi, le belle, le buone lettere alimentano la giovinezza, dilettano la vecchiezza, fanno bella la vita quando siamo felici, e quando siamo infelici ci offrono conforto e rifugio: stanno con noi in casa, vengono a spasso con noi, dormono con noi, viaggiano con noi, vengono in villa con noi. Ricordatevi, signori giudici, che il nostro vecchio Ennio chiamò santi i poeti perché sembrano come colmati dagli Dei di doni speciali che non vi so dire come sia, ma hanno veramente del divino. Ma vi pare che Scipione, il divino Scipione Emiliano, e tutti quei nostri antichi padri, gente moderatissima e continentissima, avrebbero cosi coltivato le buone lettere, se non ne avessero avuto alcun beneficio? E Catone, l’inflessibile nostro Catone, l’antico, si, amò anche lui le lettere, perché era ossequiente ai Numi, e la poesia è dono dei Numi. E ammesso che anche le buone lettere non portino il frutto delle virtù e portino soltanto il frutto del diletto, io penso che voi, signori giudici, stimerete lo stesso degnissima cosa accogliere in Roma la poesia.


Quei giudici erano gente sana e proba. Non avevano relazioni con la poesia. Erano in vago [p. 44 modifica] sospetto che la poesia fosse pericolo pubblico, non pericolo privato in quanto non sapevano che la poesia gènera pathèmata, paturnie, aegri somnia, allucinazioni, squilibri, neurastenie e altre cose nocive alla salute.

Cicerone non aveva attaccato di fronte il diritto: lo aveva aggirato con una manovra di cavalleria fantastica, e aveva riportato vittoria.

In quel giorno però avvenne qualche altra cosa che non il riconoscimento e la conferma di Àrchia a cittadino romano!

Perché la difesa che Cicerone fece di quel mediocre poeta d’Àrchia segnò come la consacrazione della vittoria spirituale deU’Ellade, come dire che la poesia greca a bandiere spiegate era entrata in Roma. E Orazio, dopo qualche tempo, « pigliava atto », sia pure con malavoglia, di questo avvenimento quando dichiarò che gli Dei avevano concesso ai Greci molto ingegno, molto bella parola, e una potenza di fantasia che è dovere riconoscere.


Cicerone fu portato a casa a braccia di popolo dal vento della gloria e dall’entusiasmo di quei giovani.

La sua casa era situata in uno dei punti più belli di Roma: sul Palatino, e se l’era fatta lui per sé e per i suoi.

Tornando a casa dopo le sedute del Senato [p. 45 modifica] o del tribunale, Cicerone aveva abitudine di guardare dove la moglie, che aveva nome Terenzia, non fosse, perché era «morosa», che in latino vale «fastidiosa»; e si appartava nella sua biblioteca dove il suo segretario Tirone lavorava.

Quel giorno, nel calore di quella orazione, dimenticò di chiudere la porta dietro di sé. Disse a Tirone:

— Avete, o buon Tirone, preso i vostri appunti? Dove non ricordate, domandate.

Tirone era di quei segretari fidati, intelligenti e umili, e purtroppo ignorati come ce ne furono al servizio dei grandi uomini. Egli si era per lungo uso impadronito dell’arte del suo signore, e dai semplici appunti che Cicerone gli offriva, sapeva svolgere tutta una argomentazione.

La verità è questa: che se Cicerone avesse potuto, avrebbe trascorso tutta la vita a scrivere, studiare, conversare con gli amici intorno alle cose più alte e spirituali. E quale argomento più commovente di questo? Egli dice che «pensando e ripensando, a me sono sembrati beatissimi quegli uomini, i quali vivendo in bene ordinata repubblica, poterono ottenere tale corso di vita da occuparsi delle cose di Stato senza pericolo e da poter vivere per sé e per i propri studii con dignità». [p. 46 modifica]E invece? Oh, poveruomo!

In vita non lunga, pur Cicerone scrisse tanto! Qualche merito va perciò anche a Tirone.


— Mi raccomando, Tirone, — disse, — le clausole finali con voci piane e non dattiliche, et praecipue, la equilibrata distribuzione degli aggettivi: se trovate un motto o una parola greca che vi sembri indispensabile, non dimenticate di permettervi un «cosi per dire» o «come si dice in Grecia»...

— Concedete di grazia che io esponga la mia opinione? —, domandò Tirone.

— Concedo, — rispose Cicerone.

— Voi avete, a sostegno di Àrchia, ricordato il nostro Ennio; ma sapete che quei giovani futuristi che tanto vi applaudivano, hanno gran disprezzo per il vecchio nostro poeta Ennio?

— Lo so purtroppo, o buon Tirone —, rispose Cicerone —. Poeta egregio fu Ennio, benché da questi imitatori di Euphorione sia disprezzato; ma quel che dissi era argomento indispensabile alla mia orazione, e non potevo trascurarlo.

— E allora, un’altra domanda, o Marco Tullio.

— Dite, dite Tirone.

— Voi avete detto: « e ammesso anche che [p. 47 modifica] le buone lettere non portino il frutto della virtù »... con quel che segue. L’onda regale della vostra parola trascina si che nessuno dei giudici si è accorto di questa limitazione dubitativa. Dunque le belle, le buone lettere, possono anche dare frutto non buono ? E allora sono utili alla Repubblica? Questo vi domando per sapere da voi se devo o non devo fermare per scrittura quella vostra limitazione.

— Sta veramente il fatto, — disse Cicerone evitando più precisa risposta, — che il nostro Appio Claudio il cieco, di immortale memoria, respinse da Roma i filosofi greci come dannosi alla salute della Repubblica: lo stesso si potrebbe dire dei poeti. Caro Tirone, io sono un tantillum vittima dello stoico Panezio da Rodi, il quale nel suo « libro dei doveri » scrisse che soltanto ciò che è onesto è anche utile. Bisognerebbe dunque distinguere quali sono le belle lettere oneste e quali non oneste. Distingue frequenter! Avete ragione, o Tirone: ma non è facile. Talvolta è periculosum.


A questo punto un giovane apparve.

— Marco Tullio, — disse costui, — l’atrio era aperto e io sono entrato. C’era «cave canem», ma io non ho paura dei cani, invece non c’era l’atriense: perciò eccomi qui.

Era un giovane pallido in bianca toga, con [p. 48 modifica] volto scavato, capelli arruffati, due occhi spiritati. Cicerone riconobbe in lui uno di quelli che più applaudivano alla sua orazione. Colui disse:

— Bravo, Marco Tullio! Evviva il più eloquente dei nepoti di Romolo, quanti sono, quanti furono e quanti saranno. Grandissime grazie io ti rendo; io, il peggiore poeta fra tutti i poeti come tu sei il migliore avvocato fra tutti gli avvocati. C’era con me il mio amico Camerio, ma lui non ha avuto coraggio d’entrare. L’ammirazione per voi sia di scusa alla mia audacia.

— Ah, ah, un poeta nuovo o un nuovo poeta! — disse Cicerone con intenzione.

— Tanto nuovo, — disse colui, — che neppur io mi riconosco. Voi mi avete commosso. Io e voi la sentiamo allo stesso modo; e ve lo vengo a dire in faccia.

— Molte grazie vi rendo, — disse Cicerone — benché quell’idem sentimus sia un po’ giovanilmente ardito. Adagio prima di dire che io e voi la pensiamo allo stesso modo! E poi pare a me, ni fallar, che voi parliate per quella figura, o tropo, o metafora che in un modo esprime un pensiero, un sentimento, mentre l’animo in altro modo sente; e i greci chiamano «ironia».

— Sarà come voi dite, — disse il giovane, [p. 49 modifica] — ma io non me ne accorgo : io sono ingenuus! Forse io ho il vezzo di parlare per vezzeggiativi mentre qui in Roma si parla per accrescitivi.

Cicerone lo guardò e disse:

— Alla parlata, alla cera del volto sembrate foresto. Siete della Gallia cornata? della Gallia togata? Or dite: di quale paese propriamente voi siete?

— Del più bel paese del mondo.

— Ora siete voi a usare iperboli, — disse Cicerone.

— Niente affatto. Nulla è più bello della mia penisoletta di Sirmio. Là è la mia casa. Intorno, il lago si stende come un mare azzurrino. Gli usignoli feriscono il cielo. Il canto e la bellezza sono le due cose che il mio cuore sente; e a voi lo confesso senza timore.

— Traluce veramente dalle vostre parole, — disse Cicerone, — non so quale innocente sincerità. Ciò vi acquista benevolenza presso di me. Si, mio giovane amico! La poesia è tale che da sola basta a colmare di consolazione la vita. La poesia è compenso contro le nequizie umane. Essa è nostro usbergo perché attorno a noi stanno le risplendenti Camene: esse rischiarano le vie del passato, ci aprono le porte della posterità. Ma dite, vi prego, che cosa vi balzò in mente di abbandonare il [p. 50 modifica] vostro lago sereno e venire in questa oramai sentina di Romolo, che è Roma? L’amico mio Attico si è allontanato da Roma per godere le sue rendite, minacciate dai catilinarii, e voi venite a Roma?

— E che volete, — rispose il giovane, — che a me importi dei catilinarii? Sono venuto a Roma per godere le belle puelle.

— Questo ragazzo parla chiaro —, disse Cicerone ammiccando —. Che ne dite, o Tirone?

Si fece serio, e poi cosi disse a Catullo:

— Veramente, o mio caro giovane, se alcuno v’è che vieti all’età giovanile gli amori meretricii con le scortille, io negar non vi posso che costui è eccessivamente severo. La licenza dell’età nostra il consente, e diciamo pure, che anche dalle consuetudini dei nostri antenati riceve conferma. Quando mai ciò non avvenne? quando non fu permesso? e infine quando mai fu che ciò che è lecito non fosse lecito? Anche il mio amico Catone, severissimo in tutte le cose, in questo campo è piuttosto arrendevole. Io mi restringo ad esortarvi alla moderazione, a non credere inesauribile il patrimonio della giovinezza. La natura dona, ma non ripete i rifornimenti.

Stette sospeso, guardò attorno sospettoso, poi piano sorridendo domandò:

— Dunque vi sembrano belle le fanciulle [p. 51 modifica] di Roma? Conoscete la più bella? Che dico mai la più bella? Le Grazie la vezzeggiano, le Camene le fanno corteo. Di Minerva è fedele, a Venere è cara.

E guardò il cielo con un «mah !»; poi disse:

— Se venite alle Terme dopo la siesta pomeridiana, mi troverete, se non ho impegni altrove. A quell’ora di solito sono otiosus e non negotiosus. Vi farò conoscere quella dama, che più che umana è divina. Ma bravo, ma bravo! Questo ragazzo mi piace. Balzano da tre, cavallo da re.


Catullo ringraziò tanto Cicerone dell’accoglienza, e poi prese commiato perché l’amico Camerio lo aspettava. Nell’andarsene, vide dietro una tenda una oscura faccia matronale che stava spiando.

Non trovò più l’amico.

— Si sarà stancato di aspettare, — disse Catullo, e era ansioso e commosso per quel colloquio. Aveva gran desio di comunicare all’amico le parole Mei grande oratore. Cerca Camerio al Circo, e non c’è; al Foro, e non c’è; anche sotto il portico nuovo di Pompeo non c’era. Incontra molte puelle festose e graziose, e domanda se avevano visto Camerio.

La più gentile delle parole di lui è:

— Pessime fanciulle, restituitemi Camerio. [p. 52 modifica]— E chi te l’ha rubato?

— Me l’avete nascosto voi.

E una disse:

— Tu scoprimi il petto. Camerio sta qui nascosto fra queste due roselline tenere.

Dove, come si vede, Catullo non frequentava fanciulle di troppo onesta compagnia.


Catullo a quel tempo poteva essere sui venti anni, forse meno che più; ma non fece come Leopardi che appena arrivato a Roma andò a piangere su le tombe gloriose e infelici. Catullo fece un bel tuffo nella vita mondana; c’era la voglia e non mancavano i soldi. Agli angoli delle vie, stava a veder passare le dame e le belle fanciulle, e faceva con rame di fiori richiami alle scordile.