Il teatro comico/Atto II

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Atto II

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Atto I Atto III

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ATTO SECONDO.
SCENA PRIMA.
Lelio ed Anselmo.

Lelio. Signor Anselmo, son disperato.

Anselmo. Ma, caro signor, la ghe va a proponer per prima commedia una strazza d’un soggettoa, che no l’è gnanca bon per una compagnia de burattini1.

Lelio. In quanto al soggetto mi rimetto, ma il mio dialogo non lo dovevano strapazzare così.

Anselmo. Ma no sala che dialoghi, uscite, soliloqui, rimproveri, concetti, disperazion, tirade, le son cosse che non se usan più?

Lelio. Ma presentemente che cosa si usa? [p. 40 modifica]

Anselmo. Commedie de carattere.

Lelio. Oh, delle commedie di carattere ne ho quante ne voglio.

Anselmo. Perchè donca no ghe n’hala proposto qualcheduna al nostro capo?

Lelio. Perchè non credeva che gli Italiani avessero il gusto delle commedie di carattere.

Anselmo. Anzi l’Italia adesso corre driob unicamente a sta sorte de commedie; e ghe dirò de più, che in poco tempo ha tanto profittà el bon gusto nell’animo delle persone, che adesso anca la zentec bassa decide francamente sui caratteri e sui difetti delle commedie.

Lelio. Questa è una cosa assai prodigiosa.

Anselmo. Ma ghe dirò anca el perchè. La commedia l’è stada inventada per corregger i vizi e metter in ridicolo i cattivi costumi; e quando le commedie dai antighi se faceva così, tutto el popolo decideva, perchè vedendo la copia d’un carattere in scena, ognun trovava o in se stesso, o in qualchedun altro, l’original. Quando le commedie son deventade meramente ridicole, nissun ghe abbadava più, perchè col pretesto de far rider, se ammetteva i più alti, i più sonori spropositi. Adesso che se torna a pescar le commedie nel mare magnum della natura, i omeni se sente a bisegard in tel cor, e investindose della passion o del carattere che se rappresenta, i sa discerner se la passion sia ben sostegnuda, se el carattere sia ben condotto e osservà.

Lelio. Voi parlate in una maniera, che parete più poeta che commediante.

Anselmo. Ghe dirò, patron. Colla maschera son Brighella, senza maschera son un omo che, se non è poeta per l’invenzion, ha però quel discernimento che basta per intender el so mestier. Un comico ignorante no pol riuscir in nissun carattere.

Lelio. (Ho gran timore che questi comici ne sappiano più di me). (da sè) Caro amico, fatemi il piacere di dire al vostro capo di compagnia, che ho delle commedie di carattere. [p. 41 modifica]

Anselmo. Ghe lo dirò, e la poi tornar stassera o domattina, che gh’averò parla.

Lelio. No; avrei fretta di farlo adesso.

Anselmo. La vede; s’ha da concertar alcune scene de commedia; adesso nol ghe poderà abbadar.

Lelio. Se non mi ascolta subito, vado via, e darò le mie commedie a qualche altra compagnia.

Anselmo. La se comodi pur. Nu no ghe n’avemo bisogno.

Lelio. Il vostro teatro perderà molto.

Anselmo. Ghe vorrà pazienza.

Lelio. Domani devo partire; se ora non mi ascolta, non saremo più a tempo.

Anselmo. La vaga a buon viazoe.

Lelio. Amico, per dirvi tutto col cuore sulle labbra, non ho denari, e non so come far a mangiare.

Anselmo. Questa l’è una bella rasonf, che me persuade.

Lelio. Mi raccomando alla vostra assistenza; dite una buona parola per me.

Anselmo. Vado da sior Orazio, e spero che el vegnirà a sentir subito cossa che la gh’ha circa ai caratteri. (Ma credo che el più bel carattere de commedia sia el suo, cioè el poeta affamado). (da sè, e parte)

SCENA II.
Lelio e poi Placida.

Lelio. Sono venuto in una congiuntura pessima. I comici sono oggidì illuminati; ma non importa. Spirito e franchezza. Può darsi che mi riesca di far valere l’impostura. Ma ecco la prima donna che torna. Io credo di aver fatta qualche impressione sul di lei spirito.

Placida. Signor Lelio, ancora qui?

Lelio. Sì, mia signora; qual invaghita farfalla, mi vo raggirando intorno al lume delle vostre pupille. [p. 42 modifica]

Placida. Signore, se voi seguiterete questo stile, vi farete ridicolo.

Lelio. Ma i vostri libri, che chiamate generici, non sono tutti pieni di questi concetti?

Placida. I miei libri, che contenevano tali concetti, li ho tutti abbruciati, e così hanno fatto tutte quelle recitanti, che sono dal moderno gusto illuminate. Noi facciamo per lo più commedie di carattere premeditate; ma quando ci accada di parlare all’improvviso, ci serviamo dello stile familiare, naturale e facile, per non distaccarsi dal verisimile.

Lelio. Quand’è così, vi darò io delle commedie scritte con uno stile sì dolce, che nell’impararle v’incanteranno.

Placida. Basta che non sia stile antico, pieno d’antitesi e di traslati.

Lelio. L’antitesi forse non fa bell’udire? Il contrapposto delle parole non suona bene all’orecchio?

Placida. Fin che l’antitesi è figura, va bene; ma quando diventa vizio, è insoffribile.

Lelio. Gli uomini della mia sorta sanno dai vizi trar le figure, e mi dà l’animo di rendere una graziosa figura di ripetizione la più ordinaria cacofonia.

Placida. Sentirò volentieri le belle produzioni dello spirito di lei.

Lelio. Ah, signora Placida, voi avete ad essere la mia sovrana, la mia stella, il mio nume.

Placida. Questa figura mi pare iperbole.

Lelio. Andrò investigando colla mia più fina rettorica tutti i luoghi topici del vostro cuore.

Placida. (Non vorrei che la sua rettorica intendesse di passare più oltre2. (da sè)

Lelio. Dalla vostra bellezza argomento filosoficamente la vostra bontà.

Placida. Piuttosto che filosofo, mi parete un bel matematico3.

Lelio. Mi renderò speculativo nelle prerogative del vostro merito.

Placida. Fallate il conto, siete un cattivo aritmetico. [p. 43 modifica]

Lelio. Spero che colla perfezione dell’optica potrò speculare, la vostra bellezza.

Placida. Anche in questo siete un pessimo astrologo.

Lelio. E possibile che non vogliate essere medica amorosa delle mie piaghe?

Placida. Sapete cosa sarò? Un giudice legale, che vi farà legare e condurre allo spedale de’ pazzi. (Se troppo stessi con lui, farebbe impazzire ancora me. Mi ha fatto dire di quei concetti, che sono proibiti come le pistole corte). (parte)

SCENA III.
Lelio e poi Orazio.

Lelio. Queste principesse di teatro pretendono aver troppa sovranità sui poeti, e se non fossimo noi, non riscuoterebbero dall’udienza gli applausi. Ma ecco il signor capo; conviene contenersi con esso con umiltà. Oh fame, fame, sei pur dolorosa!

Orazio. Mi ha detto il signor Brighella che vossignoria ha delle commedie di carattere, e ancorchè io non ne abbia bisogno, tuttavolta, per farle piacere, ne prenderò qualcheduna.

Lelio. Le sarò eternamente obbligato.

Orazio. Da sedere. (i servi portano due sedie e partono)

Lelio. (Fortuna, aiutami). (da sè)

Orazio. Favoritemi, e mostratemi qualche cosa di bello.

Lelio. Ora vi servo subito. Questa è una commedia tradotta dal francese ed è intitolata...

Orazio. Non occorre altro. Quando è una commedia tradotta, non fa per me.

Lelio. Perchè? Disprezzate voi l’opere dei Francesi?

Orazio. Non le disprezzo; le lodo, le stimo, le venero, ma non sono al caso per me. I Francesi hanno trionfato nell’arte delle commedie per un secolo intero; sarebbe ormai tempo che l’Italia facesse conoscere non essere in essa spento il seme dei buoni autori, i quali dopo i Greci ed i Latini sono stati i primi ad arricchire e ad illustrare il teatro. I Francesi nelle loro [p. 44 modifica] commedie non si può dire che non abbiano de’ bei caratteri e ben sostenuti, che non maneggino bene le passioni, e che i loro concetti non siano arguti, spiritosi e brillanti, ma gli uditori di quel paese si contentano del poco. Un carattere solo basta per sostenere una commedia francese. Intorno ad una sola passione, ben maneggiata e condotta, raggirano una quantità di periodi, i quali colla forza dell’esprimere prendono aria di novità. I nostri Italiani vogliono molto più. Vogliono che il carattere principale sia forte, originale e conosciuto; che quasi tutte le persone, che formano gli episodi, sieno altrettanti caratteri; che l’intreccio sia mediocremente fecondo d’accidenti e di novità. Vogliono la morale mescolata coi sali e colle facezie. Vogliono il fine inaspettato, ma bene originato dalla condotta della commedia. Vogliono tante infinite cose, che troppo lungo sarebbe il dirle, e solamente coll’uso, colla pratica e col tempo si può arrivar a conoscerle e ad eseguirle.

Lelio. Ma quando poi una commedia ha tutte queste buone qualità, in Italia piace a tutti?

Orazio. Oh, signor no. Perchè, siccome ognuno che va alla commedia, pensa in un modo particolare, così fa in lui vario effetto, secondo il modo suo di pensare. Al malinconico non piace la barzelletta; all’allegro non piace la moralità. Questa è la ragione, per cui le commedie non hanno mai, e mai non avranno l’applauso universale. Ma la verità però si è, che quando sono buone, alla maggior parte piacciono, e quando sono cattive, quasi a tutti dispiacciono.

Lelio. Quand’è così, io ho una commedia di carattere di mia invenzione, che son sicuro piacerà alla maggior parte. Mi pare d’avere osservati in essa tutti i precetti; ma quando non li avessi tutti adempiuti, son certo di avere osservato il più essenziale, che è quello della scena stabile.

Orazio. Chi vi ha detto che la scena stabile sia un precetto essenziale?

Lelio. Aristotile.

Orazio. Avete letto Aristotile? [p. 45 modifica]

Lelio. Per dirla, non l’ho letto, ma ho sentito a dire così.

Orazio. Vi spiegherò io cosa dice Aristotile. Questo buon filosofo intorno alla commedia ha principiato a scrivere, ma non ha terminato, e non abbiamo di lui, sopra tal materia, che poche imperfette pagine. Egli ha prescritta nella sua poetica l’osservanza della scena stabile rispetto alla tragedia, e non ha parlato della commedia. Vi è chi dice che quanto ha detto della tragedia, si debba intendere ancora della commedia; e che se avesse terminato il trattato della commedia, avrebbe prescritta la scena stabile. Ma a ciò rispondesi, che se Aristotile fosse vivo presentemente, cancellerebbe egli medesimo quest’arduo precetto, perchè da questo ne nascono mille assurdi, mille improprietà e indecenze. Due sorti di commedia distinguo: commedia semplice e commedia d’intreccio. La commedia semplice può farsi in iscena stabile. La commedia d’intreccio così non può farsi senza durezza ed improprietà. Gli antichi non hanno avuta la facilità che abbiamo noi di cambiar le scene, e per questo ne osservavano l’unità. Noi avremo osservata l’unità del luogo, sempre che si farà la commedia in una stessa città, e molto più se si farà in una stessa casa: basta che non si vada da Napoli in Castiglia, come senza difficoltà solevano praticar gli Spagnuoli, i quali oggidì principiano a correggere quest’abuso, e a farsi scrupolo della distanza e del tempo. Onde concludo, che se la commedia senza stiracchiature o improprietà può farsi in iscena stabile, si faccia; ma se per l’unità della scena si hanno a introdurre degli assurdi, è meglio cambiar la scena e osservare le regole del verisimile.

Lelio. E io ho fatto tanta fatica per osservare questo precetto.

Orazio. Può essere che la scena stabile vada bene. Qual è il titolo della commedia?

Lelio. Il padre mezzano delle proprie figliuole.

Orazio. Oimè! Cattivo argomento. Quando il protagonista della commedia è di cattivo costume, o deve cambiar carattere contro i buoni precetti, o deve riescire la commedia stessa una scelleraggine. [p. 46 modifica]

Lelio. Dunque non si hanno a mettere sulla scena i cattivi caratteri, per correggerli e svergognarli?

Orazio. I cattivi caratteri si mettono in iscena, ma non i caratteri scandalosi, come sarebbe questo di un padre che faccia il mezzano alle proprie figliuole. E poi, quando si vuol introdurre un cattivo carattere in una commedia, si mette di fianco, e non in prospetto: che vale a dire, per episodio, in confronto del carattere virtuoso, perchè maggiormente si esalti la virtù, e si deprima il vizio.

Lelio. Signor Orazio, non so più cosa dire. Io non ho altro da offerirvi.

Orazio. Mi spiace infinitamente. Ma quanto mi avete offerto, non fa per me.

Lelio. Signor Orazio, le mie miserie sono grandi.

Orazio. Mi rincresce, ma non so come soccorrervi.

Lelio. Una cosa mi resta a offerirvi, e spero che non vi darà il cuore di disprezzarla.

Orazio. Ditemi in che consiste.

Lelio. Nella mia stessa persona.

Orazio. Che cosa dovrei fare di voi?

Lelio. Farò il comico, se vi degnate accettarmi.

Orazio. (S’alza) Voi vi esibite per comico? Un poeta che deve essere maestro de’ comici, discende al grado di recitante? Siete un impostore: e come siete stato un falso poeta, così sareste un cattivo comico. Onde rifiuto la vostra persona, come ho le opere vostre già rifiutate; dicendovi per ultimo che v’ingannate, se credete che i comici onorati, come noi siamo, diano ricetto ai vagabondi. (parte)

Lelio. Vadano al diavolo i soggetti, le commedie e la poesia. Era meglio che mi mettessi a recitare alla prima. Ma ora il capo mi scaccia, e non mi vuole. Chi sa! col mezzo del signor Brighella può essere che mi accetti. Tant’è; mi piace il teatro. Se non son buono per comporre, mi metterò a recitare. Come quel buon soldato, che non potendo essere capitano, si contentò del grado di tamburino. (parte) [p. 47 modifica]

SCENA IV.
Il Suggeritore con fogli in mano e cerino acceso; poi Placida ed Eugenio.

Suggeritore. Animo, signori, che l’ora vien tarda. Vengano a provare le loro scene. Tocca a Rosaura e Fiorindo.

Placida. Eccomi, son pronta.

Eugenio. Son qui, suggerite. (al suggeritore)

Placida. Avvertite bene, signor suggeritore: dove so la parte, suggerite piano; dove non la so, suggerite forte.

Suggeritore. Ma come farò io a conoscere dove la sa e dove non la sa?

Placida. Se sapete il vostro mestiere, l’avete a conoscere. Andate, e se mi farete sbagliare, povero a voi.

Suggeritore. (Già, è l’usanza de’ commedianti: quando non sanno la parte, danno la colpa al suggeritore). (entra e va a suggerire)

SCENA V.
Rosaura e Florindog.

Rosaura. Caro Florindo, mi fate torto, se dubitate della mia fede. Mio padre non arriverà mai a disporre della mia mano.

Florindo. Non mi fa temer vostro padre, ma il mio. Può darsi che il signor Dottore, amandovi teneramente, non voglia la vostra rovina; ma l’amore che ha per voi mio padre, mi mette in angoscia, e non ho cuore per dichiararmi ad esso rivale.

Rosaura. Mi credete voi tanto sciocca, che voglia consentire alle nozze del signor Pantalone? Ho detto che sarò sposa in casa Bisognosi, ma fra me intesi del figliuolo, e non del padre.

Florindo. Eppure egli si lusingava di possedervi, e guai a me se discoprisse la nostra corrispondenza.

Rosaura. Terrò celato il mio amore, fino a tanto che dal mio silenzio mi venga minacciata la vostra perdita. [p. 48 modifica]

Florindo. Addio, mia cara, conservatemi la vostra fede.

Rosaura. E mi lasciate sì tosto?

Florindo. Se il vostro genitore vi sorprende, sarà svelato ogni arcano.

Rosaura. Egli non viene a casa, per ora.

SCENA VI.
Pantalone e detti.

Pantalone. (Di dentro) O de casa, se pol vegnir?

Florindo. Oimè! mio padre.

Rosaura. Nascondetevi in quella camera.

Florindo. Verrà a parlarvi d’amore.

Rosaura. Lo seconderò per non dar sospetto.

Florindo. Secondatelo fino a certo segno.

Rosaura. Presto, presto, partite.

Florindo. Oh amor fatale, che mi obbliga ad esser geloso di mio padre medesimo! (si ritira)

Pantalone. Gh’è nissun? Se pol vegnir?

Rosaura. Venga, venga, signor Pantalone.

Pantalone. Siora Rosaura, patrona reverita. Xela sola?h

Rosaura. Sì, signore, son sola. Mio padre è fuori di casa.

Pantalone. Se contentela che me ferma un pochetto con ela, o vorla che vaga via?

Rosaura. Ella è il padrone di andare e di stare, a suo piacere.

Pantalone. Grazie, la mia cara fiai. Benedetta quella bocchetta, che dise quelle belle parole.

Rosaura. Mi fa ridere, signor Pantalone.

Pantalone. Cuor allegro el ciel l’aiuta. Gh’ho gusto che ride, che stè allegra, e quando ve vedo de bona voggia, sento propriamente che el cuor me bagola<ref>Bagola, giubila. [nota originale]</ref>.

Rosaura. M’immagino che sarà venuto per ritrovare mio padre. [p. 49 modifica]

Pantalone. No, colonna miaj, no, speranza mia, che no son vegnù per el papà, son vegnù per la tatak.

Rosaura. E chi è questa tata?

Pantalone. Ah furbetta! Ah ladra de sto cuor! Lo savè che spasemo, che moro per vu?

Rosaura. Vi sono molto tenuta del vostro amore.

Pantalone. Alle curte. Za che semo soli, e nissun ne sente, ve contenteu, ve degneu de compagnarve in matrimonio con mi?

Rosaura. Signore, bisognerà parlarne a mio padre.

Pantalone. Vostro sior pare xe mio bon amigo, e spero che nol me dirà de no. Ma vorave sentir da vu, le mie care vissere, do parole che consolasse el mio povero cuor. Vorave che vu me disessi: sior sì, sior Pantalon, lo torrò, ghe voggio tutto el mio ben; sibben che l’è vecchio, el me piase l tanto; se me disè cussi, me fe andar in bruo de lasagnem.

Rosaura. Io queste cose non le so dire.

Pantalone. Disè, fia mia, aveu mai fatto l’amor?

Rosaura. No, signore, mai.

Pantalone. No savè come che se fazza a far l’amor?

Rosaura. Non lo so, in verità.

Pantalone. Ve l’insegnerà mi, cara, ve l’insegnerà mi.

Rosaura. Queste non mi paiono cose per la sua età.

Pantalone. Amor no porta rispetto a nissun. Tanto el ferisse i zoveni, quanto i vecchi; e tanto i vecchi, quanto i zoveni, bisogna compatirli co i xe innamorai.

Florindo. Dunque abbiate4 compassione anche a me, se sono innamorato.

Pantalone. Come? Qua ti xe?n Florindo. Sì signore, son qui per quella stessa cagione, che fa qui essere voi.

Pantalone. Confesso el vero che tremo dalla collera e dal rossor, vedendo in fazza de mio fio5 scoverte le mie debolezze. Xe [p. 50 modifica] gronda la temerità de comparirne davanti in t’una congiuntura tanto pericolosa; ma sta sorpresa, sto scoprimento servirà de fren ai to dessegni e alle mie passion. Per remediar al mal esempio che t’ho dào in sta occasion, sappi che me condanno da mi medesimo, che confesso esser stà troppo debole, troppo facile, troppo matto. Se ho dito che i vecchi e che i zoveni, che s’innamora, merita compatimento, l’e stà un trasporto dell’amorosa passion. Per altro i vecchi che gh’ha fioip, no i s’ha da innamorar con pregiudizio della so fameggia. I fioi che gh’ha pareq, no i s’ha da incapriziar senza el consenso de quello che li ha messi al mondo. Onde fora tutti do de sta casa. Mi per elezion, ti per obbedienza. Mi per rimediar al scandalo che t’ho dà, ti per imparar a viver con cautela, con più giudizio, con più respetto a to pare.

Florindo. Ma, signore ...

Pantalone. Animo, digo, fora subito de sta casa.

Florindo. Permettetemi.. .

Pantalone. Obbedissi, o te trarrò zoso della scala con le mie man.

Florindo. (Maledettissima gelosia, che mi rendesti impaziente). (parte)

Pantalone. Siora Rosaura, no so cossa dir. V’ho volesto ben, ve ne voggio ancora, e ve ne vorrò. Ma un momento solo ha deciso de vu e de mi. De vu, che no sarè più tormentada da sto povero vecchio; de mi, che morirò quanto prima, sacrificando la vita al mio decoro, alla mia estimazion. (parte)

Rosaura. Oime, qual gelo mi ricerca le vene? In qual agitazione si ritrova il mio core? Dite piano, che la parte la so.6 Florindo, scoperto dal padre, non verrà più in mia casa, non sarà più il mio sposo? Ahi, che il dolore mi uccide! Ahi, che l’affanno... Suggerite, che non me ne ricordo. Ahi, che l’affanno mi opprime! Infelice Rosaura, e potrai vivere senza il tuo diletto Florindo? E soffrirai questa dolorosa.. Zitto. [p. 51 modifica] Questa dolorosa separazione? Ah no. A costo di perder tutto, a costo di perigli e di morte, voglio andare in traccia dell’idol mio, voglio superare l’avverso... l’avverso fato... E voglio far conoscere al mondo... Maledetto suggeritore, che non si sente; non voglio dir altro. (parte)

SCENA VII.
Il Suggeritore col libro in mano, poi Vittoria.

Suggeritore. Animo, Colombina. Tocca a Colombina, e poi ad Arlecchino. Non la finiscono mai. Maladetto questo mestiere! Bisogna star qui tre o quattri ore a sfiatarsi, e poi i signori comici sempre gridano, e non si contentano mai. Sono vent’ore sonate; e sa il cielo se il signor capo di compagnia mi darà nemmeno da pranzo. Colombina. (chiama forte)

Vittoria. Son qui, son qui.

Suggeritore. Animo, ch’è tardi. (entra, e va a suggerire)

Colombina. Povera signora Rosaura, povera la mia padrona! Che cosa mai ha, che piange e si dispera? Eh, so ben io cosa vi vorrebbe pel suo male! Un pezzo di giovinotto ben fatto, che le facesse passare la malinconia. Ma il punto sta che anch’io ho bisogno dello stesso medicamento. Arlecchino e Brighella sono ugualmente accesi delle mie strepitose bellezze, ma non saprei a qual di loro dar dovessi la preferenza. Brighella è troppo furbo, Arlecchino troppo sciocco. L’accorto vorrà fare a modo suo, l’ignorante non saprà fare a modo mio; col furbo starò male di giorno, e collo sciocco starò male di notte. Se vi fosse qualcheduno a cui potessi chiedere consiglio, glielo chiederei volentieri.

SCENA VIII.
Brighella e Arlecchino che ascoltano, e detta.

Colombina. Basta, onderò girando per la città, e a quante donne incontrerò, voglio domandare se sia meglio prendere un marito accorto o un marito ignorante. [p. 52 modifica]

Brighella. Accorto, accorto. (s’avanza)

Arlecchino. Ignorante, ignorante. (s’avanza)

Colombina. Ognuno difende la propria causa.

Brighella. Mi digo el vero.

Arlecchino. Mi gh’ho rason.

Brighella. E te lo proverò con argomenti in forma.

Arlecchino. E mi lo proverò con argomenti in scarpar.

Colombina. Bene, chi di voi mi persuaderà, sarà mio marito.

Brighella. Mi, come omo accorto, sfadigherò, suderò, perchè in casa no te manca mai da magnar.

Colombina. Questo è un buon capitale.

Arlecchino. Mi, come omo ignorante, che non sa far niente, lasserò che i boni amici porta in casa da magnar e da bever.

Colombina. Anche così potrebbe andar bene.

Brighella. Mi, come omo accorto, che sa sostegnir el ponto de onor, te farò respettar da tutti.

Colombina. Mi piace.

Arlecchino. Mi, come omo ignorante e pacifico, farò che tutti te voia bens.

Colombina. Non mi dispiace.

Brighella. Mi, come omo accorto, regolerò perfettamente la casa.

Colombina. Buono.

Arlecchino. Mi, come omo ignorante, lasserò che ti la regoli ti.

Colombina. Meglio.

Brighella. Se ti vorrà divertirte7, mi te condurrò da per tutto.

Colombina. Benissimo.

Arlecchino. Mi, se ti vorrà andar a spasso, te lasserò andar sola dove ti vol.

Colombina. Ottimamente.

Brighella. Mi, se vederò che qualche zerbinotto vegna per insolentarte, lo scazzerò colle brutte.

Colombina. Bravo. [p. 53 modifica]

Arlecchino. Mi, se vederò quatchedun che te zira d’intorno, darò logo alla fortuna.

Colombina. Bravissimo.

Brighella. Mi, se troverò qualchedun in casa, el copperòt.

Arlecchino. E mi torrò el candelier, e ghe farò lume.

Brighella. Cossa diseu?

Arlecchino. Cossa te par?

Colombina. Ora che ho sentite le vostre ragioni, concludo che Brighella pare troppo rigoroso e Arlecchino troppo paziente. Onde fate cosi, impastatevi tutti due, fate di due pazzi un savio, ed allora vi sposerò. (parte)

Brighella. Arlecchin?

Arlecchino. Brighella?

Brighella. Com’ela?

Arlecchino. Com’ela?

Brighella. Ti, che ti è un maccaron8, ti te pol impastar facilmente.

Arlecchino. Piuttosto ti, che ti è una lasagna senza dreto e senza roverso.

Brighella. Basta, no l’è mio decoro che me metta in competenza con ti.

Arlecchino. Sastu cossa che podemo far? Colombina sa far la furba e l’accorta, quando che la vol; ergo impastemose tutti do con ela, e faremo de tre paste una pasta da far biscotto per le galere. (parte)

SCENA IX.
Brighella, poi Orazio ed Eugenio.

Brighella. Costù, per quel che vedo, l’è goffo e destro; ma no saria mio decoro, che me lassasse da lu superar. Qua ghe vol spirito, ghe vol inzegno. Qual piloto, che trovandose in [p. 54 modifica] alto mar colla nave, osservando dalla bussola della calamita che el vento sbalza da garbin a sirocco, ordena ai marineri zirar le vele, cussi anca mi ai marineri dei mi pensieri...

Orazio. Basta così, basta così.

Anselmo. Obbligatissimo alle so grazie9. Perchè no volelau che fenissa la mia scena?

Orazio. Perchè queste comparazioni, queste allegorie non si usano più.

Anselmo. E pur, quando le se fa, la zente sbatte le man.

Orazio. Bisogna vedere chi è che batte. La gente dotta non s’appaga di queste freddure. Che diavolo di bestialità paragonare l’uomo innamorato al piloto che è in mare, e poi dire: I marineri dei miei pensieri! Queste cose il poeta non le ha scritte. Questo è un paragone recitato di vostra testa.

Anselmo. Donca non ho da dir paralleli?

Orazio. Signor no.

Anselmo. Non ho da cercar allegorie?

Orazio. Nemmeno.

Anselmo. Manco fadiga, e più sanità. (parte)

SCENA X.
Orazio ed Eugenio.

Orazio. Vedete? Ecco la ragione per cui bisogna procurar di tenere i commedianti legati al premeditato, perchè facilmente cadono nell’antico e nell’inverisimile.

Eugenio. Dunque s’hanno da abolire intieramente le commedie all’improvviso.

Orazio. Intieramente no; anzi va bene che gl’Italiani si mantengano in possesso di far quello che non hanno avuto coraggio di far le altre nazioni. I Francesi sogliono dire che i comici

[p. 55 modifica] italiani sono temerari, arrischiandosi a parlare in pubblico all’improvviso; ma questa che può dirsi temerità nei comici ignoranti, è una bella virtù ne’ comici virtuosi; e ci sono tuttavia de’ personaggi eccellenti che, ad onor dell’Italia e a gloria dell’arte nostra, portano in trionfo con merito e con applauso l’ammirabile prerogativa di parlare a soggettov, con non minore eleganza di quello che potesse fare un poeta scrivendo.

Eugenio. Ma le maschere ordinariamente patiscono a dire il premeditato.

Orazio. Quando il premeditato è grazioso e brillante, e bene adattato il carattere del personaggio che deve dirlo, ogni buona maschera volentieri lo impara.

Eugenio. Dalle nostre commedie di carattere non si potrebbero levar le maschere?

Orazio. Guai a noi, se facessimo una tal novità: non è ancor tempo di farla. In tutte le cose non è da mettersi di fronte contro all’universale. Una volta il popolo andava alla commedia solamente per ridere, e non voleva vedere altro che le maschere in iscena; e se le parti serie facevano un dialogo un poco lungo, s’annoiavano immediatamente: ora si vanno avvezzando a sentir volentieri le parti serie, e godono le parole, e si compiacciono degli accidenti, e gustano la morale, e ridono dei sali e dei frizzi cavati dal serio medesimo, ma vedono volentieri anche le maschere, e non bisogna levarle del tutto, anzi convien cercare di bene allogarle e di sostenerle con merito nel loro carattere ridicolo, anche a fronte del serio più lepido e più grazioso.

Eugenio. Ma questa è una maniera di comporre assai difficile.

Orazio. È una maniera ritrovata non ha molto, alla di cui comparsa tutti si sono invaghiti, e non andrà gran tempo che si sveglieranno i più fertili ingegni a migliorarla, come desidera di buon cuore chi l’ha inventata. [p. 56 modifica]

SCENA XI.
Petronio e detti.

Petronio. Servitor di lor signori.

Orazio. Riverisco il signor Petronio.

Petronio. Voleva provar ancor io le mie scene, ma parmi che ci sia poco buona disposizione.

Orazio. Per questa mattina basta così. Proveremo qualche altra cosa dopo pranzo.

Petronio. Io sto lontano di casa, mi rincresce aver d’andare e tornare.

Eugenio. Eh, resterete qui a pranzo dal signore Orazio: già faccio conto di restarci ancor io10.

Orazio. Padroni, s’accomodino11.

SCENA XII.
Il Suggeritore dalla scena; e poi Anselmo, Lelio e detti.

Suggeritore. Quand’è così, starò anch’io a ricevere le sue grazie. (ad Orazio)

Orazio. Sì signore, mi maraviglio. (il suggeritore entra)

Anselmo. Sior Orazio, so che l’ha tanta bontà per mi, che no la me negherà una grazia.

Lelio. (Fa riverenze.)

Orazio. Dite pure; in quel che posso, vi servirò,

Lelio. (Come sopra.)

Anselmo. L’è qua el sior Lelio. El desidera de far el comico, el gh’ha del spirito e dell’abilità; sta compagnia la gh’ha bisogno d’un altro moroso; la me fazza sta finezza, la lo riceva in grazia mia.

Lelio. (Come sopra.)

Orazio. Per compiacere il mio caro signor Anseimo, lo farei volentieri, ma chi mi assicura che possa riuscire? [p. 57 modifica]

Anselmo. Femo cussi, provemolo. Se contentela, sior Lelio, de far una piccola prova?

Lelio. Sono contentissimo. Mi rincresce che ora non posso, mentre non avendo bevuto la cioccolata, sono di stomaco e di voce un poco debole.

Orazio. Faremo così: torni dopo pranzo, e si proverà.

Lelio. Ma frattanto dove avrei io d’andare?

Orazio. Vada a casa, poi torni.

Lelio. Casa io non l’ho.

Orazio. Ma dove è alloggiato?

Lelio. In nessun luogo.

Orazio. Quant’è, ch’è in Venezia?

Lelio. Da ieri in qua.

Orazio. E dove ha mangiato ieri?

Lelio. In nessun luogo.

Orazio. Ieri non ha mangiato?

Lelio. Nè ieri, nè stamattina.

Orazio. Ma dunque come farà?...

Eugenio. Signor poeta, venga a pranzo dal capo di compagnia.

Lelio. Riceverò le sue grazie, signor capo, perchè questi appunto sono gli incerti de’ poeti.

Orazio. Io non la ricevo per poeta, ma per comico.

Petronio. Venga, venga, signore, questo è un incerto anche dei comici, quando si fa la prova.

Orazio. Oh, mi perdoni! Mi tornerebbe un bel conto.

Lelio. Questa è fatta, non se ne parla più. Oggi vedrà la mia abilità.

Petronio. E la principieremo a vedere alla tavola.

SCENA XIII.
Vittoria e detti.

Vittoria. Signor Orazio, è arrivata alla porta una forestiera, piena di ricciolini, tutta brio, col tabarrino, col cappellino, e domanda del capo di compagnia. [p. 58 modifica]

Orazio. Venga avanti.

Lelio. Non sarebbe meglio riceverla dopo desinare?

Orazio. Sentiamo cosa vuole.

Vittoria. Ora la facciamo passare.

Orazio. Mandiamo un servitore.

Vittoria. Eh, io son la serva da burla, la farò anche davvero. (parte)

SCENA XIV.
Placida, Beatrice e detti.

Placida. Grand’aria! grand’aria!

Beatrice. Bellezze grandi! bellezze grandi!

Orazio. Che cosa c’è, signore mie?

Placida. Vien su dalla scala una forestiera che incanta.

Beatrice. Ha il servitore colla livrea, sarà qualche gran signora.

Orazio. Or ora la vedremo. Eccola.

SCENA XV.
Eleonora con un Servitore, e detti.

Eleonora. Serva a lor signori.

Orazio. Servitor ossequiosissimo, mia signora. (Le donne le fanno riverenza, e tutti gli uomini stanno col cappello in mano.)

Eleonora. Sono comici, lor signori?

Orazio. Sì signora, per servirla.

Eleonora. Chi è il capo della compagnia?

Orazio. Io, per obbedirla.

Eleonora. E questa è la prima donna? (verso Placida)

Placida. A’ suoi comandi. (con una riverenza)

Eleonora. Brava12; so che vi fate onore.

Placida. Grazie alla sua bontà. [p. 59 modifica]

Eleonora. Io pure vado volentieri alle commedie, e quando vedo buffonerie13, rido come una pazza.

Orazio. Ci favorisca, di grazia, acciò ch’io non mancassi del mio dovere: mi dica con chi ho l’onor di parlare.

Eleonora. Sono virtuosa di musica. (Tutti si guardano fra di loro, e si mettono il cappello in testa.)

Orazio. Ella è dunque una cantatrice?

Eleonora. Sono14 una virtuosa di musica.

Orazio. Insegna forse la musica?

Eleonora. No, signore, canto.

Orazio. Dunque è cantatrice.

Placida. Fate voi da prima donna? (ad Eleonora)

Eleonora. Qualche volta.

Placida. Brava, vi verrò a vedere. (burlandola)

Petronio. Anch’io, signora, quando sento le smorfie delle cantatrici, crepo dalle risa.

Lelio. Perdoni, in grazia, non è ella la signora Eleonora?

Eleonora. Sì, signore, per l’appunto.

Lelio. Non si ricorda che ha recitato in un mio dramma?

Eleonora. Dove? Non mi sovviene.

Lelio. A Firenze.

Eleonora. Il dramma com’era intitolato?

Lelio. La Didone in bernesco.

Eleonora. Sì, signore, è vero. Io faceva la prima parte. Anzi l’impresario andò fallito per cagione del libro.

Lelio. Tutti dicevano a cagione della prima donna; per altro mi rimetto.

Beatrice. Dunque ella recita in opere buffe?

Eleonora. Sì, signora, qualche volta.

Beatrice. E viene a ridere delle buffonerie dei commedianti?

Eleonora. Vi dirò. Mi piace tanto il vostro modo di trattare, che verrei volentieri ad unirmi con voi.

Orazio. Vuol fare la commediante? [p. 60 modifica]

Eleonora. Io la commediante!15

Orazio. Ma dunque cosa vuol far con noi?

Eleonora. Verrò16 a cantar gli intermezzi.

Orazio. Obbligatissimo alle sue grazie.

Eleonora. Il compagno17 lo troverò io, e con cento18 zecchini vi assolverete dalle spese di tutti due.

Orazio. Non più di cento zecchini?

Eleonora. Viaggi, alloggi, piccolo vestiario: queste sono cose che ci s’intendono.

Orazio. Eh benissimo, cose che si usano.

Eleonora. Gli intermezzi li abbiamo noi; ne faremo quattro per obbligo in ogni piazza, e volendone di più, ci farete un regalo di dieci zecchini per ogni muta.

Orazio. Anche qui non c’è male.

Eleonora. L’orchestra poi deve essere sufficiente.

Orazio. Questo s’intende.

Eleonora. Abiti nuovi.

Orazio. Ho il sarto in casa.

Eleonora. Il mio staffiere fa la parte muta, e si contenterà di quello che gli darete19.

Orazio. Anche il servitore è discreto20.

Eleonora. La cosa è aggiustata, mi pare.

Orazio. Aggiustatissima.

Eleonora. Dunque... .

Orazio. Dunque, signora, noi21 non abbiamo bisogno di lei.

Tutti. Bravo, bravo. (con’allegria)

Eleonora. Come! Mi disprezzate così?

Orazio. Cosa credete, signora mia, che i comici abbiano bisogno, per far fortuna, dell’aiuto della musica? Pur troppo per qualche tempo l’arte nostra si è avvilita a segno di mendicar dalla [p. 61 modifica] musica i suffragi per tirar la gente al teatro. Ma, grazie al cielo, si sono tutti disingannati22. Io non voglio entrare nel merito o nel demerito de’ professori di canto, ma vi dico che tanto è virtuoso il musico, quanto il comico, quand’ognuno sappia il suo mestiere; con questa differenza, che noi per comparire dobbiamo studiare per necessità, ma voi altre23 vi fate imboccare un paio di arie, come i pappagalli, e a forza d’impegni24 vi fate batter le mani. Signora virtuosa, la riverisco. (parte)

Eleonora. Ecco qui. I comici sono sempre nemici dei virtuosi di musica.

Placida. Non è vero, signora, non è vero. I comici sanno rispettare quei musici che hanno del merito e della virtù; ma i musici di merito e virtuosi rispettano altresì i comici onorati e dabbene. Se foste voi una virtuosa di grido, non verreste a offerirvi a cantare gli intermezzi nella commedia. Ma quando ciò vi riuscisse, avreste migliorato assai di condizione, mentre è molto meglio vivere fra’ comici mediocri, come siamo noi, che fra i cattivi musici, coi quali sarete sinora stata. Signora virtuosa, a lei m’inchino. (parte)

Eleonora. Questa prima donna avrà fatto da principessa, e si crede di essere ancora tale.

Beatrice. Come voi, che avrete veduti i cartoni di qualche libro di musica, e vi date a credere di essere virtuosa. È passato il tempo, signora mia, che la musica si teneva sotto i piedi l’arte comica. Adesso abbiamo anche noi il teatro25 pieno di nobiltà, e se prima venivano da voi per ammirare, e da noi per ridere, ora vengono da noi per goder la commedia, e da voi per far la conversazione. (parte)

Eleonora. Sono ardite davvero queste commedianti. Signori miei, non mi credeva di avere un simile trattamento.

Eugenio. Sareste stata meglio trattata, se foste venuta con miglior maniera26.

Eleonora. Noi altre virtuose parliamo quasi tutte così. [p. 62 modifica]

Eugenio. E noi altri comici rispondiamo così. (parte)

Eleonora. Sia maledetto quando son qui venuta.

Petronio. Certo che ha fatto male a venir a sporcare i virtuosi suoi piedi sulle tavole della commedia.

Eleonora. Voi chi siete?

Petronio. Il Dottor per servirla.

Eleonora. Dottor di commedia.

Petronio. Com’ella virtuosa di teatro.

Eleonora. Che vuol dire: dottore senza dottrina.

Petronio. Che vuol dire: virtuosa senza saper nè leggere, nè scrivere. (parte)

Eleonora. Ma questo è troppo; se qui resto, ci va della mia riputazione. Staffiere, voglio andar via.

Anselmo. Siora virtuosa, se la volesse restar servida a magnar i risi coi commedianti, l’è padrona.

Eleonora. Oh, voi siete un uomo proprio e civile.

Anselmo. Mi no son padron de casa, ma el capo de compagnia l’è tanto mio amigo, che se ghe la condurrò, so che el la vederà volentiera.

Eleonora. Ma le donne mi perderanno il rispetto.

Anselmo. Basta che la se contegna con prudenza, e la vederà che tutte le ghe farà ciera.

Eleonora. Andate, ditelo al capo di compagnia, e s’egli m’invita, può essere che mi lasci indurre a venire.

Anselmo. Vado subito. (Ho inteso. La musica de sta padrona l’è compagna della poesia del sior Lelio. Fame tanta, che fa paura). (da sè, parte)

Lelio. Signora Eleonora, a me, che sono vostro conóscente e amico, potete parlare con libertà. Come vanno le cose vostre?

Eleonora. Male assai. L’impresario dell’opera, in cui io recitava, è fallito; ho perduto la paga, ho dovuto far il viaggio a mie spese; e, per dirvi tutto, non ho altro che quello che mi vedete intorno.

Lelio. Anch’io, signora mia, sono nello stesso caso, e se volete prendere il partito che ho preso io, starete bene ancor voi. [p. 63 modifica]

Eleonora. A che cosa vi siete voi appigliato?

Lelio. A fare il comico.

Eleonora. Ed io dovrò abbassarmi a tal segno?

Lelio. Signora mia, come state d’appetito?

Eleonora. Alquanto bene.

Lelio. Ed io benissimo. Andiamo a desinare, che poi ne parleremo.

Eleonora. Il capo di compagnia non mi ha mandato l’invito.

Lelio. Non importa. Andiamo, che è galantuomo. Non vi rifiuterà.

Eleonora. Ho qualche difficoltà.

Lelio. Se avete difficoltà voi, non l’ho io. Vado a sentire l’armonia de’ cucchiai, che è la più bella musica di questo mondo. (parte)

Eleonora. Staffiere, che facciamo?

Staffiere. Io ho una fame, che non posso più.

Eleonora. Andiamo o non andiamo?

Staffiere. Andiamo, per amor del cielo.

Eleonora. Bisognerà superar la vergogna. Ma che farò? Mi lascierò persuadere a far la comica? Mi regolerò secondo la tavola de’ commedianti. Già, per dirla, è tutto teatro, e di cattiva musica può essere ch’io diventi mediocre comica. Quante mie compagne farebbero così, se potessero! È meglio guadagnarsi il pane colle sue fatiche, che dar occasione di mormorare. (parte collo staffiere)

Fine dell’Atto Secondo.




Note dell'autore
  1. Un cattivo scheletro di commedia.
  2. Dietro.
  3. Gente.
  4. Bisegar, solleticare, ricercare, movere.
  5. Viaggio.
  6. Ragione.
  7. Due parti della commedia che provano, recitate da Placida ed Eugenio.
  8. È ella sola?
  9. Figlia. Cara fia, cioè cara figlia, è frase veneziana amorosa che s’usa con persone grate.
  10. Lo stesso che cara fia.
  11. Termine con cui i bambini chiamano le sorelle
  12. Piace
  13. In brodo di maccheroni
  14. Qui tu sei?
  15. Che ti ho dato.
  16. Figliuoli.
  17. Padre.
  18. Facezia, contrapponendo la scarpa alla forma.
  19. Ti vogliano bene.
  20. Lo accopperò.
  21. Perchè non vuole.
  22. All’improvviso.
Note dell'editore
  1. Bettin., Paperini ecc.: bambocci.
  2. Bettin., Paper, ecc.: di passare all’umanità.
  3. Le edd. Paper., Pasq. ecc stampano, forse non a caso: mattematico.
  4. Bettin: avrete
  5. Figlio.
  6. Bettin. aggiunge: (verso il suggeritore).
  7. Bettin.: divertimenti.
  8. Gnocco.
  9. Bettin. aggiunge: (si cava la maschera).
  10. Segue nell’ed. Bettin.: «Dott. Quando è così, mi cavo la maschera». Il Dottore corrisponde al personaggio di Petronio.
  11. Segue nell’ed. Bett.: «Fior. È il nostro capo di compagnia, non ci mancherebbe altro». Fiorindo corrisponde a Eugenio.
  12. Bettin., Paper, ecc.: Brava ragazza.
  13. Bett. e Pap.: le vostre buffonerie.
  14. Bett. e Pap.: Cantatrice? Sono ecc.
  15. Bett., Paper, ecc. aggiungono: Mi maraviglio di voi. Una virtuosa mia pari non si abbassa a tal segno.
  16. Bett., Pap. ecc.: Per far la fortuna della vostra compagnia, verrò.
  17. Bett. e Pap.: Sentite; il compagno.
  18. Bett. e Pap.: cinquecento.
  19. Bett. e Paper.: e si contenterà di venti scudi il mese.
  20. Segue nelle edd. Bettin. e Paper.: «Eleon. Tutto va bene. Ottavio. Va benissimo». Ottavio è lo stesso che Orazio.
  21. Bett. e Pap.: Dunque può andarsene, che noi.
  22. Bett., Pap. aggiungono: ed è stata intieramente sbandita dai nostri teatri.
  23. Bett., Paper, aggiungono: piccole cantatrici.
  24. Bett. e Pap.: a forza di uscir di tuono.
  25. Pasq., Zatta ecc.: abbiamo il teatro ecc.
  26. Bett. e Pap. aggiungono: a parlarci.
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