Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte I/Capitolo X

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Capitolo X
Benevento addiviene colonia romana

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CAPITOLO X.


L’epoca precisa in che Benevento fu occupata dai Romani non è ben chiara nell’istoria, ma tuttavia può ritenersi con quasi certezza che essa cadde in potere dei Romani sul finire della terza guerra Sannita, poichè nelle prime due guerre non si fa motto di tale occupazione. E d’altra parte Benevento era già sottoposta alla dominazione di Roma, allorchè nelle sue vicinanze toccò Pirro la fatale sconfitta. Ma una quistione di assai maggior momento, che è stata trattata più o meno ampiamente da molti scrittori, consiste nel determinare l’anno in cui i Romani fondarono in Benevento la prima colonia. Tutti concordano che essa fu dedotta nel consolato di P. Sempronio ed Appio Claudio, ma discordano rispetto all’anno della sua fondazione. Il Sigonio è di parere che ciò accadde nell’anno 483, il Coronelli ed altri nel 485, e alcuni moderni eruditi, tra i quali il Garrucci, pretendono che i Romani nel 486, a possedere durevolmente Benevento, vi fondarono la prima volta una colonia con dritti proprii alla gente latina.

E che che si sia detto in contrario da varii scrittori, egli par certo che in quell’occasione la nostra città fu appellata Beneventum; poichè parve ai Romani di cattivo augurio il nome di Maleventum. Essa coll’addivenire colonia romana cominciò tosto a ornarsi di svariati e sontuosi edifizii, e a dilatare la cerchia delle sue mura, benchè il suo territorio sino all’epoca di Augusto fosse stato assai poco esteso, e si rese in breve tempo la più bella, operosa e considerevole città del Sannio; mentre per lo innanzi in fatto di edifizii [p. 72 modifica]pubblici e privati, popolazione e dovizie perdeva unicamente al paragone di Boiano. Ma degli edifizii e altre opere d’arte, mandate a termine in quell’epoca, or non avanzano che pochi frantumi dell’antichissimo ponte Lebbrosi costruito in origine dai Sanniti, del quale credo conveniente di far menzione.

Il Ponte Lebbrosi


A breve distanza della città verso occidente si veggono tuttora i ruderi dell’antico ponte Lebbrosi, il quale fu costrutto dai Sanniti lungo la via Appia, e restaurato da Appio Claudio, e poscia da L. Settimio Severo, e da suo figlio M. Aurelio Antonino, allorquando recaronsi a guerreggiare in [p. 73 modifica]Oriente. Per questo ponte transitarono pure Cicerone, Orazio, i consoli Sesto, Giulio, L. Marcio, Giulio Cesare e L. Silla, Cecilio Metello, Vespasiano, Augusto, Galieno, Giuliano, i dottori Basilio e Gregorio Nazianzeno; nonchè i sommi pontefici Gregorio VII, Adriano VI e Alessandro III. E, infine sullo stesso ponte il prode Ruggiero Normanno, conseguì da Onorio II la investitura del ducato di Puglia. Questo ponte ruinò totalmente per la straordinaria alluvione del 704, ma fu nel corso di pochi anni non solo rifatto, ma fortificato mercè un arco costruito a spese del comune. Lo stesso ponte fu primamente appellato marmoreo per la sua magnificenza, ma col volgere del tempo, e propriamente, a detta di varii autori, nell’undecimo secolo tolse il nome di Lebbrosi. E in quanto alla causa di un tal mutamento di nome, va tuttora per le bocche dei beneventani una pietosa leggenda tramandata di generazione in generazione. Essa narra che accosto al ponte, per legge sanitaria, fu addossato uno spedale, ove purificavansi tutti i malati di lebbra, orribile morbo diffuso in quell’epoca non solo in Italia, ma anche nella Francia, in Inghilterra e nella Lamagna, mediante l’intimo commercio coi popoli d’Oriente durante la guerra di religione. E un’antica e non mai interrotta tradizione fa fede di un tale edificio, da cui avrebbe tolto il nome l’antichissimo ponte, anzichè dalla scabrosità delle sue pietre, come opinava qualche cronista.

La tranquillità e il benessere degli abitanti la città e il contado di Benevento non fu turbato che quando Annibale, il gran nemico di Roma, affacciatosi dall’Alpi, caldo il cuore d’odio e di vendetta,

«Terror d’Ausonia e del Tarpeo discese»

nelle belle e invidiate contrade d’Italia.

Annibale, dopo la vittoria riportata sulle rive del Trasimeno, procedendo verso Roma, disegnò dirigersi nell’Italia inferiore, con la lusinga che i fieri Sanniti, insofferenti del giogo Romano, cogliessero una tale occasione per insorgere contro gli abborriti dominatori. Ciò fermato, trapassò gli Appennini, [p. 74 modifica]e dopo corse le fertili campagne del Piceno, e fatti riposare i suoi soldati lungo i lidi dell’Adriatico, per le terre dei Marsi, dei Peligni, dei Marrucini e Frentani si recò nell’Apulia, ove fece ricchissime prede.

Ma nè la fama delle sue vittorie, nè le sue lusinghe valsero a rimuovere gli Appuli dal proposito di non parteggiare per lo straniero. E però il grande Africano, fallitagli la speranza riposta negli Appuli, e molestato per ogni dove dal console Fabio Massimo, il quale nutriva fiducia di chiuderlo nel fondo della penisola, senza comunicazioni dirette coll’Africa, nè con la Spagna, per non darsi vinto ai savii accorgimenti del nemico, abbandonò l’Apulia, e, ripassato l’Appennino, si condusse nel Sannio. Ma inutilmente, dacchè i Sanniti non fecero segno di voler secondare in alcun modo i suoi disegni; imperocchè, quantunque abborrissero i Romani, tenevano non ostante a vile di combattere per mutare padrone. E anzi Benevento fu in questa occasione larga di aiuto ai Romani; per cui Annibale, fremente d’ira, mise a ferro e a fuoco tutto il floridissimo contado di Benevento, ma non ardì di tentare l’assalto di questa città, perchè era difesa non solo dai coloni, ma da numerosa guarnigione di Romani. Indi Annibale espugnò Telese, e, dando ascolto alle promesse di qualche ambizioso, trasse fidente nella Campania.

In tal modo per qualche tempo non ebbe il Sannio a deplorare altri danni. Ma non andò molto che fu novellamente corso e depredato da Annibale. Questi, vedendosi chiuso con l’esercito tra i monti formiani da Fabio, una notte prese duemila buoi, e con sarmenti legati alle loro corna ed accesi li fece cacciare verso i nemici, e mise in iscompiglio le guardie romane che gli chiudevano il passo. Quindi entrò nella valle del Volturno, salì verso Venafro, e traversò il Sannio in più punti. Poi quando nell’anno 534 vinse i Romani alla memoranda battaglia di Canne, i Sanniti Caudini, credendo ornai soggiogata la comune nemica, si confederarono ai Cartaginesi, ma rimasero fidi a Roma i Sanniti Pentri, e le colonie di Venosa, Consa, Benevento ed Isernia. E certamente ridonda a gran lode di quei popoli [p. 75 modifica]il fatto che disdegnarono di abbandonare i Romani nei dì della sventura, e che non fecero mai buon viso a un barbaro straniero che, sitibondo di vendetta, era sceso dall'Alpi a render serva l’Italia.

Annibale dalle Puglie si recò negli Irpini, e gli fu dato, senza colpo ferire, di occupare Consa, che in certa guisa potea essere ritenuta, come or si direbbe, per il capoluogo degli Irpini, e poco dopo per opera di Pacullo Calavio Capovano, ebbe in sua mano la stessa Capova o Capua, la più potente e doviziosa città d’Italia dopo Roma, e che nella ruina di questa imprometteasi di addivenire la metropoli d’Italia. Ma il pretore M. Valerio Levino e il console Marcello, fronteggiando Annibale per ogni dove, corsero in più riprese le terre degli Irpini e dei Sanniti Caudini ponendole a ferro e a fuoco, ed espugnarono varie città, le quali eransi date spontaneamente al nemico. Laonde i Sanniti, dolenti di Annibaie, gli spedirono legati, i quali gli posero sotto occhio le loro miserevoli condizioni, e n’ebbero vane promesse di aiuti e di premio.

Intanto nell’anno di Roma 436, venuto il tempo dei comizii, fu rifermato console Fabio Massimo, e gli si diede per collega Marcello, affinchè la molta prudenza del primo avesse potuto temperare la soverchia impetuosità del secondo. Fu allora che Tiberio Gracco, acconsentendo i consoli, da Lucera menò la sua armata in Benevento. E poco dopo essendogli stato riferito che Annone Cartaginese erasi attendato lungo il fiume Calore, e che depredava il contado beneventano, uscito dalla città, si accampò poco lungi dalle tende nemiche. E poichè la sua armata componeasi in gran parte di servi, così egli fece promettere a tutti la libertà, se, mediante i loro sforzi, fosse riuscito vincitore in quel combattimento. A tale promessa narrasi che tutti i servi, a cui senza la libertà non era cara la vita, proruppero in grida di gioia, chiedendo subito il segno della battaglia.

Nel dì seguente Gracco trasse fuori le sue schiere, per venire incontanente alle mani coi nemici, e Annone non dubitò di accettare la battaglia, e mise tosto in ordinanza [p. 76 modifica]i suoi diciassette mila pedoni, per la massima parte calabresi e lucani, e mille e duecento cavalli. La battaglia fu combattuta con ferocia estrema d’ambe le parti, e per più ore parve dubbiosa la vittoria, ma Gracco, rammentando ai servi la promessa della libertà, infuse in essi un ardore soprumano, per cui lanciaronsi furibondi contro i nemici, i quali non seppero più lungamente durare immoti a tanto impeto, e rinculando si ridussero agli alloggiamenti. Nè ivi furon sicuri, poichè non seppero contenderne l’entrata ai servi, che, avidi di preda e di strage, li seguivano assai da presso, e per tal guisa rinchiusi con quelli ebbe luogo quasi un altro fatto d’armi, ed ivi per l’angustia del luogo l’uccisione fu più crudele: ed i prigioni, i quali erano tra i nemici, presero l’armi in quel frangente per agevolare la vittoria, e, piombando sui cartaginesi, ne trucidarono molti, e tolsero loro ogni comodità di fuggire. Così di tutto l’esercito condotto da Annone non avanzarono che due mila combattenti, i quali potettero con la fuga sottrarsi alla morte ed alla prigionia. La copiosa preda fu interamente conceduta ai soldati, e Gracco attenne la sua promessa di rendere liberi tutti i servi, bene o male che avessero pugnato. (Tito Livio).

Indi fece ritorno in Benevento onusto di preda e lieto qual se tornasse da geniale convito. Esso fu accolto dai beneventani con festa da non si dire, talmente che Gracco, tornato a Roma, fece dipingere le accoglienze ricevute in quel giorno solenne dai beneventani nel tempio della libertà, il quale suo padre avea edificato con pecunia tratta dalle condanne e dedicato nel Monte Aventino.

Non molto dopo il console Fabio menò le sue genti nel Sannio, devastando quelle misere contrade, e in ispecial guisa tutto il contado intorno a Caudio, e recate in suo potere varie città Sannite che si erano ribellate, vi fece eseguire molte crudeli uccisioni per ridurle nuovamente alla soggezione di Roma.

In quel torno di tempo (538) essendosi attendati amendue i consoli presso Boiano, furono ad essi spediti dieci [p. 77 modifica]ambasciadori da Benevento a riferire come Annone, seguendo gli ordini di Annibale, erasi accampato a tre miglia da Benevento, affine di mandare in Capua le vettovaglie, di che la città avea penuria. Udito questo, il console Fulvio prese con molta mano di armati la volta di Benevento, ove, festeggiato dai cittadini, attese il momento propizio per azzuffarsi col nemico.

E venendo a conoscere poco dopo che il campo di Annone era in disordine, per essersi il duce recato altrove a instare coi suoi amici, acciocchè mandassero in molta copia i grani in Capova, il console, reputando agevole la vittoria, si mosse col favore delle tenebre a investire i Cartaginesi. Ma, per essere il campo nemico molto bene fortificato in un luogo erto e scelto assai opportunamente, non gli venne dato di combattere con vantaggio, ondechè scorato nel primo assalto avea già dato gli ordini per la ritirata col disegno di ritentare nei dì seguenti con migliori auspicii la battaglia, allorchè un certo Vibio, prefetto d’una compagnia di Peligni, a cui non talentava di dar volta, per essersi appressato di molto all’entrata del campo ostile, togliendo di mano ad uno dei suoi un’insegna, la lanciò dentro il fosso dei nemici, e invitò i suoi soldati a riacquistarla; ed egli, fattosi esempio a tutti, fu il primo a saltare il fosso e a penetrare nel campo nemico, ove poco dopo si spinsero anche i Romani, eccitati dalle parole di Valerio Flacco, che li tacciava di codardia. In quella T. Pedanio, primo centurione, tolta in mano un’altra insegna, la lanciò altresì nel campo nemico, esortando i più irresoluti a seguirlo, per ritoglierla al nemico. Il console allora, mutando avviso, dispose che senza indugio fossero gli alloggiamenti da ogni banda investiti, il che essendosi strenuamente eseguito da tutte le sue milizie, furono essi atterrati in un baleno, e vi perirono non meno di seimila persone, e oltre a ciò venne in balìa dei Romani l’ampia preda che Annone erasi procacciata depredando nei paesi che si tennero nell’alleanza di Roma.

Dopo una sì segnalata vittoria il console tornò in [p. 78 modifica]Benevento, ove erasi anche addotto il suo collega, ed ebbe ovazioni e feste meravigliose dai cittadini, e incontanente vendette la preda acquistata, e guiderdonò i più valorosi, e segnatamente Vibio Peligno e T. Pedanio. E dopo una tale impresa i due consoli trassero all’assedio di Capua, e, a non lasciare indifesa Benevento, vi chiamarono Tiberio Gracco dalla Basilicata, il quale fu poco dopo svenato da Magone per tradimento di Flavio Lucano.

Da quel punto piegarono in meglio pei Romani le sorti della guerra, ma veggendosi stremati di forze, e in gran distretta di vettovaglie e di denaro, invocarono l’efficace aiuto delle colonie. Dodici di esse scusaronsi se dopo i tanti travagli durati non poteano sovvenirli di uomini e di pecunia; ma per lo contrario 18 altre colonie si dichiararono preparate a qualsivoglia sacrifizio in pro dei romani, e per tal modo fu salvata Roma da gravissimo pericolo. Le colonie che con eroica generosità soccorsero Roma in tanto frangente furono Segna, Norba, Saticola, oggi Caserta, Brindisi, Fregelle, oggi Ceparano, Lucera, Venosa, Adria, Fermo, Arimini, Ponzo, Pesto, Consa, Isernia, Spoleto, Piacenza, Cremona, e, non ultima, Benevento.

Le estreme speranze di Annibale erano riposte nei soccorsi che attendea dal germano Astrubale, ma costui, sorpreso dai congiunti eserciti dei consoli Lucio e Nerone, fu disfatto ed ucciso, e il suo teschio gettato dai vincitori nel campo stesso di Annibale, ed è fama che questi, raffigurando le sformate sembianze del suo germano, prorompesse in queste parole: «Riconosco in questo fatto la fortuna di Roma».

Poscia ridottosi nei monti del Bruzio, ultimo suo refugio, si mostrava di tempo in tempo tremendo anche negli estremi di sua fortuna; ma infine, richiamato in Cartagine, lasciò dopo 16 anni di crudelissima guerra la misera Italia, e allora soltanto arrisero al Sannio men torbidi giorni, e Benevento pel potente ausilio dato ai romani, favorita in più guise dal Senato, divenne splendida di nuovi edificii, e fiorente di commercio. E anche le altre città Sannite fruirono per lungo tempo una pace da tanti lustri ignorata, [p. 79 modifica]finchè la calamitosa guerra sociale, scoppiata nell’anno 658, attirò sul Sannio nuovi e inauditi disastri, e produsse infine la distruzione di tante città, e il totale esterminio de’ suoi abitatori.

La guerra sociale, secondo le più accreditate opinioni degli autori, prese origine dalle dimande mosse al Senato dalle città socie dell’Italia, per essere ammesse a partecipare compiutamente alla cittadinanza romana. E a conseguire l’egualità coi loro oppressori intesero prima con ogni loro sforzo alcuni individui, poi le intere città, e da ultimo molti popoli congiunti in formidabile lega.

La città di Benevento in tutto il lungo periodo di detta guerra si mantenne sempre, e fu sua gran ventura, nella fede di Roma, e rimase impassibile spettatrice dell’atletica lotta in cui tanto si distinsero i più famosi capitani di Roma.

Al primo rompere della guerra il vantaggio fu tutto dei sollevati, che, invasi dall’ingenito amore della libertà, misero in rotta più volte gli eserciti Romani, e i più rinomati generali dei Romani non seppero far fronte al prode ed audace duce de’ Marsi Pompedio Silone, ma sul finire del primo anno, dopo molti insuccessi e indicibili disastri, cominciò a mostrarsi più benigna ai Romani la fortuna della guerra. E fu allora che il console Giulio Cesare ordinò per legge che fosse conceduta la cittadinanza romana ai soli alleati che si mantennero fidi, opinando che, atteso gli ultimi fausti successi delle armi romane, potea annuirsi ai loro desiderii senza disdoro di Roma. Nel secondo anno fu ripresa più fieramente la guerra, e al celebre L. Silla fu commesso di fronteggiare con forte esercito i Sanniti. Silla in breve giro di tempo signoreggiò la Campania, e correndo contro gli Irpini, penetrò nelle parti più interne del Sannio, ove erasi ridotto il fiore dell’armata italiana, e dopo aver battuto Papio Mutilo duce supremo dei popoli collegati, ed espugnata la stessa Boviano, si mosse verso gli Appennini del Sannio, ove i fieri abitatori eransi determinati di dare la vita in olocausto alla libertà della patria. E in tal guisa ebbe termine la guerra sociale, benchè molti sollevati non si fossero [p. 80 modifica]arresi, e si tenessero fortissimi a Nola, e ne’ monti più ardui del Sannio.

Fu allora che i tribuni Plauzio Silvano e Papirio Carbone, estendendo gli effetti della legge Giulia, accordarono la cittadinanza anche agli iscritti alle città federate, il qual dritto fu conquistato dall’Italia con la perdita di forse 300 mila cittadini, periti nella lunga e sanguinosa guerra sociale.

Tuttavia la pace non fu durevole nel Sannio, imperocchè essendosi riaccesa la guerra civile tra Silla e Mario, questi seppe scaltramente tirare alla sua parte i Sanniti, i quali sotto il comando dell’arditissimo Ponzio Telesino trassero in suo aiuto, e, distruggendo interamente un esercito romano condotto da Plautio, contribuirono non poco a far prevalere il partito di Mario.

Intanto Siila, cupidissimo di vendetta, tornava in Italia con l’agguerrito e potente esercito col quale avea debellata l’Asia, e dopo aver rotto sul Volturno, al piede de’ monti Tifati, il console Norbano, e fatto suo a Teano l’esercito di Scipione, marciò animoso contro Mario il giovane, che fu eletto console dopo la morte del vecchio Mario, che i rimorsi e i terrori uccisero al primo annunzio del ritorno di Silla dall’Asia. Silla dopo una prima vittoria, che fu seguita da immani crudeltà, potè bloccare in Preneste il giovane Mario, ove questi erasi refugiato con poca truppa, ma un’oste di 70 mila uomini tra Sanniti e Lucani capitanata da Caio Ponzio Telesino, Lamponio Lucano e Gutta Capuano trassero a liberarlo.

Silla occupò subito una stretta gola, per cui i Sanniti aveano il passo a Preneste, ma Ponzio allora, avvedutosi del pericolo, mutò parere, e, inducendo gli altri a secondarlo, lasciò Preneste a sinistra e mosse con grand’animo contro Roma. Ed è fama che la mattina del 1º novembre 672, contemplando da una prossima altura la superba dominatrice d’Italia, prorompesse in queste parole: Ecco la terra dei lupi rapitori di nostre libertà; finchè non sia distrutta, non avvi salute per noi.

[p. 81 modifica]E subito calato nel piano fece in pezzi un presidio che era uscito ad incontrarlo da porta Collina: e già tentava di penetrare nella città, la quale non era apparecchiata a difendersi, allorchè apparve l’esercito di Silla, che lo avea celeramente seguito, e sull’imbrunire dello stesso giorno si appiccò la battaglia. L’ala sinistra dell’armata romana comandata da Silla fu rotta dopo breve pugna, ed egli stesso, travolto nella fuga de’ suoi, mentre instava inutilmente a rattenere i fuggenti, incorse in grave pericolo di vita. Ma infine avendo udito che dall’altra parte Crasso avea riportato dei vantaggi sul nemico, rinnovò i suoi sforzi, e, combattendo l’intera notte, riuscì finalmente vincitore. Secondo la più comune opinione degli scrittori, perirono in quella notte sotto le mura di Roma da più di 50 mila uomini. E su un monte di trucidati nemici fu trovato nel dì seguente semivivo il prode Ponzio Telesino, col volto composto ancora a minaccia.

I Romani gli troncarono il capo, e, come segno di vittoria, lo mostrarono nel dì seguente agli assediati a Preneste, i quali, caduti omai d’ogni speranza, aprirono le porte al vincitore, e Mario il giovane e il fratello di Ponzio si sottrassero con volontaria morte agli strazii serbati ad essi dal vincitore.

Silla, rientrato in Roma frenetico di gioia, chiamò il popolo a parlamento, e protestò che per la salute di Roma non avrebbe perdonato ai suoi nemici; e tosto fece dar principio al macello, ordinando la morte di ottomila Sanniti, che, confidando nella sua fede, gli si erano arresi nella pubblica villa. Egli più di qualunque altra impresa ebbe in pregio la vittoria riportata sui Sanniti sotto le mura di Roma, e, ad eternarne la memoria, istituì la solenne festa dei giochi Circensi.

Ma benchè Silla empisse di strage l’Italia intera, pur tuttavia addivenne il Sannio il teatro principale delle sue più efferate crudeltà. E invero, come ebbe dato fine alle sue vendette in Roma, trasse nel Sannio, e dopo avere presa di assalto la città di Nola, ultimo propugnacolo dei Sanniti), [p. 82 modifica]affermando che sarebbe stata sempre a repentaglio la sicurezza di Roma, finchè fosse serbato in vita un solo Sannita, decise la distruzione di tutte le città Sannite che gli si erano dichiarate ostili, e fece un deserto d’innumerevoli borghi, sicchè nel volgere di brevissimo tempo l’intero Sannio

«Non fu che solitudine e ruina»;

e solo delle città Sannite rimasero inviolate Venosa e Benevento, le quali, da che divennero colonie, si mantennero sempre fide a Roma, e nella esecranda guerra civile rifuitaronsi di favorire il partito di Mario.

E così ebbe termine per sempre la tanto celebrata guerra Sannita, la cui durata non ha altro esempio nella istoria. Il Romanelli nella sua topografia del regno di Napoli ha raccolto il nome di venti e più città Sannitiche, delle quali non è dato a noi di trovare un’orma, nè indizio alcuno; sicchè ben a ragione esclamava Anneo Floro: Ut hodie Samnium in ipsa Samnio requiratur.

Dopo tali fatti non più si fece menzione de’ Sanniti nella storia d’Italia, ma benchè l’onnipotenza delle umane vicende rendesse inutile tanta virtù, pur tuttavia rimarrà sempre caro ricordo a tutte le nazioni civili il nome di quel popolo glorioso che portò tanto amore alla repubblica e alla libertà. «E se la fortuna, scrive il Micali, fu tanto maligna inverso i Sanniti, che s’annullassero all’intutto le loro memorie storiche, ciò non ostante i Sanniti ebbero nelle stesse istorie romane un monumento eterno di quanto possa innato amor di patria contro ambizioni ingiuste e crudeli».