Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte II/Capitolo VII

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Capitolo VII

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CAPITOLO VII.



Appena Arechi si vide principe indipendente d’un florido stato attese alacremente a dilatarne i confini, e a stornare i disegni di Carlo Magno, che intendea sottomettere ad ogni costo il nuovo principato, e renderlo tributario della Francia. E anzi la soggezione di Benevento potea dirsi pel monarca francese quasi una necessità, poichè avea confermata alla chiesa romana la donazione fattale nell’anno 775 dal suo genitore Pipino, in cui tra le molte provincie d’Italia era compreso anche il principato di Benevento, come si afferma da varii scrittori. Carlo Magno, avendo indarno tentato d’indurre il principe Arechi a riconoscere la sua dipendenza dalla Francia, e a fargli omaggio, stava di assai mal animo contro il nuovo principe, il quale, come genero di Desiderio, gli era naturalmente nemico. Laonde, per queste ed altre ragioni, risoluto di domare l’orgoglio di Arechi, con un potente esercito si spinse a gran furia contro Benevento. Arechi non fu tardo a provvedere alla difesa dello Stato, per guisa che Carlo Magno, il quale da trionfatore ne avea varcato i confini, trovò all’assalto d’un castello una sì vigorosa resistenza da occuparvi lungamente l’intera armata, senza [p. 4 modifica]potere inoltrarsi nelle terre del ducato; sinché avendolo espugnato lo fece compiutamente diroccare. Arechi non venne meno a sè stesso in tali frangenti, ma contese palmo a palmo ai Franchi il terreno, e quando fu dal numero sopraffatto, lasciati grossi presidii in Benevento e in Capua, si chiuse in Salerno, ove si accordò coi greci a fine di snidare d’Italia il comune nemico.

Carlo Magno allora si avviò verso Capua, e, lungo il viaggio, visitò devotamente il monastero di S. Vincenzo sul Volturno, che trovò abitato da cinquecento religiosi, e come si fu appressato alla città di Capua, gli venne incontro David vescovo di Benevento, con altri vescovi della provincia a proporgli condizioni di pace, per impedire che si spargesse il sangue cristiano senza scopo. Ma Carlo Magno tenne duro, poiché credette di non poter più ritrarsi con onore da una tale impresa. E intanto, per combattere con vantaggio Arechi, e avviluppare in tutti i punti l’armata nemica, avea diviso in tre parti il suo esercito. E serbando a sè la prima parte, che conteneva il fiore de’ suoi guerrieri, avea ordinato che un’altra invadesse il contado di Molise, e che il terzo corpo dell’armata avanzasse verso Benevento. Arechi strenuamente pugnò più volte coi franchi; e or vinto, or vincitore fece rivivere col suo valore la gloria delle armi sannite. Ma infine gli convenne di chiedere la pace al fortunato conquistatore, la quale, auspice il vescovo David, gli fu volentieri conceduta, ma a condizione che giurasse fedeltà a Carlo Magno, e che gli desse in istatico il figlio Grimoaldo, che egli amava teneramente e alcuni nobili di Benevento. (Ranieri).

Si legge in certe cronache locali, e ne corse pur fama benché non sia possibile di accertare un tal fatto, che mentre discuteansi gli articoli della pace, venisse a Carlo Magno desiderio di chiarire coi proprii occhi se mentiva la pubblica opinione nell’esaltare la corte di Arcchi, anteponendola a quasi tutte le altre corti di Europa. E si ritiene che recatosi ivi da incognito, insieme ai suoi ambasciadori, stupisse di tanta grandezza, e confessasse che il principe Arechi era assai [p. 5 modifica]maggiore della sua fama. Ma, comunque vada la cosa, non pare possibile dubitare che, appena conchiusa la pace, il re Carlo coi capi dell’esercito entrasse in Benevento, e si facesse a visitare tutte le principali chiese della città. E narrano pure non pochi cronisti che Carlo Magno rimanesse estatico nel considerare minutamente il tempio di S. Sofìa, a cui fu largo di molti donativi, e che colmasse di doni e d’onori i più distinti cavalieri beneventani, ai quali avrebbe concesso la facoltà di potersi fregiare pubblicamente delle stesse insegne usate dai suoi paladini, e dalla regia famiglia.

Carlo Magno, dopo di essersi alcun poco intertenuto in Benevento, tornò al suo regno, non senza prima visitare la Badia di Montecassino, per venerare il sepolcro di S. Benedetto, la qual cosa, come congettura il Tiraboschi, sarebbe avvenuta nell’anno 787. Egli in tale occasione confermò le precedenti donazioni di Gisulfo e di Arechi alla Badia, e profuse ai monaci molti privilegi, e costoro (Tosti) divenuti più potenti pei favori imperiali, prestavano buon, servizio all’imperadore, tenendosi a lui fedeli in questa regione cistiberina, in cui Arechi, non del tutto soggiogato, avrebbe potuto dar guai a Carlo Magno federandosi ai greci; ed è probabile che l’imperatore mirasse anche a tali vantaggi nel favorire i monaci.

Dopo tali fatti Arechi, antivedendo la possibilità che la pace conchiusa con la Francia non sarebbe stata durevole, e anelando di ridonare nuovamente al suo Stato la primiera indipendenza, attese con indicibile alacrità a fortificare ed ampliare la città di Benevento; il che d’altra parte si rendea pure indispensabile, per essersi di gran lunga accresciuto il numero dei suoi cittadini. Narsete, nel riedificare la pressoché diruta Benevento, la circoscrisse in un sito assai angusto, quale appunto si addiceva a quei tempi infelici, in cui ben pochi de’ suoi abitatori sopravvissero alla ferocia dei goti. Egli pose anzitutto grande studio a fortificarla dalla parte di occidente verso il fiume Sabato, ove Benevento dechina dolcemente in una bella e variata pianura, e congiunse alla città un ampio borgo, che ivi era, ricingendolo [p. 6 modifica]di mura e di assai valide torri. Questo borgo, a cominciare dal luogo ove fu poi eretta una porta, che anche oggi si denomina Rufina, si prolungava drittamente, lungo il palazzo Arcivescovile, sino alla porta di S. Lorenzo, per modo che i monasteri di S. Modesto e di S. Maria ad Olivola rimasero inclusi nel recinto della pubblica muraglia. Ma il principe Arechi aggiunse tutto ciò che ora si vede, e fece edificare molti edificii che ingombravano tutta l’ampia pianura che dalla porta di S. Lorenzo si distende sino al Ponte Lebbrosi. E allora una gran parte di quel borgo e del luogo occupato dai nuovi edificii si disse città nuova, la quale, a quanto pare, avea principio dal Monastero di S. Modesto, e si estendeva per la contrada detta ora Triggio, sino alla porta delle Calcari, o sia delle fornaci, e in tal guisa l’antichissimo teatro rimase chiuso dentro il nuovo giro di mura disegnato dal principe Arechi, giacchè per lo innanzi esso sorgea fuori il ricinto della città, poichè siffatti edificii non soleano d’ordinario erigersi nell’abitato. Sono questi i confini meno incerti che il Borgia assegna alla città nuova di Benevento, e ci mancano sodi argomenti per dubitare della esattezza delle sue asserzioni. Ma non potè Arechi dilatare del pari la città verso mezzogiorno, poichè da quel lato essa siede sulla costa di un colle che si estende verso occidente, ed è posta a cavaliere dell’ampia valle sottostante. E quantunque il detto colle abbia poca altezza, pur tuttavia, per essere assai erto e malagevole, non vi si potrebbero levare molti edifìzii, senza vincere gravissime difficoltà. Inoltre edificò in Benevento uno splendido palagio per sua residenza, giudicato per uno dei più meravigliosi che in quei tempi fossero in Italia, di cui non rimane alcun vestigio o memoria, neanche in quanto al sito; ma che, secondo le più probabili congetture, dovea sorgere nel luogo che oggi chiamasi Piano di Corte, vuoi pei marmi, colonne e altre cose di pregio ivi rinvenute, vuoi anche perchè da antiche scritture si rileva che un tale edificio fosse posto tra la porta Somma e la chiesa di S. Sofia, ma più prossimo a questa; affine di dare comodità al principe di potersi trasferire [p. 7 modifica]di notte a suo talento dal proprio palagio al vicino tempio di S. Sofia; e vuoi anche per la fama volgare o tradizione che da secoli ci ha tramandata siffatta credenza. Arechi, come tutti i principi guerrieri, fu assai dedito alla caccia, per cui lungi dal fiume Calore, fuori la porta detta Gloriosa, destinò alcuni luoghi alla caccia, ornandoli di sontuosi edificio Ed ivi sondò pure un mirabile palagio con giardini, fonti e peschiere che derivavano l’acqua da varii condotti di piombo, e da ciò quella contrada tolse il nome, che conserva tuttora, di Mura della Caccia. E in somma non trasandò opera alcuna che avesse reputata giovevole ai sudditi o allo Stato.

Però le sue virtù da principe furon poca cosa rispetto a quelle di cittadino, le quali anche sole sarebbero state bastanti ad eternarne la fama in Benevento. E va innanzi a tutti gli altri suoi meriti la incorrotta giustizia resa nel principato durante il suo governo, poiché siccome fu pietoso ai poveri e liberale ai buoni di premii e di lodi, così si mostrò severo e inflessibile ai malvagi, tanto che parve a taluni storici che in questo trapassasse il segno, e che fosse perciò da riprendere. Però è a considerare che se Arechi trascese talora nel suo zelo per la giustizia, ne fu causa unicamente il suo caldissimo amore per la virtù, e l’orrore di cui era compreso per certi vizii, poiché scrive di lui Paolo Diacono che costumava protrarre in veglia le intere notti a chiedere perdono a Dio de’ suoi falli.

Questo principe fu anche dotto più che non davano i tempi, massime nella filosofia, e si mantenne sempre amantissimo de’ buoni studii, per cui, in quella pressoché generale ignoranza, la sola Benevento seppe pregiarsi di coltura, e in tutta Italia mantenne in qualche lustro la letteratura. E anzi si ha dall’istoria che al tempo di Ludovico II imperadore fiorivano in Benevento trentadue filosofi, cioè professori di umane lettere, che con tal nome erano indicati in quell’epoca. E il Gregorovius afferma che «nel nono secolo gli studii teologici, gli scolastici e i grammatici prosperavano in Benevento e che i suoi insegnanti godevano molta fama in Italia.» (Nelle Puglie, pag. 89). Eia coltura di Benevento [p. 8 modifica]negli ultimi, anni del governo di Arechi si rese maggiore, per la venuta del monaco cassinese Paolo Diacono, longobardo, reputato uomo dottissimo nell’ottavo secolo. Costui sortì i natali in Cividale del Friuli da gente longobarda, ebbe a maestro in grammatica il Flaviano, e, venuto in fama di sapiente, entrò tanto nell’animo di Desiderio re dei longobardi che lo elesse a suo consigliere e cancelliere. Ma quando Carlo Magno invase l’Italia, e condusse in Francia prigione il re Desiderio, Paolo Diacono, disilluso del mondo, si rese monaco in Montecassino, ed in questa Badia scrisse la sua istoria dei longobardi, prezioso monumento della letteratura di quei tempi. E quando poi Carlo Magno trasse in Roma, a vie meglio ingraziarsi il pontefice, il dotto cassinese gli diresse una commovente elegia per conseguire la liberazione di un suo fratello.

Un tal componimento andò molto a sangue di Carlo Magno, che, venuto in conoscenza dell’ingegno e della dottrina di Paolo Diacono, lo menò seco in Francia, ove il monaco cassinese fu segno ai più grandi onori. Ma questa, sua prosperità non solo era amareggiata dal vedere. come logorassero la vita nell’esiglio i longobardi condotti prigionieri in Francia da Carlo, ma neanche fu durevole; imperocchè l’aulica turba che tendeva insidie alla vita di Paolo Diacono, per vederlo cotanto addentro nelle grazia del monarca francese, colto il destro, gli fece credere che il monaco longobardo, gli congiurasse contro, e che avesse tentato di favorire la fuga del re Desiderio. Carlo Magno non seppe serbarsi indifferente alle maligne insinuazioni dei nemici di Paolo Diacono, e rilegollo nell’isola di Tremiti, facendogli grazia, soltanto della vita. In quell’inospite luogo dimorò, esule per diversi anni, finchè con l’aiuto di un suo fido fuggi in Benevento, ove fu accolto con molta festa da Arechi, e da Adelperga, sua consorte, che misero in opera ogni mezzo per risarcirlo degnamente dei danni che gli avea apportato il suo amore pel caduto sovrano.

Giusto Lipsio riferisce che, saputasi in Francia la fuga di Paolo Diacono, i grandi della Corte, che lo avevano [p. 9 modifica]in odio, consigliarono Carlo Magno a muover guerra al principe Arechi, ma che il re franco, non piegandosi ai loro consigli, ingiunse a Paolo Diacono che, per emenda del suo fallo, avesse a scrivere l’istoria romana dai tempi di Giuliano II sino a quelli dell’imperadore Giustiniano. Non saprei quanto di vero possa esserci in ciò che narra il Lipsio; ma tuttavia la cosa può sembrare credibile, se si pon mente che tra i libri scritti da quell’illustre longobardo si annovera altresì la detta opera; benchè non sia a tacere che l’Ostiense contraddice un tal fatto, asserendo che Paolo Diacono, per le preghiere della principessa Adelperga, s’inducesse ad aggiungere alla breve istoria scritta da Eutropio due libri di storia romana dai tempi di Giuliano l’Apostata sino a quelli del primo Giustiniano. Paolo Diacono, che fu quasi l’unico faro della letteratura in quei tempi tenebrosi, non giacque inoperoso nella corte di Arechi, ma avendo questi eretto, come innanzi si è detto, due splendidi palagi in Benevento e in Salerno, Paolo Diacono, secondo l’uso longobardo, ornò le pareti degli stessi di belli e scorrevoli versi, e compose per incarico di Arechi alcuni inni in lode di S. Mercurio, e altre opere di che tratta la cronaca cassinese.

Ma più che in altro la liberalità di Arechi si fece manifesta nella costruzione di sacri tempii, e in opere di cristiana beneficenza. E in. vero egli concesse alla Badia di Montecassino non pochi possedimenti nella valle Gentiana, edificò una chiesa dal titolo di S. Salvadore in quel di Alife, di cui diede il governo all’Abate di S. Vincenzo sul Volturno, e: vi annesse un monastero con ricche entrate, affinchè potesse contenere un gran numero di monache.

In Benevento poi fu largo donatore con tutti gli istituti ecclesiastici, somministrando pingui entrate per il mantenimento de’ sacerdoti e del divin culto, e in tali donazioni si segnalò per modo da suscitare l’emulazione negli stessi beneventani. E infatti non pochi de’ suoi sudditi investirono in opere pie una parte notevole delle loro sostanze, e tra gli altri esempi si legge di un tal Leone, nobile e [p. 10 modifica]ricchissimo cittadino di Benevento, che nell’anno 779 vestì l’abito monastico, e donò alla Badia tutti i suoi beni, dopo di aver conceduto la libertà ad un gran numero di schiavi che possedeva.

Ma l’opera maggiore di Arechi fu certamente il famoso tempio di S. Sofia, dotato di tanta e sì faticosa perfezione da essere ritenuto a quell’epoca per il primo tempio della cristianità, e il quale non è a confondere con l’altro dello stesso nome eretto fuori le mura nel luogo detto ora Ponticello, e che fu costruito dall’abate Zaccaria. Il nuovo tempio di S. Sofia, monumento di fama immortale, e che da solo basterebbe ad eternare il nome di Arechi, fu edificato nel recinto della città, come affermano quasi tutti gli scrittori, e, a rimuovere su ciò ogni dubbio dall’animo dei lettori, sarebbe più che sufficiente la testimonianza di due scrittori contemporanei, cioè del tedesco Ferdinando Hirsch nel suo trattato sul ducato di Benevento, e del russo Paul Winogradoff, il quale ha testè raccolte e ordinate tutte le antiche cronache longobarde, e che, accennando alla chiesa di S. Sosia, scrive «Arechis infra moenia Benedenti templum domino opulentissimum ac decentissimum condidit, quod graeco vocabulo αγιαν σοφιαν id est sanctam sapientiam, nominavit». Questo tempio denominato di S. Sosia, che nel greco idioma suona divina sapienza, fu di forma circolare e venne decorato di bellissime colonne e di marmi peregrini. E siccome nell’Oriente le forme circolari furono predilette dagli architetti, così è probabile che il disegno di S. Sofia fosse stato offerto ad Arechi da architetti orientali (Meomartini). E ciò è pure ribadito dall’autorità di Gregorovius, il quale affermava che: «Il nome dato da Arechi al Monastero fa supporre delle relazioni bizantine, e la stessa costruzione della cupola sembra accennare a Bisanzio».

Il tempio di S. Sofia riuscì di tale ampiezza da non poter essere comparato per questo verso a verun altro tempio che fosse allora in Italia, e Arechi lo dotò d’una entrata che parrebbe favolosa ai nostri giorni; poichè dalle cronache paesane deducesi che essa coll’andare del tempo [p. 11 modifica]ascese niente meno che a ducati novantamila. La qual cosa non deve punto saper di strano a chi consideri che non fu il solo Arechi a dotare la chiesa di S. Sofia, ma vi contribuirono benanche tutti i principi suoi successori, e i principali cittadini di Benevento; poiché quel tempio era stimato dai primi come la più fulgida gemma della loro corona, e dai cittadini come il principale ornamento della città. E infatti nella cronaca di S. Sofia, di cui conservasi una copia nella biblioteca Vaticana, leggesi che a guisa dei fiumi che recano al mare il tributo delle loro acque, tutti i più distinti e facoltosi cittadini concorsero in bella gara ad accrescere le dovizie di un tale istituto, al quale Arechi profuse straordinarii e inusati privilegi. E al famoso tempio aggiunse un convento di monache, a capo delle quali propose con titolo di Badessa sua sorella Guniberga, donna di santi costumi. Questo convento fu posseduto dai Benedettini sino all’anno 1595, in cui Clemente VIII lo concesse ai canonici regolari di S. Salvadore di Bologna; e le entrate di S. Sofia furono poi in tante vicissitudini ridotte a soli scudi seimila.

Ma le cure di Arechi nell’adornare la chiesa di S. Sofia e l’annesso monastero — nel cui recinto furono costruiti per uso dei monaci benanche dei bagni eleganti a cui affluiva l’acqua, mediante un pubblico acquedotto che correa dentro il chiostro— non si rimasero agli ornamenti, per così dire, mondani; ma parvero incredibili alla posterità i suoi sforzi nel decorare, secondo l’usanza dei tempi, la detta chiesa di reliquie di santi, in cui era riposta in quei secolo la principale ricchezza d’un sacro tempio. E invero si ritiene, e lo affermano quasi tutti gli scrittori che trattarono delle geste dei principi longobardi, che Arechi dalla Liguria e dalla Grecia fece trasferire gli interi avanzi mortali di più di 30 santi, oltre 160 altre reliquie, nella chiesa di S. Sofia. Nell’anno 760 ebbe luogo nello stesso tempio la solenne traslazione dei corpi dei dodici fratelli martiri, la cui vita si trova minutamente narrata nelle cronache locali, e furono deposti sotto l’altar maggiore in 12 nicchie separate. E nell’anno 768 seguì anche per opera di Arechi la [p. 12 modifica]traslazione da Quintodecio a Benevento delle ceneri di S. Mercurio Martire, vissuto ai tempi di Decio imperadore, le quali furono collocate nel tempio di S. Sofia, e per lungo volgere di tempo fu il detto S. Mercurio tenuto in conto di uno dei principali protettori della città. E Arechi tentò pure di trasferire nello stesso tempio il corpo di S. Martino Confessore, che era stato interrato in una spelonca del monte Massico, presso Carinola (Michele Monaco): ma non gli riuscì per cause che non è possibile di accertare.

Ora di un sì celebrato e storico tempio, diroccato dai tremuoti, non avanzano che i tumuli di Godefrido figlio al principe Grimoaldo, e del principe Landolfo che ebbero sepoltura in S. Sofia. Le sei colonne centrali dell’esagono, quattro di granito bigio e due di bardiglio, si appartengono all’antica chiesa; e sono pure antiche le due colonne di granito bigio che reggono il grande arco sulla facciata esterna; e un basso rilievo collocato sulla porta della chiesa, il quale ritrae S. Mercurio che in abito da soldato addita al divin Redentore il principe Arechi, che gli sta dinanzi genuflesso con la corona sul capo, e adorno di regio ammanto. E infine il De Vita e qualche altro autore ritengono che anche la porta dell’attuale chiesa con la lunetta sia un avanzo dell’antico tempio, benchè il Gregorovius dissenta da tale opinione. E a questo proposito accennerò pure l’opinione di alcuni cronisti i quali ritengono che per la primitiva costruzione del tempio Arechi siasi avvalso di materiali di antiche fabbriche, comesi era cominciato a praticare in quel tempo, secondo il parere dello stesso Cordero da S. Quintino. (Meomartini)

Il chiostro dell’attuale convento, che non può dirsi addirittura quello eretto da Arechi, alletta oltremodo tutti i riguardanti che amino di mirare in un sol luogo le svariate forme che assunse l’arte nei tempi di mezzo; e porge indicibile diletto con le sue svelte arcate quadrifore, dagli archi moreschi che poggiano su colonnine dai vario scolpiti capitelli; e più ancora perchè può dirsi quasi unico nel suo genere non pure per la sua antichità, ma per avere l’arco a [p. 13 modifica]ferro di cavallo, a somiglianza dei tempii di Costantinopoli, (Hope, storia dell’architettura italiana)

Chiostro di S. Sofia veduto dall’interno del portico


Inoltre avanzano tre vetuste iscrizioni: la prima delle quali è infissa nel moderno campanile di S. Sofia, e appartiene a Gregorio abate di quel monastero, che fiorì ai tempi del principe Pandolfo IV, e si rese monaco nello stesso convento. La seconda iscrizione leggesi nella porta che mette nel giardino del convento di S. Sofia, e allude a un abate, che fu nominato preposto del medesimo, e che ebbe nome Ghiderario; e la terza iscrizione, notevole per la varietà dei marmi che compongono le figure incise nei suoi capitelli, per quanto è dato di congetturare, allude a un tal Giovanni IV, con le seguenti parole: al cui pastore questo cenobio deve il presente decoro. Il Salazaro tra i moderni afferma che il chiostro sia opera dell’XI secolo, e opina che Giovanni IV, ricordato nella iscrizione, sia Giovanni Rotondo di Benevento, [p. 14 modifica]abate di Montecassino; ma una tale opinione contraddice a quanto ne scrisse Leone Ostiense, il quale ritiene che Giovanni I fosse stato in Benevento abate del monastero di S. Modesto, e non già di S. Soda. E infine il Meomartini va all’idea che il benemerito Giovanni IV sia stato il restauratore, e non già il costruttore del chiostro attuale; poichè in tal caso il dettato della iscrizione sarebbe stato ben differente.

Arechi, negli ultimi anni del viver suo, era venuto al colmo della potenza e della prosperità, poichè esercitava imperio su trentaquattro conti, e i confini dello Stato in niun altro tempo furono cotanto estesi; dacchè il nuovo principato comprendeva la massima parte del regno di Napoli, cioè la Campania, il Sannio, la Puglia, la Calabria, la Lucania e la regione abitata dai Bruzii. Ed i greci scrittori, nonchè i latini dei tempi di mezzo, denominavano queste contrade Longobardia minore, per distinguerla dalla maggiore, che racchiudeva le provincie dell’alta Italia, cioè l’Insubria, l’Emilia, e in gran parte la Liguria colle Alpi Cozie.

Ma ciò non ostante Arechi non era pago di sè, e benchè idoleggiato quasi dai suoi sudditi, si reputava infelice, poichè agognava ardentemente di francare i suoi stati dall’abborrito giogo francese, e di ridonare al suo popolo tutta l’indipendenza dei primi anni del suo governo.

E per dare esecuzione ai suoi disegni divisò collegarsi coll’imperadore di Oriente Costantino figlio d’Irene, a cui mandò ambasciadori promettendogli di vivere alla usanza dei greci. Ma mentre discuteansi i patti della lega, tra i quali si propose di dare in ostaggio a Carlo Magno l’altro figlio di Arechi, Romoaldo, questi nella freschissima età di anni 25, fu colto da grave morbo, e in pochi giorni uscì di vita nell’anno 787. Arechi non seppe temperare il suo giusto cordoglio per una tanta perdita, e morì indi a poco di crepacuore in Salerno, dopo circa 30 anni di regno, rimpianto da tutta Italia per le eccelse sue doti. E certamente, ragguagliata ogni cosa, non si può negare che Arechi per virtù civili e militari sovrasta a tutti gli altri principi di Benevento, e che meritamente la posterità lo avrebbe potuto [p. 15 modifica]indicare col titolo di padre della patria. E neanche è a tacere che in un’epoca di generale ignoranza Arechi era dotato di una coltura assai rara pei suoi tempi, e prendeva diletto nelle sue ore di ozio di scrivere di storia sacra e profana.

E abbiamo di lui, oltre il suo editto, gli atti di S. Mercurio scritti in una forma se non aurea, almeno senza paragone migliore di quanto concedeva il secolo (Pugliese, Arechi, principe di Benevento e i suoi successori. Foggia). E coltivò anche la poesia, poichè leggesi nella cronaca Cassinese, che nella Bibblioteca di Montecassino si conservavano versus Arichis Pauli et Caroli.

Arechi ebbe solenni e pompose esequie, e per il suo sepolcro Paolo Diacono compose nobili e commoventi versi, che si leggono tradotti rozzamente in italiano da Scipione Ammirato.

Paolo Diacono, inconsolabile per la morte di Arechi, si ritrasse nuovamente in Montecassino, ove gli scrisse più volte Carlo Magno, a cui rispose sempre con serenità di animo, senza mai disdire l’affetto vivissimo che avea sempre portato al re Desiderio e al suo genero Arechi.

Nell’insigne tempio di S. Sofia si conservò per lungo andare di tempo la memoria di questo principe cotanto benemerito dei beneventani. E i canonici regolari di S. Salvadore di Bologna, i quali dal pontificato di Clemente Vili in poi tennero il monastero di S. Sofia, ricordevoli del sondatore di esso, si studiarono di tramandarne la fama ai posteri con diverse bellissime incisioni che ci furono conservate dagli storici locali. Ma in seguito i più preziosi documenti contenuti in questo monastero furono mandati in Roma dal cardinale Ascanio Colonna, e, alla sua morte, furono da Papa Paolo V fatti deporre nella Bibblioteca Vaticana (Meomartini).