Istoria delle guerre persiane/Libro secondo/Capo VIII

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Capo VIII

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CAPO VIII.
Insolenza degli Antiocheni. — Assedio della città. — Confusione degli assediati. — I Persiani, scalate le mura, s’impadroniscono di Antiochia. — Vigorosa difesa della gioventù là entro. — Discorso del sabergane a Cosroe; memorabile esempio di castità.

I. Cosroe fatto consapevole da Megas che gli Antiocheni ostinatamente ricusavano di sborsare il convenuto danaro, mosse con tutto l'esercito ad assediarli; divulgatasi tal nuova quanti rimaneanvi ancor dentro, essendone gia molti partiti con il buono e il meglio loro, disponevansi ad uscirne allorché Teotiste e Molaze comandanti le truppe del Libano, arrivativi con sei mila guerrieri, si opposero all'inopportuna determinazione. Venuto in questa l'esercito persiano ed attendatosi presso del fiume Oronte, il re mandò Paolo dicendo agli assediati che ricevendone mille nummi d'argento (e sarebbesi forse appagato di minor somma) [p. 174 modifica]retrocederebbe, e quelli spedirongli ambasciadori per istabilire gli accordi; se non che la dimane il popolo, di natura insolente e beffardo, con mordaci parole motteggiò il Persiano, e poco vollevi che non lapidasselo mentr’era da costui esortato a riscattarsi col sagrifizio di ben poco danaro.

II. Cosroe adunque offeso grandemente dalle costoro villanie deliberò prendere la città d’assalto, al quale uopo col nuovo giorno fe inoltrare tutte le truppe, e collocatane parte nei dintorni del fiume procedette colle migliori là dove il muro appariva più alto sì ma di minor fortezza. Laonde i Romani vedendosi costretti a combattere malagevolmente in causa delle angustie del luogo, divisarono collegare insieme ed appendere su per le cortine lunghissime travi a fine di potervi aumentare il novero dei combattenti. Gli assediatori in questo mentre investirono di tutta possa le mura in ispecie dal monte1, e vi scoccavan dentro innumerabili strali; né gli assediati cedevan loro nel coraggio, opponendo cittadini e truppa vigorosa resistenza. Riusciva però vantaggiosissimo ai primi il guerreggiare, quasi in pianura, da quel poggio, fortunatamente occupato da principio; che se gli Antiocheni, prevenendoli, si fossero colà muniti, avrebbero di certo evitato la propria rovina; ma, non pensatovi, é forza conchiudere che giunto fosse il momento destinato al cadere della città in mano de’ barbari, i quali animati dalla presenza del condottiero e facendo prodigj di valore non diedero tregua ai Romani. [p. 175 modifica]III. Accadde poi là entro che, aumentatosi il numero de’combattenti ed il disordine tra loro, andarono rotte le corde sostenitrici delle travi e tutto precipitò l’artifizio; al quale improvviso romore le guardie delle torri, credendo atterrate le mura pigliarono la fuga. Allora que' cittadini che, per essersi dapprincipio mostrati di contrario parere, stavassene tuttavia inoperosi nel comune pericolo, accorsero pur essi alla difesa della patria, e Molaze e Teotisto montati in arcione galopparono seguiti dai lor cavalieri verso le porte, con la mira, e’dicevano, di unirsi a Buzes pronto al di fuori con soccorrevole esercito, per quindi rispignere uniti insieme il nemico; ma incontrando lungo il cammino uomini, donne e fanciulli, diretti in mucchio alla volta stessa, fecerne grave scempio stiacciandoli co’loro cavalli.

IV. I Persiani frattanto portate alle mura le scale salironle senza opposizione, giunti però a' merli arrestaronsi qualche tempo dubbiosi volgendo gli occhi all'intorno, e non osavano discendere nella città, paventando, a mio credere, qualche nemica insidia in certo burrone tra questa ed il monte. E' voce eziandio che lo stesso Cosroe, veduta la rotta de’ Romani, proibisse alle truppe di calare, temendo accrescere di soverchio la disperazione de’fuggenti, sicché rinnovando costoro la pugna con insuperabile ardore venissegli meno il bel punto di soggiogare quell'antica città, e più celebre di quante mai obbedivano ai Romani nell’oriente, non avendovene alcuna che potessele contrastare il primato nelle ricchezze, nella grandissima popolazione, ed [p. 176 modifica]in ogni altra maniera di agiatezza; egli pertanto accordò al nemico ogni mezzo di campare la vita. Quindi é che il presidio, capitani e truppa con ben pochi cittadini appresso, uscì della porta che mena al borgo Dafne2; ed i Persiani allora, dismontate le mura, comparvero nel mezzo di Antiochia.

V. E qui molti giovani ardimentosi cimentaronsi altra fiata col nemico riportando sopr’esso dapprincipio qualche apparente vantaggio, cosicché sebbene i più fossero inermi e rispingessero a furia di sassi i Persiani, pure andavano cantando il peana3 e promulgando l'Imperator Giustiniano Callinico4(essendone questo il soprannome in guerra), come so di gia riportato avessero una compiuta vittoria. Cosroe frattanto rimanendosi in una torre fabbricata su del monte, comandava che venissegli innanzi la romana ambasceria.

VI. Uno allora de’suoi magistrati, nomato dalla [p. 177 modifica]carica zabergane, supponendola colà per trattare di pace, accostatoglisi dicea: «Parmi, o Cosroe, che tu la pensi ben differentemente dai Romani stessi per riguardo alla salvezza loro. I quali insultaronti con mille oltraggi innanzi all'assedio, né avvi eccesso a cui non sieno ricorsi dopo la nostra vittoria, come disperando affatto della clemenza tua. Nondimeno tu cerchi di compassionare chi non domanda salvezza, e di perdonare a chi é ben lunge dal meritare perdono, conciossiaché gli Antiocheni postisi a schiere negli agguati, sebbene privi del soccorso delle armi, tagliano per ogni dove a pezzi noi vincitori». Il re intendendo tali cose mandò una mano de’ suoi valentissimi guerrieri a riconoscere lo stato della città; e questi di ritorno significarongli essere il tutto in pace, e che i Persiani col numero loro avevano debellato i cittadini assalitori, e fattone macello non risparmiando età né sesso. Narrasi inoltre che due illustri matrone, dimoranti fuor delle mura, sentendo la città caduta in potere del nemico, tosto corressero all’Oronte e, velatosi il capo, balzasservi entro, per non esporre il proprio onore alle contumelie dei Persiani.

  1. (1) Orocassiade. V. § 4 del capo 6 di questo libro.
  2. (1) V. nota i al cap. 6, di questo libro; in esso morì Germanico, il quale fu poscia arso e sepolto in Antiochia (V. Tac., Ann., lib. ii).
  3. (2) Inno col quale i Greci onoravano Apollo (Πεών) dopo aver riportato cospicue vittorie.
  4. (3) Da καλή νίκη illustre vittoria. Soprannome glorioso dato ai monarchi dagli eserciti che trionfavano, in grandi battaglie, del nemico. Giustiniano fu salutato di questa guisa altra fiata quando assediata Pietra nella Lazica dalle sue truppe, un tal Giovanni armeno alla testa di pochissimi guerrieri entravvi colla speranza di ridurla novamente solto il dominio romano; una terza in fine allorche Artabano uccise nel mezzo d’un convito il re Gontari.