Italia e Grecia/Pro Candia

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Lettera al Ministro greco Papagiropoulo L'Italia nella questione di Grecia e d'Oriente
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Pro Candia


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Discorso improvvisato nel Comizio per gli insorti di Candia, tenutosi in Milano, nel Ridotto del Teatro della Scala, la sera del 17 Settembre 1896.




[p. 5 modifica]Io vi ringrazio, o cittadini, vi ringrazio dal cuore del saluto cortese.

Ho sentito, qui venendo, che le cose di Candia sarebbero accomodate, e che gli insorti avrebbero, a quest’ora, accettato le proposte degli ambasciatori, riconciliandosi col sultano. L’ho sentito, ma non l’ho creduto; perciò [p. 6 modifica]mi è caro che vi siate radunati e sono lieto di trovarmi in mezzo a voi.

Ho sentito che gli ufficiali greci, andati in Candia, hanno fatto ritorno ad Atene, dove la ipocrisia delle forme li ha consegnati agli arresti; e che Candia avrà la sua brava assemblea rappresentativa, dove turchi e cristiani si distribuiranno fraternamente le parti, e, come a Montecitorio, i posti di destra e di sinistra (ilarità) e la croce e la mezzaluna vi appariranno intrecciate, come sui turbanti dei turchi che [p. 7 modifica]accompagnavano alleati le bande del cardinale Ruffo contro i repubblicani di Napoli (applausi): e che l’insurrezione è una pagina ormai chiusa, rilegata nel libro della storia.

L’ho sentito, ma non lo credo: perciò è bene che vi siate radunati ed io ben contento di trovarmi tra voi.

Lo sono per l’idea che vi ha raccolti e che piace anche a me: se anche non manchi chi voglia mettervi in guardia contro di me, come uno fuori del grembo della [p. 8 modifica]chiesa (ilarità)1. Ma che volete? Anche gli eretici ricordano con gratitudine il latte materno che li ha nutriti: e poichè la Grecia madre, nei miei anni belli e lontani, con qualche poco del suo latte mi nutrì, non vi sorprenda un eretico parlar con affetto della sua madre intellettuale. (Applausi).

Epperò io dicevo, or sono quindici giorni, in un ritrovo fraterno, — ed amo di qui ripeterlo tra voi, — che la questione, della [p. 9 modifica]quale la rivolta di Candia non è che mi episodio, — uno dei tanti cruenti episodî! — non consente altre soluzioni tranne una sola e vera; fuor della quale non resta che un alternarsi periodico di conflitti e carneficine, e non sono che tregue brevi, ingannevoli, preparatrici di tempeste maggiori. La sola soluzione, io dicevo, è il ritorno di Candia alla Grecia (approvazioni): affinchè dallo aggiungersi delle membra divelte al corpo materno, sia soddisfatta, colla ragione del cuore e colla ragion della natura, anche la ragione della [p. 10 modifica]prudenza di Stato: agli occhi della quale una Grecia più forte e più completa è l’unica deviatrice sul Bosforo delle cupidigie che vi si contendono il campo e preparano bufere alla pace d’Europa.

È una questione, come vedesi, intimamente connessa ad un’altra, la quale ogni giorno più formidabile s’impone alla coscienza europea: cioè il cessare, sul Bosforo, di uno stato di cose che è un insulto all’umanità e contro cui insorge la protesta di tutto il mondo incivilito. (Applausi).

Certamente, lo so, non è [p. 11 modifica]giusto incolpare un povero diavolo di ministro, tanto galantuomo che per questo se n’andò2, se, innanzi al Parlamento, non gli bastò l’animo di parlar lì su due piedi dello smembramento dello impero mussulmano, non avendo sottomano le corazzate necessarie: non è giusto anche per questo che nello svolgersi delle questioni più ardenti europee c’è una parte assegnata ai governi ed una parte assegnata ai popoli; ed è inutile lo scambiarle.

[p. 12 modifica]E se è un sogno pretendere che la diplomazia di questa decrepita Europa muti abito, natura, tradizioni, ipocrisie (approvazioni), non è e non dev’essere un sogno l’augurarsi che nazioni sorte in nome di un diritto nuovo, in nome di principii che sono il loro diploma di nobiltà e la gloria del secolo, anche nelle ore più tristi si ricordino di quella fede di battesimo, di quella origine loro, e vi attingano il sentimento di alti e augusti doveri innanzi alle offese sanguinose al diritto; e dove tacciano per poco lo strepito [p. 13 modifica]delle armi e gli urli e i lamenti delle carneficine, non si contentino di pregar pace ai morti, ma contro gli eccidî e il diritto calpestato alzino gagliarda la protesta: la quale non indarno si leva, quando, fatta voce di milioni di cuori, diventa intimazione della coscienza universale, e intorno ai Governi crea nell’aria le grandi correnti, la forza invisibile, irresistibile, che finisce per avvolgerli, trascinarli e segnar loro, per forza o per amore, la via! (Applausi).

Ne abbiamo sott’occhio in questi giorni stessi l’esempio.

[p. 14 modifica]Mentre voi qui vi adunate e vibra qui il fremito di tanti cuori italiani, laggiù in Inghilterra un fremito non dissimile agita le moltitudini, percorre da un capo all’altro tutti gli ordini della nazione, dalle sale dorate alle officine dei lavoratori. È bastata la voce di un gran vecchio, al quale sembra che un Iddio abbia commesso di pronunciare per tutto questo secolo, all’orecchio dei violenti d’ogni paese, la parola più alta, più fiera, più giusta che il diritto e la giustizia abbiano [p. 15 modifica]pronunciato giammai. (Grandi applausi: grida di Viva Gladstone!)

È bastata la voce del grande vegliardo, denunziante a un libero popolo gli orrori della barbarie ottomana, perchè in sussulto gli rispondessero tutte le anime inglesi: e già la formidabile corrente dell’opinione prepara, moltiplica i Comizi di città in città, raduna somme colossali, si sovrappone alle divisioni dei partiti: già assedia il governo conservatore con voce di rampogna per la sua inerzia diplomatica, e con voce [p. 16 modifica]di minaccia si prepara ad obbligarlo a fare i conti con lei.

In Italia, pur troppo, queste grandi correnti non sono così facili a determinarsi, ad agire, ad imporsi. Appena è se i disastri e le migliaia di morti han destato per un momento, di soprassalto, l’anima del paese, la quale già pare ricoricarsi sull’altro fianco, rassegnata a vedere i colpevoli girare liberi, spavaldi, impuniti (applausi) e le loro oneste tradizioni rifiorire, fra il plauso degli ingenui obliosi che si prestano inconsci alla rifioritura.

[p. 17 modifica]Però lasciatemi almeno salutare come un buon sintomo il fatto che questa rassegnazione, dirò così mussulmana, ai mali nostri (ilarità) non abbia di tanto attutito il sentimento dei cuori, che non vi arrivi il grido dei dolori altrui e delle offese violente ai diritti d’altrui. Sì, io saluto come una buona promessa codesta, che i cuori italiani, ancora piangenti le migliaia di vite spente combattendo per una causa non nostra ed ove il diritto non era per noi (approvazioni), sentano come il bisogno di offrire in ammenda [p. 18 modifica]espiatrice un altro po’ di sangue italiano e un altro po’ di danaro italiano, per difendere, almeno una volta, una causa giusta e santa, un diritto che è stato il nostro, quello medesimo onde siamo sorti noi. (Applausi). Sono ammende che onorano i popoli che le fanno.

Benedetto questo risveglio di cuori, che ne promette e se ne promette degli altri! Sia voce od alito di rimorso, o sia ritorno di memorie che riparlano di giorni belli e lontani, — benedetto questo soffio caldo di poesia che ritorna a passare sull’anima della [p. 19 modifica]nazione, a rammentarle le ragioni vere e le sole per le quali una Italia è venuta al mondo, e i popoli l’hanno, al suo apparire, salutata festosi.

Così a me il ritrovo di questa sera ricorda giorni lontani di una più bella età. È un ricordo non inutile ad evocarsi, specialmente quando certe notizie telegrafiche arrivano (mostra un dispaccio, arrivato in quel mentre al banco della presidenza, dell’on. Mazza che annuncia disciolto dall’autorità il Comitato filellenico di Roma) non inutile per noi e per l’uomo di Stato [p. 20 modifica]che precisamente in questi giorni dirige, negli affari esteri, la politica del nostro paese3.

Correvano i primi mesi del ’63. Studente matricolino d’università, io scarabocchiavo nei giornali di Milano e cogli entusiasmi dei vent’anni mi affacciavo alle prime battaglie della politica e della stampa: e come in questi giorni, e assai più che in questi giorni, un fremito intenso, generale correva la penisola.

S’era sparso un annunzio: una [p. 21 modifica]altra nazione schiava aveva fatto come noi: a Varsavia erano stragi; nelle steppe si combatteva; la Polonia era insorta.

Erano giorni, per il nuovo regno d’Italia, tutt’altro che sgombri di nuvole, di sopraccapi e di pericoli.

Il Regno era sorto da quattro anni appena, e non anco era stato riconosciuto da tutti: e c’era, fra i pochi che gli avevano reso questo favore, la Russia. L’esercito, disorganizzato, si stava appena formando. Venezia era ancora in mano dell’Austria, Roma [p. 22 modifica]era in mano del papa, e in casa nostra, nel Mezzodì, imperversava più che mai furibondo il brigantaggio, terribile piaga raggiungente in quei dì, per le proporzioni, quasi le forme d’una guerra civile. Ma ancora era tanto vicina, tanto ancora presente nei cuori, negli animi dagli Italiani la poesia del nostro riscatto e dei miracoli che lo avevano compiuto! E dei riflessi di lei era ancor tanto piena tutta l’aria italiana! Un cittadino che avesse detto in quei giorni: «lasciamo star Roma e Venezia, andiamo a vedere [p. 23 modifica]lontano nel mondo, se ci sia qualche pezzo di terra non nostra da pigliare,» l’avrebbero semplicemente lapidato.

Bastò invece quel grido: «la Polonia è insorta!» perchè nell’aria italiana divampasse l’incendio.

Tutta la penisola si scosse da un capo all’altro: e Garibaldi scriveva da Caprera a Clemente Corte:

«Approvo tutto quel che farete per i poveri Polacchi, ai quali è nostro sacrosanto debito mostrare che la democrazia italiana [p. 24 modifica]è sempre solidale con tutti i popoli che combattono per la loro nazionalità e libertà.»

Così scriveva Garibaldi e non poteva far più che questo, perchè neanche un anno da Aspromonte era corso e la palla colpevole inchiodavalo ancora sul letto del dolore. (Applausi).

Ma dove non era lui era fatale ci fosse almeno l’ombra di lui: Francesco Nullo risponde all’appello e, anima d’eroe, guida da Bergamo alle steppe di Polonia il drappello votato al sacrificio e alla morte.

[p. 25 modifica]Intanto per tutta Italia le sottoscrizioni pubbliche moltiplicavansi: nelle case si facevano filacce pei feriti: l’agitazione dalle vie si propagava al Parlamento, assediava il Governo. E Milano, a cui, come sempre, la gran fiamma siccome a centro affluiva, Milano per la prima volta dal costituirsi del nuovo Regno, ebbe in quei giorni il suo primo libero Comizio. Più che tremila cittadini, in una domenica del febbraio di quell’anno, gremivano l’antico teatro della Stadera e si stipavano a cielo aperto, senza bisogno [p. 26 modifica]dei biglietti riservati, come quello che ho dovuto prendere per venire stassera dentro qui. (Ilarità).

Ho presente, come oggi, l’imponente spettacolo, perchè facevo in quel Comizio da reporter, rubando il tempo alle lezioni di scuola.

Presiedeva Giuseppe Ferrari, il grande filosofo milanese: ed erano tra i maggiori oratori Sineo, il vecchio deputato onore e vanto della tribuna subalpina, padre del ministro attuale, e Giacomo Oddo che tanti ricordano fra noi, bollente tempra siciliana, anima in [p. 27 modifica]quei giorni di tutte le riunioni popolari. Ricordo ancora Sineo richiamante i Sovrani dell’Europa alla fede dei patti della Santa Alleanza del 1815, poichè quella alleanza era stata annunziata, ai popoli ingannati, come un patto di liberazione e di giustizia: e Giacomo Oddo, con la voce stentorea, alla santa alleanza dei principi contrapporre la santa alleanza dei popoli, fratelli e solidali nelle lotte della libertà: e al grido dei due nomi congiunti: «Viva la Polonia e Garibaldi!» l’imponente Comizio unanime approvare la [p. 28 modifica]formazione dei Comitati di soccorso per i combattenti di Polonia e per le loro famiglie.

E alla voce della città rispondeva, come dissi, la voce del Parlamento, al quale erano giunte, da ogni parte d’Italia, petizioni. Curioso a notarsi, proprio in quei giorni faceva le sue primissime armi, come nuovo ministro degli esteri, l’in allora fulvo Emilio Visconti-Venosta: e fu precisamente nelle interpellanze sulla Polonia che egli fece in Parlamento il suo primissimo debutto. Aveva di fronte terribili avversari: [p. 29 modifica]Antonio Mordini, Francesco Crispi, i violenti esagerati di quell’epoca, i quali pretendevano nientemeno dalla Camera deliberazioni con cui si dichiarasse di voler lì per lì la ricostituzione della Polonia; il che era come pretendere che la debole Italia lì per lì rompesse guerra al colosso moscovita e all’Austria e alla Prussia, nella spartizione polacca solidali. A risoluzioni di questo genere il giovane ministro non si sentiva di venirci, e fino a qui si capisce: pure, in quell’aria calda e fors’anco nei più recenti suoi ricordi personali del [p. 30 modifica]maestro antico, egli trovò parole che, in bocca sua, date le condizioni del nuovo Regno, potevano apparire una dimostrazione di coraggio.

Annunziò che il governo (presieduto da Minghetti) non avea esitato ad associarsi alla Francia ed all’Inghilterra in un’azione comune in favore della Polonia, a Pietroburgo, verso il governo moscovita; respinse sdegnosamente l’accusa, mossagli dai Crispi e compagnia, di essersi mostrato troppo ligio ai trattati del Quindici: affermò altamente e [p. 31 modifica]sdegnosamente che dalla fedeltà alle origini dell’Italia e al suo diritto pubblico si erano inspirate le istruzioni da lui date al nostro rappresentante in Pietroburgo. Che più?

Arrivò persino ad accettare l’ordine del giorno proposto dalla Commissione della Camera, per il quale si ordinava trasmettersi le petizioni dei cittadini al ministro degli esteri, affinchè il governo non tralasciasse niuna delle pratiche più opportune e più efficaci in favore dell’insorta Polonia.

Ebbene! per quanto allora [p. 32 modifica]Mordini e Crispi gridassero che quell’ordine del giorno era troppo poco e pretendessero dal Governo risoluzioni spavalde che lo avrebber portato a metter Roma e Venezia in disparte per rompere guerra al gigante del Nord, a noi, lontani di venti e più anni da quel giorno, può parere ancora un sogno che nel Governo e nel Parlamento di Italia i ricordi delle origini recenti parlassero e influissero ancor tanto da trascinarli a voti di quel genere. Ed io mi domando con curiosità se il ministro che trovò allora il coraggio di quelle parole [p. 33 modifica]e di quel contegno, non senta un ricordo di quel giorno parlargli confusamente nello spirito mentre l’Italia fraternizza cogli insorti di Candia e d’Oriente.

Lo so che gli anni calmano gli entusiasmi: e che su quelle parole del ministro è passato un lungo letargo di anni; pure io me lo chiedo egualmente nell’ora, che all’Italia, sorta a grande potenza, si domanda una iniziativa assai meno grave, assai meno perigliosa di quella che si permise in quel tempo: si chiede la semplice iniziativa del portare nel concerto [p. 34 modifica]europeo la sua propria professione di fede, far valere la sua fede di nascita, pronunciar le parole che le sue origini le dettano, rappresentarvi la parte che le assegnano il suo diritto pubblico e la sua storia.

Questa è la parte del governo, e del come ei l’adempia darà giudizio il paese. Tocca intanto al paese adempiere la propria.

Ho letto, non ricordo dove, che i giovani italiani, cui l’annunzio delle lotte di Creta invoglia a volare laggiù, farebbero meglio a tenersi in serbo per altri còmpiti [p. 35 modifica]in casa nostra. E fin quando dovranno tenersi in serbo? Lo so che in casa nostra altri còmpiti aspettano la gioventù, aspettano anche le braccia virili. (Applausi). Ma se l’aria d’Italia è tanto morta — e giuro che non è per colpa mia — da non offrir loro, chi sa fin quando, le occasioni feconde, a che costringerle inoperose? È servire la patria il tenerne alto il nome dovunque si combatte per il diritto. (Applausi). Così Garibaldi, quando il destino più scuro incombeva sull’Italia, recava, con armi liberatrici, l’onore [p. 36 modifica]del di lei nome oltre i mari. Così Francesco Nullo, nei giorni dolorosi della nazione, si recava fra i Polacchi a morire; e mai il nome italiano ebbe omaggio più alto e più vero degli onori militari che alla salma dell’eroe bergamasco volle resi il generale moscovita.

Lasciateli andare, i volontari della libertà, lasciateli andare dove il cuore li porta! E noi verso i combattenti adempiamo il dovere dei liberi. (Applausi). Che ancora una volta, almeno, si dica che se, come un tempo, si incontrano vaganti, disperse pel [p. 37 modifica]mondo, lontane dalla patria, armi italiane, sono ancora, come un tempo, armi cui benedice la poesia degli infelici, cui ride la poesia dei cuori, la santa poesia del diritto. (Applausi).

La Grecia è ben degna di questo ritorno di noi su noi medesimi: l’incendio che arde, a breve tratto di mare dalle spiagge italiche che furono la Magna Grecia, a breve tratto del mare che vide il corso della nave d’Ulisse, quest’incendio si direbbe che l’abbia acceso un qualche sapiente destino a noi pio, per dirci, in un’ora [p. 38 modifica]triste, una parola che ci rialzi i cuori, per dirci la parola buona, la parola del sangue che ci richiami sulle vie della nostra missione e della nostra storia. (Applausi).

Lasciateli andare i volontari dove li aspettano i precursori! Laggiù è l’ombra di Damiano Rittatore, che lo zelo cortigianesco battezzava assassino, ma che sui campi di Spagna colse la fronda dello eroe, sui campi di Grecia colse la palma del martire. Ivi è l’ombra di Santorre di Santarosa caduto oscuro gregario a Sfacteria, [p. 39 modifica]consegnando il corpo alla terra e il nome all’immortalità.

Oh sì! la Grecia è degna di questa agitazione italiana, di questo affetto italiano, di questo ridestarsi di entusiasmi d’Italia per lei! perchè là, nel suo suolo, è ancora e sempre il focolare delle fiamme a cui primamente si scaldarono i nostri affetti; ivi è la prima luce a cui le nostre menti si schiusero, ivi sono gli altari del bello, i sacri cieli dell’arte a cui si aprirono, mandando inni, i nostri cuori! (Applausi fragorosi).

Vadano i giovani cui batte [p. 40 modifica]rapido il sangue, vadano pure dove il cuore li porta, mentre la vecchia arcigna diplomazia va ripetendo alla povera Grecia i tristi moniti un giorno flagellati dall’ironia del grande livornese4.

«Grecia, che sei tu mai?» (Così alla vecchia arcigna Francesco Guerrazzi dal fondo del carcere rifaceva il verso).

«Tu m’hai l’aria di nata tisica, di orfana accattona, regalata di una tunica sdruscita e d’un cercine da bambina: bada che non ti salti [p. 41 modifica]mai la pazzia di lasciarti scaldare in seno un cuore, perchè noi a quel posto ci abbiam messo un protocollo e questo ti ha da bastare; e le tue ossa, le tue vene, il tuo sangue devono comporsi con gli articoli di lui. Su, comincia a mostrarti degna di quel poco di vita che ti abbiamo impartita, col saperti sdrajar bene, lunga distesa, dentro la bara che la nostra munificenza ti largì».

E la Grecia dolorosa a rispondere:

«A cui la colpa se mi trovo dannata a struggermi in perpetuo [p. 42 modifica]nell’impotenza? Di chi la colpa se non di coloro che mi ministrarono la risurrezione col quartuccio e col compasso mi misurarono la vita?

Oh perchè dal turbante dello infedele non isbarraste tanto di tela che bastasse a coprire le mie membra cristiane? Cristo non sarebbe stato santo se, risuscitando Lazzaro, lo avesse risuscitato sol dalla cintola in su, e dalla cintola in giù lo avesse relitto defunto nella tomba. (Applausi fragorosi).

Ai morti che più non sentono, compartire senso di morte, ridando [p. 43 modifica]loro metà di vita, è tale orribile tormento che neppure Lucifero lo avrebbe imaginato.»

Così dice la Grecia, aspettando un’alba migliore: e un’alba che non le fallirà, perchè la ragione storica, come la ragione politica, vogliono che solo una Grecia forte salvi l’Europa dalle scosse tremende che le serba la liquidazione dell’eredità mussulmana.

Fare risorgere (io dicevo or sono venti anni) fare risorgere il regno di Grecia, questa frase di Wellington, che era un codino, non è più un sogno di politica [p. 44 modifica]sentimentale, è un alto calcolo di prudenza di Stato.

E in attesa che parli la ragione di Stato, parli intanto la ragione dei cuori. (Applausi).

E giusto è che essa dica la sua parola da Milano, dove nei giorni solenni della patria, affluiscono le vampe dell’anima italiana.

E tratti pure frattanto e inacerbisca i problemi, sotto color di aggiustarli, sotto la diplomazia. (Applausi). E raccolgasi, anche, come ho letto nei fogli, l’assemblea dei Candiotti. Io, questa assemblea non so ora figurarmela [p. 45 modifica]che quale essa apparve nella fantasia di un generoso figlio di quell’isola, quale apparve alla mente di un poeta di Candia, del poeta greco moderno, Aphentoulis.

Narra egli, nei canti popolari, una delle tante rivolte di Creta. Ecco, prima di riprendere le armi, i Cretesi si radunano sulle montagne a deliberare delle sorti dell’isola: sede dell’assemblea è una alta vetta denudata, imbiancata dalle tempeste, alle cui falde sono macchie di mirti, di castagni e di ulivi: e sorge nell’assemblea un oratore, uno dei savii e [p. 46 modifica]prudenti, e i consigli della prudenza esprime religiosamente così:

«Se è destino che ciascuno di noi abbia a morire in questa guerra e la vedova sua ne porti il lutto, anche la Vergine Maria lo ha portato, la Vergine che noi veneriamo: e noi non valiamo più di lei. Ella pure aveva un figlio: e, nato Dio, non isdegnò lasciarsi mietere dalla falce della morte ed essere calato nel sepolcro.

«Se noi moriremo per la libertà come il Cristo, noi, figli di Creta, noi figli di Grecia, risusciteremo come lui. Andrà il nostro nome [p. 47 modifica]per la Morea e per la Romelia e quante volte le campane di Grecia suoneranno a martello noi rivivremo nei canti!» (Applausi).

Così parlava l’oratore, che era un savio: e a queste discussioni dell’assemblea di Creta, a queste, sì, ci credo. (Applausi).

E se cuori italiani volano laggiù, nel nome di quanto per l’Italia fu santo, che benedizioni italiane li accompagnino, come alcioni sfioranti le onde del mare che Omero cantava, che Byron, volando al sacrificio, traversò.


Note

  1. Erano i giorni che contro l’oratore e le mire politiche attribuitegli s’appuntavano gli attacchi di moderati e intransigenti.
  2. L’ex Ministro degli Esteri, Duca Caetani di Sermoneta.
  3. Il ministro Emilio Visconti-Venosta.
  4. Francesco Domenico Guerrazzi nell’Asino.