L’amante militare/Atto I

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Atto I

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Personaggi Atto II
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ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Cerniera in casa di Pantalone. Rosaura e don ALONSO, ambi a sedere.

Rosaura. Caro don Alonso, vi supplico a ritirarvi.

Alonso. Perchè, adorata Rosaura, mi allontanate da voi?

Rosaura. Perchè temo d’essere da mio padre sorpresa.

Alonso. Il signor Pantalone è un uomo saggio e ben nato. Sa ch’ io sono un uffiziale d’ onore, né può rimproverarvi perchè io stia in vostra conversazione.

Rosaura. Egli, per dir il vero, ha tutto il buon concettto di voi. Vi stima infinitamente, e parla sovente del vostro merito e della vostra onestà. L’ ho sentito più volte ringraziare la sorte che la nostra casa sia stata destinata a voi di quartiere ; poi- [p. 262 modifica] che in tre mesi che ci onorate della vostra presenza, non ab- biamo avuto che grazie, cortesie e vantaggi.

Alonso. Il signor Pantalone ha della bontà per me ch’io non merito, e questo ci garantisce da quei rimproveri che voi temete.

Rosaura. Ah, don Alonso, è stato avvelenato il piacere della nostra pacifica corrispondenza. Mio padre, che riposava assai quietamente sopra la vostra e la mia condotta, è stato posto in sospetto da chi ha invidia della mia fortuna.

Alonso. Ebbene, si deludano i nostri nemici.

Rosaura. In qual guisa?

Alonso. Rendendo pubblico il nostro amore. Sappia il vostro ge- nitore ch’io v’amo, ch’io vi desidero per mia sposa. (’) Siami allora permesso il ragionarvi, il vagheggiarvi senza riserve, e si maceri dall’ invidia chi aspira forse al possesso delle vostre bel- lezze.

Rosaura. Voi mi consolate. Son certa che mio padre incontrerà con giubilo la fortuna di un genero di tanto merito, e a lui SI caro. Ma... oh cieli! Lasciate (2) ch’io vi dica non essere tutto ciò bastante a rendermi pienamente contenta.

Alonso. Che vorreste di più, mia cara? Che mai si oppone alla vostra quiete?

Rosaura. (3) Penso ai pericoli della guerra : penso all’ instabilità del vostro soggiorno : penso che potreste essere costretto a lasciarmi, prima di concludere le nostre nozze.

Alonso. Prevengasi dunque ogni avverso destino, e si concludano in questo giorno.

Rosaura. Sì, si concludano ... Ma ... aimè ! Chi m’ assicura (4) che breve troppo non abbia a essere il piacere d’avervi meco?

Alonso. Termmata la guerra, verrete meco in Ispagna.

Rosaura. Ah! finché dura la guerra, non avrò un momento di bene.

Alonso. Parlasi con fondamento di una vicina pace. I frequenti (1) Segue nell’ed. Paperini : Abbia egli da me la mia fede; siami ecc. (2) Pap.: Don Alonso, lasciale. (3) Precede nell’ed. Pap.: // vostro militare esercizio. Penso ai ecc. (4) Pap,: Poiché saran concluse, chi mi assicura. [p. 263 modifica] corrieri che giungono dalla Corte al General Comandante, e la lentezza con cui egli procede a vista dell’ inimico, è un certo segno del vicino accomodamento. Qui non si parla di marce, qui non si vedono disposizioni a novità alcuna. Rasserenatevi, Ro- saura mia, state lieta, amatemi, e sperate (•) quella felicità ch’io di goder mi prefiggo.

Rosaura. Secondi il cielo le vostre intenzioni, e dia quella pace al mio cuore, che lo può render contento.

SCENA 11.

Don Garzia e detti.

Garzia. Amico, buon prò vi faccia.

Rosaura. Come, signor tenente? Chi vi ha permesso inoltrarvi?

Garzia. Oh bella ! Per venir a trovare un uffiziale mio camerata, avrò bisogno di far precedere un’ ambasciata ?

Rosaura. Queste non sono le di lui camere.

Garzia. Saranno le vostre (2) ; noi altri uffiziali stiamo volentieri nelle camere delle padroncine di casa. Il quartier mastro ci prepara 1 alloggio, e noi ci troviamo la conversazione.

Rosaura. Don Alonso, se avete affari col vostro amico, potete condurlo nel vostro quarto.

Alonso. Don Garzia, favorite di venir meco.

Garzia. Quello che vi ho da dire consiste in due parole, e ve le posso dire ancor qui. Molto riservata signora mia, sappiate che fra noi altri uffiziali non ci prendiamo soggezione l’ uno dell’ altro.

Alonso. Ebbene, che mi dovete voi dire?

Garzia. Che il comandante ci ha intimata la marcia, che avanti sera saremo tutti sull’armi, ed ecco in iscritto l’ordine che mi ha dato, e per voi, e per me, il nostro sergente.

Rosaura. (Oh me infelice!) . (da sé)

Alonso. Perchè sull’ armi di sera ? (3) (1) Pap.: e sperale dell’ amor nostro. (2) Segue nell’ed. Pap.: Già lo so; Voi altri ecc. (3) Pap. aggiunge: Perchè sull’armi di sera? [p. 264 modifica]

Garzia. Se faceste meno all’ amore, e vi lasciaste vedere ai ridotti, sapreste meglio le novità. Dicesi abbia una spia riferito, che l’ini- mico abbia divisato sorprendere nella ventura notte quel corpo di nostra truppa, che guarda il monte. Tenderà dunque la nostra marcia a difendere i nostri, e deludere i disegni dell’ avver- sario.

Rosaura. (1) Se s’incontrano i vostri coi nemici, si batteranno?

Garzia. (2) Per qual motivo siamo noi qui ? Non si sa che abbiam da combattere?

Rosaura. (Oh cielo!) (da sé)

Alonso. Eh ! se l’ inimico saprà essere scoperte le di lui trame, non uscirà dalle sue trinciere. Non è in istato di venire a bat- taglia.

Garzia. Si, sì, lusingatevi pure. Io son di parere che ci daremo una pettinata solenne.

Rosaura. Don Alonso ... (sospirando)

Alonso. Via, serenatevi ... non sarà così ...

Garzia. Piangete, eh ! Capperi, siete cotta davvero. Mah ! Vi vuol pazienza. Consolatevi, che a piangere non siete sola. Io avanti sera con questa nuova ne faccio piangere almeno sei.

Rosaura. (Ah, che già previdi la mia sventura !) (da sé)

Garzia. Animo, animo, signor alfiere, andatevi a preparare (3), vi- sitate le vostre armi, e disponetevi alla partenza.

Alonso. La marcia non è per ora.

Garzia. Volete aspettare all’ultimo momento? Via, spicciatevi e venite meco alla piazza. I vostri amici vi attendono.

Alonso. A far che?

Garzia. A giocare, a bere delle bottiglie, a ridere delle avven- ture amorose, che in questo nostro quartiere accadute ci sono.

Alonso. Dispensatemi ; già lo sapete, io non sono portato per al- cuno di tali divertimenti. Vv Garzia. Povero giovane ! Siete iiuiamorato, eh ? Non avete ancora imparato a fare all’amore alla militare. Eh via, che delle ra- (I) Precede nell’ed. Pap.: Dite, signor ieiìente, può succedere qualche allocco ? (2) Pre- cede neir ed. Pap.: Che graziosa dimanda I (3) Pap.: ondale o metlere le gambiere. [p. 265 modifica] gazze se ne trovano da per tutto ; signora, perdonatemi, io non pretendo farvi ingiuria ; già anche voi altre fate lo stesso. Par- titi che siamo noi, vi attaccate ai vostri paesani.

Rosaura. Voi sarete avvezzo a trattare con delle frasche. Garzi A. Sì, con delle vostre pari ...

Rosaura. Don Alonso ...

Alonso. Don Garzia, troppo arditamente parlate.

Garzia. Niuna femmina mi ha detto tanto, e voi non dovete sof- frire che ad un uffiziale vostro cimico si dicano delle imper- tinenze.

Alonso. Voi l’ avete ingiuriata, e quando anche ciò non fosse accaduto, un uomo onesto non si offende per così poco.

Garzia. Io non mi lascio perder il rispetto dalle pettegole.

Rosaura. Signor tenente, voi vi avanzate troppo.

Alonso. Sì, troppo vi avanzate. A una figlia onesta e civile, a una figlia che io stimo ed amo, voi dovete portar rispetto.

Garzia. Come! Vi riscaldate cotanto per una scioccherella? (’)

Alonso. Don Garzia (2), venite fuori di questa casa.

Garzia. Sì, andiamo. Non ho paura di voi. (3) (parte

SCENA III.

Don Alonso e Rosaura.

Rosaura. Ah, don Alonso...

Alonso. Lasciatemi.

Rosaura. Deh, se mi amate ...

Alonso. Lasciatemi, dico.

Rosaura. ^ La vostra vita...

Alonso. E difesa dalla mia spada.

Rosaura. Oh cieli! Non vi cimentate.

Alonso. L’ onor mio ... l’ onor vostro ... RoSAUF^. Non può ripararsi altrimenti?

Alonso. Vuò lavarne la macchia col sangue del temerario. (1) Pap.: per una scioccherella di donna? Siete giovine^ siete pazzo. (2) Pap.: A me questo? Don Garzia ecc. (3) Pap. aggiunge: Venite a battervi per questa bella sudiciuola. [p. 266 modifica]

Rosaura. Potete spargere il vostro.

Alonso. Si sparga, ma si vendichi l’ onta.

Rosaura. No, caro ...

Alonso. Ah ! ... Rosaura ... trattenere non posso gli stimoli del- l’ ira mia. (parU)

Rosaura. Numi (0, a voi raccomando la vita dell’ idol mio.

SCENA IV.

Pantalone e Rosaura.

Pantalone. Coss’ è ? Cossa gh’ aveu ? Per cossa pianzeu ?

Rosaura. Ah, signor padre ...

Pantalone. Via, cossa xe sta?

Rosaura. (Oh cieli ! Se dico piangere per il periglio di don Alonso, vengo ad iscoprire l’ affetto mio). (da jè)

Pantalone. Qua ghe xe qualcossa de grando. Pianzè? No parie? Cossa xe sto negozio? ROSAUFL^. Piango, perchè stata sono ingiuriata.

Pantalone. Ingiuriada? Da chi? Come?

Rosaura. Don Garzia mi ha offeso?

Pantalone. Chi ? el sior tenente ?

Rosaura. Egli stesso, quel prosontuoso.

Pantalone. Cossa v’ alo dito ? Cossa v’ alo fatto ?

Rosaura. Deh, signor padre ... accorrete ...

Pantalone. Dove?

Rosaura. Don Garzia si batte con don Alonso.

Pantalone. Ma dove?

Rosaura. Saranno poco lontani.

Pantalone. Per cossa se baiteli?

Rosaura. Per l’ impertinenze a me dette da don Garzia. Signor padre, presto accorrete ... impedite ...

Pantalone. Gh’ ave una gran premura, patrona.

Rosaura. Non vorrei esser io cagione della morte d’ uno di loro. (1) Pap.: Oh cieli! Don Atomo, anima mia! Numi ecc. [p. 267 modifica]

Pantalone. Come xela stada?

Rosaura. Don Garzia mi ha insultato.

Pantalone. Come? RoSAUE^. Oimè ... con parole offensive.

Pantalone. Cossa v’alo dito?

Rosaura. Lo saprete poi ; andate, signor padre ...

Pantalone. Come ghe intra el sior don Alonso?

Rosaura. Ha prese le mie parti.

Pantalone. Con che rason?

Rosaura. Perchè don Garzia mi offendeva. Ah, signor padre, si battono.

Pantalone. Se i se batte, che i se batta. Don Garzia cossa v’alo dito?

Rosaura. La cosa è lunga.

Pantalone. Mi no gh’ ho gnente da far ; contèmela.

Rosaura. Ma gli uffiziali si feriranno ...

Pantalone. A so danno. Voi saver come che la xe.

Rosaura. Oh cielo!

Pantalone. Cossa gh’è?

Rosaura. Non posso più !

Pantalone. Rosaura.

Rosaura. Io moro. (sviene)

Pantalone. Oh poveretto mi ! Rosaura, fla mia ... Corallina, dove seu ? Corallina ... (chiama

SCENA V.

Corallina e detti.

Corallina. Signore, eccomi.

Pantalone. Presto, acqua, aseo (a). COFO^LLINA. Che cosa è stato?

Pantalone. No vede? Rosaura in accidente.

Corallina. Poverina!

Pantalone. Mo via, soccorrala ; no perdemo tempo. (a) Aceto. [p. 268 modifica]

Corallina. Ecco (0 l’acqua della Regina. (la bagna)

Pantalone. Oibò, no femo gnente. Presto dell’acqua fresca. Ar- lecchin. (chiama

SCENA Vi.

Arlecchino e detti.

Arlecchino. Sior. (di dentro)

Pantalone. Presto, porta dell’ acqua fresca.

Arlecchino. Sior sì, subito. (di dentro)

Pantalone. Corri.

Arlecchino. Vegno. (di dentro)

Pantalone. Ma subito.

Arlecchino. Son qua. (viene correndo con un boccale di acqua ; casca e lo rompe)

Pantalone. Oh, tocco de strambazzo!

Arlecchino. Ma se ...

Pantalone. Tasi là.

Corallina. E con questo strepito non rinviene ; adesso, adesso. (parte, poi torna)

Pantalone. Dell’ acqua, presto. (ad Arlecchino)

Arlecchino. Sior sì, subito. (parte, poi toma)

Pantalone. Vardè, i me lassa solo. Corallina. (chiama)

Corallina. Eccomi coli’ aceto.

Pantalone. Bagnela sotto el naso.

Corallina. La bagno, ma non facciamo niente.

Pantalone. Te digo che la voi esser acqua. Arlecchin, presto.

Arlecchino. Son qua. (con una secchia piena d’acqua)

Pantalone. Perchè col secchio?

Arlecchino. Per far presto.

Pantalone. Dà qua. (mostra di spruzzar l’acqua nel viso di Rosaura)

Corallina. Non facciamo niente.

Pantalone. Gnente.

Arlecchino. Lasse far a mi. (1) Pap.: Ecco, ecco l’acqua ecc. [p. 269 modifica]

Pantalone. Cossa farastu ?

Arlecchino. Siora Rosaura. (la chiama forte nell’orecchio)

Pantalone. Va via de qua.

Corallina. Par morta.

Pantalone. Oh poveretto mi!

SCENA VII.

Don Alonso e detti.

Alonso. Che cosa e’ è, signor Pantalone ?

Pantalone. Ah sior don Alonso, la mia povera putta in acci- dente, e no la poi revegnir.

Alonso. Povera signora Rosaura! che cosa è stato? (s’accos/a a Rosaura)

Rosaura. Ahi ! (rinviene un poco)

Pantalone. Oe? la revien.

Alonso. Animo, signora Rosaura.

Rosaura. Oimè ! (rinviene un poco più)

Pantalone. Pia mia.

Corallina. Signor padrone.

Pantalone. Cossa ghè?

Corallina. Getto via quest’ aceto.

Pantalone. Perchè?

Corallina. Perchè quello di don Alonso è più forte del nostro, (parte)

Arlecchino. Sior patron.

Pantalone. Cossa vustu?

Arlecchino. Porto via l’acqua.

Pantalone. Portala pur.

Arlecchino. Al mal de vostra fiola ghe voi altro che acqua fresca. (parte

SCENA Vili.

Rosaura, dori Alonso e Pantalone.

Alonso. Via, signora Rosaura, fatevi coraggio.

Rosaura. Dove sono?

Pantalone. Pia mia, come stastu? [p. 270 modifica]

JTTO PRIMO

Rosaura. Meglio ... Vi siete battuto ? (a don Alonso)

Alonso. Sì.

Pantalone. Cossa xe sta, perchè te xe vegnìi mal? (a Rosaura)

Rosaura. Non lo so. Siete ferito? (a don Alonso)

Alonso. No.

Pantalone. Te sentistu altro?

Rosaura. Signor no ; l’altro è ferito ?

Alonso. Sì.

Rosaura. Oimè.

Pantalone. Cossa gh’astu?

Rosaura. Niente. Dove è ferito?

Pantalone. Parla con mi.

Rosaura. Dove ? ...

Pantalone. Cossa dove ?

Rosaura. Don Garzia è ferito.

Pantalone. A so danno, cossa t’ importa a ti ?

Rosaura. Don Alonso, di voi che sarà?

Alonso. Non temete, non sarà nulla.

Rosaura. (Misera me!)

Pantalone. Ti pianzi? Tomemio da capo?

Rosaura. (Il cuor mi predice qualche sventura).

Pantalone. (Mi no so cossa sia sto negozio ; sto pianzer, sto parlar sotto ose, sto vardar el sior alfler, no me piase gnente. Ho paura che sia vero quel che me xe sta dito). (da sé)

Alonso. (Non vi affliggete, cara. L’ ho ferito in un braccio, non sarà nulla). (piano a Rosaura)

Rosaura. (Ma sempre colla spada in mano). (piano ad Alonso)

Pantalone. (Eh ! qua ghe xe dei radeghi). (da se) Sior alfler, se la se contenta, ghe vorave dir una paroletta. (a don Alonso)

Alonso. Eccomi a’ vostri cenni.

Rosaura. (Ah, mio padre si è insospettito). (da sé)

Pantalone. Ande via, siora ; andè in t’ un’ altra camera.

Rosaura. Mi sento male.

Pantalone. Andeve a buttar sul letto.

Rosaura. Sola ? ... (a don Alonso (a Rosaura (a don Alonso (a Rosaura (a Pantalone, distratta (a Pantalone (da sé, piange (da sé [p. 271 modifica]

Pantalone. Come sola?

Rosaura. Voglio dire, anderò sola in camera? Non mi posso reggere in piedi.

Pantalone. Chiame Corallina, e feve dar man.

Rosaura. Oh cielo!

Alonso. Via, signora Rosaura, fatevi animo. Andate a riposarvi. (Lasciatemi solo con vostro padre). (piano a Rosaura)

Rosaura. (Abbiate compassione di me). (piano a don Alonso)

Pantalone. E cussi, andeu? (a Rosaura)

Rosaura. Vado, (i) (parte

SCENA IX.

Don Alonso e Pantalone.

Pantalone. Sior don Alonso mio caro, la vegna qua, e parle- mose schietto ; anca mi son sta omo del mondo, e so qual- cossa, e cognosso el tempo. No vorria che stando in casa mia ...

Alonso. Signore, so quel che volete dirmi. Voi dubitate ch’ io cimi la vostra figliuola, ed io vi assicuro che non v’ ingannate ne’ vostri dubbi. Si, io l’ amo ; e ve la domando in consorte (2).

Pantalone. Mi no so cossa dir. Qua su do pie ... non posso ri- solver ... no posso dirghe né sì, ne no.

Alonso. Favorite dirmi che obbietti avete in contrario.

Pantalone. La vede ben : no gh’ ho altro che sta unica fia ... No gh’ho genio de mandarla con un militar.

Alonso. Terminata la presente guerra, vi do parola da cavaliere di rinunziar la bandiera. Ritirandomi dalle truppe nel bollore della campagna, sarei criticato. Direbbero ch’ io mi sottraggo per codardia dai pericoli, per viltà dai disagi.

Pantalone. Aspettemo che fenissa la guerra, e co l’avrà rinun- zia la carica militar, parleremo de mia fia. (I) Pap. aggiunge; (Caro queW alfierino ! S’ ci sarà mio marito, non lascerò certa- mente che faccia duelli). (2) Pap.: Sì, io V amo ; perdonate se offesa è in qualche modo coir amor mio la vostra ospitalità; intendendo di rendervi soddisfazione e di appagare il mio cuore, chiedendola a voi per isposa. [p. 272 modifica]

Alonso. Ah no, signor Pantalone ; vi supplico, vi scongiuro, accorda- temi adesso la vostra figlia, concedete ch’io possa darle la mano.

Pantalone. E pò, se una cannonada ve porta via gloriosamente la testa, cossa voleu che lazza la mia povera putta ?

Alonso. Tornando in libertà, potrà dispor di se stessa.

Pantalone. E se la restasse con un putello?

Alonso. Sarà l’ erede de’ miei beni.

Pantalone. Ma de quai beni? Va se spagnolo, e nu semo in Italia; compatirne, se tratta de una mia fia. Credo che siè nobile, credo che siè ricco, credo che siè libero, ma no so gnente de certo, e no vorave che un zorno ...

Alonso. Come ! Si mette in dubbio l’ esser mio, la mia onestà, la mia fede? Un uffiziale onorato non è capace di fingere, d’ imposturare. Il vostro dubbio m’ offende, la vostra diffidenza è un insulto. Giuro al cielo, l’amore di vostra figlia vi garan- tisce dall’ ira mia. Non soffrirei tale ingiuria da chicchessia.

Pantalone. Caro sior alfier, no la se scalda ...

Alonso. Non mi toccate neir onor mio.

Pantalone. Finalmente bisogna considerar ...

Alonso. Non mi levate il cuore di vostra figlia.

Pantalone. Donca la voi ...

Alonso. Non la voglio, ve la chiedo.

Pantalone. Ma se ghe la negasse ...

Alonso. Con che ragione negarla ? Con qual pretesto ? Perchè ? Dite, perchè ?

Pantalone. Gnente, sior offizial. La lassa almanco che parla con mia fia.

Alonso. Parlate : è giusto. E s’ ella è contenta, me la concedete voi ?

Pantalone. Vederemo.

SCENA X.

Don Sancio e detti, ed un Caporale.

Sancio. Nipote, ho da parlarvi. (a don Alonso)

Alonso. Sono a’ vostri comandi.

Pantalone. Pazzo umilissima reverenza al sior capitanio. [p. 273 modifica]

Sancio. Signor Pantalone, vi riverisco. Permettetemi ch’ io possa parlare a mio nipote con libertà.

Pantalone. La se comoda. Bondì a vossustrissima.

Alonso. (Signor Pantalone, ci siamo intesi).

Pantalone. Ho capìo. (El voi mia fia ; e se no ghe la dago ... No so quel che ho da far; ghe penserò). (da sé, parte

SCENA XI.

Don Sancio e don Alonso, ed il Caporale.

Sancio. Nipote, sapete voi la cagione per cui son qua venuto?

Alonso. Me la immagino. Voi siete venuto a rimproverarmi a causa di don Garzia.

Sancio. Son venuto ad intimarvi l’ arresto.

Alonso. L’arresto? Per qual motivo?

Sancio. Perchè sfidato alla spada il vostro tenente, lo avete an- che ferito.

Alonso. Egli mi ha provocato. (I)

Sancio. Don Alonso, so tutto. Per una donna non si mette a repentaglio l’ onore.

Alonso. Difender le donne è azione da cavaliere.

Sancio. Non impicciarsi con donne è il dovere del buon soldato. Quella spada che al fianco cingete, avete giurato d’ adoperarla in servizio del vostro Re, in difesa dell’ insegna reale : rende- tela alle mie mani.

Alonso. Eccola. (gli dà la spada, e la riceve uri caporale)

Sancio. Andate in arresto.

Alonso. Obbedisco. (vuol partire)

Sancio. Dove v’ incamminate ?

Alonso. Alle mie camere.

Sancio. Non ci stareste malvolentieri in questa casa arrestato.

Alonso. Come? In arresto fuori del mio quartiere? (I) Segue nel!’ ed. Pap.: « Sane..Sì ? Quali ingiurie vi ha dello ? Alon. Mi ha detto giovine, con disprezzo. Sìbc. L’ offesa è leggera. A\on. Mi disse pazzo. Sane. Dubito ch’ ei dica il vero. Alon. Perchè, signore ? Sane. Don Alonso, so tutto ecc. » [p. 274 modifica]

Sancio. Dovete passar nel mio.

Alonso. Per qual ragione?

Sancio. Il generale ve lo destina per carcere.

Alonso. Ah don Sancio ! quest’ è troppo.

Sancio. Obbedite al comando.

Alonso. Bene; verrò innanzi sera.

Sancio. Ora dovete andarvi.

Alonso. Come ! cosi si trattano gli uffiziali ?

Sancio. Tacete, incauto, ed apprendete a rispettare gli ordini de’ superiori vostri : uscite subito di questa casa, passate immedia- tamente alla mia.

Alonso. Andate, ch’io vi seguo.

Sancio. No, precedetemi.

Alonso. Lasciatemi congedare da’ padroni di casa.

Sancio. Farò io col signor Pantalone le vostre parti.

Alonso. Ma ... il mio bagaglio ?

Sancio. Io ne prenderò cura. Andate.

Alonso. Questa è una crudeltà.

Sancio. La vostra è troppa arditezza. Don Alonso, non vi fidate, perchè io sia vostro zio. Chi serve il Sovrano, dee spogliarsi d’ogni parzialità. Obbedite al comando, o in me avrete un nemico.

Alonso. Ah don Sancio, abbiate compassione di me.

Sancio. Sì, vi compatisco ; ma faccio il mio dovere, e vi solle- cito a fare il vostro. Sapete voi stesso quanto sia grande e quanto sia necessario in un esercito il rigor delle leggi. Guai a noi, se si potesse violare quella subordinazione, che ci tiene tutti soggetti. Quanto durerebbe un’ armata, se fosse lecito agli uffiziali il battersi impunemente fra loro ? Quali disordini na- scerebbero, se si lasciasse libero il corso alle disordinate pas- sioni? Obbedite al comando, arrossite di meritar il castigo, e non ardite di preterire, per quanto vi può esser caro l’ onore.

Alonso. (Ah, pazienza ! Rosaura, oh cielo ! chi sa, se ci vedre- mo mai più). (da sé, parte)

Sancio. Povero giovine ! mi fa pietà. Ma la militar disciplina vuol rigore, vuol severità, vuol giustizia. (parte [p. 275 modifica]

SCENA XII.

Piazza col Corpo di guardia, ed una tavola con vino e denari. Brighella con divisa. Due Caporali e soldati. Si suona il tamburo.

Brighella. Me manca ancora quattro omeni a ridur completa la compagnia del nostro capitanio ; se podessimo farli avanti de marciar, la saria una bella cossa. CapoRALL Li faremo. Abbiamo la libertà in questo paese di poter reclutare. Li faremo.

Brighella. Sti paesani i è furbi come el diavolo.

SCENA XII!.

Arlecchino e detti.

Arlecchino. Non vedo l’ ora che vada via sti soldadi. Ogni dì da Corallina ghe ne trovo qualchedun da novo. La dis che la me voi ben, la dis che no me dubita: ma sti mustacchi i me fa paura. (51 suona il tamburo, ed i soldati fanno allegria)

Arlecchino. Bravi ! pulito ! o che bella cossa ! o che bella con- verscizion !

Brighella. Amigo, alla vostra salute.

Arlecchino. Bon prò ve fazza.

Brighella. Favori, vegiù avanti.

Arlecchino. Grazie.

Brighella. Se comande, sé patron. AriìCCHINO. Riceverò le vostre finezze.

Brighella. Presto, deghe da bever.

Caporali. Prendete, amico, mangiate e bevete.

Brighella. E che se stia allegramente. (cantano (Arlecchino mangia, heoe e canta con i soldati.)

Brighella. Cossa diseu? Ve piasela sta bella allegria? (a^/ .«4 r/eccAino)

Arlecchino. Se la me pias ? E come ! Ma chi seu vucJtri siori ?

Brighella. Semo soldadi.

Arlecchino. Soldadi? E i soldadi i fa sta bella vita? [p. 276 modifica]

Brighella. Sempre cussi, sempre allegramente. Vu che mestier feu ?

Arlecchino. Fazz el servitor.

Brighella. Poverazzo ! sfadigherè tutto el zomo.

Arlecchino. Come un aseno, sior.

Brighella. Magnerè poco.

Arlecchino. Ho sempre fame.

Brighella. No gh’ avere mai libertà.

Arlecchino. Mai.

Brighella. Eh, vegnì a star con nualtrì.

Arlecchino. Oh magari!

Brighella. Qua gh’ avere da magnar e da bever ; sarè calza e vestido ; no pagherè fitto de casa, avere dei denari, sarè re- spettà, viazzerè, vedere el mondo, ve devertirè, e fora de qual- che sentinella e de un poco de esercizio, no gh’ avere gnente a sto mondo da far.

Arlecchino. Oh che bella cossa ! Ma ... i dis che i soldadi i va alla guerra, e alla guerra se mazza. No vorria che me toccasse sto beli’ onor.

Brighella. Eh giusto ! Semo soldadi anca nu, e semo qua, e semo stadi alla guerra ; e no semo morti, e stemo allegramente. A- nimo, alla vostra salute. (beve)

Caporali. V^olete venir a stare con noi ? Se volete, animo, que- sto è un abito.

Brighella. Cossa gh’aveu nome?

Arlecchino. Adecchin Battocchio.

Brighella. Animo, sior Arlecchin, voleu che scriva el vostro nome su sto libro?

Arlecchino. Scrivalo pur.

Brighella. Son qua. (scrive) Arlecchino Battocchio rimesso sol- dato ecc. Voleu denari?

Arlecchino. Se me ne dare, i torrò.

Brighella. Ve contenteu de un felippo?

Arlecchino. Sior sì, me contento.

Brighella. Tolè ; animo, putti, vestilo, (vestono Arlecchino da soldato) Seu contento? [p. 277 modifica]

Arlecchino. Contentissimo.

Brighella. Ho gusto. Stè qua, no ve partì ; vado a avvisar el nostro capitanio.

Arlecchino. Saludèlo da parte mia. BrighelL-A. Volentiera. (Caporal, ve lo consegno ; vardè che noi se slontana). (parte)

Arlecchino. Animo, bevemo, stemo allegramente. (canta

SCENA XIV.

Corallina e detti.

Corallina. (Come! Arlecchino soldato?) (I) (da sé)

Arlecchino. Corallina, allegramente. Ah ! cossa te par ? Fazzio bona figura?

Corallina. Bravo. E questa la parola che data mi hai di spo- sarmi?

Arlecchino. E perchè no te possio sposar?

Corallina. Uno di questi giorni marcered coli’ armata, e mi pian- terai.

Arlecchino. Oh bella ! Ti marcerà anca ti coli’ armada. (2)

Corallina. No, no, se sei pazzo tu, non son pazza io. Vattene, ch’ io più non ti voglio.

Arlecchino. Ah cagna ! cussi ti me abbandoni ?

Corallina. Perchè farti soldato?

Arlecchino. Per magnar e bever, (3) esser vestido, calzado, e no far gnente a sto mondo.

Corallina. Povero sciocco, te n’ accorgerai.

Arlecchino. Me n’accorzerò? Mo per cossa?

Corallina. L’ mvemo colla neve e l’estate col sole starai sulle mura collo schioppo in ispalla : Chi va là ? Dormirai sulla pa- glia, faticherai a far l’ esercizio, e se fallerai, saranno bastonate. (1) Pap.: Arlecchino si è fatto soldato? (2) Segue nell’ed. Pap.; « Cor. Sei stato tanto geloso, perchè parlavo con qualche soldato, e soffriresti poi di vedermi in mezzo ad un’ armata ? Ari. Te dirò, dopo che son deventà soldo, m’ è andada via tutta la gelusia. Cor. No no, se sei ecc. > (3) Pap. aggiunge: e star allegro. [p. 278 modifica]

Arlecchino. Bastonade?

Corallina. E di che sorta ! E poi anderai alla guerra, a peri- colo di perder un braccio, (0 o di perder un occhio, o di perder la testa.

Arlecchino. La testa? No voi alter soldado.

Corallina. Caro Arlecchino, se mi avessi voluto bene, non avresti fatta questa risoluzione.

Arlecchino. Gnente, ghe remedio subit, ghe dagh indrè la so roba, e desf ogni cosa.

Corallina. Sì, caro Arlecchino, mettiti in libertà.

Arlecchino. Va a ca, aspettarne, che adesso vegno.

Corallina. Guarda di non mi burlare.

Arlecchino. Ti vederà.

Corallina. (Povero Arlecchino ! gli voglio bene. Un marito sciocco come lui non lo trovo, se lo cerco per tutto il mondo). (da sé, parte)

Arlecchino. Alla guerra ? Perder la testa ? Perder Corallina ? Oh, no vói alter. Sior caporal, una parola.

Caporale. Che cosa volete?

Arlecchino. Tolì el voster abit, tolì el voster felippo, e no voi alter da vu.

Caporale. Come ! siete pazzo ?

Arlecchino. Ve digh che no voi alter.

Caporale. Siete rimesso, siete nel ruolo, avete avuto l’ ingaggio, avete avuta la montura, non è più tempo di dir non voglio.

Arlecchino. O tempo, o no tempo, tegnì el voster vestido. (vuole spogliarsi Capof^LE. Giuro al cielo, non vi spogliate.

Arlecchino. e mi me voggio spoiar.

Caporale. Vi bastonerò.

Arlecchino. Chi bastonerì?

Caporale. Voi.

Arlecchino. Sangue de mi, ve pelerò i mustacchi. (1) Segue nell’ed. Pap. : ^ Ari. Eh, ghe n’ho do. Cor. O di perder un occhio. Ari. Ghe n’ ho do. Cor. O di perder la lesta. Ari. Oh, la letta mo l’è una sola. No eòi ecc. ». [p. 279 modifica]

Caporale. Ah disgraziato ! Perdere il rispetto al caporale ? Sol- dati, presto, mettetelo sulla panca.

Arlecchino. Aiuto. (/ soldati lo stirano sulla panca, e il caporale lo bastona)

Caporale. Camerata, a voi. (un altro caporale lo bastona)

Arlecchino. (5/ raccomanda.)

Caporale. Alzati. (ad Arlecchino)

Arlecchino. Ah, che son tutto rotto.

Caporale. Presto, fa il tuo dovere.

Arlecchino. Ah, che el me preterit l’è imperfetto.

Caporale. Animo, dico.

Arlecchino. Coss’oia da far mi, poveretto? Due Caporali. Avete da ringraziare chi vi ha bastonato.

Arlecchino. Ringraziare? Ah, che sieu maledetti!

Caporale. Mettetelo sulla panca. Due Caporali. Altre cinquanta bastonate.

Arlecchino. Pietà, misericordia.

Caporale. Fate il vostro dovere. (ad Arlecchino)

Arlecchino. Sior caporal ... la ringrazio ... delle bastonade ... che la m’ha favorido. (Possa esser appicado per man del boia), (da sé) Anca eia, sior soldado ... Due Caporali. Soldato? Son caporale. (gli dà una bastonada)

Arlecchino. Ho capido. La ringrazio : prego el cielo la benedissa (e ghe fazza romper i brazzi). (da sé)

Caporale. Conducetelo al quartiere. (a’ soldati Due Caporali. Imparerai a portare rispetto ai tuoi superiori. (partono lutti)

SCENA XV.

Camera in casa di Beatrice. Don Garzia. Se tomo di quartiere in questa città, Rosaura l’ ha da scontare. Non son chi sono, se non la faccio piangere amaramente. Don Alonso mi ha ora leggermente ferito : ma può essere ch’ io [p. 280 modifica] un’ altra volta gli misuri la spada al petto. (’) Pazzo, pazzissimo è don Alonso ; egli s’ innamora come una bestia, e pena nei distaccarsi dalle sue belle. Io cill’ incontro con quanto piacere acquisto un’ innamorata, con altrettanta indifferenza la lascio. Ecco la mia padrona di casa, che si dà ad intendere d’aver il possesso di tutto il mio cuore. Ora è tempo di disingan- narla.

SCENA XVI.

Beatrice e detti.

Beatrice. Don Garzia, è egli vero che vi siete battuto?

Garzia. Si, signora, e son rimasto ferito.

Beatrice. O cielo! Dove?

Garzia. In un braccio.

Beatrice. Per qual causa vi cimentaste?

Garzia. Per una donna. r Beatrice. Per una donna?

Garzia. Mah! le belle donne ci faruio precipitare.

Beatrice. Io non vi ho mai posto in verun pericolo.

Garzia. Oh, in quanto a voi la cosa è diversa.

Beatrice. Non poteva io, se stata fossi una frasca, dar retta a quelli che m’ insidiavano ?

Garzia. Si ; perchè non l’ avete fatto ?

Beatrice. Per essere a voi fedele.

Garzia. Mi dispiace che per causa mia abbiate perduto il vo- stro tempo.

Beatrice. Anzi l’ho molto bene impiegato, amandovi costantemente.

Garzia. lo l’ ho impiegato molto meglio di voi.

Beatrice. Perchè?

Garzia. Perchè ne ho amate sei in una volta.

Beatrice. Voi scherzate.

Garzia. Dico (2) davvero. E se volete sapere chi sono, ve lo dirò.

Beatrice. Voi lo fate per tormentarmi. 1 (I) Pap. aggiunge: Era in mia mano anche oggi l’ ucciderlo, e per risparmiare la cita j a lui, sono rimasto ferito io. Pazzo ecc. (2) Pap.: Anzi dico. [p. 281 modifica]

Garzia. No, faccio per dirvi sinceramente tutti li fatti miei. Sen- tite, e ditemi se sono di buon gusto.

Beatrice. (Ah, fremo di gelosia !) (da sé)

Garzia. Una è donna Aspasia, la figlia di quel dottore ignorante a cui, per aver libertà, ho dato ad intendere che lo farò es- sere auditore del reggimento. Un’ altra è donna Rosimonda, la quale mi ha caricato di finezze, ed io non ho fatto altro per lei, che farle avere la cassazione d’ un soldato. La terza è quella ridicola di donna Aurelia, colla quale cenavo quasi tutte le sere. La quarta è una mercantessa, che voi non conoscete; costei darebbe fondo al fondaco di suo manto, per avere l’o- nore di esser servita da un uffiziale. Le altre due sono gio- vani di basso rango : una cugina d un caporale, che in grazia sua è diventato sergente ; e l’ altra figlia d’ un sergente strop- piato, a CUI ho fatto ottenere un posto nell’ospitale.

Beatrice. Bravo, signor tenente, ed io ...

Garzia. E voi siete la settima che in questa piazza ho avuto r onore di servire.

Beatrice. Ah, voi mi avete tradita.

Garzia. Tradita ? Come ? Che cosa vi ho fatto ?

Beatrice. ^ Avete giurato d’ amarmi.

Garzia. È vero, e vi ho mantenuta la parola, e vi ho amata.

Beatrice. Come potete dire d’ avermi amata, se con sei altre vi siete divertito?

Garzia. Oh, la sarebbe bella che si dovesse amare in questo mondo una cosa sola ! lo amo le donne, amo gh amici, amo i cavalli, amo la bottiglia, amo la tavola, amo la guerra, amo cento cose, e dubitate che non abbia avuto dell’ amore anche per voi?

Beatrice. Che parlare è il vostro? Confondete le donne con i cavalli, colla guerra, colle bottiglie?

Garzia. L’ uso che se ne fa è diverso : ma l’ amore che io sento per tutte queste cose, è lo stesso.

Beatrice. Dunque voi provaste per me l’amore istesso che pro- vate per un cavallo? [p. 282 modifica]

Garzi A. Sì, signora.

Beatrice. Andate, che siete un pazzo.

Garzia. Questo me l’ hanno detto dell’ altre donne ; può essere che sia la verità.

Beatrice. Siete un perfido, un infedele.

Garzia. Oh, questo non me l’ ha detto altri che voi.

Beatrice. Avete mai serbato fede a veruna?

Garzia. Con tutte ho fatto l’istesso.

Beatrice. E non siete un infedele?

Garzia. No, perchè non ho mancato mai di parola.

Beatrice. Avete mancato a me crudelmente.

Garzia. Perchè?

Beatrice. Non mi avete promesso il cuore?

Garzia. Sì, ma non tutto.

Beatrice. Perfido ! Di una parte non so che farne.

Garzia. Scusatemi, siete un poco troppo indiscreta (’).

Beatrice. Ma perchè oggi farmi all’ improvviso una sì bella di- chiarazione ?

Garzia. Perchè forse questa sera o domani dovrò partire.

Beatrice. E vi congedate da me con un sì amabile complimento?

Garzia. Vi dirò : se partendo vi avessi lasciate nell’ opinione in cui eravate, voi per fare un’azione eroica mi aveste forse con- servata la vostra fede. Così intendo di fare una buona azione, ponendo il vostro cuore in tutta la sua libertà.

Beatrice. Ah, che il mio cuore non amerà altri che voi.

Garzia. Farà uno sproposito assai grande.

Beatrice. L’ errore l’ ho io commesso quando ho principiato ad amarvi.

Garzia. Chi vi ha obbligato a farlo?

Beatrice. Voi.

Garzia. Vi ho forse usata violenza?

Beatrice. No, ma le vostre dolci maniere mi hanno incantata.

Garzia. Ed ora sono in debito di disingannarvi (2). (I) Pap.: Voi siete troppo ghiolla. (2) Pap.: Ed ora le mie rozze parole Ci discan- teranrìo. [p. 283 modifica]

Beatrice. Ah perfido! GaI^IA. Servo umilissimo. (in atlo di partire)

Beatrice. Ah ingrato!

Garzia. Padrona mia riverita. (0 (corrìe sopra)

Beatrice. Fermatevi.

Garzia. Con tutta la venerazione e il rispetto. (parte)

Beatrice. Rimango stupida, non so che credere, non so che pen- sare. Possibile che don Garzia faccia sì poco conto di me? Sa quanto l’amo, sa la mia fedeltà, sa tutto, e così mi lascia? E così mi maltratta ? E così paga l’ amor mio, la mia tene- rezza ? Ah, non per questo posso lasciar d’ amarlo. Egli forse ha voluto provare la mia costanza. Voleva forse vedermi pian- gere (2). Lo cercherò, (3) e ancorché piangere io non sappia, stu- dierò la maniera di trar le lagrime con artificio, poiché queste sono la più sicura via per trionfare degli uomini. Fine dell’Atto Primo. (I) Segue nell’ed. Pap.: < Beatr. Ah scellerato! Garz. Con ialla ecc. > (2) Segue nell’ed. Pap.: voleva vedermi in alto supplichevole e non minaccioso. (3) Pap. aggiunge: lo pregherò.

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