La Chioma di Berenice (Recensione)

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Luigi Clasio

1807 L Indice:Collezione d'opuscoli scientifici e letterarj 4.djvu Letteratura La Chioma di Berenice Intestazione 10 ottobre 2012 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Collezione d'opuscoli scientifici e letterarj ed estratti d'opere interessanti

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La Chioma di Berenice Poema di Callimaco tradotto da C. Valerio Catullo, volgarizzato e dedicato da Tommaso Puccini Direttore della R. Galleria di Firenze al Cav. Francesco Rospioliosi nella celebrazione delle nozze di lui e della gentil Donzella Laura Puccini. Firenze 1807 Presso Carli e comp.


Non è lieve motivo di consolarsi il veder coltivato ardentemente lo studio dei Classici Latini e Greci nell’età nostra. La familiarità che acquistano i Letterati con sì fatti modelli, che o son perfetti per quanto esser possono perfette le cose umane, o almeno rasentano la perfezione, non può non produrre una squisitezza di gusto più universale, o porre un argine alla depravazione di esso, se mai per disavventura ci fosse. Il Tiraboschi parlando della viziosa maniera di poetare del Secolo XVII. ebbe a dire che convien confessare che quella fu la Provincia (e parla della Toscana), in cui l’universale contagio, che sì grande strage menò nell’altre parti d’Italia, più lentamente si sparse, e vi fece men funesti progressi1. Ma ed a chi recar si dee la cagione di tal fortunato riparo? Il fiore dei Letterati Fiorentini apparteneva allora alla celebratissima Accademia della Crusca, che avea per unico oggetto la cultura della patria favella; nè questo potea farsi senza aver continuamente fra mano i tre Padri della Toscana eloquenza Dante, Petrarca, e Boccaccio, ch’erano appunto [p. 58 modifica]anch’essi divenuti sì grandi, per essersi modellati su i grandi Oratori e Poeti dell’antica Roma. E chi avea un continuo commercio con quei tre luminari di nostra lingua non potea certamente nè lodare nè adottare le stravaganze del Marino e de’ seguaci di lui. E Lorenzo Panciatici Accademico della Crusca scelto revisore delle prime poesie del Menzini che si stamparono in Firenze nel 1674 le loda ancora per questo singolarissimo pregio, perchè non erano punto viziate dall’affettazione moderna di quel secolo depravato. Forse noi siam debitori a Dante, al Petrarca, al Boccaccio, e all’Accademia della Crusca di avere nel Galileo, nel Redi, nel Priore Orazio Ricasoli Rucellai, e in altri uomini insigni di quella età non solo profondissimi Filosofi, ma ancora elegantissimi Scrittori. A ragion dunque io dissi che il veder coltivato lo studio dei più perfetti Autori Classici dell’antichità è contento. Tra questi Catullo è certamente uno dei primi. Egli al parere di Gellio è il più elegante di tutti i poeti; e il suo cognome di dotto è il frutto dell’ammirazione ch’ebbe per lui tutta l’antichità. Il suo stile pieno di grazie e d’ingenuità può servire di potentissimo antidoto in quei tempi, in cui la moda inclinerebbe all’arguzie, o all’ampollose maniere. Perciò siccome noi avemmo la sorte di leggere nell’antecedente Volume di questa Collezione un’Elegia latina del celebratissimo Sig. Abate Luigi Lanzi lavorata sullo stil di Catullo, così abbiamo il piacere di annunziare in questo Volume il pregiabil lavoro fatto dal Ch. Sig. Cav. Tommaso Puccini sul Poemetto di Catullo che s’intitola La Chioma di Berenice. Molte delle poesie di Catullo sono [p. 59 modifica]state tradotte da nobilissimi ingegni. Ne abbiamo trasportate in Greco dallo Scaligero, dal Salvini, e da altri; e sarebbe lunga opera l’annoverare quei che hanno recato nella nostra favella o tutto in parte questo Latino Poeta.

Ma fra i traduttori della chioma di Berenice può giustamente distinguersi il valoroso Sig. Cav. Puccini. Il suo libretto contiene il testo di Catullo della più purgata lezione cominciando dall’Elegia d’indirizzo che fa il Poeta ad Ortalo della sua versione del Greco Poemetto di Callimaco. A fronte sta la traduzione Toscana in terzetti legati. Quanti sono i distici, altrettanti sono i terzetti: e per tutto vi si scorge, e si ammira la purità della lingua nostra, l’eleganza dello stile, e la felicità e franchezza del verso e della rima, che mai non apparisce servile. Tanti pregj fanno prendere il lavoro del Sig. Puccini per una molto bella Elegia anco separata dal Testo. Ma confrontata col testo vi si trova anco di più. Egli ha conservato al suo originale la più esatta e più scrupolosa fedeltà. Eppure Catullo non è ridondante, ma pieno di cose: egli è tra gli antichi poeti uno de’ più malmenati dai copisti; e le dispute insorte sopra di lui fra gli eruditi fanno fede che il senso in alcuni luoghi non è piano bastantemente. Con tutto ciò il nostro abilissimo Traduttore con invidiabile maestria sempre fuori ne trae il senso più naturale e le grazie più delicate. Per darne un saggio riporterò quì la versione della breve Elegia ad Ortalo.

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Benchè grave pensiero, assidua doglia,
     Ortalo, ond’io mi dolgo, al dotto coro
     3Delle Pierie Vergini mi toglia;
Nè far possa la mente altrui tesoro,
     Che in cento mali ahi lassa! ondeggia, e cento,
     6Dell’armonìa, che vita ebbe da loro:
Poichè del mio German poc’anzi spento
     Il pallidetto piè bagnano l’onde
     9Entro il gorgo di Lete a muover lento,
Cui della Troade là sotto le sponde
     Preme, e all’aspetto dei fraterni rai
     12Ahimè la terra Iliaca nasconde.
O de’ miei giorni a me più caro assai
     German, ti parlerò? Tue chiare gesta
     15Narrar ti udrò? Non ti vedrò più mai?
Eppure io ti amerò sin che mi resta
     Aura di vita: ognor la musa intensa
     18A pianger fia la sorte tua funesta.
Filomela così sotto la densa
     Ombra dei rami geme in flebil verso
     21Iti fatt’esca alla paterna mensa.
Eppure in tante acerbe angoscie immerso
     A te questo mio Carme, Ortalo, invio,
     24Dai Carmi di Callimaco converso.
Perchè non stimi, che dal petto mio
     Mal fidati in balìa d’errante nembo
     27Usciro i detti tuoi sparsi d’oblio.
Come di Verginella esce dal grembo
     Pomo, furtivo don d’amante sposo,
     30Immemore che sotto al sottil lembo
Della veste lo avea, misera! ascoso,
     Se la madre improvvisa la sorprende,
     33Balza su dritta in piè, precipitoso
Roteando all’ingiù quello discende;
     Coscienza del fallo la contrista,
     36E ambe le gote di rossor le accende.

[p. 61 modifica]Accompagnano la versione alcune brevi, ma utilissime annotazioni. Or siccome è fama presso che certa, che il Sig. Cav. Puccini abbia fatto un somigliante lavoro sopra le altre Poesie di Catullo, sarebbe molto desiderabile che egli o pubblicasse interamente l’opera sua, o almeno per darne dei saggi simili a questo non aspettasse occasioni di Nozze, che non saranno per avventura tanto frequenti da poter soddisfare il comun desiderio dei dotti. Il Sig. Abate Luigi Lanzi permette che quì sotto si aggiungano le sue versioni dei due Poemetti nuziali di Catullo Collis o Heliconii, e Vesper adest; e il P. Lettor Pagnini ha conceduto la sua dell’Epitalamio di Peleo e di Teti, per inserirsi nel Volume seguente. L’esempio di questi due uomini insigni potrebbe muoverlo a far lo stesso, per accreditar sempre più lo studio dell’eccellenti poesie di Catullo, a vantaggio del buon gusto nella bella letteratura.
Di Clasio.