La Teseide/Libro secondo

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Libro secondo

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LA TESEIDE

LIBRO SECONDO




ARGOMENTO


Questo secondo mostra il ritornare
     Che fe’ Teseo di Scitïa vincente,
     E delle Greche il tristo lagrimare,
     Col prego insieme d’Evanes dolente;
Pel qual senza del carro dismontare,
     Con piccola orazione alla sua gente
     Persuadendo, si mosse ad andare
     Contro a Creon di Tebe re possente;
E come in campo vinto, a lui la vita
     Tolse, ed a’ corpi fe’ dar sepoltura,
     Avendo Tebe alle donne largita:
E poi fediti per loro sciagura,
     Presi da lui Palemone ed Arcita
     Mostra, mettendo poi loro in chiusura.


1


Il sole avea due volte dissolute
     Le nevi agli alti poggi, ed altrettante
     Zefiro aveva le frondi rendute
     Ed i be’ fiori alle spogliate piante,
     Poichè d’Atene s’eran dipartute
     Le greche navi, Africo spirante,
     Da cui Teseo co’ suoi furon portati
     Negli scizii porti conquistati;

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2


Quand’esso colla sua novella sposa
     In lieta vita e dolce dimorava
     Senza pensiero d’alcun’altra cosa,
     Ed appena di Atene si curava:
     Ma il piacere divin più glorïosa
     Vittoria assai che quella gli serbava:
     Onde gli fe’ nuova vision vedere,
     Perchè del ritornar gli fu in calere.

3


Nel dolce tempo che il ciel fa belle
     Le valli e’ monti d’erbette e di fiori,
     E le piante riveste di novelle
     Fronde, sopra le quali i loro amori
     Cantan gli uccelli; e le gaie donzelle
     Di Ceterea più sentono gli ardori,
     Era Teseo dal dolce amor distretto
     In un giardin pensando a suo diletto.

4


Nel qual da una parte solo stando,
     Gli parve seco con viso cruccioso
     Per man tener Peritoo ragionando,
     Dicendo a lui: Che fai tu ozïoso
     Con Ippolita in Scitia dimorando
     Sotto Amore offuscando il tuo famoso
     Nome? Perchè in Grecia oramai
     Non torni, ove più gloria avrai assai?

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5


Èssi da te quell’animo gentile,
     Che ancor simile ad Ercol promettea
     Di farti, dipartito? Se’ tu vile
     Tornato nella tua età primea?
     E stando nella turba femminile,
     La tua prodezza, la qual già sapea
     Ciaschedun regno, è qui messa in oblio
     D’Ippolita nel grembo e nel disio?

6


A cui Teseo volendo dar risposta,
     Ed iscusar la sua lunga dimora,
     Subito agli occhi suoi si fu nascosta
     La immagine di quel che parlav’ora:
     Perchè dubbioso col passo si scosta
     Dal loco ov’era, a sè mirando ancora
     D’intorno, per vedere se el vedea
     Colui che quivi parlato gli avea.

7


Ma poichè la paura loco diede
     All’animal virtù, si ruppe il velo
     Dell’ignoranza, e con intera fede,
     Che non lì Peritoo, ma che del cielo
     Da qualche deità, la qual provvede
     All’onor suo con caritevol zelo,
     Era venuto cotal ragionare:
     Onde pensò ad Atene ritornare.

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8


Ad Ippolita dunque il suo volere
     Con donnesco parlar fe’ manifesto;
     La qual rispose, ad ogni suo piacere
     Essere apperecchiata e anche a questo:
     Ond’egli allor, che a lui fu in piacere,
     Il suo navilio fe’ preparar presto,
     E poi dispose del regno lo stato,
     Per modo che alle donne fu a grato.

9


E fatto questo, entrò senza dimoro
     In mare, e insieme Ippolita reina;
     E tra più donne ne menar con loro
     La bella Emilia, stella mattutina.
     Quindi spirando tra Borea e Coro
     Ottimo vento, da quella marina
     Li tolse, lor portando in verso Atene
     Il più del tempo colle vele piene.

10


Ma Marte il quale i popoli lernei
     Con furïoso corso avea commossi
     Sopra i Tebani, e miseri trofei
     Donati avea de’ principi percossi
     Più volte già, e de’ Greci plebei
     Ritenuti tal volta, e tal riscossi
     Con asta sanguinosa fieramente,
     Trista avea fatta l’una e l’altra gente:

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11


Perciocchè dopo Anfiarao, Tideo
     Stato era ucciso, e ’l buono Ippomedone,
     E similmente il bel Partenopeo,
     E più Teban, de’ qua’ non fo menzione,
     Innanzi e dopo al fiero Capaneo,
     E dietro a tutti in doloroso agone,
     Eteocle e Polinice ognun fedito
     Morti, ed Adrasto ad Argo era fuggito.

12


Onde il misero regno era rimaso
     Voto di gente, e pien d’ogni dolore;
     Ma in picciol’ora da Creonte invaso
     Fu, che di quello si fe’ re e signore,
     Con tristo augurio, e ’n doloroso caso
     Recò insieme il regno suo e l’onore,
     Per fiera crudeltà da lui usata,
     Mai da null’altro davanti pensata.

13


Esso con fiero core i Greci odiando,
     Poichè fur morti, in lor l’odio servava,
     Perch’egli avea con gravissimo bando
     Vietato a chi sua grazia disiava,
     Che a nullo corpo morto, quivi stando,
     Fuoco si desse, e imputridir lasciava
     Lor sozzamente senza sepoltura,
     Qual delle fiere pria non fu pastura.

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14


Onde le donne argoliche, le quali
     Venien dolenti a far lo stremo ufizio
     Con somma maestà di tutti i mali,
     Anzi giugnesson quivi, ebbero indizio
     Dell’editto crudele; e però, tali
     Quali eran triste di tal malefizio,
     Proposer colle lagrime piegare
     Teseo a tale ingiuria vendicare.

15


E quindi i passi a Atene dirizzaro
     Atate dal dolor nella fatica;
     Ed a quella venute, con amaro
     Segno mostrar la fortuna nimica:
     Gli Ateniesi si maravigliaro
     Di quella turba d’ogni ben mendica,
     E domandaron di ciò la cagione,
     Perchè venute e di qual regïone.

16


I qua’ poscia che udir la nobiltate
     Di quelle donne e la cagion del pianto,
     Con tenerezza ne preson pietate
     Di veder loro in tormento cotanto:
     E gli alti cittadini apparecchiate
     Profferser loro case d’ogni canto
     Fin che Teseo in Atene tornava,
     Che d’ora in ora in essa si aspettava.

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17


Esse non vollon da nessuno onore,
     Ma solo il tempio cercar di Clemenza.
     E in quello con gravissimo dolore
     Stanche e lasse fecion risedenza,
     Aspettando con lagrime il signore,
     Assai crucciose della sua assenza.
     E le donne ateniesi in compagnia
     Di loro stetter quivi tuttavia.

18


Teseo con vento fresco al suo viaggio
     Contento ritornava in verso Atene,
     Con gran partita del suo baronaggio
     E con colei che ’l suo cuor guida e tene,
     Ippolita reina; e ’l suo passaggio
     Tosto fornito fu e senza pene:
     Nè prima giunto fu alla marina,
     Che in Atene si seppe la mattina.

19


Gli Ateniesi, che lui pure attendieno
     Con gran disio, per la sua ritornata
     Mirabil festa preparata avieno,
     La qual fu incontanente cominciata,
     Secondo il lor poter (che assai potieno):
     Fu la lor terra tutta quanta ornata
     Di drappi ad oro e d’altri paramenti,
     Con infiniti canti ed istromenti.

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20


Quanto le donne allor fosser ornate,
     Ne’ teatri ne’ templi ed a’ balconi,
     E per le vie mostrando lor beltate,
     Nol potrieno spiegare i miei sermoni:
     La lor presenza tal solennitate
     Facea maggior per diverse ragioni:
     E ’n breve in ogni parte si cantava,
     E con somma allegrezza si festava.

21


Gli alti suoi cittadini apparecchiare
     Gli fero un carro ricco e trionfale,
     Il qual gli fèr là dov’era menare:
     Nè altro ne fu mai a quello eguale
     Veduto per alcuno; ed apprestare
     Gli fer con esso vesta imperiale,
     E corona d’allor, significante
     Che per vittoria venía trionfante.

22


Teseo adunque come fu smontato
     Di mare in terra, in sul carro salio,
     Degli ornamenti reali addobbato,
     E sopra quello appresso il suo disio
     Ippolita gli stette dall’un lato,
     Dall’altro Emilia fu, al parer mio;
     Poi l’altre donne, e i cavalier con loro
     A cavallo il seguir senza dimoro.

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23


In diverse brigate festeggiando,
     A cavallo ed a piè erano andati
     Gli Ateniesi in vêr di lui cantando
     Di varii vestimenti divisati,
     Con infiniti suoni ognun festando,
     E con esso in Atene rientrati,
     Diritto andò al tempio di Pallade
     A riverir di lei la deitade.

24


Quivi con riverenza offerse molto,
     E le sue armi ed altre conquistate:
     E poi per altra via il carro volto,
     Alquanto circuendo la cittate
     Con infinito d’uomini tumolto,
     Dovunque gía con grida eran lodate
     L’opere sue magnifiche, e con gloria
     Le dicean degne d’eterna memoria.

25


E mentre ch’egli in cotal guisa giva,
     Per avventura dinanzi al pietoso
     Tempio passò, nel qual era l’achiva
     Turba di donne in abito doglioso,
     Le quali, udendo che quivi veniva,
     Sì si levaron con atto furioso,
     Con alte grida, pianto e gran romore
     Pararsi innanzi al carro del signore.

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26


Chi son costor che a’ nostri lieti avventi
     Co’ crini sparti battendosi il petto,
     Di squallor piene in atri vestimenti,
     Tutte piangendo? come se ’n dispetto
     Avesson la mia gloria, all’altre genti,
     Siccome io vedo, cagion di diletto?
     Disse Teseo stupefatto stando:
     A cui una rispose lagrimando:

27


Signor, non ammirar l’abito tristo
     Che innanzi a tutte ci fa dispettose,
     Nè creder pianger noi del tuo acquisto,
     Nè d’alcuno tuo onor esser crucciose:
     Benchè l’averti in cotal gloria visto
     Pe’ nostri danni ne faccia animose
     A pianger più, che non facemmo forse
     Essendo pur dal primo dolor morse.

28


Dunque chi siete? disse a lor Teseo,
     E perchè sì nella pubblica festa
     Sole piangete? Allora oltre si feo
     Evanes più che nessun’altra mesta,
     Dicendo: sposa fui di Capaneo,
     E qualunque altra che tu vedi in questa
     Turba, di re fu madre, o moglie, o suora,
     O figlia, ed aprirotti che ci accora.

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29


La perfida nequizia del tiranno
     Figliuol di Edippo contro a Polinice
     Suo unico fratello, e ’l fiero inganno
     Del regno, degli Argivi l’infelice
     Esercito tirò a suo gran danno,
     Che è maggiore assai che non si dice,
     Davanti a Tebe, dove trista sorte
     Ciascun alto baron tolto ha con morte.

30


E dove noi invano speravamo
     Con quell’onor vedergli ritornare
     Alle lor terre ch’aval te veggiamo
     Nel tuo laureato trionfare;
     Nell’abito dolente in che noi siamo
     A seppellirgli ci convenne andare:
     Ma l’aspra tirannia di quel ch’ha preso
     Il regno dietro a lor, ciò n’ha difeso.

31


Il perfido Creonte, a cui più dura
     L’odio che a’ morti non fece la vita,
     A’ greci corpi niega sepoltura,
     Crudeltà credo mai più non udita;
     E di qua l’ombre alla palude oscura
     Di Stigia ci ritiene; onde infinita
     Doglia ci assal tra gli altri nostri mali,
     Sentendoli mangiare agli animali.

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32


Pietose adunque a questo estremo onore
     Voler donar, d’Acaia ci movemmo:
     Ma come a noi contato fu il tenore
     Di tal’editto, i passi qua volgemmo,
     E porger prego a te, caro signore,
     Di tal’oltraggio con noi proponemmo,
     Il qual l’abito nostro per noi doni
     A te in prima e poi a’ tuoi baroni.

33


S’alto valor, come crediam, dimora
     In te, a questo punto sii pietoso:
     Tu ne averai alto merito ancora;
     E oltre a ciò, ciò che uom virtuoso
     De’ far farai; se altri da te infuora
     Far lo volesse, en dovresti cruccioso
     Essere, ed impedirlo, acciocchè avessi
     La gloria tu di punir tali eccessi.

34


Deh se l’abito nostro e ’l lagrimare
     Non ti muovon; nè preghi nè ragione
     A far che ’l pio ufizio possiam fare,
     Muovati almen la trista condizione
     Di que’ che già fur re, non gli lasciare
     Nella futura fama in dirisione;
     E’ furon teco già d’un sangue nati,
     E come te ancor Greci chiamati.

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35


Le lagrime non eran mai mancate,
     Perchè parlasse, agli occhi di costei,
     Ma sempre in quantità multiplicate,
     E ’l simil era all’altre dietro a lei,
     Le’ quai con forza avien messa pietate
     In ciaschedun di que’ baroni achei:
     Perchè con seco ognun forte dannava
     La crudeltà la qual Creonte usava.

36


Teseo attento le parole dette
     Ricogliea tutte, l’abito mirando
     Di quelle donne, e benchè lor neglette
     Vedesse, chiaro assai seco estimando,
     La maestà nascosa conoscette,
     E grave duol nel cuor gli venne quando
     Udì de’ re la morte, e dopo alquanto
     Così rispose al doloroso canto.

37


L’abito scuro, e ’l piangere angoscioso,
     E ’l voi conoscer pe’ vostri maggiori;
     Il ricordarmi il vostro esser pomposo,
     Gli agi e’ diletti e’ regni e’ servitori,
     E de’ re vostri il regnar glorïoso
     Hanno trovato ne’ miei sommi onori
     A’ vostri preghi luogo, e la mutata
     Fortuna trista di lieta tornata.

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38


Io vorrei ben nel primo loro stato
     Ed in vita li vostri re tornare,
     Com’io credo poter far che sia dato
     Onor di sepoltura a cui donare
     Vi piacerà: e l’orgoglio abbassato
     Di colui fia che ciò vi vuol negare.
     Però se al male avuto può conforto
     Porger vendetta, per me vi fia porto.

39


Fortificate gli animi dolenti
     Con isperanza buona, ch’io vi giuro
     Prima che io e i miei baron possenti
     Ci riposiam d’Atene dentro al muro,
     Di ciò faremo interi esperimenti,
     Ed io son già di vittoria sicuro:
     Non tanto avendo in mia forza fidanza,
     Quanto mi dà di Creon la fallanza.

40


E detto questo, con benigno aspetto
     Si rivolse ad Ippolita dicendo:
     Ben hai udito, donna, ciò che han detto
     Queste donne reali a noi piangendo:
     Pregoti adunque non ti sia dispetto
     Se al presente a lor giustizia intendo;
     Dismonta, e col mio padre ti starai
     Finchè tornato me qui vederai.

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41


A cui così Ippolita rispose:
     Caro signor, benchè io sia Amazzona,
     Io non son sì crudel, che cota’ cose
     Volentier non mettessi la persona
     Per vendicarle, sì son dispettose:
     S’è vero ciò che delle donne suona
     Il tristo ragionar, sol ch’io credesse
     Che in ciò il mio portar arme ti piacesse.

42


Però, signor, secondo il tuo piacere
     Opera omai, e s’egli è di tal fretta,
     Qual’elle dicon, non soprassedere;
     Va’, e fa’ quello che al tuo onore aspetta;
     Che ciò m’è più ch’altra cosa in calere.
     E questo detto, in tra la turba eletta
     Di molte donne che l’accompagnaro,
     Ella ed Emilia del carro smontaro.

43


Poi che Teseo le donne ebbe smontate
     Del carro suo, tenendo il viso fitto
     Nella miseria delle sconsolate,
     Da intima pietà nel cor trafitto,
     Sopra il carro si volse alle pregiate
     Schiere de’ suoi senza niun rispitto,
     E con boce alta e di furore acceso
     Parlò sì che da tutti fu inteso.

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44


Tant’è nel mondo ciascun valoroso,
     Quanto virtù gli piace adoperare:
     Dunque ciascun di vivere ozïoso
     Si guardi se in fama vuol montare:
     E noi, acciocchè stato glorïoso
     In tra’ mondan potessimo acquistare,
     Venimmo al mondo, e non per esser tristi
     Come bruti animali in tra lor misti.

45


Adunque cari e buon commilitoni,
     Che meco in tante perigliose cose
     Istati siete in dubbie condizioni,
     Per far le vostre memorie famose
     Alle future nuove nazïoni,
     Ora gli cori alle opere gloriose
     Vi prego disponiate, nè vi caglia
     Prender riposo d’avuta battaglia.

46


Udito avete tutti, siccome io,
     Ciò che le donne vi dicon presenti:
     Certo ciascun ne dovrebbe esser pio,
     E al vengiar dovereste esser ferventi:
     Chè l’aspre nimistà e il disio
     Del nuocer debbon ciaschedune genti
     Lasciare, ed obliar poi l’uom ch’è morto:
     Ma Creonte fa a’ morti nuovo torto.

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47


Andiamo a lui adunque, il fier Creonte
     Umil facciam colle spade tornare,
     Sì ch’egli lasci l’ombre ad Acheronte,
     Poi sien sepolti i corpi, trapassare.
     Noi non andiamo, acciò ch’a Demofonte
     Rimanga, regno altrui a usurpare,
     Ma a ragione a rilevar sua gloria,
     Per che gl’iddii ci doneran vittoria.

48


E’ non fu più lasciato avanti dire,
     Che un rumor surse che ’l cielo toccava:
     Tutti siam presti di voler morire
     D’intorno a te; e già molto ci grava
     Che in ver Creonte non prendiamo a gire,
     Poi ch’opera commette così prava:
     E voi vedrete nell’operar nostro,
     Signor, se ci fie caro l’onor vostro.

49


Teseo adunque, senza rivedere
     Il vecchio padre o parente od amico,
     Uscì d’Atene, e non gli fu in calere
     D’Ippolita l’amor dolce e pudico,
     Nè alcun altro riposo, per potere
     Gloria acquistar sopra degno nimico:
     E come egli era entrato nella terra,
     Così ne uscì alla novella guerra.

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50


Le insegne che ancora ripiegate
     Non eran, si rizzaro prestamente:
     E’ cavalier colle schiere ordinate
     Dietro alla sua ciascuno acconciamente
     Ne givano, e le donne sconsolate
     Lor procedean, di ciò molto contente:
     E dopo giorno alcun giunsono a Tebe,
     E fermar campo in sulle triste glebe,

51


Sentì Teseo l’aere corrotto
     Pe’ corpi ch’eran senza sepoltura:
     Onde mandò a Creonte di botto
     Ched e’ lasciasse aver de’ morti cura,
     E si apprestasse, senza più dir motto,
     Alla battaglia dispietata e dura.
     I messi andaro e fecion l’ambasciata,
     A qua’ Creon cotal risposta ha data:

52


Dite a Teseo ch’io sono apparecchiato
     Della battaglia, ch’egli averà a fare
     Con franco popol tutto bene armato:
     E non si creda qui donne trovare,
     Siccome in altra parte, egli è errato:
     E però venga qual’ora gli pare,
     Che i corpi fuoco non avranno, ed esso
     Giacer farò con loro assai d’appresso.

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53


Il buon Teseo la risposta intese
     Superba assai, della quale e’ si rise:
     E al piano campo con li suoi discese,
     Ed in tre parti tutti i suoi divise,
     E fece loro il lor affar palese;
     E poi davanti a tutti egli si mise,
     E bene acconcio ne gì ’n ver Creonte,
     Che con sua gente gli era uscito a fronte.

54


Allora trombe, nacchere e tamburi
     Sonaron forte d’una e d’altra parte;
     Fremivano i cavalli, ed i securi
     Cavalier tutti gridavano: o Marte,
     Or si parranno gli tuoi colpi duri;
     Or si conoscerà la tua grand’arte:
     Allora lance e saette pungenti
     Cominciarsi a gittar fra le due genti.

55


I cavalieri insieme si scontraro
     Con tal romore e con sì gran tempesta,
     Che insino al ciel le boci risonaro;
     E colle lance ciaschedun s’infesta
     Di vender bene il romper quelle caro:
     Poi colle spade battaglia molesta
     Incominciar, dove molti moriro
     Nel primo assalto che ’nsieme fediro.

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56


E ’l buon Teseo sopra un alto destriere,
     Con una mazza in man pel campo adava
     Ferendo forte ciascun cavaliere,
     Ed abbattendo cui egli scontrava,
     E spesso confortava le sue schiere;
     Col suo ben far tutti gli rincorava,
     Porgendo armi sovente a chi l’avesse
     Perdute, e rimontando chi cadesse.

57


E ben vedea chi con tremante mano
     Moveva i ferri, e chi arditamente
     Sopra i nimici suo valor sovrano
     Combattendo mostrava, e chi niente
     Pigro operava dimorando invano;
     Gli qua’ sgridando spregiava vilmente:
     Lodando gli altri, e per nome chiamando
     Or questo or quello gli gía confortando.

58


Dall’altra parte il simile facea
     Creonte, come ardito conduttore;
     E quasi in sè del nimico credea
     Senza alcun fallo farsi vincitore:
     L’un contro l’altro ben si difendea
     Arditamente e con sommo valore:
     Ma sì andando insieme si scontraro
     Creonte e ’l buon Teseo, e sì gridaro.

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59


Corsonsi addosso li duo cavalieri,
     Chiusi nell’armi, e valorosamente
     Si cominciaro a fedire i guerrieri,
     Com’uomini che s’odian mortalmente,
     E come que’ che avrebbon volentieri
     L’un l’altro a morte dato certamente:
     E già pe’ colpi tutte magagnate
     S’avevan l’armi, e le carni tagliate.

60


Teseo di cruccio tutto quanto ardea
     Vedendo di Creonte il gran durare,
     E fra sè stesso fremendo dicea:
     Demmi costui alla fine menare?
     Poi tutte in sè sue forze raccogliea,
     E furïoso li si lascia andare
     Addosso a lui, e per tal forza il fere,
     Che lo gittò per morto del destriere.

61


Teseo allora del caval discese,
     Dicendo: o fier tiranno, or’è venuto
     Il dì che ’l tuo mal viver tanto attese:
     Ora sarà tuo fallo conosciuto,
     Or fien punite le già fatte offese
     Da te, or fia ’l tuo viver compiuto,
     E le tue armi i’ sagrerò a Marte,
     Benigno iddio a me in ogni parte.

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62


I corpi contro a’ quai fosti spietato
     Arsi saranno, e ’l tuo regno distrutto,
     E ’l nome tuo di memoria privato;
     Ed alle donne, a cui cagion di lutto
     Fosti, sarà il tuo corpo donato,
     Ch’esse ne facciano il lor piacer tutto;
     Così la tua superbia fia abbattuta,
     Che a rispondermi fu cotanto arguta.

63


Non spaventar le parole Creonte
     Perchè abbattuto si vedesse in terra,
     Nè sembianza mutò l’ardita fronte,
     Nè mitigossi nel cor la sua guerra;
     Anzi più fiero e con parole pronte
     Aspra risposta parlando disserra
     A quel che sopra ’l petto fier gli stava,
     E col suo ferro morte gli apprestava;

64


Dicendo a lui: fanne il tuo piacere
     Perchè io muoia, avanti che vittoria
     Io veggia a te ed a tua gente avere:
     Che l’alma mia almeno alcuna gloria
     Ne porterà con seco nel parere;
     E segnato terrà nella memoria
     Che ’n dubbio i tuoi e i miei lasciò d’onore:
     E credo che i miei hanno il migliore.

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65


Questo ne porterò agl’infernali
     Iddii quasi contento: e se e’ fia
     Il corpo mio donato agli animali,
     Senz’altro fuoco, ciò l’alma disia:
     Però che parte degli miei gran mali
     Di qua della riviera oscura e ria,
     La qual vuoi far passare a’ greci morti,
     Io celerò, se non fia chi men porti.

66


Or fa’ omai quel che t’è più a grato,
     Ch’io non men curo: e tacque: ed intrattanto
     L’avie Teseo già tutto disarmato:
     E quasi tutto del sangue e del pianto
     Il vide il duca del viso cambiato,
     E già era freddato tutto quanto:
     Però conobbe l’anima dolente
     Esser partita del corpo spiacente.

67


Il quale e’ lasciò quivi, e risalio
     Sopra ’l destriere e fra’ suoi ritornossi;
     E tutto quanto ardendo nel disio
     D’aver vittoria, focoso ficcossi
     Tra gli nimici, e ’l primo che fedio
     Alli suoi piedi morto coricossi:
     E ’l simil fece a’ più degli altri fare;
     Per che nessun l’ardiva ad aspettare.

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68


E’ suoi facevan nell’armi gran cose
     Contra i nemici, gran forza mostrando,
     E per lo campo le genti orgogliose
     Uccidendo, ferendo e scavallando
     Andavan, pur pensando alle pietose
     Donne che avien vedute lagrimando:
     Talchè non gli potien più sofferire
     I Teban, salvo chi volìe morire.

69


E d’altra parte già saputo avieno
     Del lor signor la morte dolorosa;
     Perchè che farsi tra lor non sapieno:
     Laonde in fuga trista ed angosciosa,
     Siccome gente che più non potieno,
     Si volson tutti, che nessun non osa
     Volgersi indietro ed insieme aspettarsi,
     Tanto di presso vedien seguitarsi.

70


I miseri cacciati non fuggiro
     Nella città, per quivi aver riparo,
     Ma per li monti ogigii se ne giro,
     Chi per lo bosco ove Tideo assediaro,
     E qua’ su Citeron se ne saliro;
     Altri ne’ cavi monti si appiattaro:
     Ed in tal guisa con grave dolore
     Tutti fuggir davanti al vincitore.

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71


Questo veggendo i cittadin tebani,
     Le donne e’ vecchi e’ piccoli figliuoli
     Rimasi in quella miseri profani,
     Di quella usciron facendo gran duoli,
     Li suo’ seguendo per luoghi silvani:
     E così tristi per diversi stuoli
     Lasciar di Bacco e di Ercole la terra
     Nelle man di Teseo in tanta guerra.

72


Al buon Teseo non piacque seguitare
     Que’ che fuggian; ma tosto se ne gio
     In ver la terra, alla qual nell’entrare
     Nessun incontro con arme gli uscio:
     Passato adunque dentro, ad ammirare
     Cominciò i templi di qualunque iddio,
     Le antiche rocche di Cadmo cercando,
     E l’altre cose mire riguardando.

73


E poich’egli ebbe vedute le cose
     Magnifiche, ciascun quelle guardante,
     Se ne uscì fuori, ed alle sue vogliose
     Genti di rubar quella rimirante
     Licenzia diede: è ver che loro impose
     Che tutte salve sian le cose sante
     Degli tebani iddii: per che cercata
     Fu tosto tutta e per tutto rubata.

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74


Teseo sè vedendo vincitore,
     Sopra Asopo il suo campo fece porre;
     E de’ vincenti chetato il romore,
     Del campo il corpo di Creon fe’ torre,
     E con esequie degne grande onore
     Li fe’, e fe’ la cenere riporre
     Dentro ad un’urna, e poscia di Lieo
     Nel tempio in Tebe collocar la feo.

75


Dicendo: i’ voglio ch’all’ombre infernali
     Possi di me miglior testimonianza
     Render, che quegli eccelsi e gran reali,
     A qua’ negavi con grande arroganza
     Gli ultimi onori e’ fuochi funerali,
     Di te non posson per la tua fallanza:
     E questo fatto, a sè fece chiamare
     Le greche donne, e lor prese a parlare.

76


Donne, gl’iddii alla vostra ragione
     Hanno prestata debita vittoria,
     E però con dovuta oblazïone
     Tenuti siam d’esaltar la lor gloria;
     Però mettete ad asseguizione,
     Ciò che de’ vostri faceste memoria:
     Date alli vostri re l’uficio pio,
     Secondo che avete nel disio.

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77


E questo fatto, la terra prendete
     Che cagion fu di morte a’ vostri regi,
     E sì ne fate ciò che voi volete,
     Come di nido di tutti i dispregi:
     Sicuramente in quella andar potete,
     Che alcun non è che al gir vi privilegi.
     Le donne quasi liete il ringraziaro,
     E quindi a fare il lor uficio andaro.

78


Esse giron nel campo doloroso,
     Dove gli argivi re morti giacieno;
     E benchè fosse a lor fatto noioso,
     Per lo fiato ch’e’ corpi già rendieno,
     Non fu però a lor punto gravoso
     Cercar pe’ morti que’ ch’elle volieno,
     In qua in là, or questo or quel volgendo,
     Il suo ognuna intra’ molti caendo.

79


Il quale in prima non avien trovato,
     Che, dopo molto pianto, mille volte
     Non si restavan sì l’avien baciato,
     Usando ne’ lor pianti voci molte,
     Qua’ soglion far le donne in cotal piato:
     Quindi de’ corpi le parti raccolte,
     Prima ne’ fiumi gli bagnavan tutti,
     Po’ gli ponieno sopra i roghi strutti.

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80


E sopra lor carissimi ornamenti,
     Quali a ciascun di lor si confacea,
     Armi, corone, scettri e vestimenti
     Di quelle donne ciascuna ponea:
     E dietro a tutti, con pianti dolenti,
     Ne’ roghi ornati fuoco si mettea,
     Dicendo versi di maniere assai
     Appartenenti tutti a tristi guai.

81


E ’n cotal guisa la turba piagnente
     Con fuochi i morti corpi consumaro;
     E poi le cener diligentemente
     Dentro dell’urne con dolore amaro,
     Che avien portate, miser di presente,
     E per portarle ad Argo le serbaro:
     Ma prima giro in Tebe; e non potendo
     Altra vendetta far, la giro ardendo.

82


Quindi a Teseo tornata una di loro
     Incominciò: valoroso signore,
     Della vendetta ch’hai fatta, e ristoro
     Del nostro incomprensibile dolore,
     Grazia ti rendan gl’iddii, e coloro
     Ch’hanno od avranno mai di ciò valore:
     E noi in ciò ch’è in femmina potere,
     L’onestà salva, siamo al tuo piacere.

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83


L’eccelsa gloria de’ nostri reali,
     Che morti sono in questo tristo loco,
     Cui noi aspettavam con trionfali
     Solennità, per doloroso foco
     Avem tornati in cenere, le quali
     Qui ristrette in vaselli assai poco
     Ce ne portiamo. Tu riman con Dio,
     Il quale adempia ciascun tuo disio.

84


Così sen giro. Ma Teseo cercare
     Fatto avea ’l campo, e ciaschedun fedito,
     Che fu trovato, fatto medicare,
     Ed ogni morto aveva seppellito:
     E quindi a sè avea fatto recare
     Ciò che avien guadagnato, e quel partito
     Secondo i merti fra’ suo’ cavalieri
     Liberamente il diede volentieri.

85


Mentre li Greci i lor givan cercando,
     E rovistando il campo sanguinoso,
     E’ corpi sottosopra rivoltando,
     Per avventura, un caso assai pietoso,
     Due giovani fediti dolorando
     Quivi trovaron senza alcun riposo;
     E ciaschedun la morte domandava,
     Tanto dolor del lor mal gli aggravava.

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86


E’ non eran da sè guari lontani,
     Armati ancora tutti, ed a giacere;
     I qua’ come coloro, alle cui mani
     Pervenner prima, udendo il lor dolere
     Li vider, si pensar che de’ sovrani
     Esser dovieno: e ciò fecer vedere
     Le lucenti arme e ’l loro altiero aspetto,
     Che Dio, nell’ira, lor facea dispetto.

87


E’ s’appressaro ad essi umilemente,
     Quasi già certi di lor condizione:
     Nè disarmargli come l’altra gente
     Nimica avien fatto, e che ’n prigione
     Avevan messi; e poi benignamente
     Recatilisi in braccio, con ragione
     Gli ripigliaron del disperar loro,
     E menargli a Teseo senza dimoro.

88


I qua’ Teseo come gli ebbe veduti
     D’alto affar gli stimò, lor dimandando,
     Se del sangue di Cadmo e’ fosser suti:
     E l’un di loro altiero al suo dimando
     Rispose: in casa sua nati e cresciuti
     Fummo, e de’ suoi nipoti siamo; e quando
     Creon contro di te l’empie armi prese,
     Fummo per lui co’ nostri a sue difese.

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89


Ben conobbe Teseo nel dir lo sdegno
     Real che avien costor, ma non seguio
     Però l’effetto a cotal ira degno,
     Ma verso lor più ne divenne pio,
     E siccome de’ suoi, con ogn’ingegno
     Fe’ sì che tutte lor piaghe guario:
     E poi con gli altri in prigion gli ritenne,
     Lor riservando al trionfo solenne.

90


Poichè parve a Teseo di ritornare,
     Distrutta Tebe, e data sepoltura
     A cui vi fu da dovergliele dare,
     Raccolti i suoi con diligente cura,
     In ver d’Atene si mise ad andare;
     Nè prima fur vicini alle sue mura,
     Che ciò ch’all’altra festa era mancato,
     A quel punto trovaro ristorato.

91


Gli Ateniesi un carro gli menaro
     Più ricco assai che ’l primo, e tutti quanti
     Generalmente in verso lui andaro
     Con allegrezza e con solenni canti,
     E di vittoria doppia il commendaro;
     E in cotal guisa andandogli davanti,
     Entrarono in Atene; e quivi Egeo
     Suo vecchio padre incontro gli si feo.

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92


Esso davanti al suo carro fe’ gire
     Arcita e Palemon presi baroni,
     A’ qua’ facea tutti gli altri seguire,
     Ch’avie ne’ campi presi per prigioni;
     E dietro al carro faceva venire
     Di preda onusti i suoi commilitoni;
     Il carro d’ogni lato era ripieno
     Di donne assai che gran festa facieno.

93


A così alto e magnifico onore
     Teseo veggendo Ippolita reina
     Gli venne in petto, il suo alto valore
     Mostrando più che mai quella mattina;
     La quale ei vide con allegro core,
     Ed Emilia con lei rosa di spina,
     Con altre donne assai e cavalieri,
     I quali ora nomar non fa mestieri.

94


A cotal festa e sì lieto sembiante
     Fu Teseo ricevuto ed onorato
     Da tutti i suoi, e così trionfante,
     Quasi per tutto con gioia menato:
     Come al tempio di Marte fu davante,
     Quivi gli piacque che fosse arrestato
     Il carro suo, ed in terra discese,
     E in quello entrò a tututti palese.

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95


Lì si fe’ dare l’armi che a Creonte
     Avie nel campo teban dispogliate,
     Ed a Marte l’offerse, e dalla fronte
     Con man le frondi di Penea levate
     Diè similmente, e con parole pronte,
     Delle vittorie da lui acquistate
     Grazie rendendo a Marte copïose,
     Offerendogli vittime pietose.

96


Quindi usci poi, e al mastro palagio
     Tornò accompagnato dal suo padre:
     E prendendosi festa, giuoco ed agio,
     Alla reina le cose leggiadre
     Narrava, che avie fatte, e ’l suo disagio:
     Spesso assalito dalle luci ladre
     Di quella donna, che ’l mirava fiso;
     Perch’esser gli pareva in paradiso.

97


Riposato più giorni in lieta vita
     Il buon Teseo, si fe’ innanzi venire
     Il teban Palemone e ’l bello Arcita,
     E ciascun vide molto da gradire,
     E nell’aspetto di sembianza ardita;
     Perchè pensò di fargli ambo morire,
     Dubbiando che se andare gli lasciasse,
     Non forse ancora molto gli noiasse.

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98


Poi fra sè disse: i’ fare’ gran peccato,
     Nullo di loro essendo traditore:
     Ed in sè stesso fu diliberato
     Che gli terrà prigion per lo migliore:
     E tosto al prigioniere ha comandato
     Che ben gli guardi e faccia loro onore:
     Così da lui Arcita e Palemone
     Dannati furo ad eterna prigione.

99


Li prigion tutti furon carcerati,
     E dati a guardia a chi ’l sapea ben fare:
     E questi due furon riserbati,
     Per farli alquanto più ad agio stare,
     Perchè di sangue reale eran nati,
     E felli dentro al palagio abitare,
     E così in una camera tenere,
     Facendo lor servire a lor piacere.