La Teseide/Libro primo

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Libro primo

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Argomento Libro secondo
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LA TESEIDE

LIBRO PRIMO




ARGOMENTO


La prima parte di questo libretto
     A chi ’l riguarda mostra apertamente
     La cagion che Teseo fece fervente
     A vengiar delle Amazzone il difetto:
E come el fosse in Scitïa provetto
     Col suo navilio e con l’armata gente,
     E come il suo discender primamente
     Gli fosse dalle Amazzone interdetto;
Mostrando appresso come discendesse
     Per viva forza; e come combattendo
     Con quelle donne poscia le vincesse,
L’assedio poi alla città ponendo;
     E come a patti Ippolita si desse,
     Con pace lui per marito prendendo.


1


O Sorelle Castalie, che nel monte
     Elicona contente dimorate
     D’intorno al sacro gorgoneo fonte,
     Sottesso l’ombra delle frondi amate
     Da Febo, delle quali ancor la fronte
     Spero d’ornarmi sol che ’l concediate,
     Le sante orecchie a’ miei preghi porgete,
     E quegli udite come voi dovete.

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2


E’ m’è venuta voglia con pietosa
     Rima di scriver una storia antica,
     Tanto negli anni riposta e nascosa,
     Che latino autor non par ne dica,
     Per quel ch’i’ senta, in libro alcuna cosa.
     Dunque sì fate che la mia fatica
     Sia grazïosa a chi ne fia lettore,
     O in altra maniera ascoltatore.

3


Siate presenti, o Marte rubicondo,
     Nelle tue armi rigido e feroce,
     E tu, Madre d’Amor, col tuo giocondo
     E lieto aspetto, e ’l tuo Figliuol veloce
     Co’ dardi suoi possenti in ogni mondo;
     E sostenete la mano e la voce
     Di me, che intendo i vostri effetti dire
     Con poco bene e pien d’assai martíre.

4


E voi, nel cui cospetto il dir presente
     Forse verrà, com’io spero ancora,
     Quant’io più posso prego umilemente,
     Per quel signor ch’e’ gentili innamora,
     Che attendiate con intera mente:
     Voi udirete com’egli scolora
     Ne’ casi avversi ciascun suo seguace,
     E come dopo affanno e’ doni pace.

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5


E questo con assai chiara ragione
     Comprenderete, udendo raccontare
     D’Arcita i fatti e del buon Palemone,
     Di real sangue nati, come appare,
     E amenduni Tebani, e a quistione,
     Parenti essendo, per superchio amare
     Emilia bella, vennero, Amazzona,
     D’onde l’un d’essi perdè la persona.

6


Al tempo che Egeo re d’Atene era,
     Fur donne in Scitia crude e dispiatate
     Alle qua’ forse parea cosa fera
     Esser da’ maschi lor signoreggiate;
     Perchè adunate con sentenza altera
     Diliberar non esser soggiogate,
     Ma di voler per lor la signoria,
     E trovar modo a fornir lor follia.

7


E come fér le nipoti di Belo
     Nel tempo cheto agli novelli sposi,
     Così costor ciascuna col suo telo
     Da’ maschi suoi gli spirti sanguinosi
     Cacciò, lasciando lor di mortal gelo
     Tututti freddi in modi dispettosi:
     E in cotal modo libere si fero,
     Benchè poi mantenersi non potero.

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8


Recato adunque co’ ferri ad effetto
     Lor mal voler, voller maestra e duce
     Che correggesse ciascun lor difetto,
     Ed a ben viver desse forma e luce.
     Nè a tal voglia dier lungo rispetto,
     Ma delle donne che ’l loco produce
     Elesser per reina in la lor terra
     Ippolita gentil mastra di guerra.

9


La quale ancora che femmina fosse,
     E di bellezza piena oltra misura,
     Prese la signoria, e si rimosse
     Da sè ciascuna femminil paura;
     Ed in tal guisa ordinò le sue posse,
     Che ’l regno suo e sè fece sicura;
     Nè di vicine genti avea dottanza,
     Sì si fidava nella sua possanza.

10


Regnando adunque animosa costei,
     Alle sue donne fe’ comandamento,
     Che Greci, o Traci, Egizii o Sabei,
     Nè uomin altri alcun nel tenimento
     Entrar lasciasson, s’elle avean di lei
     La grazia cara, ma ciascuno spento
     Di vita fosse che vi si accostasse,
     Se subito il terren non isgombrasse.

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11


Se per ventura lì fosser venute
     Femmine di qual parte si volesse,
     Da lor benignamente ricevute
     Comandò fosser, e se a lor piacesse
     D’esser con loro insieme, ritenute
     Dovesson esser, sicchè si riempiesse
     Il loco di color ch’ivi morieno
     Di quelle che d’altronde lì venieno.

12


Sotto tal legge più anni quel regno
     Stette, ed i porti furon ben guardati:
     Sicchè non vi venía nave nè legno,
     O da fortuna o da altro menati
     Che fosser lì, che non lasciasser pegno
     Oltra al piacer di loro, e malmenati
     Lor conveniva del luogo fuggire,
     Se non volevan miseri morire.

13


A questo scotto i Greci assai sovente
     Incappavan per lor disavventura:
     Perchè a Teseo il lor signor possente
     Duca di Atene spesso con rancura
     Eran porti richiami di tal gente,
     E di lor crudeltade a dismisura:
     Ond’egli in sè di ciò forte crucciato
     Propose di purgar cotal peccato.

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14


Marte tornava allora sanguinoso
     Dal bosco, dentro al qual guidata avea
     Con tristo agurio del re furïoso
     Di Tebe l’aspra schiera, e si tenea
     Lo scudo di Tideo, il qual pomposo
     Della vittoria, siccome potea,
     Ad una quercia l’aveva appiccato
     Cotal qual era, a Marte consagrato.

15


E in cotal guisa in Tracia ritornando,
     Si fe’ sentire al crucciato Teseo,
     In lui di sè un fier caldo lasciando.
     E col suo carro avanti procedeo,
     Dovunque e’ giva lo cielo infiammando;
     Poi nelle valli del monte Rifeo
     Ne’ templi suoi posando si raffisse,
     Sperando ben che ciò che fu avvenisse.

16


Quinci Teseo magnanimo chiamare
     Li baron greci fe’ , e a lor propose
     Ch’egli intendea voler vendicare
     La crudeltà e l’opere noiose
      Amazzoni donne, ed a ciò fare
     Richiese lor, nelle cui virtuose
     Opere si fidava: e ciascun tosto
     Rispose, sè al suo piacer disposto.

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17


Commossi adunque i popoli d’intorno,
     Qual per dovere e qual per amistate,
     Tutti in Atene in un nomato giorno
     Si ragunar con quella quantitate
     Ch’ognun potea, e senza far soggiorno,
     Sopra le navi già apparecchiate
     Cavalli ed arme ciascun caricava
     Con ciò che a fare oste bisognava.

18


E quando e’ parve tempo al buon Teseo
     Di navicar, veggendol chiaro e bello,
     Tutta la gente sua raccoglier feo
     Con debito dover; siccome quello
     Che altravolta il buon partito e ’l reo
     Del mar provato aveva, e piano e fello,
     E nel mar col suo stuol tutto si trasse,
     Vento aspettando ch’al gir gl’invitasse.

19


Essendo a tal partito sopra l’onde
     La greca gente bene apparecchiata,
     La notte che le cose ci nasconde
     Aveva l’aria tututta occupata:
     Onde alcun dorme, e tal guarda e risponde,
     E così infino alla stella levata;
     La qual sì tosto com’ella appario,
     L’ammiraglio dell’oste si sentio.

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20


A riguardare il ciel col viso alzato
     Tutto si diede, e quindi fe’ chiamare
     I marinai, dicendo: egli è levato
     Prospero vento, onde mi par d’andare
     A nostra via: e però sia spiegato
     Ciaschedun vel senza più dimorare.
     Ed e’ fu fatto il suo comandamento,
     E quindi si partir con util vento.

21


Ma la corrente fama, che trasporta
     Con più veloce corso ch’altra cosa
     Qualunque opera fatta dritta o torta,
     Senza mai dare alli suoi passi posa,
     Cotal novella tosto la rapporta
     Ad Ippolita bella e grazïosa,
     E in pensiero la pon di sua difesa,
     Di mal talento e di furore accesa.

22


Ma poichè l’ira alquanto fu affreddata,
     Con utile consiglio, immantinente
     Di volersi difendere avvisata,
     Fece chiamar ciascuna di presente
     Donna che nel suo regno era pregiata,
     E tutte a sè venisser tostamente:
     Alle qua’ poi in pubblico consiglio
     A parlar cominciò con cotal piglio.

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23


Perciocchè voi in questo vostro regno
     Coronata m’avete, e’ s’appartiene
     A me di porre e la forza e lo ’ngegno
     Per la salute vostra, e si conviene,
     Senza passar di mio dovere il segno,
     Nel prestar guiderdone e porger pene:
     Ond’io, a ciò sollecita, chiamate
     V’ho perchè voi a me con voi atiate.

24


Non vede il sol, che senza dimorare
     D’intorno sempre ci si gira, in terra
     Donne quanto voi siete da pregiare;
     Le qua’, se in ciò il mio parer non erra,
     Per voler viril animo mostrare
     Contro a Cupido avete preso guerra:
     E quel ch’all’altre più piace fuggite,
     Uomini fatte, non femmine ardite.

25


E che questo sia vero assai aperto
     Non ha gran tempo ancora il dimostraste,
     Allor ch’Amor nè paura nè merto
     Non vi ritenne, che voi non mandaste
     A compimento il vostro pensier certo
     Quando da servitù vi liberaste:
     Nell’arme sempre esercitate poi
     Cacciando ogni atto femminil da voi.

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26


Ma se mai viril animo teneste,
     Ora bisogno fa, per quel ch’io senta;
     Perciocchè voi, siccom’io, intendeste
     Che ’l gran Teseo di venir s’argomenta
     Sopra di noi avendoci moleste,
     Perchè nostro piacer non si contenta
     Di quel che l’altre, ciò è soggiacere
     Agli uomini, facendo il lor volere.

27


Al suo inimicarci altra cagione
     Veder non so, nè credo voi veggiate;
     Perocchè mai alcuna offensione
     Ver lui non commettemmo, onde assaltate
     Dovessim essere: e questa ragione
     Assai è vôta di degna onestate;
     Perocchè non fa mal quel che s’aiuta
     Per aver libertà, se l’ha perduta.

28


Ma qual che siasi la cagion che il mova,
     A noi il difender resta solamente,
     Sicchè non vinca per forza la prova:
     Laond’io vi richieggio umilemente
     E prego, se in cotal vita vi giova
     Di viver qual noi tegnamo al presente,
     Che l’animo, lo ingegno ed ogni possa
     Mettiate contro a chi guerra ci ha mossa.

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29


Nè vi metta paura coscïenza
     D’aver peccato negli uomini vostri,
     Chè morte loro la lor sconoscenza
     Licita impetrò nelli cori nostri:
     Che non stimavan che d’egual semenza
     Che lor nascessim, ma come da mostri,
     Da querce ovver da grotte partorite,
     Eravam poco qui da lor gradite.

30


Essi tenevan l’altezze e gli onori
     Senza participarle a noi giammai,
     Le quali eravam degne di maggiori
     Che alcun di loro, a dir lo vero, assai:
     Perchè di ciò gl’iddii superïori
     Rison che noi facemmo; e sempre mai
     Ci avranno per miglior, l’altre schernendo,
     Che per viltà si van sottomettendo.

31


Nè vi spaventi il nome di costoro,
     Perchè sien Greci, che non son guerniti
     Di forza divisata da coloro
     Che nel passato fur vostri mariti:
     Se fiere vi mostrate verso loro,
     E’ non saranno verso voi arditi:
     Chè niun può più che un uom chi ch’e’ si sia sia;
     Perciò da voi cacciate codardia.

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32


Non risparmiate qui, donne, il valore,
     Non risparmiate l’arme non l’ardire,
     Non risparmiate il morire ad onore,
     Considerate ciò che può seguire
     Dall’esser vigorose, o con timore:
     Voi non avrete avale a far morire
     Padre o figliuol che vi faccia pietose,
     Ma inimiche genti a voi odiose.

33


Ritorni in voi aval quella fierezza
     Che in quella notte fu quando ciascuna
     Mai non usata usò crudele asprezza
     Ne’ padri e ne’ figliuoi: nè sia nessuna
     Che qui, se degl’iddii la forza apprezza,
     Stea per aver nosco egual fortuna,
     Usi pietà; altrove che qui morta
     I’ la comando in ogni donna accorta.

34


Benchè forse gl’iddii non ne saranno
     Contrarii, per la nostra gran ragione:
     Anzi se giusti son n’aiuteranno,
     Dimenticando quel, se fu offensione:
     E se atarci forse non vorranno,
     Il danno suppliran nostre persone
     Contro a colui che si muove a gran torto
     Per navicare in verso il nostro porto.

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35


E acciocchè non ponga in più parole
     Il tempo, il qual ne bisogna al presente,
     A ciascheduna che libertà vuole
     Ricordo e prego ch’ella sia valente:
     Ed a qual morte per libertà duole,
     Dipartasi da noi immantinente:
     Noi varrem molto me’ senza colei.
     E così detto, si tacque costei.

36


Grande fu tra le donne il favellare,
     Quasi pendendo tutte in tal sentenza,
     Di dover pure a Teseo dimostrare
     Quanta e qual fosse la lor gran potenza,
     Sed egli ardisse a’ lor porti appressare:
     Perchè senza null’altra resistenza
     Sè offerse ciascuna in fino a morte
     Alla reina vigorosa e forte.

37


Ippolita poi le profferte intese,
     Senza dimora i porti fe’ guernire,
     E le miglior del regno alle difese
     Senza nessun indugio fece gire;
     Ed in tal guisa armò il suo paese,
     Ch’assai sicura poteva dormire,
     Se soperchio di gente oltre pensata
     Non fosse, come fu, su quello entrata.

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38


Nè altrimenti il cinghiar ch’ha sentiti
     Nel bosco i can fremire e i cacciatori,
     I denti batte, e rugghia, e gli spediti
     Sentieri usa a salute; e pe’ romori
     Ch’egli ha ’n qua e ’n là, in su e in giù uditi
     Non sa quai vie per lui si sien migliori,
     Ma ora in giù ed ora in su correndo,
     Sino al bisogno incerto va fuggendo.

39


Così facea costei per lo suo regno,
     In dubbio da qual parte quivi vegna
     Teseo, o con che arte ovvero ingegno:
     Onde gire a ciascuna non isdegna,
     Nè di pregar che ciascheduna al segno
     Di quel ch’ha imposto ben ferma si tegna:
     Perocchè se a tal punto son vincenti,
     Più non cal lor curar mai d’altre genti.

40


L’alto duca Teseo con tempo eletto
     Al suo viaggio lieto navicava;
     Passando pria Macron sanza interdetto,
     Ad Andro le sue prode dirizzava:
     Il qual lasciato con sommo diletto
     Pervenne a Tenedos, e quel lasciava
     Entrando poi nel mar, che all’abideo
     Leandro fu soave e poscia reo.

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41


E oltre quel cammin che Frisso tenne
     Allor che la sorella cadde in mare
     Servò fin ch’al Bisanzio poi pervenne:
     Quivi fatta sua gente rinfrescare,
     Per piccola stagion vi si ritenne:
     E come del mar Tanas ad entrare
     Incominciò, così delle donzelle
     Le terre vide grazïose e belle.

42


E come lioncel cui fame punge,
     Il qual più fier diventa e più ardito
     Come la preda conosce da lunge,
     Vibrando i crin con ardente appetito,
     E l’unghie e’ denti aguzza, in fin l’aggiunge:
     Cotal Teseo rimirando spedito
     Il regno di color, divenne fiero,
     Volonteroso a fare il suo pensiero.

43


Esso mandò solenni avvisatori
     A discerner la più leggiera scesa,
     I qua’ mirando d’intorno e di fuori
     Le rive tutte colla mente intesa,
     Tornarono avvisati da’ migliori
     Dove discender con minore offesa
     Potessero, e al duca il raccontaro,
     E in quella parte lo stuol dirizzaro.

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44


Quindi Teseo per due de’ suoi baroni
     Significare ad Ippolita feo
     La sua venuta, e ancora le cagioni:
     E oltre a questo sì le concedeo
     Termine a poter fare eccezïoni
     Ne’ patti fatti a lei, se per men reo
     Consiglio forse le fosse piaciuta
     La pace pria che fosse combattuta.

45


Ma di que’ patti ch’egli dimandava
     Da lei neuno ne fu accettato;
     Anzi di lui assai si rammarcava
     Pur di quel tanto ch’aveva operato;
     Riprendendol di ciò che s’impacciava
     Fuori del regno suo nell’altrui stato:
     Ma che, s’ella potesse, ancor pentere
     Nel farà tosto, e ciò l’era in calere.

46


Tornaron que’ con sì fatta risposta,
     Qual fu lor data, senza star niente,
     E a Teseo davanti l’han disposta,
     Il quale l’udì mal pazientemente,
     Dicendo: poco a questa donna costa
     Così rispondere, ma certamente
     I’ la trarrò d’error, se ’l cor non erra:
     Quinci gridò: Signori, ogni uomo a terra.

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47


A questa voce i legni fur tirati
     Quasi in sul lito, e volendo smontare,
     Già le scale poneano; quando alzati
     Gli occhi ad un bel castel vicino al mare
     Sopr’una montagnetta, onde calati
     I ponti, gente vidono avvallare
     Ben a cavallo armati, e in sulla rena
     In prima fur che ’l vedessono appena.

48


E quasi presi d’ogni parte i passi,
     Con archi in mano or qua or là correndo,
     Traendo le saette de’ turcassi
     Con viva forza givan difendendo
     Tagliate fatte avanti, e di gran sassi
     I balzi a grosse schiere provvedendo;
     Arpalice era questa che ’l faceva,
     A cui commesso Ippolita l’aveva.

49


Il gran Teseo magnifico barone
     Poichè co’ suoi alle terre pervenne,
     Vedendole guernite, per ragione
     Per savie donne in l’animo le tenne:
     Ed alquanto mutato d’opinione,
     Fra mar lo stuolo suo fermo ritenne;
     Poi fe’ ciascun de’ suoi apparecchiare,
     Diliberando pur volervi entrare.

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50


Poichè ciascun fu bene apparecchiato,
     In verso ’l porto si tiraro i legni
     Per scendere nel luogo divisato;
     Si fero avanti li baron più degni,
     E in quel modo ch’avieno ordinato
     Gittaro in terra scale e altri ingegni:
     Ma troppo fu più forte lor la scesa,
     Che non fu ’l dilivrar cotale impresa.

51


Egli eran quasi colle poppe in terra
     Degli lor legni i Greci tutti quanti,
     E con ogni artificio utile a guerra
     Arditamente si traeano avanti:
     Ma bene era risposto, se non erra
     La mente mia, a lor da tutti i canti;
     Perocchè quelle donne saettando
     Forte, li giano ognora danneggiando.

52


Esse gittavan fuoco spessamente
     Sopra l’armate navi, il quale acceso
     Molto offendeva i Greci; e similmente
     Con artifizii e pietre di gran peso,
     Che rompevan le navi di presente
     Dove giugnean se non era difeso:
     E oltre a questo, pece, olio e sapone
     Sopra lo stuol gittavano a fusone.

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53


Battaglia manual nulla non v’era,
     Perciocchè ancora non avien potuto
     Prendere i Greci di quella rivera
     Parte nessuna; e ’l conforto e l’aiuto
     Del buon Teseo per niente gli era;
     Anzi pareva ciaschedun perduto,
     Di quelle donne mirando le schiere
     Crescere ognora e diventar più fiere.

54


Di dardi, di saette e di quadrella
     Non fo menzion, che ’l ciel n’era coperto,
     Ed occupata tutta l’aria bella,
     Gittando l’uno all’altro; e per lo certo
     Battaglia non fu mai sì dura e fella,
     Nè in alcuna mai tanto sofferto:
     Molti ve ne fediea le donne accorte,
     Benchè di loro alcune fosser morte.

55


Grandi eran quivi le grida e ’l romore
     Che le donne facieno e i marinari,
     Tal che Nettuno e Glauco mai maggiore
     Sentito non l’aveano: i duoli amari
     Ch’a’ marinar fediti giano al core
     Eran cagion di molto, perchè rari
     Ve n’eran che nel capo, o nel costato,
     O in altra parte non fosse piagato.

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56


Il sangue lor vedevan sopra l’onde
     Con trista schiuma molto rosseggiare;
     E male a’ Greci l’avviso risponde,
     Poichè così si veggon malmenare:
     E qual più core aveva or si nasconde,
     Temendo delle donne il saettare;
     Perciocchè ell’eran di cotal mestiere
     Più ch’altre somme, vigorose e fiere.

57


Teseo, che d’altra parte riguardava
     La falsa punta della greca gente,
     Di rabbia tutto in sè si consumava,
     Maladicendo il duro convenente,
     E d’ultima vergogna dubitava,
     E quasi uscia per doglia della mente;
     Perchè sdegnoso al cielo il viso volto,
     Così parlò, alto gridando molto.

58


O fiero Marte, o dispettoso Iddio,
     Nimico alle nostre arme, i’ mi vergogno
     D’aprirti con parole il mio disio:
     E certo prego per cotal bisogno
     Non averai nè sacrifizio pio;
     Ma senza te la vittoria che agogno
     Farò d’avere, o l’alma sanguinosa
     Ad Acheronte n’andrà dolorosa.

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59


Opera omai in male i tuoi rossori,
     E contro a me le femmine fa’ forti
     Con quell’arte che in Flegra i successori
     D’Anteo vincesti; e fa’ che le conforti.
     Quanto tu sai, e spargi i tuoi vapori
     Sopra gli miei, che or fosser già morti:
     Perocchè sol mi credo me’ valere
     Ched io non fo con tutto il lor potere.

60


E tu, Minerva, che il sommo loco
     Tra gl’iddii tieni in la nostra cittate,
     Non aspettar da me altar nè foco,
     Nè ch’io ti liti bestie in quantitate,
     Nè che per te io adorni alcuno gioco
     In onor fatto di tua maestate:
     Aiuta pure a queste le qua’ sono
     Teco d’un sesso, e me lascia in bandono.

61


Poi si rivolse a’ suoi con vista viva,
     Con peggior piglio, e incominciò a dire:
     Ah vituperio della gente achiva!
     Ov’è fuggito il vostro grand’ardire?
     È la forza di voi tanto cattiva
     Che molli donne vi faccian fuggire?
     Tornate adunque nelle vostre case,
     E qua le donne vengan là rimase.

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62


Il chiaro Apollo, il cielo, e il salso mare
Fien testimonii eterni ed immortali
Del vostro vile e tristo adoperare;
E porterà la fama i vostri mali
Con perpetuo nome, e voi mostrare
Farà a dito a gente diseguali,
Dicendo: vedi i cavalier dolenti,
Che vinti fur dall’amazzonee genti.

63


Fuggitevi di qui, vituperati,
Poi Marte più che voi donne sovviene,
E delli vostri arnesi dispogliati
Li lasciate vestire a chi conviene:
Or non era migliore che onorati
Di morte aveste sostenute pene,
Che con vergogna indietro rinculare,
Ed a donzelle lasciarvi cacciare?

64


Entri nell’armi adunque chi n’è degno,
L’altro le lasci che non vuole onore,
Morte pigliando per fuggire sdegno;
Ed a cui piace più con disonore
Vita, che pregio, non segua ’l mio segno,
Vivasi quanto vuol senza valore:
Ch’io sarò troppo più solo onorato,
Ch’essendo da cotali accompagnato.

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65


O che avreste voi fatto se avversi
     Vi fossero i Centauri addosso usciti?
     Ed i Lapiti popoli diversi,
     Turba dolente, uomini scherniti?
     Credo nel mar vi sareste sommersi,
     Poichè per donne vi siete fuggiti:
     Or vi tornate e fate nuovo duca,
     E Marte me siccome vuol conduca.

66


E questo detto, sotto l’armi chiuso
     Tirar fe’ la sua nave in ver lo lito,
     E senza scala por ne saltò giuso,
     Nè si curò perchè fosse fedito
     Da molte parti, ma siccome uso
     Di tal mestier, più si mostrava ardito,
     Sè riparando e di sopra e d’intorno,
     E fuor dell’acqua uscì senza soggiorno.

67


Non altrimenti si gittano in mare
     I marinai, il cui legno già rotto
     Per la fortuna sentono affondare,
     E chi più può, senza agli altri far motto
     Briga notando di voler campare;
     Che i Greci si gittar, tutti di botto,
     Dietro a Teseo nell’acqua lui vedendo,
     Nè ben nè male al suo dir rispondendo.

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68


E sì gli avea vergogna speronati
     Colle parole del fiero Teseo,
     Ch’egli eran presti ed arditi tornati:
     Perchè ciascun com più tosto poteo,
     Così com’eran tututti bagnati,
     E tai fediti, al suo duca si feo
     Vicino, e fero in sul lito una schiera
     Subitamente assai possente e fiera.

69


Fatta la schiera tal quale poteano
     Nel marin lito, ov’essi eran discesi,
     Perciocchè bene i luoghi non sapeano,
     Nè seco avevan tutti i loro arnesi,
     Al lor poter le donne sosteneano
     D’alto vigor ne’ loro animi accesi,
     Disposti a far gran cose in poca d’ora,
     Purchè le donne lì faccian dimora.

70


Le donne in su’ cavalli forti e snelli
     Givano armate in abito dispari,
     E que’ correan come volanti uccelli,
     Facendo spesso i loro colpi amari
     Sentire a’ Greci, che ne’ campi belli
     Eran discesi a piè non avia guari,
     Or qua or là correndo, e ritornando,
     Ispesso e rado i Greci molestando.

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71


Così pugnavano alla morte loro,
     Poichè potuto non avien la scesa
     Colle lor forze vietare a coloro,
     Li qua’ sentendo ognor crescer l’offesa,
     Chieser di poter gir senza dimoro
     Al duca lor ver quelle in lor difesa:
     E poi a piè in fra le donne entraro,
     Ed a combatter fieri incominciaro.

72


E fedirono allora arditamente,
     Siccome que’ che ben lo sapien fare;
     Ed a’ lor colpi non valea niente
     Di quelle donne il presto riparare:
     E se non fosse ch’eran poca gente,
     A rispetto del lor moltiplicare,
     Tosto le arebbon del campo cacciate,
     O morte tutte, o ver prese e legate.

73


Ma il numero di lor ch’era infinito
     Ognora la battaglia rinfrescava;
     Questo contra Teseo fiero ed ardito
     Il campo lungamente sostentava:
     Ed esso senza riposo e spedito
     Ferendo, or qua or là correndo andava;
     Ed ammirar di sè ciascun facea,
     Che in quello stormo mirar lo potea.

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74


Nè altrimenti in fra le pecorelle
     Si ficca il lupo per fame rabbioso,
     Col morso strangolando or queste or quelle,
     Fin ch’ha saziato il suo disio goloso,
     Che facesse Teseo fra le donzelle,
     A piè colla sua spada furïoso,
     Coperto dello scudo ognor ferendo,
     Or questa or quella misera uccidendo.

75


Così Teseo fieramente andando
     Co’ suoi compagni in fra le donne ardite,
     Molte ne gien per terra scavallando,
     E morte quali, e quali altre fedite
     Lasciando per lo campo: indi montando
     Sopr’a’ cava’, che a redine sbandite
     Le lor lasciate donne si fuggieno
     Or qua or là così come potieno.

76


E già di lor gran parte eran montati
     Per tal procaccio sopra i buon destrieri,
     E tutti in sè di ciò riconfortati
     Contra color ferivan volentieri,
     Ed esse, lor vedendo inanimati
     Più ch’al principio non erano e fieri,
     Temendo cominciarono a voltare,
     E ’l campo a’ Greci del tutto a lasciare.

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77


Fuggiensi adunque nel castello tutte,
     E dietro ad esse la duchessa loro,
     E sopra l’alte mura fur ridutte
     Armate senza fare alcun dimoro;
     Fra lor dicendo: noi sarem distrutte
     Se alle man pervegnamo di costoro;
     E la sconfitta lor quasi non suta,
     A ben guardar si dier la lor tenuta.

78


Era la terra forte e ben murata
     Da ogni parte, e dentro ben guernita
     Per sostenere assedio ogni fïata
     Lunga stagion ch’ella fosse assalita:
     Però ciascuna dentro bene armata
     Non temeva nè morte nè fedita:
     Chiuse le porte, al riparo intendieno,
     E quasi i Greci niente temieno.

79


Come Teseo le vidde fuggire,
     In un raccolse tutta la sua gente,
     E comandò che le lasciasser gire.
     Poi fe’ cercare il campo prestamente,
     E fece i corpi morti seppellire:
     E le fedite assai benignamente
     Lasciò andar, senza ingiuria nessuna,
     Là dove piacque di gire a ciascuna.

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80


E in cotal guisa avendo preso il lito
     Colla sua gente, malgrado di quelle,
     In su un piccol poggio fu salito
     Dirimpetto al castel delle donzelle,
     E comandò che quel fosse guernito,
     Sicchè resister si potesse ad elle
     Senza battaglia, in fin che scaricate
     Fosser le navi, e le genti posate.

81


I Greci prestamente scaricaro
     Tutte le navi degli arnesi loro,
     E altri in breve il poggetto afforzaro
     Quanto poterno senz’alcun dimoro:
     Nè dì nè notte mai non si posaro,
     Che forte fu a contastar con loro:
     Ben fer le donne loro ingombro assai,
     Che d’assalirli non ristetter mai.

82


Poscia che i Greci furono afforzati
     Sì che le donne niente temieno,
     E’ legni loro in mar furon tirati,
     Per corseggiar d’intorno ove potieno,
     Ed i fediti furon medicati,
     E quegli ancor che ’l mar temuto avieno
     Posati fur, parve a Teseo che stare
     Quivi porria più nuocer che giovare.

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83


Ed esso ancor con sollecita cura,
     Ch’al suo più presto spaccio più pensava,
     Immaginò, che se intorno alle mura
     Di quella terra il suo campo fermava,
     E’ potrebbe avvenir peravventura
     Che senza utile il tempo trapassava;
     Perocchè, quando pure e’ succedesse,
     Poco avria fatto perchè lor vincesse.

84


E tornandogli a mente come Alcide
     All’Idra, che de’ suoi danni crescea,
     Avea la vita tolta, seco vide
     Che là dov’era Ippolita dovea
     Sua prova far; perchè se lei conquide,
     Più contasto nessun non vi sapea:
     E per cotal pensiero il campo mosse
     Per gir colà dove Ippolita fosse.

85


Corse la fama per tutto ’l paese
     Della sconfitta fatta tostamente;
     Perchè ciascuna sè alle difese
     Si metteva di sè velocemente:
     Ma quella cui tal cosa più offese
     Ippolita è da creder certamente;
     La qual, poichè così la cosa andare
     Vide, propose di volersi atare.

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86


Nè fu stordita per quella sciagura;
     Ma le sue donne a sè chiamò, dicendo:
     A ciascuna conviene esser sicura,
     Non dico in campo Teseo combattendo,
     Ma nel difender ben le nostre mura,
     Le quali ad assalir vien come intendo:
     Perocchè non potrà lunga stagione
     Dimorar qui per nulla condizione.

87


Noi siam di ciò ch’al vivere è mestiere
     Fornite bene, e la terra è sì forte,
     Che non è così ardito cavaliere,
     (Se al guardar vorremo essere accorte)
     Che appressar ci si possa, che pentere
     Non ne facciam, forse con trista morte:
     Quando ci fieno stati, e’ vederanno
     Il nostro ardir, per vinti se n’andranno.

88


Dunque se mai amaste libertade,
     Se vi fu caro mai il mio onore,
     Ora mostrate vostra nobiltade,
     Ora si scuopra l’ardire e ’l valore
     Ver chi s’appressa alla nostra cittade
     Per voler noi di quella trarne fore:
     Eterna fama ora acquistar potete,
     Se ben contra Teseo vi difendete.

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89


E questo detto niente interpose,
     Ma ciò che seco aveva divisato,
     Fece, dando ordine a tutte le cose;
     Per le mura ponendo in ogni lato
     A guardia savie donne e valorose,
     Facendo ancora ognun altro apparato
     Che a tal cosa bisogna, sempre andando
     Or questa or quella sempre confortando.

90


E per salute ancor delle sue genti
     Gran doni a’ templi poi fece portare,
     Gl’iddii pregando che negli emergenti
     Casi dovesser lor pietosi atare,
     Quinci adoprando tutti gli argomenti
     Ch’a sua difesa potevan giovare:
     E guernita così, come poteo,
     Colle sue donne aspettava Teseo.

91


Poichè Teseo si fu di quel loco
     Partito, onde le donne avea cacciate;
     Alla città sen venne in tempo poco,
     Dove Ippolita e molte erano armate:
     Ei giurò per Vulcano iddio del fuoco
     Di non partirsi mai, se conquistate
     Da lui non fosser per forza o per patti
     Prima egli e’ suoi vi sarebbon disfatti.

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92


E fe’ tender trabacche e padiglioni,
     Ed afforzar suo campo di steccati,
     A’ cavalier dicendo e a’ pedoni
     Ch’essi facessero e tende e frascati;
     E che di lor nessun giammai ragioni
     Di ritornare a’ suoi liti lasciati,
     Se Ippolita pria non si vinceva
     Così come con lor proposto aveva.

93


E fe’ rizzar trabocchi e manganelle,
     E torri per combattere alle mura;
     E fe’ far gatti, ed alle mura belle
     Spesso faceva con essi paura;
     E con battaglia spesso le donzelle
     Assaliva con sua gente sicura;
     Ma di tal cor guernite le trovava,
     Che poco assalto o altro gli giovava.

94


Egli stette più mesi a tal berzaglio,
     E poco v’acquistò, anzi niente,
     Fuor che paura e onta con travaglio,
     Perchè le donne dentro assai sovente
     Di morte si metteano a repentaglio
     Predando sopra loro arditamente:
     Cotanto s’eran già assicurate,
     Per non potere esser soperchiate.

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95


Di ciò era Teseo assai crucciato,
     E nel pensiero sempre gía cercando
     Come potesse abbatter loro stato;
     Un dì n’avvenne ch’egli cavalcando
     Alla terra d’intorno, fu avvisato
     Ch’ella si arebbe sotterra cavando:
     E perchè avea maestri di tal’arti,
     Cavar la fe’ da una delle parti.

96


Quando la donna del cavare intese,
     Dubbiò, e tosto di mura novelle
     Un cerchio dentro più stretto comprese,
     Il qual fer tosto e donne e damigelle:
     Appresso inchiostro e carta tosto prese,
     E colle mani dilicate e belle
     Una lettera scrisse, e trovar feo
     Due savie donne, e mandolle a Teseo.

97


Eran le donne belle e di gran cuore,
     Con compagnia leggiadra e disarmate,
     Vestite in drappi di molto valore;
     Le qua’ giunte nel campo fur menate
     Da’ maggior Greci davanti al signore,
     Le quali assai da lui prima onorate
     La lettera gli diero, e la risposta
     Addomandaron grazïosa e tosta.

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98


Teseo la prese assai benignamente,
     E innanzi a sè chiamati i suoi baroni
     Insieme con molt’altra buona gente,
     Disse: signori, le donne amazzoni
     Questa lettera mandan veramente;
     Però l’udite, e con belle ragioni
     Lor si risponda: e poi la fece aprire,
     E legger sì che ognun potesse udire.

99


La lettera era di cotal tenore:
     A te Teseo alto duca d’Atene
     Ippolita regina di valore
     Salute, se a te dir si conviene,
     E accrescimento sempre di tuo onore,
     Senza mancar di quel che m’appartiene,
     E pace con ciascuno, ed ancor meco,
     Che ho ragion di aver guerra con teco.

100


I’ ho veduta la tua gente forte
     Ne’ porti miei con isforzata mano;
     Tal che sarebbe paura di morte
     Data a qualunque popol più sovrano
     Fuor ch’alle donne mie di guerra scorte
     Più ch’altra gente che al mondo siano,
     Le qua’ di que’ cacciasti assai superbo,
     Delle qua’ meco una parte ne serbo.

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101


E poi venuto se’ ad assediarmi
     Come nimica d’ogni tuo piacere,
     E più volte provate hai le tue armi
     Alle mie mura, e ancora potere
     Da quelle non avesti di cacciarmi,
     Perchè, per adempier lo reo volere
     Ch’hai contro a me, la terra fai cavare,
     Per poi potermi senza arme pigliare.

102


Certo di ciò la cagion non conosco,
     Ch’io non t’offesi mai, nè son Medea
     Che per invidia ti voglia dar tosco:
     Anzi la tua virtù sì mi piacea,
     Quando si ragionava talor nosco,
     E di vederti gran disio avea,
     E ancora disiava tua contezza,
     Tanto gradiva tua somma prodezza.

103


Ma di ciò veggio contrario l’effetto,
     Considerando la tua nuova impresa;
     Pensando che non ci abbia alcun difetto
     Commesso, e sia subitamente offesa,
     Senza aver io di te alcun sospetto:
     Di che nel core non poco mi pesa.
     E non men forse per la tua virtute,
     Ch’io faccia per la mia propria salute.

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104


Tu non hai fatto come cavaliere
     Che contro a par piglia debita guerra:
     Ma come disleal uom barattiere
     Subitamente assalisti mia terra,
     E come vile e cattivo guerriere
     Mai non pensasti, se ’l mio cor non erra,
     Che ’l guerreggiar con donne e aver vittoria
     Del vincitore è più biasmo che gloria.

105


Ben ti dovresti di ciò vergognare,
     Se figliuol se’ com’ di’ del buono Egeo;
     Nè ti dovresti con arme appressare
     Alle mia mura. E già se ne penteo
     Chi ha volute mie forze provare;
     Perocchè mal sembiante mai non feo
     Nessuna ancora delle mie donzelle,
     Che tutte sono ardite prodi e snelle.

106


Ma poscia che le mie forze provate,
     E il tuo pensiero hai ritrovato vano,
     Diverse vie hai sotterra trovate
     Per avermi prigione a salva mano:
     Ma non sarà così in veritate;
     Chè già ci è preso il rimedio sovrano,
     E di combattere in oscura parte,
     Non è di buon guerrier mestier nè arte.

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107


Dunque mi lascia in pace per tuo onore,
     Senza voler più tua fama guastare,
     Che ti perdono ciascun disonore
     Che fatto m’hai, o mi volessi fare:
     E se nol fai, con forze e con dolore
     I’ ti farò la mia terra sgombrare:
     Nè qui mi troverai qual festi al lito,
     Perch’io ti giucherò d’altro partito.

108


Quando Teseo la lettera ebbe udita,
     A’ suoi baroni e’ disse sorridendo:
     Beato a me che campato ho la vita
     Mercè di questa donna, che ammonendo
     Mi manda, acciocchè mia fama fiorita
     Tra le genti dimori, me vivendo.
     Poi si rivolse a quelle donne, e disse:
     Tosto risposto fia a chi ne scrisse.

109


In cotal guisa fe’ scrivere allora:
     Ippolita reina alta e possente,
     La quale il popol femminile onora,
     Teseo duca d’Atene e la sua gente,
     Salute tal qual ti bisogna ora,
     Cioè la grazia mia veracemente:
     Una tua lettera e messi vedemo,
     Per questa ad essa così rispondemo.

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110


Chi ’l nostro popolo uccide e discaccia
     Delle sue terre, a noi fa villania:
     Però se adoperiam le nostre braccia
     In far vendetta, grande onor ci fia;
     Nè viltà nulla i nostri cuori impaccia
     Se sottoterra cerchiam di far via
     Per lo tuo orgoglio volere abbassare,
     Ma facciam quel che buon guerrier dee fare.

111


Cioè prendere vantaggio, acciocchè i suoi
     Più salvi sieno, e vincasi il nimico;
     E tosto ci vedrai ne’ cerchi tuoi
     Della città, nè mica come amico,
     Se non t’arrendi tostamente a noi,
     Uccidendo e tagliando: ond’io ti dico
     Che ’l mio comando facci, ed avrai pace;
     Chè in altra maniera non mi piace.

112


E poi ch’egli ebbe scritte e suggellate
     Le lettere, donolle alle donzelle,
     Le quali avanti avea molto onorate:
     Ed a caval salito poi con quelle,
     E tutte le sue forze a lor mostrate,
     E similmente alle cave con elle
     Entrò, e fece lor chiaro vedere
     Le mura puntellate per cadere.

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113


Poi disse loro: o messaggere care,
     Alla reina vostra tornerete:
     E in verità potrete raccontare
     Ciò che apertamente qui vedete;
     Sicchè le piaccia di non farmi fare
     Asprezza contro a quantunque voi siete,
     E contro a lei, la qual mi par valente;
     Ch’io ne sarei poi più di voi dolente.

114


Le damigelle allor preson commiato,
     Dicendo: signor nostro, volentieri:
     E nella terra per occulto lato
     Si ritornar, non per mastri sentieri:
     Ed alla donna lor tutto contato
     Ciò ch’han veduto in fra que’ cavalieri:
     Poi le lettere hanno presentate,
     Le qua’ fur lette tosto ed ascoltate.

115


Poichè di quelle Ippolita il tenore
     Ebbe compreso, e ’l dir delle donzelle,
     Nel cor sentì grandissimo dolore,
     E similmente sentir quante quelle
     Ch’eran presenti ch’avesson valore,
     Pensose assai e nell’aspetto felle:
     Ma dopo alquanto Ippolita chiedendo
     Con mano udirsi, cominciò dicendo:

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116


Chiaro vedete, donne, a qual partito
     Ci hanno gl’iddii recate, e non a torto;
     Se di ciascuna fosse qui ’l marito,
     Fratel, figliuolo, o padre, che fu morto
     Da tutte noi, non sarie stato ardito
     Teseo mai d’appressarsi al nostro porto;
     Ma perchè non ci sono e’ ci ha assaltate,
     Come vedete, e ancora assediate.

117


Venere giustamente a noi crucciata
     Col suo amico Marte il favoreggia;
     E tanta forza a lui hanno donata
     Che contro a nostro grado signoreggia:
     D’intorno a noi ha la citta assediata,
     E come vuole ognora ne danneggia,
     Perocchè vie più che noi è forte;
     Se noi non ci arrendiam, minaccia morte.

118


Però a noi bisogna di pigliare
     De’ due partiti l’un subitamente:
     O contro a lui ancora riprovare
     Le forze nostre in campo virilmente,
     O a lui, poichè ci vuol, ci vogliam dare:
     Perocchè qui più tenerci niente
     Noi non possiam; chè, come voi sapete,
     Le mura in terra tosto vederete.

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119


E ’l dir che noi con esso combattiamo
     Mi par che sia assai folle pensiero;
     Perciocchè tutte quante conosciamo
     La gente sua, e lui ardito e fiero:
     E se ancora ben ci ricordiamo,
     E con noi stesse vogliam dire il vero,
     Noi lo provammo, non è molto ancora,
     Di che noi ci pentemmo in poca d’ora.

120


E oltre a questo egli ha seco l’aiuto
     Degli alti iddii, che noi han per nimiche;
     E noi l’abbiamo assai chiaro veduto,
     Che orazion, vigilie, nè fatiche,
     Forza di corpo o atto provveduto
     Campar non ci ha potuto, che mendiche
     Della sua grazia esser non ci convenga,
     Se noi vogliam che ’n vita ci sostenga.

121


Però terrei consiglio assai migliore
     Renderci a lui, che del valor mondano,
     Per quel ch’i’ senta, egli ha il pregio e l’onore;
     Ed è, a chi s’umilia, umile e piano:
     E già non ci sarà a disonore,
     Se vinte siam da uomo sì sovrano:
     Perciò che ogni uom per femmine ci tiene
     Come noi siamo, e lui duca d’Atene.

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122


Tacquesi qui: ma un grande mormorio
In fra le donne surse, lei udita:
L’una reputa buono, e l’altra rio
Cotal consiglio; ma nessuna ardita
È di dir contra e d’aprir suo disio:
Perchè cotal sentenza diffinita
Per le più sagge fu, che si mandasse
Chi con Teseo per lor patti trattasse.

123


Poichè cotal sentenza fu fermata,
Ippolita due donne fe’ venire,
Polista e Dinastora, e informata
Ebbe ciascuna di ciò ch’hanno a dire:
E poichè libertà loro ebbe data
Quanta ne bisognava a ciò fornire,
Disse: omai donne a vostra posta andate,
Ma senza pace qui non ritornate.

124


Fur costoro a Teseo, ed e’ con esse;
E dopo lungo d’una e d’altra cosa
Parlar, fermarsi, che esso prendesse
Ippolita per sua eterna sposa,
E che la terra per lui si reggesse
Sotto le leggi della valorosa
Ippolita reina: ed accordarsi
Con molti altri più patti, e ritornarsi.

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125


Ippolita era a maraviglia bella,
     E di valore accesa nel coraggio:
     Ella sembrava mattutina stella,
     O fresca rosa del mese di maggio;
     Giovane assai, e ancora pulcella,
     Ricca d’avere, e di real legnaggio,
     Savia e ben costumata, e per natura
     Nell’arme ardita e fiera oltre misura.

126


A cui le donne da Teseo venute,
     Ed a molte altre i patti raccontaro;
     Recando a tutte da Teseo salute,
     Il che fu alle più grazioso e caro:
     E poi che fur le parole compiute,
     Le donne l’armi di botto lasciaro:
     Ed ella comandò, per suo amore,
     Che a Teseo e a’ suoi sia fatto onore.

127


Poscia che furono i patti fermati,
     Teseo co’ suoi montati in su’ destrieri,
     E’ più di loro essendo disarmati,
     A piccol passo i lieti cavalieri
     Senza contasto in la città menati,
     Nella qual ricevuti volentieri
     Umili d’essa preser possessione
     Senza fare ad alcuna offensione.

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128


Incontro venne sopra un bel destriere
     Al suo Teseo Ippolita reina,
     E più bella che rosa di verziere
     Con lei veniva una chiara fantina,
     Emilia chiamata al mio parere,
     D’Ippolita sorella piccolina;
     E dopo lor molte altre ne venieno
     Ornate e belle quanto più potieno.

129


E ’n cotal guisa con solenne onore
     Ricevetter Teseo e la sua gente;
     Nè fu guari di lì lontano Amore,
     Ma co’ suoi dardi molto prestamente,
     E molti ancora ne ferì nel core:
     E se n’andaron molto lietamente
     Fin al palagio, e quivi dismontaro,
     E in su quello Teseo accompagnaro.

130


Egli era bello, e d’ogni parte ornato
     Di drappi d’oro e d’altri cari arnesi
     Per ogni cosa ricco e bene agiato:
     Ma Teseo gli occhi non teneva attesi
     A ciò guardar, ma ’l viso dilicato
     D’Ippolita mirando, con accesi
     Sospir dicea: costei trapassa Elena,
     Cui io furai d’ogni bellezza piena.

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131


Egli avea già nel cor quella saetta,
     La qual Cupido suole aver più cara;
     E seco nella mente si diletta,
     D’aver per cotal donna tanto amara
     Fatica sostenuta; e lieto aspetta
     D’avere in braccio quella stella chiara:
     Parendogli colei assai più degno
     Acquisto che tututto l’altro regno.

132


Le donne avieno cambiati sembianti
     Ponendo in terra l’armi rugginose,
     E tornate eran quali eran davanti
     Belle, leggiadre, fresche e grazïose;
     Ed ora in lieti motti e ’n dolci canti
     Mutate avien le voci rigogliose:
     E’ passi avevan piccioli tornati,
     Che pria nell’armi grandi erano stati.

133


E la vergogna, la qual discacciata
     Avean la notte orribile, uccidendo
     I lor mariti, loro era tornata
     Ne’ freschi visi, gli uomini veggendo:
     E sì era del tutto trasmutata
     La real corte, a quel che prima essendo
     Senz’uomini le femmine parea,
     Che appena alcuna di loro il credea.

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134


Ripresi adunque i lasciati ornamenti,
     Di Citerea il tempio fero aprire,
     Serrato ne’ lor primi mutamenti;
     Qui fe’ Teseo Ippolita venire,
     E dati i sagrifizii riverenti
     A Venere, sposò con gran disire,
     Ippolita, l’aiuto d’Imeneo
     Chiamando, quivi il gran baron Teseo.

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Molte altre donne a’ greci cavalieri
     Si sposarono allora lietamente,
     E per signor gli preson volentieri,
     Come avean gli altri avuti primamente.
     Con giuramenti santissimi e veri
     Lor promettendo che al lor vivente
     Nella prima follia non tornerieno,
     E che lor cari sempre mai averieno.

136


Tra l’altre belle vedove e donzelle
     Che fossono in quel loco, una ve n’era
     Che di bellezza passava le belle,
     Come la rosa i fior di primavera:
     La qual Teseo veggendola tra quelle,
     Fe’ prestamente domandar chi era:
     Detto gli fu, sorella alla reina,
     Emilia nominata la fantina.

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137


Piacque a Teseo la bella donzelletta,
     Non meno ch’alcun’altra che vi fosse:
     E ancor che gli paresse giovinetta,
     Nella sua mente già determinosse
     Che ad Acate sua cosa distretta
     Per moglie la darà: quindi si mosse,
     E al palazzo reale ritornaro,
     Dove pien di letizia ognun trovaro.

138


Le nozze furon grandi e liete molto,
     E più tempo durò il festeggiare,
     E ciascun dalla sua fu ben raccolto,
     Ed a tutti pareva bene stare,
     Perchè fortuna avea cambiato volto:
     E le donne sapeano or che si fare
     Sè ristorando del tempo perduto
     Mentre nel regno uom non era suto.