La festa dello statuto in Pistoia

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1862

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LA FESTA

DELLO STATUTO

IN PISTOIA

IL 1.° GIUGNO 1862

PISTOIA

TIP. CINO DI L.VANGUCCI

1862.

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Non ci è parso che fosse da passare senza un ricordo il giorno solenne alla commemorazione dello Statuto di quest’anno 1862, che fu celebrato in Pistoia. Fino dalle prime ore antimeridiane noi potevamo godere della rivista della nostra Guardia Nazionale, ma il tempo piovoso ce lo impediva, e faceva alterare il Programma di già annunziato: non in modo però che secondo il pubblico voto non avesse luogo la celebrazione della Messa, ed il canto del Te Deum, eretto un Altare sotto le logge del Palazzo Comunale.

Dal Municipio era stato invitato a tal uopo il Sacerdote Domenico Riccardi Cappellano Militare del Reggimento Usseri di Piacenza. Il quale, compittlo il Divino Sacrifizio, volgevasi al Popolo, che gli faceva corona con le Autorità locali, ed il Battaglione della Guardia Nazionale, com queste opportune parole, le quali per fortuna potemmo avere da chi si piacque stenografarle.

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[p. 6 modifica]La gioia che brilla in volto a ciaschedano di voi, o Signori, mi porge prova non dubbia, che palpita il vostro cuore di riconoscenza verso il Signore, pei grandi purtenti da Lui operati a vantaggio della cara Patria nostra. Il religioso contegno, col quale l'eletta Popolazione di quest’eroica Città assiste all’odierno rito religioso, mi persuade, che qui ben s’intende come Patria e Religione, i due più gran moventi del cuore umano, mai non possano andar disgiunti, perchè amendue questi santi affetti scolpì Dio stesso nel nostro cuore.

Infondati timori, inveterate abitudini, amor del passato, odio al presente, ambizione di temporale dominio, ed influenza, tengono lontani tuttora da questa Patriottica Festa coloro, che per Divino mandato dovrebbero curarne l'osservanza; ed invece abusando di lor posizione, e dell’autorità del lor ministero, che è pace ed amore con crudeli minaccie, e più barbari gastighi tener lontano dall’altare della Patria l’eletta parte del Clero, che meglio apprezzando il carattere della sua Divina Missione, ed i vantaggi morali dell’umano progresso, benedice in suo cuore la libertà figlia della Croce, conquista del Cristianesimo sulla schiavitù pagana; e l'ora sospira, in cui la luce si farà per chi si ostina a far bella mostra di cecità e di ignoranza; e Italia libera ed indipendente da ogni straniero servaggio, brillerà di quello splendore, che le arti e le scienze le procacciarono tra le straniere Nazioni.

Un anno è compiuto dappoiché ventidue millioni d’Italiani poterono per la prima volta raunarsi avanti all’Altare della Patria, e porgere a Dio solenne tributo ed ossequio di fede e gratitudine. Speravamo in allora, che altri Italiani avrebbero potuto unirsi a celebrare questo secondo anniversario..... Ma così non fu!!! Non andò però perduto tal tempo; poichè il Popolo Italiano meglio comprese quali siano i vantaggi che arreca la libertà. Potè persuadersi che lo Statuto, che in oggi festeggiamo, non è vana parola, ma legge, che in realtà ci assicura la libertà personale, politica e religiosa, che in una parola fra poche altre Nazioni, [p. 7 modifica]come fra noi, la Legge è uguale per tutti, perchè l’Eletto d’Italia tutta, il Re Galantuomo Vittorio Emanuele ogni suo atto informa ai grandi principii ed interessi della Nazionalità; assecondando le rette intenzioni del Parlamento, dei Mandatarii del Popolo; ed è per virtù di questo accordo tra Popolo e Sovrano, che il Governo avvalorato dalla pubblica opinione all’interno, accrebbe le sue simpatie all’estero, ove si comprese che Italia libera, a vece d’esser fomite ed incentivo di rivoluzione, qual la dicevano, quando inceppata, è ora d’ordine e di regolato viver civile maestra. Qual altro popolo avrebbe infatti serbato un contegno ugualmente generoso, e longanime fra le lotte del partiti, che vuoi aderenti al passato, vuol troppo impazienti dell' avvenire, cercarono ritrarsi da quella via dell’ordine e della legalità, che pure è l'unica, buona, e vera, onde guidarci al conseguimento della nosira unità?

Quei Principi, che questo Popolo, nell' ora assegnata da Dio, scacciava dal Trono, o menomava di Territorio, perchè spergiuri ed infami, invano collegaronsi a’ danni nostri in segrete alleanze: invano profusero quei tesori, che furono frutto dell’estorsioni fatte ai già loro sudditi; invano cercarono abbindolarci facendo servire la Religione al loro privato interesse, col proclamare Dio nemico ed ostile all’Unità Italiana... Nò, questo non è: Dio non può volere infelici le sue creature...

La Religione santa e pura non può lordarsi di tali sozzure... Gli è dalla Croce, che venne proclamata la libertà dei Popoli... chi tenta incepparla, non è seguace di Cristo... è un occulto pagano, un adoratore della materia, della forza bruta, che altra legge non conosce fuorché l'egoismo... non siegue altro Vangelo, che il proprio interesse.

La lotta ìnsidiatrice, che fu mossa all’Italia nelle meridionali Provincie fece certo gravissimo danno, poiché scorse molto sangue Italiano, spensersi molte vite, che avrebbero maggiormente illustrata la Patria sui campi di più nobil guerra; ma pure servì a disilludere chi in buona fede ancor sospirava governi, dalla [p. 8 modifica]ringhiera del più antico, e reputato Partamento d’Europa, vennero giustamente stimatizzati qual negazione di Dio.

L’ltalia ha ancora molle piaghe a sanare e a soffrir dure prove, prima di raggiungere e definitivamente completare la sua Unità; ma se l’ordine e la legalità continueranno ad essere la nostra divisa; se Italia e Vittorio Emanuele sarà nostro perenne grido di guerra patria; se ben sapremo apprezzare la libertà, che ci assicura lo Statuto, e svilupparla con leggi uniformi, colla concordia degli animi, colla unione dei cuori in un sol pensiero e sentire, produrremo quella forza morale, cui nulla resiste; ed Italia infrangerà senza fallo, e ben presto l’ultimo anello di quelle secolari catene, che i pregiudizii e la tirannide straniera cementarono, e ribadirono per tanti secoli.

Esaudite, o Dio dei forti, i generosi propositi! Esaudite i voti d'Italia per la restituzione della sua principale Città, dell’Angusta Roma! Muovetevi a pietà dei lunghi dolori della Regina dell'Adriatico, l’afflitta Venezia! Fate che Italia, la cara Patria nostra libera, una e forte sieda un altra volta Regina nel consesso delle civili Nazioni.





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[p. 9 modifica]Dopo questo discorso, più volte interrotto da grida entususte, l'Oratore intonava il Te Deum, cui rispondeva il Popolo stivato nella piazza attigua.

Compiuta la sacra Ceremonia, la Sala maggiore di questo Palazzo Comunale accoglieva cittadini d'ogni classe, insieme alle Autorità, per assistere alla solenne distribuzione dei premi che sulla proposta del Consiglio dei Giurati della passata Esposizione Nazionale, gli Espositori ed Operai del nostro Circondario si meritarono.

Il Sotto-Comilato Pistoiese composto dei Sgg. Ingre. Angelo Camberai Presidente, Francesco Vivarelli-Colonna, Francesco Scarfantoni, Ingre. Francesco Bartolini, Ab, Giuseppe Tigri Segretario a compire la propria missione non poteva scegliere un giorno più, conveniente. Sono infatti le industrie la parte più vitale d'una Nazione, ed é Festa di Popolo, Festa Nazionaie quella nella quale un provido Governo con medaglie di merito le ricompema. A quella esposizione avemmo 180 espositori con 1800 oggetti. I premiaii fra Etpositori ed Operai furono 71, ed in proporzìone ci parve un bel numero, da far onore al Paeee; tale poi ohe dà prova del progresso che si è fatto anche qui delle arti industriali, specialmente nella ricca arte serica che ebbe 12 espositori, e 31 operai premiati.

A questa distribuzione di premii preludeva il Segretario AB, Giuseppe Tigri col seguente discorso.



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Signori


Il Sotto-Comitato pistoiese per la prima Esposizione italiana è lieto d! avervi qui convocali, cittadini, espositori, operai, per dar compimento all’ufficio, che dalla Commissione reale gli era stato affidato, con la consegna dei premi, che in quella nobil palestra artistico-industriale ciascuno si meritò. — Invitato a tenervene breve discorso per 1'assenza dell’onorevole presidente, che come in questa, rende oggi in altra missione util servigio alla patria, io me ne sento grandemente onorato: e mi compiaccio di potervi affermare, come gli espositori del nostro Circondano a questa italica mostra superassero ogni espettativa, pel numero loro per quel de’ prodotti, e infine pe’ molti premi che conseguirono.

E di ciò, o Signori, le cagioni son da cercare, non che nelle convinzioni politiche, che ogni popolo più civile spronavano a prepararsi per ogni guisa a’ suoi nuovi destini, qnanto pure nella esperienza che aveva ormai insegnato come anco nelle piccole mostre il concorso e 1'emulazione valgano ad accrescere e mig|iorare le arti e le industrie.

Fra le parziali Eaposizioni che 1'Italia, in alcun de' suoi Stati, ne' recenti decorsi anni ne dischiudeva, un primo vanto per certo, dopo le Piemontesi, hannosi quelle che in Toscana furono aperte. E fra di queste mi gode l’animo di poter dire che no ha pure uno primissimo la Pistoiese. Perocché nello stesso anno (1858) nel quale a Firenze l’Accademia dei Georgofili annunziò il primo esperimento di una Esposizione industriale dì tutta Toscana, l’Accademia di Scienze, Lettere e Arti di questa città, ripreso finalmente il corso di sue sedute, che un sospettoso e misero dispotismo per lungo tempo le aveva conteso, deliberava, che una Esposiilone artistico-industriale del suo Circondario, per ogni tre anni da quello, nelle sue sale si dischiudesse. E voi, o Signori, già vel sapete come il numero degli esponenti e di quel de’ prodotti in ogni [p. 11 modifica] mostra si vedesse cresciuto, e quanto però fossero dall’Accademia meritamente premiati.

— Ma queste singole Esposizioni di alcuna parte della penisola, mentre non senza onore valsero a rappresentarci con qualche opera a quelle prime grandiose di Londra e di Parigi, potevano mai appellarsi la forza viva e l’espressione del genio di tutta Italia?

V’erano là espositori di piccoli Stati; alcuni de’ quali non che senza macchine, senza grandi officine, senza mezzi pecuniarii, ed eccitimeti, avversati anzi da’ loro governi, sol per ingenita virtù loro operavano: tali però, che potevano aasomigliarsi a quelle piante, che, non in ben preparato terreno, e alle libere aure de’ campi, ma aduggite in isterile e pìccola chiostra, per quanto porgano il fiore, anneghittiscon ben presto, e non producono mai quali dovrebbero i frutti.

Or questi espositori, al pari degli altri cui fa conteso di concorrere dalla penìsola alla util palestra, offerta loro da doe grandi nazioni che tanto poi dovevano le nostre sorti favoreggiare, protestavano tutti per egual modo all’intera Europa di quanta pur essi avrebber potuto; non già nelle arti belle, il cui primato alia patria di Raffaello e di Michelangelo da ninno mai potè esser tolto; ma onco pure in ogni ramo d’industria, in una Italia non governata con dispotismo, non oppressa dallo straniero; non partita, nè inceppata di barriere, di dazzi, d’angherie polizziesche, e d’ogni sorta d’impedimenti ad associarsi in imprese di commerci e d’industrie; a usufruire dei prodotti e dei mezzi naturali; infine ad ogni libero svolgersi» e convenire a paragone delle opere loro.

Maa una protesta più efficace e potente contro la nala Signoria, che di esser liberi e indipendenti ne contendeva, era stata già fatta dagli italiani sui campi lombardi. La quale, se avversa aorte e forza stragrande potè comprimere, non fece che preparare, e più universalmente trasfondere in ogni petto quel saldo volere, giurato fin d'allora sul sangue di tanti eroi; sicché s'affrettasse l’estrema ora fatale, e la pienezza de' tempi, che a [p. 12 modifica]solferino un Re e un graode Imperatore, co' propri eserciti a’ nemici d’Italia intimarono.

Ed ecco quelle forze vive, Che non valsero a distrugger fra noi né soverchianza d’armi straniere, né interna dispotica dominazione, subitamente per ogni dove manifestarsi, rinvigorire, ed accrescersi. Vedete infatti potenza di popolo, che, infranti i suoi ceppi, a nuova vita è risorto! Per i’impulso dello spirito nuovo, nazionale, concorde, lutto in Italia prende nuovo incremento. Non dirò sol dell’esercito, che si riorganizza e si accresce; non dello spirito marziale, che quasi elettrica scintilla, come suprema salute in ogni classe è trasfuso; non della marina, che sarà presto delle più numerose e più addestrate del mediterraneo; non delle strade ferrate, che in breve trasformeranno l’Italia, e ne cambieranno l’aspetto, aiutandone il commercio e potentemente poi la unione nostra, e la nostra unità; non vo’ dire perfine dell’utile che deriverà alla patria da’ nuovi codici, sia per l’amministrasione della giustizia, sia pel diffondersi, anche nell’infima classe, della istruzione, a ragione dai governi dispotici tenuta finora in dispregio, perché tanto efficace onde il popolo si faccia morale, e senta la sua dignità; ma ben io dirò del risorger novissimo delle industrie d’ogni maniera, di questo elemento essenziale alla vita de’ popoli, e dello incremento che n’ebbero da quella nostra mirabile Esposizione.

Fu questo il gran convegno cui, con le opere loro concorsero gli italiani d’ogni provincia. I quali dopo gli allori recenti delle vinte battaglie, perchè niuna gloria mancasse a tanto splendido rinnovamento, ebbero in merito che ivi la patria li cingesse pur anco del pacifico ulivo.

Che se tanta bellezza e varietà di prodotti recarono improvvisi, e qual per forza d’incanto al palazzo dell’industria di Firenze; e se questo avveniva non appena il nuovo regno ampliato ordinavasi, e quando i cittadini piuttosto che alle manifatture e alle arti, sentivano il debito di attendere alle armi; che sarà mai, o Signori, altorqoando 1* Italia, Roma e Venezia rivendicate, assisa fra i suoi venticinque mlllioni potente regina sul Campidoglio, [p. 13 modifica]Pagina:La festa dello statuto in Pistoia.djvu/15 [p. 14 modifica]Pagina:La festa dello statuto in Pistoia.djvu/16 [p. 15 modifica] [p. 16 modifica] [p. 17 modifica] [p. 18 modifica]


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