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La pace (Aristofane)

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greco

Aristofane 421 a.C. 1545 Bartolomio Rositini/Pietro Rositini Indice:Aristofane - Commedie, Venezia 1545.djvu Commedie teatro La pace Intestazione 12 giugno 2025 75% Teatro

Questo testo fa parte della raccolta Commedie (Aristofane)


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LA PACE D’ARISTO-

FANE. COMEDIA. VIII.

Persone de la favola.

Servo. Hierocle.
Un’altro servo. Fattor de la falce.
Trigeo. Fattore de la celata.
Figlij di Trigeo. Venditor de la celata.
Mercurio. Venditor de’l corsaletto.
Guerra. Fattore de la Tuba.
Cidemo. Politore de la lancia.
Coro de gli Agricoli Athmonei. Figlio di Lamaco.
Servo di Trigeo. Figliuol di Cleonimo.

servo.

PP
Oorta, porta a’l Cantaro la massa prestamente.
Al. S. Eccomi.

Ser. Dagliela a’l poltrone.
Al. S. Ne mai possa egli mangiar più dolce massa.
Ser. Dagli l’altra massa fatta di sterco de muli.
Alt. Eccomi anchora.
Ser. Dove è quella, che di nuovo hai portata? non l’ha egli divorata?

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Alt. Per Giove sì. ma pigliatala tutta, se l’ha follata sotto à i piedi.

Ser. Prestissimamente pistane molte, et spesse.
Alt. O huomini collettori di sterco agiutatemi per amor di Dio, se non mi volete soffocato.
Ser. Da l’altra a’l busone, che dice che ne ha voglia d’una trita.
Alt. Ecco. huomini certo mi pare essere liberato da quest’huomo. e nissun mi dice à me macinante, ch’io mangi.
Ser. Cancaro portane una, et un’altra, et un’altra, et tridane de le altre.
Alt. Non per Apolline, ch’io non starei sopra à la sentina, la portarò ben’io.
Ser. Per dio. tira à le forche, và t’impicca.

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Alt. Se alcun di voi il sà, me lo dica, dove comprarò io un vaso nuovo. certo niuna cosa mi pareva intravenire più misera et infelice, che io macinando dovesse dare da mangiar a’l Cantaro. ei sì come un porco caga, overo una cagna, e malamente si sforza et si estolle di superbia, et non pensa degna cosa il mangiare, se non gli metto inanti come à una donna una rava pista, non facendo mai altro tutto il dì che tridare. vederò un poco se hormai ha finito di mangiare, cosi aprendo un pochetto la porta, che ’l non mi vega. affermati. non cessarai hoggi da mangiare fin che crepato non ti troviamo in un cantone? in che modo questo maledetto inchinatosi mangia, come luttatore gittatosi fuora i ganassali, et sbatte la testa, et le mani et à che guisa? et circommenandole, come faciono quelli che tranno le grosse corde per le navi. cosa sordida, et di male odore, et edace, et di che dio è mai tale agiunta?

Ser. Non sò. di Venere già non mi pare, manco de le gratie. è di costui, non che ’l sia mostro, di Giove pervio.
Alt. Hor alcuno de gli spettatori dirà, il giovane pare esser savio, poi che cosa è questa? à che poi il Cantaro? poi gli dice un’huomo Ionico (penso però che dica oscuramente sopra di Cleone) che lui sanza vergogna mangia il sterco humano, ma intrando darò da bevere a’l Cantaro.
Ser. Dirò io il parer mio sopra questi putti, et huominuzzi, et huomini, et sopra à quelli che s’essaltano d’essere da piu di costoro. il mio patrone ha una frenesia nuova, non come voi, ma à un’altro modo nuovo. guardando ne’l cielo di giorno cosi sbadachiando riprende Giove, e dice. Giove che pensitu di far? metti giu la scova, non scovar la Grecia, lascia, lascia stare. Tacete che mi par di udirlo.
Tri. Che vuoi tu far ò Giove a’l popol nostro? non saperai che guastarai la cità?

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Ser. Ecco il male ch’io diceva. udite un’essempio di matezza, come un luttatore che dice quando gli è montato la colera. Udirete, ch’egli ha detto tra se: in che modo anderò io per la diritta via da Giove? poi facendo certe scalette con queste vuole andar a’l cielo ascendendo, fin che giu cascando se sgrinta il capo. hieri dopo queste cose disceso, non sò dove ha introdotto un’alto e grande Cantaro, il quale vuole che io gli tenda. et palpandolo come se fusse un cavallino: ò pegasetta (ei dice) penna generosa, in che modo mi farai volar per la buona via Giove? Ma voglio vedere che inchinatosi lo facia. ò misero me. venite, venite quà vicini. il mio patrone s’estolle à l’alta, à l’aere, à cavallo su’l Cantaro.

Tri. Cheto, cheto asino mio, non mi andare troppo superbamente. subito ne la fortezza tua ti confidarai, nanti che vega et dissolva i nervi de i membri con l’impeto de le ale, et di gratia non mi inspirar mal nissuno. ma se questo vuoi fare, resta piu presto in casa.
Ser. O messer patron.
Tri. Taci, taci.
Ser. Dove vuoi tu remigare cosi à l’alta?
Tri. Per tutti i Greci, voglio far un’altr’astutia nuova.
Ser. Che voli tu? huomo vano sei tu savio?

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Tri. Laudar bisogna et non malamente, niente grugnire, ma ululare, dì à questi huomini che tacijno, et che sopra edifichino mandre et vie con nuovi quadrelli, et che si serino il buco.

Ser. Non tacerò io mai se non mi dici, dove vuoi volare.
Tri. Che in altro luogo, che à Giove in cielo?
Ser. Che openione è la tua?
Tri. Gli voglio dire, che vuol fare de tutti i Greci.
Ser. Se non, l’accusarai?
Tri. L’accusarò lui che vuol dare la Grecia à i Medi.
Ser. Per Dionisio, non farà mai vivendo io.
Tri. Altro non gli è se non questo, oime, oime, oime. ò figlie il padre abandonandovi se ne và via nascosamente a’l cielo. pregate il padre ò infelici abandonate.
Fig. O padre ò padre, vera è la fama in casa nostra, che lasciandomi con gli ucelli vuoi andare à i corvi? è niente di vero? dimilo ò padre, se mi ami.
Tri. Egli è da pensare ò figliuole. di questo vero mi condoglio con voi quando cercarete de’l pane, papa mi domandarete. In casa non era poco argento, et se io ben facendo tornerò anchora, haverete à l’hora una fugazza grande, et un pugno cotto in essa.
Fig. Che via farai? nave certo non ti guidarà à tal via.
Tri. Un cavallin che vola. non pagherò io nollo.
Fig. Poi che openion è la tua ò patercino, cavalcando il Cantaro spingerlo à i dei?

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Tri. Ne le favole d’Esopo s’è trovato un solo ucello andar à i dei.

Fig. Hai detto incredibile cosa padre, padre caro. in che modo un’animale sporco è andato à i dei?
Tri. Gli andò per il passato per l’odio de l’aquila, volgendo l’ova et attristatosi.
Fig. Hor bisognava che gli giugnesti l’ala de’l Pegaso, à ciò che tu paressi à i dei piu Tragico.
Tri. O misero tu mangiarai à me doi pani. dunque di quel pane ch’io mangio, satierò costui.
Fig. Et se ’l cascasse ne l’humido profondo de’l mare, in che modo sendo volatile, potrà egli scampar fuora?
Tri. Io ho bene il temone à proposito, che doperarò. Cantaro poi ha fatto il navigio ne’l Nasso.
Fig. Poi, che porto t’haverà sendo portato?
Tri. Ne’l Pireo è già il porto di Cantaro.
Fig. Advertissi bene, che errando non cadi giu, e che divenuto zoppo tu non dij lo argomento à Euripide, onde ne nasca la Tragedia.

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Tri. Et queste cose mi saranno in cura, hor alegratevi. et voi per le quali ho affanno, non pettegiate ne cacate per tre dì. però che se costui à l’alta sentirà l’odore, gettandomi giu con la testa mi ingannerà. Hor Pegaso alegramente và inanti, havendo l’aureo suono de gli archi, movendoti con le splendide orecchie, che fai tu? che fai? quando tu odori le fetide vie, confidandoti partiti da la terra. poi istendendo la corsiva ala, dirittamente andarai ne le corti di Giove, retirando però il naso da la puzza, e da tutti gli hodierni cibi. Che fai quì cacando ne’l Pireo ò huomo, presso à le putane? se mi ammazzarai, non mi sotterrarai? non mi gittarai à dosso molta terra? et mi piantarai sopra un Serpillo, et mi gittarai à dosso de l’onguento. però che se io casco, di tal morte morirò. la cità di Chio bisognava pagare cinque talenti per il tuo culo solamente. oime quanto ho io temuto, non più cavillando parlo. ò ingenioso avertiscemi, ho gia un certo spirito che si mi volge a’l boligolo: et se non mi servarai, satiarò io il Cantaro. Ma mi par essere apresso à gli dei, et vego gia la rocca di Giove. non m’aprirete?

Mer. O signor Hercole, d’onde ho sentito io una voce d’huomo, che scelerità è questa?
Tri. Cavallo cantaro.
Me. O scelerato, audace, impudente, ghiotto, et poltrone in cremesino, e sceleratissimo. in che modo sei venuto, e asceso quà ò sceleratissimo di scelerati? che nome è il tuo, non lo dirai?
Tri. Sceleratissimo.
Me. Di che generatione sei tu? dimilo.
Tri. Sceleratissimo.
Me. Chi è tuo padre?
Tri. Mio padre sceleratissimo.
Me. Per la terra ti farò morire, se non mi dici il nome tuo.

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Tri. Trigeo Atmoneo, vignatore atto, non accusatore, ne desideroso di cosa alcuna.

Me. Che vieni à fare?
Tri. A portarti queste carni.
Me. Povero te con le carni in che modo sei venuto, ò lubrico?
Tri. Tu vedi, che n’anche ti paro sceleratissimo. di gratia chiamami un poco Giove.
Me. Eh, eh, eh, che non serai presso à i dei, che hieri andorno via di compagnia.
T. In che luogo?
M. Ecco ’l luogo.
T. E dove?
M. Molto da longi, sotto al burgaciolo de’l cielo.
T. A che modo dunque sei lasciato tu quì solo?
M. Custodisco gli altri vasi d’i dei, l’olle, le tavolette, le amforette.
T. Perche rispetto i dei sonosi partiti?
M. Sendosi accorocciati con tutti li Greci, quì dove erano, essi vi hanno fatti habitar la guerra, lasciando l’impaccio à voi di fare si come vuole la fortuna, et sono ascesi di sopra molto à l’alta, à ciò non vegano voi piu à combattere, ne sentino quelli che li pregano.
T. Perche causa hanno fatto questo à noi, dilomi.

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M. Perche v’elegete di guerregiare, facendovi loro sempre la pace. et se i Laconici havessono un poco superato, dicevano tal cose: per Castore et Polluce l’Atheniese patirà la pena, se poi gli Atheniesi havesseno fatto qualche cosa di buono, e fusseno venuti li Laconi per voler la pace, subito voi dicevate, siamo ingannati noi. Per Minerva, per Giove non è da far à modo loro. Veniranno anchora à Pilo, la quale havemo. che questo è segno de le parole vostre, per causa de le quali non so, se per l’avenire mai vederete la pace.

T. E dove è andata?
M. Ell’hà gettata la guerra in una profonda spelonca.
T. Dove?
M. In questa da basso. poi tu vedi quanti sassi gli hanno gettato sopra, à ciò che mai non la possiate haver.
T. Dimi. che deliberate che facciamo noi?
M. Non so io, se non che hiersera portò dentro un mortaro di grande grandezza.
T. Perche dunque doperarà questo mortaio?
M. Egli vuole pistarli dentro le citadi. ma me ne vado, però che bisogna ch’io uscisca da la openion mia. dunque fà dentro egli il strepito.
T. Povero me. hor ch’io lo fuga. imperoche si come sento, egliè il suono del bellicoso et guerregiante mortaio.
Guer. O huomini, huomini, huomini che molte cose tolerate, per dio prestamente le masselle vi doleranno.
T. O Apolline Rè come egli è largo il mortaio. quanto male et de la guerra et di vederla? è costui quello che fugemo, grave, patiente ne i braccij?

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Guer. O Prasie trè volte et cinque miseri et infelici, et molto dieci volte, che hogi morirete.

T. Questo ò huomini è niente per noi, egliè il male di Laconia.
Guer. O Megara Megara, che sarai tosto rovinata, per che ogni cosa è sottosopra.
T. Oime, oime che ha dato grandi et acuti pianti à i Megaresi.
G. O Sicilia, et tu in che modo sei à la bassa. sarà consumata si come altra cità misera et disgratiata, hor che li metta dentro un poco di miele Attico.
T. T’aviso che la faccij con altro miele, questo è di gran precio, et isparmia l’Atheniese.
G. Regazzo, regazzo, Cidemo.
Cid. Perche me chiami?
G. Piagnerai in vero, che sei stà tardo. et questo mortaio è molto acuto.
Cid. O poveretto me, ò patrone hai tu gettato aglio ne’l mortaio?
G. Porta il pistone correndo.
Cid. O misero non l’havemo che hieri venissimo quì ad habitare.
G. Hor và presto à gli Atheniesi.
Cid. Io sì per Giove, se non, piagnerò.
T. Hor che faremo noi ò huomini grossi?
Cid. Vedete il pericol nostro grande. s’ei venendo porterà il pistone, con questo turbarà le cità. ò Bacco possalo morire, che ’l no ’l porti.

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G. O tu.

Cid. Che gliè?
G. Non lo porti?
Cid. Questo pistone è perso à gli Atheniesi (veditu?) Birsopole il quale commeschiacva tutta la Grecia.
T. Benfacendo ò reina honoranda Minerva, colui è morto, et s’alcuna cosa era bene à la cità, ne l’infundeva nanti la meschianza.
G. Non altro dunque da Lacedemone cerchi affrettandoti?
Ci. Queste cose ò signore.
G. Vien prestamente.
T. Huomini che patiremo noi? adesso è contention grande, ma s’alcuno sacerdote di voi e ne la Samo thracia, adesso è il tempo da pregare, che volgansi via i piedi de’l portatore.
Ci. Oime, oi, anchora oime grandemente.
G. Che gli è? no ’l porti anchor?
Ci. Et à i Lacedemonij è perso il sciagurato pistone.
G. In che modo ò perverso tu?
Ci. In Traccia prestandolo l’hanno abissato.
T. Horsu horsu cosi facendo ò Dioscuri, forsi si farà bene. huomini state in cervello.
G. Vuoda questi vasi, pigliali, et io entrando farò il cocchiare.
T. Hor è qui il canto di Datide.

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M. Toccandosi le vergognose parti per il passato cantava da mezzo dì, alegromi, molto gioisco et consolomi.

T. Adesso è cosa buona e à proposito ò huomini Greci salvarsi da l’imprese et pugne, tirarne à tutti la diletta pace, e vietarci alcun’altro cochiare. Horsu Agricole, mercanti, e fabri, et popolari, terrieri, e forestieri, et de l’isola, venite quà tutti ò popoli, presto pigliate le zappe, pali di ferro, et corde, adesso la potemo robare con prosperità.
Co. Ogniun venga per la diritta pronto à la salute. O Greci tutti se mai ne deste aiuto, liberati da gli ordini, et dai sanguinolenti mali, perche questo dì è risplenduto havendo odio sopra Lamaco. apresso se bisogna che si faccia qualche cose dite et fate. non è possibile che io negar hoggi possa, che non caviamo su à la luce con pali di ferro et instrumenti la magior di tutte le dee,
et amatrice de le vigne.
T. Non tacerete? che alegrandovi non attacarete dentro la guerra?
Co. Udendo costui alegranosi de la imbasciata, non è da partirsi havendo noi pani per tre dì.
T. Pigliate quel Cerbero, et guardate che ei facendo tumulto et gridando come hà fatto, non venga alcun contrario, si che non possiamo haver la dea.
Co. Non gli è alcuno che la cavi? se pur un tratto ella vien ne le mie mani, cappe, cappe.

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T. M’ammazzarete ò huomini, se non lasciate star le percussioni, alcuno correrà quà, et con gli piedi conturbarà ogni cosa.

Ch. Meschij, calchi, et conturbi, hoggi non cessaremo d’alegrarsi.
T. Che male è questo? che patimo noi ò huomini? à niun modo per li dei corrumperete un’ottima cosa per le figure.
Ch. Non voglio io figurare. ma d’appiacere le miei gambe (io non movendomi) ballino e saltino.
T. Non piu altro. cessa cessa non saltar.
Ch. Hor sia fatto, et hor havemo cessato.
T. Bene il dici, ma non anchora cessi.
Ch. Questa sol volta lasciami saltar. et non piu.
T. Volontier, ma non saltate piu.
Ch. Non saltaremo, certamente t’aiuteremo alquanto.
T. Hor vedete, anchor non cessate.
Ch. Poi ch’havemo fatto cessar questa schincha, faremo cessare la destra.
T. Vel concedemo, à ciò che piu non vi tristificate.
Ch. Anchora la sinistra necessariamente mi ritiene, io mi alegro et son mi ralegrato, ho peteggiato et rido, piu che se de la vecchiezza mi liberassi fugendo il scuto.

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T. Non v’alegrate piu dunque, che ne anche chiaramente lo saprete: ma quando la pigliaremo poi alegraretevi, gridarete et riderete. Gia sarà lecito à voi navigare, stare, movervi, dormire, guardare à le feste, mangiare, deliciare, grillare, burlare, ò dio, ò dio, gridare.

Ch. Dio voglia che io vegia hoggi un poco, che io hò tolerato molte cose, fastidij, imprese, et li fasci dignità, quali Formion mi diede per sortitione. non piu mi trovate giudice aspero et disleale, ne villano de costumi com’io era prima: ma mi vederai molle, piacevole molto piu giovane, liberato da le facende. Molto tempo stiamo morti, et siamo tristi andando per il Liceo, et da’l Liceo con la lancia et con lo scuto. Ma che vuoi che facciamo cosi alegri, hor dimilo, che la buona fortuna à noi te hà eletto patrone.
T. Hor ch’io veda, dove traremo le pietre.
Mer. O ghiotto audace che pensitu di fare?
T. Niente di male, ma quello che Cillicone.
M. Sei morto ò infelice.
T. Se l’haverò per sorte, Mercurio so ben che farai sortitamente.
M. Sei morto, sei ispedito.
T. Qual dì?
M. Subito et presto.
T. Non ho gia io compro niente, ne farina, ne formagio come ispedito.
M. Certo serai stossato.
T. Et come non sentirò io pigliando tanto bene?
M. Non sai tu la morte: perche Giove l’hà predetto, se alcun se trova à cavarla.
T. Dunque à ogni modo è necessario morire adesso.

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M. Ben sapi che.

T. Prestami un poco trè drachme da comprar un porcello, che bisogna ch’io sia initiato nanti ch’io muora.
M. Saettalo, fulminalo Giove.
T. Non per li dij ti prego messere, non mi contradire.
M. Non tacero.
T. Cosi per le carni, le quali prontamente portando son venuto.
M. O sciagurato, sarò io consumato da Giove se non l’aviso, e morirò.
T. Non morirai, Mercurijno pregoti dimi, ch’havete huomini? state sbigottiti, ò grossi? non tacete? se non sarete consumati.
Co. A nessun modo ò messere Mercurio, à nessun modo, a nessun modo: se sei per mangiar cosa che ti gradisca, de’l mio porcello, non pensar che costui in tal cosa sia malagevole, non senti che feste te facciamo ò messer lo Rè?
Co. No ti accorocciar piu, se ti pregamo, ciò piglierai bene, ma fanne grata cosa ò humanissimo et lealissimo d’i dei. se hai sempre habuto in odio le criste et i supercilij di Pisandro, noi con sacrosanti sacrificij, et magni aditi, sempre messer mio s’alegramo.
T. Hor pregoti, misericordia de la voce loro, che piu che prima te honorano.
M. Sono piu ladri adesso che mai.

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T. Ti dirò io una cosa grave et grande, che fa insidie à tutti li dei.

M. Su dillo prestamente, che forsi mi persuederai.
T. La Luna et l’astuto Sole, gia molto tempo vi fanno insidia. danno à Barbari la Grecia.
M. Perche fanno questo?
Cid. Che per Giove à voi sempre noi sacrificamo, et à loro i Barbari fan questo: per il che condecentemente ve voglio ammazzare tutti, à ciò che elli piglino i sacridficij de gli dei.
M. Dunque hanno robato il giorno, et da’l circulo e giro gli hanno divorati immoderatamente.
T. Cosi è per Giove. apresso ò caro Mercurio piglia con noi la carne prontamente, et tirala, che te faremo noi le Quinquatri grandi, et tutte le altre feste de li dij, li Misterij à Mercurio, le Dijpolie, le Adonie: et le altre cità liberandosi da i mali, in ogni luogo sacrificheranno à Mercurio de mali aversore, anchora haverai altri doni, prima io te dono questa, la quale debi gustare.
Me. Oime son molto misericordioso: di quà è l’aurea nostra opera ò huomini, ma venite con le zappe, et prestissimamente trate da canto le pietre.
Co. Volontieri: e tu sapientissimo de gli dei, sendone sopra, dimi imperialmente quello che bisogna fare. et troverai noi de le altre cose ben fare, et non dirai che siamo ribaldi.

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Tri.

Me. Sacrificio, sacrificio benedite: benedite.
Tri. Sacrificando preghiamo che hoggi si comminciano molte et buone cose à i Greci tutti. et ciascun prontamente piglij le corde, che questo huomo non piglij mai il scuto.
Co. Per Giove sì. ma ch’io possa vivere in pace havendo l’amica presso di me, et cavando i carboni.
Tri. Chiunque presto desidera la guerra, egli non cessi mai, ò Bacco rè, di trar saette con i brazzi.
Co. Et se alcuno desiderando esser imperatore, à te ha invidia (vien à la luce ò veneranda ne le scaramuccie) egli patisca tal cose quali Cleonimo.
Tri. Et se alcuno politore di lancie, ò venditor di scuti, desidera la pugna, à ciò faci mercantia migliore, possalo esser pigliato d’assassini, et il sol’orzo mangi.
Co. Et se alcun vuole guidar l’essercito, egli mai non lo possa congregare. ò se qualche servo desidera guerra per se, bastonato ben sia et irrotato: et à noi ne venga il bene, ò dio Peon, ò dio.
Tri. Lascia il bastonare, et solo dirai ò dio.
Co. O dio, ò dio, ecco che altro non dico.
Tri. Mercurio, ò Gratie, ò Hore, ò Venere, ò Desiderio.
Co. Marte poi?
Tri. Nò, nò.

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Co. Ne Enialio?

Tri. Non.
Co. Ogn’un distendi, et tiri quà le corde.
Me. O eia.
Co. Eia, da dovero.
Me. O Eia.
Co. O Eia anchora bene.
Me. O Eia, Eia.
Tri. Ma non tirano gli huomini similmente. non insieme tirarete? quanto vi sforzate piangerete huomini.
Me. Eia horsu.
Tri. Eia, ò.
Co. Stendete insieme, et tirate ò voi.
Tri. Dunque tiro, son sospeso, dò opera, et m’afretto.
Me. In che modo dunque l’opra non và bene?
Co. O Lamaco non ben fai, sei impedimento, niente havemo bisogno ò huomo de la persona tua.
Me. Ben’hanno tratto costoro, ma niente ò Argivi, che hanno ingannato i lavoranti, et massime due volte portando la farina in mercede.
Tri. I Laconi ò fratello virilmente tirano.
Me. Noi sai tu, quanti sono che tengono il legno? soli loro sono pronti, ma il fabro non vuole.
Co. Ne i Megaresi fanno niente, nondimeno asperamente tirano la vita, che bertegiamoli come cagnoletti per Giove morti di fame.

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Tri. Huomini niente facemo, ma tutti d’un’animo tutti un’altra volta tiraremo.

Me. O Eia.
Tri. Eia bene.
Me. O Eia.
Tri. Eia per Giove.
Me. O Eia.
Co. Poco movemo.
Tri. Non è cosa molesta, che questi stendino, et quelli strassinino.
Co. Vi farete bastonare Argivi.
Me. Eia horsu.
Tri. Eia, ò.
Co. Cosa trista è, s’alcuni in voi sono. voi dunque desiderosi de la pace tirate virilmente, galiardamente. ma ne sono che vietano.
Tri. O Megaresi huomini non andarete à le forche? la dea ricordandosi vi ha in odio, che l’havete prima voi onta d’aglio. et dico che gli Atheniesi cessino. hor dove tirate? che altro non fate se non giudicare, ma se la volete istraherla, fatevi a’l lato de’l mare.
Co. O huomini villani pigliamola noi soli.
Me. La cosa procede molto meglio ò huomini.
Co. Dice egli che ben procede, ogn’uno dunque sia pronto.
Tri. I villani tirano l’opra, et nissun’altro.

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Co. Horsu horsu tutti, adesso ella viene, non lasciamo, affatichiamoci, mettemogli le forze. hor è questo, ò eia, ò eia, tutti via, ò eia, ò eia, eia eia, ò eia, ò eia tutti via.

Tri. O honoranda datrice de l’uva, con che parola ti parlo io? onde piglio una bella materia, con che à te parli? perche io non havea niente à casa. ò frutto alegrati, et tu fenestrella, che ciera hai tu ò fenestrella? in che modo spiritu? quanto soave ne’l mio cuore dolcissimamente come un riposso et un unguento? sei cosa simile a’l gilio militare.
Me. O huomini nimici ho sputato suori il vaso odioso, questo di costui sente di cepolle, et d’aceto. et in quest’altro a’l romperlo, sono successe le feste di bacco, trombe, istrumenti, tragedie, canti, versi di Sofocle, de le passarette, parolette d’Euripide.
Tri. Tu dunque piagnerai, se menti per la gola à costei. costei non s’alegra a’l poeta di parole persuasive, di edera, di trigepo, di pecore gridanti, de’l seno de le donne che corrono al forno, d’una serva ebriaca, gettate per terra cose molte et buone.
Me. Horsu vedi mò, in che modo parlino trà se le cità pacificate: et ridono volontieri, et massime sendo state sacchegiate tutte infelicemente, ecco che adesso hanno apresso i bichieri.
Tri. Considera dunque questi spettatori, à ciò che ne la facia, conosci l’arte sua.

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Me. O misero, non vedi quello armaruolo che fa celate, che se trà via la testa, et quest’altro che fà seguri n’incaca à quello spadiero.

Tri. Tu vedi questo che fà le falci, che s’alegra: et in che modo sprezza quel politore du lancie?
Me. Hor dì à i villani che venghino via.
Tri. Udite ò popoli, che i villani se ne vanno, havendo i vasi lavoratorij, à i campi. prestissimamente che ogn’un vaga à lavorare nel campo, senza lancia, spada, et bastoni, che hormai è ogni cosa piena d’antica pace.
Co. O desiderato giorno da gli huomini giusti, da gli agricoli. di volontà voglio salutare le vigne, i fichi i quali piantai sendo giovane. io ho in animo di salutarli per molto tempo.
Tri. Primamente dunque ò huomini pregamo et facemo oratione à la dea, che ne ha tolto le celate, et Gorgoni, poi che corriamo à casa ne le ville havendo qualche buona carne salata.
Me. O Nettuno. parmi molto grande questa moltitudine, et spessa et terribile, come massa et convivio.

Tri. Per Giove. e questo martello splendidamente era ornato, et queste pale risplendono a’l Sole, certamente quelle tolsero il spacio tra gli arbori. però disidero, et io anchora essere ne’l campo e zappare per un tempo la terra. ma ricordatevi ò huomini de l’antico convivio, quale per tempo passato lei ne diede à noi: et di quelli carici, et fighi, et mirti, de la fece dolce, et de’l viola-
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Tri. Per Giove. e questo martello splendidamente era ornato, et queste pale risplendono a’l Sole, certamente quelle tolsero il spacio tra gli arbori. però disidero, et io anchora essere ne’l campo e zappare per un tempo la terra. ma ricordatevi ò huomini de l’antico convivio, quale per tempo passato lei ne diede à noi: et di quelli carici, et fighi, et mirti, de la fece dolce, et de’l violaro a’l pozzo, de l’olive, quali disideramo. Per tal cosa salutate dunque la dea.

Co. A dio, à dio. ò dilettissima sei venuta à tempo. ben però domati siamo da’l desiderio di te, volendo che la dea ne’l campo vegna. Veramente tu eri un grandissimo guadagno à noi tutti ò molto desiderata, i quali essercitamo la villanesca vita. Tu sola ne aiutavi, et havemo havuto da te molte cose dolci inanti per il passato, senza spesa, et desiderate, et amate, imperò che tu eri abondanza, et salvezza à i lavoranti. onde tu pigliavi le vigne, et fighetti nuovi, et ciascun’altra pianta, che gli è, facendone tu buon cenno et grato. ma dove sia stata costei gia molto tempo, dimilo ò benivoglientissimo de i dei.
Me. O agricoli dabenissimi udite, se volete sapere in che modo costei è stata persa. Primamente Fidia la comminciò far male, poi Pericle temendo d’esser punito, e temendo la natura vostra et à fatto i costumi: nanti ch’ei patì alcuna cosa grave: egli accese il fuoco ne la cità, gettandoli una piciola scintilla de la Megarense sentenza: infiammò egli tanta guerra che tutti i Greci per il fumo lagrimano questi di quà e quelli di là. poscia che primamente io udì, fece strepito la vigna, et l’urna percossa da l’ira contracalcitrò à l’urna, niuno anchora ripossavasi, et costei andò via.

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Tri. Per Apolline non udì mai piu questo, ma ho ben udito, che Fidia gli era propinquo.

Co. N’anche io, salvo che adesso. questa bella, era propinqua ad essolui, noi no ’l sapevamo.
Me. Et poscia che le cità vi conobero quelle cose che incomminciate voi grossi tra voi et contendevate, s’hanno imaginato tutti i tributi contra di voi: et contra i signori, e patricij Laconiensi hanno persuaso l’effetto. Et loro guadagnando turpemente et calonniando, gettando via costei, sporcamente s’hanno eletto la guerra. et i guadagni di costoro erano turpi et cattivi à i lauoratori, et agricoli. et le triremi contrapunienti gli huomini non sendo niente in causa, mangiavano i fichi.
Co. Ragionevolmente, imperò che n’hanno tagliato su questo mio fico, il quale ho piantato, et nodrito.
Tri. Per Giove sì, ò misero ragionevolmente. però che hanno gettato pietre, et hannomi distrutto il mio burgaciolo di sei misure.

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Me. Et poscia, poi che ’l popolo operario venne dai campi, che ha mutato il costume, egli il sà bene: et sendo come senza acini vinacei et amante de le cariche, guardava à quelli che ben dicevano, et loro conoscevano bene i poveri impotenti, et che haveano bisogno di farina. hanno scaciato via questa dea con doppij gridori, anchora che spesso lei apparesse per il desiderio de’l luogo: et di questi ausiliatori squassava i grassi et ricchi, ponendoli le cause che sa di quelle cose di Brasida, poi lo havete sparso come cagnoletti. Questa pallida cità quantunque fusse timida, di quelle cose che alcuno la incolpava, quelle mangiava soavissimamente. i forestieri udendo le percussioni che riverberavano, con loro stroppavano la bocca di che facevano questo, di modo che loro gli facevano ricchi. la Grecia poi è liberata. voi non l’havete saputo, et faceva tal cose il Birsopola.

Tri. Chetati, chetati signor Mercurio, hor lascia che quell’huomo sia il piu inferiore, quale è lecito: imperò che quell’huomo non è alcun d’i nostri, ma è tuo, ciascuna cosa dunque che dici di lui, ben che fusse cattivo quando egli viveva et zanciatore et calonniatore, et movimento, et conquassatione, con tutte queste cose tu vituperi di se istesso i toi. ma quello che taccij dimilo ò honoranda.
M. Non lo dirà à gli spettatori, imperò che ha molta ira in quelle cose, le quali egli hà patuto.
T. Costei ti dica un poco solamente l’altre cose.
M. Dimi ò dilettissima tutto quello che vuoi dire à loro. Hor ò donna odiosissima de tutte le donne de la guerra, volontier odo, ditu queste cose? il so bene. Udite voi per causa di che cose l’hà accusatione. à caso venendo dice (dopoi le cose da Pilo, et porta a la cità una cista piena di tregua) lei essere stata scacciata tre volte da’l concilio.

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T. In questo havemo peccato: ma perdonami, che la mente nostra, à l’hora era ne le pelli.

M. Hor odi di qual cosa egli m’ha interrogato: qual malevolo massime in quel luogo gli fusse à se, et che amico, et che si hà sforzzato non combattere.
T. Cleonimo è stato vie piu che benevogliente.
M. In che modo e di che sorte par essere ne le cose de la guerra questo Cleonimo.
T. Ben animato, audace, salvo che non è come dice eddere stato suo padre: imperò che se mai uscito è per soldato, subito s’è fatto armaruolo.
M. Fin quì odi, qual cosa hora mi hà dimandato, che signoregia à la pietra ch’è in Pnice.
T. Hiperbolo hà questo luogo adesso, che sai tu? à che ti meni il capo à torno?
M. Eise volta havendo in odio il popolo, perche à se medesimo hà costituito il cattivo presidente.
T. Ma non piu l’usaremo lui, ma adesso il popolo havendo bisogno d’un procuratore et essendo privo, trà tanto hà circuncinto questo huomo.
M. In che guisa sieno utili queste cose à la cità, ella dimanda.
T. Si consultaremo piu, che accade à far lucerne. primamente dunque palpavamo le cose ne l’oscurezza. hor adesso à la lume consultaremo ogni cosa.
M. O ò pace, di che cosa t’hà egli interroghato, e di che t’hà egli richiesto?
T. Di che cosa?

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M. Di molte et antiche le quali à l’hora lasciò, primamente t’hà interrogato che fà Sofocle?

T. O felice, egli patisce una maravigliosa cosa.
M. Che?
T. Di Sofocle ne vien Simonide.
M. Simonide? in che maniera?
T. Che vecchio sendo et marcido per guadagnare egli naviga sù una stuora.
M. Che quel Cratino è savio?
T. E morto, che i Laconi l’hanno assaltato.
M. Che gli è intravenuto?
T. Che? Pallido è venuto, imperoche non tolerava à vedere un’urna rotta piena di vino, et altre cose che poi pensare farsi per la cità. Però non ti lasciaremo ò regina mai per alcun tempo.
M. Hor piglia il frutto di queste cose, questa moglie tua con la quale stando ne li campi ti farai d’i racemelli.
T. Vien qua ò dilettissima, et basciami, parerò io messer Mercurio offenderti in alcuna cosa, spingendo sù il frutto?
M. Non, se beverai la bevanda blechonia: ma prestissimamente guida questa speculatione pigliandola con consilio à colui, di che l’era prima.
T. O consiglio beato di speculatione, quanto bruodo di tre dì sorberai? quante interiori divorerai, et carni cotte? hor ò diletto Mercurio da senno alegrati.

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M. Et tu ò huomo ralegrandoti vatene et ricordati di me.

T. O Cantharo à casa, à casa voliamo.
M. Non è quì ò fratello.
T. Dove egli è andato?
M. Sotto le carette di Giove, à portar le saette.
T. Onde dunque il misero sarà pasciuto?
M. Mangierà il cibo di Ganimede.
T. In che modo io dunque andarò giu?
M. Ben sij tu audace cosi presso ad essa dea.
T. O giovanette horsu seguitemi in compagnia prestamente che molti desiderandovi v’aspettano, et di ciò si tristano.
Co. Vien’alegrandoti, et voi trà tanto date questi vasi à i seguenti, diamoli questa salvezza: però
che molti mariuoli sogliono inchinatisi giù far de’l male massime circa le scene. Ma servarai tu queste cose virilmente, et noi diciamo à li spettatori qual via havemo di parole, et ciascuna cosa che ha la istessa mente.

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Bisognava certo battere quelli che portano le verghe e i bastoni s’alcun fattore di comedia se medesimo laudava, et poi trappassare à gli spettatori à gli anapesti, ma se egli è honesta e giusta cosa ho norar alcuno, la figlia di Giove dice quello esser degno di gran laude, il nostro maestro, il qual è ottimo di comedia precettore de gli huomini, et è gloriosissimo. Primamente lui solo hà acchetato gli huomini contrastanti et nemici, che sempre si cavillano ne le vestette, et che combattono ne le pedochiarie. questi Hercoli che mangiano troppo, et quelli che morono di fame, fugenti et ingannanti battutili con dishonore gli hà scacciati, et hà mandato via li servi, i quali sempre piangendo hò fatti venire, et questi per causa di costui, à ciò che sendo conservo bertegiando gl’interroghi de le piaghe et bastonate fatte da lui, ò infelice t’hò rotta la pelle? ò pur la scorreggiata te è entrata ne i fianchi con molto empito? un arbore ò bastone te cascato su le spalle? Tai mali via levando, tal carico, et ladri e furfanti, n’hà mostrato à noi una grand’arte. et edificando hà fatto una torre con gran parole et sentenze, et cavillationi non forensi, non ponendo in comedia hominuccij privati ò donne. ma havendo l’ira d’Hercole s’oppone à li grandissimi passando i gravi odori de corami, et le minaccie de’l fetido et impotente animo, et con costui primamente combatto, il quale è duro d’i denti: da gli occhi de’l quale i raggi di Cinna gravissimi splendevano: et cento lusinganti piangendo gli leccavano il capo à torno à torno. ei haveva la voce d’un torrente pernicioso, et odore di Foca, testiculi sporchi di Lamia, et il culo di camelo. Vedendo un tal monstro non hò habuto paura, ma combattendo per voi sempre faceva resistenza à l’altre isole, per causa de le quai cose bisogna ringratiarlo, et ricordasene. et facendo fecondo l’animo, non tentava io i giovani de la palestra, ma levando la preparatione subito me n’andava, poco tristandomi, molt’alegrandomi, facendo ogni cosa bene. Apresso v’avisiamo con meco huomini et giovani, et calvi, che tutti affrettiamosi à la vittoria. per ciò che ogniuno dirà, S’io vinco, et ne la mensa et ne li conviti, porta a’l calvo, dà a’l calvo cicere fritto, et non lo tuor via al generosissimo poeta che ha faccia d’huomo.
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Co. O musa che svaccij le guerre vien à ballar con meco, lodando et le nozze de li dij, et i pasti de gli huomini, et i banchetti de beati. à tè da principio sono à cura. Ma se Carcino venendo ti prega che balli con i figliuoli, ne udirai, ne venirai ad essi loro mercenaria. ma pensa che sijno coturnici domate, ballatori che hanno longo il collo, et naturalmente nani, et vellicationi e lacerationi de sterchi de capre, ispioni d’inventioni, che mio padre m’hà detto ch’egli hauea strangolato un gatto la sera, quale cosa oltra ch’el se pensasse havea l’atto. Bisogna che un savio poeta lodi tali canti publichi de le gratie ben capigliate, poi che la rondine canta con voce di primavera. Et Morsimo ne Melanthio non ballino, de’l quale hò udito una amarissima voce che gridava quando il fratello e lui facevano il tripudio de le Tragedie: ambi doi Gorgone, mangia crudo, pescatori, harpie, trattatori de vecchie, puzza di becco, sporchi, sporchezze de pesci, à quali sputando ben à dosso, ò Musa Dea scherziamo et saltiamo in questa festa.

T. Questa cosa molto è stata difficile, venire à la diritta à le navi, io hò molto stracche le gambe, voi parevate piccioli guardando giu da’l cielo: et parevate molto male accostumati, onde sete molto pegio anchora.
Ser. Sei venuto patrone?
T. Sì come hò udito io.
Ser. Che hai habuto ò patuto?
T. Sonomi dolute le gambe venendo per una longa via.
Ser. Horsu dimi un poco.
T. Che?
Ser. Hai tu veduto altr’huomo in aere? che andasse vagabundo salvo che te?
T. Non, se non due anime ò tre precettori de ditirambi.
Ser. Che facevano?
T. Colligevano i proemij volando, i quali proemij volavano per aere.
Ser. No sono vere quelle cose che si dicono, che ne l’aere divenimo stelle, quando more alcuno?
T. Sì bene.
Ser. E ch’è stella in quello luoco?

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T. Quello Ionechio, il quale fece per il passato l’Aoeo, però tutti subito hanno dimandato stella l’istesso Aeo.

Ser. Quali sono le discorrenti stelle, et quali ardenti correno.
T. Alcune de le ricche di queste stelle, vengono da cena havendo le lanterne, et ne le lanterne il fuogo: ma piglia questa prestissimamente et guidala dentro, et lava il catino, e fa scaldar l’aqua: et fatemi il letto giovane à me et à costei, et facendo queste cose vien quà un’altra volta, et darò costei trà cotanto a’l consiglio.
Ser. Onde hai pigliato queste cose tu?
T. Onde? da i cieli.
Ser. Non piu darò à li dei un triente, se pascono le putane, come anche noi altr’huomini.
T. Non, ma et quelle vivono da i dei.
Ser. Hor andiamo. dimi debo dar à mangiar qualche cosa à costei?
T. Niente: che non vorrà mangiare, ne pane, ne fugazza, sempre è solita à leccare presso à li dij di sopra ambrosia.
Ser. Leccare? dunque anche à lei è da parecchiarle canestri.
Co. Felicemente ò vecchio che vediamo queste cose, hor falle gia sendo tu onto d’unguento?
T. Che dunque se mi vedete essere un splendido et bello sposo?
Co. Vecchio sarai invidioso. un’altra volta divenendo giovane.

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T. Penso pur qualche cosa, quando le sarò intorno et che le toccherò le poppe, parerò piu felice che i balli di Carcino, dunque giustamente, che andando su la carretta di Cantharo, hò salvato i Greci tutti istessi, che possiamo securamente à la foresta moversi et dormire.

Ser. La giovane è ben lavata, et ha buone chiappe. la schizzata è pista, co’l sesamo è impastata etc. e le vuole una buona bestia.
Tri. Horsu faciamo vedere questa dimostratione, frettandosi con consiglio.
Ser. Quale? che dici?
Tri. Questa è la theoria ò la dimostratione, la quale noi alcuna volta battevamo, sottoponedosi à Braurone. intendi bene, che à pena è stata pigliata.
Ser. O patrone, ha ella il culo di cinque anni.
Tri. Sta bene. chi è giuso di voi alcuna volta, chi osservarà costei pigliandola ne’l concilio? hor che circonscrivitu?
Ser. Cotal ne l’Isthmia, pigliò la scena mia con la verga.
Tri. Non dite voi anchora che l’osservarà? vien tu, la menarò et la ponerò in mezzo de tutti.
Ser. Colui accenna.
Tri. Chi?
Ser. Chi? Arifrade ti prega che la guidi à lui.

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Tri. O povero, egli piglierà tutto, tutto il suo bruodo, andatogli apresso. horsu lascia star Tri.

Co. Certamente è molto da bene il citadino chi è cosi fatto.
Tri. Quando vindimiarete, saperete molto meglio come io sono.
Co. Et adesso sei manifesto: imperò che sei fatto salvatore à tutti gli huomini.
Tri. Dirai qualche cosa per Dio, poi che haverai bevuto un gotto di vino.

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Co. Et oltre gli dei sempre te istimaremo il primo.

Tri. Io Athmoneo son degno di voi in molte cose, liberando la civile turba da le grave fatiche: et acchetando il popolo operario et Hiperbolo.
Co. Hor che volete voi far qui?
Tri. Che altro, che fermar costei à le olle?
Co. A le olle? come un Mercurietto accusatore.
Tri. Hor che ve ne pare? volete à un bue grasso?
Co. A un bove? à nissun modo che ’l non bisogni darli aiuto.
Tri. A un porco grasso et grande?
Co. Nò, nò.
Tri. Che dunque?
Co. Che l’odor porcino non divenga di Tragene.
Tri. Che ti pare dunque de le altre cose?
Co. A una pecora. oi.
Tri. A una pecora?
Co. Sì per Giove.
Tri. Ma è questa parola Ionica.
Co. Convenientemente, come dice alcun ne’l consiglio che bisogna guerregiare: per paura io dirò Ionicamente oi.
Tri. Ben dici.
Co. Et ne le altre cose sono pazzi: però faremo tra voi agnelli de costumi, et molto piu mansueti de
gli ausiliarij.

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Tri. Hor guida prestissimamente la pecora, et pigliala, et io ti darò l’altare, ne’l quale sacrificaremo.

Co. Ben’ogni cosa che vuole anchor la fortuna dirizza, va bene secondo l’openione, una cosa à l’altra s’obvia come è l’occasione.
Tri. Queste cose sono molto manifeste. et questo altare è presso à le porte.
Co. Frettatevi hormai, et l’aura mobile, et venusta da dio ritiene la guerra. adesso manifestamente la fortuna passa ne i beni, egli è il canestro che ha dentro l’orzo, et la corona, et il cortello, et questo fuoco, et niuna cosa salvo che la pecora ne ritiene.
Co. Dunque combatterete, come se Cheris chiamato vien da voi per cantare: et poi questo so bene, che l’agiungerete à quello infiato, et affaticato.
Tri. Hor piglia tu il canestro, et il cado, và intorno intorno à l’altare prestamente.
Ser. Ecco. dì pur altro, ch’io son’andato intorno. Horsu pigliarò questa facella, et tu prestamente tendela ne gli orzi, et tu sacrifica dandola à me, et da gli orzi à gli spettatori. ecco.
Tri. Già l’hai data.
Ser. Per Mercurio, come di questi, i quali sono spettatori, non è alcun, il quale non habia orzo.
Tri. Le donne non l’hanno pigliato.

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Ser. Ma di sera gli huomini le darà à esse, hor faciamo i voti. ch’è mai quì? molti huomini gli sono, et da bene: horsu che à costoro li dia, imperò che sono molti et da bene.

Tri. Pensitu che costoro sijno huomini da bene?
Ser. Non, i quali à noi tristandosi ne hanno portato tanta aqua: se sono affermati in questo luogo dove sono venuti. hor prestissimamente preghiamo, preghiamo hormai.
Tri. O dea gravissima regina, honoranda pace, signora de i cori, regina de le nozze piglia il sacrificio nostro.
Ser. Piglialo ò honoratissima per Giove, et non fare si come fanno le male done: imperò che quelle inchinate ne l’atrio guardano con gli occhi istorti: et s’alcuno le guarda fissamente, si partono: e poi guardano con gli occhi istorti s’ei si parte. di gratia non far tu tal cosa ver noi.

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Tri. Per Giove. ma dimostrati te istessa tutta honestamente à noi che ti amiamo, i quali per te gia tredici anni siamo conturbati. finisci le guerre, et i crepiti de’l ventre, à ciò che Lisimache ti chiamiamo. Accheta le nostre sospitioni attrovate, per le quali molte cose parlarete tra voi. E tu meschiane noi Greci un’altra volta dal principio con suco d’amicitia, et temperane la mente con una certa perdonanza piu legiere, et empisci à noi il foro de aglij boni, grandi, de cucumeri patrij, de pomi granati, et à i servi le vestazzuole piciole, e da la Beotia portando à vendere oche, anedre, colombi trochili, et che ne vegnano groppi d’anguille, et circa queste noi frequenti mangiando siamo turbati, da Morico, Telea, Glaucete, et altri molti divoratori. poi che Melanthio venga poscia ne la piazza à venderle, et che’l gridi, et che poi egli solo canti da la Medea, son morto, son morto toltogli fuor di mano queste che stijno ne i beati, et ricchi, et questi huomini s’alegrino. Danne queste cose ò molto prudente à noi che ti preghiamo.

Ser. Piglia il cortello et poi scannarai la pecora, come faria un cuogo.
Tr. Ma non è lecito.
Ser. Perche?
Tri. Certamente la pace non s’alegra de iugulamenti, ne l’altare si sanguina. portala dentro che si sacrifichi, pigliala per le gambe et portala quà. et cosi la pecora si salva per lo somministratore.
Co. Starai dunque tu in su la porta. bisogna che prestamente si porti quà le legne schiappe, portale quà tutte.
Tri. Non vi paro io sapientemente mettervi su la sarmenta.
Co. Come no? che non sai tu quello che bisogna à un’huomo savio? et che non sai tu, quante cose bisognano à un’eccellente ne la sapienza, mente, et audacia datrice di quella.

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Tri. La legna schiappa abrusciata da dolore à Stilbide, parechiaremo noi la tauola, et il servo non gli mancherà.

Co. Chi non loderà un tal’huomo, il quale havendo tolerato molte cose ha salvato la cità? onde egli mai da ciò cessarà sendo amato da tutti.
Ser. E fatto ogni cosa, mettila giu. et io me ne vado à le viscere, et à i sacrificij.
Tri. Queste cose mi seranno in cura, ma bisogna andare.
Ser. Ecco ch’io son quà, non ti pare ch’io le tenga?
Tri. Rostiscile bene. ecco che’è quà uno coronato di lauro. ch’è egli poi?
Ser. Parmi ch’ei sia molto superbo. egli è qualche indivino.
Tri. Non per Giove, ma egli è Hierocleo.
Ser. Dove questo indovino da l’inferno? che dirà egli mò?
Tri. Ha ciera di voler contrariare à la pace.
Ser. Non, ma entra a’l sapore de’l rosto.
Tri. Mostriamo di non vederlo.
Ser. Ben dici.
Hie. Che sacrificio è questo, et à qual dio?
Tri. Rostisci tu tacitamente, et tuolo via da’l lumbo.
Hie. A che sacrificate? dicete.
Tri. La coda fà bene.
Ser. Ben certamente, ò pace honoranda e diletta.
Hie. Hor commincia, poi andarai dietro.
Tri. Rostisci meglio prima.

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Hie. Queste cose gia sono arrostite.

Tri. Fai molte cose, voglia che tu sei. taglia, dove la tavola? porta il libame.
Hie. La lingua separatamente si taglia.
Tri. Se ne siamo ricordati.
Hie. Si che bisogna fare.
Ser. Se’l dirai.
Tri. Non disputar niente con noi, che sacrifichiamo à la Pace.
Hie. O miseri huomini mortali et matti.
Tri. L’andarà sopra di te.
Hie. I quali non udendo la mente d’i dei con buona sapienza, havete fatto ò huomini una compositione à le gratiose simie.
Ser. Aah, aah.
Tri. Che riditu?
Ser. Mi son alegrato, de le gratiose simie.
Hie. De cephi, tortore setevi persuasi à i volpattini, de i quali l’animo et delioso, et le openioni ingannatrici.
Tri. Fusse pur tuo questo sì caldo polmone ò superbo.
Hie. Non ingannino già le nimphe Baci, ne Baci gli huomini, ne anchora le nimfe l’istesso Baci.
Tri. Degno di morte morirai: se non cessi di Bacizare.
Hie. Non anchora era fatato ò predestinato disfare il legame de la Pace, ma primamente à l’hora.
Tri. Bisogna salarle.

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Hie. Non anche è volonta d’i dei cessare da guerregiare, fin che ’l lupo non torrà per moglie la pecora. Si come spondile fugendo laboriosamente pettegia, et Acalante strepitosa frettandosi, partorisce cose cieche: cosi non anchora bisogna far la pace.

Tri. Perche bisogna che non cessiamo noi da combattere? dovemo sortire che piu piagnerà, sendo lecito à sacrificanti communemente commandare à la Grecia?
H. Mai potrei fare che un gambaro vaga diritto.
T. Mai piu cenerai per l’avenire ne’l Pritaneo, ne effetualmente farai niente mai.
H. Ne mai sarai polito un aspero rizzo di castagna.
T. Cessitu anchora d’ingannar gli Atheniesi?
H. Per quale vaticinio havete brusciate le schinche à li dij?
T. Si come ottimamente gia fece il divin Homero, cosi hanno ricevuto costoro la pace, scacciando la odiata nuvola de la guerra, et l’hanno confermata co’l sacrificio: et poi che le gambe abbrugiate et l’interiore sono sparse, hanno sacrificato con le tazze, et io andava inanti per la via, et nessuno dava il splendente gotto à l’indovino.
H. Non participo de questi, che la sibilla non l’hà detto.
T. Per Giove il savio Homero attamente l’hà detto. Egli è colui ingiusto, senza amici, senza casa, il quale ama la civile guerra, aspra et crudele.

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H. Considera hormai che ’l nibio inganandoti la mente non te piglij.

T. Servalo tu questo. che questo è terribile vaticinio à le viscere. hor getta giu il libame, et portami quà le viscere.
H. Se questo ti pare, et io mi servirò anchora.
T. Libame, libame.
H. Damene anchora à me, et dammi una parte de le viscere.
T. Non anche è volontà de li dij beati, ma che prima noi libamo, et che tu tene vadi via. ò veneranda pace siane perpetua à noi.
H. Porta quà la lingua.
T. Et tu porta fuora la tua propria.
H. Il libame.
T. Et piglia queste cose prestamente col libame.
H. Nessuno mi darà le viscere?
T. Non è possibile che te le diamo auanti che ’l lupo meni moglie.
H. Certamente à li genochij.
T. Veramente supplichi ò fratello, che non farai polito un’aspero rizzo. horsu ò spettatori che di compagnia mangiamo le viscere.
H. Che io?
T. Mangia la sibilla.
H. Per la terra mangiarete voi soli queste cose: ma ve le voglio tuorre. esse sono in mezzo.
T. Dagli, dagli a’l Baci.

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H. Ne son’io testimonio.

T. Et io perche sei huomo prosontuoso et goloso. dagli suso, et scaccialo con un pezzo de legno
il prosontuoso.
S. Tu dunque: che gli torrò le pelli, le quali essolui per inganno ha habuto: non metterai giu il pelizzo ò sacerdote?
H. Hai udito, questo corvo com’el viene da l’Oreo?
S. Non volarà prestamente ne l’Elinnio.
Co. M’alegro, m’alegro, ch’io son liberato da la celata, da’l casio e cepolle, imperò che non mi deletto di scaramuccie. ma tirandomi presso ’l fuogo, con altri huomini amici mei, non mi lascij le legne, che sono brugiabilissime da l’està oppresse, incendendo il cicere, et il fago abbrugiando, et insieme movendo la thratta levandosi la moglie.

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S. Nessuna cosa è piu soave che asseguire le seminate cose, et dio piovere, et alcuno d’i vicini dire, Dimi, à che siamo noi ò ebriaco? m’è lecito à bevere con la gratia di Dio: ma ò donna fa seccare trè chenice de fasioli et di formento et meschiali insieme, et i fichi piglierai: et la Sira chiami il Mane ne’l luoco, Non è possibile hogi potare i pampini, ne andar per il fango, perche il luogo è humido. et da me alcuno porti una turdella et due passere, e gli è ancho non so che latte, et quattro lepori, se in questa sera la gatta non me la portata via. Hò sentito strepito dentro, et non so che movevano. de le quali ò regazzo portane trè a noi, et lasciane una à mio padre. Domanda i mirthi fruttiseri à Eschinade: et alcuno chiami Charivade da quella via, che egli venga à bevere con noi, facendone bene dio, et agiutandone l’orationi nostre. Quando la cicala canta il souave de pascoli, m’alegro, uedendo le lemnie vigne, se gia sono mature. Io vego questa semenza che nanti termino pullula, et questo fico salvatico s’ingonfia, poi quando sono i meloni, io li mangio et tengoli: et dico insieme, ò tempi diletti: et tridando il Thimo, il meschio insieme et si m’ingrasso. Alhora d’està io vegio il capitano che nemico à li dij, che ha trè creste, et la rossa molto acuta, la quale egli dice essere tintura Sardianica: ma se bisogna guerregiare havendo le rosse creste, alhora è tinto di tintura Cizicenica. et egli il primo se ne fuge: si come un gallo giallo sqassando le creste, et io me ne sto à vedere le reti. Et quando sono à casa, fanno cose da non tolerare: scrivendo questi nostri, et scanzellando quelli di sopra, et di sotto due et trè volte: dimane sarà il fine e l’essito. et à questo il pane non è compro, che egli non lo sapeva uscendo di casa. poi stando à quella statua di Pandione se hà visto se medesimo, et dubitavasi de la consuetudine vedendo il male succo. Questo è quello che à noi agricole facciono. à quelli poi de la citade manco à i dei che à gli huomini tranno i scuti, de le quai cose ne patiranno, se à dio piacerà: che molto me hanno ingiuriato, sendo à casa leoni, et volpi ne la pugna.

T. Oime, oime, quanta gente è venuta à le nozze. tien, netta queste tavole. è homai nessuna utilitade anchor di ciò. poi porterai schizzate et tordelle, et assai carne di lepore, et molti pani.
Fattor de la falce.   Dove, dove è Trigeo?
T. Faccio bollire le tordelle.
Fat. O dilettissimo, ò Trigeo che n’hai fatto bene, facendo la pace, che come inanzi, nessuno comprava falce n’anche per un collybo, adesso le vendo per cinquanta drachme, et costui ne i campi vende cadi di trè drachme. ma ò Trigeo piglia de le falci, et quelle che vuoi di queste. piglia la dote di quelle che havemo vendute, che havemo guadagnato. portiamoli questi doni à le nozze.
T. Hor mettete giu queste cose, entrate prestissimamente à la cena, imperò che il venditore de le arme è venuto dolendosi.
Fattore de la celata.   Oime ò Trigeo da la radice m’hai fatto morire.
T. Che gli è infelice, non fai piu celate?
Quel da la celata.   M’hai fatto perdere l’arte mia, il mio vivere, questo et di quello hastaro.
T. Che vuoi tu ch’io te lascia à le tue celate?
Quel da la celata.   Che mi vuoi dar tu?

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T. Di quel ch’io dò, mi avergogno. non di meno ti darei tre mozzi di cariche, se’l ligame se potesse sciogliere, che con questo io purghi la mensa.

Quel da la celata.   Egli entrando porta fuori le carice, è meglio questo ò amico che niente.
T. Porta porta via, à le forche, fuor di casa. i capelli stanno giu. celate niente valete. non le comprare n’anche per una carica.
Venditor de’l corsaletto.   A che proposito debo io meschino portar questo corsaletto, che vale diece mine?
T. Questo non ti dava danno: hor dallo quà per giusto precio, che è molto atto e à proposito da cagar dentro.
Ven. Non mi vituperare le cose mie.
T. Cosi mettendo trè pietre non convenientemente.
Ven. Con che astersione o grossolanazzo?
T. Cosi ponendo la mano per il forame, con questa insieme.
Ven. Dunque con tutte due.
T. Io per Giove, à ciò che non pecchi ò faccia fallo, robarò un forame di nave.
Ven. Poi in diece mine cacherai sedendo?
T. Per Giove sì ò mostro. pensitu ch’io debia vendere il mio culo per milla drachme?
Ven. Hormai porta fuora l’argento.
T. O huomo da bene egli mi rompe la facia, porta via che non lo comprarei.

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Quel da la tromba.   Perche dunque doperarò io questa tromba, la quale io ho compra per sessanta drachme?

T. Infondendole de’l piombo ne la concavità, poi di sopra mettendole una longa verga, ella diventerà una di quelle fragili e longhe tazze.
Quel da la tr.   Oime tu bertegi.
T. Un’altra cosa ti voglio avisare. questo piombo si come t’hò detto gettalo, poi acconciandolo con le corde li ponerai la balancia, et toccarà à te à pesare i fighi ne’l campo à i servi.
Quel da la celata.   O infelice et sciagurato demonio, molto m’hai rovinato: ch’io per questo hò perso
una mina. et hor che farò io? che comprarà queste celate?
T. Và da gli Egitij che le vendirai, che sono atte à misurare sirmea.
Politor de la lancia.   Oime ò mastro, siamo fatti molto miseri.
T. Costui ha patito niente.
Quel da la celata.   Hor che si dè fare di queste celate? che le doperarà.
Politor de la lan.   Se egli imparasse à far questi mani meglio che adesso li venderia.
Quel da la ce.   Andiamo ò hastaro.
T. A nessun modo imperò che io comprarò queste lancie.
Po. de la lancia.   Quanto mi darai?

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T. Se doppiamente e fussino tagliate, le pigliarei per cento drachme.

Fat. d. l.   Siamo sprezzati, andiamo à la longa ò amico.
T. Per Giove i giovenetti gia usciscono per pissare adosso à costoro che gli hanno chiamati per farli cantare: à me paiono fattori ò essercitatori de’l preludio. ma che pensitu da cantar ò giovanetto? vien quà da me et approvati un poco prima.
Figli. Hor comminciaremo da gli huomini bellicosi.
T. Cessa, so bene i bellicosi, ò molto infelice trè volte, sendo la pace: sei grosso et mal detto.
Fig. So bene, quando s’erano apresso, andando, trarono via le pelli e i scuti umbilicosi.
T. I scuti non cessi ricordarne d’i scuti?
Fig. Qui è il pianto insieme et la supplicatione de gli huomini.
T. Pianto de gli huomini? Per Dionisio piagnerai cantando pianti, et questi umbilicosi.
Fig. Che degio dunque cantare? dimi, di che tu t’alegri.
T. Sì hanno costoro mangiato la carne de li bovi, et quelle l’hanno messe a’l desinare, quali erano soavissime da mangiare.
Fig. Sì costoro hanno mangiato le bovine carni, et le coppe de caballi sudando hanno disfatte: che ne
la guerra se son satiati.
T. Sta bene, si sono satiati de la guerra. queste poi hanno divorato, quest’altre cosi mangiarono satiandosi.

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Figl.

T. E di volontà.
Figl. A le torri sonosi sparsi, et la cessabil voce, è poi seguita.
T. O pessimo fanciullino postu morire con queste pugne: che niente canti, se non le guerre di costui, et quando il fù.
Figl. Io?
T. Tu sì per Giove.
Figl. Il figliuol di Lamacho.
T. O Dio, certo mi maravigliava udendo, se forsi non sei figlio di qualche buon Bulomacho, et di qualche Clausimacho. caccia via quelli che portano le lancie. canta il figlio, Dove è ’l fanciullino di Cleonimo? Canta à ciò che altro non accadi. Tu sai bene, che non canterai cosa molesta, che sei d’un sapiente padre.
Figl. Chi s’alegra de’l scuto d’i Saij? il quale ne le imboscade non vuole di dentro essere offeso.
T. Dimmi ò Posthone, cantitu di tuo padre?
Figl. Gli hò salvata l’anima.

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T. Hai fatto vergogna à tuoi magiori, hor’entriamo. io sò bene apertamente, che quelle cose che hai cantato de’l scuto, tuo padre le saperà. l’opera nostra di noi è che quì restiamo e che mangiamo ogni cosa et sacrifichiamo, e che non la tiramo vuoda. Hor virilmente cominciate, et forbitevi tutte due le masselle: imperò che ò villani non c’e bisogno de bianchi denti. ma hor non mangiano nulla.

Co. Quelle cose ne saranno cura à noi, et tu fai bene à dirle.
T. O voi che nanti havevate fame, saltiamo à le lepori, che ogni dì non si truova fugazze per i deserti. hor mangiate, che certamente dicovi ne sarete mal contenti. bisogna lodare la nimfa, et alcuno
la guidi fuora, et porti le tende. et che si commandi che tutto ’l popolo s’alegri. et bisogna portare indietro ne’l campo tutti i vasi saltando, e bevendo et scacciando Hiperbolo, poi sopplicando à li Dei che diino ricchezze à Greci, et che facciano à noi tutti similmente orzi assai, et molto vino, et che mangiamo molti fighi, et che queste donne ne facciano figlij, et che raccogliamo anchora tutti i beni di prima, che havemo perso, et che ’l lucente ferro si lascij stare. Hor sù ò donna ne’l campo, à ciò che tu sendo da bene habiti con meco, Himen, Himeneo, ò Himen, Himeneo.

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Co. O tre volte beato molto giustamente adesso hai i beni assai, Himen, Himeneo, ò Himen, Himeneo, ò. hor che le faremo à lei? hor che le faremo à lei? ben la vindemiaremo, ben la vindemiaremo. Hor elevandolo huomini portiamolo, messi à l’ordine, saltando, pigliamo lo sposo, Himen, Himeneo, ò Himen, Himeneo, ò. Ne starete dunque bene, non havendo travaglij, ò affanni, ma parlante di burle, Himen, Himeneo, ò Himen, Himeneo, ò. Di costui è longo, e grasso, di quest’altra è dolce il fico. Dirai dunque quando lo mangiarai, et beverai molto vino, Himen, Himeneo, ò Himen, Himeneo, ò.

Mangiate le fugazze.

Fine de la Pace.


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