Le donne di casa Savoia/XXXIV. Maria Adelaide di Lorena

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XXXIV. Maria Adelaide di Lorena

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XXXIII. Maria Cristina di Savoia Conclusione

[p. - modifica] Maria Adelaide di Lorena
moglie di Vittorio Emanuele II
1822-1853.
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XXXIV.

MARIA ADELAIDE DI LORENA

Ultima Regina di Sardegna

n. 1822 — m. 1855



E par che sia una cosa venuta
Di cielo in terra a miracol mostrare.

Dante


Fu dimandato un giorno a Francesco Ambrosoli il chiarissimo autore del Manuale di Letteratura sul quale hanno studiato, e con profitto, i nostri babbi e le nostre mamme; e allora maestro e direttore degli studi delle due giovinette figlie dell’arciduca Ranieri Viceré di Lombardia, cosa pensasse delle sue giovani allieve, ed esso così si espresse, circa la futura madre dell’attuale Re d’Italia: «Rispetto all’arciduchessa Adele, dico pure che il cielo l’ha fornita di quanta amabilità può trovarsi in essere umano, e non temo di esagerare. Ha ingegno arguto prontissimo, è umile, affabile, pietosa, colta, avvenente, col sorriso della bontà e della innocenza sul volto. Potrebbe essere un ideale, se non fosse qualche cosa di meglio, una realtà.» [p. 430 modifica]Ed infatti tale era l’opinione generale circa quella gentile fanciulla che, sebbene da padre austriaco, era nata italiana sotto il bel cielo di Lombardia, e da madre italiana, la principessa Elisabetta Francesca di Carignano, sorella del Re Carlo Alberto. Nè poteva essere altrimenti. Educata con ogni cura e con vigile amore sotto gli occhi della madre, insieme alla sorella maggiore Maria Carolina, con la lingua italiana, che le fu insegnata a balbettare dalle fasce, insieme alla tedesca, e più alla francese, ella apprese anche ad amare la nazione, di cui un giorno doveva sposare il liberatore. La Viceregina era donna di eletto ingegno, di molta coltura, di nobile sentire, e tutto ciò unito ad un carattere gaio e ad una operosità da buona madre di famiglia, diligentissima nell’educazione dei figli, da cui era idolatrata; sicché a diciotto anni, nel 1840, Adele era riuscita una giovine perfetta ed attraentissima, quantunque modesta oltre ogni dire.

Anche la mammoletta, che della modestia è il simbolo, si lascia indovinare dal profumo che da lei esala all’intorno; e cosi le virtù della giovine Arciduchessa la rivelarono presto in tutta Italia.

Fu allora che Maria Teresa sua zia, e Regina di Sardegna, vagheggiando forse un dolce progetto, ebbe desiderio di conoscere personalmente questa maraviglia, onde assicurarsi da sé stessa dell’esattezza di ciò che si diceva. Perciò nel 1840, quando appunto il figlio suo Vittorio Emanuele, principe ereditario, compiva venti anni, essa fece una visita a Milano ai cognati, [p. 431 modifica]presso i quali si trattenne anche alcuni giorni, e tornò in Piemonte soddisfattissima.

Resultato di questa sua visita, di cui parlò in famiglia ripetutamente e con entusiasmo, fu un invito di Carlo Alberto alla sorella, di venire a passare qualche giorno presso di lui a Racconigi, col marito ed i figli. Essi accettarono tutti, e il 19 agosto arrivarono in Piemonte.

Qui trascrivo letteralmente dai Ricordi di una Dama di palazzo, della contessa Della Rocca Castiglione: «Eran quelli gli anni in cui l’animo di Carlo Alberto era tristemente travagliato, per opera delle tante sette, di gesuiti, di sanfedisti, di repubblicani, che a turno, e anche tutti insieme, cercavano d’impadronirsi di lui, per sedurlo o intimorirlo, secondo che volevano o invece odiavano la libertà dei popoli. In tanto agitarsi intorno a lui, il Principe, che sentiva tutte le responsabilità che pesavano sul suo capo, era talvolta nel fitto buio o illuminato da false luci, e cercava la via che non sempre gli si presentava chiara e diritta dinanzi. Era perciò serio, tetro, il sorriso era scomparso dalle sue labbra, e tutto intorno a lui si risentiva di quella attitudine, di quella severità.»

Ma l’arrivo dei principi di Milano cambiò l’aspetto di ogni cosa. La Viceregina, sempre giovine e bella, vispa e piena di brio, meravigliata in principio della gelida etichetta e degli usi della Corte del fratello, che risentivano ancora del francese e dello spagnuolo, e che soltanto Vittorio Emanuele II doveva addirittura [p. 432 modifica]sradicare, fece il miracolo di cambiare tutto e tutti; e i quindici giorni da lei passati con esso insieme al marito e ai quattro figli, due maschi e le due principesse, volarono per tutti in una festa continuata, in una gioia perenne.

E quando l’Arciduca partì colla famiglia, tutti presentirono quello che sarebbe avvenuto, tanto Vittorio Emanuele erasi mostrato assiduo colla minore delle cugine, e il principe Eugenio di Carignano era rimasto colpito dalle grazie di Maria Carolina.

Ma di questi due vagheggiati matrimoni, soltanto uno doveva compiersi, l’altro lo sciolse la morte, prima ancora che fosse annunziato, ed il principe Eugenio ne rimase così desolato, da non voler più, in sua gioventù, maritarsi.

Stabilito dunque il matrimonio dell’arciduchessa Adele con Vittorio Emanuele duca di Savoia, questi, scrivendo in quei giorni al La Marmora, diceva fra le altre cose: «Compratemi anche un cavallo per mia moglie la quale mi scrive che vuol farmi divenir saggio. Pas feu à faire

Desiderio e riflessione che dipingono mirabilmente i due.

Il 10 aprile 1842, a mezzogiorno, quell’unione fu benedetta nel castello di Stupinigi, presente tutta la famiglia della sposa, poi alle due pomeridiane ebbe luogo l’entrata solenne a Torino dalla porta del Po; e la sera, al teatro di gala affollatissimo, Carlo Alberto presentò al pubblico plaudente la giovinetta sposa. [p. 433 modifica]Terminate le feste, partita la famiglia, Maria Adelaide prese il suo piccolo posto alla Corte, segnalandosi subito per la sua gran bontà e carità verso gli infelici, essendo l’idolo del marito, la gioia del cuore della suocera che, priva di figliuole la prese ad amare proprio come se fosse sua figlia.

Nel novembre dello stesso anno, i due sposi, avuta la certezza che il loro amore era stato fecondo, ne misero a parte la Regina, che esultante volle condurli essa stessa a partecipare al Re la fausta notizia. Carlo Alberto ne rimase assai soddisfatto e fece un regalo alla nuora. Ma egli, come era pronto a premiare era anche pronto a punire, e lo ebbe a provare di lì a poco per una futile causa il Duca di Savoia. Ecco come racconta l’aneddoto la marchesa Costanza d’Azeglio nei suoi Souvenirs historiques:

«Un giorno la Duchessa di Savoia fu presa da un’eccessiva curiosità di vedere le botteghe dei portici. Lo disse alla Regina, ma le rispose che una simil cosa non era mai stata fatta, e che ella non s’incaricava di chiederla. La Duchessa non si tenne per vinta, si rivolse al Re, che rifiutò. Ma era forse una voglia che bisognava soddisfare a qualunque costo, perchè malgrado tutti i rifiuti, ben velata, bene incappucciata, al braccio di suo marito, è uscita, chi dice alle otto di, mattina, chi alle otto di sera. Hanno poi mangiato dei pasticcini da Basso, o si sono contentati di guardarli? Anche su questo punto le informazioni non sono concordi. Il positivo è che, rientrando, i disgraziati, [p. 434 modifica]il Re ha mandato Vittorio agli arresti. Per la qual cosa la Duchessa ha tanto pianto che il Re ha perdonato, temendo che essa non avesse a soffrirne, ma a condizione che la non andrebbe più a piangere nella sua stanza, perchè altrimenti non potrebbe più castigare Vittorio delle sue scappate....»

Del resto, non ci fu più bisogno di perdonare. La Duchessa, bella, dolce e santa quanto può esserlo un angiolo, si guardò bene in avvenire dall’esporre pei suoi capricci il marito alla punizione paterna, essa che aveva detto di volere farlo savio, e tanto più ora che, divenuta madre, il 2 marzo 1843, di una bambina (Maria Clotilde), che allattava da se stessa, non aveva più la testa ai divertimenti, e non viveva più che per la famiglia e i poverelli.

Di una gentilezza d’animo squisita, il suo trionfo fu la carità e l’amor della famiglia e dei figli, che tutti allattava da sé; e in quanto agli infelici che a lei ricorrevano, essa non era soltanto caritatevole, ma la carità in persona, e tutte le sere dicesi che scrivesse sopra un taccuino nomi, cognomi e particolari di quelli che le erano raccomandati, non solo per soccorrerli subito, ma per potersi informare di loro e provvederli per l’avvenire. Vi è una distinzione fra carità ed elemosina, e Maria Adelaide possedeva ed esercitava a seconda entrambe queste virtù, spingendole fino al proprio sacrifizio. Duchessa di Savoia riceveva 36,000 lire all’anno per le sue spese particolari; di questa somma essa faceva due parti, una grossa, per regali, soccorsi, elemosine; l’altra, assai più piccola, per sé. [p. 435 modifica]Quantunque giovine assai, ed amante del vestir bene, si privava spesso della soddisfazione che reca un vestito nuovo, un gioiello, per darne il prezzo ai poveri; e più d’una volta, vedendo crescere i bisogni di tante disgraziate famiglie, pregò il suocero, che soleva regalarle per Capod’anno qualche elegante monile del valore di 6,000 lire, a volergliene invece far dare il prezzo, per poterlo distribuire tra gli infelici, che non era riuscita a beneficare durante l’anno. Aumentate le sue entrate quando fu divenuta Regina, continuò nel suo modo d’impiegarle, e più volte rinunziò di acquistare qualche bell’oggetto che le piaceva, per non fare aspettare gli indigenti — tutto al più diceva a chi le faceva la proposta: «Vedrò alla fine del trimestre se potrò permettermi questa spesa.» E più volte si trovò in debito coll’intendente della lista civile, per soccorrere qualcuno che non avrebbe potuto attendere.

Ma torniamo alla Duchessa di Savoia allorché fece lieta la famiglia e il paese dando alla luce il Principe di Piemonte, poi Umberto I Re d’Italia. Che gioia in Torino e nella reggia! quante manifestazioni e illuminazioni pel fausto avvenimento!

Ho detto più volte, nel corso di questo scritto, che Maria Adelaide era bella: infatti, di un personale perfetto, alta non meno di un metro e settanta centimetri, era veramente ammirabile: e qui incontriamo ancora la contessa Della Rocca Castiglione, che ci porge la sua tavolozza per tracciarne completo il ritratto.

«Mai ho incontrato nella mia vita, un volto e un [p. 436 modifica]personale che al pari di quelli di Maria Adelaide facessero vivi i belli angeli di Fra Giovanni da Fiesole, di cui aveva ad un tempo le bellezze e le irregolarità: la posa del capo, la guardatura, l’adagiarsi della persona, specie quando era in piedi pronta per comparire a qualche festa della Reggia. Un vero ritratto dell’ultima Regina di Sardegna, vestita, come io la vidi più volte, di soffici tessuti bianchi, di pallido roseo, o di celestiale colore, con il lungo strascico ricamato d’oro e d’argento, attorcigliato ai piedi, col capo risplendente di brillanti che le facevano aureola intorno al viso, nel quale gli occhi rispecchiavano l’anima impareggiabile; un tal ritratto, messo su fondo d’oro, in una gotica cornice, farebbe certo un degno riscontro alle pitture dell’Angelico; e così dovevano essere,i modelli da lui intraveduti. ........................................................ Il mio angelo però era bruno e questi sono biondi.»

Maria Adelaide aveva una meravigliosa facilità per ogni cosa da apprendere; non vi fu arte femminile che non conoscesse, ma la sua modestia era sì straordinaria, che con lei si andava sempre di scoperta in scoperta. Anche di storia, lingua, studi in generale, aveva larga conoscenza; ma si piaceva specialmente a ricamare, a curare il corpo e l’anima e coltivare lo spirito dei suoi figli, passando presso di loro le ore di libertà di cui poteva godere durante i suoi quieti soggiorni di Moncalieri e Stupinigi, dove a quell’epoca la famiglia stava quasi abitualmente. Seduta allora [p. 437 modifica]al suo telaio da ricamo, aveva sempre accanto qualcuno dei bambini, che le ronzavano attorno, o stavan seduti, sfogliando dei libri illustrati, sotto un’alta consolle che rappresentava per loro una stanzettina a parte, come si compiacciono di fare tutti i bambini.

Maria Adelaide incarnò in se il più soave ideale della sposa e della madre. Vissuta in tempi difficili, essa non si estrinsecò che nella famiglia e con gli infelici; ma quanta virtù nel suo modesto compito, quanta abnegazione per trascorrere la vita in mezzo a tante difficoltà e a tanti contrasti!

Carlo Alberto sempre ammalato e sempre tetro, la suocera pure di salute ormai cagionevole, essa stessa molte volte sofferente; e gli avvenimenti politici che si compievano in tutta Italia, e che trascinavano anche il Piemonte all’azione, non tutti corrispondenti alle aspirazioni del cuore.

Nel febbraio del 1847, la domenica grassa, temendosi qualche dimostrazione, alcuni avevano consigliato il Re ad andarsene in campagna; egli non lo fece, ed intervenne invece al teatro, dove al suo giungere gli fu fatta una imponente dimostrazione di simpatia. Altre dimostrazioni consimili si compievano qua e là in Italia; a Milano, al ballo voluto dare dall’arciduca Ranieri, non intervennero che sei signore. Ma per Carlo Alberto la cosa era differente; appena fu meglio consigliato e ispirato, e accordò qualche concessione, ebbe la nazione in mano, come suol dirsi, e l’entusiasmo s’impadronì di tutto il paese, giungendo fino all’aberrazione. [p. 438 modifica]Nell’ottobre di quell’anno, la Duchessa di Savoia ebbe il suo quinto figlio, una bambina, a cui il Papa Pio IX fu padrino, e che si chiamò Pia. Quel nome però non piaceva a Corte, ove sottovoce dicevasi che poi alla fine si sarebbe chiamata Maria. Nel dicembre il Papa stesso mandò a Maria Adelaide la rosa d’oro, il che significava una grande distinzione. A questo proposito, la marchesa Costanza d’Azeglio, nel suo libro già citato, osserva: «Vi è un piedistallo placcato in oro — Le rose racchiudono l’aroma. Esse stanno in un vaso — Il rosaio è tutto d’oro — Il regalo ha originato una funzione che non ha fatto migliorare la salute della Duchessa.» Questo regalo era venuto il 20 dicembre, giorno di S. Adelaide, nel quale celebravasi la festa di lei. Ma era impossibile che un’anima sì mite, un cuore sì buono, esposto ai contrasti del momento, non reagissero contro la salute della poverina. E non era che al principio!

Nel marzo 1848 la scissione si manifestò nella famiglia di suo padre. Egli era prettamente austriaco; i figliuoli invece, appoggiati dalla madre, volevano essere italiani; ciascuno mangiava nella propria camera, e i principi erano perennemente agli arresti. Finalmente, spinti dalle circostanze, il 18 marzo doverono tutti lasciar Milano, da cui il popolo aveva cacciato i soldati austriaci e istituitovi un governo provvisorio. Ma inseguiti, l’Arciduca e la famiglia, furono poi arrestati a Riva, provenienti da Verona, ove prima eransi rifugiati. [p. 439 modifica]Gli austriaci intanto minacciavano d’invadere il Piemonte, dove l’effervescenza di Milano si propagava; e a Torino particolarmente, questa effervescenza si cambiò in frenesia allorché Carlo Alberto dichiarò all’Austria la guerra, e si pose coi figli alla testa dell’esercito.

Oh, come però fu triste per la famiglia quella partenza! Se l’interesse politico, se un pensiero ad un grande ideale, poteva far dimenticare al Re e ai figliuoli il loro parentado austriaco, le due creature che rimanevano abbandonate in palazzo non potevano, come ho osservato altrove, non ricordarlo.

E chi potrà mai descrivere, con efficacia, il dolore di una Regina in simil frangente, quando essa è rappresentata da una donna che ama?

Quantunque vivessero ritirate nelle stanze più remote del palazzo. Maria Adelaide e la suocera avevano bene intese le vociferazioni della folla, e compresa la gioia, a fatica celata, sui volti di chi le circondava, al giungere della notizia delle rivoluzioni di Vienna e di Milano!

Maria Adelaide, anche più della Regina, era combattuta da contrari affetti, e quella nobile ed ammirabile creatura, nè col cuore nè con la preghiera, sapeva per chi implorare la vittoria, se pel padre o pel marito! E toccava alla suocera a rianimarla, ad assisterla, ad aver cura dei figliuoletti.

Quella guerra non fu, pur troppo, fortunata per l’Italia, e il 23 marzo 1849 tutti a Torino temevano [p. 440 modifica]una invasione austriaca, e si facevano ovunque preparativi di fuga. Venne invece la notizia dell’abdicazione di Carlo Alberto, e l’ordine di lui alla Regina di non lasciare assolutamente Torino, mentre egli andava esule ad Oporto.

Tutti conosciamo le vicende che portarono, dopo la battaglia di Novara, la pace e la corona sul capo di Vittorio Emanuele II, per ciò sorvolo.

Il primo atto della nuova Regina fu di avvertire con un biglietto il marito, che sarebbe accolto freddamente alla capitale, perchè Radetzky era l’amico di suo suocero, ed era stato testimonio al suo matrimonio! — Del resto poi si seppe che l’accoglienza amichevole di Radetzky era all’individuo, non al Re; e nessuno ha certo dimenticato le nobili parole con le quali Vittorio Emanuele rispose a proposte umilianti per la sua patria! — Ma pur troppo pel momento egli dovè far caso dell’avvertimento della moglie, e rientrò in Torino il 26 marzo, di notte.

Rinunzio a descrivere il rivedersi dei due coniugi; rinunzio a descrivere una scena in cui troppi affetti si trovavano in contrasto, e per ciò difficile a raccontarsi, ma facilissima a immaginare da chi ha cuore. Le lettrici potranno riempire, da loro stesse, la lacuna.

Il giorno seguente, il nuovo Re riceveva in Piazza Castello il giuramento della Guardia Nazionale, e dietro ad esso e allo stato maggiore, stava la Regina, in carrozza a quattro cavalli, coi bambini. Ma che tristezza su tutti i volti! Ciascuno pensava all’esule vo[p. 441 modifica]lontario, e soltanto i principini, nella loro innocenza, mettevano una nota allegra in tutto quel mortorio.

Ne gli affanni accennavano a terminare per Maria Adelaide. Vittorio Emanuele fu colto, nel maggio seguente, da una grave malattia, causata forse dagli strapazzi passati e dai contrasti presenti; giacché, pur troppo, egli non era ancora ben compreso dal suo popolo. Poi, nell’agosto, venne la notizia della morte di Carlo Alberto!

Il 20 dicembre doveva aver luogo l’apertura delle Camere. L’aspettativa era grande, e molte le speranze risvegliate. Il principino di Piemonte doveva quel giorno indossare l’uniforme di Guardia Nazionale, e accompagnare i genitori. Immaginiamoci il suo piacere, la sua eccitazione! Ci dicono che non dormì per tre notti, in attesa dell’avvenimento!

Quando giunse la carrozza reale al palazzo Carignano, sede del Parlamento, e gli applausi al Re e alla Regina scoppiarono unanimi e spontanei, il fanciullo serio serio discese, e marciò avanti diritto e fermo come un granatiere.

Dopo la seduta ci fu la rivista della Guardia Nazionale, e anche allora furono molti gli applausi. Il Re era contento e commosso, la Regina pure. In quanto a quell’omino di sei anni, che era il principino, cito ancora la marchesa d’Azeglio: «Il Principino ha sempre tenuto la mano al suo kepy, fino che alcune buone donne, avvicinatesi alla carrozza, han detto in dialetto alla Regina: Dite a quel piccino di non affaticarsi così.» [p. 442 modifica]Da quel giorno tutto andò bene per la Dinastia Sabauda. Con buone e saggie opere Vittorio Emanuele II cominciò a guadagnarsi l’amore del popolo, e Maria Adelaide, bella, buona, pia e caritatevole, era sempre veduta volentieri in pubblico, ed incominciava ora ad essere completamente felice, ad avere i suoi gusti, a prendersi le sue modeste soddisfazioni. E questi erano gite e viaggetti, coi bambini e la suocera, ora ad un castello lontano, ora ad un santuario, dove la sua pietà lasciava traccie durature; e qua e là, nelle antiche provincie, s’incontrano memorie e ricordi di queste sue innocenti scappate. Ma ahimè che appunto ora che essa si sentiva felice, più doveva esservi da temere pei suoi!

Nel gennaio 1855 morì Maria Teresa. Ora, questa morte, non saputa celare alla Regina, ammalata pel suo settimo puerperio, doveva riuscirle ben fatale! Infatti, il 20 dello stesso mese, riuscito vano ogni tentativo per salvarla, ella pure si spense in mezzo alla desolazione generale, alla disperazione del marito, e allo strazio dei suoi bambini, che troppo piccoli abbandonava ai pericoli della vita.

Nata il 3 giugno 1822, sparì prima di compiere il trentatreesimo anno di sua vita, lasciando cinque figli che le sopravvissero. Portò sette anni il titolo di Duchessa di Savoia, e appena sei quello di Regina; e, pure essendo l’ultima delle Regine di Sardegna, lasciò alla moglie del secondo Re d’Italia, la gloria e l’onore di esserne la prima Regina. [p. 443 modifica]Poche figure al pari di Maria Adelaide, dice la contessa Della Rocca Castiglione, sarebbero degne di destare la vena di un gran poeta. Ma vissuta in un’epoca in cui la poesia tratta più del vizio che della virtù, non restano a parlarci di lei che poche allocuzioni fatte in occasione delle sue nozze, e qualche orazione funebre detta sul feretro di questa Regina della bontà e della carità. — Un giornalista del suo tempo, tutt’altro che realista, appunto per la lacrimata perdita di lei, ebbe a paragonarla a quelle Aspare, divinità delle Indie, che per benefica indole s’incarnano per scendere sulla terra a consolare e ad aiutare gli uomini: compiuto il celeste assunto, tornano nelle superiori regioni, senza lasciare altra traccia che il ricordo di loro, rimasto nella mente e nel cuore dei beneficati. E questo è il più bell’elogio funebre, la più gentile e poetica memoria che tributar si possa alla sposa del liberatore d’Italia, alla madre di Umberto il leale.