Letteratura romena/VI. Nicola Iorga e il «Semănătorul»

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
VI. Nicola Iorga e il «Semănătorul»

../V. Titu Maiorescu e la «Junimea» ../VII. Letteratura contemporanea IncludiIntestazione 7 giugno 2018 100% Da definire

VI. Nicola Iorga e il «Semănătorul»
V. Titu Maiorescu e la «Junimea» VII. Letteratura contemporanea
[p. 141 modifica]

Capitolo VI.


NICOLA IORGA E IL «SEMĂNĂTORUL».


A questo punto converrà occuparci della complessa e varia personalità di Niculae Iorga (1871-1940) che anche nel campo letterario ha impresso orme indelebili se non altro come capo effettivo del movimento del «Semănătorul». Uomo coltissimo, fondatore, capo e teorico del nazionalismo romeno, il Iorga che è anche letterato e scrittore di molto merito oltre che storico illustre, giornalista vigoroso ed oratore dei più grandi che abbia mai avuto la Romania, non propugnò nella rivista di cui presto assunse la direzione effettiva, uno sterile nazionalismo letterario, ma si schierò decisamente contro l’influsso esclusivo di questa o quella letteratura straniera. Le pagine del «Semănătorul», come quelle degli altri giornali e riviste letterarie da lui fondate e dirette in seguito («Floarea darurilor», «Drum drept», «Ramuri», ecc.) son piene di riuscitissime traduzioni delle più svariate letterature straniere ch’egli conosce a menadito, ma ospitano soprattutto prose e poesie originali ispirate alla vita nazionale romena (rurale nella sua essenza), il cui interprete più geniale Mihail Sadoveanu egli fu il primo a scoprire ed incoraggiare, accogliendone nel «Semănătorul» i primi saggi ancora incerti. L’opera scientifica e letteraria del Iorga rappresenta una tal massa che è difficile parlarne brevemente. Ricorderemo perciò solo i volumi più propriamente letterarii, cioè quello intitolato «O luptă literară» (Una lotta letteraria) nel quale raccolse gli articoli critici da lui pubblicati nel «Semănătorul», quello che comprende la raccolta delle sue poesie ( «Opera poetică»), qualcuno de’ suoi drammi più riusciti ( «Un Domn pribeag», «Doamna lui Ieremie», «Cleopatra», «St. Francisc»), i suoi deliziosi volumi di viaggi attraverso le diverse provincie della Romania, in Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, ecc., la [p. 142 modifica] sua «Istoria Românilor în chipuri și icoane» (Storia della Romania in ritratti e icone), la sua eruditissima «Istoria literaturii române» in cinque grandi volumi, e i recentissimi volumi autobiografici «Memorii», a «Subt trei Regi», «Viața unui om». Spirito romantico e battagliero, versatilissimo, dotato di una cultura prodigiosa in campi svariatissimi, le sue attività di storico e di uomo politico s’integrano a vicenda e fan di lui una figura europea che ha qualcosa in comune con quella di Unamuno, del quale ha così i pregi che i difetti.

Trascrivo qui da un articolo inedito destinato a una rivista italiana che poi sospese le sue pubblicazioni; una descrizione della casa di campagna e della vita del contadino romeno, che a me sembra una delle più belle pagine dell’Iorga:

Fra le delicate sculture delle colonnine che fanno alla veranda piena di luce una cornice di fiori fantastici e d’ingenui arabeschi, sorridono all’ospite, davanti al quale si spalanca la porta di legno bianca o annerita dal tempo, i fiori che ogni fanciulla si compiace di aggiungere alla bellezza semplice della sua rustica abitazione. E dentro l’aspetta la «casa grande» a mano destra del «cuptor», il vasto focolare avito che riscalda, entrando in tutte le stanze, la casa intera; la «casa grande» che è il salotto del contadino co’ suoi mucchi di belle cose lavorate e ricamate non soltanto dalla futura sposa, ma già un tempo dalla padrona di casa per adornare le sue già lontane nozze e non di rado dalla vecchia ava e dalle antiche proprietarie di quel campo e di quella casa. Il basilico spande il suo penetrante profumo religioso presso le sacre immagini, dinanzi alle quali tremola la luce che non deve spegnersi mai, mentre il fino fiore giallo della mimosa impregna ogni piega di questa sola ricchezza bianca dalla povertà laboriosa del suo profumo che pare augurio di calma e dolce felicità.

Per mesi interi codesta casa resta vuota. Il bel sole d’oriente dispare nel rosso oceano del suo tramonto, solo per lasciare il cielo al mite dominio delle stelle e all’argentea luna. Si dorme sulla «prispa» che circonda di fuori l’abitazione, all’aria libera impregnata di odori soavi. Il venticello notturno che visita tutti e non pretende scacciare nessuno, non osa interrompere il lieve sonno di codesti immemori della stanchezza, che aspettano i primi segni del giorno imminente e il canto del gallo vigile per tornare al campo che li aspetta il profondo solco dell’aratro o la falciatura della bionda messe del pane.

Ma, prima di dormire quelle poche ore del suo riposo d’estate, il contadino, l’«uomo della terra» (1) sente tra i suoi — di cui non c’è uno che non gli faccia compagnia e non l’aiuti, compreso il piccino, che, addormentato sulle ginocchia della madre, darà, se non altro, il contributo del suo innocente sorriso — sente il bisogno di comunicar con tutta la poesia fantastica della natura e quella storica degli antenati. Allora si racconta il «basm»,

[p. 143 modifica]

la «poveste», l’antica leggenda che viene dall’Indostan, attraverso l’estensione medievale del mondo bizantino, la leggenda che fa sollevare sui cubiti i fanciulli mezzo addormentati che sognano ora ad occhi aperti, si racconta la «snoava», l’aneddoto giocoso che mette sui volti un ultimo bagliore di letizia.

Ma non si canta. Il canto accompagna soprattutto il lavoro, lo stimola, lo nutre, lo rallegra. Il pastore veglia sotto la luce silenziosa degli astri. Canta non per se stesso, ma per la fanciulla amata, che capirà forse, udendo nel villaggio il suono lontano e mesto del «cavalu», per chi soffra quel cuore solitario, lassù nella «stana». Le fanciulle tornano dal lavoro. Per rinfrancar le forze esauste, ma più ancora per dare un’espressione musicale alla gioia di chi si è guadagnato il pane della sera, cominciano a cantare in coro con tale un entusiasmo e una tale tristezza, che la natura stessa sembra versar nelle poche note del loro canto la gioia d’aver dato e il dolore di restar nuda nel crudo inverno imminente. Solo dinanzi alla immensità oscura della notte, il soldato che forse vive il suo ultimo giorno concentra tutti i suoi ricordi e tutte le sue speranze più care in un grido di anelante armonia, che sembra cercar lontano quanto visse o vive ancora per lui dagli avi nelle tombe al bambino nella culla: antichi ritmi tracici, dacici, che si cantavano in tempi remoti nelle feste di deità ora morte nel cielo, ma vive ancora nelle profonde latebre dell’anima romena.

Giacché l’Olimpo pagano (e quello barbaro) colle sue cerimonie, i suoi riti, le sue festività, le sue superstizioni, non s’è dileguato nè si dileguerà mai dai riti e dai canti popolari, finché sarà viva l’anima romena. A codesti riti un nuovo elemento fu senza dubbio aggiunto dalla conquista romana co’ suoi coloni fatti venire da tutte le provincie dell’Impero ed anche — soprattutto — da quei contadini italici, che, sotto la repubblica già dominatrice di genti, o sotto l’impero mondiale dei Cesari, abbandonavan le loro terre usurpate dal lusso trionfante per ritrovar nelle vallate balcaniche gli antichi Dei de’ loro padri, fuggiti nella loro ingenuità indigena e primitiva, davanti all’invasione di concorrenti venuti dalla Grecia filosofica o dal mistico, selvaggio oriente.

...Antico per esempio è quel «coro», quella danza del popolo che porta ancora il nome greco di «hora». I corpi non si legano, non si stringono, ma nel ritmo leggiero e saltellante interrotto soltanto nei momenti di più energica accentuazione, dal piede che batte la terra e pare attingere da essa nuova energia; le mani toccano le spalle vicine o s’intrecciano per render più largo il cerchio dei danzatori. Altre voci suonano allora accanto a quelle dei musici di professione, che, nel mezzo del mobile cerchio, continuano sulle viole inebbriate la melodia eccitatrice. Grida scherzose interrompono la musica, motti originali, individuali, sempre nuovi, che suonano a un tempo critica giocosa, mordente ironia, pura e sana gioia di vivere, di espandersi, di amare, di trionfare.

Nella casetta rustica un morto ha iniziato la solennità del suo riposo. Adorna de’ suoi abiti da festa, la salma s’erge tra i ceri che rischiarano la strada invisibile d’un mondo anch’esso invisibile e sconosciuto. I parenti han gridato dapprima con disperazione il loro dolore, l’han pianto più tardi con discrezione. Quando il feretro scenderà nella terra nera, donne avvezze a improvvisare faran risonare un’ultima volta l’amara sofferenza di chi non vedrà più le note, dolci sembianze del volto amato. Ma in quest’ora notturna il contrasto su cui riposa il mondo, e che ha messo il demonio che ride [p. 144 modifica] accanto all’angelo che piange, reclama i suoi diritti. I vicini si son radunai e mentre le mani operose delle fanciulle ricamano, si fanno scherzi, si raccontano fiabe e, spesso, l’amore nasce alla tremula luce dei ceri della morte.

Quando la raccolta del granturco è ormai nel granaio e si tratta solo di sgranarla, giovanotti e ragazze si radunano insieme, e, tutto quanto può dar la musica o il talento dei narratori vien messo a contributo per abbellire la festa che corona una così lunga e dura fatica. In queste «șezători» si prodigano spesso tesori di fantasia ben superiori a quelli che si spendono (e si spengono) nelle officine letterarie degli editori.

È tardi. Nella casa del contadino, l’uomo dorme. I bambini riposano sul focolare ancor caldo. Ma la luce filtra ancora attraverso i vetri delle minuscole finestre. La donna è al suo posto. Sola co’ suoi pensieri, co’ suoi dolori, resta su a lavorare, confessando all’ago tutti i segreti del cuore. È l’origine di un altro aspetto dell’arte popolare romena, che, sotto falsi nomi di «arte polacca», «arte dei gorali», «arte magiara», «arte di Transilvania», più che sotto il suo nome vero di «arte romena» ha riscosso oramai l’ammirazione del mondo intero.

(Trad. di Ramiro Ortiz).


Prima di passare allo studio della letteratura romena contemporanea, converrà occuparci di tre autori che, pur essendo vivi e vegeti, si ricollegano alle correnti della «Junimea» (Brătescu-Voinești) e del «Semănătorul» (Mihail Sadoveanu ed Octavian Goga). Ion Brătescu-Voinești (n. 1868), autore di quei veri capolavori novellistici che son «Nicolino Bugia», «La famiglia degli Udrești», «Pana Trăsnea il Santo», ecc., è uno scrittore delicato, cesellatore pieno di grazia, un po’ settecentescamente idillico, classico nel taglio impeccabile della novella, parco negli ornati, signorile in tutto, un po’ pessimista nella concezione della vita, poeta dei deboli e dei vinti, cantore della bontà e delle pure gioie della famiglia. Il suo pessimismo ha talora qualcosa di quello del Maupassant («Une vie») e del Verga dei «Malavoglia», più spesso dei Pascoli, giacche anche per lui la poesia è la lampada «ch’arde soave» nei cuori e rischiara il gran cerchio d’ombra in cui ci moviamo. Simpatica nelle sue novelle è la macchietta dell’italiano: idealista, laborioso, amico indomabile, che consola sè e gli altri col perpetuo canto e i dolci mesti trilli del suo mandolino. Poeta squisito, ma in tono minore. Narratore di razza, eminentemente «boier», ma poco fecondo; cesellatore, non scultore; miniatore, non pittore. (Tengo a dire che stimo l’arte del cesello e quella della miniatura, arti nobilissime per nulla inferiori a quelle della scultura e della pittura). [p. 145 modifica]Traduciamo alcune pagine della novella «La famiglia degli Udrești»:

In tutto il distretto della Dimbovizza non c’è nessuno ohe non abbia conosciuto Conu (2) Costache Udrescu e credo che anche a Bucarest pochi ci sieno che non lo abbiano incontrato, visto che negli ultimi anni ci veniva regolarmente due volte al mese a farsi il bagno russo.

Conu Costache Udrescu!...

«Il nipote di Michele il Bravo!».

L’ha incontrato forse qualcuno, che abbia potuto resistere alla tentazione di voltarsi a guardarlo per ammirar quella sua bella testa da vecchio cronista medievale o per meravigliarsi di quel suo curioso modo di vestire alla moda di cinquant’anni fa, col mezzo cilindro lucido di felpa, la giacca lunga fino al ginocchio e i calzoni paglierini, color d’uovo d’anatra?

Conu Costache e la sua buffa sorella Luxizza, che non s’è mai voluta maritare ed è rimasta zitellona, sono i due soli rampolli di Negoizza Udrescu di Târgoviște, boiero di antica nobiltà, che morì verso il cinquantadue, lasciando unico erede il figlio maschio, non avendo le figlie femmine, secondo la legislazione d’allora, alcun diritto all’eredità paterna. D’altronde, anche se questo diritto lo avessero avuto, Coana Luxizza non sarebbe stata certo lei a farlo valere, lei che davanti al fratello piegava il capo come davanti all’icona, malgrado fosse più anziana di lui e gli avesse anzi fatto da mamma.

Vecchio, certo, non è sempre stato, Conu Costache!

All’epoca in cui comincia questo nostro racconto, e cioè verso il 1864, egli non aveva più di trentott’anni, e viveva insieme colla sorella, passando l’inverno nella casa paterna di Târgoviște e l’estate nella sua tenuta di Udresti a poche miglia dalla città.

«Nipote di Michele il Bravo» non era punto un grado di parentela che Conu Costache rivendicasse, ma un soprannome appioppatogli dalla gente minuta del paese, per via della sua occupazione preferita.

Conu Costache per esser «boiero» non aveva bisogno d’esser nipote di Michele il Bravo, dal momento che possedeva nello «scrigno delle pergamene», di cui lui solo aveva la chiave, il documento in piena regola, in cui si parlava non solo della sua famiglia, ma anche della tenuta di Udrești, e questo documento era di cent’anni anteriore a Michele il Bravo.

Con tutto ciò al vecchio piaceva di rintracciare nel passato i suoi antenati per ritrovar «tutta la catena», come diceva lui, degli Udrești. E a furia di correr di qua e di là, di bei quattrini, di molta fatica, e d’infinita diligenza, [p. 146 modifica] era riuscito a raccogliere un mucchio di pergamene di un’importanza talora di molto superiore allo scopo per cui le aveva raccolte.

A poco a poco la casa di Târgoviște si era trasformata in una specie di museo. S’era procurato delle copie ad olio delle iscrizioni votive di tutte le chiese della provincia; dell’iscrizione e dei ritratti dei fondatori della chiesa «Stolnicu» di Târgoviște costruita solo in legno prima del seicento dallo Stolnic Stoica Udrescu; dell’iscrizione e dei ritratti dei fondatori della chiesa Petrești-Quarantacroci innalzata anch’essa da un Udrescu; e per di più possedeva un fascio di documenti in ciascuno dei quali, dopo la formula di rito: «ed ecco anche i testimoni che la mia Signoria produce», accanto ai nomi del Comis Mihalcea e del Jupân Costandache, si leggeva a chiare note quello del Jupân Udrescu. Se non che veder un uomo che passa tutta la vita a frugare tutto il santo giorno in uno scrigno pieno di pergamene, a leggere e copiare epigrafi, è cosa tanto fuor dell’ordinario, da finir col dare ai nervi anche ai santi; c perciò la gente gli aveva appioppato quel nomignolo.

Ma, all’infuori di codesta sua innocente mania, raro davvero imbattersi in un galantuomo della forza di Conu Costache e in un cervello più a posto del suo: bastava, per convincersene, dare uno sguardo alle sue terre: una vera meraviglia!

· · · · · · · · · · ·

Il matrimonio di Conu Costache colla nipote di un ex-aiutante di campo del Voda, educata a Bucarest, immancabile ai ricevimenti di Corte e andata ora a finire a Târgoviște, parve in sulle prime che fosse un matrimonio riuscito. La bellezza della giovine sposa, i suoi modi alteri, la famiglia dalla quale discendeva avevano imposto alla gente del paese e Conu Costache da parte sua aveva aperto i suoi saloni ai notabili della città e con feste di cui gli abitanti di Târgoviște serbano ancora il ricordo, aveva fatto del suo meglio perchè la moglie dimenticasse di non trovarsi più a Bucarest. I dissensi cominciarono quattro o cinque anni dopo. C’erano in quella casa troppe cose di valore inestimabile per Conu Costache e per sua sorella, straniere e prive del menomo interesse per Sascinca: troppe cose care a quei due e odiose per lei: i mobili di casa, le posate, la carrozza, i finimenti dei cavalli, tutto, persino l’aria familiare dei servi: di Smaranda la cuoca, di Pârvu il cocchiere, di Iordache il cameriere...

Si dette poi il caso che l’insperata scoperta di giacimenti di carbon fossile e di pozzi di petrolio nei dintorni di Târgoviște facesse di giorno in giorno montar su dal nulla gente che non possedeva nè le pergamene di Conu Costache, nè alcun aiutante in famiglia.

...Conu Costache, tutto immerso nell’amministrazione della sua tenuta e nelle sue ricerche araldiche, privo di qualsiasi ambizione e non inclinato alla politica, aveva potuto guardare tutti questi cambiamenti con occhio sereno e indifferente. Non così Sascinca, che, in ogni villano che si tirasse su dal nulla, vedeva una diminutio capitis della sua famiglia e della sua classe. Stava perciò sempre alle costole del marito perchè affittasse la tenuta e si cacciasse anche lui nella politica. Ma lui, Conu Costache, reagiva: non certo opponendo i suoi strilli a quelli della moglie, ma con dolcezza, secondo il suo temperamento:

— «Non son nato io per cacciarmi in questo pandemonio, piccina mia!». Così la chiamava lui: «piccina», malgrado fosse più alta di lui di una spanna.

· · · · · · · · · · ·
[p. 147 modifica]Si era in tempo di elezioni ed era stato eletto deputato Ionescu, il figlio di Iancu Polentina. Tutta la citta rintronava di «evviva!» e di «abbasso!».

Proprio in questi giorni, Conu Costache aveva avuto la fortuna di scovar nella casa di un contadino di montagna un documento del 1656 contenente una sentenza pronunciata da un certo numero di boieri, fra cui era anche un «Jupân Radu biv-vel-logofăt Udrescu». Nella sua stanza, le cui finestre davan sul giardino, con una lente d’ingrandimento nella destra e un foglio di carta nella sinistra, il vecchio delibava parola per parola il contenuto del documento:

«1656 Marzo 25, noi boieri giudici Jupân Preda Brâncoveanu biv-vel-Dvornic, Jupân Preda Bucsanul biv-vel-Logofăt, & Jupân Radu biv-vel-Logofăt Udrescul, & Papu vornic & clucer, & Manole vel-postelnic, abbiamo rilasciato questo nostro diploma al reverendo padre Irimie ot Staia prete ot Târgoviște ed a’ suoi figliuoli, perchè si sappia che ai tempi di Matei-Voivod, che Dio Rabbia in pace, Hagi Constantin Zalariul ha chiesto alla Maestà Sua un braccio d’acqua nel prato dell’artiglieria e si è ivi fabbricato un mulino...».

Ma proprio col fragore dell’acqua d’un mulino sgorgano all’improvviso le parole dalla bocca di Sascinca, che, entrata come un turbine nella stanza, indignata nel più profondo dell’anima per l’elezione che la città festeggiava, strillava così forte che gli strilli si sentivan fin nella strada attraverso ia finestra aperta. Non voglio ripeter tutte le ingiurie che gridò a Conu Costache sua moglie perchè era stato eletto il figlio di Polentina.

— ...Subito doveva affittar la tenuta e mandare al diavolo i suoi «scartafacci», altrimenti ella se ne sarebbe andata...

Non si aspettava la risposta categorica che le dette:

— Mai, dovessi morire, mai abbandonerò nelle mani di un fittavolo qualsiasi la tenuta de’ miei avi. Ognuno col suo mestiere!

E quando lei si slanciò a strappar le vecchie pergamene ingiallite che gli stavan davanti sul tavolino, divenne anche lui giallo come quelle, balzò in piedi e gridò: — Piccina! — con un aggrottar di sopracciglia e con una severità che le fecero cader di mano le pergamene, dopo di che uscì rigida, fredda e altera, sfiorando appena la povera Cucoana Luxizza che se ne stava impietrita sulla soglia.

(Trad. di Ramiro Ortiz).


Mihail Sadoveanu (n. 1888) ci appare invece come un fiume dalle acque abbondanti, ma calme e serene, che rispecchiano azzurro di cieli e verde di boschi. Romanziere fecondissimo, interprete perfetto dell’anima popolare moldava, così spontanea e primitiva da confondersi quasi col paesaggio, sembra impersonare, cosi nella sua prosa come nella sua figura massiccia e bonaria di gigante mite e sognatore, il tipo del patriarca primitivo, cantore eponimo della sua terra e della sua razza. I suoi romanzi storici, pieni di vigore e di colore, son gustatissimi dai Romeni. A me sembrano inferiori a quelli d’ambiente. Finche il Sadoveanu ci parla di contadini, pastori, cacciatori, briganti, piccoli proprietarii di campagna, piloti di zattere sulle acque spumanti [p. 148 modifica] della Bistritza, preti di villaggio e monaci (mezzo contadini anch’essi) di piccoli monasteri sperduti nel Verde dei boschi, è addirittura insuperabile. Meno bene riesce nel ridar l’animo della piccola borghesia moderna, che, probabilmente, gli è antipatica. Ma dove riesce grande addirittura, di una grandezza che raggiunge la solennità austera dell’epica, è nell’interpretazione sentimentale del paesaggio romeno. «Nel bosco dì Pietriscior», dove si descrive l’agonia di un capriuolo nella quiete tragica del tramonto, rotta soltanto dal gorgogliar dell’acqua tra le pietre, mentre nel cielo cominciano a spuntar timidamente le stelle, è un piccolo capolavoro degno di appartenere alla letteratura mondiale, non solo a quella romena. Recentemente ci ha dato un altro capolavoro nel romanzo intitolato «Baltagul» (La scure), già tradotto in italiano e d’imminente pubblicazione.

Riportiamo la fine dello splendido bozzetto contenente la morte della capriola:

Il silenzio s’era diffuso. L’abbaiar dei cani tacque lungo tempo. Intanto la capriola fuggiva come incalzata dal terrore tra i cespugli fitti e le radure brevi, allontanandosi in direzione del ruscello. Un attimo si fermò tremando come se fosse sull’orlo di un precipizio... Poi, rallentando la fuga, si aprì una via verso l’acqua tra il frondame. Coi piedi anteriori nel letto del ruscello e quelli posteriori sulla sponda, si fermò. Il grazioso manto grigio le brillava bene nell’ombra: sólo la testa fine, dagli orecchi ritti, dagli occhi grandi, era nel sole. Stette un attimo in ascolto. Poi chinò il musetto e lambì l’acqua davanti alle gambe sottili. Alzò gli occhi. Nell’acqua limpidissima cadde una goccia di sangue. La gamba anteriore di sinistra si contrasse leggermente e cominciò a tremare. Dalla spalla le correva un filo di sangue appena visibile. Ora, a goccia a goccia, il sangue cadeva nell’acqua sempre più spesso, arrossandola. La capriola chinò lentamente la testa come se volesse specchiarsi nell’acqua intorbidata dal suo sangue, colla metà anteriore del corpo in atteggiamento di riposo. Poi ebbe come un gemito impercettibile e girò il musetto nero verso la macchia di sangue della spalla. Rimase ferma così. Di tanto in tanto si chinava verso lo specchio dell’acqua. Di tanto in tanto un brivido le faceva contrarre il manto grigio. E lontano, dietro di lei, risonava il corno e, debole, fioco, giungeva l’abbaiar dei bracchi.

Si trasse indietro verso l’erba della proda, mise gli occhi all’ombra. La luce cadde solo sull’acqua. Si lasciò cadere sul molle tappeto. Di tanto in tanto girava il muso verso la ferita che sanguinava. Ma per la medesima strada per cui era venuta, apparve un capriolo impaurito, coi cornetti diritti. Vicino ad essa si fermò. Allungò il muso e la fiutò. La capriola muggì debolmente, tanto debolmente che a mala pena s’udì, come se gli dicesse qualcosa di triste, e levò il muso verso il capriolo. Il corno da caccia risonò di nuovo alle loro spalle sotto le arcate verdi che ne ripeterono il suono: il capriolo si riscosse, saltò svelto oltre il ruscello e disparve nel fitto.

[p. 149 modifica]Come se l’avesse presa un brivido di terrore, la capriola s’alzò ed entrò di nuovo nell’acqua. Zoppicando leggermente, solo con tre piedi, si allontanò in salti corti, lenti, risalendo il ruscello a monte. Camminava in salita e gocce di sangue scivolavan lungo la gamba sinistra e si raggrumavano in ciocche rosse. Intorno, gli alberi stavano immoti; ciuffi di felci, sulle prode, si piegavano al suo passaggio e poi si raddrizzavan di nuovo, ondulando; una cincia stridette un po’ sopra di lei sui rami alti, poi disparve chi sa dove.

Il tempo passava. Un alito di frescura cominciava a farsi sentire di tanto in tanto. Dalle bassure il sole si ritirava verso le vette degli alberi; qualche pioppo dalla scorza cinerea a mala pena dondolava i rametti sottili e faceva tremolar le foglie delicate, che risplendevano svariando, or verdi, or bianche.

La capriola risaliva il ruscello, verso l’altura. A destra e a sinistra le sponde diventavano sempre più alte. Le onde scorrevano sempre più rapide, mormoravan tra le pietre aguzze, rimbalzavano frangendosi in spruzzi d’argento. La capriola posava di pietra in pietra gli zoccoletti neri come l’ebano, e saliva piano, mentre lungo la gamba le scorreva un filo di sangue caldo. In alto, sulla vetta, s’ergeva, solenne nel cielo azzurro, l’abete annunziatore dei venti. Più in basso, in una conca rocciosa, l’acqua del ruscello ristagnava in un laghetto limpido. Cadeva tremolando, scivolando sul musco che copriva le pareti rocciose, si calmava, si disperdeva, si allargava di nuovo calma in uno specchio che rifletteva il cielo e le chiome luminose delle betulle, poi radunava di nuovo i suoi rivoli d’argento e continuava a scorrere, scivolando lentamente a valle con un murature canoro.

La capriola si fermò tra le betulle nell’erba alta, mentre un fresco alito di vento cominciava a spazzare i profumi ancor caldi dei fiori selvatici. La sua testa dagli occhi neri, tristi, apparve a un tratto nello specchio dell’acqua, verso la sponda. Si lasciò cadere a terra, stanca, colle forze esaurite. Se ne stava muta, cogli sguardi fissi nell’acqua, nel silenzio solenne della selva. Sembrava che ascoltasse, che pensasse, e di tanto in tanto era percorsa da un brivido che le correva sotto la pelle.

L’ombra cresceva intorno a lei. Le luci delle cime si spensero. La selva aveva di tanto in tanto dei fremiti rari, dopo i quali seguivan momenti di calma, un silenzio come di luoghi misteriosi, di un altro mondo. E la capriola era sola; e il sangue le scorreva dalla ferita nell’erba molle della sponda. Chinò una volta il muso riarso verso lo specchio dell’acqua, poi rimase immobile. Dalle immense lontananze giungevano le vibrazioni melanconiche del corno da caccia, sempre più lontane; l’abbaiar dei bracchi era cessato; la sera era scesa rapidamente; attraverso l’abete della vetta passò come un sospiro pietoso. Nella calma del crepuscolo, sul cielo oscuro del fondo del ruscello cominciò a tremolare la lagrima d’oro della prima stellina. La capriola emetteva a tratti un muggito che s’udiva appena e gli occhi le brillavano tristi in quell’ultimo chiarore del tramonto. Cosi se ne stava sola e moriva sotto le chiome delle betulle dai tronchi d’argento.

(Trad. di Ramiro Ortiz).


Octavian Goga (n. 1881) è il solo poeta che abbia dato la corrente «seminatorista», che, se nel dominio della prosa riuscì a valorizzarsi in valori positivi, in quello della poesia, come ben nota il Lovinescu, rappresenta un’epoca di decadenza. [p. 150 modifica]Locale fino al regionalismo e legata alle aspirazioni di un’epoca che egli ha non solo rappresentata nella forma più perfetta, ma ha persino determinata; la poesia di Octavian Goga, partita da Bucarest con forze soprattutto moldave e transilvane, è riuscita a dar forma artistica alle teorie del «Semănătorul» colla sua ispirazione, «sanamente rurale», col suo odio per la città e talvolta persino per il progresso, il suo nazionalismo che s’è specializzato fino a divenire esclusivamente «transilvano» (Lovinescu). Octavian Goga è — in una parola — il cantore dei Romeni di Transilvania. La sua poesia «La noi...» (Da noi...), e la «Canzone dell’Olt» sono state per gli oppressori delle vere battaglie perdute e s’illuminano della medesima luce che rende immortali i campi di Mărești e di Mărășești.

DA NOI...

Da noi son boschi verdi d’abeti
e campi di seta;
da noi son tante farfalle
e tanto dolore in casa.
Usignuoli d’altri paesi
vengono ad ascoltar la nostra doina:
da noi son canti e fiori
e lagrime molte, molte...

Sulla volta del cielo è più acceso
da noi il vecchio sole,
da quando sulle nostre pianure
sorge ma non per noi...
Da noi il dolore parlano
le fitte ombre dei boschi,
e onde di dolore trasporta il Mureș
e tutti e tre i Criș.

Da noi le spose piangendo
bagnano il pennecchio della rocca,
e, abbracciandosi, piangono il loro destino
e il babbo e il figlio.
Sotto il nostro cielo addolorato
la hora è più lenta,
poi che le nostre canzoni piangono
negli occhi di tutti.

E le farfalle son più timide
quando volan nell’aere azzurro,
persin la rugiada sulle rose
è pianto degli occhi nostri.

[p. 151 modifica]

E i boschi, che, solidali con noi,
stormiscono al vento,
raccontano che di lagrime è intrecciato
persino il nostro vecchio Olt...

Abbiamo un sogno non avverato ancora
figlio delle nostre sofferenze,
dal dolore di non averlo visto avverarsi
son morti i nostri avi e i nostri padri...
Da tempi dimenticati, remoti,
gemendo sotto grave giogo
la vanità di questo sogno
bagniamo di lagrime.


L’OLT.

Le sacre cronache de’ tempi andati
non ricordan l’attimo fatidico
che ci rese comuni per sempre
affanni e gioia ugualmente...
Glorioso sia il mattino
che celebrò le nostre nozze,
vecchio Olt! Con labbra sitibonde
baciamo l’onda tua canuta.

Rinchiusi nella tua rocca acquea
dormon tutti i nostri canti
e ferve l’ascoso dolore
dei sogni infranti.
Tu intrecci in arcobaleni
il tesoro delle nostre lagrime,
e la più preziosa rena tu porti
al guado del Danubio azzurro.

Al tuo seno vengono, al tramonto,
timide le pure fanciulle,
ed al mattino vengono le spose
colle gonne ripiegate alla cintura.
E vengono i pastori dal bianco mantello
raccontando colla zampogna il nostro dolore,
e vengon canti e lagrime, quanti
non può trasportare il flutto errante...

Viandante tormentato da molti pensieri,
tu ci lasci indietro a malincuore,
ed abbracciando le nostre pianure
spesso ti volti indietro.
Cosi calmo ti rende la natura
perchè l’onda pensosa ti porta:
ti porta il dolore di un popolo che attende
da molto un meritato giorno di festa.

[p. 152 modifica]

Anticamente, in tempi di più ampio respiro,
eri anche tu «haidùc», o vegliardo!
Quando perfidi Signori giuravan sulla spada
d’infranger la nostra santa legge,
tu, fratello dei nostri pianti,
e delle nostre rivolte fratello,
muggivi nella forza dolorosa
della tua terribile ira

Come stupefatti trasalivano
nei loro ludi vittoriosi
gli eserciti dagli elmi di rame
ed i sauri dalle redini dorate,
quando al tuo paterno richiamo
irrompevan dai boschi nelle radure
stringendo la scure sotto il braccio
i figli della fiera Cozinzeana.

In frantumi cadeva il rame degli elmi
e ne esultava il bosco valoroso:
e tu, fratello, gran maestro di vittoria,
rompevi gli argini potenti
e rosseggiante in volto
passavi attraverso i flutti profondi
curvando indomita
la tua superba cervice di onde!

Gloriosi attimi del tempo
da tanto tempo la vostra vita è sepolta...
Impotente, vecchio Olt, appari anche tu oggi,
che con catene t’avvinse l’Imperatore.
E come l’onda tua oppressa gemiamo
anche noi, tuoi buoni amici,
ma, anche se tutti dovessimo morire,
tu, Olt, vendicaci!

Inonda con la tua impetuosa massa d’acqua
la distesa dei campi dorati;
scompaia la terra che porta
il nostro tesoro divenuto straniero;
la cenere dei nostri corpi
rapisci dalle tombe dove ci seppelliranno;
raccogli tutte le tue acque
ed emigriamo in un’altra terra!

(Trad. di Ramiro Ortiz).


I VECCHI,

Perchè m’avete mandato lontano da voi,
perchè m’avete mandato lontano da casa?
Fossi rimasto garzone all’aratro,
fossi rimasto alla falce!

[p. 153 modifica]

Allora non avrei errato
per tante strade perdute,
e anche voi avreste ora a casa
un bastone per la vostra vecchiaia!

Mi sarei sposato, quando avessi finito
il mio servizio all’Imperatore,
la mia casa ora sarebbe come le altre,
e tutto il villaggio mi renderebbe onore.

Quanti anche tu avresti
nipoti a dirti: «Nonno!»
Racconteresti loro fior di leggende
col Reuccio e la Reginotta.

Invece, vecchi miei, passate il tempo
pregando la Vergine Immacolata,
e piange la mamma nel libro della messa
e il babbo piange nella barba!

(Trad. di Ramiro Ortiz).


Recensioni piene di buon senso e di spirito critico acuto e combattivo scrisse nel «Semănătorul» il critico transilvano Ilare Chendi (1872-1913). Oltre il Sadoveanu, presero parte al movimento del «Semănătorul» i novellieri Emil Gârleanu (18781914) rievocatore della vita patriarcale ed orientale degli antichi «boieri» nel volume intitolato «Bătrânii» (I vecchi) e della vita degli animali in «Din lumea celor ce nu cuvântă» (Dalla vita di quelli che non parlano), Ioan Agârbiceanu (n. 1882), autore di romanzi dalla tendenza un po’ predicatoria (l’autore è prete ortodosso) sulla vita della borghesia transilvana; Gala Galaction (pseudonimo di Grigore Piscupescu, prete anche lui) nato il 1879, il cui misticismo spesso inquinato di sensualismo interessa per una potente nota di sincerità che ci rivela un’anima ardente e in perpetua lotta con sè stessa; Ioan Dragoslàv (morto nel 1928) che nelle sue novellette e leggende in istil popolare si rivela seguace del Creangă, dalla perfezione di stile del quale resta però molto lontano; il poeta Panait Cerna (1881-1913) che ne’ suoi poemetti filosofici riprese la tradizione eminesciana; e qualche altro scrittore di secondaria importanza.


Da «Due Amori» di Ioan Agârbiceanu.


IL RICHIAMO DELLE COSE.

Il giorno della partenza pareva che qualcuno gli avesse tolto l’allegria. Guardava con degli occhi che il popa non gli aveva mai veduti in vita sua, [p. 154 modifica]

degli occhi nei quali si leggeva un misto di malinconia, d’apprensione, di interrogazione, entro un velo di dolore. Perchè Dan fissava così a lungo le sorelline, la madre, le icone, gli oggetti di casa? Non aveva mai visto seggiole e letti? Persino il trespolo sul quale si mescola la polenta egli aveva sollevato da terra, guardato con attenzione e posato a terra di nuovo. Dal giardino poi non riusciva mai a staccarsi e quando rientrò in casa, si vedeva bene che s’era da poco asciugate le lagrime.

Mai Dan s’era separato dai suoi con tanto dolore.

— Ti bacio le mani, mamma, e perdonami!...

La madre scoppiò in pianto.

— Perdonami anche tu, babbo, chè molti dolori ti ho dati!... — Il popa spalancò tanto d’occhi:

— Che dici, Dan? Da molto ti ho perdonato, figliuolo!...

Dan salì in carrozza, ma subito scoppiò in lagrime.

— Oh, Dan, figlio mio — disse il popa — non partir oggi. Perchè vuoi metterti in viaggio così di mala voglia? Non c’è fretta, sai? Tanto oggi non c’è neppure la comunicazione diretta. Bisognerà che aspetti sei ore a Bistritza per la coincidenza. Che farai tutto quel tempo? Lascia andare per oggi. Partirai domani meglio disposto ed aspetterai appena una mezz’ora!

— Me ne vado ora, babbo. Non ci dare importanza, parto. Su, Giorgio, frusta i cavalli!

La stazione non era Ionana, e Dan era partito dopo una buona merenda. Più si allontanava da casa sua e più bisognava che il cocchiere facesse andare i cavalli al passo, perchè pareva che Dan volesse prender congedo da tutte le case, da tutte le viuzze del villaggio. Dio, che belle case! Splendevan tutte, tanto eran bianche e sembrava che una grande fierezza emanasse da loro. E sulle porte che amori di bambini! pieni di vita, biondi, paffuti!... Dove mai aveva visto Dan tanta salute? E sì che aveva viaggiato anche in terre straniere! E quelle vecchie sulla porta di casa, colla conocchia infitta nella cintura di lana rossa, non eran degne d’esser dipinte da un gran pittore? E quel carro come si cullava nell’andatura lenta dei bovi! Con qual piacere non si sdraierebbe anche lui sul molle letto di quel fieno e s’addormenterebbe alzando solo di tanto in tanto la testa per incitare i buoi! I campi colla loro erbetta fresca, tenera e fitta fitta sembrava lo invitassero a scendere dalla carrozza, a passeggiare tra i solchi e a riposar la vista sul molle tappeto verde, soffice come la seta. Com’era bello guardare in giù verso la vallata dalla cima di quell’altura di dove si vedeva tutto!

Dan non potè più frenarsi:

— Aspetta, Giorgio, fermiamoci un po’, lasciamo riposare i cavalli...

Giorgio non arrivava a comprendere che bisogno ci fosse mai di far riposare i cavalli a pochi passi appena dal villaggio.

Di lì il villaggio non si vedeva. Solo qua e là tra gli alberi qualche casa biancheggiava come una macchia di calce. Chi avesse saputo dov’era la chiesa avrebbe potuto con un po’ d’attenzione scorgere anche la cuspide del campanile, nera sullo sfondo azzurro del cielo. Il sole si avvicinava al tramonto. Le ombre cadevano dalle colline, molli e leggiere, mentre il fresco scendeva dalle montagne purificando l’aria. La volta azzurra del cielo pareva più profonda; verso mezzogiorno sembrava congiungersi coi monti

[p. 155 modifica]

violacei. Nei prati pascevan mandrie bianche e di tanto in tanto s’udiva tinnire il campano di un bue. Le capre sulle colline, sparse qua e là tra gli spini, brucavan le foglioline novelle movendosi irrequiete; ogni tanto si elevavan nel silenzio i muggiti delle vacche che avrebbero voluto uscir dal recinto e tornare alla stalla dove avevano i vitellini, più raramente risonava il muggito corrucciato del toro. — Dalle pendici e dalle valli veniva la voce del «cavalu»: melodie frammentarie, stonate, di monelli che da poco imparavano a sonarlo, o piene, molli, tutte brividi, di giovanotti cui eran già spuntati i baffi. Come dentro una chiesa larga e sonora piangeva l’anima addolorata della «doina»:

Giovinottino dai baffetti neri,
due alberi in fiore sono spuntati,
sono fioriti e poi si son seccatici
siamo amati e poi ci siam lasciati!...

Per la strada passavan carri di fieno così bene aggiustati che sembravan pettinati. Al di sopra spuntava qualche testina bionda di bimbo, dondolante come se avesse sonno. L’uomo che conduceva il carro si dondolava anche lui assecondando l’andatura lenta de’ bovi. In un campo in cui l’erba era cresciuta più folta, dei giovanotti la radunavano in piccoli mannelli e le ragazze li ammonticchiavano in fretta col rastrello. Quanta ealute e quanta vita in quella gioventù! C’eran dei giovanotti e delle ragazze di una bellezza quale Dan non aveva mai visto in nessun luogo!

Il figlio del popa guardava tutte queste cose come se non le avesse mai viste in vita sua. Guardava e non se ne saziava. Dove andava? Tra quelli che s’eran burlati della sua terra? Che cercava egli fra quella gente ostinatamente avversa? Che scopo poteva aver la sua vita tra di loro? Comprendevano essi quanto c’era di bello e di buono fra gli uomini della sua stirpe? Ma lui che sapeva quanto è cara la razza dalla quale si discende, che ne conosceva le sofferenze, gl’ideali, le aspirazioni, come poteva chiudersi fra gente avversa come in una prigione e non uscirne mai più? — No, no — si diceva — l’animo tuo, Dan, è molto più vasto, molto più profondo! È apparsa sulla tua strada una donna, l’hai amata, l’ami ancora, ma questo amore ti strappa e ti strania dal luogo dove sei nato e devi e vuoi vivere. Non è questa, Dan, la vita che hai sognato: chiuderti in un angolo di mondo colla donna che ami e non pensare più a niente. Vedi bene come ti si solleva il petto quando guardi il villaggio de’ tuoi avi, l’orizzonte, il cielo e, lontano, i monti violetti. Tutte queste cose tu le conosci, Dan, te le ha date Dio per mostrarti il valore della vita.

Chi sa che Giulia (3) non abbia riso allora che per mera compiacenza? Così son le donne, leggiere. Ma, caro il mio Dan, un uomo non si lascia condur per mano da una donna.

Che cerchi tu in quella città rumorosa, in quel formicaio di uomini invecchiati innanzi tempo? Perchè ti accingi a battere ancora le strade ramingo alla ricerca di un tetto?

Dan si travagliava in questi pensieri, mentre il cocchiere lo guardava meravigliato: perchè tornava il signorino?

[p. 156 modifica]Dan pensava e gli occhi gli si riempivano di lagrime. Come aveva potuto partire per sempre, senza dir nulla ai suoi? Per non farli soffrire? Forse che così non avrebbe sofferto lo stesso?

Dal campanile all’improvviso cominciarono a spandersi nell’aria le onde canore della campana. Riempirono l’immensità della campagna, oltrepassarono le colline svegliando persino i boschi. Gli fecero l’impressione che portassero novelle, che corressero in fretta da tutte le parti, si slanciassero vertiginosamente verso i monti e tornassero poi indietro come spinto da una forza invisibile. Quella voce dolorosa gli penetrò nell’animo.

— Chi è morto, Giorgio?

— Dio lo sa, signorino!

Dan tacque, ma, dopo un poco, domandò ancora:

— Chi è morto?

— Non lo so, signorino, ce n’erano molti in punto di morte...

Dan abbracciò ancora collo sguardo il villaggio e l’orizzonte intero, al disopra del quale vagava, con un richiamo pieno di dolore, la voce della campana. Un sospiro lungo, profondo come quello di chi muore, gli sollevò il petto, poi fissò gli occhi vividi, pieni di fiamme, su Giorgio, osservandolo da capo a piedi. Il giovane che non riusciva a capire perchè Dan lo fissasse così, disse brevemente:

— Andiamo?

Dan, all’improvviso lo abbracciò stringendolo con forza al petto:

— Volta, Giorgio, volta, che ce ne torniamo a casa!

(Trad. di Nella Collini).


Da «Le babbucce di Mahmùd» di Gala Galaction.


L’ULTIMO PAIO DI BABBUCCE.

RIASSUNTO. — «Savu-il-ciabattino» ascoltando nella bettola del suo villaggio le gesta di un sergente che torna dalla guerra di Crimea con una colonna di prigionieri turchi, sì esalta, e, colla testa piena di fumi del vino, cui non è abituato, uccide uno di quei poveri diavoli già mezzo morto dal colera. La mattina dopo, passata la sbornia, si rende conto del tremendo omicidio commesso e non se ne dà pace, fino a quando un santo eremita non gl’impone di vendere e distribuire ai poveri tutto quanto possiede e di errar senza pace per il mondo, finche non avrà fatte e distribuite ai poveri mille paia di babbucce, di cui l’ultimo per il povero Mahmùd, che, cadendo all’indetro dopo il colpo fatale, aveva mostrato di avere ai piedi un paio di babbucce dalle punte rotte che lasciavan vedere le dita.

I giorni passano, Savu è invecchiato, il Danubio che scorre in vista della botteguccia di Savu porta verso Sulina e verso Stambul centinaia di vapori e di «caicchi»... Il calzolaio ha mentalmente passato in rivista i suoi compagni di mestiere e ne ha scelti due per lasciar loro la cura de’ suoi figliuoli adottivi. Matei e Costantin saranno presi come apprendisti dal calzolaio Tal dei Tali, Florea sarà preso da un altro.

Quindi Savu ha cominciato a fare i suoi conti personali... Abbandona la patria e Dio sa quando tornerà... Che cosa troverà a Stambul, quali nuovi [p. 157 modifica] ordini riceverà dal Cielo, per quali strade il Signore farà in modo che si avverino le parole del romito Silvestro; Savu non si domanda nè vuol sapere... Dio non è a casa sua da per tutto? Una sola preoccupazione è venuta negli ultimi giorni a farglisi strada nel cervello: preparare a tempo il millesimo paio di babbucce, quello del perdono! Gli altri che mancano li farà dopo, quando sarà a Stambul, ma l’ultimo paio dev’essere pronto prima...

E Savu taglia un paio non di babbucce, ma di stivali principeschi come si vedono nei ritratti dei «pravoslavnici» (4) fondatori di chiese e monasteri — voivodi e boieri — dipinti a fresco sopra la porta principale: un paio di stivali di marocchino rosso, dalla tromba rimboccata, ornati a sbalzo di bianco e di nero. Chi sarà a portarli, lo sa Iddio!... Il calzolaio li lavorò come per commissione di qualcuno, che potrebbe ben essere il Sultano in persona o il Patriarca greco di Gerusalemme... Quando i gambali furon pronti, pieni di rotelline colorate e di occhi di pavone; — Savu raccolse intorno a sè la sua piccola famiglia adottiva ad una cena d’addio.

Nella casetta campagnuola, dove il calzolaio aveva allevati gli orfani e dove ora viveva Safta e suo marito, Savu ha preparato, come in altri tempi, da mangiare per tutti. Safta, massaia giovinetta, avrebbe voluto risparmiargli quell’ultima fatica a cucinare in vece sua. Ma lui s’era opposto, e, quando tutti furono a tavola, ed ebbe fatto il segno della croce, spiegò loro:

— Mi son messo di nuovo il grembiule e vi ho preparato da mangiare, come quando eravate piccini, perchè non vi dimentichiate di me, quando non sarò più tra voi... Mi mandò Dio da voi quando eravate piccoli, ed io v’ho insegnato a lavorare, ad esser buoni, ad amarvi l’un l’altro ed a vivere col timor di Dio... Ed ora le medesime cose vi ripeto ancora una volta... Il Signore mi ordina di prepararmi a un lungo viaggio... Lui solo sa quando ci rivedremo. Ma il vostro cuore non sia in pena...

Safta l’interruppe:

— Zio, dicci dove te ne vai, chè possiamo sapere verso qual parte dovremo volgerci quando verseremo il vino a terra (5) in tuo onore...

— Dovunque sarò, e io e voi stiamo in eterno nelle mani di Dio... Vi ho detto, figliuoli miei, che quegli che ama Dio e crede in lui con tutta l’anima, è senza paura e senza pericoli, come se fosse sulla palma della mano del Signore. È vero, parto per un lungo viaggio... ricordatevi di ciò che dice la Santa Scrittura: «Se anche prendessi a prestito le ali della mattina e fissassi la mia dimora sulla più lontana riva del mare, anche colà la Tua mano mi porterà e la Tua destra mi raggiungerà...». Da uomini deboli quali siamo, questa partenza ci empie l’anima di tristezza... Ma ogni partenza ed ogni separazione terrena ha nei cieli l’ultima tappa e la gioia di rivedersi per sempre. Se vorrà Dio chiamarmi a sè, non vi rattristate, ma rallegratevi... Poi che tutti con tutti ivi ci incontreremo, nel luogo che il Signore ci avrà preparato. Il mio cammino è verso Costantinopoli. Ma ognuno di noi avrà notizie dell’altro... Tu, Costantino, che sai adoperar bene la penna, mi scriverai a Costantinopoli di te e de’ tuoi fratelli... Voi, Vlad e Saftica, occupatevi della casa, lavorate di lena e abbiate cura di Miala... Voi, Matei e Fiorea, cercate d’imparar bene il mestiere sì da poter [p. 158 modifica] presto aprir bottega per conto vostro... Non vi perdete d’animo e lavorate! E Dio vi aiuterà... Costantino ha disposizione allo studio... Aiutatelo da buoni fratelli... Mi si empirebbe l’animo di gioia se un giorno potessi vederlo maestro nelle Sacre Scritture, così come maestro è già nel suo mestiere... Venite, figli, ad abbracciarmi uno per uno, che io possa benedirvi e darvi il bacio di addio... Miala del babbo, sii saggia!... Così, col viso sereno, cogli occhi rivolti al sole della speranza di Gesù!... Come ha detto Lui: «Ancora un poco e ci rivedremo!...».

Savu il calzolaio ha messo nella bisaccia il «Nuovo Testamento», un po’ di biancheria ed il millesimo paio di babucce. Il giorno dopo, di buon mattino, è partito a piedi per Fetești... E, di villaggio in villaggio, è giunto fino al ponte, che sta come una sella di ferro sul dorso del Danubio.

(Trad. di Ramiro Ortiz).






Note

  1. In rumeno țăran dal lat. «terraneus», uomo della terra.
  2. Titolo di nobiltà che si dava ai «boieri» e si dà anch’oggi dalle persone del popolo a quelle degne di rispetto. È abbreviativo di Cuconu o Coconu, come Coană è abbreviativo di Cucoană, o Cocoană. Diminutivi affettuosi sono: Cuconaș e Cuconiță e si abbreviano in Conaș e Coniță. In bocca ai servi corrispondono ai nostri: Signorino e Signorina con una sfumatura più decisa verso padroncino e padroncina. In Moldavia al femminile si dice duduie nel medesimo significato di Coniță. In questo brano si trovano molti titoli di nobiltà, parecchi dei quali abbiamo già incontrati e spiegati. Jupân corrisponde a un generico Padrone, Signore; Comis a Scudiero (nel senso di sovrintendente alle scuderie del Voda); Clucer era una specie di sovrintendente alla cucina del Vodă; Logofăt corrisponde a Segretario; le parole slave: biv, vel, ot, si traducono rispettivamente: ex, grande, di
  3. Una baronessina ungherese di cui s’era innamorato.
  4. Perfetti credenti.
  5. I contadini romeni, prima di bere alla salute di qualcuno, versano a terra qualche goccia, come facevano gli antichi Romani.