Lettere di Winckelmann/Articolo IV

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Articolo IV

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A r t i c o l o   IV.


Notizie sulle case degli antichi, e particolarmente
su quelle d’Ercolano.


Ercolano era una piccola città, ossia un municipio, al riferire di Plinio1, e d’altri2; e perciò le case de’ cittadini non saranno state sontuose, e magnifiche, eccettuata qualche villa, o delizia de’ Romani3. S’è scoperta una certa villa [p. 204 modifica]fabbricata con gran lusso, per quanto si comprende da’ vestigi rimasti, cioè dal pavimento di musaico, dalla smisurata, e non più praticata spaziosità delle porte con i loro stipiti, e soglie di marmo, e da tutt’altro, che n’è stato cavato. Le più belle statue di bronzo, cioè sei figure donnesche di grandezza naturale in atto di ballare, e tutte le teste, o busti di marmo, di cui è adorno l’appartamento della regina, sono siate appunto qui tutte ritrovate. Ma senza vedere il piano delle scavazioni non si può formare idea distinta, confondendoli essa ne’ cuniculi, ed andirivieni, per cui si passa sotto terra. Quanto alle case comuni, quantunque niuna sia rimasta in piedi, o perchè atterrata dal turbine dell’eruzione, o demolita dopo; pure per tutto quello, che mi è riuscito di rintracciare, messo in confronto col piano delle rovine d’una villa scoperta tempo fa a Frascati (sulle quali rovine è fabbricata la casa della villa de’ Gesuiti detta Ruffinella), io tengo per certo, che la vita domestica degli antichi generalmente parlando fosse parca, e senza sfarzo, e le case fossero quindi semplici piuttosto, e con stanze ristrette, e piccole. Figuratevi stanze, tanto nelle case d’Ercolano, quanto nel palazzo della villa antica Tuscolana, di grandezza poco più del vostro museo, non compresavi la vostra piccola alcova; e vi stava in alcune ancora il letto, secondo che ne dava indizio a Frascati una nicchia bassa per mettervi il capo del letto stesso. Alcune stanze Tuscolane aveano le loro anticamere, che non sono altro, che uno stretto corridore, dove stava l’apparitore per fare le ambasciate al padrone4; e la stessa camera interna del padrone pare essere stata senza porta, non scorgendovisi nè stipiti, nè altra clausura, forse avendo un semplice velo, velum admissionis chiamato dagli antichi5. Questa [p. 205 modifica]semplicità della vita privata antica mi fa sovvenire quel passo di Demostene, ove dice, che Temistocle, e Cimone, quel magnifico Cimone, non abitava meglio del suo vicino6. Le case d’Ercolano erano senza finestre, che corrispondessero in istrada; le finestre davano dalla parte opposta verso la marina, dimodoché si passava per le strade senza vedere nessuno affacciato alla finestra. Sulla stessa maniera sono fatte le case in Aleppo, secondo che mi vien detto da un Padre Missionario; e si passa per le strade come per mezzo d’una fortezza, ove non si vede altro, che mura alzate. Povere donne antiche di quel paese, quanto le compatisco! Il peggio si era, che le finestre erano fatte all’uso degli studj de’ pittori, e degli scultori, i quali hanno bisogno di pigliare il lume da alto. Finestre messe così in alto difficoltavano ad appagare la curiosità subitanea (ma che dico finestre? se non ve n’era, che una per stanza), e bisognava arrampicarsi come i gatti per guardar fuori7. Le finestre poi erano tutte quadrate, piuttosto che bislunghe, e tali se ne vedono nelle pitture antiche, in quelle cioè, che rappresentano palazzi, e tempj8; ed alcune erano riparate di fuori con un cancello parimenti quadrato di bronzo massiccio, de’ quali se ne sono conservati due, [p. 206 modifica]mi pare tra i frantumi Ercolanesi. Tutto era ristretto all’uso, più che pensato al comodo; e quel poco di lume, che s’infirmava, restava senza riflesso, e ottuso in stanze colorite con un color rossigno, o fosco9. Non pare però probabile, che le case in città grandi sieno ssate fabbricate su quello stile senza finestre, che dessero in istrada. Molti passi di poeti c’insegnano il contrario, come quello10:

Nec flenti domina patefiant nocte fenestra11.


Se tutte le finestre in Roma anticamente fossero siate un così bel quadro, e poste in simile altezza, quella bella ragazza, di cui parla Tibullo12, affacciandosi alla finestra non si farebbe precipitata giù dall’alto:

Qualis ab excelsa, præceps delapsa fenestra
Venit ad infernos sanguinolenta, lacus.

Quell’antico architetto romano, che si esibì di fare la casa a un nobile romano in maniera, che nessuno potesse guardar dentro dal di fuori, forse la volle fare a quello bel modo contadinesco, municipale, ed Aleppino. Se poi gli antichi avessero vetri alle finestre, non si può provare con nessun autore13. Tutti gli antiquari vanno d’accordo [p. 207 modifica]nella negativa. Ma a Portici ho veduto tra i frantumi di roba vecchia gran frammenti di vetro fatto a tavola, o in lamina, che possano essere siate vetrate14. Che l’arte vetraria fosse comune fra i Romani, e il vetro di vilissimo prezzo, lo comprova un’infinità di fiaschi di vetro per diversi usi. I fiaschi d’olio sono fatti a foggia di quelli, in cui si manda fuori l’olio di Provenza. Mi fu allegato un giorno da un letterato in Roma un passo di Filone ebreo, come dimostrante l’uso delle vetrate presso gli antichi; e segnatamente nel libro De legazione ad Cajum mi fu questo più precisamente indicato poscia dal ministro della corte di Vienna a Napoli, il conte di Firmian, cavaliere profondamente versato in ogni genere d’erudizione, e dotato di gran discernimento, e d’alto intelletto senza la minima lega d’affettazione. Io rimasi su questa notizia non trovata mai allegata da alcuno; e poco mancava, che la sola parola di quello gran letterato non mi determinasse a fondarmici sopra. Intanto mi sono preso la briga di leggere l’accennato libro15, ma vi ho trovato netto, e tondo il contrario. Ivi parlandosi d’una delle stanze, ove furono introdotti gli ambasciatori ebrei d’Alessandria all’imperator Cajo, così [p. 208 modifica]dice: Καί περιελθὼν προστάττει τὰς ἐν κύκλῳ θυρίδας ἀναληφθῆναι τοῖς ὑάλῳ λευκῇ διαφανέσι παραπλησίως λίθοις Obambulansque jussit circumquaque fenestras obduci (o meglio alzarle, tirandole da giù in su) lapidibus haud minus pellucidis, quam vitro candido16. Ho trovato poi negli estratti miei fatti nel mio eremo a Nothnitz, che le finestre di vetro fossero già in uso nel secolo V. da un passo di s. Girolamo; ma non v’è citato, che il nome solo del santo Padre. Questa notizia è presa dal Tomo I. delle Memorie di Letteratura dell’Accademia reale di Parigi17, scagliata alla cavalleresca senza additare nè Tomo, nè libro18. Bella disinvoltura per chi [p. 209 modifica]si appaga d’infarinatura superficiale19. Cammini non sembrano essere stati in uso; e da molte scoperte si potrà verificare quello, che si arguisce dal silenzio di Vitruvio intorno alla corruzione d’un comodo a’ dì nostri riputato necessario. Ma i galantuomini fra gli antichi erano assai più riparati contro il freddo, che non siamo noi, senza cammini con un semplice focone20. Le loro stufe non ben [p. 210 modifica]comprese da quelli, che ne hanno trattano, riscaldavano la stanza senza che il caldo desse alla testa; e si temperava il caldo [p. 211 modifica]col distribuirsi per tutto secondo il bisogno. Da quello, che ho veduto nella villa Tuscolana, parte in disegno, parte nel [p. 212 modifica]rimanente sulla faccia del luogo, posso dare qualche idea senza consultare Giusto Lipsio21, ed altri scrittori, che si sono formati un sistema sui passi degli autori antichi. Nel palazzo di questa villa non si è trovato vestigio alcuno o di cammino, o di stufa, ma bensì un avanzo di carboni in alcune stanze: segno, che le riscaldavano col focone. Ma nel declive della collina, sulla quale stava la villa, era una fabbrica bassa, che serviva per abitazione d’inverno. Sotto terra erano, e sono ancor rimaste alcune camerette, due a [p. 213 modifica]due, d’altezza d’un tavolino un poco altarello, e di larghezza meno del vostro museo, che mi serve di modello in tutto; così bene ne ho conservata l’idea, e verrà un giorno da poterla rinfrescare; ma poi sono senza ingresso veruno. Nel mezzo sono pilastrelli di mattoni commessi senza calce, con creta semplice, per non farli staccare dal fuoco, e in tal distanza, che un gran tegolone di terra cotta posato sopra due di quei pilastrelli arrivi alla metà dell’uno, e dell’altro22. Di questi tegoloni è fatta la volta, per così dire, piana, che sostiene il pavimento d’una cameretta, uguale di larghezza, ma di giusta altezza, e piuttosto anche bassa. Il pavimento di quella stanza era di musaico grossolano, e le pareti erano rivenite di varj marmi. In questo pavimento stavano murati tubi quadrati, che sboccavano giù nella cameretta sotterra, e commessi insieme procedevano di dentro del muro della stanza immediatamente sopra la cameretta, e andavano salendo così coperti dall’intonaco impellicciato di marmo sino alla stanza del secondo piano, dove sboccavano per certe teste di cane23 fatte di terra cotta co’ suoi turacci. Le camerette basse sotto terra erano le stufe con uno stretto corridoretto avanti, la terza parte della larghezza della cameretta; ed in quello piccolo corridore andavano sboccando grandi aperture quadrate della stufa, alzate un dito traverso dal pavimento, corrispondenti col framezzo di due pilastrelii di dentro. Per quelle bocche si cacciava dentro carbone acceso24, che riscaldando la volta piena di tegoloni, a misura della quantità, poteva produrre un caldo conveniente, e quella prima serviva di sudatorio. Il caldo della stufa insinuatosi per entro le bocche de’ tubi camminava dentro il muro, e passato il sudatorio veniva a [p. 214 modifica]sboccare nella stanza sopra il sudatorio medesimo. Intorno alle camerette sotterranee, o stufe, rimane qualche dubbio: imperciocchè essendo senza ingresso, e da ogni parte chiuse, toltene le bocche quadrate, non si comprende, come facessero a trar fuori la cenere, la strettezza del corridoretto d’avanti non dando campo per maneggiare una pala. Non trovo altro espediente, che di supporre, che mandassero dentro un ragazzo per le bocche quadrate, le quali pajono fatte a posta capaci per quello ripulimento, ec.25.


Note

  1. lib. 1. cap. 5. sect. 9.
  2. Strabone lib. 5. p. 378., Seneca Nat. quæst. lib. 6. princ.
  3. Vedi Tom. iI. pag. 339. not. d.
  4. Vedi qui avanti pag. 83. seg.
  5. Vedi loc. cit. pag. 69. not. c.
  6. Olynth. 3. Oper. pag. 38., e De Republ. ordin. pag. 127. Vedi qui avanti Tom. I. pag. 254.
  7. A norma della legge dell’imperator Zenone registrata nel Codice di Giustiniano tit. De ædif. priv. leg. 12., in Costantinopoli si facevano alle case due sorta di finestre, una per dar luce alle camere, alta sei piedi greci dal pavimento; l’altra alta appena tanto, che uno stando a sedere vicino ad essa, potette godere il prospetto di fuori: e ciò per non dar soggezione ai vicini, e per godere il prospetto del mare, che tanto si pregiava in quella città. Fu poi estesa questa pratica dall’imperator Giustiniano a tutto l’impero romano nella legge ultima di quel titolo; e segnatamente fu ricevuta in Napoli, e riportata fra le consuetudini di essa città nel Titolo 21. §. Ubi aliquis 5., come fa osservare il signor cavaliere Niccolò Carletti nella esposizione, e commento, che ha stampato ultimamente in Napoli di quella legge, alla pag. 91. seg., e pag. 110. seg. Di questa distinzione di finestre dette volgarmente lucifere, e prospettiche, usate anche talvolta in Roma, e altrove, possono vedersi gli autori, che cita il P. Benedetti nel suo commento sull’Aulularia di Plauto animadv. 9. p. 22.
  8. Si veda il vaso dato nel Tom. I. 9. 238. Tali pretende che fossero generalmente Daniele Barbaro nelle note a Vitruvio lib. 4. cap. 2., e tanti altri scrittori; ma non può farsene una regola generale. Quelle delle antiche chiese, e basiliche di Roma, fatte, come ognun sa, a norma delle basiliche dei Gentili, hanno certamente le finestre bislunghe, e così si veggono negli avanzi di qualche casa antica, e fu bassirilievi.
  9. Vedi qui avanti pag. 103. segg.
  10. Properzio lib. 3. eleg. 18. in fine.
  11. Pare che non abbia bisogno di prova, quando Vitruvio lib. 6. cap. 9., gli scrittori tutti, e principalmente le leggi romane nelle Pandette lib. 8. tit. 1. De servitut. præd. urban., e lib. 9. tit. 2. De his, qui effuderint, vel dejecerint, ne parlano tante volte.
  12. lib. 2. eleg. 6. vers. 40. 41.
  13. Molti credono indicate le lamine di vetro per le finestre in quel passo di Plinio lib. 36. cap. 26. sect. 66., ove dopo d’aver celebrata la città di Sidone rinomata per le sue officine di vetro, aggiugne: siquidem etiam specula excogitaverat. Salmasio appunto Plin. exercit. in Solinum, Tom. iI. c. 52. pag. 771. è d’avviso, che la voce specularis sia generica, ed atta perciò ad esprimere tutte le finestre trasparenti sia per la pietra fengite, sia per il vetro, o per altra materia diafana. [ Vero è però, che gli scrittori, che ne hanno parlato con qualche dettaglio, e propriamente, hanno sempre inteso della pietra specolare in ispccie, come l’uno, e l’altro Plinio, Seneca, Marziale, e s. Basilio, che ho citati qui avanti pag. 74. not. b., e Filone, che si citerà qui appresso. Se potessimo credere che nel suo proprio senso usasse questa parola anche il giureconsulto Ulpiano nella l. Quæsitum est 12. §. Specularla 25. ff. De instr. del instrum. leg., l. Nam & si ramos 9. §. Si tamen 1. §. Quod vi, aut clam, si dovrebbe dire, che nel principio del secolo III. dell’era cristiana fosse comune ancora l’uso della pietra specolare, e non del vetro, di cui in ispecie non parla. forse che questa pietra per ottere una specie di cristallo di monte, o cosa più preziosa, e più nobile del vetro, e anche di miglior effetto, come diremo qui appresso, sarà stata comunemente preferita a questo al tempo degl’imperatori, nel quale dominava tanto il lusso, come si usa ora dei cristalli. Altrimenti, chi potrà credere, che gli antichi non usassero i vetri, materia tanto comune da più secoli prima, e di cui non potevano ignorare le proprietà? Usavano anche il talco, pelli, e tavolette fatte di corno, ed altre materie. Vedi Harenbergh De specular. vet. cap. 1. n. 5. in Thes. novo theol. philol. ec. Ikenii, Tom. iI. pag. 831.
  14. Vi ha alle stampe una lettera latina di D. A. Nixonii Angli ad Rodulphinum Venuti, &c. [ ristampata nel Giornale de’ letterati, pubblicato in Roma nell’anno 1758. pag. 163. ], che è un compendio d’una sua dissertazione De laminis quibusdam candidi vitri e ruderibus Herculaneis effossis, inserita negli Atti della Società Antiquaria di Londra. Quella lettera è scritta ai 31. di luglio 1759., ed ai 16. d’agosto dell’anno 1758. è scritta questa nostra del Winkelmann. Ma poi nell’anno 1771. in un muro a mezzo giorno di un casino antico disotterrato a Pompeja si trovò una finestra con una bellissima vetrata di poco più di tre palmi, quadra, composta di tanti vetri di circa un palmo l’uno, anch’essi quadri, i quali pareva, che fossero stati messi senza piombo per mezzo alla maniera inglese, perchè avevano essi una bastante grossezza, ed una perfezione cristallina. S’erano questi vetri conservati intieri al eccezione di due, perchè forse la pioggia de’ lapilli, ch’erano leggerissimi, era stata perpendicolare, né li avea rotti. Il solo telaro di legno erasi interamente consumato, e mutato in terra. Tutto ciò scrisse ad un nostro amico, il celebre signor abate D. Mattia Zarillo accademico Ercolanese.
  15. Oper. Tom. iI. pag. 599. edit. Mangey.
  16. Con tutta sicurezza era forse stato allegato quello passo probabilmente per le antecedenti edizioni, e traduzioni dell’opera di Filone, nella quale si traduceva malamente in questo modo: obambulansque jussit circumquaque fenestras claudi vitro candido, simili specularibus lapidibus; quando si dovea tradurre come lo traduce Winkelmann: ciò non ostante io direi, che Filone abbia potuto alludere ai vetri, o almeno supporli. E primieramente si noti, che poco prima avea detto, che gli ambasciatori Alessandrini volevano riferire ciò, che aveano veduto di più particolare quando furono introdotti all’imperatore; e fra le altre cose notano questa delle finestre chiuse con pietra di quella qualità, detta specolare, che non era stata forse ancora conosciuta in Alessandria, perchè di fresco era stata posta in uso in Roma, secondo Seneca Epist. 60., e Plinio lib. 36. cap. 22. sect. 45., il quale dice, che la migliore, e la prima si era cavata dalla Spagna, quindi anche da Cipro, dalla Cappadocia, dalla Sicilia, e per ultimo dall’Africa: dopo di questo gli ambasciatori fanno paragone delle sue proprietà con quelle del vetro, dicendo, che era ugualmente trasparente, ma che poi aveva una proprietà assai migliore, di riparar cioè dall’impeto dell’aria, e dal caldo del sole, da cui non ripara il vetro: οἱ τό ... φῶς οὑκ ἐμποδίζουσιν ἄνεμον δὲ εἴργουσι ἢ τὸν ἀφ᾽ ἡλίου φλογμόν quibus lux admittitur, ventus, & solis æstus excluditur. Un tal discorso, e paragone sembra che supponga adoprato il vetro per lo stesso uso alle finestre: il che si rende più probabile riflettendosi, che gli Alessandrini erano eccellenti in far lavori di vetri, come notai nel Tom. I. pag. 153.; e si può dire certo, essendosi trovati i vetri a Pompeja, come si è detto innanzi, città sepolta poco dopo quel tempo. Questo stesso sentimento lo ha poi adottato anche il nostro Autore nelle Osservazioni sull’Architettura date qui avanti, pag. 75.
  17. M. de Vallois De l’origine du verre, & de ses différents usages chez les anciens. Academ. des Inscript. Tom. I. Hist. pag. 113.
  18. Credo che il passo di s. Girolamo sia il seguente, Comment. in Ezech. lib. 12. cap. 41. v. 13. 14. op. Tom. V. col. 501. E., ove parla del tempio di Gerusalemme, e che allegai qui avanti pag. 78. col. 2.: Fenestra quoque erant factæ in modum retis, instar cancellorum: at non speculari lapide, nec vitro, sed lignis interrasilibus, & vermiculatis clauderentur. Winkelmann, dopo avere scritta questa lettera, nelle citate Osservazioni sull’Architettura, pag. 75., e nei Monum. ant. ined. Part. IV. cap. 12. n. 204. pag. 267. allegò un passo di Lattanzio Firmiano, il quale scriveva sul fine del secolo III. dell’era cristiana, De opif. Dei, c. 5.: Manifestius est, mentem esse, quæ per oculos ea, quæ suni opposita transpiciat, quasi per fenestras lucente vitro, aut speculari lapide obductas. Io credo che anche Prudenzio Peristeph. hymn. 12. vers. 53. parli di vetri, siccome avvertì ivi nelle note il P. Chamillard, descrivendo la chiesa di s. Paolo fuor di Roma per la Via Ostiense edificata da Costantino; e di vetri dipinti, o coloriti a varj colori, come furono posti da Papa Leone III. sul fine del secolo VIII. alla basilica Lateranense, al dir d’Anastasio nella sua vita sect. 408. pag. 303. Tom. 1.: fenestras de abside ex vitro diversis coloribus conclusit, atque decoravit. L’eruditissimo prelato monsignor Stefano Borgia lodato più volte, Vatic. Confessio B. Petri, pag. CXLV., ha creduto che il poeta intendesse piuttosto di semplici pitture, o color verde, con cui fosse colorito lo spazio, che era fra gli archi. Ma più ragioni mi sembrano opporvisi, e non mi permettono di acconsentire ad una spiegazione, che del resto venero, e rispetto. E primieramente non è probabile, che Prudenzio dopo aver detto poco prima che l’imperatore avea fatto dipingere tutto il tempio, torni di nuovo dopo quattro versi, ne’ quali tratta d’altre cose, a dire che fece dipingere eziandio fra gli archi:

    Parte alia titulum Pauli via servat Ostiensis,
    Qua stringit omnis cespitem sinistrum.
    Regia pompa loci est: princeps bonus has sacravit arces,
    Lusitque magnis ambitum talentis.
    Bracteatas trabibus sublevit, ut omnis aurulente
    Lux esset intus, ceu jubar sub ortu.
    Subdidit & parias fulvis laquearibus columnas,
    Distinguit illac quas quaternus ordo.
    Tum camuros hyalo insigni varie cucurrit arcus,
    Sic prata vernis floribus renident.

    In secondo luogo, considerando la struttura delle antiche chiese, le quali non erano fatte a volta, come le moderne, ma bensì a soffitto piano, come di questa lo dice Prudenzio, e lo vediamo dalle altre, non vi troveremo le divisioni in tante arcate, fra le quali li potesse poi dipingere: all’opposto arcus camurus, arco piegato, incurvato, semicircolare, si verifica bene degli archi delle stesse finestre. In terzo luogo hyalus, parola greca, vuol dire vetro, come è noto, e lo provaremo con un luogo di Aristofane cui appresso, oltre il passo di Filone citato poc’anzi; e in questo senso è stata usata arche dai latini, come da Virgilio Georg. 4. vers. 335.; e Prudenzio se ne è servito in vece di vitro perchè cosi portava il verso. Finalmente può riflettersi, che essendosi prima di Costantino adoprati i vetri alle finestre, che molte erano in questa chiesa, era ben naturale, che quell’imperatore ve li mettesse sì per riparo del freddo, come per ornamento; e che Prudenzio facendo una minuta descrizione della fabbrica, ne facesse anche menzione. La parola varie aggiunta dal poeta credo appartenga all’altra insigni, non già a cucurrit; cosicché si debba spiegare, che l’imperatore facesse chiudere le finestre con vetri ornati, segnati a varj colori; anziché facesse dipingere in varj modi con insigne, o bel color verde il luogo, che era fra gli archi. Il passo di Aristofane è in Nub. vers. 76. segg., di cui per brevità darò la sola versione latina:

    .... Str. Vidistin' apud pharmacopolas,
    Et aliptas, lapidem illum pulchrum, & pellucidum
    Unde ignem accendunt? So. Num vitrum dicis? (τὴν ὕαλον λέγεις;) Str. Utique.
    So. Quid cum ilio ages ? Str. Scriba mihi scribat dicam,
    Ego procul stans, ad hunc modum, ad solem (ἀπωτέρω στὰς ὧδε πρὸς τὸν ἥλιον) vitro
    Delevero literas intenti, mihi dice.

    Ho portato volentieri quello passo, perchè mi pare, che provi l’uso antico delle lenti di vetro, come le usiamo per ingrandire gli oggetti, delle quali abbiamo parlato nel Tomo iI. pag. 27.; non potendosi concepire altrimenti come quel vetro potesse medianti i raggi del sole abbruciare una cosa, se non era fatto nella maniera delle nostre lenti, che raccolgono i raggi del sole in un punto, o fuoco; e per conseguenza adattato, come usiamo noi, sopra un oggetto, doveva ugualmente ingrandirlo. Ivi lo Scoliaste nota, che Aristofane parla di un vetro lavorato.

  19. Questa taccia potea darsi arche a Salmasio, che al luogo citato nomina s. Girolamo nello stesso modo.
  20. Intorno alla questione, se gli antichi usassero cammini, è stato ormai scritto tanto dagli eruditi, e anche dagli architetti senza conchiuder nulla, che pare cosa superfua il volerne riparlare. Il P. Benedetti nel suo commentai io sull’Aulularia di Plauto, che citammo pocanzi, animadv. 9., vi si diffonde molto, vagliando tutte le ragioni degli scrittori moderni, che sostengono, o negano quell’uso; e dopo aver date quelle spiegazioni, che crede giustissime ai passi degli scrittori antichi, riportati per l’affermativa, crede poter dire, che i cittadini, che abitavano nella parte superiore delle cale, o in case di un solo piano, dessero uno sfogo al fumo o per il tetto, o nella parte più elevata di esso; quelli poi degli appartamenti inferiori facessero uscire il fumo per qualche finestra aperta in alto alla stanza, ove si faceva fuoco, o per altro buco aperto nel muro; oppure che tenessero una stanza a bella posta per farvi entrar dentro il fumo, e dileguarvisi: i nobili poi, e i ricchi si servissero di stufe, e di foconi, o bruciassero legna infornate. I di lui argomenti per negarne l’uso, sono, che quelli nobili, e ricchi non avrebbero fpeso tanto per fare le stufe; che in Vitruvio, e in nessun antico scrittore se ne fa menzione; che non se ne trovano vestigi nelle antiche fabbriche; e finalmente sui tetti delle fabbriche rappresentate nelle pitture, e musaici antichi non vi si vede indizio del fumajolo. Prima del P. Benedetti anche il marchese Maffei avea scritta su questa materia una dissertazione, inserita nel Tomo XLVII. della Raccolta del P. Calogerà, p. 65. segg., in cui avendo esaminati più antichi autori che il P. Benedetti, si è ridotto a dire, per quelle stesse ragioni, del silenzio di Vitruvio, e del non vedersi fumajoli sulle pitture, ed altri monumenti, nè avanzi di cammini nelle fabbriche, che gli antichi avessero una specie di cammino; ma non come i nostri. Dopo di quelli due scrittori, per quanto leggo presso i! marchese Galiani in una nota a Vitruvio lib. 7. cap. 3. pag. 272., avrebbe rischiarato bene la materia l’aurore della dissertazione, che precede il trattato De la caminologie, ou traitè des cheminées, stampato in Dijon nel 1756.; ma io non so che dirne, perchè non l’ho veduto. Dirò bensì quel che io penso della questione: ed è in sostanza, che io la credo puerile, e indegna di un uomo di città. Se avessero negato questi scrittori, che gli antichi usassero cammini per riscaldare le camere, come usiamo al presente, sarebbe stata la più soffribile la pretensione, che non può esserlo, portandola al segno di negare, che per le cucine eziandio, e per le botteghe non avessero il comodo d’incanalare il fumo con un condotto entro il muro fino al tetto. E per qual motivo non doveano averlo? Taluno è arrivato a dire, perchè non essendo fatte a disegno le case colle finestre dei diversi appartamenti perpendicolari le une sulle altre, non era possibile farvi quel condotto. La difficoltà non merita riposta; essendo falsa la supposizione, che si smentisce colle fabbriche, e colle pitture, e bassi rilievi, e col senso comune. Forse che l’industria degli antichi non fosse arrivata tant’oltre di saper fare un condotto in un muro? Ma pure ve ne facevano tanti per lo scolo delle acque, o per condottare il calore nelle stufe, come confessano i detti scrittori, e siegue ad esporre qui Winkelmann; e questi condotti non solo giravano dritti, o serpeggiando per li muri, e per più appartamenti; ma andavano sino al tetto, come vediamo ancora nelle terme di Diocleziano. Nè servivano per condottare il solo calore; ma ancora per il fumo, che non poteva avere altro sfogo nel modo, che era fatto il luogo, ove ardeva il fuoco, come si dirà qui appresso, e si vedrà dalla pianta: e oltracciò il fuoco stesso, e la fiamma, che s’insinuava nei condotti doveva avere in ultimo qualche respiro. Un uomo poi di città, come potrà figurarsi, che in una Roma, per esempio, si fosse potuto soffrire di far uscire il fumo dalle finestre, e in maniera da non guastare l’esterno aspetto delle case, e da non incomodare coloro, che abitavano negli appartamenti superiori, e quei che camminavano per le strade, se il vento ne spargeva il fumo intorno, principalmente se il fumo proveniva dalle officine di certe arti, che maneggiavano, o bruciavano cose puzzolenti?
    Le ragioni del P. Benedetti sono ben frivole. La difficoltà tratta dall’uso delle stufe riguardava al più i cammini da camera; non i condotti del fumo per la cucina, ed altre officine. Se le usavano i nobili, e i ricchi, le usavano per mollezza, al dir di Seneca Epist. 90., essendo per mollezza state inventate dai Sibariti, secondo che narra Ateneo Deipnos. lib. 12. cap. 3. pag. 519. e se sapevano essi, o gli architetti far passare dentro i muri delle stanze quei tubi, potevano con tutta facilità servirsene anche ad uso di cammino, come noi, facendovi un’apertura nella stanza per accendervi il fuoco. Il silenzio di Vitruvio proverebbe troppo, perchè quest’architetto neppur fa menzione di cucine, e di scale, parlando delle case di città, nè di tante altre parti della casa. Per poter dire, che non vi abbia altro scrittore antico, che ne parli, il Padre Benedetti, e gli altri, doveano prima averli letti tutti, e senza voglia di cavillare. Uno solo basterà per tutti; ed è il giureconsulto Ulpiano nella l. Sicut autem 8. §. Aristo 5. seg. ff. Si servitus vindicetur, ec. Ivi riferisce la disputa, se fosse talvolta lecito ai padroni delle officine, o botteghe, e lo stesso s’intende degli abitanti nei primi appartamenti, di far uscire il fumo o per la finestra, o per altro buco rasente il muro, onde poi salisse ad incomodare gl’inquilini, o padroni degli appartamenti superiori; e che Aristone decise, che ciò non si poteva fare. Or come poteva darsi luogo a quella disputa, se tutti per consuetudine, o per necessità avesser dovuto far uscire il fumo a quel modo? Dovea dunque esservi un’altra maniera di mandar via il fumo. E questa poteva mai essere la stanza, che si finge il P. Benedetti ? Tutti non potevano averla: e l’avessero anche avuta, quando era piena di fumo, dove si mandava l’altro? Ulpiano conchiude, che poteva pattuirsi la servitù colli vicini di far passare il fumo per il muro della casa, o appartamento loro, come si praticava anche per li vaporarj dei bagni, ossiano i condotti del fuoco nelle stufe, come dicemmo innanzi. Supposta pertanto quella legge, potremo senza difficoltà intendere nello stesso modo di questo condotto del fumo non solo Aristofane in Vesp. vers. 173. come ivi lo spiega ottimamente il suo Scoliate, e per Roma Appiano De bello civ. lib. 4. pag. 596., ove parla di quei congiurati al tempo di Cesare, e Lepido, che si nascosero nelle cappe, e canne dei cammini, e nelle soffitte sotto al tetto: pars mergebantur in puteos, pars in cloacas impurissimas: quidam in fumaria, vel summas sub tegulas refusi sedebant cum silentio maximo; ma ancora quegli scrittori antichi, che parlano di fuoco di legna fatto nelle stanze, citati, e mal intesi dal P. Benedetti; ed altri, che parlano di fumo, e fumaiolo, come Polluce, il quale lib. 7. cap. 27. segm. 123. tra le parti della casa nomina il fumario, o condotto del fumo: κάπνην καί καπνοδόκην fumum, & fumale; seguito da Suida alla parola Κάπνη ἡ καπνοδόκη, e Sidonio Apollinare lib. 9. epist. 13.: Arabumque messe pinguis petat alta tecta fumus. Che non si trovino indizi di cammini nelle fabbriche può ripetersi dalla qualità, e forma delle rovine: e che non veggansi i fumaioli nelle case rappresentate sui bassirilievi, e nelle pitture, o musaici, può esservi qualche ragione particolare, o che quelle non avessero cammini, e fumajoli, o che questi non vi fossero rappresentati perchè deformassero il bell’aspetto, o perchè non si considerassero come cosa necessaria a farvisi. Possiamo però ben arguire che vi fossero da Virgilio Egl. 1. v. 84. seg.:

    Et jam summa, procul villarum culmina fumant,
    Majoresque cadunt altis de montibus umbræ;

    il qual luogo non può certamente intendersi del fumo, che in qualunque maniera s’alzi in alto uscendo anche dalle finestre, com’altri ha preteso; poiché il poeta non avrebbe aggiunto l’epiteto di sommi ai colmi, o tetti; e abbiamo da lui un altro esempio Æneid. l. 12. vers. 567., ove non può spiegarsi del fumo, che si levi in alto in quella maniera, e da qualunque parte; ma della sommità della casa, ove per mezzo dei fumajoli usciva il fumo; dicendo, che si sarebbero uguagliati al suolo i tetti fumanti delle case, per dire, si farebbe spianata la città:

    Urbem hodie causam belli, regna ipsa Latini,
    Ni frenum accipere, & vidi parere fatentur,
    Eruam, & aequa solo fumantia culmina ponam.

    Così Tertulliano De pœnit. cap. ult. chiama fumajoli (fumariola) dell’inferno i monti ignivomi, appunto per la figura, che fanno sulla terra colla loro altezza, come i fumaioli sui tetti delle case, detti perciò coniferi apices da Claudiano De raptu Proserp. lib. 3. vers. 398., cioè sommità fatte a modo di cono. Doveano avere il loro fumaiolo anche quei cammini, o focolari, che si facevano a modo di campane in mezzo alle stanze nelle case di un solo piano, o negli appartamenti superiori, che restavano vicini al tetto. Di quelli ne ha trovati tre diversi nelle rovine delle antiche fabbriche Francesco di Giorgio, com’egli scrive in una sua opera, che si conserva manoscritta nella pubblica biblioteca di Siena, al numero 16, citata peraltro a questo proposito dei cammini dallo Scamozzi Dell’Archit. par. 1. lib. 3. cap. 21., e da altri. Noi ne diamo qui le parole estratte dal suo originale pag. LX. dal ch. signor abate Ennio Quirino Visconti, che gentilmente ce le ha comunicate. „ Gli antichi usavano fare i cammini secondo che ho visto in più luoghi: perocchè appresso Perugia sopra al Pianello in un edifizio antico ho visto un cammino, il quale era con tre emicicli, dove si stava, ed una volta con una buca tonda in mezzo, dove usciva il fumo, e il fuoco, chiuso intorno di muri di larghezza di piedi otto, e sei lungo, come appare ne! disegno. L’altro vidi a Baja appresso alla piscina mirabile di Nerone, il quale era in un quadro di piedi diecinove per ogni cofta; nel quale erano in mezzo quattro colonne, sopra le quali li posava un epistilio, sopra al quale erano le volte intorno intorno alte da terra piedi dieci, ornate di mirabili storie di stucchi, e figure. In mezzo di quelle colonne era una cupoletta piramidale, dove usciva il fumo, come appare nel disegno. Appresso Civita Vecchia ne ho visto un altro, il quale era in un quadro, quasi della medesima grandezza, fatto in questa. forma: perocchè nelli canti uscivano quattro modiglioni, sulli quali si posavano quattro architravi. Sopra era poi la piramide del cammino, donde usciva il fumo, ed in ogni faccia erano due finestre piccole, ed un emiciclo, dove credo che fosse scultura collocata, alto da terra piedi quattro eccetto che nella faccia della entrata, come appare nel disegno. E questi ho cerchi con gran diligenza, nè ne ho possuti trovare più, nè eziandio credo, che in Italia se ne trovi altrettanti; e non ho mai trovato uomo, che ne abbia avuto notizia; e meravigliomi che nè Vitruvio, nè altro autore d’Architettura non abbia mai fatto menzione alcuna di cammini„.


    Di una forma di cammino, o focolare consimile va probabilmente inteso il lodato Sidonio quando scrive lib. 2. ep. 2. parlando di una villa, o casino di campagna: « cryptoporticu in hyemale triclinium venitur, quod arcuatili camino sæpe ignis animatus pulla fuligine infecit; seppur non va inteso di cammino all’uso nostro. Di questo potrebbe intenderti egualmente un passo dell’imperator Giuliano l’apostata Misopog. oper. s. Cyrilli, Tom. I. pag. 341. C, ove parla dell’uso di riscaldare le stanze a Parigi, allora detto Lutetia, coi cammini: cum igitur in his rebus durior, & agrestior essem, quam unquam antea, nequaquam cubiculum, in quo requiescebam, calefieri patiebar, quo modo illic pleraque domicilia sub caminis calefiunt, cum tamen ad ignis calorem excipiendum esset opportunum. Quod tum quoque accidit ob meam duritiem, atque in meipsum præcipue, ut vere dicam, inhumanitatem, qui me ad illum aerem tolerandum assuefacere volebam, ejus præsidii maxime indigentem. Cumque hyems invalesceret, atque in dies fieret vehementior, ne tum quidem simulis meis permisi, ut domicilium calefacerent; veritus ne humorem, qui in parietibus erat, commovere nt: itaque accensum ignem, & candentes aliquot carbones inferri jussi. L’imperatore qui parla di tubi, che passavano per entro il muro, dal quale temeva, che con quel calore si sprigionasse dell’umidità; e quello mezzo di riscaldare non lo chiama ipocausto, che è il termine greco proprio per significare la stufa; ma bensì cammino semplicemente. Peraltro non farebbe improbabile intenderlo di stufe, benchè non troppo convenienti alla stanza da dormire.

  21. Epist. ad Belg. cent. 3. epist. 76. oper. Tom. iI. pag. 519. seg.
  22. Vitruvio lib. 5. c. 10., e Palladio De re rust. lib. 1. cap. 40. parlano chiaramente di quella maniera di lavoro per le stufe.
  23. Qui avanti pag. 84. dice di leone, quali credo fossero veramente.
  24. O piuttosto legna come diremo appresso.
  25. Per maggior intelligenza di tutto questo si veda la Tavola XX. qui appresso, e, la spiegazione di essa, ove noi parleremo più a lungo di queste stufe, e di quelle, che si sono trovate in altri luoghi; e si tratterà anche più diffusamente della mentovata villa Tuscolana.