Merope (D'Annunzio)/La canzone dei trofei

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La canzone dei trofei

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La canzone del Sacramento La canzone della diana
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LA CANZONE
DEI TROFEI

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D'Annunzio - Laudi, IV (page 29 crop).jpg



O
PISA, or tu sei vedova del mare,

che stavi notte e dì per tener fronte
in Tersanaia1 a fare, a racconciare,

quando un bando di Chìnzica o di Ponte
valeva a trarre in corso dai sessanta
scali ben unti le galere pronte!

Pende dal muro la catena infranta
nel chiostro dove Andrea pinse Rinieri
e i tuoi morti fiorìan la terra santa.

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La Porta a Mare è triste. Ma pur ieri
nel tuo Vescovo il cor di Daiberto
balzò, verso i trofei de’ Cavalieri.

O Salerno2, nel duomo dove offerto
ti fu da Gian di Procita l’avorio
e l’oro sovra i marmi di Ruberto,

nell’ombra dove il settimo Gregorio
grandeggia, non fanal di capitana,
non stendardo d’emiro pel mortorio,

non insegna, non spoglia musulmana
hai, che tu orni in nome de’ tuoi grandi
al tuo giovine eroe la coltre vana? ✝︎ Giovanni de Filippis marinaio.

Non egli è su la bara che inghirlandi;
ma tu lo vedi, quasi fosse apparso.
E lo chiami per nome e l’addimandi.

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Verginità del primo sangue sparso!
Ne bevano le sabbie un più gran flutto;
ma pur quel primo che sembrò sì scarso

risplenderà sul giubilo e sul lutto
più vermiglio e più fervido a Colei
che sa pianger gli eroi con viso asciutto.

O Gaeta3, se in Sant’Erasmo sei
a pregar pe’ tuoi morti, riconosci
il Vessillo di Pio ne’ tuoi trofei,

toglilo alla custodia perché scrosci
come al vento di Lepanto tra i dardi
d’Ali, mentre sul molo tristi e flosci

sbarcano i prigionieri che tu guardi
e che non puoi mettere al remo. O Cagliari4,
i quattrocento archibusieri sardi,

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che Don Giovanni d’Austria alla battaglia
sotto il Vessillo nella sua Reale
s’ebbe per incrollabile muraglia,

hanno veduto verso il mare australe
ardere il fuoco sopra Teulada
e nella sera accorrono al segnale;

✝︎ Salvatore Marceddu marinaio scelto.ché vien pel mare d’Africa e dirada
l’ombra con la bellezza della morte
un che fu degno della lor masnada.

Egli ha per buon compagno, o Carloforte
che il ferro e il fuoco sai del predatore
e la sferza e la stanga e le ritorte,

✝︎ Nicolò Grasso marinaio scelto.un de’ tuoi figli che nel suo furore
se ne sovvenne e, per i mille schiavi
di quel settembre, ebbe di mille il cuore.

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Marinai, marinai, sopra le navi la canzone
e dentro le trincere, a bordo e a terra,
in ogni rischio e con ogni arme bravi,

fatti dalla tempesta per la guerra,
nel silenzio mirabili e nel grido,
infaticati sempre, a bordo e a terra,

di voi s’irraggi e palpiti ogni lido
d’Italia mentre per la mia più grande
Italia qui la vostra gloria incido.

Non le piagge che adorna di ghirlande
amare il flutto ove le sue melodi
Undulna dea dal pie d’argento scande,

ma oggi loderò con le mie lodi
l’acqua oleosa lungo le banchine
sonanti per gli imbarchi e per gli approdi,

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l’acqua opaca ove colan le sentine
e nuotano i tritumi del carbone,
le fecce dei cavalli, le farine

delle sacca sventrate, il bariglione
rotto, la buccia putrida, la lorda
schiuma che ingialla il piede del pilone,

mentre alla gru che cigolando assorda
l’aria imbracato il bove da macello
pencola come botte che sciaborda.

Canto l’acqua dei porti. Odo l’appello
rude, il commiato, il grido. I reggimenti
partono. Ogni uomo armato è il mio fratello.

Veggo gli occhi brillare, veggo i denti
rilucere. Odo il lastrico del molo
rombar sotto la marcia. Sono ardenti

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i volti come se li ardesse un solo
riverbero, o il sorriso d una sola
madre, di quella grande. Ogni figliuolo

oggi ha sol quella, e in cuore la parola
che alfine irruppe dalla bocca forte.
Guerra! E il croscio dell’Aquila che vola.

Guerra! Una gente balza dalla morte,
s’arma, s’assolve nell’eucaristia
del mare, e salpa verso la sua sorte.

Non più si volge indietro. Guerra! Sia
per giorni, sia per mesi, sia per anni
ella combatterà nella sua via.

Canto la libertà. Quali tiranni
furono uccisi? quali mostri vinti?
Qual forza li atterrò? di quanti inganni,

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di che frodi senili erano cinti?
Chi diede al falso tempio il grande crollo?
Le colonne piegarono su i plinti.

Il precone stampato fu col bollo
rovente nella palma della mano
e nel dosso restìo, sino al midollo.

Strascicandosi contra l’uragano
gioioso che lo tratta come balla
di cenci, or vocia nella piazza in vano.

E marchiatelo ancóra su la spalla
e su la fronte! Poi gli sia concessa
la buona greppia nella buona stalla.

Altra parola è data, altra promessa.
Canto il domani e canto la canzone
dei secoli; che l’anima è trasmessa.

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A mira di balestra o di cannone la canzone
l’occhio è ben quello, che non batte ciglio.
Dritto è il silùro come lo sperone.

Canto la forza antica e nova, figlio
d’una carne vivente e d’infinita
progenie. O tu che m’odi, io ti somiglio.

Ma il balestriere, chino alla bastita
o alzato sul carroccio, anco in me vive.
L’anima eterna è il vaso della vita.

Canto le stive, le profonde stive
piene d’armi, di viveri, di tende,
di bottame; le maestranze attive

su i ponti apparecchiati ove risplende
forbito ogni metallo. I battaglioni
giungono. Il cielo è prode, con vicende

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di nubi e di chiarìe, con padiglioni
immensi, con falangi impetuose.
E tutta la città par che si doni.

E diffuso è l’amore su le cose
come un ciel più vicino, simigliante
al volto delle madri coraggiose.

Non sul volto, nell’anima son piante
le lacrime divine e trionfali,
mentre il silenzio fa le labbra sante.

Gloria della città! Passano Tali
ripiegate dell’uomo, i grandi ordegni
di Dedalo, le macchine campali

fatte di tesa canape e di legni
lievi, che porteran l’uomo e l’atroce
sua folgore su i fragili sostegni.

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E le gole d’acciaio senza voce
passano, che laggiù nel lor linguaggio
conciso parleranno, dal veloce

affusto tratte al ciglio del villaggio,
lungo il palmeto, sopra le trincere,
davanti ai pozzi. Romba il carriaggio

su la selce. Seduto è l’artigliere
sul cofano. Conduce a coppia a coppia
i cavalli gagliardi il cavaliere.

L’applauso scroscia, un gran clamore scoppia.
Repente il sole batte su la faccia
giovenile, sul pezzo, su la doppia

groppa. E l’affusto trascinato a braccia
nella sabbia ove il mare s’impantana
vedo! Chi mai cancellerà la traccia

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dentro le dune della Giuliana?
Il vento, il flutto, l’uomo, il tempo? È immota.
Gloria a te, batterìa siciliana!

Canto il selvaggio anelito, la gota
che gronda, il lungo sforzo a testa bassa,
i polsi tra le razze della rota,

le spalle che sollevano la cassa
e la portano, l’ordine del fuoco,
la mira, il primo colpo nella massa

nemica, il suolo raso, l’urlo roco
delle strozze riarse ad ogni schiera
abbattuta, l’allegro ardor del gioco;

o Ameglio, e il ferro freddo; e la bandiera
tua vecchia, o Quarto Reggimento, issata
su la Berca nel soffio della sera.

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Canto la Morte, alata e illuminata
come la prima legge della luce.
La vita è meno fertile. E rinata

da lei l’alta bellezza. Ella produce
le semenze che noi nella ruina
seminerem cantando. Ella conduce

le Muse, conduttrice più divina
d’Apollo. Non ha tombe ma trofei.
E tutt’avvolta d’aria mattutina

come la messaggera degli dei.
I più giovini eroi sono i suoi gigli.
O Gloria, ed ella è là dove tu sei.

O Primavera, e tu le rassomigli.
Mentre che soffia il vento del Deserto,
ella infiamma gli anemoni vermigli.

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Canto la Gloria cerula, dal serto
alternato di rostri e di muraglie,
che ride se il combattimento è incerto.

Immune dall’orror delle battaglie,
è bella come Roma nel suo trono
e Siracusa nelle sue medaglie.

Come sul mar risponde il tuono al tuono,
il presente al passato in lei risponde;
e la mia corda duplice è il suo dono.

Conculcate le stirpi moribonde,
ella fa dell’Italia dai tre mari
la grande Patria dalle quattro sponde.

Quando nei nostri porti gli alti fari
s’accendono, ella sfolgora da ostro
sola nelle foschìe crepuscolari.

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E, vòlto verso lei notturna, il nostro
sogno ansioso vigila il mattino.
E il mattino per noi sorge da ostro.

Sorge con uno strepito marino,
tra le grida gioiose dei messaggi
che gridano il gentil sangue latino:

gridano i reggimenti e gli equipaggi,
gridano i morti, gridano i feriti,
le vittorie da’ bei nomi selvaggi,

gli eroi dai nomi oscuri ingigantiti.
Bu-Meliana, Sidi-Messri, Sciara-
Sciat, Henni! Par che al lauro si mariti

la palma. Tutta l’oasi è un’ara
fumante. Verri, Granafei, Briona,
Orsi, Bertasso, Gangitano, Fara,

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Moccagatta, Spinelli! Un nome suona
la morte, l’altro la vita. E la morte
e la vita son come una corona

sola composta di due fronde attorte.
Severo dal suo grande Arco sorride:
il battaglione è come la coorte.

Foss’io come colui che i nomi incide
col ferro aguzzo nella nuda stele
ad eternar la gesta ch’egli vide!

O Roma5, almen quello del tuo fedele
inciderò nel fulvo travertino,
e il tuo modo: “Coi remi e con le vele.„

O Roma, e mentre al giovine Latino
“Velis remisque„ nella pietra intaglio,
scorgo l’Ombra del grande suo vicino.

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Guarda la fresca tomba l’Ammiraglio6,
quegli che fece co’ suoi nervi soli
a San Giorgio di Lissa il suo travaglio.

“Gittai buon seme„ ei dice. Si consoli
per quell’Ombra e s’inebrii del suo pianto
la madre di Riccardo Grazioli.

E tu resta, o Canzone, in camposanto.
Annotta. Sta fra l’una e l’altra tomba;
e veglia, incoronata d’amaranto.

Alla diana sonerai la tromba.


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Note

  1. [p. 202 modifica]Tersanaia è vecchio idiotismo pisano per Arsenale, come Arsanà, Tersanà, Tersaia. Dice la Cronaca pisana di Ranieri Sardo: “In del milleduegento anni, fue incominciata la Tersanaia di Pisa, e lo Camposanto fondato per lo arcivescovo Ubaldo, e comprato al Capitolo lo terreno assegnato. Ed è detto Camposanto, perchè si recoe della terra del Camposanto d’Oltremare, quando tornonno dal passaggio preditto, e sparsesi in quello luogo.„ I Pisani, secondo le parole dello Storico, attendevano di continuo alle cose del mare, dove pareva a loro che consistesse ogni riputazione e onore. Perciò fu proposto nel Consiglio che si edificasse un arsenale maggiore; ed essendosi vinto il partito, vi si dette principio. Fu fatta [p. 203 modifica]questa fabbrica nella cittadella o fortezza vecchia dei Pisani, lungo le mura della città, volte dalla banda di ponente, con archi sessanta (come scrive Fra Lorenzo Taiuoli pistoiese); e le galere che vi si facevano, si mettevano in acqua sotto gli archi, che si vedono oggidì ancora in quella cortina di muraglia la qual comincia dal Ponte a Mare e segue fino alla Porta. Chinzica e Ponte sono due quartieri di Pisa antica. Gli altri due sono Fuori di Porta e Mezzo. Chinzica comprendeva i borghi d’Oltrarno rimasti rinchiusi nell’ultimo cerchio della città. Il cronista: “Gli Anziani mandorono bando, in sul vespero, che ogni persona de! quartieri di Chinzica, populo e cavalieri...„ A una parete del Camposanto, dalla parte d’occidente, sono appese le catene di Porto-pisano che i Genovesi portarono via nel 1362 quando Perino Grimaldi era a soldo del Comune di Firenze... “Velsono le grosse catene che serravano il porto„ narra Matteo Villani, “e quelle, carichi d’esse due carra, mandarono a Firenze...„ Le quali furono poi restituite dai fratelli al fratelli, quando l’Italia risorse nazione libera. Sono conosciute da tutti le storie del Beato Rinieri, santo patrono dei Pisani, dipinte su le vaste pareti del Camposanto da Andrea di Firenze (1377), da quel medesimo che colorì il Cappellone degli Spagnuoli in Santa Maria Novella, Le galere pisane, condotte dall’arcivescovo Ubaldo dei Lanfranco, tornarono dall’assedio di Tolemaide cariche della terra cavata sul Monte Calvario. E nel 1203, secondo la tradizione, la preziosa terra fu sparsa nel terreno a fianco della Cattedrale; dove furon sepolti i morti. Dell’impresa dell’arcivescovo Daiberto, capitano di navi al recupero di Gerusalemme, l’antichissimo Annalista nominato Marangone scrive: “Anno Domini MXCVIII. Populus pisanus, [p. 204 modifica]iussu domini papae Urbani II, in navibus CXX ad liberandam Jerusalem de manibus paganorum profectus est. Quorum rector et ductor Daibertus Pisanae urbis archiepiscopus extitit...„ L’Ordine dei Cavalieri di San Stefano fu instituito dal Duca Cosimo de’ Medici. E il primo di febbraio del 1562 una bolla pontificia sanciva l’istituzione, concedendo amplissimi privilegi per coloro che “a lode e gloria di Dio, a difesa della Fede ed alla guardia del Mediterraneo„ ne facessero parte. Sede dell’Ordine fu la città di Pisa. Col denaro di Cosimo e con la soprintendenza del Vasari sorsero il Convento, il Palazzo del Consiglio e la Chiesa conventuale dedicata a San Stefano, oggi adorna delle bandiere e delle fiamme conquistate su i Barbareschi.
  2. [p. 204 modifica]In Salerno, nella Cattedrale di San Matteo, la cappella a destra dell’altar maggiore fu fondata da Giovanni di Procida. La cupola è di musaico e l’altare è di legno e di avorio. Nel musaico il donatore è in ginocchio dinanzi all’Apostolo, e l’iscrizione dice:
    Hoc studiis magnis fecit pia cura Iohannis,
    De Procida, dici meruit quae gemma Salerni.
    Nella stessa cappella sorge il mausoleo del grande Ildebrando, di papa Gregorio VII, dopo la cacciata accolto in Salerno da Roberto Guiscardo.
  3. [p. 204 modifica]Gaeta possiede, nella Cattedrale di Sant’Erasmo, il Vessillo inviato da Pio l’a Don Giovanni d’Austria e issato su la galèa reale nel giorno di Lepanto. Era il Vessillo della Santa Lega. Il pontefice inviandolo raccomandò che non fosse spiegato se non nell’ora della battaglia. Secondo un passo delle memorie di Onorato Gaelani, Don Giovanni dopo la vittoria passando per Gaeta depose il Vessillo nel Vescovado in onore [p. 205 modifica]del suo patrono Sant’Erasmo, assolvendo un voto fatto nel pericolo. Il vessillo fu posto in una custodia e divenne il più prezioso ornamento dell’altar maggiore. Anche una vecchia cronaca della Casa Gattola di Gaeta racconta come Giovanni, figliuol di Carlo re di Spagna, approdasse a Gaeta con grande pompa ricevuto in porto dal vescovo Pietro e com’egli offerisse a Sant’Erasmo protettore e martire il vessillo ch’egli aveva issato a poppa della Reale il 7 di ottobre 1571. La sera stessa, il vincitore navigava alla volta della Sardegna. Don Giovanni nella battaglia aveva sul ponte quattrocento soldati del terzo di Sardegna; che fecero miracoli contro i trecento giannizzeri e i cento arcieri di Ali, quando le galere dei due capitani s’investirono. Il bassa, dal principio alla fine della fazione, non cessò dallo scoccare i suoi dardi. Ma le corde degli archi riscaldate si distendevano indebolendo i colpi, mentre gli infaticabili archibusieri cristiani avevano il vantaggio.
  4. [p. 205 modifica]Il Capo di Teulada è la punta più meridionale della Sardegna, la più vicina all’Africa. Anche la recondita Teulada ha il suo eroe nel cannoniere Michele Meloni di Francesco, ferito nella giornata del 23 ottobre a Homs. Questo Sardo era tra quei quaranta marinai, comandati da Corrado Corradini veronese, che occuparono coi loro pezzi da sbarco l’altura del Margheb ingombra di rovine romane. Come puntava egli il suo cannone per l’ottantacinquesimo colpo, una palla araba passando per la clavicola gli traversò l’apice del polmone e gli restò sotto pelle fra le due scapole. Prima di piegarsi, lanciò contro il nemico nell’ingiuria uno sputo di sangue. Accorrendo i suoi uomini, li supplicò di attendere non a lui ma al pezzo già puntato. Insistendo gli uomini, l’ira gli dette la forza di sollevarsi. Egli vomitava sangue dal polmone, e il braccio sinistro fiaccato gli penzolava su l’anca. Nessuno [p. 206 modifica]osò trattenerlo né sorreggerlo. Solo egli si trascinò sino al suo cannone, col braccio valido aggiustò la mira e sparò. Si resse ancora in piedi qualche attimo per riconoscere l’effetto del colpo, senza più colore di vita, con la bocca piena di vomito. Poi cadde a terra, di schianto. Due altri Sardi, Salvatore Marceddu della nave Amalfi e Nicolò Grosso della Vittorio Emanuele, il primo nativo di Cagliari e il secondo di Carloforte, battellieri e pescatori, furono uccisi su la spiaggia della Giuliana. E avevano entrambi ventitrè anni. Carloforte è una città fortificata dell’isola di San Pietro, edificata in pendio su i contrafforti della Guardia dei Mori. L’isola ricca di falchi, rimase per secoli deserta, dopo le feroci devastazioni dei Saraceni e dei Barbareschi. Era il desolato dominio d’un patrizio, duca di San Pietro; il quale pensò di trasportarvi i Genovesi dell’isola coloniale di Tabarca, che i Turchi di Tunisi molestavano senza tregua. Il genovese Agostino Tagliafico sbarcò nell’isola con i suoi popolani nel 1736 e costruì su l’altura la fortezza di Carloforte, che fu guardata da una piccola guarnigione. La colonia per alcuni anni prosperò, industriandosi in saline, in tonnare, in pesche di coralli, in culture agrarie. Ma la mattina del 2 settembre 1798 gli abitanti, mentre dormivano ancora senza sospetto nelle loro case, furono sorpresi da uno sbarco di predatori tunisini che misero tutta la terra a sacco crudelissimamente e spinsero alla spiaggia come mandria e condussero in schiavitù un migliaio d’infelici; che i più animosi erano in alto mare occupati alla pesca. Dopo cinque anni di duro servaggio, per intercessione e per danaro di Pio VII e di Vittorio Emanuele, furono riscattati. E Carloforte allora fu munita di mura, fuorché dalla parte della spiaggia dove fu piantata una batteria a fior d’acqua.
  5. [p. 207 modifica]L’Arco di Settimio Severo„ nel Foro Romano, tra il Carcere Mamertino e i Rostri, tra il Lapis Niger e l’Ombelico dell’Urbe, fu eretto all’Imperatore nell’anno 203 dopo Cristo; e commemora anche taluna delle sue vittorie su gli Arabi.
  6. [p. 207 modifica]Il primo restauratore della nostra marina, Simone di Saint-Bon, ha in Campo Verano la sua tomba; che oggi la riconoscenza nazionale dovrebbe ricoprire di corone. A San Giorgio di Lissa, comandando la Formibabile, penetrò nel porto angusto, s’imbozzò a breve gittata dalla più potente difesa, innanzi alla batteria della Madonna, e vi si mantenne imperterrito, con prodigi di valore, destando l’ammirazione degli stessi nemici.

    “Gli mentirono i Fati, dinanzi a Lissa tonante.
    Quando su la sua nave già. rotta dagli obici e tutta
    vermiglia di sangue, sul ponte ingombro di corpi
    mùtili Egli stette impavido incolume solo
    nel tragico ardore, non parve compirsi il prodigio
    per un patto fatale ed Egli ornai sacro alla guerra
    futura, a una strage più vasta, a una gloria più vasta?„

    Odi navali (1892).