Merope (D'Annunzio)/La canzone della diana

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La canzone della diana

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La canzone dei trofei La canzone d'Elena di Francia


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LA CANZONE
DELLA DIANA

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D'Annunzio - Laudi, IV (page 29 crop).jpg



TUTTI i cipressi fremono. O Canzone,
squilla! I corvi dall’arco tiburtino
s’alzano andando verso il Teverone1.

Altrove è l’alba. Un pascolo marino
è l’Agro. L’Urbe è un’isola. Si spande
la più gran luce sopra l’Aventino,

verso la Porta d’Ostia, in sette bande.
Nell’ombra del Gianicolo tre vele
rosse rimontan verso Ripa Grande.

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Sul Mausoleo l’Arcangelo Michele
sfolgora. Ritto sta su l’altra mole
a cavallo il secondo Emanuele.

Ninfa perenne dalle mille gole
l’acqua canta le origini del Lazio.
Niuna cosa mai tu veda, o Sole,

maggior di Roma! Il numero d’Orazio
a quando a quando par, tra l’Arce e il Fòro,
riecheggiato nel divino spazio.

Pieno di nume è l’aere sonoro.
Tronca la quercia un dio sul Celio? taglia
un eroe sul Gianicolo l’alloro?

Riarde ai Quattro Vènti la battaglia
sublime? ancóra fumiga il Vascello?
ancóra il sangue bulica e s’accaglia?

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ancóra ai giovinetti ebri il mantello
bianco del condottiere è l’ala intatta
della Vittoria? il Dandolo l’appello

ultimo fa su la scalea scarlatta
ove sopra i cadaveri il cavallo
del gran Masina dà l’ultima stratta?

Irto di furia è il muto piedestallo.
I bersaglieri di Lucian Manara
disperati empion d’animo il metallo.

Laggiù, guatano il ciel che si rischiara
dietro il muro di fango, nel palmeto,
i bersaglieri di Gustavo Fara.

Laggiù, sotto la cupola che sgretola,
arde l’araba lampada al bivacco
e la vedetta sta sul minareto.

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Pietro Ari2 laggiù tra sacco e sacco
spia l’Oasi, con l’occhio a mira certa,
tranquillo masticando il suo tabacco.

I mozzi, come fossero in coverta,
stanno alla guardia della batteria
sopra il sabbione; e l’un per gioco “Allerta

a proda!„ grida. E vien dalla Menscìa,
con l’afa dei cadaveri, odor d’erbe
arse nel vento, odore di gaggìa.

Poggiato al pezzo il morituro imberbe,
che morderà la sabbia, i denti bianchi
ficca nel pane e nelle frutta acerbe.

Odesi il canto dei soldati stanchi
che scavan le trincere nelle tombe
dei Caramanli. Il canto li rinfranchi.

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S’ode nel cielo un sibilo di frombe.
Passa nel cielo un pallido avvoltoio.
Giulio Gavotti porta le sue bombe.

Laggiù, presso la mola d’un frantoio
o presso i tronchi d’un’antica noria
onde pendon consunti e corda e cuoio,

sorride un morto all’invisibil gloria.
Il paradiso è all’ombra delle spade
e la delizia è il fior della vittoria.

Ulula per i campi senza biade
il duolo delle donne beduine
alterno, ed or s’inalza ed ora cade.

All’ombra d’una palma, sul confine
dell’Oasi, una croce rude è fitta
in un tumulo cinto dalle spine.

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Nome inciso non v’è, non lode inscritta:
altro segno non v’è se non l’eterno.
Sola una nudità vi splende invitta.

Un dal tuo più profondo sen materno
escito, Italia, un figlio tuo vi dorme;
che s’ebbe anch’egli forse il pianto alterno

là nell’isola dove l’ombra enorme
del Passato covar sembra il nuraghe
perché ne sorga un popolo conforme.

Non la madre mortai toccò le piaghe,
né le lavò, né le fasciò di bende,
già consunta dall’ansie sue presaghe.

Ma tu guardasti le ferite orrende
e componesti il corpo in quel sepolcro.
Sola una invitta nudità vi splende.

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E la terra fu tua per quel sepolcro,
tutta la terra inclusa tra la Sirte
e il Deserto fu tua per quel sepolcro!

Canto l’azzurro e l'oro della Sirte,
l’azzurro che nel grande oro s’insena,
ove non dagli scogli ma dall’irte

navi con l’urlo lungo la sirena
lacera l’aria pregna dell’aroma
che inebria i prodi; e bianca su l’arena

Tripoli infida cui la guerra schioma
come femmina presa per le trecce
dalle pugna del maschio che la doma.

Le sue palme schiantate, le sue brecce
fumide canto; canto i suoi villaggi
rasi che brucian come in luglio secce

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di Maremma, onde fiutano i selvaggi
poledri il dubbio odore delle chiatte
ben costrutte e nitriscono ai foraggi

salini che pascean lungo le fratte
di tamerici, presso i sepolcreti
sonori dove il mare etrusco batte.

O terra di sepolcri e di forteti,
Maremma, canto la tua razza equina,
la ben crinita razza che disseti

nel sarcofago tolto alla ruina
di Saturnia o di Volci e che rinfreschi
con un germoglio roscido di brina.

Salute, o terra degli Aldobrandeschi!
Pioggia e sole ai tuoi bradi la criniera,
come l’ocra e la robbia ai barbereschi,

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arrossano finché di primavera
tu non li marchi all’anca e alla ganascia
per arrolarli sotto la bandiera.

La chiatta a fondo stagno il mastro d’ascia
chioda, coi sacchi d’aria e con le botti
l’aiuta, con i canapi la fascia.

I cavalli s’impennano, condotti
alla gru; cinti dell’imbraca, appesi
al paranco, paventano. Interrotti

sibili, canti di fatica ai tesi
canapi, voci di comando, liti
di battellieri, gergo di Maltesi,

schianti d’assi e di tavole, nitriti
e scalpiti nel vento che ridonda,
sudore e schiuma, urti d’abbordo, attriti

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di ferramenta; e tutta l’aria è bionda
come su lalamone; ed agli approdi
i maremmani giungono con Fonda.

Maremma, canto i tuoi cavalli prodi.
Tra sangue e fuoco ecco un galoppo come
un nembo. È la cavalleria di Lodi,

la schiera della morte. So il tuo nome,
o buon cavalleggere Mario Sola.
Giovanni Redaelli, so il tuo nome;

Agide Ghezzi, e il tuo. “Lodi„ s’immola.
E veggo i vostri visi di ventenni
ardere tra l’elmetto e il sottogola

o dentro i crini se il cavai s’impenni
contra il mucchio. Gandolfo, Landolina,
alla riscossa! Tuona verso Henni.

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Tuona, da Gargarèsch alla salina
di Mellah, su le dune e le trincere,
su le cubbe, su i fondachi, a ruina,

su i pozzi, su le vie carovaniere.
La casa di Giammìl ha una cintura
di fiamma. Appiè, appiè, cavalleggere!

Vengono di Taruna e di Tagiura,
vengon di Gariàn e di Misrata;
e dal Deserto un’altra massa oscura

s’avanza già, sotto la cannonata.
Or biancheggiano al vento i baracani:
s’arrossano se scoppia la granata.

Occhio alla mira ferma, o cristiani.
Solo chi sbaglia il colpo è peccatore.
Vi sovvenga! Non uomini ma cani.

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Per secoli e per secoli d’orrore,
vi sovvenga! Dilaniano i feriti,
sgozzan gli inermi, corrono all’odore

dei cadaveri, i corpi seppelliti
disotterrano, mutilano i morti,
scempiano i morti. Straziano i feriti,

gli inermi, i prigionieri, i nostri morti!
Vi sovvenga. Dovunque è il tradimento,
nelle case, nei fondachi, negli orti,

nel verde d’ogni palma, nell’argento
d’ogni olivo, allo svolto d’ogni via.
I marinai lo fiutan sottovento.

O Tripoli, città di fellonìa,
tu proverai se Roma abbia calcagna
di bronzo e se il suo giogo ferreo sia.

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Avanti, o Bracciaferri, Adorni, Bagna,
Pergolesi, Coralli! Il maschio Fara
vi guarda. Cresce il sangue e mai non stagna.

Tutti in piedi. Nessuno si ripara.
Chi cade, si rialza; e poi stramazza.
La spalla del soldato è la sua bara.

Immune su la grandine che spazza
l’Oasi atroce, splendido nell’alto
cielo un alato spia. Salute, o Piazza,

Mòizo, Gavotti dal tuo lieve spalto
chinato nel pericolo dei vènti
sul nemico che ignora il nuovo assalto!

Anche la morte or ha le sue sementi.
La bisogna con una mano sola
tratti, e strappi la molla con i denti.

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Poi, come il tessitor lancia la spola
o come il frombolier lancia la fromba
(gli attoniti la grande ala sorvola)

di su l’ala tu scagli la tua bomba
alla sùbita strage; e par che t’arda
il cuor vivo nel filo della romba.

Non guarda il cielo Pietro Ari. Guarda
tra sacco e sacco. Pelle non scarseggia.
Sceglie, tira, non falla. È testa sarda.

Non si volta, non grida né motteggia.
Mira e tira. Una palla squarcia un sacco.
Una rimbalza su la canna e scheggia

la cassa. Un’altra viene a tiro stracco
e un po’ lo pesta. Un’altra vien di schiàncio
e lo strina. Egli morde il suo tabacco.

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È a testa nuda, testa quadra. A un gancio
pende l’elmetto. Intorno è pien di bòssoli.
Ancor nella gamella è caldo il rancio.

Anima, corpo e patria son nel fosso
come in un focolare più capace
che l’arborense. Una man sacra ha smosso

col ferro nella cenere la brace
dentro il cerchio dei sassi. Le sorelle
cuciono in sogno il suo gabban d’orbace.

Ei dormirà, come le prime stelle
tremino, su la stuoia stesa in terra.
Or è nella mislèa. “Pelle per pelle„

dai padri suoi che dormono sotterra
fu comandato. Or contro questi cani
sta con fegato buono a mala guerra.

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Quante gandùre, quanti baracani
colcò, sotto la grandine che scroscia!
Ancor uno! Ancor uno! Oggi e domani

e mai sempre. Una palla nella coscia
gli spezza il taglio della baionetta
cinta al fianco, e nell’osso della coscia

il mozzicon del ferro gli s’imbietta
forte così che sola una tanaglia
o la mano del Sardo in una stretta

cruda lo possa svellere. Ei travaglia
seduto su lo zàino. Alfin lo svelle.
S’alza nel sangue, e torna alla battaglia.

Non torna al focolare? Le sorelle
cuciono in sogno il suo gabban d’orbace.
Or tinto è il panno, e l’opre son più belle.

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Ancor uno! Ancor uno! Non è pace
ancóra. In piedi nel suo sangue, ammazza.
Il sangue scorre e l’anima è tenace;

che rugge in piedi tutta la sua razza
ora nel suo coraggio, su quell’osso
scheggiato, e del suo sangue egli la chiazza.

Ancor uno! Due tre gli sono addosso,
lo prendono, gli strappano il fucile,
lo forzano, lo traggono dal fosso.

Non son que’ cani, sono i suoi! Le file
de’ suoi vede in ginocchio ai parapetti,
i pacchi di cartucce nel barile;

gli scatti ode, gli scocchi dei moschetti;
ode il tonfo d’un corpo che si piega,
la rabbia che stridisce su gli elmetti.

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E il taciturno supplica, diniega,
minaccia, si dibatte. Il sangue scorre
per la barella. Ei rugge ancóra, e prega!

Verso Messri, un eroe nomato Astorre
ha tolto all’orda lo stendardo verde;
e tutto il fronte alla riscossa accorre.

Su, compagnia dello stendardo verde,
Ottava! Su, la Settima, col prode
Orsi! L’inferno di Giammìl si perde.

Spinelli, alla riscossa! Ala dell’Ode,
non batti se non come il chiuso cuore.
Chiusa fremi, e il tuo numero non s’ode.

Come quella d’Atene, per amore
della mischia, t’allacci i tuoi calzari,
Ode, e ricalchi l’orme del valore.

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Dal ciglio dei ridotti e dei ripari
sporgi, Gloria più giovine, ed irraggi
gli oscuri eroi pel cor di Pietro Ari.

A corpo a corpo! Son tenuti i gaggi
della Corsina e quelli di Marsala.
Su la mischia feroce, su i selvaggi

urli, sul mucchio, sul baglior ch’esala
dall’animo scagliato a tutta possa,
subitamente par che passi l’ala

di quel mantello e la camicia rossa
rilampeggi e racceso per la duna
il riverbero sia di Gibilrossa.

Croce d’argento contro mezzaluna!
Undecimo, con l’ugne riafferri
pe’ capegli di dietro la fortuna.

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Chi balza con lo stuolo irto di ferri
di là dalle trincere e dai destini
verso la sua bellezza? E Pietro Verri.

“Avanti, marinai, garibaldini
del mare!„ Par che su lo scarno viso
l’ardente ombra del Sìrtori s’inclini.

Rotta la fronte che fu pura, ucciso
cade. Par che l’alfiere da Camogli
su le spalle si carichi l’ucciso.

“Avanti!„ Non è tempo di cordogli.
Il pericolo ondeggia. Il tradimento
è dietro i muri, è dietro i tronchi spogli

che la grandine schianta, è in tutto il vento
del Deserto e dell’Oasi. La sorte
balena. Alla riscossa! Ei non son cento,

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e la bandiera sventola. Ora, o Morte,
ei son cinquanta. E la bandiera sventola.
Dov’è Giacomo Medici? Ora, o Morte,

non son che dieci. E la bandiera sventola.



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Note

  1. [p. 207 modifica]La Porta di San Lorenzo, in vicinanza della Basilica e del Campo Verano, è nel luogo dell’antica Porta Tiburtina. L’arco di travertino fu costruito, come dichiarano le iscrizioni, da Augusto e restaurato da Tito e da Caracalla per sopportare gli acquedotti delle acque Giulia Tepula e Marcia.
  2. [p. 207 modifica]Il soldato Pietro Ari nacque in Cuglieri, in terra arborense, in quello stesso circondario di Oristano ove nel cratere [p. 208 modifica]del vulcano estinto sta Santu Lusiurgiu, l’ardua città posta “fra il Logudoro e l’Arborea, tra i sepolcreti giganteschi delle più antiche stirpi, tutta chiusa in una chiostra di basalto e aperta soltanto a ostro libeccio, al soffio dell’Africa,„ là dove Corrado Brando trovò Rudu, homine de abbastu, e l’ebbe compagno intrepido “per seguire la vocazione d’oltremare.„ Il vituperato eroe aveva “una parola romana da rendere italica: Temo te, Africa.„ Egli diceva, nel suo sogno di morituro : “Io potrei forse divenire un costruttore di città su terre di conquista, ritrovare quell’architettura coloniale che i Romani piantarono nell’Africa degli Scipioni. Guarda le Terme di Cherchell, il fòro di Thimgad, il pretorio di Lambesi. Intorno a un campo trincerato per contenere i nomadi, ecco sorgere di sùbito una città marziale, alzata dalle coorti dei veterani!„ Può essere che, per assistere alla sognata rinnovazione, domani egli risorga dal suo rogo meraviglioso. “Chi narrerà al mio figlio che, nella mia morte notturna, ho tenuto sul mio petto il mio Sole simile a una mola rovente? Via, cani, alla catena! La mia cenere è semenza.„