Morgante maggiore/Prefazione dell'annotatore

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Prefazione dell'annotatore

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Morgante maggiore Canto primo
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PREFAZIONE DELL’ ANNOTATORE.


Nel dar opera a questo mio lavoretto, qual che esso si sia, ebbi solo in animo di far cosa utile agli studiosi di nostra lingua, i quali senza dover del continuo rivolger le pagine dei Vocabolari, potessero a tutto loro agio trovar dichiarate le maniere e le finezze del toscano parlare, di che cotanto è ricco il Morgante; chè ad ogni piè sospinto ne vien fatto d’abbattersi a modi e a proverbi tutti di molta grazia e vaghezza ripieni, e propri della fiorentina favella, e però, massime a’ non Fiorentini, di non facile intelligenza. Ed in tale intendimento, intorno alla parte filologica precipuamente mi son travagliato, contentandomi del resto a dilucidar quelle cose risguardanti la erudizione, che meno alla comun portata dei leggitori reputava che fossero. Nè ho stimata opera vana il trattenermi eziandio sulle etimologie delle voci, imperocchè, sebbene ciò sia giudicato da molti inutil fatica di gretto e sterile ingegno, ei non si potrà tuttavolta negare che non sia per riuscir proficuo agli studiosi delle filologiche discipline il considerare le alterazioni che una medesima voce soffre passando d’una in un’altra lingua, dal che si viene a comprendere l’attinenza che le diverse lingue hanno fra loro. Ed oltre a ciò, è duopo considerare che queste secchezze delle etimologie non isdegnarono i nostri maggiori, anzi molto vi [p. ii modifica]faticaron d’intorno, siccome, fra gli altri, fecero gli autori delle note al Malmantile. E andando più addietro, Platone intessè di esse il lungo dialogo del Cratilo, e gli Stoici dalle origini dei nomi ordivano ogni loro disputa.

In siffatto modo ho io adoperato, perciocchè mi è parso il principal pregio di questo poema essere appunto quel della lingua. Che se il Pulci andò per poetico valore innanzi a coloro che in cotal maniera di componimenti lo avean preceduto, e che altro non avean fatto che informi racconti; e se vantaggiò anche in alcuna parte i contemporanei; non raggiunse per certo quei che vennero dopo lui: il Berni vo’ dire, e l’Ariosto. Perocchè, sebbene tutti attingessero l’argomento dei lor poemi alle sorgenti medesime, cioè ai vecchi romanzi spagnuoli e francesi, non però di meno il Pulci e per forza d’immaginativa e per le altre poetiche virtù d’assai lungo tratto ai due sopraddetti rimasesi addietro. E qui, tornando in acconcio di dover alcuna cosa dire intorno al Poema di lui, piacemi riportare il giudizio di quel profondo ingegno del Foscolo, togliendolo dal suo discorso Sui poemi narrativi e romanzeschi italiani.

« Le forme particolari della poesia romanzesca italiana si possono ridurre a quelle che seguono:

I. La narrazione è di natura complessa; storia si annoda a storia, ed il filo del soggetto principale è sempre interrotto da episodi, introdotti per tenere gli uditori in sospeso, e invitargli a riunirsi ne’ giorni vegnenti per ascoltare la fine. Così, sebbene Morgante sia l’eroe del Pulci, ed Orlando del Boiardo e dell’Ariosto, pure le loro avventure tengono la minor parte de’ poemi, le guerre di Carlomagno hanno il resto; ma sempre interrotte e variate dagli amori e dalle imprese dei cavalieri dell’una e dell altra parte.

II. La religione predomina nei poemi di questa fatta. Mentre il poeta ammassa le assurdità più solenni, s’appella [p. iii modifica] all’autorità dell’arcivescovo Turpino, e invoca l’aiuto dei santi e degli angeli. Non è un Canto nel poema del Pulci, che non cominci con una pia invocazione, tolta dall'Ufficio della Chiesa Cattolica. Ma l’Ariosto, quantunque professi sempre di ammettere la verità della cronaca di Turpino, nondimeno lasciò da parte quelle vane preghiere.

III. I vari modi che l’uomo usa narrando, tutti trovano luogo nella poesia romanzesca: così quelle riflessioni che gli vengono suggerite dalle cose già dette o che gli restano a dire, quell’altre con cui egli s’apre la strada quando ripiglia la narrazione interrotta, le difese de’ propri meriti contra i competitori, l’accomiatarsi di cerimonia lasciando l’udienza e invitandola ad ascoltare nel giorno appresso. E questo metodo specialmente di collegare le parti del poema tra loro è assai caro ai poeti romanzeschi, i quali sempre finiscono il Canto in un distico, di cui, se variano le parole, pur sempre unico è il senso:

     All’altro canto vi farò sentire,
     Se all’altro canto mi verrete a udire.
                         Orlando, Canto IX.

     Perch'esso più degli altri, io ’l serbo a dire
     Nell’altro canto, se ’l vorrete udire.
                         Ivi, Canto XLIII.

Di forme e di materia desunta da popolari racconti giovaronsi anco scrittori di alto ordine che riguardarono le narrazioni dei loro predecessori siccome pietre, le quali, sebbene già colorite e vagamente screziate per opera della natura, non acquistano la perfezione che dopo essere ripulite e lavorate con garbo. I poeti romanzeschi si valsero di certe tramandate invenzioni, in quella maniera che Dante delle leggende. Egli le tramutò in un poema che fu meraviglia di tutte le età e di tutte le genti: se non che Dante e il Petrarca furono poeti, che, quantunque da per tutto famosi, non vennero al certo da per tutto compresi. Si [p. iv modifica]affaccendarono i dotti nel comentare le loro composizioni; ma la nazione, non eccettuatene le condizioni più alte, sol li conobbe di nome. Sul principio del secolo decimoquinto alcuni oscuri scrittori tolsero a fare romanzi in prosa ed in rima prendendo a tema le guerre di Carlomagno e di Orlando, e taluni le avventure di Arturo e dei cavalieri della Tavola Rotonda; le quali opere piacquero tanto che vennero rapidamente moltiplicate: nondimeno quel genere di poeti poneva piccola cura circa lo stile ed il verso; cercava solo le avventure, gl'incantamenti, le azioni miracolose. Il che almeno in parte ci spiega si rapida decadenza della poesia italiana, e quella corruzione singolarissima della lingua che seguì appena morto il Petrarca, e discese di male in peggio fino all’età di Lorenzo de’ Medici.

Fu allora che il Pulci compose il Morgante per trattenere piacevolmente Madonna Lucrezia, madre che fu di Lorenzo; e lo andava recitando a banchetto col Ficino, col Poliziano, con Lorenzo medesimo e cogli altri gloriosi uomini che di que’ tempi fioríano Fiorenza. Ma egli fedelmente si attenne all’orditura originale dei contastorie volgari, e se chi venne dopo rabbellì quei racconti per modo che appena possono essere riconosciuti, egli è certo che in verun altro poema si trovano così genuini e incorrotti come per entro il Morgante. Perocchè il Pulci, sebbene per ischerzo, acconciavasi al gusto dei tempi; ma poichè il gusto classico e la sana critica già prendevano piede, ed erano grandi gli sforzi dei dotti per sceverare la verità della storia dal caos della favola e delle tradizioni, il Pulci medesimo, sebbene introduca le fole più stravaganti, pur finge di deplorare gli errori di quelli che lo precedono.

E del mio Carlo imperador m’increbbo.

È stata questa istoria, a quel ch’i’ veggio,
Di Carlo malo intesa, e scritta paggio.
                              Morgante, Canto I, St. 4

[p. v modifica]E mentre cita con riverenza il grande istorico Leonardo Aretino, si professa di prestar fede al santo arcivescovo Turpino, uno anche fra gli eroi del poema. In altro luogo dov’egli imita le apologie che i contastorie sogliono fare a sè stessi, esce in una destra allusione al criterio degli uditori:

E so che andar diritta mi bisogna
Ch’io non ci mescolassi una bugia,
Chè questa non è istoria da menzogna;
Chè come io esco un passo della via,
Chi gracchia, chi riprende, e chi rampogna,
Ognun poi mi riesce la pazzia;
Tanto ch’eletto ho solitaria vita,
Chè la turba di questi è infinita.

La mia accademia un tempo, o mia ginnasia,
È stata volentier ne’ miei boschetti,
E puossi ben veder l’Affrica e l’Asia:
Vengon lo ninfe con lor canestretti,
E portanmi o narciso o colocasia,
E così fuggo mille urban dispetti;
Sicch’io non torno a’ vostri ariopaghi,
Gente pur sempre di mal dicer vaghi.
                              Morgante, Canto XXV, St. 116-17

La versificazione del Pulci ha una notabile fluidità, e le ottave qui sopra citate mostrano saggio dello stile di lui. Nondimeno difetta di melodia. Pura è la lingua, l’espressione scorre naturalmente; ma tra le frasi non è nè séguito nè legamento, e la grammatica spesso non è rispettata. La sua forza traligna in asprezza, e amore di brevità uccide l’immaginazione poetica sullo spiegarsi. Egli mostra i caratteri tutti di un genio rozzo, e quantunque atto agli scherzi fini e delicati, pure generalmente il suo riso riesce amaro e severo. Chè quella sua bizzarria non manifestasi già per detti arguti e faceti, ma sì per mezzo di situazioni inaspettate poste a singolare contrasto tra loro. Carlomagno condanna re Marsilio di Spagna ad essere appiccato per [p. vi modifica]crimenlese, e l’arcivescovo Turpino offre cortesemente l’opera sua per tale esecuzione:

E disse: Io vo’, Marsilio, che tu muoia,
Dove tu ordinasti il tradimento;
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Disse Turpino: Io voglio esser il boia.
Carlo rispose: Ed io son ben contento
Che sia trattato di questi due cani
L’opere sante colle sante mani.
                    Morgante, Canto XXVII, st. 268

Qui noi abbiamo un Imperatore che soprantende al supplizio di un Re, il quale viene appiccato in presenza di una gran folla tutta edificata dallo spettacolo di un Arcivescovo che compie l’ufficio di giustiziere. Innanzi che ciò abbia luogo, Caradoro spedisce un ambasciadore a Carlomagno, per lamentarsi della infame condotta di un paladino ribaldo, che aveva sedotto la principessa sua figlia. L’oratore certo non si presenta colle maniere della moderna cortesia diplomatica:

Macon t’abbatta come traditore,
E disleale e ’ngiusto imperadore.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
A Caradoro è stato scritto, o Carlo,
O Carlo, o Carlo (e crollava la testa),
Della tua corte, che non puoi negarlo,
Della sua figlia cosa disonesta;
                              Morgante, Canto X, st. 131-33

Tali scene potranno parere un po’ strane; ma l’ambasciata di Caradoro, e l’esecuzione di re Marsilio sono fedelmente narrate qual si potrebbe dal popolo, e in quella maniera che noi le esporremmo se imitare volessimo i contastorie. Che se il Pulci fa mostra di tanto in tanto di grazia e di garbo, que’ più ameni suoi passi derivano dal carattere particolare dei Fiorentini, e dagli studi risorti. E parimente possiamo attribuire al carattere fiorentino, ed alla influenza [p. vii modifica]delle brigate fra le quali il Pulci giornalmente trovavasi, quella scurrilità che al parere dei forestieri fa torto troppo frequente al poema. Il Ginguené ha fatto una critica alla francese del Pulci. Egli quindi traspone usanze moderne ne’ tempi antichi, e tiene per cosa certissima che gl’individui di ogni altra nazione pensino e facciano come i Francesi contemporanei. Movendo da tali principii, conchiude che quel poeta, serbando pure il rispetto al suo tema ed al modo di svolgerlo, aveva intenzione di scrivere versi meramente burleschi: poichè, come afferma, egli non avrebbe macchiato di tali scurrilità una composizione da recitarsi a Lorenzo de’ Medici e a’ dotti suoi ospiti, se avesse inteso di fare da senno. Nel felice ritratto che il Machiavello fa di Lorenzo sul fine delle sue Storie, di ciò si lagna ch’e’ ritraesse diletto dalla compagnia “d’uomini faceti e mordaci, e da giuochi puerili, più che a tanto uomo non pareva si convenisse.” È da notare che il Varchi, storico contemporaneo, lamentasi dello stesso che il Machiavello. E molti aneddoti invero abbastanza conosciuti della vita del Machiavello, non meno che alcuni suoi versi, chiariscono che ministro in azione serbava la gravità, ma che pure a suo tempo, messa da un lato la dignità, sapeva ridere anch’esso siccome gli altri mortali. Nè in questo faceva male, crediamo. Certo, qualunque opinione si possa averne, saremo sempre forzati a conchiudere che i grandi uomini si crederanno in dovere di biasimare i costumi de’ loro tempi, senza schivarne però l’influenza. Per altro nel poema del Pulci egli è serio così l’argomento, come il modo di colorirlo. E qui ripetiamo un’osservazione generale, pregando il lettore che l’applichi a tutti i poemi cavallereschi italiani; ed è questa: — Che la loro comica bizzarria nasce dal contrasto tra lo sforzo che fanno gli scrittori continuamente di non mai dipartirsi dagli argomenti e dalle forme puranco dei popolari raccontatori, e tra il provarsi nel tempo stesso [p. viii modifica]lo ingegno loro di comunicare alla materia interesse e sublimità.

Questa semplice spiegazione dell’indole poetica del Morgante fu spesso tema dei critici: e però disputarono con calore ne’ due ultimi secoli se fosse scritto in burlesco o da senno, e se il Pulci non fosse un incredulo che avesse poetato all’intento di farsi beffe di ogni credenza. Il sig. Merivale inclina, nel suo Orlando in Roncisvalle, a credere col Ginguené che il Morgante debba essere riguardato fuor d’ogni dubbio come un poema burlesco, e come una satira della religione cristiana. Nondimeno il sig. Merivale stesso vi riconosce per entro un effetto tragico, ed anzi un sentimento religioso che lo riveste d’una tal qual dignità, ond’egli è sforzato di abbandonare la questione tra gli altri fenomeni non ancora spiegati, e inesplicabili forse, dell’umano intelletto. E poichè una simile disputa non è stata ancora risoluta quanto all’Ariosto ed a Shakspeare, sarà argomento di questione perpetuo, se il primo abbia inteso di indurci a ridere degli stessi suoi cavalieri, e di scriver tragedie il secondo. Ed è vera fortuna che, quanto a questi due grandi poeti, la guerra sia stata finita dall’intervento ben arrivato del corpo generale dei leggitori che in tale materia giudica con erudizione minore, e insieme anche con minore pregiudizio, dei critici. Ma il Pulci vien letto poco, e poco è noto il suo secolo. Il sig. Merivale asserisce che punti di astrusa teologia si discutono nel Morgante con tale una scettica libertà che noi possiamo ben credere aliena dal secolo decimoquinto. Così egli segue le orme del Ginguené, che dal suo canto segue le orme del filosofo di Ferney; il quale suonava per tutti i quartieri a raccolta contra la fede cristiana, e a questo fine adunò tutti i luoghi scritturali del Pulci facendovi sopra comenti in suo stile. Ma è solo dal Concilio di Trento, scendendo a noi, che ove un qualche dubbio si levi in materia di religione, [p. ix modifica]l’autore incontri la taccia di empio; poichè nel secolo decimoquinto un Cattolico poteva essere sinceramente divoto, e nondimeno permettersi un certo grado di latitudine ne’ teologici dubbi. E i Fiorentini potevano allora credere nell’Evangelio e ridersi di un dottore di teologia: perchè fu di que’ tempi precisamente che si trovarono spettatori di quelle memorabili controversie tra i rappresentanti della Chiesa Occidentale e della Orientale. Vescovi greci e latini da ogni angolo della Cristianità si erano ragunati in Firenze per farvi prova d’intendersi, se fosse stato possibile, gli uni cogli altri; ma si partirono odiandosi peggio di prima. Mentre il Pulci scriveva il Morgante, il clero di Firenze protestava contra le scomuniche pronunciate da Sisto IV, con termini che alla sua volta scomunicavano il papa. Un arcivescovo, convinto d’essere un faccendone papale, veniva appiccato ad una delle finestre del palazzo di governo in Firenze: questo caso potrebbe aver suggerito l’idea di cambiare un altro arcivescovo, nel poema, in carnefice.

I poeti romanzeschi pongono le osservazioni letterarie e scientifiche in luogo delle intramesse triviali de’ contastorie. Questo fu grande miglioramento, e quantunque non bene adoperato dal Pulci, pure ci vien presentando più d’una curiosa incidenza. Citando il filosofo suo amico e contemporaneo Matteo Palmieri, egli spiega l’istinto dei bruti con una ipotesi ardita, supponendo, cioè, che siano essi animati da mali spiriti. Questa idea non offese i teologi del secolo decimoquinto, ma risvegliò molto sdegno ortodosso, quando un frate francese, il Padre Bougeant, l’annunciò come una teorica sua. Il sig. Merivale, dopo avere osservato che il Pulci morì non ancora scoperta l’America da Colombo, cita un luogo che dee divenire un documento prezioso per la storia della filosofia:

     Sappi che questa opinione è vana,
Perchè più oltre navicar si puote,

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Però che l’acqua in ogni parte è piana,
Benchè la terra abbi forma di ruote,
Era più grossa allor la gente umana,
Tal che potrebbe arrossirne le gote
Ercole ancor d’aver posti que’ segni,
Perchè più oltre passeranno i legni.

     E puossi andar giù nell’altro emisperio,
Però che al centro ogni cosa reprime:
Sì che la terra per divin misterio
Sospesa sta fra le stelle sublime,
E laggiù son città, castella e imperio;
Ma noi conobbon quelle gente prime.
                         Morgante, Canto XXV, st. 229-30.

Più consideriamo i vestigi della scienza antica che rompe in subiti lampi tra le tenebre dei tempi di mezzo, i quali per altro riaccesero a grado a grado la luce nell’orizzonte, più siamo disposti ad accettare l’ipotesi da Bailly sostenuta con seducente eloquenza. Voleva egli che tutte le cognizioni de’ Greci e de’ Romani fossero state loro partecipate come avanzo di un naufragio e come rottami della sapienza già posseduta dalle antichissime delle nazioni, istruite dai savi e filosofi, poi cancellate dalla superficie della terra per qualche sommergimento. Teorica che parrà stravagante: ma certo, se le opere della letteratura romana non sussistessero, parrebbe cosa incredibile che dopo il corso di pochi secoli la civiltà del tempo d’Augusto dovesse essere seguita in Italia da tale e tanta barbarie. Gl’Italiani divennero per modo ignoranti, che obbliarono fino i cognomi di loro famiglie, e innanzi il secolo undecimo il nome di battesimo era il solo che distinguesse l’uno dall’altro. Avevasi nondimeno un’idea, sebbene confusa, dell’esistenza degli antipodi, ed era reminiscenza dell’antica dottrina. Dante ha indicato il numero e la posizione delle stelle formanti la costellazione polare dell’emispero australe, e ne dice che quando Lucifero rovinò dalle celesti regioni ebbe forata la terra cadendo giù; metà del suo corpo rimase dal lato del [p. xi modifica]centro che a noi riguarda, metà dall’altro. L’urto dato alla terra, dal suo cadere, trasse gran parte d’oceano all’emispero meridionale, e solo un’alta montagna restò scoperta, sopra la quale colloca Dante il suo Purgatorio. E siccome questa caduta avvenne innanzi la creazione di Adamo, è chiaro abbastanza perchè non abbia egli scritto che l’emispero meridionale fosse abitato; ma trenta anni dipoi, il Petrarca, che fu più pratico degli antichi scrittori, avventurò la supposizione che il sole splendesse sopra mortali a noi sconosciuti:

Nella stagion che ’l ciel rapido inchina
Verso occidente, e che ’l di nostro vola
A gente che di là forse l’aspetta.
                    Rime, Parte 1a, Canz. IX

Un altro passo fu fatto nel corso di mezzo secolo dopo il Petrarca. L’esistenza degli antipodi fu pienamente provata. Il Pulci mette in campo un diavolo (Astarotte) per annunziare quel fatto; ma egli lo seppe dal suo concittadino Paolo Toscanelli, astronomo e matematico illustre, che scrisse già vecchio a Cristoforo Colombo, esortandolo ad intraprendere la spedizione.

Dante ha trasportato alcuni luoghi della Volgata nella Commedia, e il Petrarca, il più religioso dei poeti, cita la Sacra Scrittura pur mentre amoreggia. Nò però furono accusati giammai d’empietà. Nè il Pulci incorse pericolo di scomunica postuma, se non dopo la Riforma. La notizia che il Pulci fosse in odore di eresia ebbe al certo influenza sopra i giudizi di Milton, che parla del Morgante siccome di un “romanzo per passatempo.” Egli desiderava fervidamente di dimostrare che gli scrittori cattolici istessi avevano messo in deriso i teologi papali, e che la Scrittura era stata soggetta al giudizio privato, non ostante che i papi ne proibissero la lettura. La quale ardente sua brama non [p. xii modifica]gli permise di soffermarsi ad esaminare se questa proibizione non potesse essere forse posteriore alla morte del Pulci. Aveva studiato il Morgante, e se n’era anche giovato. La scienza ch’ egli attribuisce ai demonii, il loro pentirsi fuor di speranza, gli alti sentimenti ch’ egli pone in alcuni di loro, e segnatamente il principio che, non ostante il delitto e la pena, ritengono tuttavia la grandezza e la perfezione dell’angelica loro natura, si trovano nell’uno e nell’altro poema. L’Ariosto ed il Tasso imitarono diversi altri luoghi. Ma quando i grandi poeti tolgono a prestito da ingegni inferiori, essi migliorano di tanto le cose tolte, che è pur difficile di scoprire i lor furti, e più ancora di poterneli biasimare.

Il poema è zeppo di re, di cavalieri, di giganti e di diavoli. Vi ha molte battaglie e molti duelli. Guerre derivano da altre guerre, e gl'imperii vengono di colpo conquistati in un giorno. Il Pulci ne fa trattamento copioso di magie e d’incantamenti. Le avventure amorose non hanno particolare interesse, e fatta eccezione di quattro o cinque persone principali, i suoi caratteri non sono d’alcun momento; la favola appoggiasi interamente all’odio che Ganellone, perfido cavalier di Maganza, porta ad Orlando e agli altri paladini cristiani. Carlomagno si lascia facilmente aggirare da Ganellone, suo agente e suo intrinseco, che bistratta Orlando e gli amici suoi nella guisa la più ribalda, e li sommette a duri servigi nelle guerre contra la Francia. Ganellone è mandato in Ispagna per trattare con re Marsilio a fine di ottenere per Orlando la cessione di un regno; ma in quella vece egli macchina un tradimento cogli Spagnuoli, e Orlando è ucciso nella battaglia di Roncisvalle. Le mene di Ganellone, l’invidia, l’ostinazione, la dissimulazione, la finta umiltà, l’attitudine sua a sempre nuove fallacie, ciò tutto è dipinto mirabilmente; e il carattere di Ganellone è il principale e più accurato lavoro di tutto il [p. xiii modifica]poema. Carlomagno è un degno monarca, ma troppo aperto agl’inganni. Orlando è un eroe, casto e generoso, che combatte da forte per la propagazione dell’Evangelio. Egli battezza Morgante, che poi lo serve da fido scudiero. Avvi un altro gigante il cui nome è Margutte. Morgante s’incontra con lui, e da quell’ora diventano fratelli giurati. Margutte è un gigante infedele, pronto a confessare i suoi falli, e fecondo di scherzi: si ride di tutti e di tutto; di dotti, di giganti, d’eroi, di diavoli, e chiude la vita scoppiando dal riso.»

Esposti i concetti del Foscolo intorno a questo poema, poche cose diremo della vita del Pulci. Nacquesi egli in Firenze da Iacopo di Francesco l’anno 1432, a’ dì 15 d’agosto. Due anni innanzi era nato Matteo Boiardo, conte di Scandiano, il quale pur gli sopravvisse intorno a dieci anni, essendo morto il Pulci nel 1494, quasi subito dopo compiuto il Morgante. Ignote ci sono le circostanze della sua morte, del pari che il luogo del suo sepolcro. Tolse per moglie la Lucrezia d’Alberto degli Albizzi, della quale generò due figliuoli, Roberto, e Iacopo. E s’ebbe altresì due fratelli, i quali pure furon, per quei tempi, poeti non dispregevoli: anzi di Luca, uno di essi, che compose il Ciriffo Calvaneo, fu chi giudicò doversi a Luigi anteporre. E tra questi fu il Varchi, che nell’ Ercolano preferì il Ciriffo al Morgante, come quello che, oltre alla purità della favella, era eziandio nei concetti più considerato e meno ardito. Ed oltre a questo meritò anche Luca di esser chiamato dal Giovio, nell’elogio del Poliziano, poeta nobile. Bernardo, l’altro fratello, fu dei primi a scrivere in italiano poesie pastorali, delle quali varie compose egli stesso, e quelle di Virgilio tradusse. Fu autore anche di certe Rappresentazioni teatrali allora in gran voga, e che accennavano al nascimento del dramma italiano. Nel qual genere di poesia ebbe non piccola rinomanza anche Antonia moglie di lui. Era insomma di quei tempi la casa dei Pulci [p. xiv modifica]la vera sede delle Muse, perciocchè, senza dire d’Antonia, ben tre fratelli s’ebbero ad un tempo lode di abili verseggiatori; onde a ragione il Verino disse di loro:

Carminibus patriis notissima Pulcia proles.
Qui non hanc urbem Musarum dicat amicam,
Si tres producat fratres domus una poetas?

Ma tornando a Luigi, il qual fu pure il più chiaro germe che uscisse di quella stirpe, s’acquistò chiarissima fama appresso i posteri, per avere il primo dato forma al Poema Romanzesco italiano, e con leggiadria raccontate le favolose istorie cavate dal romanzo o cronaca, come chiamar si voglia, attribuita a Turpino, o Tilpino, arcivescovo di Reims, e guerriero ad un tempo e paladino alla corte di Carlomagno. E comecchè gli altri, che dopo lui cantarono le cose medesime, di gran lunga se lo lasciassero addietro; pur tuttavolta rimarrà a lui la gloria d’aver loro aperta la strada. Fu però chi sostenne non esser questa opera del Pulci, ma sì d’Angelo Poliziano; ed oltre a molti altri Teofilo Folengio, più noto sotto il nome di Merlin Coccaio, sostiene a tutt’uomo tale opinione. Ma da ciò che il Pulci dice a lode del Poliziano nella stanza 146 e nelle seguenti dell’ultimo canto, e’ non pare potersene inferire che esso Agnolo fosse l’autore del poema, e che al Pulci ne facesse cortese dono, come asserisce Ortensio Lando; ma sì bene da esse stanze si cava come il Pulci avesse Agnolo in grandissima stima, e come desiderasse imitarne il leggiadrissimo poetare; onde disse alla stanza 147:

Io seguirò la sua famosa lira
Tanto dolce soave armonizzante
Che come calamita a sè mi tira.

Senzachè chiunque abbia lette le opere del Poliziano potrà agevolmente scorgere da sè medesimo quanta differenza sia tra quel suo piacevolissimo stile e questo del Pulci. Nè è più vero che Marsilio Ficino ponesse mano al poema aiutandone [p. xv modifica]l’Autore, come prende a sostenere Torquato Tasso, affermando che il Ficino ebbe parte in quello solo dove per forza d’incanto Malagigi costringe un demonio a portar Rinaldo e Ricciardetto in tre giorni dall’Egitto in Roncisvalle. Ma per asserir ciò non vi è altro argomento se non quello solo che Astarotte parla molto di cose teologiche. Ma perchè non poteva il Pulci stesso essere in quelle versato? molto più che esse erano in quei tempi più che al presente diffuse anche fra i laici? Insomma, oggimai non è più da dubitare che il Morgante non sia parto del bizzarro ingegno del Pulci, il quale compose, oltre a questo, un altro Poema intitolato il Driadeo, che pur taluno volle attribuire a Luca fratello suo. Delle altre opere di lui ci rimangono una raccolta di Odi, Canzoni e Sonetti alquanto licenziosi, il Credo, le Rime, la Frottola, la Confessione, un Capitolo sopra il Popule meus, i Sonetti alla Croce e a Gesù Cristo, e una Novella a Madonna Ippolita, figliuola del duca di Calavria. Questo solo sappiamo della vita e delle cose del nostro Luigi. Or non ne rimane che volgere una novella esortazione agli studiosi della lingua nostra, affinchè da questa ricca miniera vogliano cavar largo tesoro di belli ed eletti modi del toscano parlare. E poichè il senso morale di un componimento non debbe mai venir trascurato, apprendano i leggitori, come nel Gigante che alle parole di Orlando si converte, e si rende cristiano, e si fa suo scudiere, intese per avventura il Poeta di simboleggiare (e questo pure è concetto del Foscolo) la forza brutale che cede al potere della religione.



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