Odissea (Romagnoli)/Canto XIII

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Omero - Odissea (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Canto XIII
Canto XII Canto XIV
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Cosí narrava. E tutti rimasero allora in silenzio,
presi da dolce incanto, per entro l’ombria della sala.
E a lui si volse Alcinoo, con queste veloci parole:
«Ulisse, poi che tu sei giunto alla bronzea soglia
della mia casa, non credo che tu debba errare piú a lungo
per ritornare alla patria, se pure hai già molto sofferto.
Ed a ciascuno di voi propongo e fo invito, o signori,
che nella casa mia solete il purpureo vino
bevere annoso, e udire le dolci canzoni del vate:
l’ospite nel forziere lucente già vesti possiede,
l’oro foggiato in vari lavori possiede, e i regali
tutti che gli hanno qui recati i signori Feaci;
ma via, ciascuno adesso doniamogli un tripode grande,
ed un lebete: ché poi, chiamate a raccolta le turbe,
ci rivarremo: che è duro largir senza avere compenso».
Cosídiceva Alcinoo; né spiacquero agli altri i suoi detti;
e, per dormire, così, tornarono ognuno alla casa.
Poi, come Aurora appari mattiniera, che dita ha di rose,
mossero verso la nave, portando i magnifici bronzi.

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E qui, sul legno ascesa la {orza d’Alcinoo divina,
li collocò sotto i banchi, perché non recassero impaccio
a niuno dei nocchieri, quando essi sedessero ai remi.
Mossero- gli altri alla casa del sire, e apprestaron le mense;
ed un giovenco immolò pei essi al figliuolo di Crono
che addensa i negri nembi, la forza d’Alcinoo divina.
Bruciate poi le cosce, divisero il lauto banchetto,
tutti gioiosi. E fra loro canto Dtmòdoco, il vate
caro ai Celesti, e segno d’amore alle genti. Ma Ulisse
al sole sfolgorante volgeva sovente lo sguardo,
e n’affrettava il tramonto: ché troppo bramava il ritorno.
Come la cena brama bifolco che per la maggese
spinge da mane a sera l’aratro ed i fulvidi bovi:
grande piacere il sole gli fa che s’immerge; ed al pasto
s’affretta; e, mentre muove, gli mancano sotto i ginocchi:
cosi giunse ad Ulisse gradito il tramonto del sole.
Ed ai Feaci, amici dei remi, parlò senza indugio;
e specialmente ad Alcinoo si volse con queste parole:
«Ottimo sire, Alcinoo, preclaro fra tutte le genti,
libate or, congedatemi incolume, e siate felici,
perché quanto il mio cuore bramava, già tutto è disposto,
la scorta, e i cari doni. Deh!, facciano i Numi del cielo
ch’io profittare nc. possa I Trovare io, deh!, possa al ritorno
immacolata la sposa, trovar possa illesi gli amici.
E voi che qui restate, rendete felici le spose
vostre legittime, e i figli. E possano i Numi accordarvi
ogni delizia, e lungi dal popol tenere ogni danno».
Cosí diceva; e tutti plaudirono, e chieser congedo
per lo straniero che aveva Cosí nobilmente parlato.
E Cosí disse allora d’Alcinoo la forza all’araldo:

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«Tempra il cratère, e mesci, Ponlònoo, viti generoso
a (ulti nella sala, che a Giove padre si libi,
e lo straniero poi si mandi alla terra sua patria».’
Cosí disse. E Pontónoo, mesciuto il dolcissimo vino,
lo compartiva in giro, facendosi presso a ciascun».
Dunque, libarono i prenci ai Numi che reggono il cielo,
senza levarsi dai seggi. Ma, in piè surto, Uiisse divino,
alla regina Arete porgendo una gemina coppa,
a lei si volse, il volo diresse di queste parole:
«Sempre felice sii tu, regina, sinché la vecchiaia
su te giunga e la morte, che sono retaggio ai mortali.
Adesso io vado lungi, tu godi fra queste tue mura
dei figli tuoi, d’Alcinoo, sovrano del popolo tuo».
E, cosí detto, Ulisse divino varcò quella soglia;
eJ un araldo con lui spediva Alcinoo possente,
che lo guidasse alla riva del mare e a la rapida nave.
Arete poi mandò, che seco movesser, tre ancelle.
Recava una di queste la tunica e un nitido manto;
aveva dato il saldo ben chiuso forziere ad un’altra;
ed una terza pane recava e purpureo vino.
Giunti che furono al lido del mare e a la rapida nave,
i navichieri tutto deposer nei concavi fianchi;
poi per Ulisse una coltre deposero e un panno di lino
a poppa, sovra i banchi del concavo legno, ché quivi
tranquillamente dormisse. La nave egli ascese, e in silenzio
si coricò. Sedevano quelli, ciascuno al suo remo,
in fila: indi dal sasso forato la gómena sciolta,
reclini, con le pale dei remi sconvolsero Tonde.
E mite sonno scese sovresse le palpebre a Ulisse,
dolcissimo, profondo, che sonno pareva di morte.

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E come quattro maschi puledri trascorrono il piano,
che della sferza ai colpi si mossero tutti ad un punto,
ed a gran balzi, dal suolo si spiccano, e compion la via:
cosi si sollevava la poppa del legno; e di dietro
rigorgogliava il flutto purpureo del mare sonoro.
Sicuramente la nave correa senza indugio; né aggiunta
l’avrebbe uno sparviero, eh" è pur degli uccelli il piú ratto:
con tale impeto i gorghi/fendeva del pelago il legno,
l’uomo recando che senno nutria pari a quello dei Numi,
che avea sino a quel punto sofferto per tanti travagli,
sperimentando le guerre degli uomini e i flutti del mare;
ed or d’ogni suo cruccio giaceva cblioso e tranquillo.
Quando nel cielo surse bianchissimo l’astro che annuncia
la luce, appena brilla, d’Aurora che presto si leva,
giunse all’isola allora la nave dal corso veloce.
C’è nell’isola d’Itaca un porto che al veglio del mare
Fórcino è sacro. All’ingresso si sporgono due promontori
scoscesi, che dal porto strapiomban sul pelago, e fuori
tengono gli alti marosi gonfiati dal soffio dei venti
impetuosi. Ivi dentro le navi dai solidi fianchi
pur senza gómena restan, quand’ hanno gettato l’ormeggio.
Leva un ulivo, al fondo del porto, le foglie sottili;
e accanto ad esso un antro gradevole sacro ed azzurro
come l’aria: vi stanno le Ninfe che Nàiadi han nome.
Quivi cratèri sono, con anfore grosse di pietra:
quivi le pecchie fanno lor bugni e preparono il miele:
quivi telai di pietra grandissimi, dove le Ninfe
tessono manti azzurri purpurei, stupore a vederli.
Acque perennemente vi scorrono; e s’apron due porte,
questa rivolta a Bora, per dove è l’accesso ai mortali:

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e piú divina quella che a Noto si volge; ne quivi
possono gli uomini entrare: che quivi e l’accesso dei Numi.
Quivi i Feaci, del luogo già sperti, approdarono; e.il legno
sopra la terra balzò, per metà di quanto era lungo,
impetuoso: tal forza di mani incombeva sui rem-,
E fuor dal ben commesso navile balzati alla spiaggia,
prima di tutto, Ulisse levaron dal concavo legno,
lui con le sue coperte fulgenti, col drappo di lino,
e lo deposero sopra la sabbia, che ancora dormiva;
e le ricchezze presso gli poser, che i prenci Feaci
date, mercé d’Arete. gli avevan quand’egli partiva;
e presso il piè dell’ulivo le posero tutte in un mucchio,
fuor della via battuta: ché a caso, qualcuno, passando
pria del risveglio d’Ulisse, non dovesse farne man bassa.
E poi, presero anch’essi la via del ritorno. E Nettuno
non obliò le minacce che aveva già prima rivolte
a Ulisse, eroe divino. Ma chiese il consiglio di Giove:
«Giove padre, mai piú fra i Numi immortali rispetto
goder potrò, se onore mi negano sino i mortali,
sino i Feaci, che pure discesero dalla mia stirpe.
Credevo io ben che Ulisse dovesse ancor molto patire
per ritornare alla patria: contendergli in tutto il ritorno
non potei, no: ché tu glie l’avevi già prima prome^o.
Or quelli in una nave, nel pelago, immerso nel sonno,
P han trasportato ad Itaca, gli han dato innumeri doni,
opere d’oro in gran copia, di bronzo, con vesti intessute,
quante non mai da Troia ne avrebbe Ulisse recate
se con la parte sua di preda egli illeso tornava».
E gli rispose Giove che i nembi nel cielo raduna:
«Ahimè, che cosa dici, Signore che scuoti la terra?

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Esser non può che onore ti neghino i Superi: è cosa
ardua troppo, spregiare dei Numi il piú antico e il migliore:
se poi nelle Sue forze fidandosi troppo, alcun uomo
ti niega onore, tu potrai sempre averne vendetta.
Fa’ pur ciò che tu brami, che grato riesce al tuo cuore».
E a lui Cosí rispose il Nume che scuote la terra:
«lo farei certo. Signore dei nuvoli, come tu dici;
ma temo sempre, e modo procaccio ch’io sfugga al tuo sdegno.
Ora ai nocchieri Feaci vorrei la bellissima nave,
mentre alla patria torna, spezzar nel ceruleo ponto,
perché smettano infine, né offran piú scorte alle genti:
vorrei coprir la loro città con un monte gigante».
E gli rispose Giove che i nugoli in cielo raduna:
«O caro, questo a me, parrebbe il migliore partito:
quando dalla città già tutte le genti vedranno
la nave che s’avanza, mutarla di súbito in pietra,
con la sua forma di nave, sicché meraviglino tutti;
e poi coprir la loro città con un monte gigante».
E come l’ebbe udito, il Nume che scuote la terra
súbito mosse alla Scheria, dove hanno dimora i Feaci.
Quivi attese. E la nave già presso alla spiaggia giungeva,
rapida i flutti solcando. Ma I’Enosigèo le fu sopra,
e in pietra la mutò, fe’ch’essa mettesse radici,
con la man prona al fondo gravandola. E quindi, scomparve.
E gl’incliti nocchieri Feaci, maestri di remi,
parlaron l’uno all’altro, volgendosi alate parole;
ed a tal vista, Cosí diceva ciascuno al vicino:
«Ahimè!, chi mai la nave, mentre essa giungeva a la spiaggia,
ha radicata nel mare? Già tutta visibile ella era!».
Cosí diceano: e niuno sapeva com’era avvernilo.

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E allora, ad essi Alcinoo si volse con queste parole:
«Miseri noi, che adesso si avvera un antico presagio
del padre mio: che il Dio del mar si sarebbe sdegnato
perché tutti avanziamo, se alcuno scortiamo per mare,
E dir solea che un giorno, tra i ceruli gorghi del ponto
un legno dei Feaci bellissimo avrebbe spezzato,
e ricoperta avrebbe la nostra città d’un gran monte.
Cosí diceva il veglio, come ora s’è tutto avverato.
Ora, su via, tutti quanti facciamo come io vi consiglio:
scorta a nessun dei mortali non s’offra, che capiti a caso
nella città dei Feaci; poi, sedici tori trascelti,
s’offrano al Dio del mare, se, mosso a pietà, piú non cerchi
sopra la nostra città gravare l’altissimo monte».
Disse cosi: temerono quelli, e condussero i tori.
Cosí dunque al signore Posidone alzavano preci,
stando all’altare intorno, del popol Feaci i signori,
guida alle genti. — E Ulisse divino dal sonno si scosse,
che nella terra materna dormiva. Né questa conobbe;
ché n’era lungi da tanto, e intorno recinto di nebbia
Pallade Atena l’aveva, la diva figliuola di Giove,
si che invisibile fosse, che tutto essa dirgli potesse,
perché né la sua sposa, né i suoi cittadini e gli amici
lo conoscesser, pria ch’egli traesse vendetta dei Proci.
Perciò tutte le cose mostrarono aspetto diverso
agli occhi dell’eroe: le lunghe strade, le rade
schiuse all’approdo, le rupi precipiti, gli alberi folti.
Balzò sui piedi, gli occhi rivolse alla terra materna,
ed un lamento quindi levò, si batté sopra Tanche
ambe le palme prone, cosi, lamentandosi, disse:
«Misero me, di che genti son giunto ancora alla terra?

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Nomadi violenti saranno, ed ignari di leggi,
o senso hanno ospitale, mente hanno devota ai Celesti?
Dove mai porterò tutte queste ricchezze? Ed io stesso
dove mi volgerò? Tra i Feaci le avessi lasciate,
ché poi giunto a qualche altro dei prenci potenti sarei,
che ospizio e scorta dato m’avrebbe, si ch’io ritornassi.
Ora, non so dove io le collochi, e qui non le voglio
lasciar, ché divenire non debbano preda degli altri.
Povero me! Non tutti forniti di senno, né giusti
erano dunque i signori che reggon le genti Feacie!
Essi in un’altra terra mi fecero addurre: promessa
fecer che in Itaca avrei sbarcato; e fu vana promessa.
Giove li possa punire, che i supplici cura, che guarda
gli uomini tutti dal cielo, che assegna castigo a chi pecca.
Ma via, le mie ricchezze vo’adesso contare, e vedere
se me ne avessero tolte, fuggendo sul concavo legno».
Disse; ed il novero fece dei tripodi tutti e i lebeti;
e quindi l’oro, e quindi le fulgide vesti tessute.
Né gli mancava nulla. E allor, sospirando la patria,
egli si trascinò su la spiaggia del mare sonante,
versando amaro pianto. E Atena gli venne dappresso,
che avea d’un giovinetto di greggi custode parvenza,
tenero tenero, quali dei principi sono i figliuoli;
ed un mantello aveva sugli omeri, duplice e ricco,
e sotto i morbidi piedi calzari, e zagaglie nel pugno.
E Ulisse s’allegrò, vedendola, e incontro le mosse,
e a lei rivolse il volo di queste veloci parole:
«O caro, poi che in questa contrada te primo io ritrovo,
salute a te: né idea ti colga di offesa recarmi,
anzi salvezza a questi miei beni procaccia, e a te stesso.

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CANTO XIII 11
Come un iddio t’invoco, ri stringo, piegando i ginocchi;
e tu la verità di questo rispondi, ch’io sappia:
che terra è questa? che gente? quali uomini quivi haiT dimora?
Una dell’isole è questa che sorgon dal mare, o una spiaggia
che si protende tra 1 flutti del mar dalla fertile tèrra?»
E gli rispose Cosí la Diva dagli occhi azzurrini:
«Stolido sembri, oppure sei giunto da lungi, straniero,
se tu di quesla terra notizie mi chiedi: ché oscuro
punto il suo nome non e. bensí lo conoscono molti
quanti abitan le terre rivolte all’aurora ed al sole,
e quanti, a tergo, quelle rivolte all’ombroso occidente.
Aspra ella è ben di sassi, non tale da corrervi carri:
misera troppo no, ma neppure troppo ampia si stende.
Biade vi crescono, quante difficile è dirtelo, e vino;
piogge la rendono sempre feconda, e copiosa rugiada.
Buona nutrice è di capre, nutrice di bovi; e una selva
vi cresce d’ogni pianta, con fonti che corron perenni.
Ospite, sino a Troia conoscono d’Itaca il nome,
ch’è dalla terra achea, raccontano, tanto lontana».
Cosí disse. Ed Ulisse tenace divino fu lieto,
che giunto era alla patria, Cosí come detto gli aveva
Pàllade Atena, figlia di Giove che l’ègida regge.
E a lei dunque si volse, col volo di queste parole:
né disse il vero, ché un motto già già formato trattenne,
sempre volgendo in mente prudenti assennati pensieri:
«D’Itaca udii parlare nell’ampie contrade di Troia,
da lungi, sopra il mare. Ed ecco ch’io stesso vi giungo,
con queste mie ricchezze. Lasciatene ai figli altrettante,
erro fuggiasco: ché Orsiloco piede veloce, figliuolo
d’Idomenèo, trafissi, che in Creta dall’ampie contrade

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tutti quegli uomini industri vincea nella gara dei corso,
perché privo mandarmi di tutta la preda di Troia
ei mi voleva, per cui sofferti ebbi tanti travagli,
volgendomi tra zuffe di genti e furore di flutti:
tutto perché piaciuto non m’era servire a suo padre,
sotto le mura di Troia; ma io comandavo altre genti.
Dunque, mentre egli tornava dai campi, gli tesi un agguato
con un compagno, e lo uccisi con una zagaglia di bronzo.
Notte oscurissima il cielo copriva; né alcuno ci vide
di quelle genti: occulto rimasi, quando io l’ebbi ucciso.
E poscia, come l’ebbi trafitto col bronzo affilato,
súbito i passi a una nave diressi, e agli esperti Fenici
volsi preghiera, e ad essi lasciai quanta preda bastasse,
che m’accogliesser fuggiasco nel legno, e recassero a Pilo,
o in Elide divina, dove hanno dominio gli Epèi.
Però di qui lontani li tenne la forza del vento,
contro ogni loro voglia, ché far non mi vollero inganno.
Di li, poi, dopo lungo vagar, qui giungemmo di notte.
In fretta quivi al porto spingemmo coi remi la nave,
né alcun pensò, per quanto ne avessero brama, alla cena:
anzi, sbarcati li, ci ponemmo a sedere digiuni.
Quivi discese su me stanchissimo, un sonno soave;
ed essi, i beni miei levati dal concavo legno,
li poser presso me, dove io sopra il lido giacevo:
ed essi, asceso il legno, salpar verso Sidone bella,
ed io rimasi qui, col cuore ferito dal cruccio».
Cosí disse; e, ridendo, la Diva dagli occhi azzurrini,
a carezzarlo stese la mano. E sembianza di donna
aveva, grande, bella, maestra d’ogni arte gentile;
e a lui parlando, il volo rivolse di queste parole:

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«Fine davvero, scaltrito sarebbe chi te superasse
nelle malizie, ché tutte le sai, fosse pure un Celeste.
Raggiratore dai mille trovati, mai sazio di frodi,
neppur qui, nella terra paterna ristai dagl’inganni,
dai menzogneri discorsi, che cari ti son da la culla!
Ma via, piú non si parli di questo; ed entrambi cerchiamo
qualche astuzia: ché tu sei fra tutti i mortali il piú scaltro,
di mente e di parola; ed io fra i Celesti d’Olimpo
son per saggezza e finezza famosa: né tu conoscesti
Pàllade Atena, la figlia di Giove, che, sempre vicina,
in tutti i tuoi travagli t’assisto e ti sono custode:
e modo anche trovai che caro ai Feaci tu fossi.
Ed ora sono qui per tessere teco un consiglio,
e per nascondere i beni che t’ hanno donato i Feaci
per mio volere e mio consiglio, allorché tu partisti.
E tutti quanti i travagli ti dico che devi soffrire
nella tua casa, com’e destino. E tu devi patirli;
ed a nessuno ti devi svelare, né uomo, né donna,
che dopo lungo errare sei giunto; ma startene muto,
patire i gravi crucci, le ingiurie patir delle genti».
E le rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Diffidi cosa è. Diva, per l’uomo mortai che t’incontra,
te ravvisar, per accorto ch’ei sia: ché tu assumi ogni aspetto.
Ma questo io bene so: che dapprima tu m’eri benigna,
finché sotto le mura di Troia pugnaron gli Achivi;
ma poi che la città di Priamo avemmo distrutta,
poi che le navi ascendemmo, e un Nume disperse gli Achivi,
io non ti vidi, o figlia di Giove, mai piú, né tu’accorsi
che sulla nave mia salissi, a schermire il mio danno;
ma sempre, entro il mio seno sentendo squarciarmisi il cuore,

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errai, sin che i Celesti me libero fèr dai malanni:
e fu quando tu prima fra il popol dei ricchi Feaci
ed alla loro città mi guidasti, facendomi cuore.
Ed or pel padre tuo ti supplico: ch’io non mi credo
d’essere giunto all’isola d’Itaca; e invece m’aggiro
sopra qualche altra terra; e penso che tu per dileggio
mi dica queste cose, per trarre in inganno il mio cuore:
dimmi se veramente son giunto alla terra materna».
E gli rispose Cosí la Diva dagli occhi azzurrini:
«Sempre nel cuore tuo tu alberghi lo stesso pensiero.
Pur tuttavia, fra le tue sciagure non posso lasciarti
perché fedele amico sei tu, perspicace^assennato.
Un altro uom che giungesse da lungi, sarebbe lutto ansia,
correr vorrebbe a vedere la casa i figliuoli e la sposa;
ma tu non brami invece sapere né chieder novella,
prima che messa alla prova la sposa non abbia, se ancora
nella sua casa ella è qual’era, se a lei tra gli affanni,
sempre versando pianto, le notti si struggono e i giorni.
Ma io non mai perdei la fiducia: sapevo che avresti
tutti perduti i compagni, ma tu pur saresti tornato.
E con Posidone, ch’è fratello a mio padre, non volli
venire in lotta: ed egli concetta nell’animo ha l’ira
contro di te, perché cieco rendesti il diletto suo figlio.
Ma via, d’Itaca i luoghi ti mostro, per farti convinto.
Ecco, la rada è questa di Fòrcino, il vecchio del mare:
questo è l’ulivo tutto fronzuto, alla cima del porto:
presso all’ulivo è l’antro piacevo!, colore dell’aria,
sacro a le Ninfe divine, cui Nàiadi chiaman le genti;
e la spelonca è questa, profonda, ove lu tante volte
scelte di bovi offerte solevi immolare alle Ninfe;

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ecco, ed il Nèrito è questo, il monte vestito di selve».
Disse la Diva; e disperse la nebbia; e visibile tutta
fu la contrada. E Ulisse fu colmo di gioia: ché vide
la terra patria; e baciò le zolle datrici di spelta;
e questa prece volse, levando le mani, alle Ninfe ^
«Nàiadi Ninfe, di Giove figliuole, mai piú non credevo
ch’io pur v’avrei vedute! Gradite per ora la prece:
doni poi v’offrirò, si come già un tempo li offrivo,
se la figliuola di Giove, datrice di prede, consente
benigna a me, ch’io viva, che rida fortuna a mio figlio».
E a lui Cosí rispose la Diva dagli occhi azzurrini:
«Fa’ cuor: tali pensieri per or non t‘ ingombrin la mente.
Adesso entro gli anfratti dell’antro divino poniamo
queste ricchezze, perché restare ti possano in salvo:
quindi provvederemo che tutto proceda pel meglio».
Detto cosi, la Dea penetrò nell’oscura spelonca,
cercando i nascondigli dell’antro. Ed Ulisse, a lei presso,
tutti i suoi beni, l’oro, le vesti bellissime, e il bronzo
lucido collocò, che dato gli aveano i Feaci.
Quando ebbe tutto ordinato, l’ingresso sbarrò con un masso
Pàllade Atena, figlia di Giove che I’ègida scote.
Quindi, del sacro ulivo entrambi sederono al piede,
per macchinare l’estrema rovina dei Proci arroganti.
E parlò prima Atena, la Diva dagli occhi azzurrini:
«O di Laerte figlio, scaltrissimo Ulisse, or provvedi
come tu possa le mani gittare sui Proci superbi,
che nella casa tua spadroneggiano ornai da tre anni,
e la tua donna sposare vagheggiano, e le offrono doni.
Ora essa il tuo ritorno con lagrime invoca mai sempre,
e di speranze tutti li pasce, e a ciascuno promette

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e invia messaggi; e invece ben altro desidera in cuore».
E le rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Dunque, misero me, d’Agamennone figlio d’Atrèo
fra le mie mura anch’io trovavo il destino fatale,
se tutto, o Diva, tu non m’avessi da prima svelato.
Tessimi, or via, qualche astuzia, ch’io possa di lor vendicarmi,
starami vicino, e in seno magnanimo ardore m’infondi,
come allorché di Troia struggemmo le mura opulente.
Se con tale animo tu. Signora dal ciglio azzurrino,
mi starai presso, saprò trecento guerrieri affrontare,
qualora tu soccorso mi porga, santissima Diva!»
E a lui Cosí rispose la Diva dagli occhi azzurrini:
«Io ti sarò, di certo, vicina; né mai dallo sguardo
tu m’uscirai, quando all’opra saremo; e piú d’uno, mi credo,
il gran piantilo dovrà lordar di cervello e di sangue.
Ora io farò che niuno degli uomini piú ti ravvisi.
Ti renderò grinzosa la pelle su l’agili membra:
farò le chiome bionde sparir dal luo capo: di cenci
ti coprirò, che faccian ribrezzo a chiunque ti vegga;
gli occhi ti offuscherò, che adesso rifulgono belli,
si che vituperoso tu sembri ai Proci arroganti,
ed alla sposa e al figlio, che in casa, partendo, hai lasciati.
E tu, per prima cosa, ti devi recar dal porcaro
che custodisce i tuoi porci, che te predilige sincero,
ch’ama tuo figlio, ed ama Penelope piena di senno.
Lo troverai che guarda le scrofe che stanno pascendo
presso alla rocca del Corvo, sovressa la fonte Aretusa:
cibano ghiande, quante ne bramano, e bevono l’acqua
torbida, onde si nutre il florido armento dei porci.
Qui sosta; e presso a lui rimani, e dimandagli tutto.

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sin ch’io non giunga a Sparta, città delle femmine belle,
per richiamare, o Ulisse, Telemaco, il figlio tuo caro,
che quelle belle contrade, cercò, cercò Menelao,
per chiedere notizia di te, se tu ancora vivessi».
E le rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Detto perché non glie l’hai, tu che pure di tutto hai contezza?
Forse perché travagli patir debba anch’egli, ed errare
sopra lo sterile mare, mentre altri gli vorano i beni?»
E gli rispose Cosí la Diva dagli occhi azzurrini:
«Troppa cura di lui non deve affannare il tuo cuore:
io stesso I’ ho inviato, perché buona fama acquistasse,
andando li: né cruccio veruno lo turba; e tranquillo
sta nella casa d’Atreo, soggiorna fra beni e dovizie.
Vero è che in una nave gli tendono i Proci un agguato,
che lo vorrebbero morto pria ch’egli sia giunto alla patria;
ma non sarà, credo io: dovrà pria la terra coprire
talun di quei superbi che tutti ti vorano i beni».
Mentre Cosí diceva, la Dea lo sfiorò d’una verga.
Di grinze tutte quante coperse le floride membra,
gli fe’ sparir dal capo le chiome sue bionde; e su tutta
la sua persona stese la pelle d’un vecchio cadente,
foschi gli rese gli occhi, che prima fulgevano belli.
Ed una tunica indosso gli pose, ed un misero manto,
roba stracciata, lorda, di sudicio fumo annerita,
ed una logora pelle su quelli, di rapido cervo.
Poscia un bastone in mano gli diede, e una rozza bisaccia,
tutta a brindelli; e al collo pendea da una logora cinghia.
Presi Cosí gli accordi, si mosser divisi; e la Dea
a Lacedèmone andò, per cercare il figliuolo d’Ulisse.
Ora oro. Il - 2

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