Per la storia della cultura italiana in Rumania/II. Pietro Metastasio e i poeti Văcărești/1. Il settecento rumeno e la poesia pastorale

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1. Il settecento rumeno e la poesia pastorale.

Fra i numerosi stranieri del sei e del settecento, che, „dell’amara realtà... „della nostra decadenza intellettuale”1 si fecero un’arme per colpirci alle spalle, e, ,,perduto ogni rispetto per la terra sventurata..., gioirono di umiliarla, di avvilirla, di sfrondare e gettare nel fango la corona che l’arte e la scienza le avevano cinta”2; una lodevole eccezione fanno i Rumeni, troppo sventurati anch’essi ai tempi della dominazione fanariota (1711-1821) e troppo fieri della testé ritrovata coscienza latina, per osar con sacrilega mano infangar quella ch’essi amavano e rispettavano madre.

Mentre il Boileau (1666) confessava in versi, dei quali ebbe poi a vergognarsi, di non potere

                  sans horreur et sans peine
Voir le Tibre à grands flots se mêler dans la Seine,
Et traîner dans Paris ses mimes, ses farceurs,
Sa langue, ses poisons, ses crimes et ses moeurs,
Et chacun avec joie, en ce temps pleins de vices,
De crimes d’Italie enrichir sa malice3,

[p. 214 modifica]e il Montesquieu (1730) sentenziava crudelmente esser l’Italia „autrefois maîtresse du monde” divenuta a’ suoi tempi „l’esclave de toutes les nations”4; Miron Costin, l’antico cronista rumeno che fu tra i primi ed affermar l’origine latina del suo popolo, e che delle bellezze e delle virtù di questa misera schiava aveva pur sentito parlare nientemeno che in Polonia, esce in parole commosse, che, nella loro sincerità primitiva, ci sembran persino più belle della famosa e non meno spontanea apostrofe petrarchesca: „È il paese d’Italia pieno, come una melagrana, di città e di terre civili, molti abitanti, prosperissimi mercati, e tale che per la sua civiltà e bellezza è stato chiamato paradiso terrestre. Nessun altro paese ha quel suolo, quelle città, quei giardini, quell’arte architettonica, quella vita così felice. Uomini gai e sani, caldo non eccessivo, inverni non rigidi, grano a sufficienza, vini dolci e leggieri, abbondanza d’olio e di frutti d’ogni genere, cedri, aranci, limoni, zucchero; cittadini colti più che in ogni altra nazione, fedeli alle promesse, sinceri, miti, non superbi cogli stranieri (anzi pronti con gran gentilezza a stringer con loro amicizia quasi fossero del loro stesso sangue), di acuto ingegno (onde è che son detti gentiluomini) ed in guerra invincibili un tempo, come potrai trovare nelle storie di Roma se pur vorrai leggerle. Questo paese è ora sede e nido di tutte le scienze e belle arti; com’era già Atene in Grecia, così è oggi Padova in Italia”5. [p. 215 modifica]

Non manca certo la nota melancolica („...ed in guerra invincibili erano un tempo“); ma si tratta d’un semplice accenno sul quale il vecchio cronista trasvola con delicatezza piena di rispetto. Del resto, se le condizioni d’Italia eran davvero assai tristi pur nella prima metà del secolo XVIII, e i costumi rilasciati, e neglette le armi; quelle della Rumania non eran certo migliori. ,,Quei boieri dalla testa rasa, dalle lunghe barbe, dagli enormi cappelli rotondi”6 di foggia e grandezza diversa „a seconda della loro importanza gerarchica, vestiti alla ,,moda orientale con abiti larghi e babbucce gialle”7, avevan presso che dimenticate le glorie militari della loro nazione per gli allettamenti di una vita molle e neghittosa, altrettanto vuota di contenuto quanto ricca di sfarzo esteriore, sprofondati nella quale, come in un voluttuoso nirvana, è miracolo, che, di tanto in tanto, accennassero al desiderio di un prossimo risveglio. „Non uscivano di casa che in carrozza”, e, a differenza dei loro progenitori,..passavano il tempo assai più volentieri alla Corte”, o nello sfarzo delle loro stanze impregnate dei più rari profumi, che ,,tra i contadini, o i soldati di un esercito ridottosi un’accozzaglia di mercenarii riccamente vestiti”8. Del lusso [p. 216 modifica]orientale e dei piaceri d’ogni genere, di cui amavano circondarsi in quest’epoca anche gli uomini più serii, come p. es., quel Ienăchiță Văcărescu (1740-1799), che pur ci si mostra così grave uomo politico, e diplomatico fine, pieno d’accorgimento e di dignità; ci fan testimonianza alcuni versi di un curioso poemetto greco contemporaneo9 di un medico, che aveva viaggiato in lungo e in largo l’Oriente, e il seguente racconto, lasciatoci di una sua visita al Văcărescu dal vescovo Gregorio di Argeș10. Narra dunque il buon vescovo, che, abitando egli (nella sua qualità di Archimandrita) nel palazzo della Metropolia, eccoti che, il giorno di Pasqua, Ienăchiță Văcărescu viene con gran pompa a render visita al Metropolita Dositei. Imbattutosi nell’autore, lo chiama presso di sè amorevolmente, e, così, a bruciapelo, gli domanda, perchè mai non si fosse recato ancora a fargli visita, mentre sapeva quanta stima egli facesse di lui, come d’un uomo adorno d’ogni pregio di dottrina e di costumi. Preso alla sprovvista, il buon vescovo non seppe che rispondere, e si lasciò andare a promettergli una visita quanto prima. Ed eccolo un bel giorno in cammino verso la casa del ricco e potente boiero. „Se non che (lasciamola raccontare a lui in persona), quando mi fui accostato al gran cancello, mi fermai di botto nel vedere una gran quantità d’uomini armati con armi d’ogni sorta: Mercenarii, Guardie, Albanesi, Panduri. S’udiva inoltre di continuo un confuso gridare, uno squillare improvviso di trombe e di corni, un rullar di tamburi, e nitrire gran numero di cavalli e di palafreni, mentre dovunque si vedevan cavalli da sella dalle ricche gualdrappe tutte luccicanti d’oro e d’argento. Mi feci piccino piccino e cercai di passar non veduto fra tutta quella gente, finché giunsi, la Dio grazia, davanti alla porta, per cui si accedeva alle scala, dove incontrai altre Guardie armate di lunghe lance, coltellacci, fucili e pistole. Pien di paura passai oltre, non incontrando mai anima viva che mi fermasse, e così giunsi fino alla porta della gran sala. Ma quivi rimasi addirittura abbagliato dalla gran luce della fiamma, che [p. 217 modifica] s’innalzava crepitando da bracieri d’ottone giallo lucidissimo, e un soave concento di violini, zampogne e tamburi misto di voci femminili assai dolci e commoventi, mi rapì a tal segno fuori di me stesso, che mi sentii legare e mani e piedi non altrimenti che da catene, e non so dirvi come tutto a un tratto tornassi finalmente in me, e, di gran corsa, attraversando quanto ho già riferito, a mala pena ritrovassi il cancello per il quale ero entrato, ringraziando Iddio di tutto cuore di ritrovarmi a piè libero fuori di un tal pandemonio”11. Gran risate dovè fare l’ottimo Spătar, quando riseppe dai servi della fuga del povero vescovo! Ma... a chi appartenevan mai quelle voci femminini, che „rapirono” a tal punto l’ingenuo frate, da legargli e mani e piedi come per virtù d’incantagione? Ce lo fa saper l’Odobescu12, il cui saggio sui poeti Văcărești rimane pur oggi quanto di meglio si sia scritto in Rumania sull’interessante argomento. „Un gran numero di fanciulle, giovanissime e graziose ninfe e baiadere, vestite degli abiti più sfarzosi che si possan mai immaginare, con vesti di raso e di seta bianca, con camicie di borangic13 e di crespo riccamente ricamate, eran sempre pronte a servirlo, conciliando le qualità domestiche con quelle ricreatrici della danza, del canto e della musica strumentale14. [p. 218 modifica]

Quanto all’argomento di quelle canzoni e allo stile di quella musica, malgrado l’Odobescu non ce ne faccia saper nulla, non è difficile indovinarlo. Se anzi ricorderemo, come fra gli strumenti che provocarmi la disperata fuga del vescovo di Argeș, ci fossero anche delle zampogne e se (lasciando un po’ in pace le bajadere, che l’Odobescu dovè ficcarci di suo capo sotto l’influenza delle Orientales) ci fermeremo alle ninfe che da tempo siamo ormai abituati a considerare una cosa sola colle zampogne e il dulce lamentar de los pastores”15; non ci sarà più lecito neppure il dubbio: pastorali.

Manca pur troppo uno studio sulla poesia pastorale in Rumania16, che possa metterci in grado di discernere quanto in [p. 219 modifica]essa è dovuto all’influenza della poesia neo-ellenica e neo-anacreontica del Christopoulos17 e de’ suoi imitatori, e quanto invece alla poesia neo-classica francese del secolo XVIII, o all’Arcadia italiana. Di più le poesie dei Văcărești si trovano, nella maggior parte dei manoscritti18 che le contengono, confuse insieme in tal modo, che non è davvero impresa da pigliare a gabbo l’assodar quali siano quelle che appartengono all’uno piuttosto che all’altro. Certo tutti e tre risentirono assai l’influenza della poesia neo-anacrenotica del Christopoulos19 (Iancu anche quella del Florian e del Voltaire); ma tutti conobbero il Metastasio e Iancu ne subì anzi profondamente l’influsso. Nella società rumena del secolo XVIII, tanto simile per tanti rispetti a quella [p. 220 modifica] italiana, non poteva mancare nè la poesia pastorale, nè la satira civile; nè la poesia del Metastasio, nè quella del Parini. Così, accanto alla poesia mollemente voluttuosa di Conachi e dei Văcărești, vediamo spuntar la satira, un po’ a dir vero plebea, del Millo20, e quella più fine di Budai-Deleanu21 che nella [p. 221 modifica]Tiganiada (Zingareide) s’ispirò alla Secchia ed ebbe forse notizia anche del Giorno. [p. 222 modifica]

Note

  1. Alfredo Galletti, nella sua bella recensione al volume di Gabriel Maugain, Étude sur l’évolution intellectuelle de l’Italie de 1657 à 1750 environs, Paris, Hachette, 1909, in Giornale storico della letteratura italiana, LVIII, 205.
  2. Ibid., p. 207.
  3. I due versi stampati in corsivo si leggevano in un’edizione rarissima e anonima delle satire I, II, IV, V, VII, stampata a Parigi nel 1666 e intitolata Recueil eontenant plusieurs discours libres et moraux en vers. Cfr. Galletti, op cit., p. 209, e J. Lemaître, Jean Racine, Paris, Lévy, 1908, p. 82.
  4. Citato dal Galletti, op. cit., p. 212.
  5. [„Este țèra Italiei plină, cum se zice, ca o rodie, de cetățĭ și țerĭ iscusite; mulțime și desime de ómenĭ, tîrgurĭ vestite pentru de tòte bivșugurile. Pentru mare iscusenie, și frumusețuri a pămèntuluì aceluĭ, i-au zisu Raiulu pămèntuluĭ, Italia a căruia pămèntu, orașele, grădinele, tocmelele la casele lor, cu mare desfătare traiuluĭ omenescu, n’are tòtă lumea vĕzduta subt ceriu, umblându voioșĭ și sănătoșĭ; necĭ căldurĕ prea marĭ, necĭ prea grele, de grĕu sațiu; vinurĭ ’ dulcĭ și ușóre; de unt-de-lemnu mare bivșug, și de poame de totu feliul: chitre, năramze, alămăiĭ și zaharu: ómeni iscusit! preste tòte nèmurile, stătătorĭ la cuvèntu, neamagitl, blànz! cu ómenĭ strănĭ nemărețĭ, d’intr’alte țerĭ, îndată tovarașĭ, cum ar fi de aĭ seĭ, eu mare omenie; sunt subțiri, pentru aceea le zicu gentìl-uomĭ (sic) cum zicu Greciĭ celebiĭ, și la resbóie neînfrânțĭ erau intr’o vreme, cum veĭ afla la istoriile Romuluĭ, de vreĭ să citesĭ de dènșiĭ. Acea țèră este acum scamnul și cuibul a tòle dăscăliile și învețăturile, cum era Atena într’o vreme la Greci, acum este Padova în Italia, și de alte iscusite și frumóse meșterșugurĭ”]. Cfr. Miron Costin, Cartea pentru descălecatul de ’nlăiu a Țereĭ Moldoveĭ și nèmuluĭ moldovenescu, in Cronicile Românieĭ sèu Letopisețele Moldaviei și Valahieĭ, a cura di Michail Kogălniceanu, Bucuresci, 1872, I, 9 sgg. Vedi pure N. Iorga, Breve storia dei Rumeni con speciale considerazione delle relazioni con l’Italia, Bucarest, 1911, p. 133. Intorno a Miron Costin, cfr. anche V. A. Urechia, Miron Costin, in Revista contemporană del 1873, pp. 1, 83, 224, 305, 402, 524, 602 e in Convorbiri literare (XX, 69, 801; XXI, 817, 1032); A. D. Xenopol, Istoria Românilor, IV, 588, 606; Cipariu, Analecte, XXXII.
  6. N. Iorga, op. cit., p. 145.
  7. Iorga, op. cit., loc. cit
  8. Iorga, op. cit., loc. cit., Cfr. anche del medesimo, Istoria literaturiĭ Române în secolul al XVIII-lea, I, 16-17: „Nu mai sânt oameniĭ mîndri, entusiaști, nu maĭ sânt fanatici al epocilor mari din trecut și prevăzătorĭ al viitorulul: crescuți în umilință, în timpuri de decadere fără speranță, la o școală care distrugea idealele, înlocuindu-le prin cunoștințĭ în bună parte inutile, la o școală pedantă, și cosmopolită, eĭ n’au energie, nici avînturĭ. Nu cred în el, în țara lor, în neamul lor. Trecutul îl uită, sau, dacă-l cunosc, nu scot din el nici îndemnurĭ, nici mîngîierĭ, nici învățăminte”. [Non sono più gli uomini dignitosi, entusiasti d’una volta, fanatici delle grandi epoche del passato e previdenti dell’avvenire; educati fra le umiliazioni, in tempi di decadenza senza speranza, ad una scuola pedantesca e cosmopolita, che distruggeva gli ideali e sostituiva loro una dottrina in gran parte inutile; non hanno più energia nè slancio. Non credono in loro stessi, non credono nella patria, ignorano il passato, ed anche quando lo conoscono non ne traggono nè incoraggiamento, nè conforto, nè insegnamento].
  9. Ἔρμολος ἢ δημοκριθηρακλεῖτος Μηχαήλου τῦ Περδικάρι ἰατροῦ, 1817, t. I,p 19, citato in Odobescu, Scrieri literare și istorice, vol. I, Bucuresci, Socec, 1887, p. 293
  10. Cfr. Odobescu, op. cit., p.291, n. 2.
  11. [„...când mĕ apropiaĭu de pòrta cea mare, d’o dată me opriĭu, văzuĭu o mulțime de ómenĭ înarmați cu tot felul de arme, Scimeni, Slujitori, Arnăuți, Panduri; fel de fel de strigari s’auzeau, tot d’o data resunâud trâmbilele, surlele și tobele; multime de cal, multi armăsari nechezând, povolnici, ledecuri cu harșale de sus până jos strălucind de aur și de argint. Me strecuraiu cum putuiu pènă lângă pòrta scărei; acolo întèmpinaiu pe alții, înarmați cu sulite lungi, cu busdugane groase, cu pusci, cu pistòle; tare spăimântat pașiiu tot înainte, nevèzend pe cineva ca sà me oprească, ajunseiu la usa sălei cei mari; acolo îmi străpunse vederile lumina flacărilor de nisce mangale de tombak poleit; un sunet plăcut de viori, de naie, de tambure, amestecat cu glasuri femeiesci, dulil și pètrunzătóre, mè fermecară și pare că îmi legară mânele și piciórele în fère; nu mal sciu cum d’o dată me aflaiu sculat răpede și, în fuga mare, trecend peste câte spuseiu, abiè am nimerit pòrta cea mare a curții și am mulțumit lui Dumnezeu, caci m’am văzut cu piciórele slobode scăpat din asemenè ispite”]. Cfr. Odobescu, op. cit., loc. cit.
  12. Odobescu, op. cit., pp. 291-92.
  13. Specie di stoffa di seta bianca tessuta dalle contadine in campagna.
  14. [„O mulțime de fete tinere si gingase nimfe, și baiadere, îmbracate cu cele mal luxóse veșminte, cu rochii de șaluri, și de sevaliu, cu ii de borangic și de „desfătătoare al danțulul, al cântării, și al musicei instrumentale”]. Cfr. Odobescu, op. cit., loc. cit.
  15. Cfr. Garcilaso de la Vega, Poesias, in Biblioteca de autores españoles, vol. XXXII, Egloga primera, v. 1
  16. Uno studio abbastanza accurato sulle traduzioni dal Gessner fatte in Rumania si può leggere nel vol. XXXV (1901) delle Convorbiri literare (G. Bogdan-Duică, Salomon Gessner în literatura română); ma vi si parla assai poco della poesia pastorale in genere. Qualche accenno all’influsso del Florian si può trovare nel volume dell’Apostolescu, L’influence des romantiques français sur la poésie roumaine, Paris, Champion, 1909, pp. 24, 31, 32, 58, 93, 95, 98, 105; ma si tratta di notiziole frammentarie, onde il bel tema aspetta ancora chi lo tratti in tutta la sua ampiezza. Il solo Iorga nella sua Istoria literaturii românești în secolul al XVIII-lea, ha (p. 31) sulla poesia pastorale in Rumania qualcuna di quelle sue pagine piene di colore e di vita, che ricordano in certo modo il Carducci, quando è nello stesso tempo critico e poeta, il che non sempre gli accade. A proposito di Iancu Văcărescu egli osserva infatti, come, „inspirîndu-se de la toți cintăreții apuseni al unei vieți de țară, unde nu e alt ceva de cât petrecere senină, muncă lesnicioasă de oamenl mulțămiți, și jocuri plini de noroc, poetul ni se înfățișează dînd „pilda la muncitorii” săi de „la vie, la grădini”, prinzînd paserile (știm: sticleții vioi și scatii de aur) cu „mreji fulgerătoare”, sau trimițînd cu cruzime moartea în dobitoace prin „țevile fulgeratoare”. E poco appresso (p. 34): ne închipuim că noul poet dintre Văcărești, că noul imitator al săltăreților versuri italiene și francese ni va vorbi de „citéra sa oropsită”, de „coarda” ce i se rupe, de Musele stăpîne, de însuși Măria Sa Apollon:

    Cel mal ’nalt din cântători",

    dove pare al Iorga di veder l’influsso del tedesco: der höchste unter den Sänger, mentre in fondo potrebbe anch’essere influenza dell’italiano: „il più sublime dei cantori". Comunque sia di ciò, traduco in italiano i due periodi citati, e chiudo questa nota, che, se par lunga a me, figuriamoci al lettore [„ispirandosi a tutti i cantori occidentali di una vita campagnuola, che non è altro se non sereno passatempo, fatica piacevole d’uomini soddisfatti di sè stessi e del mondo, e giuochi fortunati; il poeta ci si presenta nell’atto di „dar l’esempio ai contadini” della sua „vigna” o del suo „podere”, di tendere insidie agli uccelli — senz’alcun dubbio vispi cardellini e cincie d’oro — con „reti allettatrici” o di seminar crudelmente la morte tra gli animali selvatici con le „fulminee canne”... „Eravamo sicuri che anche quest’altro poeta della famiglia dei Văcărești, imitatore anche lui dei saltellanti versi italiani e francesi, ci avrebbe parlato della „cetra sua fatata”, della „corda” che gli si spezza, delle „Muse sue padrone” e avrebbe scomodato anche Sua Maestà Apollo in persona:

    fra i cantori il più sublime!”].

  17. Athanasios Christopoulos, poeta e filologo greco, nato nel maggio 1772 a Castoria in Macedonia, morto in Rumania il 29 gennaio 1847, era figlio d’un papas e fece i suoi studi a Bucarest, Budapest (dove studiò medicina) e più tardi a Padova (...εἰς τὴν τότε φημισμένην τοῦ Παταβίου Ἀκαδημίαν), dove seguì i corsi di legge. Tornato in Valacchia, fu precettore dei figli del Voda Alessandro Moruzi e giudice, prima a Iași, poi a Bucarest, e, in tal qualità, incaricato di redigere un nuovo codice. Gli si deve una grammatica del greco moderno stampata a Vienna il 1804, uno studio sulle diverse forme di governo (Πολιτικά παράλληλα) stampato ad Atene il 1883 e numerosi scritti di filologia greca, che furon però pubblicati solo dopo la sua morte (Ἐλληνικὰ ἀρχαιολογήματα, Atene, 1853), preceduti da una biografia, cui attingiamo queste notizie. Ma fu soprattutto poeta, e, malgrado abbia composto anche diversi drammi e una tragedia (Achille), che poi, tradotta in rumeno, fu scambiata per l’Achille in Sciro del Metastasio, non si acquistò fama, che grazie alle sue Anacreontiche (Parigi, 1841 e 1864). Tradusse anche l’Iliade e le poesie di Saffo in versi neoellenici.
  18. No. 21, 287 e 421 della Biblioteca dell’Accademia Rumena. Quest’ultimo ms. è scritto da Niculae Văcărescu e rappresenta un primo tentativo di distinzione critica.
  19. Scrissero infatti anche in greco.
  20. Cfr. I. Tanoviceanu, Un poet moldovean din veacul XVIII-lea (Matheiu Millo), in Analele Academiei Române, XX, p. 1 sgg. Citiamo qui la satira Asupra istericarilor per dare un’idea della satira del Millo, e, nello stesso tempo, perchè si vegga come anche in Rumania le signore svenissero ad ogni nonnulla come la dama milanese alle strida della Vergine Caccia delle Grazie alunna: „Asupra istericarilor. || O boală noă ivită, | In moda acum ișită, | Starnită de flocane | Ce-i zie istericale.| Această patimă grecoască | La țigance este firească. | Iar Grecele o au de gingășii, | Sa se zbuciume ca d’epilepsii. | Apoi și din Moldovence| Ca să samene a Grece | Și ìele să fac c’amețescu, | Să zbuciumă si sa sluțeascu, | Socotind ca sa arate delicate, | Fara pricina, de ori-ce cad leșinate, | Să afumă cu pene | Pe supt nas, ochi și gene. | Dar spre acești patimi vindecari | Ne face gazeta înștiințari | De o doftorii ispitită, | Acum în publicu pre vestită. | In vreme când năbădaica vine | Să aibă bàrbatul un biciu bun la sine | Cincizăci, săsă-zăci [sa-i dee] la spati | Să o umple de sănătati. | Cu aceasta pre mult sa folosescu, | Grece, Moldovence să tamăduescu; | Iar la țigance să nu ispitească | Fiind boala la ele firească” (Op. cit., loc. cit., p. 23). | [Delle isteriche. || Una nuova malattia è apparsa I venuta in moda di recente | e cagionata da convulsioni che si dicono isteriche, | Questa malattia greca | è in verità propria delle zingare; | ma le greche la simulano per far le svenevoli e potersi dibattere in convulsioni, quasi fossero epilettiche. | Le moldave poi, per scimmiottar le greche,| anch’esse hanno incominciato a farsi prender le vertigini, | a dibattersi, a stralunar gli occhi, | e, figurandosi di apparir più delicate, | ogni tanto cadono svenute, senza una ragione al mondo,| e si affumicano gli occhi e le ciglia, | bruciandosi penne sotto il naso. | Ma, per guarire di un simile malanno, | le gazzette ci dànno ora una ricetta | provata dai medici | ed oramai celebre nel pubblico.| Quando l’assalto isterico sta per venire, | abbia il marito una buona frusta a portata di mano. | Cinquanta o sessanta colpi basteranno | a farle crepar di salute. | Con questa ricetta | molte Greche e Moldave si son guarite; | ma, colle zingare, c’è pericolo che non faccia buona prova, | essendo in esse la malattia naturale].
  21. Poche son le notizie che ci restano intorno a questo scrittore, che pure appartiene al secolo XVIII e fu contemporaneo di G. Șincai e di Petru Maior, Sappiamo con certezza soltanto che fu figlio d’un prete di campagna e nacque probabilmente nel villaggio di Hunedoara in Transilvania. Studiò a Vienna teologia, ma non vestì mai l’abito talare. Fu, come ci fa sapere egli stesso, „chesaro „crăiesc sfetnic la județul nemeșilor în Liov”, che vai quanto dire „imperial-regio consigliere al tribunale dei nobili di Lemberg”. Oltre il Lexiconul românesc-nemțesc (Lessico rumeno-tedesco), dal quale rileviamo la notiziola riferentesi alla sua professione, scrisse due poemi eroicomici: Țiganiada e Trei viteji (dei quali solo il primo è alle stampe), molti lavori storici e filosofici, e, ciò che ci riguarda più da vicino, una traduzione (incompleta) del Temistocle del Metastasio. La Țiganiada (o Zingareide) canta una immaginaria spedizione zingaresca contro i Turchi (in 12 canti) per ordine del Voda rumeno Vlad Tepeș, e fu pubblicata la prima volta il 1877 da Theodor Codrescu nella sua rivista intitolata Buciumul român e una seconda volta (1900) in volume a Brașov col testo goffamente modernizzato. L’autore dichiara di essersi ispirato alla Batracomiomachia, al Don Quijote, alla Pucelle del Voltaire e infine alla Secchia rapita, del nostro Tassoni. Non è improbabile che conoscesse anche il Poema tartaro e gli Animali parlanti del Casti e il Giorno del Parini. Ripromettendomi di poter tornare sull’argomento, noterò, così di passaggio, che dalla Secchia egli sembra derivare l’idea di far precedere al suo poema la lettera del finto Leonachi Dianeu (anagr. di Budai-Deleanu), l’episodio della tenzone poetica fra un cieco Hrigea e il poeta Barac (che critica acerbamente in nota) su argomento dato da Arghir, che ri corda le stanze 45-64 del c. VIII della Secchia, dove il Tassoni fa cantare al cieco Scarpinello gli amori di Endimione con Diana (cfr. Bogdan-Duică, Despre Țiganiada lui Budai-Deleanu, in Conoorbiri literare, XXXV (1901), p. 485); il procedimento comune ai due poemi di trasformare personaggi contemporanei in personaggi del passato (cfr. Bogdan-Duică, p. 454, n. 2) e infine il famoso: Andrà io: chi mi accompagna? del Conte di Culagna, che a me pare abbia ispirato a Budai la strofe 81 della Țiganiada:

    Rugăm dară pre Măria Sa foarte
    Că să ne dele pe drum vre o pază;
    Ori oșteni, ce n’au frică de moarte,
    Sau haĭducĭ cu groaznice obraze
    Și (dacă ar fi Domneasca îndurare)
    Două sute ar ajunge ne pare.

    [„Preghiamo dunque di vero cuore Sua Maestà | di volerci accordare per il viaggio una scorta; | o soldati che non han paura di morte, | o anche briganti dall’aspetto spaventoso, | e se la reale degnazione vorrà esaudirci, | dugento soldati, ci sembra, basterebbero], È — il lettore lo avrà compreso — il terribile esercito degli zingari, che, prima di mettersi in marcia, chiede al Voda una scorta di veri soldati, „che non han paura di morire” o di haiduci (una specie di briganti... politici riuniti in bande irregolari, di cui i Voda talor si servivano) dal fiero aspetto, che li difendano da possibili brutti incontri... col nemico! „Isvoarele de care s’a folosit Budai-Deleanu” scrive Ovid Densusianu nel suo corso di Literatura română (cfr. Revista universitară pentru cursuri și conferințe, anul I, p. 252) „în poemul lui eroi-comic sunt literaturile streine. Singur ne spune că a citit mult pe Homer, Virgiliu, Ariosto, Tasso, Voltaire. De și canavaua epopeei e luată din literaturi streine, totușl modul cum a redat el subiectul arată destulă originalitate, spirit de observație remarcabil și în acelaș timp cunoștințe adînci despre credințele noastre și despre obiceiurile Țiganilor in general”. [Le fonti di cui si è servito Budai-Deleanu nel suo poema eroicomico appartengono alle letterature straniere. Egli stesso ci attesta d’aver letto molto Omero, Virgilio, l’Ariosto, il Tasso e il Voltaire. Ciò non ostante, malgrado la trama del poema derivi dalle letterature straniere, pure il modo col quale ha trattato l’argomento mostra abbastanza originalità e uno spirito d’osservazione non trascurabile insieme con una conoscenza profonda delle nostre credenze popolari e dei costumi degli zingari]. — Della Secchia rapita, e in genere delle fonti italiane, il Densușianu non tocca; in compenso interessantissimi sono i confronti che istituisce col Don Quijote a p. 248. Cfr. anche lo studio di Aron Densusianu intitolato O Musă-cenușăreasa (Una musa cenerentola), in Cercetări literare, Iași, 1887, pp. 265— 266, dove accenna alla Secchia rapita del Tassoni e mostra din non ignorare il nome del Casti, del quale cita Gli animali parlanti. Tutti però gli storici della lettura rumena mostrano di ignorare un interessantissimo poema eroicomico greco-moderno di quel Iacovachi Rizo che, in collaborazione con un tal Monti, tradusse l’Oreste dell’Alfieri, poema eroicomico ch’è figlio non degenere della celebre Secchia, intitolato Il tacchino rapito, di cui ecco il titolo completo: Κούρκας Ἀρπαρή· Ποίημα ἡροϊκοκωμικὸν εἰς τρία ᾄσματα, συντεθὲν παρὰ τοῦ Κυρίου Ἰακωβάκη Ῥίζου τοῦ ποτὲ Νεrουλοῦ. Ἐν Βιέννῃ. Ἐν τῇ τυπογραφίᾳ τοῦ Ἰωάν Βαρθσβεκίου, 1816. Per ciò che riguarda la biografia di questo autore, cfr. Νεοελληνικὴ φιλολογία συντεθεῖσα ὑπὸ Ἀνδρέου Παπαδοπόλου Βρέτου, Ἐν Ἀθήναις, 1584, Μέρος Β´. pp. 331–32.