Piceno Annonario, ossia Gallia Senonia illustrata/Appendice

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Appendice

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Capitolo XV. Errata Corrige
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APPENDICE


Montagna di Frasassi


Per non fare una lunga digressione dissi poche parole nel Capitolo XIII sopra Monte Ginguno, e promisi di dar più notizie in quest’Appendice. Questo monte dunque da capo a fondo fu diviso da un terremoto, ed il luogo della fenditura chiamossi inter saxa nel medio evo, e presentemente Frasassi, ma le altre parti sono chiamate da’ popoli vicini con diversi nomi, che notificai alla pagina 161, per poterle distinguere, e così comunicarsi meglio tra loro le idee. Ma siccome la radice di tutte queste è la stessa, così uno solo è il monte chiamato Ginguno da Strabone, come appunto tutte le parti, che compongono il monte di Ancona, sono chiamate ora Monte Conaro, e da Plinio1 Monte Cumero, sebbene gli abitanti vicini le distinguano, e diano ad esse diversi nomi. Rimane questo a levante della Genga, o per dir meglio questo Castello resta quasi nelle radici di una porzione di esso chiamato sino a’ di nostri Monte Gingo. Siccome è vasto, così di diverse sorti è la pietra, che lo componeFonte/commento: Pagina:Piceno Annonario ossia Gallia Senonia illustrata Antonio Brandimarte 1825.djvu/219. È di vivo sasso poi quella parte, ove rimane l’apertura. Anticamente era intiero, ed insieme unito, perchè quel pezzo, che manca al Monte nella parte sinistra, si mira attaccato nella parte destra, di manierachè se si potesse riunire, le parti si combacierebbero. L’apertura è lunga un miglio, e mezzo, e fra mezzo ad essa scorre il fiume Sentino, che poco dopo si unisce coll’Esi. Anticamente vi era una via, della quale ancora presentemente si mirano alcuni avanzi, che da Sentino, e da Alba conduceva ai bagni, de’ quali parlai nella pagina 81, e poscia che sta si univa alla strada ora detta Clementina, che viene da Fabriano, e conduceva quasi sempre in piano [p. 194 modifica]e lunghesso al fiume a Tufico, ad Attidio, ad Esi, a Senagallia, e ad Ancona. Quel mezzo monte, che si unisce colla Genga, è chiamato di Rosenga, nella parte opposta di cui rimane il Castello di Pierosara, anticamente detto Castello Pietroso, e vi sono grandi caverne: l’altro è nominato Valle Montagnana, nelle radici di cui scaturisce una gran sorgente di acqua impregnata di fegato di solfo, che chiamasi acqua solfatara, in cui se si getta un pezzo di argento acquista subito il color di oro, e vi rimaneva il bagno, ed il Monastero di S. Vittore di Chiusi. Non altro presenta nel suo seno squarciato, che rupi scoscese, che balze, che precipizii, che caverne. È senza pendici laterali, e senza valle. Rappresenta una sferoide rovescia, e la larghezza della fenditura nella parte superiore è di piedi 280, e nell’inferiore ragguagliatamente di piedi 30. La sua altezza perpendicolare alla destra del fiume immediatamente sopra la sorgente di acqua sulfurea è di piedi 800, e l’altra meta della Montagna, ove sono le caverne, è assai più alta. Entro queste balze nidificano le aquile, e vi si osservano caverne più, e meno grandi, più e meno architettate, e scherzate.

In questo monte rimane una cava di Sasso, che io qui chiamerò Travertino, perchè ad esso somiglia, e da’ tagli fatti si osserva, che ne fu portata via una quantità immensa, perchè simil pietra facile ad essere lavorata non si trova nella Marca, che in questo monte. Noi corrottamente chiamiamo ora Travertino invece di Tiburtino quel sasso, che ritrovasi ne’ monti vicini a Tivoli: appelliamo Cottanello quello, che scavasi vicino al Castello di Cottanello in Sabina, e Carrara quello, che trovasi ne’ monti vicini a detta Città. Per la stessa ragione i nostri antichi dovettero chiamare Genga quel travertino, che si estraeva dal monte Ginguno, e di cui ne fecero tanto uso; la qual voce ancora in alcuni luoghi si ritiene dal popolo tenacemente. Di fatti nel Montefeltro, in Fossombrone, Sassoferrato, Roccacontrada, Nidastore ec. ec. chiamasi genga la pietra. Alcune contrade [p. 195 modifica]sassose dell’agro di Gubbio, e di Assisi presentemente chiamansi Genga, e la più nominata è la Genga di S. Giovanni, che è un luogo pieno di massi di travertino, come può vedersi nello Statuto stampato di Assisi. Nella bolla di Alesandro III del 1178 a Pagano Vescovo di Forcona riferita dal Muratori, e riprodotta più corretta da Monsig. Coppola, fra le Chiese, che gli si confermano, vi è Ecclesiam S. Nicolai de Genca cum possessionibus suis. Questa stessa chiesa è ripetuta nell’altra bolla di conferma d’Innocenzo III a Giovanni Vescovo di Forcona nel 1204 riferita dal nominato Coppola. L’estinta Città di Forcona rimaneva lungi tre miglia dalla Città dell’Aquila, e la villa Genca, che ancora esiste, e che è circondata da alti monti, come il Castello della Genga, rimaneva nella Diocesi di detta Città.

Molte sono le caverne, che vi rimangono, ma le più rinomate sono due, che sono quasi in fine dell’apertura. La prima è molto ampla, s’interna nella Montagna, gira di quà, e di là, e non è stata trovata sino ad ora la fine. Così mi dissero coloro, che per curiosità la girarono per lo spazio di cinque ore. Trovarono entro grandi Saloni, colonne naturali, e vie, che conducevano ora in giù, ed ora in su, come nelle Catacombe; e per timore di non perdersi furono costretti escire. Ammirarono le grandi volte di vivo sasso, la quantità sorprendente di Nottole, che vi sono, ed i molti scherzi della natura. Il P. Scevolini così le descrive nella Storia di Fabriano2 ”Quì finalmente da quella parte, che mira di rimpetto alla Genga sono le caverne delle Montagne. Queste grotte sono più meravigliose, che quelle dell’Averno, per le quali porte hanno dato luogo alla favola, che elle sono la strada dell’inferno, e d’onde Enea, come nel sesto dell’Eneidi finse Virgilio, colla scorta della Sibilla Cumana se ne andò negli Elisi a rivedere il [p. 196 modifica]padre Anchise. Grandi, capaci, alte, orribili più di quelle son queste, che in molte parti sono più alte di due picche, piene di Nottole, ed altri animali nemici della luce del giorno, che uno, all’altro attaccandosi fanno come piramidi per fino a terra. Vi si veggono di quei sassi, che pajono artificiosamente fatti, e che usano i principi mettere ne’ giardini per ornamenti delle fontane, e delle peschiere, le quali dalle acque, che vanno lentamente correndo, quì per un luogo di sasso sogliono generarsi. Sono queste caverne delle memorabili cose, che abbia non solamente Italia, ma forse ancora tutta l’Europa.”

L’altra caverna, che rimane attaccata alla descritta, è insigne per una piccola chiesa, che vi rimane, denominata S. Maria di Frasassi, la quale è assai frequentata da’ popoli vicini, e lontani in tutte le feste del Mese di Giugno. Ammirando Monsig. Roberto della Genga la divozione di essi, e mosso a pietà de’ pericoli, a cui si esponevano, perchè conveniva rampicarsi per andarvi, fece fare a sue spese una via, che non fosse pericolosa, come racconta il P. Benedettoni3, fece fare molte mine ne’ scogli, che impedivano l’accesso, e vi spese la somma di quattro mila soldi. Questa fu resa più commoda, e carrozabile a spese dell’Eḿo Cardinale Annibale della Genga, ora Leone XII, il quale, per dar commodo alle genti divote, che si fermavano a mangiare, e ristorarsi nelle caverne, perchè non vi è piano di sorte alcuna, fece fare un lungo muro co’ sedili sopra il Sentino, e presentemente avanti alla Chiesa, ed alle caverne rimane un piano, come una piccola piazza. Per giungervi convien camminare per un miglio, e più in mezzo alla divisa montagna; ed uno mentre resta sorpreso per lo spettacolo, che presenta la natura, è insieme occupato da un certo orrore, e spavento, perchè mira sopra di sè a destra, ed a sinistra un monte [p. 197 modifica]altissimo, e sotto di sè un precipizio orribile, mentre sotto di esso corre il Sentino, ed il dirupo sarà profondo trecento piedi, e sopra continua la Montagna, che s’innalza per altri cinquecento piedi. In avvenire non vi sarà più la rozza Chiesa, che nominai, ma ve ne sarà un’altra assai più magnifica, che ora Leone XII fa costruire nell’imboccatura della prima caverna, che descrissi, la quale è piu spaziosa, e rassomiglia ad un arco del tempio della Pace, che rimane in campo Vaccino di Roma. Quando io andai a vederla, m’incontrai in quel tempo, in cui si facevano gli scavi, e notai, che la superficie della caverna per l’altezza di un piede è sterco di Nottole, che poscia si trovano per la profondità di un’altro piede sassi del monte, e che quindi viene la creta, in mezzo a cui rimangono pietroni di alabastro, ed avrà di profondità trenta piedi. Non si sa capire, come siavi tal creta, perchè la Montagna può dirsi, che sia un solo sasso, ed il Sentino scorre circa 300 piedi sotto. Forse per qualche straordinaria alluvione il fiume avrà scorso un tempo a livello di essa, e vi avrà portata la creta, e perciò in mezzo ad essa si rinvengono foglie di Alberi.

Vi si trovarono eziandio alcuni forni per cuocervi il pane, due pozzi di grano, che non si era conservato, alcune monete, ed una gran quantità di cranii, e di ossa umane. Oltre a ciò molti sepolcri, che contengono dieci, e dodici cadaveri, e questi si trovano ancora isolati scavando più in dentro della caverna. Alcuni credono, che questi siano di coloro, che cavarono il Travertino, e che vi morirono per qualche disgrazia. Altri pretendono, che siano de’ Fraticelli, che vi si nascosero quando furono perseguitati; e tale opinione ha pure il suo fondamento, perchè nelle parti vicine a detto Monte esistevono non poche persone infette da tale Eresìa, come ce ne accerti S. Giacomo della Marca nel dialogo tra il cattolico, e l’eretico.4 “Quando lo SS. nostro Papa Niccolò V. [p. 198 modifica]nell’anno 1449 del mese di Novembre mandò lo venerabile Padre Frate Giovanni da Capistrano, e me Frate Jacomo della Marca de l’Ordine de li Frati Minori a riducere alla vera fede li castelii già eretici, cioè lo Massaccio, Majolata, lo Pojo, e lo Mergo ec. ec., li quali Castelli mediante la divina grazia sono riducti a lo gremio della S. Chiesa, et ad unitade de la santa Fede abjurata omne eresìa ne le nostre mane, trovammo ne la campana del dicto Castello de’ Majolata lettere scolpite, che dicevano così Anno Domini millesimo quadrigentesimo decimo nono tempore Fratris Gabriellis Episcopi Philadelphiae Ecclesiae Pastoris Fratrum Minorum minister generalis . Jesus . Maria . Franciscus. Ecco lo vostro Papa . . . Nella vostra Chiesa, la quale dicete esser voi medesimi, mai ce s’è trovato esser fatto miracolo alcuno salvo in contra de’ Voi, in vostra detestazione, e confusione: taciamo de’ tutti. Ma pure quando alcuno de’ Voi la nostra justitia li fa bruciare, acciocchè se concorde l’odore della santità del corpo a quello dell’anima, le vostre carne, come carne molto putride, abominevolmente puzzano: siccome se vidde, e sentisse per certa experientia a Fabriano stando lì presente Messer lo Papa Niccolò V. ed essendoci bruciati lì certi eretici per tre dì loro intollerabile fetore occupò tutta la Cittade, intantochè stando io in lo Convento de S. Francesco, de longo da lo loco, ove erano stati arsi, per tre dì continui me abominò quella loro intollerabile puzza„ Io poi penso, che la maggior parte delle ossa ivi trovate siano di quelle povere genti, che vi si nascosero per salvarsi dal furore de’ Goti, e de’ Longobardi, come dissi alla pagina 189, le quali non vi abitarono momentaneamente come i cavatori del Travertino, ed i fraticelli, ma per anni replicati colle loro famiglie, e perciò le ossa sono di persone di tutte le età, cioè di ragazzi, di adulti, e di vecchi.

È indubitato, che il monte Ginguno fu diviso da un terremoto. Non sono rari i casi, che i continenti, o [p. 199 modifica]specialmente i monti siano stati squarciati da’ violentissimi terremoti. Molti Istorici degni di fede, trà quali Diodoro Siculo, asseriscono, che anticamente nell’Oceano esistesse un’isola grande chiamata Atlandide, e che questa rovinata da un terremoto sia stata inondata dalle acque marine. Pensa Strabone, ed altri naturalisti, che una terribile concussione della terra abbia separata la Sicilia dall’Italia. Virgilio cosi crede5


Haec loca vi quondam, et vasta convulsa ruina,
(Tantum aevi longinqua valet mutare vetustas)
Dissiluisse ferunt: cum protinus utraque tellus
Una foret, venit medio vi pontus, et undis
Hesperium Siculo latus abscidit: arvaque, et urbes
Litore diductas angusto interluit aestu.


Quindi non mancano autori, che credono, che la parola Sicilia venga dal verbo sicilio, che significa segare, e che Rhegium Città in fine dell’Italia cosi fu chiamata, per denotare fenditura, o separazione. Vi sono altri, che stimano esser ciò avvenuto all’America una volta congiunta coll’Asia. Prima però di dir le ragioni, le quali m’inducono a credere, che questo stesso sia accaduto alla montagna di Frasassi, fa duopo, affinchè sia da tutti inteso, che dia pochi cenni sopra l’origine del terremoto.

Gli antichi lo ripetevano da’ fuochi sotterranei, dalle evaporazioni delle acque, dalle formazioni de’ gas, e da altre simili cose. Ma i moderni trovando insussistenti i loro sistemi, con maggior semplicità, e se vogliamo dire con verità gli danno per cagione l’elettricismo. Ognuno, che sia iniziato nella Fisica, sa, che questo fluido ha una tendenza, come gli altri fluidi, all’equilibrio, e che circola per l’atmosfera, e particolarmente per le viscere del nostro globo, che n’è il serbatojo. Si sa ancora, che alcuni corpi, come lo zolfo, e gli altri bitumi chiamati non conduttori, o coibenti, impediscono il passaggio al detto fluido, e che glie lo permettono [p. 200 modifica]l’acqua, e tutti i metalli, che conduttori, o deferenti si appellano. Si sa finalmente, che nelle viscere della terra esistono corpi dell’una, e dell’altra classe.

Accennate queste poche cose, non è difficile comprendere l’origine del terremoto. Quando il fluido elettrico circolando dentro il globo per tendere all’equilibrio incontra i corpi conduttori, pacificamente si diffonde, ne’ avviene alcun fenomeno in questa caso. Qualche volta però s’incontra con corpi coibenti, che gli contrastano il passaggio. Quindi è, che soverchiamente accumulandosi in qualche parte, fa de’ grandi sforzi, scuote orribilmente la terra, e colla sfrenata sua forza squarcia sovente le sue enormi barriere. Tale essere stato il caso nella descritta montagna così si dimostra. Dalle di lei radici sorte una gran sorgente di acqua sulfurea. Ciò non può succedere, se l’acqua non passasse sopra gli strati di solfo, la quale radendoli s’impregna di particelle sulfuree. In tempi umidi l’odore è più acuto, e si diffonde in distanza assai considerabile. Lungi un miglio dalla sorgente, e nel mezzo della montagna di Moscano, da un’angusta apertura tra’ macigni vedesi uscire il fumo qualche giorno prima, che l’aria si manifesti umida. L’odore acuto, che ne’ tempi umidi tramanda l’acqua, ed i fumacchi, che anche allora sollevar, si veggono, sono i naturali barometri de’ Contadini, che aspettano vicina la pioggia. Dentro la montagna dunque esistono i solfi, i quali essendo corpi coibenti hanno arrestato il fluido elettrico. Questo poi coll’indicibile sua forza rompendo ogni freno, la squarciò da capo a fondo trovando lo strato di vivo sasso. Imperocchè questo fa più forte opposizione ad un tale sforzo, e perciò soffre più di quell’altra terra, che è composta di ghiaja, di arena, e di simile materia non tesa, e stretta, che cede più facilmente, e non fa si gran resistenza. Alcuni pretendono, che questa montagna si dividesse nella morte del nostro Signore Gesùcristo, perchè dice S. Matteo6 terra mota est, et petrae scissae [p. 201 modifica]sunt; ma la storia ci dice, che ciò accadde molti secoli prima. Se la montagna non era aperta, il fiume Sentino, e le altre acque non avevano esito alcuno. Quindi doveva essere un Lago, non s0lo nel luogo, ove rimane la Genga, ma ancora ove torreggiava Sentino, nelle vicinanze di cui accadde quella guerra tra’ Galli, e Romani, che narrai alla pagina 40.

Chi mai creduto avrebbe, che in mezzo ad un luogo sì orrido vi dovessero; essere due Monasterii di Donne, e due di Monaci? Eppure l’eroismo cristiano, e gli esempj di S. Romualdo, che ritirossi in quelle vicinanze, e di S. Silvestro Guzzolino, che intorno a tale montagna condusse i suoi giorni, ve li fecero edificare. Quello sotto il titolo di S. Salvatore di valle era situato alla sinistra del fiume Sentino, sulla sponda similmente sinistra del fosso di Valdonica, e precisamente nel luogo, che da’ paesani è detto Campo delle Suore. Fu fondato nell’anno 1008 da Gepo di Attone, il quale scelse per Badessa Inga di Gepo, e per mancanza di memorie non si sa il progresso, e la fine di questo, e solo è noto, che esisteva nel 1104. L’altro chiamato S. Maria inter saxa, e Carcer de Bocca - Saxorum era situato nella sommità, e quasi nel mezzo della squarciata Montagna sul confine di Rosenga, e di Pierosara, i cui avanzi si osservano anche presentemente nel luogo volgarmente detto Crin del Carpine. Più documenti spettanti a questo furono pubblicati da’ Padri Mittarelli, e Costadoni negli annali Camaldolesi. Il primo ha per data l’anno 1030, e l’ultimo l’anno 1422, in cui il Cardinal Clemente Senese legalo apostolico nella Marca lo unì al monastero di S. Biagio di Fabriano, ma dopo la morte della Badessa, la quale semplicemente vi era rimasta.

Uno de’ monasterii degli uomini era quello di S. Vittore fondato da S. Romualdo, come credono gli annalisti Camaldolesi7, che aveva sotto di sè ventidue [p. 202 modifica]chiese, possedeva il Castello di Pierosara, e di Pietrafitta, del quale parlai nella pagina 81: l’altro di S. Maria di Valle Mergo della Villa Monticelli, che secondo un documento, che riporta il P. Sarti8 apparteneva nell’anno 1199 ai Monaci Avellaniti, ed in qui dimorarono i Monaci Rinaldo, che fu fatto Vescovo di Nocera, e Transimondo, che fu fatto di Sinigaglia. Trovasi questo enumerato nella Bolla di Onorio III dell’anno 1218, in cui conferma la possidenza al Monastero di S. Croce di Fonte Avellana riportata dagli annalisti citati, i quali ci assicurano, che dalle mani de’ Monaci Avellaniti passò poscia in quelle de’ Camaldolesi9, e da questi in mano de’ Silvestrini.10

Di rimpetto al Monte Ginguno, ve ne rimane un altro più piccolo, chiamato Monte Gallo, che si estende sino alle vicinanze di Sassoferrato. Penso, che così fu chiamato non tanto, perchè vi rimaneva il Castello di Galla nominato dal Cardinal De Luca11, in cui nel 1185 abitava Uguccione figlio del Conte Simone della Genga, la terza parte del borgo del quale con alcuni terreni egli donò alla badia di S. Vittore, come ce ne assicura un documento riportato dagli annalisti citati12: quanto perchè vi si fortificarono i Galli. Imperochè essendo andati i Romani ad assalirli nelle lor terre, infallibilmente i Galli occuparono Monte Gallo, e la Genga posta nell’agro Sentinate non tanto per far fronte ad essi, quanto per impedire a’ Romani, che non più s’inoltrassero nelle loro terre, e per chiudere loro la strada, che rimaneva in mezzo alla montagna di Frasassi lunghesso al Sentino. Per la stessa ragione Totila Re de’ Goti dovette far occupare tali luoghi. Imperocchè avendo saputo, che Narsete invece di prendere la via del Furlo, si [p. 203 modifica]era incaminato per quella di Suasa, ed era giunto a Sentino, subito egli andò a ritrovarlo coll’esercito. Ma non essendo ricaduta Ancona col suo porto in potere de’ Goti dopo la partenza di Belisario dall’Italia, come ce ne accerta il Peruzzi13: cosi doveva temere, che nuovi rinforzi giunti per mare non fossero mandati a Narsete. Quindi per chiudere a questi la via più facile, e breve dovette porre persone, che custodissero l’apertura di Frasassi, e Monte Gallo. La vicinanza de’ luoghi nominati, la lor posizione, la strada facile, e piana, che vi era, non ci permettono dubitare, che fatti di armi non seguissero sotto la Genga, e nell’imboccatura di Frasassi nelle guerre, di cui parlai alle pagine 40 e 48.

Note

  1. Lib. 3. c. 13.
  2. Antic. Pic. T. 17. p. 59.
  3. Antiq. Pic. T. 2. p. 248.
  4. P. 19. 20.
  5. Aeneid. lib. 3. v. 414,
  6. Cap. 27. v. 52.
  7. Tom. 2. p. 392
  8. Cupra Mont. p. 96.
  9. Tom. 6. p. 732
  10. Tom. 4.
  11. Lib. 1. de Feud. Dis. XLIX.
  12. Tom. 4 Ap. p. 128.
  13. Dissert. Anconit p. 184.