Piceno Annonario, ossia Gallia Senonia illustrata/Capitolo XV.

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Capitolo XV.

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Capitolo XIV. Appendice

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CAPITOLO XV.


Si indaga il tempo, in cui furono distrutte tali Città, e se tutte ebbero la Cattedra Vescovile.


Il Colucci, il Tondini, la Cronaca di Gianfrancesco Ferrari, e molti altri scrittori vogliono, che i Goti abbino distrutto Suasa colle altre Città vicine. Ma ciò è falso. Imperocchè, come dissi, Suasa non solo non fu distrutta da’ Goti, ma fu creata Madre delle vicine Città da Alarico. Anzi distrutto nell’Italia il governo de’ Goti Suasa esisteva, come ci testifica la lapide, che di sopra riportai. In essa si legge Alaricus impius, e questa sola parola a me basta per credere, che fu eretta estinto il governo de’ Goti, perchè essi non avrebbero permesso, che col nome di empio fosse chiamato un loro campione. La Città di Alba esisteva, e ce ne accerta Procopio: come dunque esistevano queste due [p. 183 modifica]Città così esistevano le altre, e Sentino. Potrei produrre per prova le seguenti parole del decreto del Re Desiderio, che rimane in Viterbo scritto in lettere longobarde, e riportato dal Grutero1: nos enim non sumus Tusciae destructores, ut nos apud Gallos accusat Adrianus Papa. Nam in Tuscia aedificavimus a fundamentis vobis quidem Volturrenis Clavellum . . Sentinatib. autem Ausdonias, et Radacofanum. Ma benchè io creda, che Sentinatib, che leggesi in esso sia un luogo diverso da Sentino, tuttavia io non dubito, chè tale Città esistesse in tempo de’ Goti. Imperocchè questi non furono nemici così furiosi nè sessanta anni, che il loro regno durò nell’Italia, e con ragione il Sig. Le Beau2 così scrisse di essi “Il nome de’ Goti è a torto screditato appresso il volgo. Questa illustre nazione dopo aver soggiogata l’Italia col suo valore, meritava di farsi da essa amare per la umanità, e per la sua giustizia. I goti trattarono i vinti come loro fratelli, e non fecero alcuna mutazione nè Magistrati, nelle leggi, e nelle usanze de Romani. Permisero loro di mantenere perfino una qualche relazione di osservanza, e di rispetto co’ loro antichi padroni. Quantunque professassero l’Arianesimo, la più intollerante di tutte le sette, non furono persecutori. Nondimeno questa diversità di Religione fu l’unica cagione, che fece desiderare agli Italiani di cangiar padrone: gli cangiarono, ma non andò guari, che n’ebbero pentimento, e dispiacere. In una serie di otto Re, i Goti avevano avuti due eroi Teodorico, e Totila„ Le città, che perirono nell’Italia a’ tempi di questi, furono quelle, o che fecero loro resistenza quando se ne impossessarono, come accadde ad Urbisalvia, o che essendo state riconquistate da Belisario, e da Narsete, a loro non si arresero dopo la partenza di questi dall’Italia, o che per la peste, e per la fame rimasero deserte come accadde ad Urbino Ortense. Vero è, che la maggior parte [p. 184 modifica]delle Città d’Italia dopo la sconfitta de’ Goti rimasero scheletri per la guerra, per la fame, e per la peste, le quali tre cose non per una sola volta, ma per più volte le afflissero. Penso dunque, che tutte le Città, che descrissi, rimanevano in piedi nell’anno 553 dell’era Cristiana, ma che erano ridotte ad immagini, ed ombre di Città, perchè vicino ad esse si accamparono gli eserciti de’ Goti, perchè vicino ad esse si accamparono gli eserciti de’ Goti, e dell’Impero Romano, e succedette la sconfitta di Totila.

Il P. Scevolini nella storia di Fabriano3, e gli autori delle cronache manuscritte di Sassoferrato credono, che Sentino fu distrutto da Desiderio Re de’ Longobardi l’anno 774, e si fondano nella seguente lapide, che dicono essere stata ritrovata nel fiume Sentino l’anno 1553.

Mandan. Desider. Longobardorum Rege
Ob spret. imperium vastata Sentin. Civit.
Anno Christi CCCCCCCLXXIIII.


Ma dove andò questa lapide, che ora più non si trova? Chi la fece erigere? In qual luogo fu posta? Non ho letto mai nelle Storie, che coloro, che distrussero la Città sino da’ fodamenti, poscia vi erigessero una lapide, e lessi soltanto, che alcuni fecero seminare il sale sopra le rovine. Io non osservo in questa alcun carattere di verità, e sono certo di non errare, se la giudico falsa. Le giuste congetture, che in appresso addurò, vogliono, che io creda o distrutto affatto Sentino a’ tempi di Desiderio, o che rimaneva un’ombra di Città, e che fu soggetta al duca di qualche Città vicina, come appunto Faleriona Picena era soggetta in tal tempo a Trasburno Duca della Città di Fermo, come ci testifica la seguente lapide riportata dal Muratori4, la quale vale moltissimo per fissare l’epoca del regno di Desiderio Re de’ Longobardi. Il Muratori fissa il principio5 del di lui regno nell’anno 757 prima dei 21. Marzo, ed il Pagi nell’anno [p. 185 modifica] 756. Dalla seguente lapide si rileva, che la ragione favorisce il Muratori, perchè l’ottava indizione cadde nell’anno 770. Se se ne tolgono dieci del di lui regno sino all’ottava indizione, allora torna benissimo il conto, che fa il Muratori.

IN DEI NOMINE
REGNANTE D. NOSTRO DESIDERIO
VIRO EXCELLENTE REGE
ANNO PIETATIS SVAE
IN DEI NOMINE TERTIO DECIMO
GENTIS LONGOBARDORVM
IDEMQVE REGNANTE
DOMINO NOSTRO ADELCHIS FILIOS EIVS
ANNO FELICISSIMI REGNI EIVS
IN CHRISTI NOMINE VNDECIMO
SEO TEMPORIBVS
TRASBVNI DVCI CIVITATI FIRMANE
MENSE IANVARIO
INDICTIONE OCTAVA
IN HVNC ARCA VOLVET FECI
PRO SE SVIQUE OMIVNM


Il Compagnoni nella Regia Picena6 citando Luitprando 7 così dice nell’anno 890 "Sofferse la mesta Italia angosciose calamità sotto la tirannide singolarmente degli due piuchè aspri Berengarii: agitato dal primo Arnolfo Re della Germania, e gli penetrò nel più intimo de’ suoi stati: profectusque Camerinum castrum vocabulo, et natura Firmum, e dall’altro posto a saccomanno ciò, che gli si parava incontro, restò Matelica con Macerata, Montefeltro, e altre Città abraciata, e disfatta come il rimanente della Pentapoli, e dell’Esarcato" Il Turchi8 fondato su queste parole crede, che Attidio fu distrutta l’anno 946, cioè quando fu distrutta Matelica. Non si deve [p. 186 modifica] credere, dice egli, che tutte le Città, e le Colonie siano state devastate da’ Goti, o da’ Longobardi. Furono distrutte quelle soltanto, che rimanevano nelle vie consolari, dalle quali è lontana Matelica. Siccome questa sfuggì la loro barbarie, così di deve credere, che la sfuggissero Attidio, e le Città vicine, che eran lontane dalla strada militare, e che cadde quando fu roversciata Matelica. Il Colucci riprende giustamente il Turchi, e dice, che il Compagnoni non parla di Berengario II, nè dell’anno 946, ma di Berengario I., e dell’anno 896, e pensa, che in quest’anno furono distrutte Matelica, ed Attidio. Parlano però ambedue senza fondamento, e furono ingannati dal Compagnoni. Luitprando nel Capitolo ottavo non dice, che Berengario distrusse Matelica, ma che Vidone non potendo sostenere l’impeto del Re Arnolfo fuggì in Camerino, e Spoleto, che questi l’inseguì debellando tutte quelle Città, e Castelli, che gli facevano resistenza: urbes, et castella omnia sibi resistentia debellans. Nel capitolo seguente poi dice che Arnolfo essendo andato in Camerino, in cui rimaneva la moglie di Vidone l’assediò. Penso però, che gli amanuensi abbiano mutata in Luitprando la parola Firmum in quella di Camerinum, perchè ecco le di lui espressioni, profectusque Camerinum, castrum VOCABVLO, et natura Firmum, in quo Widonis, uxor erat, obsedit. Wido autem in incertis latuit locis. Praefatum igitur Castrum NOMINE, et natura Firmum vallo circumdatur. Il termine di Castrum Firmum può competere a Camerino, ma non gli può competere Castrum vocabulo, et nomine Firmum, e chiaramente si vede, che egli parla di Fermo, alludendo alle parole di Plinio, che dice: Castellum Firmanorum, et super id colonia Piceni nobilissima intus. In Fermo rimaneva una rocca inespugnabile: eminet, dice il Fazio9, rupes quaedam tantae altitudinis.... quae muro cincta crebris turribus impositis Arcem inexpugnabilem fecerat. Possibile, che Luitprando voleva farsi [p. 187 modifica]deridere dai Lettori asserendo che Camerino era un castello chiamato Fermo per nome e per natura? S’era chiamato Fermo, perchè egli lo appella Camerino? Se si chiamava Camerino perchè lo chiama Fermo? Siegue Luitprando a dire, che essendo posta nelle angustie la moglie di Vidone, a forza di denaro corruppe una persona assai familiare di Arnolfo, e la indusse a dare a bere al suo Re una bevanda, che Ella gli diede, la quale non cagionava la morte. Essendo stata questa bevuta da Arnolfo fu sorpreso da sì gran sonno, che non potè essere destato neppure dopo tre giorni. Posto egli in questo stato sembrava, mentre lo scuotevano i suoi familiari, che mugisse piuttosto, che parlasse, e questo fatto costrinse tutti a non combattere, ma a retrocederne: repedare omnes compulit, non pugnare. Non parla dunque Luitprando nè della distruzione di Matelica, nè di altra Città, ed il Compagnoni la suppose. Io similmente sarei rimasto ingannato da lui, come rimasero il Turchi, ed il Colucci, se non ricorreva alla lettura di Luitprando. Avendo riferite le altrui opinioni, dirò quello, che io penso.

Dopo l’anno 574 di nostra salute l’eccidio avvenne, e quasi la totale rovina delle Città, che descrissi. Imperocchè afflitta l’Italia dalle guerre, dalla fame, e dalla peste trovossi esposta nel 567 al furore de’ Longobardi. Approfittandosi Alboino loro Re della disgrazia di Narsete, e della negligenza dell’Imperadore di Oriente l’invase, e dopo essersi insignorito della Liguria, e dell’Emilia sottomise quasi del tutto al suo dominio la Toscana, e l’Umbria. Incendiò Pietra Pertusa fortezza inespugnabile posta nel Furlo, e poscia proseguì la sua marcia pel Piceno penetrando nel Sannio sino sulle frontiere della Campania. Quei Longobardi, che ajutarono Narsete presso Sentino nella battaglia, in cui fu ucciso il Re Totila, e che Narsete a forza di denaro sotto la scorta di Valeriano rimandò nella Pannonia, perchè al dir di Procopio non contenti di predare i luoghi per dove passavano, gli ardevano non perdonandola ai più belli edificj ritornarono [p. 188 modifica]diciannove anni dopo nell’Italia. Questi furon quelli, che invogliarono i loro compagni ad impossessarsi di essa descrivendo il dolce clima, e la fertilità di essa. Necessariamente come prattici de’ luoghi tornarono in Suasa, in Sentino, e nelle altre città vicine, e poscia si stabilirono in Benevento sotto Zottone loro capo: Faroaldo si fissò in Spoleto, che era stata rovinata da’ Goti, e rifatta da Narsete, e ne fu il primo Duca. Essendo stato ucciso Alboino in Verona nel 573 pel maneggio della sua Consorte Rosemonda, che giurò la sua rovina, quando egli riscaldato dal vino voleva costringerla a bere in una coppa incassata in oro fatta col teschio di Cunimondo di lei Padre, che Alboino aveva privato del regno, ed ucciso, gli succedette Clefo, Pagano di religione, guerriero al pari di Alboino, ma avaro e sanguinario. Trattò crudelmente i vinti, cacciando i nobili dalle lor patrie, e facendo morire i ricchi per impadronirsi de’ loro beni. Essendosi reso odioso a’ suoi proprj sudditi, fu assassinato da uno de’ suoi domestici dopo diciotto mesi di regno. Dopo la di lui morte i Signori Longobardi si resero indipendenti, e divisero il terreno, che avevano conquistato in Italia, in trenta sei ducati. Se un buon Re è un raro dono del cielo, che cosa poteva aspettarsi da trentasei Barbari, nodriti negli orrori della guerra, e che non prendevano legge d’altronde, che dal loro brando? Divenuti tiranni nel medesimo tempo, che Sovrani, cominciarono dal distruggere quello, che rimaneva di ricchi abitanti, e ridussero gli altri all’indigenza. Null’altro si vide indi a poco d’intorno ad essi, che Città rovinate, Fortezze atterrate, Chiese, e Monasteri inceneriti, e campagne abbandonate. La nostra Italia non era più, che un deserto, i borghi, ed i villaggi per l’addietro così popolati più non servirono, che di covile alle fiere. S. Gregorio Papa, che morì nel 604, così piangendo diceva10 Mox effera Longobardorum gens in nostram cervicem grassata est... depopulatae urbes, [p. 189 modifica]eversa castra, concremate Ecclesiae, destructa monasteria virorum, ac feminarum, desolata praedia, atque ab omni cultura destituta in solitudine vacat terra, nullus hanc possessor habitat, occuparunt bestiae loca, quae prius multitudo hominum tenebat. Fece anche rimembranza funesta delle stesse calamità in altri luoghi delle sue opere. Molti di questi Duchi eran Pagani, trucidavano coloro, che non volevano essere parte delle loro sacrileghe superstizioni, ed i Cristiani, che da loro scampavano, si rifuggiavano nell’isole del mar di Toscana, come appunto negli anni antecedenti eran fuggiti gli abitanti della Liguria, ed alcuni si erano ritirati a Genova con Onorato Arcivescovo di Milano, altri nell’Isola di Comacina sul lago di Como, dove si trincierarono, e molti nelle Isole di un’altro lago, che l’allagamento de’ fiumi aveva formato tra Cremona, e Lodi. Siccome i Lombardi non avevano barche, così questi fuggitivi trovandosi in sicuro, ma che più non è un’Isola, perchè il lago si disseccò in appresso, quando le acqua furono scolate. Porzione degli abitanti di Padova nel 591 si rifugiarono nelle lagune di Venezia, che si popolava, e s’ingrandiva a poco a poco per le disgrazie de’ paesi vicini. La carestia faceva in Italia strage ancor maggior de’ Lombardi, e la faceva una malattia epidemica. Era questa un flusso di ventre con pustole infiammate, che faceva perire gli uomini, e gli animali, particolarmente i Buoi. Ariulfo Duca di Spoleto sorprese, ed arse la Città di Ancona, poscia s’impadronì di Camerino nel 592. Romano Esarca di Ravenna prese Luceoli, oggi la Scheggia togliendola ai Duchi di Spoleto. Callinico disfece Ariulfo in una battaglia vicino a Camerino.

Dall’anno dunque 574 cominciò il totale eccidio delle Città, che descrissi, ed a poco a poco si compì negli anni successivi. Alcune saranno state distrutte da’ Longobardi, le altre poi da sè stesse rovinarono essendo vuote di abitatori. Molti di questi perirono per la peste, [p. 190 modifica]che in diversi tempi infierì nell’Italia, molti altri per la fame, che imperversò per più volte, ed alcuni per la fame, che imperversò per più volte, ed alcuni per essere sicuri dalle prede, e dagli oltraggi, fuggirono, e si rifugiarono in luoghi solitarii, ed alpestri. Il Turchi, come sarò per dire, crede, che l’origine di varii Castelli della nostra Provincia fu questo, ed io adotto il di lui sistema, perchè è molto conforme alla ragione. Que’ pochi, che fuggirono, avendo abbandonato le loro Città o si nascosero nelle ombrose valli, o si rifuggiarono nelle cime di alti monti. Quivi a poco a poco cominciarono a fabbricar case, e ne vennero molti Castelli, i quali in appresso rimasero di proprietà di coloro, che li edificarono. Le Città essendo prive di abitatori a poco rovinarono, ed in fine del tutto si estinsero. Alcune risorsero, altre, come dice il Catalani, dopo il lasso di più età furono annoverate tra’ Castelli, ed altre sono ancora sepolte tra le loro rovine. Di fatti nè nell’Annonimo Ravennate, nè in Anastasio Bibliotecario, nè nelle donazioni fatte, e confermate dagli Imperadori alla S. Sede si trovano nominate le Città di Sentino, di Alba, di Tufico, di Attidio, di Ostra, di Suasa, di Pitulo Mergente, e Pisaurense, e di Tiferno Metaurense, perchè erano già perite. Tutte poi perdettero il dritto della Cattedra Vescovile.

Non può dubitarsi, che le Città, che descrissi, non ebbero il proprio Vescovo. Ma prima di dimostrarlo, osserviamo quando la fede cristiana penetrò nel Piceno Annonario. Alcuni autori pretendono, che S. Apollinare discepolo di S. Pietro portasse la luce del S. Vangelo non solamente nell’Emilia, ma ancora nel Piceno. Altri danno questo vanto a S. Feliciano Martire e Vescovo di Fuligno, ed espressamente si legge negli atti di questo, che si portò nel Piceno11. Ma nel passo in cui ciò leggesi, si chiama la provincia Picena col nome di Pentapoli, il qual nome ebbe assai dopo la di lui morte: onde il Vecchietti12 giustamente inferisce, che gli atti di lui soffrirono dall’altrui indiscreta pietà qualche [p. 191 modifica] pregiudizio, a cui soggiacquero le memorie, e le vite benchè sincere, e genuine di tanti altri Santi. Io nel mio Plinio illustrato fondato sulle parole di S. Agostino13 dimostrai, che il primo Apostolo del Piceno fu quel Navigante, che essendovi trovato presente quando S. Stefano fu lapidato, raccolse quel sasso, che lo colpì nel gomito, e lo portò in Ancona. Essendo situate le Città, di cui parlai, nelle vicinanze di Ancona, e di Fuligno, ne viene per conseguenze, che la fede Cristiana penetrò assai presto in esse per mezzo di S. Feliciano, e di quegli Anconitani, che furono convertiti dal navigante, e che ricevettero la pietra, che egli loro lasciò per rivelazione divina, come narra il S. Dottore.

Se dunque nel Piceno Annonario penetrò così presto la fede di Gesucristo, ne viene per conseguenza, che vi dovettero essere Vescovi, che istruissero, e coltivassero i Cristiani. S. Paolo così ordina a Tito14 hujus rei gratia reliqui te Cretae, ut ea, quae desunt, corrigas, et constituas per civitates Presbyteros che la parola Presbyteros debba prendersi per Vescovi si rileva dal contesto della stessa lettera: perchè dopo soggiunge: oportet enim Episcopum sine crimine esse, e da Cornelio a Lapide, che così commenta tal testo "e stabilisca per le Città i Preti, cioè i Vescovi, i quali propriamente sono chiamati Preti. Imperocchè il nome di Prete era comune tanto a’ Vescovi, che a’ Sacerdoti."

Di più tutti gli autori concordemente asseriscono, che l’antica disciplina della Chiesa fu, che a ciascuna Città si assegnasse ordinariamente il proprio Vescovo, come ordinò S. Paolo a Tito. Anzi alcuni con Domenico Giorgi nella celebre Dissertazione della Chiesa di Sezze15 dimostrano, che il costume di quei secoli tanto nell’Oriente, quanto nell’Occidente fu non solamente di fissar Cattedre Vescovili nelle Città, ma ancora ne’ Castelli, e Terre più insigni. Fu costretta la Chiesa impedire [p. 192 modifica] con provide leggi tale abuso, ed i decreti de’ Concilii Sardicense dell’anno 347, e Laodicense del 364 e de’ due Cartaginesi degli anni 390, e 397 proibirono la erezione delle Cattedrali ne’ piccoli luoghi, e ne’ Castelli, avendo detto S. Atanasio16 praeter traditionem esse in Pagis Episcopos ordinare. Benchè questo costume fu così solennemete riprovato dalla Chiesa, tuttavia ripullulò ai tempi di Carlo Magno, il quale perciò nell’anno 789 rinnovò ne’ suoi Capitolari17 il Canone Sardicense.

Se questa fu la disciplina, ne viene per conseguenza, che Setino, Alba, e gli altri luoghi, che descrissi ebbero il proprio Vescovo, perchè erano Città insigni, e Tertulliano dice18 primo per Judaeam contestata fide in Jesum Christum, et Ecclesiis institutis, dehinc in orbem profecti (Apostoli) ... ecclesias apud unamquamque Civitatem condiderunt, e perchè non avevano alcun motivo di essere esentate da questa, che era comune a tutte le altre. Di più l’avere la Cattedra Vescovile era una cosa onorifica, e favorevole. Or se la volevano quei paesi, che non avevano alcun dritto, come si può credere, che non volessero averla quelli, a’ quali competevasi? Se dunque Tadino chiamato pago da Procopio, e se molte altre Città ebbero il proprio Vescovo, così ebbero Sentino, Alba, Tufico, e tutte le altre Città, che descrissi. Essendo esse venute meno, i Vescovi delle Città vicine, che rimasero superstiti presero premura delle desolate Chiese, e non essendo le Città mai risorte formarono poscia porzione della loro Diocesi. Sentino ed Alba ingrandirono il Vescovato di Nocera, Attidio, e Tufico quello di Camerino, Suasa quello di Fossombrone, Pitulo, ed Ostra quello di Sinigaglia, e così si dica delle altre. Qui dò termine al presente libro.


FINE


Note

  1. Pag. ccxx.
  2. Tom. 19. P. 23.
  3. Pag. 7.
  4. Thes. veter. inscript. p. 1657. n. 7.
  5. Antiq. medii aevi p. 752.
  6. P. 22.
  7. Lib. 1. c. 9.
  8. De Eccl. Camerin. p. 168.
  9. Rer. gest. Alphons. 1. Reg. Neap. l. 78. p. 25.
  10. Dialog. lib. 3. c. 38.
  11. Giacobilli Vir. SS. Umbr. T. 1. p. 128.
  12. Dissert. prelim.
  13. Serm. 32.
  14. Cap. 1. v. 5.
  15. p. 6. c. 4.
  16. Apol. secun.
  17. T. 1. p. 220. n. XIX ediz. Balutii.
  18. De praescrip. c. 20.