Satire (Orazio)/Libro II/Satira VII

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Libro II

Satira VII

../Satira VI ../Satira VIII IncludiIntestazione 29 maggio 2011 100% Poesia satirica

Quinto Orazio Flacco - Satire (I secolo a.C.)
Traduzione dal latino di Luca Antonio Pagnini (1814)
Libro II

Satira VII
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Davo e Orazio.


Dav. Gran pezza è ch’io v’ascolto; Or vorrei dirvi
Servo qual son quattro parole anch’io;
Ma non m’attento. Or. Se’ tu, Davo? Dav. Davo
Son io fido al padron, servo dabbene
5Sol quanto basta a far che mi crediate
Degno di lunga vita. Or. Adopra meco
La libertà, che l’uso nostro antico
Nel mese di decembre a’ servi accorda.
Dav. Degli uomini una parte incaponita
10Si sta ne’ vizj, e mai tenor non cangia.

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Tra ’l bene e il male altra gran parte ondeggia,
E or questo segue, ed ora a quel s’appiglia.
Spesso di tre anella avea guernita,
Talor ignuda d’ogni fregio avea
15Prisco la manca, uomo incostante a segno
Che dieci volte il dì si dispogliava
Il laticlavo, e da un palagio altero
Di repente n’andava a rintanarsi
In un tugurio vil, donde un liberto
20Civile alquanto avrìa d’uscir vergogna.
Oggi far vita scapestrata in Roma,
Doman voluto avrìa fare in Atene
Il dotto e il saggio; ei veramente in ira
Di quanti son Vertunni al mondo nacque.
25Volanerio buffon, da che una fiera
Chiragra a lui fiaccate ebbe le dita,
Manteneva a giornata un che per lui
I dadi raccattasse e gli mettesse
Nel bussolotto. Quant’ei più costante
30Nel vizio, tanto meno era infelice
Del primo che la fune ora tirando
Or allentando era in travaglio sempre.
Or. E non vuoi dire ancora, ceffo da forca,
A che son volte le tue magre istorie?

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35Dav. A voi, padron. Or. Come, o furfante? Dav. Voi
La vita e gli usi de’ Romani antichi
Lodate assai; ma se repente un Dio
Tra quelli vi locasse, alto dispetto
Ne provereste, perchè ciò che dite
40Non credete in cuor vostro essere il meglio,
O perchè saldo difensor non siete
Della virtude, e vacillando il piede
Trar dal fango tenace invan tentate.
In Roma a i campi il desir vostro vola;
45E l’instabile cuor ne’ campi esalta
Fino al ciel la città. Se in nessun luogo
Siete a cena invitato, oh come è dolce,
Dite, il mangiare un piatto d’erbe in pace!
E qual se fuor di casa strascinato
50Foste pel collo, vi beate a pieno
Che andar non vi convenga all’altrui mensa.
Ma facciamo che vi chiami Mecenate
A cena seco sul cader del giorno,
Tosto mettete col gridar sossopra
55Tutta la casa. Dove son gli unguenti?
Nessun mi sente? E poi fuggite a volo.
Milvio e i buffon partendo vi fan mille

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Imprecazioni ch’io ridir non oso.
Dirà taluno, e dirà il ver, ch’io troppo
60Lascio tirarmi dalla gola, e il naso
Al pingue odor delle vivande allargo,
Ch’io son vile, poltron, ne volet’anco
Di più? rifrustator delle taverne.
Ma voi essendo quel ch’io sono, ed anco
65Peggior di me, non fate che insultarmi
Qual se foste migliore, e mascherate
Con le belle parole i vizj vostri.
E che direste ancor, s’io vi provassi
Che siete stolto più di me comprato
70Al prezzo vil di venticinque scudi?
Non fate il viso brusco, a fren tenete
La collera e le man, finch’io v’esponga
Quel che insegnommi di Crispin l’usciero.
Voi siete cotto della moglie altrui;
75D’una sgualdrina Davo. E qual di noi
Commette fallo più di forca degno?
Quando l’amor mi punge e riscalda,
Vo la sera a passar con esso lei,
E poi la lascio senza infamia o pena,
80Che altri di me più ricco o più ben fatto
Prenda il mio loco. E voi, qualor gittato

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L’anello equestre, e la romana toga
E ogni altro fregio signoril, chiudete
In vil cappotto il profumato capo,
85Non siete appunto quell’abbietto Dama
Che vi fingete? Nelle amate stanze
Mettete il piè tremante, e lo spavento
Fin dentro l’ossa con la foja alterca.
Che differenza v’ha tra ’l gire incontro
90Agli strazj del ferro e delle verghe
Per obbligo contratto, e tra ’l celarvi
Entro un’immonda cassa, ove l’ancella
Mezzana vi serrò sì rannicchiato,
Che a toccar vanno le ginocchia il mento?
95Non ha forse il marito della Dama
Colpevole su d’ambi ugual diritto?
Anzi maggior su chi la tenta al male?
Ch’ella non cambia casa nè vestito,
Nè tutti appaga i desir vostri rei,
100Perchè vi teme e al vostro amor non crede.
Voi v’andate a cacciar sotto la forca
A bella posta, ed in balìa mettete
D’un padrone di rabbia furibondo
E facoltà e concetto e corpo e vita.
105Salvo ne usciste? Cred’io ben che cauto

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E guardingo faravvi il corso rischio.
Anzi ben tosto a novi rischi e danni
Incontro andrete. O cento volte schiavo!
Qual fera rotti i lacci è mai si sciocca
110Che il piè rivolga alla prigione antica?
Adultero non son, voi mi direte.
Nè io son ladro affè, quando vo cauto
Trà i bei vasi d’argento e nulla tocco.
Della pena il pericolo si tolga,
115E di natura il reo talento allora
Salterà fuori, ogni ritegno infranto.
Voi padrone di me, voi che l’impero
Siete costretto a sostener di tante
Persone e cose? Nè tre volte e quattro
120Postavi in capo la pretoria verga
I vostri può discior miseri lacci.
Aggiungasi di più: Se chi ubbidisce
A un altro servo, com’è vostra usanza,
Subalterno si nomina o conservo,
125Non son io tal rispetto a voi, che impero
Su me tenete, ma servite ad altri
Miseramente che girar vi fanno
Come fantoccio movesi per suste.
Or. Chi dunque vive in libertà? Dav. L’uom saggio

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130Ch’è padron di sè stesso, e nulla teme
Nè povertà, nè prigionia, nè morte;
Che invitto doma i ribellanti affetti,
Sprezza gli onori e in sè raccolto e saldo
Qual terzo globo intier da sè rigetta
135Quanto di stranio a lui s’accosta, e i colpi
D’avversa sorte ognor ribatte e spezza.
Di tali qualità potete alcuna
Ravvisare in voi stesso? Una baldracca
Da voi pretende cinquecento scudi,
140Vi tormenta, vi spinge fuor di casa,
E un catin d’acqua vi rovescia in testa.
Poi vi richiama. Orsù dal giogo indegno
Togliete il collo omai. Dite una volta:
Io son libero, il son: Ma nol potete,
145Che un tiranno crudel vi strazia il cuore,
E voi pur lasso con acuti sproni
Fiede, e per forza vi stravolge e incalza.
Allorchè tienvi instupidito un quadro
Di Pausia, forse minor fallo è il vostro
150Del mio, qualora a rimirar m’arresto
Con terra rossa pinte o con carbone
Le battaglie di Rutuba e di Fulvio
E di Placidejan, che tesi i nervi

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Oprano l’armi maestrevolmente
155Ora vibrando ora schivando i colpi?
No: Davo è un ciondolon; voi siete un bravo
Conoscitor de’ bei lavori antichi.
Sono un da nulla, s’io vo dietro al fumo
D’una focaccia; nobil vanto e gloria
160È per voi gire intorno a laute cene.
Torna a mio danno il compiacer la gola,
Perchè ne porto il dorso rotto: e a voi
Tornar forse impuniti i buon bocconi,
Che costano si caro? Inacidite
165Su lo stomaco restan le vivande
Senza fin trangugiate, e vacillanti
Sdegnan reggere i piè l’offeso corpo.
Degno è di pena se di notte un servo
Va barattando in tante ciocche d’uva
170Una furata streglia. E quei che i campi
Vende e il prezzo ne manda giù per gola,
Non un fallo servile anch’ei commette?
S’arroge a ciò, che non sapete un’ora
Viver con voi medesmo, e de’ vostri ozj
175Buon uso fare, e qual fuggiasco errante
Schivate ognor voi stesso, e invan tentate
Col vin, col sonno d’ingannar le cure,

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Che v’incalzano e premono fuggente,
Nere compagne. Or. Chi mi porge un sasso?
180Dav. Per farne che? Or. Dov’è qualche spuntone?
Dav. O il mio padrone impazza, o pur fa versi.
Or. Se non vai tosto via di qua, ti mando
Con quegli otto a zappar nella Sabina.