Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo II/Libro II/Capo II

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Capo II - Poesia

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Capo II

Poesia.

I. Anche in quest’epoca vi ebber poeti; ma in numero e in valore troppo inferiori non solo a quelli del secolo di Augusto, ma a quelli ancora che vissero nel secol che gli venne [p. 438 modifica]438 turno appresso. Abbialo veduto die Alessandro Severo solea recarsi spesso al pubblico Ateneo ad udirvi i poeti latini e greci che recitavano i loro componimenti; de’ quali perciò convien dire che vi avesse buon numero in Roma; e di Gallieno ancora si è detto che gareggiò co’ poeti in un epitalamio sulle nozze de’ suoi nipoti. Anzi Trebellio Pollione ci dice che cento furono allora i poeti che a questa occasion verseggiarono: Epithalamium quod inter centum poètas praet ipuum fuit (in Gallieno, c. 11). Del mentovato Alessandro Severo racconta ancora Lampridio che Agoni praesedit (in Alex. Sev. c. 35), colle quali parole sembra ch’egli indichi i giuochi capitolini altrove da noi rammentati, che ogni cinque anni solevansi celebrare, e ne’ quali i poeti e gli oratori venivano a disfida d1 ingegno per 1 ¡portarne la corona al vincitor destinata. Questi durarono per molto tempo, poichè Censorino, che scrisse il suo libro del Dì Natalizio l’an 238 in cui fu ucciso Massimino I, come osserva il P. Petavio (De Doctr. temp. l. 11, c. 21), dice che in quell’anno appunto eransi i detti giuochi celebrati la trentesima nona volta (De Die nat. c. 6). Fino a quando si continuasse a celebrarli, non si può facilmente determinare. Il Pitisco pensa congetturando (Lex. Antiq. rom., V. A goti.) che durassero ancora ne’ più bassi secoli; ma parmi poco probabile che nello sconvolgimento in cui gittarono Roma le invasioni de’ Barbari, si potesse ancora pensare a gareggiar poetando. Forse ancor prima di esse lo stabilimento della religion cristiana li fè cessare , per toglier così [p. 439 modifica]SECONDO 4^9 ogni occasione di altri giuoclii profani c sacrileghi. Ma benchè ai tempi de’ quali ora trattiamo , si celebrassero cotali giuochi, e benchè veggiam nominati poeti che recitavano nell’Ateneo, e che componevano epitalamj in occasione di nozze, e questi ancora fino al numero di cento; certo è nondimeno che assai minore fu il numero de’ poeti, di quel che fosse in addietro. In fatti in tutto questo spazio di tempo tre soli ne possiamo additare, le cui poesie siano a noi pervenute5 e di quelli ancora di cui sappiamo che esercitaronsi in verseggiare, vedremo che fu scarso il numero. E forse a quel tempo vi eran parecchi che solo in qualche occasione prendevan tra le mani la cetra, ma fuor di essa non si curavano di coltivare uno studio che non era più in gran pregio. II. Il primo de’ tre accennati poeti (se pur gli può convenire un tal nome) è Quinto Sereno Samonico, di cui abbiamo un poema didascalico, o, a dir meglio, molti versi intorno alla medicina, che non sono i più eleganti del mondo, e ci e punto non hanno di brio e di vigore poetico. Di qual patria e di qual condizione egli fosse, nol possiamo raccogliere. Alcuni hanno affermato che e’ fosse spagnuolo, ma questa opinione è combattuta ancor dall’autore della Biblioteca spagnuola, cioè dal celebre Niccolò Antonio (Bibl. hisp. vet l. 1 , c. 20). Sappiamo eli’ egli era uomo assai dotto; e tale il dice Macrobio (Saturn , l. 2, c. 12) che reca un passo di non so quale sua opera scritta ad Antonino Caracalla. Da questo passo 11. Noiitie dà Sereno Santonico. [p. 440 modifica]44o LIURO medesiiuo nondimeno noi raccogliamo clic cominciavasi allora a non avere molta perizia nella stessa storia del secolo precedente; perciocchè Sereno citando un detto di Plinio il Vecchio dice che questi visse fino a’ tempi di Traiano confondendo così insieme i due Plinj. Un altro frammento tratto da non so qual altra di lUi opera, ove parla della legge Fannia contro il lusso delle mense, ci ha conservato lo stesso Macrobio (ib. c. 13); il quale innoltre fa menzione (ib. l. 3, c. 9) del quinto libro delle Cose recondite dello stesso Samonico, e da esso trae le due solenni gravissime formule con cui gli antichi Romani solevan talvolta sopra le nemiche città chiamare lo sdegno de’ loro Dii; le quali formole dicevansi l’una evocare Deos, l’altra devovere Diis. Altri frammenti ancor di Samonico si citano da Arnobio (l. 6 adv. Gentes) e da Servio (ad l. 1 Georg. Virg.); e altrove abbiam detto de’ Distici di Catone, di cui vuolsi da alcuni eh1 egli sia autore (V. t. 1, p. 144). Fu egli assai caro a Geta, fratello di Caracalla, di cui narra Sparziano che soleva leggere spesso i libri di Samonico indirizzati a suo fratello (in Geta c. 5), che eran forse quell’opera stessa che abbiam veduta rammentarsi da Macrobio. Così pure di Alessandro Severo nan a Lampridio (in ejus Vita, c. 30), che avendo assai amato in vita Samonico, con piacere leggavane i libri. Egli finalmente aveva una copiosissima biblioteca di sessantadue mila volumi, che essendo poscia passata alle mani di Sereno Samonico suo figlio, questi morendo ne fè dono al secondo de’ tre [p. 441 modifica]SECONDO 411 gordiani, di cui era stato maestro (Capit. in Gordianis, c. 18). Ma questo valentuomo ebbe un fine troppo diverso da quello ch’ei meritava- Perciocchè standosi alla cena insieme con Caracalla, fu da lui per qual che si fosse ragione barbaramente ucciso (Spart. in Carac. c. 4). Sparziano, dopo averne narrata la morte, dice che molti eruditi libri da lui scritti conservavansi ancora; ma trattone il poema di sopra accennato, per cui l’abbiam posto insieme co’ poeti, niun’altra opera di lui ci è rimasta. Intorno a Samonico hanno scritto con particolar diligenza Roberto Keuchenio (Proleg. ad Q. St r. Samoli.) e il celebre Giambatista Morgagni (Ep. ad Jo. Ant. Vulpium ante Samon. ed. Comin. 1722). Diverso da’ due Samonici padre e figlio sembra che fosse quell’Aulo Sereno poeta lirico clic da alcuni vien nominato, come dimostrano i due mentovati scrittori. III. Gli altri due poeti vissero al medesimo tempo, cioè sotto Caro e sotto Carino e Numeriano di lui figlioli, e nel medesimo genere di poesia si esercitarono. Furono essi M. Aurelio Olimpio Nemesiano e Tito Calpurnio. Il primo fu di patria cartaginese; ma sembra che avesse almeno per qualche tempo dimora stabile in Roma , perciocchè egli è quel medesimo con cui vedemmo poc’anzi che Numeriano soleva gareggiar verseggiando, e di cui dice Vopisco (in Caro, ec. c. 11) che scripsit Halieutica, Cynegetica et Nautica; cioè tre poemi suha Pesca, sulla Caccia e sulla Nautica. Di questi solo il secondo ci è rimasto da lui dedicato a’ due suddetti fratelli m. Di Olimpio Ne 11 irsi.mo 0 diCalpurnio. [p. 442 modifica]442 UDRÒ Carino e NHitleriano dopo la morie di Caro lor padre, a cui egli perciò dà il nome di Divo: Divi fortissima pignora Cari (in Cyneg v. 64). Un passo però di questo poema & nascere qualche dubbio intorno al soggiorno di Nemesiano in Roma. Egli parlando a’ due fratelli imperadori così dice: Haec vobis nostrae libarunt carmina Musae , Cum primum vultus sacros, bona numina terrae Contigerit vidisse mihi: Per. 7(1, ec. E poco dopo: Videorque mihi jam cernere fratrum Augustos habitus, Romam, clarumque iicnatiiin. Non è ella questa maniera di parlare propria di chi non mai abbia veduti nè gli imperadori nè Roma? Come dunque si puo dire eli’ egli vivesse in Roma, e che Numeriano con lui contendesse in poesia prima di essere sollevato all’impero? Giacchè dopo ei nol potè certamente, ucciso, mentre dalla guerra di Persia sen tornava a Roma. Alcuni interpreti ne escon col dire che Nemesiano era stato prima in Roma, che poscia o se n’era ritornato a Cartagine, o erasi ritirato in qualche luogo fuori di Roma, ove pensava di nuovamente recarsi. Può essere che tale veramente sia il senso di Nemesiano; ma a dir vero, le sue parole parmi che indichin piuttosto una prima che una seconda venuta a Roma; nel quel caso io non saprei come accordarle col racconto che fa Vopisco. Checchè ne sia , il poema che ci è rimasto di Nemesiano, è colto ed elegante [p. 443 modifica]SECONDO 443 riguardo a’ tempi in cui fu scritto. Egli ’^,10 non ha alcuno de’ vizj del secolo precedente; e ove se ne tragga la non sempre pura espressione, effetto del corrompersi che faceva il latino idioma, e una soverchia prolissità, singolarmente nell’introduzione, in cui egli occupa qr,asi una terza parte del suo poema, egli può a ragione essere annoverato tra’ migliori poeti dopo il secol d’Augusto. IV. A lui pure comunemente si attribuiscon . quattro egloghe, che si sogliono aggiugnere al suo poema sopra la Caccia. Ma Giano Ulizio I seguito, ancora da Pier Burmanno e da altri, pensa (in praef et in not ad Nemes. Eclogas) che esse siano di Tito Calpurino ossia Calfurnio siciliano, di cui son certamente altre sette egloghe. Le ragioni eli’ egli ne arreca, sono la somiglianza dello stile, alcuni versi che quasi colle stesse parole s1 incontrano nelle une e nelle altre, qualche espressione da cui par che raccolgasi che l’autor di esso fosse siciliano, l’autorità della prima edizione di queste egloghe, in cui tutte si attribuiscono a Calpurnio, ed altri sì fatti argomenti che hanno qualche forza, ma che non rendono abbastanza certa questa opinione. Calpurnio fu siciliano, e assai povero di sostanze, come da varj passi de’ suoi versi medesimi si raccoglie (l. 4, v. 26, ec.). Visse al tempo medesimo di Nemesiano. a cui anche dedicò le sue egloghe. Queste, o siano tutte di Calpurnio , o altre siano di lui, altre di Nemesiano, hanno eleganza e soavità superiore a quella degli altri scrittori di questi tempi. L’ab. Quadrio accusa il Fonterelle di [p. 444 modifica]se 444 treno averle antiposte a quelle ancor di Virgilio (Stor della Poes. t. 2, p. 609); ma nè egli cita. i,.\ io trovo in qual luogo abbia egli recato un sì travolto giudizio; e parmi strano ch’ei l’abbia recato, perchè in un luogo egli dice apertamente che Calpurnio non ha il merito di Vir. gilio (Discours sur la nature de l’E gl. 1, 4 (Oevr. Paris, 1742,p 148); benchè in un tal passo di cui ragiono, creda che Calpurnio sia stato più di Virgilio felice non già nell’espressione, ma nel pensiero. Calpurnio fu in sì gran pregio in alcune delle età trapassate, che veniva nelle pubbliche scuole proposto ad esemplare di poesia. Così afferma il Giraldi, il quale però saggiamente non ne reca sì favorevol giudizio: Bucolica hic scripsit, quae extant, et a multis leguntur probanturque. Ego certe in eo facilitatem et sermonis volubilitatem, sed parum interdum nervi et concinnitatis offendi Fuit quidem, cum ego eas omnes septem Eclogas avidissime legerem; nam et me puero magni quidam professores, ut tunc erant tempora , eas etiam publice praelegebant (De Poetis Hist. dial. \). Il qual sentimento si può ugualmente adattare a Nemesiano ancora. V. Alcuni altri poeti troviam nominati presso gli antichi autori, de’ quali però non ci è rimasta cosa alcuna; nè io credo che abbiamo a dolercene molto. Gellio rammenta un Anniano (l. 7, c. 7) poeta, com’egli dice, di leggiadro ingegno, e nelle antichità erudito, e dotato innoltre di una maravigliosa facilità di parlare; e un Giulio Paolo, cui dice uomo a sua memoria dottissimo (l. 1, c. 22; l. 5, c. 4); e [p. 445 modifica]SECONDO 4/(5 ^jn dabbene, e nella antica letteratura versato • psai (l- 19, c. 7). Tossozio senatore della fa• piglia degli Antonini vivea al tempo di Massimino I, e alcuni poemi avea composti che al tempo di Giulio Capitolino ancora si con,fn avano (Capii, in Maximin. jun. c. 1). Abbiam già fatta menzione di Aurelio Apollinare, che da Vopisco si dice scrittor di iambi (in Caro, ec. c. 11), e autore di una Vita delifiniperadore Caro, la qual però non sappiamo se scritta fosse in versi, o in prosa. Aggiungansi quelli tra gli imperadori da’ quali abbiam detto che fu coltivata la poesia , come Lucio Vero, Alessandro Severo , i Gordiani, Gallieno e Numeriano. Fuor di questi e di qualche altro che venga per avventura accennato dagli antichi scrittori, io non saprei quali altri poeti additare di questi tempi. Il che dee farci conoscere che e pochi coltivatori ebbe allora la poesia, trattone alcune rare occasioni in cui era onorevole e vantaggioso f esser poeta 5 o se ebbene molti, questi non furon troppo felici nel poetare , e i lor versi perciò vennero presto dimenticati. VI. Ciò che mi sembra più strano, si è che anche di poesie teatrali appena trovasi in quest’epoca autore alcuno. Io veggo sol nominato da Giulio Capitolino (in Marc. Aur. c.8) un Marullo scrittor di Mimi, di cui egli racconta che soleva co’ mordaci suoi scherzi pungere i due imperadori Marco Aurelio e Lucio Vero, e che questi dieder pruova della loro mansuetudine col non farne risentimento. Di lui parla ancora Servio (ad ecl. 7 Virg.) dicendo che nel compone vi. La poesia teatrale quasi del tuli» negletta. [p. 446 modifica]egli poneva mente a sollazzare il popolo, anzi che a scrivere correttamente. Nè io so se alcun altro scrittore o di tragedie o di commedie a questi tempi si trovi essere vissuto E nondimeno i teatrali spettac >|i usavansi ancora, benchè nella storia di quest’età non sembri ch’essi fossero nè si frequenti nè sì ma. gnifici come in addietro. Certo io non trovo menzione di teatri o ristorati, o nuovamente edificati, fuorchè di quel di Marcello, di cui si narra che Alessandro Severo pensò di ri. fabbricarlo (Lttmpr. in Alex. c. 44 benchè non si dica se conducesse ae’effetto il suo disegno. Sembra dunque che cominciasse allora a curarsi poco il teatro, e quindi non è maraviglia che pochi fossero gli autori di teatrali poesie, potendosi usare, ove ne venisse occasione, di quelle che da’ poeti dell’età precedenti erano state composte.