Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VIII/Libro III/Capo VI

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Capo VI – Arti liberali

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Tomo VIII - Capo V Tomo VIII - Lettera dell’abate Tiraboschi all’abate N.N.
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Capo VI.

Arti liberali.

I. Quel decadimento a cui vennero in Italia le belle lettere, si sparse ancora in qualche parte sulle arti liberali e sull’architettura singolarmente; e vi si sparse per la stessa ragione. La nobile e maestosa semplicità de Palladii, de’ Vignola, de’ Sansovini, non parve vaga abbastanza. Si vollero aggiugnere nuovi ornamenti, e introdurre ancor nelle fabbriche le metafore ei’i concetti. Già abbiamo osservato che Vincenzo Scamozzi fu uno de’ primi a introdurre nell’architettura quel tritume e quel raffinamento che da que’ primi lumi di questa scienza si era sempre fuggito. Ma quegli da cui principalmente riconosce l’architettura questo Tikauosciiì, Voi. XV, i(3 [p. 784 modifica]784 LIBRO deterioramento di gusto, è il celebre Francesco Borromini, il cui esempio fu ancor perciò più fatale, perchè egli era uomo di valor grandissimo iu quest1 arte, se avesse voluto usare più saggiamente del suo ingegno. Era egli nato, come si narra da Giambattista Passeri, autor di que’ tempi, che ne scrisse la Vita (Vite de’ Pitt, ec., Roma 1772, p. 373), a’ 25 di settembre del i5j)(j in Bissone luogo della diocesi di Como. In età di quindici anni passò a Milano per apprendervi l’arte d’intagliare il marmo, e indi nel 1624 si trasferì a Roma, ove da Carlo Maderni suo compatriota e parente, che era allora architetto della basilica Vaticana , e che conobbe f abilità che il Borromino avea nel disegno, fu in esso istruito e esercitato. Piacque perciò anche al cav. Giovanni Lorenzo Bernini, che succedette in quell’impiego al Maderni. Ma poscia il Borromino di lui disgustato, perchè non vedeva mai eseguirsi alcuna delle belle promesse che fatte gli avea, lo abbandonò, e diessi a esercitare la professione d’architetto. Molte furono le chiese e fabbriche eli’ ei disegnò in Roma, e quella che è forse fra tutte la più famosa, è la chiesa e il convento di S. Carlo alle quattro fontane, e la chiesa nuova di Santa Maria in Valicella, della quale seconda opera di Borromino si compiacque per modo, che volle egli stesso scriverne la Relazione, la qual poi fu stampata magnificamente in italiano e in latino in Roma nel 1725, aggiuntivi tutti i disegni, e quelli ancora della Sapienza, che fu un’altra delle più rinomate fabbriche del Borromino. Questi c più [p. 785 modifica]TERZO 780 altri edificii da lui disegnati sono vaghissimi, e mostran l’ingegno del loro inventore. Ma vi si scorge il difetto a lui ordinario di ammucchiare gli ornamenti gli uni sopra gli altri, e di spezzar troppo e sminuzzare le parti, scostandosi da quella semplicità che tanto era piaciuta a’ più valorosi architetti. Ei visse fino al 1667 , nel qual anno infermatosi, la violenza del male il trasse a sì furioso delirio, che balzando dal letto, e presa in mano una spada, se l’immerse nel seno, e pochi giorni appresso, a’ 2 di agosto, finì di vivere. Degli altri valorosi architetti di questo secolo , come di Girolamo Rinaldi, di Martino Lunghi, di Gherardo Silvani, di Giovanni e di Sigismondo Coccapani fratelli di patria fiorentina, ma oriondi da Carpi, e di più d’altri che si potrebbono nominare, io non ragionerò stesamente, perciocché 1’opera poe’ anzi accennata del Passeri, e quella del Baldinucci, del Baglioni, del Bellori altrove da noi indicate, abbastanza han ragionato di esse, perchè sia necessario il dirne di nuovo. Alle dette opere nondimeno, che per lo più si raggirano intorno a’ professori d’architettura che fiorirono in Roma, o nella Toscana, debbonsi aggiugnere più altre, nelle quali si tratta de’ professori che vissero in altra città d ltalia, e delle quali pure abbiam detto a suo luogo; perciocchè più altri architetti si vedranno ivi nominati con lode, de’ quali que’ primi scrittori non fanno menzione. E fra essi io nominerò solamente Gaspare Vigarani modenese, del cui valore, oltre le belle fabbriche da lui disegnate in Modena e altrove, è pruova l’andar [p. 786 modifica]II. Siann<*»er.in<> alcuni più ili usi ri «.ut turi. 78C) LIBRO eli egli fece nel 1660 a Parigi, chiamatovi dal re Luigi XIV, per disegnar le macchine e i teatrali spettacoli da celebrarsi in occasione delle sue nozze (Murat. Ann. d Ital. ari. 1660) (a). II. Per la stessa ragione fra molti valorosi scultori che questo secolo ebbe, due soli ne indicherò io, che forse in fama andarono innanzi a tutti, Alessandro Algardi e Gianlorenzo Bernini. Del primo abbiamo la Vita scritta dal Passeri (l. cit p. 196), e ne favellano innoltre gli scrittori quasi tutti di questo argomento. Ei fu di patria bolognese, ed ebbe nell1 arte del disegnare a maestro il celebre Lodovico Carracci. Dopo avere per qualche tempo servito il duca di Mantova, passò a Roma, ove visse alcuni anni occupandosi semplicemente in modellare statue, senza ottener perciò molto nome. Cresciuto nondimeno a poco a poco in fama f Algardi , egli si adoperò perchè gli venisse commesso il lavoro della statua di bronzo del pontefice Innocenzo X, che era stato prima affidato a Francesco Mochi, ma che da lui non era stato ancora eseguito. Egli l’ottenne) ma il piacere di questo onor conferitogli , venne (a) Del Yigarani si è parlato più stesamente tieMa Biblioteca modenese (t. 6, p. 56», ec.) Dallo stesso re lu alla sua corte chiamato Jacopo Torelli nohile sauese e cavaliere dell’Ordine di S Stefano; e nel formar macchine singolarmente all’occasione che vi si rappresentò I Andromeda del Cornelio, ottenne gran nome. Tornato poscia in Italia, morì in Fano, ove avea fabbricato il teatro, l’anno 1678 (!V. Dict. hixlor. Coen, 1776, t. 6, p. 572; Milizia, Meni. degli Archit. t. a , p. i83). [p. 787 modifica]TERZO 787 turbato dall*infelice successo; perciocché la fusione riuscì malissimo, e ogni cosa fu rovinata. Non si smarrì nondimeno I Algardi, e ritornato al lavoro, lo compiè finalmente con molta sua gloria, e oltre la paga dovutagli, ne ebbe dallo stesso pontefice in premio una catena d’oro del valore di circa 200 scudi, e le divise di cavaliere di Cristo. Il deposito di Leone XI, e il basso rilievo nella basilica Vaticana, che esprime la storia di Attila, finirono di stabilire la reputazione dell’Algardi, che fu poi rimirato come uno de’ più rinomati scultori, e fu anche con larghe promesse invitato in Francia dal Cardinal Mazzarini. Ma la grazia e il favore di cui godeva presso il pontefice Innocenzo XI, il tennero in Roma , ove dopo aver date più altre pruove del suo valore nella scultura , chiuse i suoi giorni in età di circa cinquantacinque anni nel 1654. Il Bernini, oltre più altri che ne ragionano , ha avuto a scrittore della sua Vita Filippo Baldinucci, che per ordine della reina Cristina la stese e la pubblicò, e ne inserì poi anche un compendio nelle sue Notizie (t. 14, p 3, ec. ed. Fir. 1772). Fu egli figlio di Pietro Bernini pittore e scultore esso ancor rinomato , di patria fiorentino, ma che vivea in Napoli, ove nacque Gianlorenzo. Questi passato poscia col padre a Roma , mentre non contava che dieci anni di età, lavorò una testa di marmo con tal destrezza, che il pontefice Paolo V ne rimase sorpreso; e fatte altre sperienze nel raro talento di questo ammirabil fanciullo, e regalatigli dodici medaglioni d’oro, raccomandollo al Cardinal Maffeo Barberini, perchè ne avesse [p. 788 modifica]788 LIBRO cura, e gli tiesse il mezzo ili far sempre maggiori progressi. Corrispose in fatti il.Bernini alla grande aspettazione che di lui si era formata, e nel lunghissimo corso di vita che ebbe, fece sì gran copia di lavori in marmo e in bronzo, che Roma ne è in ogni parte fregiata, oltre i moltissimi che da lui furono mandati in diverse altre parti. Tutti i romani pontefici, a’ cui tempi egli visse, profusero sopra lui a piena mano le grazie e i doni; e appena vi ebbe sovrano in Europa, che non volesse aver qualche opera del Bernini. La reina d1 Inghilterra Enrichetta Maria volle da lui il busto del suo marito Carlo I. Il re Luigi XIV nel 1644 il fece invitare dal Cardinal Mazzarini alla sua corte colla promessa di dodicimila scudi di provvisione; ma egli non volle abbandonare il pontefice Urbano VIII, a cui era carissimo. E solo nel lece un viaggio a Parigi, chiamatovi dallo stesso monarca, perchè esaminasse i diversi disegni fatti pel Louvre (perciocchè anche dell’ardii lettura era il Bernini intendentissimo), e nel soggiorno che ivi fece, non v1 ebbe onore e ricompensa che da quel gran sovrano non ottenesse. Francesco I duca di Modena volle dal Bernini il suo ritratto in marmo , che tuttor conservasi in questa ducal galleria, e gliene diede la ricompensa di tremila scudi, oltre dugento ungheri donati a chi portollo da Roma. Un gran Crocifisso di bronzo ei lavorò pel re di Spagna Filippo IV. La reina Cristina lo ebbe oltre modo caro, e gli commise molti lavori, per cui egli ne fu splendidamente rimunerato. Egli ebbe anche l’impiego [p. 789 modifica]TF.RZO ■jSj) d’architetto della fabbrica di S. Pietro*, e più altre fabbriche in Roma e altrove furon da lui disegnate, come si può vedere dal lungo catalogo che il Baldinucci ha aggiunto alla Vita di questo celebre professore, ove si annoverano i busti e le statue di marmo e di metallo da lui lavorate, e le altre opere d1 architettura da lui disegnate. Ei visse fin quasi agli ottantadue anni, a compiere i quali mancavangli nove giorni soli, quando una lenta febbre, e poscia un colpo d’apoplesia, il tolse la vita a’ 28 di novembre del 1680. III. L’arte dell’intaglio in rame ebbe pari- (minienti in Italia alcuni celebri professori, e di ra.».*.’ tre fra essi fa il Baldinucci distinta menzione. Il primo di essi è Antonio Tempesta (Cominciam, e progr. dettarle d intagliare., p. (68, ed. Fir. 1767) di patria fiorentino, e scolaro di Santi di Tito. Ei fu valoroso non meno nell’intagliare che nel dipingere *, ma nella prima di queste arti fu in singolar modo stimato, e la cacce e le fiere singolarmente da lui intagliate ad acqua forte sono tuttora famose. Ei visse lungamente in Roma, ove si era recato fin da’ tempi di Gregorio XIII *, ed ivi ancora morì in età di circa scltantacinque anni, a’ 5 d* agosto del i63o. Stefano della Bella fiorentino, nato nel 1610, è il secondo tra’ celebri intagliatori, le Vite de’ quali dal Baldinucci sono state descritte (ivi, p. 139). Egli ancora fu qualche tempo in Roma , ma poscia per desiderio di miglior sorte passò in Francia , ove fra le carte che disegnò ed incise, furon celebri quella dell’assedio di Arras e di quello di S. Omer. Grande perciò [p. 790 modifica]LIBRO fu la fuma, e non ordinari gli onori che ivi ebbe Stefano, il quale avrebbe potuto fissare a quella corte il soggiorno. Ma dopo undici anni volle tornare in Italia, e si diè al servizio de’ Medici suoi sovrani, ove continuò a dar molte pruove del suo valore in quest’arte fino al 1664 che fu l’ultimo di sua vita. Il terzo è Pietro Testa pittore e intagliatore lucchese 171), scolaro di Pietro da Cortona , che visse per lo più in Roma , ove disegnò in cinque tomi le Antichità raccolte dal commendator Cassiano dal Pozzo, e datosi poscia ad intagliare in acqua forte, ottenne tal fama, che i suoi rami si videro avidamente cercati e raccolti dagli stranieri. Ei finì di vivere in età di soli quarant’anni, annegato nel Tevere, o perchè incautamente vi cadesse, mentre stava alle sponde disegnando qualche cosa , o perchè, come altri crederono, spontaneamente vi si gittasse, tratto dalla disperazione pel poco frutto che pareagli di raccogliere dalle sue fatiche. JV- IV. La pittura però più che tutte le altre im Kiìoi» ito- arti ebbe in questo secolo in Italia una copiosa jTSFct’e illustre serie di professori, i quali, benché racci- niun di essi giugnesse a uguagliare la fama de’ Tiziani, de’ Correggi, de’ Raffaelli, furon nondimeno di tal valore, che noi potremmo riputarci felici, se ne avessimo parecchi che lor si potessero paragonare. La scuola bolognese singolarmente giunse a una tale celebrità, che parve eclissar tutte le altre , ed ella ne fu debitrice ai tre Carracci, cioè a Lodovico e a’ fratelli Annibale ed Agostino di lui cugini, e agl’illustri loro discepoli. De’ tre Carracci tanto [p. 791 modifica]temo *"91 hanno già scritto il co. Malvasia, il Baldinucci, il Bellori, l’autor francese del Compendio delle Vite dei più rinomati Pittori, e più altri, che non giova il parlarne di nuovo a lungo. Lodovico Fu il fondator della nuova scuola, che fu detta perciò Carraccesca , e che si prefisse di unire insieme le diverse bellezze e i diversi pregi de’ più eccellenti pittori, e di formare così un nuovo genere di pittura che fosse da tutti gli altri diverso. Egli era nato in Bologna nel 1555 da un padre macellaio di professione , che avealo destinato allo stesso impiego. Ma il suo genio lo traeva al disegno, e diessi perciò a scolaro a Prospero Fontana , indi a Domenico Passignani in Firenze, e aggirandosi per molte città d’Italia, prese a esaminare con attenzione le opere de’ più famosi pittori. Animò allo studio medesimo i due suoi cugini Agostino ed Annibale figliuoli di Antonio , nato nel territorio di Cremona , ma passato a Bologna per esercitare la professione di sarto. Erano ivi nati amendue, il primo circa il 1559, il secondo nel 1560. Agostino avea un ingegno mirabilmente disposto ad ogni sorta di scienza, ed ei si distinse ugualmente nella poesia , nella filosofia e nella matematica. Annibale non curossi molto di studio di sorta alcuna, ma a questa mancanza suppliva in lui un genio mirabilmente fecondo di nuove e graziose invenzioni. Così uniti insieme questi tre grandi uomini , presero a gareggiare tra loro nel dare le più belle pruove del lor valore. Tra’ due fratelli sorgeva spesso una cotal gelosia , che avrebbe potuto degenerare in pericolose nimicizie} ma Lodovico si [p. 792 modifica]■J() 3 LIBRO sforzava (di tenerli amichevolmente uniti tra loro, e di renderli emuli e non rivali. Fondò con essi un’Accademia in Bologna, da cui uscirono poscia que’ tanti e sì valorosi pittori che renderono quella scuola sì rinomata. Bramoso egli stesso di ottener nome a’ suoi cugini, inviò Annibale a Roma a dipingere la celebre galleria Farnese, per cui era egli stato richiesto. Andovvi poi egli medesimo per veder l’opera di Annibale, di cui fu molto contento, e vi aggiunse egli stesso qualche figura. Fra le più rinomate opere di Lodovico, son le pitture del chiostro di S. Michele in Bosco in Bologna, incise non ha molto e date alla luce nella stessa città, parte delle quali furono opera di esso, parte di altri egregi pittori scolari o imitatori de’ Carracci. Egli morì in Bologna nel 1619; e vuolsi che gli fosse affrettata la morte dal dispiacere per una pittura a fresco, la quale a cagione della sua vista ormai indebolita non gli riuscì felicemente. Agostino era già morto nel 1602 a Parma in età di quarantatre anni , e Annibale a Roma nel 1609 in età di quarantanove. Amendue aveano dato un gran saggio della loro eccellenza nel dipingere la galleria Farnese in Roma , ove Agostino uomo di molta erudizione somministrava i pensieri, che poscia si eseguivan da Annibale, e talvolta da lui medesimo. La gelosia che, come si è detto, sorgeva spesso fra loro, fu cagione che Agostino se ne patì, e andossene a Parma, ove fu impiegato al servigio del duca , e ove fece più opere assai pregiate , ma assai invidiate ancora da quelli che mal volentieri il vedevano [p. 793 modifica]TERZO 7})3 sollevarsi tanto sull* ignobil turba degli altri mediocri pittori. Ne sono singolarmente in molta stima i disegni; perciocchè egli fu abilissimo nel disegnare sì colla penna che col bulino, e spesse volte ei correggeva ne’ suoi rami le inesattezze de’ più famosi pittori. Annibale, oltre la galleria Farnese, che basta a renderlo immortale, molte altre pitture lasciò in Roma, in Bologna , in Napoli; e moltissimi quadri se ne veggono sparsi nelle più celebri gallerie, ne’ quali non si può agevolmente decidere se più debba ammirarsi l’ingegno e la vaghezza dell’invenzione , o l’esattezza del disegno, o la vivacità e la forza del colorito. Egli ancora fu disegnatore e intagliatore eccellente, e molte stampe ne vanno per le mani degl’intendenti, che da essi son pregiatissime. Ma ei non ebbe quel frutto che dalle sue fatiche poteva sperare, perciocchè si racconta che per opera di un cortigiano, ignorante al pari che avaro, per premio della grand’opera della galleria Farnese, in cui avea impiegato otto anni, non avesse dal Cardinal Odoardo Farnese che il dono di 500 scudi d* oro. V. Ma ciò che rendette principalmente illu- v. stre il nome de’ Carracci, fu il numero e il ,,„1,’^’ valore de’ loro discepoli , molti de’ quali sarebber degni di distinta menzione, se in questo argomento io non dovessi più che negli altri esser breve, e se le opere mentovate poc’anzi non ce ne dessero le più copiose notizie. Antonio Carracci, figliuolo naturale di Agostino, avrebbe uguagliati, o superati Ibis’anche il padre e i zii, se una immatura morte in età [p. 794 modifica]7J) \ LIBRO (ii «oli trentatrè anni non 1’avesse rapito. Guido Reni, nome sì celebre tra’ pittori, ed uno de’ più chiari ornamenti di Bologna sua patria, ove era nato nel 1575, dalla scuola di Dionigi Calvart fiammingo, che ivi godeva di qualche nome, passò per sua buona sorte a quella de’ Carracci, e s’egli non giunse ad uguagliarne l’energia e l’espressione, li superò nella nobiltà e nella grazia , e alle teste singolarmente seppe dare un’aria sì leggiadra e sì viva, che in ciò non ebbe forse chi ’l pareggiasse. Dipinse molto in Bologna, e molto ancora in Roma, e perciò il Passeri ne ha scritta la Vita tra quelle de’ celebri dipintori che fiorirono in quella città (p. 57 , ec.); e tornato poscia a Bologna, chiuse ivi i suoi giorni a’ 18 d’agosto del 1642. Scolaro pure e concittadino de’ Carracci fu Domenico Zampieri, detto comunemente il Domenichino, nato nel 1581 , di cui ha scritto distesamente la Vita il medesimo Passeri (p. 1 , ec.) , perchè egli ancora fu molto occupato in Roma. L’espressione e il colorito furono i pregi ne’ quali ei segnalossi principalmente; e alcuni valorosi pittori son giunti a paragonare la Comunione di S. Girolamo da lui dipinta nelle chiesa della Carità alla famosa Trasfigurazione di Raffaello, e il Passeri fra tutti i quadri di Roma a questo sol lo pospose. E nondimeno non ne ebbe che il prezzo di 50 scudi. Fu chiamato a Napoli nel 1629 per dipinger la cappella di S. Gennaro, che quanto è ora ammirata da’ più saggi conoscitori , altrettanto fu allora soggetta alla critica e al biasimo de’ pittori di quella città, [p. 795 modifica]TERZO 7^5 clic mal volentieri vedevano antiporsi loro uno straniero. E tali furono le persecuzioni che il Domenichino vi sostenne, che ei risolvette di partirsene segretamente, come infatti eseguì, e tornato poscia per replicate istanze a Napoli, oppresso da nuovi disgusti , e non senza qualche sospetto di veleno, morì nel 1641. Giovanni Lanfranco pittor parmigiano,nato nel 1581, di cui parimente il Passeri ha scritta la Vita (p. 295, ec.), fu scolaro di Agostino e poscia di Annibaie *, ma si studiò singolarmente di imitare il Correggio. Dipinse molto in Roma e in Napoli, e in questa seconda città fu più felice che il Domenichino, e seppe meglio ottenere l’amore e la stima degli abitanti, e finì poi di vivere in Roma a’ 29 di novembre del 1647. Lo stesso scrittore ci ha data la Vita di Gianfrancesco Barbieri, detto il Guercino da Cento (p. 369, ec.), perchè era guercio, e nato nella detta città nel 1590. Ei dovette a’ Carracci il primo indirizzo alla pittura; perciocchè seguendo spesso il povero suo padre a Bologna, che vi conduceva carri di legna, avvenutosi talvolta a entrare nelle loro stanze , rimaneva sì estatico in vedere i loro lavori, ch’essi, scoprendo in lui uno straordinario genio a quell’arte, cominciarono a dargli qualche cosa a copiare. Egli poscia da se medesimo s’innoltrò in questo studio, e prese a dipingere con una forza di colorito e con un lavoro di chiaroscuri sì ammirabile, che in ciò parve lasciarsi addietro anche i più rinomati pittori, benchè nelle altre parti fosse ad essi inferiore. Visse per lo più in Cento, ma portossi più volte a [p. 796 modifica]ryG LIBRO Bologna, e fu anche ili Roma, ove lasciò diverse opere del suo pennello. Nè v’ebbe forse pittore che tanto dipingesse quanto il Guercino, perciocchè egli avea una singolare velocità nel disegnare e nel colorire i suoi quadri. Dopo la morte di Guido Reni, passò a soggiornare stabilmente in Bologna, ove anche morì nel 1666. Avea egli, dopo.essersi stabilito in Bologna, cambiata maniera e stile, lasciando l’energico e il forte, e prendendo un modo più delicato e soave j nel che però ei non fu ugualmente felice. Scolare de’ Carracci furono inoltre Bartolommeo Schedone modenese, uno de’ più valorosi imitatori del Correggio, che fu più anni al servigio della corte di Parma , ed ivi morì nel i(ìi5, in età di circa cinquantasei anni, afflitto , come dicesi, dal dolore di una gran perdita fatta al giuocoj Francesco Albani bolognese , nato nei condiscepolo e poi rivale di Guido, che visse fino al 1660, e in Bologna, in Roma, in Firenze lasciò molte celebri opere del suo pennello, e dal Passeri, il quale ne ha scritta la Vita, vien difeso contro le taccie che da alcuni gli si oppongono, e annoverato per ogni riguardo tra’ più illustri pittori (p. 295 , ec.); Leonello Spada, Gianfrancesco Grimaldi soprannomato il Bolognese, Jacopo Cavedone da Sassolo, che fu dapprima sì illustre pittore, che alcuni de’ suoi quadri furon creduti opera di Annibale Carracci , ma poscia o per alcune domestiche sventure, o per una infermità che ne consumò gli spiriti, cadde talmente di pregio, che fu ridotto a dipingere le tavolette votive, e a vivere di [p. 797 modifica]TE11Z0 limosina, e in una estrema miseria chiuse i suoi giorni in Bologna nel 1660; e alcuni altri, de’ quali non giova di far distinta menzione (a). Dalla scuola medesima uscirono Agostino Mitelli e Angiolo Michele Colonna (*) amendue bolognesi, che uniti insieme, e dotati di non ordinaria abilità, uno negli ornamenti e nell1 architettura , l’altro nelle figure, dipinser molto in Bologna e altrove, e fra le altre cose la celebre galleria di questa ducale villeggiatura di Sassolo. Passarono poi a Madrid chiamati dal re Filippo IV, e ivi pure diedero illustri saggi del lor valore. Il Mitelli vi morì in età di cinquantun anni nel 1660. Il Colonna tornò in Italia, e dopo essere stato alcuni anni in Firenze e in Bologna, fu dal re Luigi XIV chiamato a Parigi nel 1671, ove ancora ammirate furono le sue pitture. Tornò poscia due anni appresso in Italia, e finì di vivere in Bologna nel >(>87, in età di oltantasette anni (Passeri, p. a(x), oc.; Abrégé de la Vie des Peintres t. 1 , p. 59); t. 2, p. 163, ec.). Carlo Cicagni bolognese uscì egli ancora dalla scuola dei Carracci, benchè non fosse loro discepolo, essendo nato solo In) Cosi dello Schedoni, come del Cavedone si sud date più distinte notizie nella Biblioteca modenese (/. G, />. 318, I27). (*) Angelo Michele Colonna non fu bolognese, uni di Rovenna, tre miglia lungi da Como. Egli inoltre e il Mitrili dipmser la galleria di Sassolo in ciò solo clic appartiene all’architeliura. Le ligure furono opera di M. Boulunger francese scolaro di Guido Reni , c stipendiato da questa corte. [p. 798 modifica]7yS LIBRO nel 1G28, e fu iu concetto di uno de’ più valorosi pittori che allora vivessero, in ciò singolarmente che appartiene alla facilità e alla grazia, e all’espressione delle passioni dell’animo , impiegato perciò da molti principi italiani e oltramontani, e da essi a gara onorato. Egli ebbe l’onore di esser principe della celebre Accademia Clementina di Bologna , fondata al principio del nostro secolo , e morì in Forlì nel 1719- Tra i seguaci della scuola carraccesca si annovera ancora Michelangiolo da Caravaggio di cognome Amerighi. Egli, dice il Passeri p. 62, ec.)} fece qualche giovamento al gusto di quella nuova scuola promossa da’ fratelli Carracci, e da’ loro scolari; perchè essendo uscito fuora con tanto impeto con quella sua maniera gagliarda fece prendere fiato al gusto buono, ed al naturale, il quale era allora sbandito dal mondo, che solo andava perduto dietro a un dipingere ideale e fantastico — Bene vero, dì egli non abbellì il nuovo suo gusto con quelle vaghezze, colle quali la scuola Carraccesca lo ha portata all’estrema, cioè rendendolo pieno di piacevolezza e di delizie, ricco nelli componimenti, adorno di accompagnature , e discreto in tutto il portamento. Tuttavia aperse una strada, per la quale fece tornare in vista la verità, dì crasi ad un certo modo da lunghi anni smarrita. Di questo capriccioso pittore , un de’ più strani umori che mai si vedessero, e che morì in Porto Ercole in età di soli quaranl’anni nel 1609, si può vedere la Vita presso il citato scrittor francese (Abregé, ec. t. 2, p. 81). [p. 799 modifica]TERZO "99 VI. Le altre scuole italiane non furono in vi. «mesto secolo sì feconde di eccellenti pittori come la bolognese. Domenico Feti, AndreaIe “aluu** Stecchi, Michelagnolo Cerquozzi soprannomato dalle Battaglie, perchè nel dipingerle valeva singolarmente, Francesco Romanelli, Giacinto Brandi, Ciro Ferri, Pier Francesco Mola milanese , furono tra’ più rinnomati pittori della scuola romana; ma in essa sopra tutti si segnalò Carlo Maratti nato in Camerino nella Marca d1 Ancona nel 1625, e morto in Roma nel 1713, pittore che nelle grazie e nella nobiltà delle teste, nella bellezza delle mani e de’ piedi, nella forza dell’espressione , nella vivacità de’ colori ebbe pochi che gli potessero stare al confronto. Nella scuola fiorentina il più celebre pittore di questo secolo fu Pietro Berettini , dalla sua patria detto comunemente Pietro da Cortona, ove egli era nato nel 1596. Di lui ha scritta la Vita, benchè imperfetta , il più volte citato Passeri (p. 1398, ec.), il quale rileva i diversi e rari pregi di questo illustre pittore, e conchiude dicendo che s’egli non può paragonarsi nel disegno a Michelangelo , egli ha avuto però un ottimo universale, e merita essere annoverato tra’ più insigni valentuomini del nostro secolo. Egli morì in Roma nel 1669. Nella scuola veneziana ebbe gran nome Alessandro Turchi soprannomalo 1 Orbelto, morto in Roma nel 1648, le cui pitture, come afferma il marchese Maffei (Ver. illustr. par. 3, p. 302), da’ professori di grido si sono udite esaltare niente meno che quelle de’ Cart acei, TniÀUOseui , Poi. XP. 17 [p. 800 modifica]800 LIBRO del Correggio c di Guido Reni. L’aulor francese delle Vite de’ Pittori annovera tra quelli della scuola veneziana il fratel Andrea Pozzo Gesuita, di cui abbiamo altrove parlato-, ma ei dovrebbe anzi aver luogo nella lombarda, che suole unirsi colla bolognese, perciocchè in Milano, come si è detto, egli apprese gli elementi dell’arte. E non mancavano in fatti a quella città nel corso di questo secolo insigni pittori, come Pierfrancesco Mazzucchelli, detto il cavalier Morazzone, il cavalier Francesco Cairo, e prima di essi Cammillo e Giulio Cesare Procaccini, ed altri di questa famiglia colà trasportata da Bologna, ove erano stati discepoli de’ Carracci, de’ quali, e di altri pittori che in Milano fecer conoscere il lor valore, molte belle notizie ci somministra il chiarissimo P. abate Gallarati Olivetano nella sua Istruzione sulle opere di pittura, di scultura e d’architettura, che in quella città si conservano, e più ancora il sig. abate Carlo Bianconi nella sua Nuova Guida di Milano. Nè deesi tra’ pittori lombardi tacere Guglielmo Caccia, detto ilMonculvo dalla sua patria, luogo del territorio di Casale in Monferrato, che in Milano e più ancora in Pavia lasciò molte pruove dell’eccellenza del suo pennello, ed ebbe perciò f onore di essere ascritto nel 1610 alla cittadinanza di Pavia. Egli ebbe numerosa figliuolanza , e quattro figlie singolarmente che si rendettero monache, una delle quali detta Orsola Maddalena fu in quest’arte medesima imitatrice e seguace del padre. Questi morì in Moncalvo circa il principio [p. 801 modifica]TERZO - 80I del 1626, come raccogliesi da’ monumenti intorno a questo pittore trasmessimi dal chiarissimo sig. baron Giuseppe Vernazza, de’ quali mi spiace che la brevità che in questo capo mi son prefissa, non mi permetta di usar più ampiamente. Io non mi tratterrò parimente in ragionare.stesamente de’ pittori napoletani, tra’ quali si distinsero Giuseppe Ribera spagnuolo di nascita , ma passato in età giovanile a Napoli, Mario Nuzzi soprannomato de’ Fiori, Mattia Preti, Salvator Rosa da noi nominato già tra’ poeti, Luca Giordano; nè dei genovesi , tra’ quali furono celebri Bernardo Castelli e Valerio di lui figliuolo, Giovanni Carlone, Benedetto Castiglione, i Borzoni e Giambattista Gauli soprannomato il Bacicia, perciocchè ciò che ad essi appartiene, si può vedere nelle opere altre volte citate del Domenici e del Soprani. E io porrò fine a questo capo coll’accennare un fatto assai glorioso all’Italia , che narrasi dal Baldinucci nella Vita di Costantino de’ Servi celebre ingegnere, architetto e pittore, cioè che il sofi di Persia per mezzo di un suo ambasciatore mandato al gran duca Cosimo II, pregollo ad inviargli eccellenti professori italiani delle tre arti, de’ quali egli volea usare ad abbellire la sua corte e la sua capitale *, c che il gran duca gli inviò a tal fine il suddetto Costantino, di cui.erasi egli stesso per più anni con sua soddisfazione servito. Così il nome degli artisti italiani non giungeva soltanto alle altre provincie d’Europa, ma stendevasi ancora a’ più lontani regni dell’Asia, c [p. 802 modifica]802 libro terzo moveva i più potenti monarci li a desiderar di valersi dell’opera loro (a). (a) Non dee passarsi sotto silenzio un nuovo genere di pittura trovato in Italia nel secolo xvii, cioè quello che dicesi a scagliola, o, come altri l’appellano, a mischia; con cui per mezzo della pietra speculare, o selenite cotta al fornello, sottilmente stritolata, indi stemprata in un glutine formato di ritagli di pelli conciate, e aggiuntevi i colori che si vogliono usare, sul muro non meno che sulle tavole si imitano i marmi e le pietre preziose, e vi si dipingono paesaggi, fabbriche e figure d’ogni maniera. Nella Biblioteca modenese (f.fi, 3q8, ec.) ho provato con sicuri argomenti che questa invenzione, lungi dall1 esser nata in Toscana nel nostro secolo, come taluno ha asserito, tutta deesi a Guido dal Conte Fassi carpigiano, e che i primi lavori ne furono ivi eseguiti circa il i6i5.