Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VIII/Libro III/Capo V

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Capo V – Gramatica , Rettorica, Eloquenza

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Capo V.

Gramatica, Rettorica, Eloquenza.

T. Quanto più ampio argomento di storia ci (.hanno offerto ne’ secoli addietro gli scrittori a„ Uiu.e in di gramatìca e di rettorica, tanto più scarso ° è quello che ci offrono ora, anzi null’altro dir ne possiamo in ciò che appartiene alla lingua latina, se non che non vi ha cosa che meriti di essere rammentata. E veramente erasi già scritto tanto ne’ due secoli addietro intorno al modo di parlare e di scrivere latinamente, e intorno a’ precetti dell’eloquenza, che doveasi [p. 760 modifica]•jGo LIBRO piuttosto bramare di sminuire, che di accrescere il numero de’ libri di questo argomento. Fra tutte le Gramatiche della lingua latina liu allor pubblicate, quella del Gesuita Alvaro fu creduta allor la migliore; ed ella era tal certamente in confronto a quelle del Despauterio e d’altri gramatici più antichi. Io non voglio qui disputare se essa sia veramente degna delf universal favore di cui per lungo tempo ha goduto 5 sì perchè invano mi affaticherei a persuadere chi fosse già imbevuto di opinione contraria alla mia; sì perchè io penso che assai più che la gramatica, qualunque ella sia (purchè i precetti sien giusti), giovi a formare un elegante scrittor latino la viva voce del maestro , e le riflessioni che opportunamente egli faccia sugli antichi autori che spiegansi nelle scuole, e soprattutto una certa maniera d’insinuarsi nell’animo de’ giovinetti, per cui lo studio si faccia lor rimirare come oggetto non già odioso e spiacevole, ma dolce e giocondo, e si avvezzino essi medesimi a legger per tal maniera i modelli del colto stile e della vera eloquenza, che senza quasi avvedersene ne divengano imitatori. Che se pure si voglia che il maggiore o minor profitto de’ giovani debbasi principalmente attribuire alla gramatica, io amerei che invece di disputare qual sia miglior fra le tante che ne ha ora il mondo, ognuno di quelli che ce ne han data alcuna, comparisse pubblicamente in iscena seguito da tutti coloro che colla scorta della sua gramatica son divenuti colti ed eleganti scrittori latini; e che dal loro numero e dal loro valore si decidesse a [p. 761 modifica]TERZO 7(11 olii delibasi la preferenza. Chi crederemo noi che in tal caso dovesse riportare la palma? 11. Diverso era lo stile della lingua italiana. Cr^lti. Benché nel secolo precedente si fosse cornili-^ cialo a fissarne le leggi, e molti si fossero in-,ut„itu.mlorno a ciò affaticati colle opere loro, non era essa stata ancora ridotta a certi generali principii, nè aveasene ancora una gramatica che si potesse dire distesa con metodo e con esattezza. Ne era riserbata la gloria a Benedetto Buonmattei sacerdote fiorentino, nato nel Dopo più altri scrittori, ci ha date di lui minute ed esatte notizie il co. Mazzucchelli (Scritt, ital. t. 2, par. P- 24o4), le quali però non ei olirono tal varietà di vicende, che possa esser dilettevole il ripeterne o il compendiarne qui il racconto. Così in Firenze, ove visse la maggior parte degli anni suoi, come in Roma e in Padova, ove pure per qualche tempo fece soggiorno, ei si occupò ugualmente negli esercizii proprii di un zelante ecclesiastico e negli studi dell1 amena letteratura, a’ quali la sua inclinazione traevalo. Le più illustri accademie della sua patria, e quelle singolarmente della Crusca e degli Apatisti e la Fiorentina lo ebbero tra’ loro socii, ed ei fu uno de’ più fervidi pr< motori di quelle erudite adunanze, nelle quali fu spesse volte udito recitare lezioni , cicalate, o altri somiglianti discorsi. Molti sono in fatti gli opuscoli di tal natura che se ne hanno alle stampe, e più grande è ancora il numero degl’inediti, o degli smarriti, de’ quali si può vedere il catalogo presso il suddetto scrittore. Ma io dirò solamente de’ suoi due libri della Lingua [p. 762 modifica]111. C<*lu> Udini. 762 libro toscana. Quest opera si può rimirare come la prima a cui veramente convenga il titolo di Gramatica della lingua toscana, o italiana che vogliam dirla, perchè in essa non si ammucchiano già alla rinfusa e senza ordine, come per lo più erasi fatto nel secolo precedente, i precetti a scrivere in questa lingua correttamente, ma son disposti con ordine e con buon metodo5 e l’autore avanzandosi di passo in passo, conduce saggiamente i lettori per ogni parte, e tutta svolge l’economia e il sistema del nostro linguaggio. Quindi è che ne sono poi state replicate diverse edizioni, e che quest’opera è sempre stata tenuta in conto di una delle più utili che in questo genere abbiamo. Pensava egli di farne una nuova edizione colla giunta di molti altri trattati, ma la morte, da cui fu preso in Firenze a’ 27 di gennaio del 1647, non gliel permise. 111. Molto ancor dee la lingua toscana a Celso Cittadini gentiluomo sanese, uno de’ più dotti uomini della sua età , e la cui erudizione sarebbe assai più conosciuta , se molte altre fatiche non se ne fosser perdute. LT Eritreo ne ha fatto l’elogio (Pinacoth. pars 2 , n. 58), e il celebre Girolamo Gigli ne ha scritta ampiamente la Vita , che è premessa alla nuova edizione dell’Opere di esso fatta in Roma nel 1621. Contiene essa il Trattato della vera origine, e. del processo e nome della nostra lingua, e le Origini della Toscana favella, che erano già state stampate, e innoltre alcuni opuscoli non mai pubblicati, cioè un Trattato degl’Idiomi toscani , le Note alle. Giunte del CasteWelro, e le [p. 763 modifica]TEIlZO ^(>3 Note sopra le Prose del Bembo; nelle quali opere tutte il Cittadini dimostra quanto sapesse e della storia e dell’indole della volgar nostra lingua. Diverso genere d’erudizione è quello di cui egli si mostra adorno nel suo Discorso dell’antichità deli Armi delle famiglie , che illustrato con dotte note dal sig. Gian Girolamo Carli, uscì alle stampe in Lucca nel 1741. Avea egli a tal fine, come narrasi dall1 Eritreo, fatto un indefesso studio negli archivii tutti di Siena, traendone quelle notizie che erano al suo disegno opportune. Nè in ciò solamente, ma nello studio ancora delle medaglie greche e latine e delle antiche iscrizioni era, quanto immaginar si possa, profondamente istruito, nè veniagli esibita medaglia di cui tosto non indicasse il soggetto, f età e il pregio. Al qual fine non solo avea egli studiate le lingue greca e latina, ma l’ebraica ancora. Molto avea egli scritto, o piuttosto abbozzato, sulle antichità romane da lui diligentemente osservate; e Ottavio Falconieri, in una sua lettera al Magalotti, racconta (Magalotti, Leti, fami gl. t. 2, p. (97) che il pontefice Alessandro VII, concittadino e scolare del Cittadini, aveagli narrato di aver tentato ogni mezzo per avere in mano le note eli1 egli avea stese senz’ordine su molte carte; ma che avendole volute il gran duca, non avea potuto soddisfare al suo desiderio. Nella storia ancora, nella geografia, nella cosmografia, nella botanica era versatissimo il Cittadini, a cui niuna cosa mancava di quelle che formano un 1101110 dotto e insieme amabile e degno di rispetto e di stima. Egli era nato in Roma nel i553; [p. 764 modifica]IV. FI». Mini 1..II. r Bartolo. LIBHO ed ivi ancora era vissuto molti anni j ina lini poscia di vivere in Siena nel 1627. Oltre le opere da me accennate , alcune altre ci sono rimaste di questo erudito scrittore, delle quali ci dà notizia il poc’anzi nominato autore della sua Vita. IV. Non fu la sola Toscana che produsse scrittori utili alla lingua italiana. Uno ne diede Forlì nel padre Marcantonio Mambelli della Compagnia di Gesù, morto in Ferrara nel i(>j j in età di scssantadue anni, intorno al quale alcune particolari notizie si hanno nel Giornale de’ Letterati d’Italia (t. 1, p). 569)). Di lui abbiamo le Osservazioni della lingua italiana in due tomi e in due parti divise, la prima delle (quali contiene il Trattato de’ Verbi, la seconda quello delle Particelle, opera essa ancor pregiatissima, e di cui si son poscia fatte altre più copiose edizioni, e il cui autore dal celebre monsignor Bottari, che in ciò non può essere sospetto d’adulazione, è detto accuratissimo e savio gramatico (Note alle Lett, di F. Guitt. p. La seconda parte fu molti anni innanzi alla prima stampata in Ferrara l’anno stesso , in cui il P. Mambelli finì di vivere. Il P. Daniello Bartoli, che gli era stato compagno nel formare quell’opera , proccurò poscia l’edizione della prima parte, e ne avea preso l’incarico Carlo Dati, il quale fin dal 1661 ne avea fatta cominciar la stampa in Firenze. Ma perchè il P. bartoli, che non era troppo amico degli Accademici della Crusca, entrò in sospetto, ma probabilmente non ben fondato, che il Dati volesse pubblicarla come opera sua , e ne fece doglianze, il Dati se ne risentì, come ci mostra una [p. 765 modifica]TERZO 7 (>5 lettera da lui scritta ad Ottavio Falconieri nel 16(35, e interruppe la cominciata edizione, finchè avendo il cavalier Alessandro Baldraccani a nome dell’Accademia de’ Filergiti di Forlì chiesta 1 opera del Mambelli, affin di stamparla nella patria dell’autore, ei prontamente gliela trasmise, e in tal modo la prima parte fu finalmente ivi stampata nel 1685 (V. Zeno, Note al Fontan. t. 1, p. 25, ec.). Ho detto che il P. Bartoli non era molto amico degli Accademici della Crusca; e vuolsi che ciò nascesse dall in er lui saputo eh essi avean criticate molte parole e molte espressioni da lui usate; e che questa fosse l’origine della celebre operetta da lui pubblicata col titolo: Il Torto e il Diritto del non si può. Il co. Mazzucchelli però accenna alcune ragioni per dubitar di tal fatto (Scritt it. t. 1, par. 1, p. 438). Ma qualunque fosse la ragione per cui egli prese a scriver il libro, par certo ch’ei lo scrivesse singolarmente per combattere la franchezza con cui alcuni di quegli Accademici rigettavano e condannavano le maniere di dire da altrui usate. Ei mostra adunque che cotali giudizii erano spesse volte mal appoggiati, e recando gli esempii di que’ medesimi autori che dagli Accademici si adottano come classici e originali, pruova eh1 essi hanno usale quelle maniere stesse di dire che si riprendono in altri. Ella è perciò opera assai utile agli studiosi della lingua toscana, ma di cui conviene usar saggiamente , per non avvezzarsi a scrivere secondo il proprio capriccio , sulla lusinga che non v’abbia voce che da qualche approvato scrittore non sia sluta usala, [p. 766 modifica]766 LIBRO e din non possa perciò da ogni altro usarsi. Del Padre Bartoli abbiamo ancora l’Ortografia italiana, stampata la prima volta nel 1670, e poscia più altre volte) e ad essa si possono aggiugnere gli Avvertimenti grammaticali del cardinale Sforza Pallavicino, da lui pubblicati sotto il nome del P. Francesco Rainaldi; picciola operetta, ma utile assai pe’ precetti e per le riflessioni che suggerisce a scrivere esattamente. V. Fra gli scrittori più benemeriti della lingua toscana dee aver luogo il poc’anzi nominato Carlo Dati fiorentino, della cui vita e delle cui opere si hanno copiose notizie nei Fasti consolari dell’Accademia fiorentina (p. 536, ec.) e negli Elogi degl’illustri toscani (t. 3). Oltre il Discorso dell obbligo di ben parlare la propria lingua da lui composto, ei fu il raccoglitore e l’editore delle Prose fiorentine , colle quali si studiò di proporre quegli esemplari di toscana eloquenza che gli parver migliori. E i migliori vi son certamente, ma misti ad altri che forse non erano degni di tanto. Egli innoltre insieme col Redi affaticavasi in ricercare le origini e l’etimologie della lingua toscana 5 e benché egli nulla su ciò pubblicasse, il Menagio però, nell’opera da lui divulgata su questo argomento, confessa di dover molto al Dati. Nè solo in questi più lievi studi, ma ancor nei più gravi fu egli uomo assai dotto. Già abbiamo altrove accennata la LetU’ ra a Filalete sotto il nome di Timauro Anziate, da lui data alla luce in difesa delle scoperte del Torricelli , nella quale ei fa ben vedere quanto valesse nelle scienze [p. 767 modifica]TERZO 767 fisiche e nelle matematiche. Di un Discorso astronomico sopra Saturno da lui composto si fa menzione in alcune lettere del cardinale Michelangelo Ricci (Lettere ined. t 2, p. <)3, io4); e nel catalogo delle opere inedite di esso, che ci vien dato nelle accennate Notizie, si può osservare a quante e quanto diverse materie si stendessero l’erudite ricerche del Dati. Delle Vite de’ Pittori antichi da lui pubblicate si è detto altrove. Ei somministrò ancora al Baluzio alcuni frammenti del Capitolare di Lottario. Io non parlo delle orazioni, delle lettere, e di altri ragionamenti accademici di esso, ne’ quali sempre ei si mostra colto ed erudito scrittore. Il panegirico da lui composto in onore del re Luigi XIV, e la fama d’uom dotto, di cui egli godeva, gli ottenne da quel gran monarca l’annua pensione di cento luigi; ed egli non meno che la reina Cristina di Svezia cercò di averlo alla sua cortej ma il Dati non volle abbandonare la sua Toscana, e visse ivi continuamente onorato della cattedra di lingua greca in quello Studio, e dell’impiego di bibliotecario del cardinale Gian Carlo de’ Medici, e encomiato da tutti i dotti italiani e stranieri, le cui onorevoli testimonianze si recano nelle accennate Notizie. E saggi anche maggiori della sua erudizione ci avrebbe egli lasciati, se la morte non lo avesse troppo presto rapito in Firenze nel 1675, mentr’ei non contava che cinquantasei anni di età. VI. Più altri autori di precetti e di riflessioni vi. sull’arte di scrivere con eleganza nella volgar ,u ,,,ior,Vi nostra lingua potrebbonsi qui indicare. Ma cil,cn basti aver detto de’ più famosi. Solo non deesi Tuiaboscui, Voi. XV. i5 [p. 768 modifica]768 LIBRO ommeltere hi Raccolta degli Autori del ben parlare pubblicata in più tomi in Venezia nel 16 {3 da Giuseppe Aromatari sotto il nome di Nebusiano, della quale parlano distintamente Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 1, p. 50, ec.) e il co. Mazzucchelli (Scritt. it. t. 1, par. 2, p. 1117). In essa contengonsi la maggior parte degli scrittori che su questo argomento aveano finallora data alla luce qualche opera , aggiuntovi ancora alcuni di quelli che non sol della lingua, ma ragionano ancora dell’eloquenza. E l’Aromatari v’inserì ancora qualche suo trattatello. Ei nondimeno avrebbe meglio provveduto agli studiosi di questa lingua, se restringendo la sua opera a minor numero di volumi, avesse fatta una scelta più giudiziosa , e raccolti quegli scrittori soltanto, la lettura de’ quali può essere veramente utile a chi vuole scrivere con eleganza. v vn. VU. Frattanto fin dal 1612 erasi fatta in ddiaCnucà Firenze la prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, di cui avea avuta la principal direzione quel Bastiano de’ Rossi che sotto il nome dello ’nferigno erasi segnalato nelle controversie col Tasso, delle quali nel precedente tomo si è detto. Voleasi da alcuni che questo Vocabolario fosse non altrimente che il codice della lingua italiana, talchè dovessero aversi in conto di legittime ed approvate le voci che in esso erano registrate, e rimirarsi come proscritte quelle che non vi aveano luogo. Avvenne perciò, che molti si fecero a esaminarlo minutamente, e sulle copie che ne ebbero tra le mani, fecer diverse [p. 769 modifica]TERZO postille, segnando o le poco esatte definizioni, o le omissioni, o gli errori in cui gli Accademici eran caduti. I nomi di questi postillatori si posson vedere presso il Fontanini! e lo Zeno Bibl. t 1 , p. 81 , ec.), e veggiam che tra essi furon anche alcuni Toscani, come il Cittadini, il Nisieli ossia il Fioretti, e Giambattista Doni. La maggior parte di esse però non furon date alle stampe, ma solo quelle che vennero attribuite al celebre Alessandro Tassoni, le quali per opera di Apostolo Zeno furon pubblicate in Venezia nel 1698. Il Muratori, nella Vita dello stesso Tassoni, bacon evidenti pruove mostrato che non fu già egli l1 autore di (juelle annotazioni, ma bensì Giulio Ottonelli natio di Fanano nelle Alpi modenesi, e che sulla fine del secolo precedente era per alcuni anni vissuto alla corte di Toscana in onorevoli impieghi (a). Egli è vero però, che il Tassoni aveva di sua man postillata la prima edizione di quel Vocabolario, e il Muratori cita la copia così da lui postillata, che possedevasi in Modena da’ nipoti ilei celebre dottor Ramazzilo. Ma egli non ha veduta la copia della seconda edizione dello stesso Vocabolario del i() j3, postillata pure di mano dello stesso Tassoni, che è in questa Estense biblioteca 5 e forse essa non ne ha fatto acquisto che dopo il tempo (a) Dell’Oltonelli , uomo degno d’essere conosciuto più che non fosse finora, si ò pnrlato diffusameli te nella Biblioteca modenese, ove si è esposta tutta la serie delle contese da lui avute coll’Accademia della Crusca, e si son date copiose notizie degl’impieghi da lui sostenuti, e degli studi ne’ quali esercitossi (t. 3, p. 305, cc.). [p. 770 modifica]77° UDRÒ in mi il Muratori scrivea la Vita del Tassoni. Al fine della prefazione si leggono queste parole. Resta ad avvertire, che ’l padrone di questo presente Volume non è soddisfatto delle vocij eli egli ha segnate con la croce, o con altra nota nel margine, e però prega gli Autori che ’l voglino avere per inscusato, se le croci-segnate non accetta per buone, e le altre per ben dichiarate. Io Alessandro Tassoni. Le postille son tutte di man del Tassoni, e quelle che il Muratori reca per saggio, si trovano pollo più anche in questa seconda. Paolo Beni ancora mosse un’ostinata guerra al detto Vocabolario colla sua Anti Crusca stampata nello stesso anno 1612, e che fu poscia seguita da più altri libri, altri a difesa del Vocabolario, altri in favor del Beni, che perciò ebbe cogli Accademici lunga contesa, la serie della quale si può vedere presso il conte Mazzucchelli Scritt ital. t. 2, par. 2, p. 846, ec.) (a). Erano troppo (a) Un altro avversario credette di aver la Crusca in Adriano Politi sanese. Questi nel 1614 fece pubblicare in Roma il suo Dizionario toscano, al quale titolo lo stampatore aggiunse di suo capriccio quello di Compendio della Crusca. Al vedere questo titolo il ferocissimo Cruscante Bastian de’ Rossi gridò all’armi, e menò tal rumore contro l’innocente Politi, che corse voce, ma falsa, ch’ei fosse stato racchiuso in carcere. nè si potè calmare il furor de’ Cruscanti, se non togliendo dalle posteriori edizioni quella esecrabil bestemmia. Di questa contesa parla colla consueta sua esattezza Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 1, p. <>4)- Del Politi, oltre qualche altra operetta, abbiamo ancora la traduzion di Tacito, stampata la prima volta in Roma nel 1603 e poscia altre volte, la quale comunemente c uuliposta a quella del Davanzali. [p. 771 modifica]TERZO 771 saggi gli Accademici della Crusca per non conoscere che non era possibile che il Vocabolario non avesse bisogno di giunte e di correzioni. Perciò lo stesso Bastiano de’ Rossi si accinse a farne una nuova e più ampia edizione, la quale vide la luce nel 1623. Amendue queste edizioni non occupano che un tomo in folio, e anche dopo la seconda si vide che molto ancora mancava alla perfezione di questo Vocabolario. Determinaronsi dunque quegli Accademici a rinnovar sopra esso le loro fatiche 5 c la principal direzione ne fu affidata da Alessandro Segni fiorentino, autore di alcune altre opere che insieme colle notizie della sua vita si accennan dal canonico Salvini (Fasti consol. p. 584)• Nel 1^9I pubblicata questa terza edizione, che crebbe a tre tomi. Ma essa ancora fu poscia quasi eclissata dalla quarta magnificamente stampate in sei tomi, il primo de’ quali venne a luce nel 1729, l’ultimo nel k y38. E forse rimane ancora che aggiugnere e che emendare, come han proccurato di persuadere alcuni che ci han dati cataloghi di molte voci che in quel Vocabolario non leggonsi, benchè pur sembri che dovessero avervi luogo (*). (*) Diverse ristampe si son poscia fatte del Vocabolario della Crusca coll’aggiunta di molte voci raccolte dagli autori medesimi dell’Accademia approvati, ma ommesse nel Vocabolario fiorentino, le quali, benchè dall’Accademia stessa non sieno state approvate, non lascian perciò di recar molto vantaggio agli studiosi della lingua italiana. Fra esse e per la copia e per la sceltezza delle voci aggiunte deesi ricordar singolarmente quella fatta in Napoli per opera di D. Pasquale Tommasi, [p. 772 modifica]772 LIBRO vili. Vili. Le fatiche di questi illustri Accademici, aeii^rc degli altri scrittori da noi nominati, pareva lecói’ ’|Ut5l° C^,e dovessero render comune in Italia l’eleganza dello scrivere. E nondimeno, se se ne traggono i Toscani e alcuni altri in assai scarso numero, non fu mai così trascurata la nostra lingua, come in quel secolo. Appena si può ora soffrir la lettura della maggior parte de’ libri che allora vennero a luce; così nè è incolto e rozzo lo stile e pieno di barbarismi. Tutto l’ingegno della maggior parte degli scrittori era rivolto a’ concetti e alle metafore , e purchè sapessero spargerle a piena mano nelle loro opere, nulla curavansi della scelta delle parole, e dell’osservanza delle leggi grammaticali, e quindi venne che l’eloquenza ancora fu trascurata , e che gli oratori, vaghi soltanto di riscuotere 1’ammirazione c f applauso de’ loro uditori, pareano avere dimenticato che il primario fine dell’arte loro era quello di persuadere e di muovere. E veramente noi non possiamo senza qualche vergogna ragionare dell’eloquenza del secolo XVII. Le orazioni latine, e quelle principalmente dette da’ professori d’eloquenza nell’aprimento delle pubbliche scuole, o in altre solenni occasioni, sono la miglior cosa che abbiamo. Ed esse ancor nondimeno poste in confronto con quelle degli oratori del e stampal-i nel in sei tomi in folio, « Intorno al Vocabolario «Iella Crusca, e alle accuse che contro «•li esso si muovono, reggasi la bell’opera del signor conte Gian Iran cesco Napione «li Coceonalo altre volle da me nominalo con lode (De’ Pregi della lingua Pai. t. 7., p. 78, ec.) *>. [p. 773 modifica]TERZO 77J secolo precedente compaion di molto inferiori, e non vi si vede nè quell’eleganza di stile, nè quella forza di raziocinio, che è il miglior pregio di tali componimenti. L’Eritreo, scrivendo nel 1646 al suo Tirreno, cioè a monsignor Fabio Chigi, che fu poi papa Alessandro VII, e narrandogli il piacere con cui avea pochi giorni innanzi ascoltate alcune orazioni dette da’ maestri Gesuiti del Collegio romano nel riaprimento delle loro scuole, e quelle principalmente del P. Ignazio Bompiani, di cui se ne hanno molte alla stampa (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 2 , par. 3 , p. 1513 , ec.), insieme colle lor lodi congiunge la critica di alcune altre che negli anni addietro si erano udite, scritte secondo il gusto del secolo: Atque gavisus sum, dice egli (Epist. ad Tyrren. tom. 2, p. 75), Magistros illos orationem suam ad veterum, hoc est Ciceronis, Caesaris, aliorumque ejus notae Scriptorum similitudinemy a qua se abstraxerant., conformasse. Nam superiores Magistri contra veterem merem in fracto, conciso , obsuroque quodam genere dicendi versabantur, ut quid dicerent, quidve non dicerent, mihi, qui tardo hebetique sum ingenio , perspicuum esse non posset, atque oratio, quae lumen debet rebus afferre, obscura easdem caligine ac tenebris involveret. Le orazioni italiane non sono comunemente molto migliori delle latine, anzi i discorsi accademici e altre simili dicerie della maggior parte degli scrittori di que’ tempi sono così sciapite, che non può sostenersene la lettura. La Toscana fu presso che la sola provincia d’Italia in cui il reo gusto 11011 penetrasse*, e [p. 774 modifica]774 LiBno nello orazioni dette in Firenze, o in altre città de’ dominii Medicei, e che veggonsi in gran parte unite nelle Prose fiorentine , non si leggono nè quelle strane metafore , nè que’ rafinati concetti che facean allor le delizie degli oratori. Ma se esse sono scritte con eleganza o con purezza di stile, questo è comunemente il solo lor pregio) e invano nella maggior parte di esse si cerca quella robusta eloquenza che forma il vero oratore. Le migliori fra esse sono, a mio credere, quelle del Dati; e si pregiano singolarmente quelle in morte del commendator Cassiano dal Pozzo, e il panegirico di Luigi XIV. Ma benchè esse sien certo molto pregevoli, io non so se dette a’ dì nostri otterrebbon quel plauso che ottennero allora. Carattere ^ bifclice fu ancora la condizione del.ìeRii oratori l’eloquenza sacra. E io confesso che non so intendere come le prediche e i panegirici di tanti oratori, che or non si leggono, se non talvolta per prendersi trastullo e giuoco, e per conoscer fin dove può arrivare l’abuso deifi umano ingegno, si udissero allora con tanto plauso. E molto meno so intendere come da tali ragionamenti, in cui altro per lo più non facevano che ostentare inutilmente una importuna acutezza nelle metafore e ne’ contrapposti, sperassero gli oratori di raccogliere quel frutto che debb’essere fi unico fine del sacro lor ministero. Ma tale era il reo gusto del secolo, che appena potea sperar di piacere chi non seguisse la via comunemente battuta; e perciò noi veggiamo che quei medesimi oratori i quali per altro sarebbono in altro secolo divenuti [p. 775 modifica]TERZO n7 5 modelli «li cristiana eloquenza , per secondare il genio de’ loro uditori, si diedero a scrivere in una maniera che forse essi medesimi disapprovavano. Io ne veggo la pruova in uno degli oratori di questo secolo, di cui non v’ ha forse chi sia ito più oltre nell’uso delle più stravaganti metafore e de’ più raffinati concetti; dico del P. Giuglaris Gesuita. Egli oltre le prediche e i panegirici, che sono, si può ben dire, la quintessenza del secentismo, ha tra le altre sue opere quella che ha per titolo la Scuola della verità aperta a’ Principi, da lui scritta ad istruzione del real principe di Piemonte. In essa appena si riconosce l’autor delle prediche; così ne è diverso lo stile, e così essa appena ha un’ombra assai lieve de’ vizii del secolo, ma è stesa in uno stil grave, serio, conscio, e non senza eleganza. Ma egli in quest’opera intendeva sol di parlare a quel principe e ai grandi; nelle prediche ragionava ad ogni genere di persone, e perciò secondo le diverse occasioni usava diverso stile, come alle circostanze gli sembrava opportuno. I più dotti e i più saggi mal volentieri vedevano questo abuso dell’ingegno e dell’eloquenza; ma il lor numero era, come sempre avviene, troppo scarso, per poter fare argine al torrente. Così narra l’Eritreo che accadeva, quando predicava in Roma F. Niccolò Riccardi Domenicano, genovese di patria, ma allevato in Ispagna, e che ivi cominciato avea a esercitarsi nell’apostolico ministero con tale applauso, che il re Filippo III soleva, a spiegar la grandezza dell ingegno che in lui scorgeva, chiamarlo un mostro. Venne [p. 776 modifica]77^ LIBRO egli poi in Italia, c il detto scrittore racconta (Pinacoth. pars 1 , p. 43 , ec.) che, quando egli saliva in pergamo, accorreva in folla tutta Roma ad udirlo, e che veniva ascoltato con silenzio e con ammirazione grandissima da giovani principalmente, a’ quali egli piaceva per l1 arditezza delle metafore e de’ pensieri, co’ quali volendo mostrarsi ingegnoso, pareva che talvolta s1 accostasse a’ confini dell’eresia , benchè poscia cercasse di ridurre al senso cattolico le sue espressioni. Egli aggiunge che i dotti disapprovavano altamente quel metodo di predicare , e che ciò non ostante non si scemava punto l’affollato concorso j ma che quando egli pubblicò le sue prediche, l’applauso fu molto minore, il che pure avvenne delle altre opere date in luce dal Ricciardi, che morì, essendo maestro del sacro palazzo , nel 1639() in età di cinquantaquattro anni (Script. Ord. Praed. t. 2 , p. 503, ec.). Lo stesso dice il medesimo Eritreo (l. cit. p. 135, ec.) essere avvenuto a F. Girolamo da Narni Cappuccino, che fu per più anni predicatore del palazzo apostolico ai tempi di Urbano VIII, le cui prediche, quando vennero al pubblico nel 1632, non parver degne di quell’altissimo applauso di’ egli nel dirle avea riscosso, e che si conobbe che esso era in gran parte dovuto alla viva voce e all1 estcrior talento dell1 oratore. Esse però ebber f onorc di esser tradotte in francese (V. Zeno, Note al Fontan. t. 1, p. 146), il che ci mostra che non eran poi allora i Francesi cotanto lontani dal gusto italiano, che le prediche de’ nostri oratori non fossero anche tra essi accolte con plauso. [p. 777 modifica]tf.hzo 777 X. Non mi tratterrò io dunque ad annoverare i sacri oratori di questo secolo, di cui abbiamo alle stampe Quaresimali, Sermoni, Panegirici, o altri somiglianti ragionamenti, de’ quali è grande il numero, ma-sì picciolo il pregio, che meglio è lasciarne andare in dimenticanza la memoria e il nome. Io nominerò un solo che appartiene con più ragione al secolo xvi, che al XVII, benchè solo in questo ne fossero pubblicati i molti tomi che ne abbiamo di Prediche. Ei fu il P. Giulio Mazzarini della Compagnia di Gesù, di patria palermitano, e zio del celebre Cardinal Mazzarini, il quale dopo avere in molte città d’Italia predicato con sommo applauso, e in Bologna singolarmente, ove nel tempio di S. Petronio si fece udire per sedici anni, in questa città medesima a’ 22 di dicembre del 1622, in età di settantotto anni, finì di vivere (Mongit. Bibl. sicula., t. 1, p. ec.). Lo stile del Mazzarini, e il metodo ch’ei tien nelle prediche, è conforme a quello che usavasi nel secolo xvi, ed ei può essere unito col Panigarola, col Fiamma e con altri illustri oratori di quell’età, i quali però non sono or rimirati come perfetti modelli della cristiana eloquenza. Son note le controversie ch’egli ebbe in Milano col santo Cardinal Carlo Borromeo, nate all’occasione di quelle che questi avea allora co’ regii ministri intorno all’immunità ecclesiastica. Nè può negarsi che il P. Mazzarini, il quale mostravasi favorevole a’ detti ministri, non usasse sempre verso quel gran cardinale quel riverente rispetto che per ogni riguardo gli era dovuto; frutto ordinario di tali dispute, quando esse si x. Notili» il*l P.nlrr Giulio M marini. [p. 778 modifica]77“ Linno agitano con calore, e non si scuopre ancora abbastanza per chi sia il diritto. Ma se il P. Mazzarini fu degno di biasimo pel soverchio calore con cui difese la sua opinione, egli ebbe almeno la sorte di vedersi, dopo un formale processo, dichiarato innocente riguardo a’ sospetti che intorno alla sua Fede si eran formati. Intorno al qual punto ci basti l’aver dato un cenno. per non ritoccare questioni pericolose al pari che inutili, sulle quali più ancora che non conveniva si è scritto alcuni anni addietro. XI. Come verso al finir del secolo la poesia deir eio-italiana cominciò a risorgere all’antica sua macJ£*n*fatu stà e bellezza, così lo stesso avvenne dell’eloii-*1 pì’Sc’ quenza; e la gloria di aver avuto il coraggio prima di ogni altro di lasciare il sentiero per tanti anni battuto, e di tornare su quello a cui la ragione e il buon senso richiamava i sacri oratori, si dà per comune consentimento al P. Paolo Segneri Gesuita, soprannomato il Vecchio, a distinzione del giovane dello stesso nome, che sul principio del nostro secolo fu famoso in Italia per l’esercizio delle sacre missioni. La Vita del P. Segneri va innanzi alla bella edizione delle Opere di esso fatta in Parma nel 1720, ed è stampata ancora separatamente (a), c io perciò non farò molte parole nel ragionarne 5 e molto più che la maggior parte de’ suoi anni impiegò egli nelle fatiche dell* apostolico ministero sì nelle prediche, come nelle missioni, (n) Del P. Segneri ha scritta la Vita anche monsignor Fabroni (Vii. Ilalor. doctr. excelL t. t5, p.8). [p. 779 modifica]TERZO 779 nelle quali fece ammirare non meno la sua eloquenza, che un ardente zelo e un’ammirabile austerità. Il pontefice Innocenzo XII fermollo sugli ultimi anni in Roma, e l’onorò dell’impiego di predicatore apostolico e di teologo penitenziere. Ma tre anni soli ei lo sostenne, e a’ 9 di dicembre del 1694» in età di settantanni, con una morte corrispondente alla santa vita da lui condotta, chiuse i suoi giorni. Io non parlerò delle molte opere ascetiche ch’ei ci ha lasciate, le quali per altro sono scritte con tal purezza di stile, che per la maggior parte sono state credute degne di essere annoverate tra quelle che fanno testo di lingua, benchè l’autore non fosse di patria toscana, ma di famiglia originaria di Roma, e nato in Nettuno. Noi dobbiam solo fermarci nell’esaminare il genere d’eloquenza a cui egli si appigliò nelle sue prediche e ne’ suoi panegirici. Gli oratori de’ secoli precedenti ci avean date omelie piuttosto che prediche; perciocchè essi si occupavano comunemente in dichiarare il testo del sacro Vangelo, e in cavarne le riflessioni adattate al frutto de’ loro uditori; e se essi erano eloquenti, il dimostravano piò colf inveire con energia, che colla forza delle ragioni. Quelli del secolo XVII voller fare maggior uso del raziocinio, ma essi invece ne abusarono*, perciocchè per far mostra d’ingegno, stabilivano proposizioni che a primo aspetto parevano, e talvolta di fatto erano paradossi; e conveniva poi contorcersi, per così dire, e dimenarsi per ridurle a un senso vero e cattolico. E innoltre pareva che gli oratori fosser [p. 780 modifica]780 LIBRO più solleciti di ottener l’applauso dagli uditori colla novità de’ concetti e coll’arditezza delle immagini, che di convincerli colla forza degli argomenti, e di commoverne con una robusta eloquenza gli affetti. Il P. Segneri conobbe che non era quello di modo di maneggiare con decoro e con frutto la divina parola, e saggiamente credette che quel genere d’eloquenza, che effetti sì prodigiosi avea già prodotti al tempo dei greci e de’ romani oratori, non dovesse essere meno opportuno quando fosse rivolto agli argomenti della cristiana Religione. Ei proccurò dunque di conformarsi a quei primi modelli; e si conosce chiaramente che prese in ispecial modo a imitar Cicerone. Ei non ama molto le divisioni, come non le amavano gli antichi oratori; ma stabilita la sua proposizione, si accinge a provarla; e con tale ordine dispone gli argomenti, e con tal metodo li va incatenando fra loro, e stringendo con essi sempre più l’uditore, che questi alfin si trova convinto, e forza è che si arrenda, persuaso dalle ragioni, e mosso dall’eloquenza, con cui l’orator le promuove e le incalza. Egli sbandì dalla sacra eloquenza que’ profani ornamenti che l’ignoranza de’ secoli precedenti vi avea introdotti, e che il reo gusto di quell’età avea smodatamente accresciuti, e la abellì invece colla varietà delle figure e colla vivacità delle immagini. È vero che qualche avanzo dell’infelice gusto del secolo vedesi nel P. Segneri, e forse egli non ardì di fare una intera riforma dell’eloquenza, temendo che non si potesse ciò eseguire tutto in un colpo, e che convenisse dar qualche cosa [p. 781 modifica]TERZO 781 all’universale entusiasmo con cui l’Italia correva perduta dietro alle metafore e a’ contrapposti. Anzi da una lettera del Cardinal Noris, scritta al Migliabecchi da Pisa nel 1677, mentre egli era in quell’università professore, e vi predicava il P. Segneri, si raccoglie che questi ne’ primi anni erasi mostrato anche più indulgente a’ vizii del suo tempo, e che poi erasene egli stesso emendato: Il Serenissimo Gran Duca, scrive egli (Cl. Venet Epist. ad Magliab), t. 1, p. 102), è sempre stato a sentire il P. Segneri, e nel ritorno si dice siasi per lo stesso effetto per fermarsi qui qualche giorno. Predica tutta roba sacra con stringere con argomenti, ma senza amplificazioni o abbellimenti da esso già usati, quando lo sentii predicare in Roma. È fama che non ostante 1 applauso con cui veniva udito da’ dotti, egli avesse comunemente scarso numero di uditori; e ciò per la ragione stessa per cui abbiamo poc’anzi veduto che non ostante la disapprovazione de’ saggi, alcuni de’ più cattivi oratori aveano sempre uno sterminato concorso. Benchè, riguardo al P. Segneri, dovea probabilmente concorrere a sminuirgli gli uditori il suo poco infelice talento esteriore , cagionato principalmente dalla sordità , da cui in età ancor fresca cominciò ad essere travagliato. Un moderno scrittore ha voluto trovar difetti nello stile del P. Segneri , ed ha avuto il coraggio di riformarne qualche tratto, ritenendone la sostanza, ma sponendola in quello stile spossato e languido di cui molto si compiaceva. Ma egli non ne ha tratto altro frutto, che di vedersi solennemente deriso, ed [p. 782 modifica]7^2 LIBRO esortato a formar se medesimo su quel modello cui egli ardiva di biasimare (V. Mazzucch Scritt. ital, t 2, par. 1) p. 211). Notilo <i«i XII. L’esempio del P. Segneri non ebbe molti ordinai c»-seguaci 7 e tardò molti anni l’Italia ad aver tali oratori di cui ella potesse giustamente gloriarsi. Un altro però ne produsse ella circa il tempo medesimo, che, benchè non fosse interamente esente da’ difetti della sua età, fu però assai più degli altri moderato in seguirli, e li compensò innoltre con molti pregi.. Ei fu il Cardinal Francesco Maria Casini, di cui, oltre qualche altra, abbiam avuta non ha molto la Vita elegantemente descritta da monsignor Fabbroni (Vit. Italor. doctr. excell. dec. 1, p. 1). Egli ebbe Arezzo a sua patria, e vi nacque di nobili genitori l’anno 1648. Entrò nell’Ordine dei Cappuccini, e vi si distinse col suo sapere ugualmente che colle sue religiose virtù, e vi ottenne perciò le più ragguardevoli cariche. Predicò con grande applauso nelle principali città d’Italia, e si fece anche udire con somma sua lode in Parigi e a «li verse corti dell’Allemagna, avendo colà accompagnato nelle visite il suo generale. Innocenzo XII lo nominò nel 1698 predicatore apostolico, e continuò in quell’impiego più anni, anche sotto il pontefice Clemente XI, il quale nel 1712 lo sollevò all’onor della porpora. Nella nuova sua dignità non dimenticò il Cardinal Casini l’antico suo stato, e mantenne costantemente l’esercizio delle religiose virtù che nel chiostro avea professate, e finalmente, carico di anni e di meriti, cessò di vivere a’ 14 di febbraio del 1719. Le prediche da lui delle [p. 783 modifica]nel palazzo apostolico, e che furono stampate in Roma nel 1713 in tre tomi in foglio, son quelle che maggior nome gli hanno ottenuto. La libertà con cui egli in esse inveisce contro de’ vizii a’ quali possono soggiacere le persone che lo ascoltavano, è degna di un ministro evangelico, e nelle prediche di esso si scorge molta facondia e perizia non ordinaria della sacra Scrittura. Ma, come ho accennato, lo stile ne è spesso tronfio e infetto de’ vizii della sua età, in modo però, che sarebbe stata a bramare che gli altri oratori de’ suoi tempi ne avesser contratto sol quanto ne contrasse questo illustre scrittore.