Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VIII/Libro III/Capo IV

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Capo IV – Poesial latina

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[p. 747 modifica]TERZO 747 Capo IV. Poesia latina. I. Quell1 infelice c pessimo gusto clic sì mi- u l‘atti„ seraroente infettò la poesia italiana del seco- gunoH*i>»rlo xvii , si sparse ugualmente sulla latina. 11. Lri ma tori del secolo precedente parvero voti e freddi, e si credette che a render perfetta la poesia italiana convenisse avvivarla con ingegnosi raffinamenti e con ardite metafore, e perciò la più parte de’ nostri poeti si diè a seguire il Marini, e a battere la nuova via seguita poscia da tanti. Alla stessa maniera la poesie latine del Flaminio, del Navagero , del Castiglione, del Bembo e di tanti valorosi poeti del secolo xvi parver languire troppo, e si giudicò che ne fosse in colpa l’aver essi voluto imitare Catullo, Tibullo, Virgilio j e clic fossero migliori guide Marziale, Lucano, Claudiano. Le acutezze del primo, benchè spesso freddissime e contrarie al senso comune, e la gonfiezza de’ due secondi parvero a molti migliori, che la schietta e semplice eleganza e la non affettata maestà de’ poeti del secolo d’Augusto. Anzi il Ciampoli, uno de’ più arditi novatori nello stile e nel gusto, parlava con alto disprezzo, come narrasi dall7 Eritreo (Pinacoht. pars 2 , n 19), di tutti gli antichi poeti, non eccettuandone forse che il solo Claudiano, a cui di fatto egli studiavasi di rassomigliare. Quindi ne venne quella sì gran copia di insulsi e scipiti epigrammi, ne’ quali tutto lo sforzo dell7 ingegnoso poeta [p. 748 modifica]748 LIBRO era di chiuderli con qualche punta, cioè con qualche freddo equivoco e scherzo ridicolo di parole, senza curarsi se giusto fosse il sentimento , e fondato sul vero. Cotai poeti si giaccian pur fra le tenebre, a cui il risorgimento del buon gusto gli ha condannati. Noi più volentieri andremo in traccia d’alcuni pochi che fra P uuiversal corruzione si mantennero puri, e lasciando gracchiare al vento i seguaci del comun gusto, si tenner su quella via che da’ migliori poeti e della stessa ragione veniva loro additata. ». n. il primo di cui dobbiamo qui ragionare, Si nouiiiiu-. 4... r.. • nu ulnini «1«’ non e maraviglia se fosse colto poeta; perciocchè egli era nato fino dal 1546; e appartiene Oucrcnghi. a questo secolo, sol perchè seppe viverci lungamente , cioè fino al 1633. Ei fu Antonio Querenghi padovano, scolaro del celebre Sperone Speroni, e che visse gran tempo in Roma nel1 impiego di segretario del collegio de’ cardinali, e di referendario delle due segnature, caro a’ pontefici sotto i quali visse, e a’ cardinali e a’ dotti che con lui conversavano, e onorato ancora di un canonicato in Padova, ove però egli fece breve soggiorno (a). La fama eh egli (a) Antonio Querenghi qui nominato fu al principio del xvii secolo per qualche tempo in Modena alla corte del Cardinal Alessandro <1’Este fratei o «lei duca Cesare. Ridolfo Arlotti in una delle sue Lettere mss. che in questa ducal biblioteca conservansi, scrive senza data al sig. Baldassarre Paolucci: Mons. Querengo sin qui aspettato di giorno in giorno hormai d’hora in hora si aspetta. Ha quattrocento scudi di pensione (dal Cardinal Alessandro) Jbtelati sopra la Prcposilura di [p. 749 modifica]TERZO 749 gotica di colto scrillor latino, fece che a lui fosse dato dapprima l’incarico di scriver la Storia di Alessandro Farnese. Ma o egli non è O Unisse mai quel lavoro, o qualunque altra ragione se ne fosse, essa non vide la luce; c quest1 opera fu poi commessa al P. Famiano Strada. Il Papadopoli, che del Querenghi ragiona a lungo (Hi st. Gymn. patav. t. 2, p. 291, ec.), aggiugne che Arrigo IV re di Francia chiamollo a Parigi, perchè scrivesse la Storia del suo regno; e che il Querenghi sì felicemente soddisfece a’ desiderii del re, che fu dagli eruditi considerato come un altro Livio. Ma io dubito che questo racconto sia uno dei molti sogni che nella sua Storia ha inserito il mentovato scrittore, il quale di fatto tra le molte opere del Querenghi stampate e inedite che annovera , niuna ne produce che a questa materia appartenga; e l’Eritreo, che un bell’elogio ci ha dato dello stesso Querenghi (Pinacoth. pars 1, p. 63 , ec.), nulla ci dice di (questo viaggio, nè di questo incarico addossatogli. Fu egli uomo di molta e varia letteratura, e stretto amico del Tassoni, che perciò leggiadramente Pomposa con Passenso di S. /1. S., la tavola , la parte per (piatirò servitori, appartamento nobile e nobilmente apparalo, carocciu e cavalli, adito libero al Padrone senza riserva di luogo e di tempo , e. la spesa di tutto il viaggio. Il nn desimo Monsignore è posto in Prelatura per godersi con piii decoro P onor della mensa. Un tomo nis. di Lettere originali del t^uerenglii conservasi iu questa ducili biblioteca. Di lui parla ancora cou lode P Allacci nel suo opuscolo intitolato Apes urbanac. [p. 750 modifica]^50 libro lo introduce nella sua Secchia rapita, e così ne dice: Questi era in varie lingue uom principale , Poeta singolar, Tosco e Latino, Grand’Orator, Filosofo , Morale , E tutto a rnentc uvea Sanà si gustino. Canio 5, st. 26. Ed ei veramente oltre le gravi scienze, su cui pure scrisse più opere, coltivò ancora la latina e l’italiana poesia, e molte ne abbiamo alle stampe nell’una e nell’altra linguaj delle quali Poesie parlando il Cardinal Sforza Pallavicino, che del Querenghi ragiona con molta lode, dice (Del Bene, l. 1, c. 7) ch’esse sono colte e purgate, ma non molto vivaci, e che in esse non vi ha che riprendere, molto vi ha da lodare, ma assai poco da ammirare. E somigliante è il giudizio, che ne dà il Cardinal Bentivoglio, il qual pure della erudizione e del saper del Querenghi fa grandi elogi (Mem.l. 1, c. f\). 111. 111. Uguale e forse ancora maggior gloria poteva la poesia latina aspettarsi da Virginio Cesarini di nobilissima famiglia romana, se un1 immatura morte non l’avesse rapito nel 1 G^4 >n età di non ancora trent’anni. Magnifici elogi ci han di esso lasciati l’Eritreo (l. cit. p. 59) e il Mandosio (Bibl. rom. t. 1, p. 69), i quali a gara ne lodano la vastissima erudizione nella fresca sua età ammirabile, perciocchè egli era dotto in greco e in latino, vastissimo nella filosofia, nell’astronomia, nella geografia, nella medicina, nella giurisprudenza, oratore al tempo stesso e poeta, e in ogni genere di letteratura [p. 751 modifica]TERZO ^5l ben istruito, paragonato perciò dal Cardinal Bellarmino e da Lelio Guidiccioni al famoso Giovanni Pico della Mirandola, e onorato di una medaglia, in cui il volto di amendue vedesi insieme scolpito (Mus. Mazzucchell. t. 2, p. 7). Egli fu uno de’ più illustri Accademici Lincei, e amicissimo del principe Federigo Cesi fondatore di quella celebre adunanza. A persuasione del suddetto Cardinal Bellarmino avea preso a scrivere un ampio trattato, per dimostrare f immortalità dell’anima umana. Ma la morte gli impedì il compire e questa e altre opere, alle quali egli erasi accinto. Solo alcune Poesie sì italiane che latine ne furono pubblicate; e nelle latine singolarmente vedesi eleganza e grazia non ordinaria, tanto maggiormente lodevole, quanto meno egli ebbe di tempo a perfezionare il suo stile. Il Mandosio riferisce l’onorevole ma ampollosa iscrizione che gli fu posta nel Campidoglio, ove ne fu scolpita in marmo l’effigie. La Vita del Cesarini fu scritta e data in luce da Agostino Favoriti, prelato assai erudito, morto in Roma in età di cinquantotto anni nel 1682 (Fontan. Bibl. colle Note del Zeno, t. 1, p. 463), lodato da monsignor Buonamici come poeta latino assai celebre (De cl. Pontif. Epist. Script, p. 284, ed. 1770), ma di cui io non ho veduta poesia alcuna (a). (<j) Le Poesie latine del Favoriti, che sono fra le migliori di questo secolo, sono inserite in una raccolta che ha per titolo Poema la septeni Ulti sfrittili Firorum , stampata in Anversa nel 1662, ove se ne leggono ancora altre del Cesarini or nominato , di Stefano Gradi, T111AB0SCHI, Voi. XV. [p. 752 modifica]IV. Altri poeti. r-Sa libro IV. Nell’Accademia degli Umoristi in Roma, di cui a suo luogo abbiam fatta menzione, fu con molto ardor coltivata la poesia latina; e l’Eritreo ne annovera alcuni che in ciò ottennero maggior lode, come Fabio Leonida (Pinacoth. pars 1, p. 49)> Arrigo Falconio (ib. p. 53), Gianfrancesco Paoli (ib. p. 54) e Giorgio Porzio (ib. pars 3, n. 32), che frequentò quella del Cardinal Deti. Ma questi non son tai nomi che vaglia la pena di parlarne distintamente. Delle Poesie de’ due sommi pontefici Urbano VIII e Alessandro VII si è già parlato nel ragionar del favore di cui essi onoraron gli studi. Tra’ poeti di questo secolo, che non debbon del tutto essere trascurati, possiamo accennare Giammarco Fagnani nobile milanese, autore di un poema latino intitolato De Bello ariano, in cui descrive la guerra che, secondo la popolar tradizione, mosse l’arcivescovo S. Ambrogio agli Ariani in Milano. Egli per altro appartiene con più ragione al secolo precedente, che a questo, perciocchè egli era nato fin dal i5a4Gosì io raccolgo da una lettera a lui scritta da Aquilino Coppini a’ 10 d’agosto del 1608, in cui afferma ch’egli ha ottantaquattro anni, nella quale ancor fa menzione di alcune altre poesie del Fagnani, che non han veduta la luce (Coppini Epist. p. 70). Ma il suddetto poema non fu da lui pubblicato che nel 1604. L’Argelati, «li cui altrove abbi a in fatta menzione, e «li Natal Rondinino segretario delle Jctteie a" principi «li Alessandro VII, e canonico dilla basilica \ alienila, unirlo nella fresca età «li soli treni’ anni (lionati>. de cl. Ponti f Epist. Script, p. 283). [p. 753 modifica]clic accenna la lettera <lei doppini da me pure accennata (Bibl. Script, mediol. t. 1. pars 2, p. 58^), un altra ne indica dal medesimo scritta al Fagnani nel 1612, da cui raccoglie che (fino a quell’anno egli visse. Ma essa è scritta non a Giammarco, ma a Girolamo Fagnani (l. cit. p. 189). Ben un’altra ve n’ha scritta a’ 17 di febbraio del 1609 a Francesco Pozzobonelli, in cui il Coppini gli dice che dovea allor rivedere e correggere l’orazione fatta dal fratello del detto Francesco nella morte di questo poeta: Fratis tuo Oratio, quam in obitu Jo. Marci Fauni ani scripsit, videnda et corrigenda , ut habeat (l. cit. p. 82). Ed è certo perciò, ch’egli era allor morto di fresco. V. Molti tra’ Gesuiti di questo secolo furono autori di poesie latine, e benchè nella maggior parte di essi non veggasi il gusto sì depravato, come in alcuni altri, per lo più nondimeno si mostrano amatori e seguaci più della soverchia facilità d’Ovidio, e de’ concetti spesso troppo ingegnosi e sottili di Marziale, che della elegante semplicità di Tibullo, o di Catullo, o della erudita maestà di Properzio. Tali sono le Poesie del P. Tarquinio Galluzzi e del P. Bernardino Stefonio, di cui un luminoso elogio ci ha lasciato l’Eritreo che gli fu scolaro (PinacOth. pars 1, p. 158), del P. Vincenzo Guinigi lucchese, del P. Mario Bettini. Di gusto alquanto migliore son quelle del P. Gianlorenzo Lucchesini lucchese, che essendo vissuto fin verso la (fine del secolo, toccò il tempo in cui si ricominciò a battere il buon sentiero j e perciò ancor più pregevoli son quelle del P. Tommaso Strozzi napoletano, ili v. A Ir 11 ih Gemili rifluii fMli. [p. 754 modifica]7^4 unno cui abbiamo un.elegante poema in tre libri sulla Cioccolata, la traduzione de’ Treni di Geremia, con alcune altre poesie stampate in Napoli nel 1689. Ma degno singolarmente di applausi e di lodi dovea essere un poema del P. Rodolfo Acquaviva sul rimedio della trasfusione del sangue, ch’ei dedicò al co. Lorenzo Magalotti. Esso, per quanto io ne sappia, non è mai stato stampato, nè il conte Mazzucchelli fa menzione alcuna di questo scrittore. Noi ne dobbiam la notizia a una lettera del senator Vincenzo da Filicaia, scritta nel 1G87 Magalotti , che gli avea mandato quel poemetto. E poichè non sappiamo che sia avvenuto di esso, rechiam qui le parole di questa lettera, ove se ne fa insieme l’elogio e se ne dà l’idea. Per ubbidirvi, dice egli (Magalotti, Lett. famigl. t 2, p. 42), ho letto attentamente il Poemetto del P. Acquaviva. E quanto alla materia non avendo se non una superficial cognizione, dirò solo, ch’ella mi pare assai bene spiegata, supposta la realtà deli1 operazione, intorno alla quale mi rimetto etc. Quanto allo stile vi so ben dire, eli egli e terso, puro, e proprio della materia, di cui si tratta, e giurerei, che Lucrezio medesimo lo riconoscerebbe per suo; nè in questo genere mi par mai d’aver letto cosa simile. Molti e molti sono i luoghi osservabili; ma quello del bracco, a mio giudizio, è maraviglioso: Qui latebras latrare, et praedam primus acuta Nare solebat odorari , raptareque morsu. Il modo poi della trasfusione del sangue del [p. 755 modifica]TERZO ^55 becco, mediante il canal di vetro, con tutte l’altre circostanze, e col ri nettamento dei modi tenui, e praticati da altri, non mi par che possa essere nè più felicemente, nè più latinamente espresso. Bella e gentile espressione che è mai questa! Sint justi calami, et pertraetetur canis ante Molli s.iepc manti, seset|itc agnoscat amari. Tutto è bello in somma de primo ad ultimum, e credo che tutto sia chiaro, perchè l’intendo tutto, quantunque a me, o per lo corto mio intendimento, o per T amor grande, c/i io porto alla chiarezza, le cose per altro chiare sogliono parere il più delle volte oscure. Voletene voi più? Coi versi del P. Strozzi e con questi del P. Acquaviva mi avete rimesso in grazia i Gesuiti , ec. Più noto è il nome del P. Niccolò Giannetasio napoletano, morto nel 1715, fecondo al pari che elegante poeta, di cui molti poemi si hanno alle stampe sulla Pescagione, sulla Nautica, sull’Arte della guerra, sulla Vita di S. Francesco Saverio, e su diversi altri argomenti profani e sacri, oltre più altre opere in prosa , fra le quali abbiamo altrove accennata la Storia di Napoli. Nel Giornale de’ Letterati d’Italia si parla di lui più volte con somma lode (t. 6, p. 519*, t. 12, p. 422; t.23, p. 463), e un bell’elogio se ne può ancora vedere nelle Memorie di Trevoux (1723, Juin, p. 1100, ec.). Io farei qui volentieri ancora menzione delle Poesie del Padre Tommaso Ceva, che per una certa sua propria innarrivabile espressione della natura, e per la maravigliosa [p. 756 modifica]7^0 LIBRO facilità di esprimere qualunque cosargli piaccia, dee aver luogo tra’ più illustri poeti. Ma, benchè parte delle sue Poesie venisse alla luce fin dagli ultimi anni del secolo di cui scriviamo, egli però s’inoltrò di troppo nel nostro, perchè se ne possa qui ragionare, senza uscire da’ limiti che ci siamo prefissi. VI. Per la stessa ragione io non farò qui che accennare in ultimo luogo le troppo famose Satire di monsignor Lodovico Sergardi sanese sotto il nome di Q. Settano, pubblicate contro il Gravina. Egli ancora visse fino al 1726, e perciò non è qui luogo a parlarne. E innoltre ne ha di fresco scritta la Vita colla consueta sua eleganza monsignor Fabbroni (Vitæ Italor. ec. 2, p. 365), ove tuttociò che appartiene agl’impieghi e agli studi di questo scrittore, diligentemente si espone, e si narra insieme l’origine dell’odio da lui conceputo contro il Gravina. Ed è certo che dopo il risorgimento delle lettere non si erano ancor vedute Satire scritte con tale eleganza e con tal forza, e solo sarebbe stato a bramare che il Sergardi le avesse rivolte a biasimare generalmente i vizii degli uomini, non a mordere e lasciare la fama di un uomo che, benchè non fosse del tutto innocente de’ vizii oppostigli, pel suo ingegno nondimeno e pel suo molto sapere dovea essere rispettato. Deesi però qui aggiugnere che alcuni fecero autore delle Satire di Seltano f abate Gennaro Cappellari napoletano, autore di un elegantissimo componimento poetico latino sulle Comete del 1664 e del 1665, stampato in Venezia nel 1665, di cui io ho avuta copia per favore dell’ornatissimo [p. 757 modifica]TFRZO 757 monsignor Onoralo Gaetani. Ma le pruove che monsignor Fabbroni apporta, per dimostrarne autore il Sergardi, sembra che non ammettan risposta (a). VII. Qui dobbiam rammentare per ultimo, s’’‘J;iirl come si è fatto nel secolo precedente, gli scrit- j«ip ah» tori dell1 Arte poetica. Ma in questo genere ancora non abbiamo di che molto occuparci. L’Arte del verso italiano di Tommaso Stigliani è una semplice introduzione più adattata a’ fanciulli, che ai poeti. Giuseppe Battista natio del regno di Napoli, di cui ci ha date copiose ed esatte notizie il conte Mazzucchelli (Scritt. ital. t 2, par. 1, p. 552, ec.), fu cattivo poeta, che tutti riunì in se stesso i vizi del secolo, ma fu buon precettore; e la sua Poetica, pubblicata Taiiiio 1(576, cioè l’anno seguente alla sua morte, è lodata da molti come opera utile, e scritta con brevità e con chiarezza. In molta stima è ancora la Didascalia cioè Dottrina comica di Girolamo Bartolommei da noi nominato già tra’ poeti, in cui assai saggiamente ragiona della commedia, e prescrive il modo e le leggi per richiamarla all’antico e lodevole suo fine, e purgarla da’ vizii che vi si erano introdotti. Delle opere che su questo argomento ci ha date il poc’anzi nominato Gianvincenzo Gravina, si è già trattato nel ragionar di questo illustre scrittore. Di alcuni altri libri di minor (a) Un altro mcn conosciuto scrittoi- di satire el»l>e in questo secol l’Italia, cioè Federigo, Nomi d’^nghinri , sedici salire del quale furono stampate in Lione nel ilio3. In ciò però che è eleganza di stile, egli è infcrior di molto al Sellano. [p. 758 modifica]7^8 LIBRO conto non giova il cercare distintamente. E noi perciò ci tratterremo solo alquanto nel dire de’ Proginnasmi poetici di Udendo Nisieli, ossia di Benedetto Fioretti, che sotto quel nome si volle nascondere. L’elogio fattone dall’Eritreo (Pinacoth. pars 2, n. 31), e la Vita che ne ha scritta Francesco Cionacci, la qual va innanzi alle Osservazioni di creanze dello stesso Fioretti, abbastanza c’istruiscono di ciò che a lui appartiene. Egli era nato in Mercatale, luogo della contea di Vernio nella diocesi di Pistoja, a’ 18 di ottobre nel 1579), e solo in età di treni’anni cominciò a conversar colle lettere. Tentò la poesia, ma presto conobbe di non aver per essa il talento opportuno Si diè dunque in vece ad insegnare agli altri la via clf ei non potea correre’ , e con un lungo e diligente studio su tutti gli antichi e moderni poeti, riflettendo su ogni cosa , e notando tutto ciò che degno pareagli d’osservazione, venne a compilare i suoi Proginnasmi poetici, che nella prima edizione del 1620 formarono due tomi, poi colle giunte da lui e da altri fattevi crebbero a tre e a quattro, e finalmente a cinque. Apostolo Zeno ha in due parole ottimamente espresso il carattere di questo scrittore, dicendo ch’egli era gramatico assai più che filosofo (Note al Fontan. t. 2, p. 129). Egli parla con molto disprezzo della Poetica d’Aristotele, affermando ch’essa è una matassa tanto scompigliata , che par fatta da un arcolaio (t. 5 , proginn. 2). E benchè la critica sia un po’ troppo rigorosa, essa ci farebbe sperar nondimeno che il Fioretti, nemico de’ pregiudizi dell’antichità, [p. 759 modifica]fosse per darci una Poetica tutta conforme alla ragione. Ma egli è spesso scrittor sofistico che perdendosi in minutezze, trascura i più nobili pregi della poesia; e la critica ch’ei fa sovente dell’Ariosto e di altri più illustri poeti, il rende degno d’essere annoverato tra quegli scrittori che volendo ristriger l’ingegno fra’ molestissimi ceppi delle gramaticali e pedantesche osservazioni, lor vietano il levarsi in alto, e lo spiegare que’ voli che vaglion ben più che tutte le scolastiche sottigliezze. Il Fioretti sul finir degli anni, lasciati gli studi della poesia, tutto si volse a’ più gravi, e a quello principalmente della religione e della morale, e frutto ne furono le Osservazioni di creanze e gli Esercizii morali, de’ quali pubblicò il primo tomo nel 1633, e due altri lascionne inediti, quando venne a morte in Firenze a’ 30 di giugno del 1642.