Visioni sacre e morali/Visione VIII

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Visione VIII

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Visione VII Visione IX


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VISIONE VIII.




PER LA MORTE

DI

FELICITA D' E S T E

DI BORBONE


DUCHESSA DI PENTHIEVRE.




Rime, cui l'agili ale unqua non vinse
     3Arduo volo, spiegate ai lustri tardi
     La sacra Vision, che Amor mi pinse.
Nell'ora, in cui l'Alba del Sole i dardi
     6Lucidi fugge, e il carro tinto in croco
     Con rosee briglie asconde ai nostri sguardi,
Per frondifero mossi ameno loco,
     9Ove tra i fiori e l'Eridanid'acque
     Leggiadro fean 1'aure susurro e gioco.
Nullo mai lieto obbietto a me sì piacque,
     12Ch'arte e natura a vagheggiar ne inviti,
     Né sì largo nel cor gaudio mi nacque;
Chè spaziando in que' felici liti
     15Piena a lor voglie avean esca innocente
     I sensi nel bramar discorde arditi.

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Dolce era il sorto appena in oriente
     18Raggio del nuovo dì, che già rendea
     Tepida la notturna aria più algente,
E dal succhio de’ fior molle schiudea
     21I vortici olezzanti, onde un leggero
     Vento l'ale di odor carche battea.
Dolce un lungo alla vista ampio sentiero,
     24Che con file di tigli alti compose
     Dei Gallici orti emulator pensiero,
E i rosati al lor pie cespi dispose
     27Di conche in foggia sì, che i grandi eretti
     Tronchi sorgean da inteste urne di rose.
D’ambo i lati apparìan gli spazj eletti
     30Gli odorosi a nudrir germi d’Aprile
     Da vario d’umil siepe ordin ristretti,
E agli spazj aggiungea pompa non vile
     33II pian, che al centro lor lieve crescendo,
     Teatro fea coi pinti fior gentile.
Quattro altre vie la maggior via partendo
     36Gli occhi pascean con archi, e segni scolti
     D’eletti Sposi in sacro nodo ardendo,
Da cui gli spinti ad arte, e in cavo accolti
     39Piombo sgorgavan sotterranei fonti
     In curve iridi, in strisce, in piogge sciolti.
Che ad unir l’acque in un sol rivo pronti
     42Cingean con esso or boschi, or laberinti
     Facili al varco su marmorei ponti.
I sensi dalla bella immagin vinti
     45Trasser verso la meta i piè sì lenti,
     E da torpor sì dolcemente avvinti,
Ch’io tardi penetrai d’erti pungenti
     48Cedri in opaca selva, a cui fra spume
     Rotte il fianco lambìan l’onde correnti,

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E ove il canto gii augei di varie piume
     51Mescean col tremolar delle cedrine
     Frondi, e col mormorio roco del fiume.
Ivi starsi fra il bosco e le vicine
     54Sponde mirai Donna cotanto vaga,
     Che aver parvemi forme in sè divine.
Azzurri ella movea di luce maga
     57Occhi aspersi così, che a un girar d’essi
     Fatto avria in cor qual sia barbaro piaga:
I biondi in lunghe anella attorti e fessi
     60Capei tessean corona al volto, e in parte
     Fra il bianc’omero, e il sen cadean più spessi.
Ricca di sua natìa grazia, e non d’arte
     63Uom pregava, che i voti accoglier nega;
     E il solo aprir del labbro, onde il suon parte,
Concorde colla man, che accenna e spiega
     66Pria coi moti il pensier, parea in quell’atto
     Dir: Guardami: in tal guisa un Angel prega.
Io fuor di me da maraviglia tratto
     69Dal gentil non sapea viso levarmi;
     Pur nel vibrar incerto un guardo e ratto
All’Uom, che sordo era ai pietosi carmi,
     72Forte desìo la strana sua figura
     Di ravvisarlo in cor valse a destarmi.
Faccia in viril beltade avea matura
     75Di color tinta lievemente bruno,
     Che languid’ostro fea più tersa e pura:
Colla destra ei stringea, cui par nessuno
     78Vantò, che in dignitade a lei somigli,
     Duo cori ardenti avviluppati in uno;
E coll’altra, qual chi lena ripigli,
     81S’appoggiava a un sottil giogo, che scarco
     D’ogni peso parca fuor che di gigli.

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Bianco vestìa manto cosperso e carco
     84Di puro sangue, e coll’ignude piante
     Rotti premea strali, faretra ed arco:
Ma gloria gli accrescea somma al sembiante
     87Una Colomba infiammatrice in fronte
     Piovendo vampe sì diverse e tante,
Che i duo cor n’accendeva, e colle pronte
     90Scintille sparte empieagli il sen di luce;
     E il fiume ne splendea, la selva e il fonte.
L’aria del volto, e i raggi, ond’ei riluce
     93Fra gl’infocati cori avvinti insieme,
     Mel pinser pria de’ fausti amor qual duce;
Ma la Colomba accesa, e il piè, che preme
     96Le frecce infrante, e d’ogni possa vote,
     Sparser in me di mille dubbj il seme.
Nè in affisarmi alle due forme ignote
     99Lume acquistò il pensier; chè a me palesi
     Sol ne fùr gli atti esterni, e non le note;
Nè, poiché presso all’orme lor mi resi,
     102M’apposi al ver, ch’ambo allor gìan a paro
     Taciti, e in cupo meditar sospesi.
Quando uscì fuor del bosco, ove men chiaro
     105Rifulge il sol spinto dall’ombra indreto,
     Stuol di Donne in vezzosa immagin raro,
Dall’insegne di cui varie, e dal lieto
     108Carme facil a me l’Uom si scoperse,
     Che il selvoso allumava orror secreto:
Pria Caritade agli occhi miei s’offerse
     111D’inestinguibil fiamme ornata il seno,
     Che colle braccia sue d’ambrosia asperse
Cingea la Fè stretta ad alterno freno,
     114Che addita, d’un canestro alzando il velo,
     Due tortorelle in amor fide appieno.

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Seguìala armata di materno zelo
     117La vigil Donna, che la rozza prole
     Addestra, e all’aspro invia sentier del Cielo,
E dà mano a Colei, che temprar suole
     120I moti estremi dell’umane voglie,
     Onde or s’allegra il cor troppo, or si duole.
Esse, cui l’alto ufficio lor non toglie
     123L’armonich’arti nell’Empiro apprese,
     Che i suoni in sè dell’ampie sfere accoglie,
Sciolser il canto; e ad ascoltarlo intese
     126II susurro obbliar l’aure e le frondi,
     E al mar tacitamente il Po discese.
Pronubo santo Amor, tu che diffondi
     129Ovunque volgi il piè letizia e pace,
     E scambievol nell’Alme ardor infondi,
Mira noi Grazie, cui seguir te piace
     132Nostro onor, poiché a noi vincer fu dato
     Le false Grazie dell’Amor fallace:
Tu non sorgesti già dal tenebrato
     135Caos informe, onde il Cantore Ascreo
     Finse fra l’Ombre Amor squallide nato,
Che da sì fosca origin poi si feo
     138Condottier d’impudiche Anime degno,
     E di ree voglie genitor più reo;
Ma tu nascesti di pietade in pegno
     141Dalla piaga dolcissima del divo
     Fianco trafitto sul felice Legno;
E del tuo nascer d’ogni terrea privo
     144Vii forma porti nell’ammanto impresse
     Le sacre stille di quel Sangue vivo,
Per cui te il sommo Amor beato elesse
     147Sua grata sede, e a te le intemerate
     Vampe di caritade aurea concesse:

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Tu quelle in terra unisci Alme bennate
     150Con nodo in te perpetuamente pago
     L’umano germe a rinnovar serbate;
Che tu del nodo eterno, onde al suo vago
     153Scelto ovile il Pastor sommo si stringe,
     Sei mistic’ombra, e imitatrice immago:
Per te la Donna, che infrangibil cinge
     156Catena aspra servil dopo l’antico
     Fallo, che di squallor l’Anima tinge,
Pari in pregio all’Uom torna, a cui l’amico
     159Fiato del gran Fattor pari la volle
     Pria che cedesse al tentator nemico;
Tal ch’ove l’Uom su lei l’impero estolle
     162Per legge amara, essa pur regna in lui
     Pel cor saggio, e il bel volto, e il parlar molle.
Tu in questi fra l’error prisco già bui
     165Chiostri ovunque spirando ardor più fido
     Spezzasti al folle Amor i dardi sui.
Al tuo nuovo aleggiar dal tuo bel nido
     168S’oscurò, qual per notte aer che s’infoschi,
     L’esecrato dal Ciel Tempio di Gnido:
D’Ericino le rupi, e gli antri foschi
     171Muggìro, e l’Achea cetra arsa e consunta,
     Rimaser muti di Citera i boschi.
L’alto Idalo obbliò Venere punta
     174Dalle candide rose, e l’are incolte
     Lasciò la metallifera Amatunta;
Ne le Fenicie Donne il crin disciolte
     177Più di lutto diér segni e di squallore
     Su l’infami d’Adone ossa sepolte.
Pronubo santo Amor, scarsi d’onore
     180Quest’Inni offriam a te, chè porger piena
     Non può laude ad Amor altri che Amore.

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Tacquer le Grazie, e rinverdì più amena
     183La selva ombrosa, e dal festevol canto
     Raddoppiàro gli augei la docil vena;
Più acceso la Colomba il foco santo
     186Sparse ad Amore in petto, e le sanguigne
     Gocce brillar di rai parver sul manto.
La vaga Donna allor, cui pria benigne
     189Negò l’orecchie Amor, placida in guisa
     Di chi sul volto suo speme dipigne,
Ricominciò: Poiché non mai divisa
     192Dal tuo seno è pietà, che ognor t’inspira
     La celeste su te Colomba assisa,
E per te l’aere tutto intorno spira
     195Gaudio, tu, Amor, nella mia voce ascolta
     Un misero, che indarno arde e sospira.
Noto è a te come amaramente sciolta
     198Fossi dal marital nodo, in cui giacqui
     Fra le tenere tue delizie avvolta;
Pur giova il rammentar, ch’io per te piacqui
     201Al Borbonio Garzon, benché si lunge
     Dal suo fosse il gentil nido, ove nacqui.
Oh quanto al genial desio s’aggiunge
     204Divino impeto allor che la tua mano
     Piena di Dio l’Anime in Dio congiunge!
Ellera mai, né vite in fertil piano
     207L’olmo abbracciò si fortemente e l’orno
     Coi rami al tronco non attorti invano,
Come il mio strinse il core amato intorno,
     210E come lena al sacro vincol nova
     Crebbe ogni sol nel condur nuovo il giorno;
E ben di tua virtude esempio e prova
     213Fu il mio raro quaggiù stato felice,
     Che in me l’idea di quel che amai rinnova.

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Unica avea in duo cor posta radice
     216La tua fiamma, e partendo ad essi eguale
     Speme e piacer era d’entrambo ultrice.
Fin gli stessi pensier, benché dal frale
     219Velo nascosi, per secreta forza
     A pari meta dispiegavan l’ale.
Reggeami l’Alma, e la caduca scorza
     222Lo Sposo mio col giogo tuo, che molce
     I duri affanni, e a rallentar gli sforza:
Dolce a lui era impor quella, che folce
     225L’alterno pio dover, legge soave;
     Ed a me l’ubbidirla era più dolce:
Così fra i varj moti, onde il cor ave
     228Gaudio, pena e timor, traemmo vita,
     Di cui altri non mai trasse men grave.
Ma giunse alfin per me l’ora compita
     231Del terren corso, contro cui nè lutto,
     Né prece, né sospir mai porse aita.
Me nel mio grembo a illanguidir ridutto
     234La Prole uccise, e quel che d’amor era
     Pegno, divenne di mia morte il frutto.
Allor, poiché vid’io fra così fiera
     237Lutta l’opre del mio Sposo, e i pensieri
     Tranquilli presso alla fatal mia sera,
Oimé! gridai, che Amor t’asconde i veri
     240Segni, che pur su l’egra fronte io schiudo;
     Oimé! che Amor t’inganna, e invan tu speri.
Ma quando lascerà lo spirto ignudo
     243Gelida la mia spoglia, ah! quanto fia
     Non aspettato il tuo dolor più crudo.
Fra tai voci la man, ch’egli m’offrìa,
     246Strinsi e baciai; e in sì pietoso nodo
     Uscì dal carcer suo l’Anima mia.

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Ben quel, ch’io presagii, barbaro chiodo
     249Troppo Amor nell’afflitta alma gli fisse
     Con duol, che fren mai non serbò, nè modo.
L’infelice di poi fra i pianti visse,
     252E senza compier gli anni a fin condotti
     Sembrò nel volto ognor Uom, che morisse:
I brevi sonni gli fùr tolti, o rotti
     255Da involontarie lagrime, e da larve
     Tristi compagne delle meste notti.
Quanto di dolce ai sensi pria gli parve
     258Tutto cangiossi in amarezza e in duolo,
     Ch’ogni dolcezza in perder me gli sparve.
Grato a lui, ma crudel, conforto solo
     261Fu l’arrestar l’addolorato passo
     Su quel che mi coprì lugubre suolo;
E gemendo, benchè di gemer lasso,
     264Chiamar sovente fra le tacit’ombre
     Me, che non rispondea dal freddo sasso.
Ma poichè l’atre idee di lutto ingombre
     267Non avvien mai, che l’alma innamorata
     Per lungo sospirar divella e sgombre,
La viva piaga ad inasprir usata
     270L’agitò sì, che a lui la Gallia increbbe,
     E odiò, dov’io perii, la terra ingrata;
Quindi vagando per l’Ausonia accrebbe
     273Coi nuovi obbietti i primi affanni ognora;
     Che al fianco ognor me tetra immago egli ebbe:
Ed or me sfugge, ed or l’infausta prora
     276Pel regal Po volge all’Adriaco mare;
     Ma l’immagine mia lo segue ancora.
Ah! perchè mai fra tante prove e rare
     279Di tanta fede in sì dogliosi modi
     Tu ne chiedi al suo cor altre più amare?

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Perchè, se scritto in Ciel era che snodi
     282Morte que’ lacci, che altrui fùr più cari,
     Nelle ceneri lor tu li rannodi?
Deh! consenti ch’ei l’Alma alfin rischiari
     285Con lieta luce, e dopo i lunghi pianti
     A porger voti a me beata impari.
Tacque, e affisò pieni di speme i santi
     288Occhi leggiadri alla Colomba eterna,
     Che i rai piovea sovra i duo cori amanti;
291E Amor fra la pietà, che la governa,
     E il bel trionfo suo stette sospeso,
     Qual Uom, che in sè desir contrarj alterna.
294Nave intanto scendea pel non conteso
     Fiume da venti, o flutti al corso avversi
     Del nobil carca, e lamentevol peso;
297Che benché avesse i curvi fianchi aspersi
     Di lucid’or fra l’aurea poppa e il rostro,
     Pur di tristezza obbietto era a vedersi;
300Chè sovra il cerchio del frassineo chiostro
     Nube atra di squallor vestia l’antenne
     Alte, e le tinte vele in fulgid’ostro.
303Non canti, o liete grida in su le penne
     De’ zefiri fra l’acque e i lidi estremi
     Fean risonar la via, che il legno tenne;
306Ma lugubre opprimea silenzio, scemi
     D’ogni conforto, ai nocchier pigri i sensi,
     Tal che appena lambìan l’onda coi remi.
309Dentro apparìa fra turba, qual conviensi
     Mesta a mesto Signor, l’egro sparuto
     Amante in atto d’Uom che pianga, e pensi,
312Che attender sol parea languido e muto
     Da Morte, che l’unico ben gli tolse,
     L’unica speme, e l’infelice ajuto.

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315Presso a quel bosco, ove già i detti sciolse
     L’amabil Donna, od arte fosse, o sorte,
     L’amena sponda il bel naviglio accolse;
318Ed essa allor ne’ voti suoi più forte:
     Tu, gridò, Spirto, che perpetua spiri
     Fra il Padre e il Figlio aura d’Amor consorte,
321Tu, che al pronubo Amor le Grazie ispiri,
     E in fronte a lui come Colomba siedi
     Nudrice de’ castissimi sospiri,
324Tu il mio, che innanzi a te misero vedi,
     Sposo conforta, e da lui quella togli
     Fede, che per gli estinti a lui non chiedi;
327Da puro sì, ma crudo amor lo sciogli,
     E fa, tu il puoi, che di sue dure pene
     La morte, no, ma tua pietà 1o spogli.
330Disse; e dall’alte vie del Ciel serene
     Mìrabil aura scese, atta le chiuse
     A penetrar dell’Uom midolle e vene,
333Che nel pensoso Amor mentre s’infuse
     Con vago attorcigliò vortice breve
     I capei sciolti in onda, e li confuse.
336L’acerbo lutto, e la tristezza greve
     Fuggì dovunque a fender l’aria giunse
     II volo trionfal del vento lieve.
339La nube dalla nave aurea disgiunse
     L’ombre squallenti, e in vapor molli tronca
     Al fiume, onde partìo, si ricongiunse:
342Piena il Pado agitò d’acque la conca,
     E fauste alzàro i remator le grida,
     Cui rispose ogni valle ima, e spelonca.
345Intanto Amor, dalla celeste e fida
     Aura spirato, alla compagna Fede
     Volto: Va, disse, o mia delizia e guida,

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348Va, movi dentro al cavo legno il piede,
     E il roseo fra le spine e i gigli intesto
     Nodo, che ordisti a’ rai delle mie tede,
351Togli all’amante cor: già pel funesto
     Fiato di morte impallidirò i fiori,
     E verde sol di spini è il vincol mesto:
354Vanne, e te serba a più felici amori.
     A tai detti la Fé rapida corse
     Fra l’aere basso ed i cadenti umori,
357E nella nave ascosamente a porse
     Venne, ed accanto all’Amator s’assise,
     Cui la sacra in tant’uopo aura soccorse.
360Essa l’eburnea mano al cor gli mise;
     E mentre con secreta arte lo scosse,
     Lo spinoso da lui vincol divise;
363E in riguardarlo poi dal petto mosse
     Un profondo sospir: Sciolto è, gridando,
     Sciolto è il nodo più bel, che in terra fosse.
366Or chi egual sede appresterammi? E quando
     Il candor fia delle mie leggi accolto
     Da pari altr’Alma, che me segua amando?
369Così dicendo il laccio aspro disciolto
     Recò ad Amore; ed ei le labbra aprìo
     Verso lei, che onor tanto aveagli tolto,
372E incominciò: Quanto il trionfo mio
     Illustre fosse, e in sé pregevol l’opra,
     Tu, Felicita, il sai, che il vedi in Dio;
375Ma poiché in far al Ciel forza s’adopra
     La tua pietà, che a tal confin tu stendi,
     Che ad essa raro altra varcar può sopra,
378Ecco slegato il nodo. Or tu lo prendi
     Pegno d’invitta fede, ed al tuo Sposo
     Nel suo morir pegno di gloria il rendi.

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381Né perch’io ti sembrai forse ritroso
     A sviluppar dall’anima fedele
     Questo, ond’ella gemea, laccio doglioso.
384Tu contro a me tentar puoi le querele;
     Ch’io dal lato di Dio, che mi diè l’ali,
     Non nacqui, e non potea nascer crudele.
387Ma in lor fermezza irrevocabil tali
     Fùro i decreti della Mente immensa,
     Ch’ei pene avesse al voler sommo eguali,
390Che a me dato non fu sgombrar la densa
     Schiera de’ mali, che per te l’assalse,
     Né scemar parte della doglia intensa.
393Quindi ei, che al segno miserabil salse.
     Ove il conforto ancor diventa affanno,
     Sospirando arse, e pianse indarno, ed alse.
396Ma il suo duol fu del Ciel pia cura, ond’hanno
     L’Anime in troppo lutto afflitte e lasse
     Mercè più larga pel sofferto danno.
399Che dal dolor grande argomento ei trasse
     Qual fosse il pregio tuo, che tanta guerra
     Di tempestosi moti al cor portasse;
402E qual beltade gli ascondea sotterra
     L’invida Morte, e quanto vana impresa
     Era simil trovarne altra più in terra.
405Fra tai pensier, quand’ebbe l’Alma accesa
     Dell’alito divin, di cui vedesti
     Colma l’aura superna in me discesa,
408Rattemprò in un balen gli affetti mesti,
     E coi voti gli offerse al sommo Obbietto,
     Che più durevol calma al sen gli appresti.
411Or più vivo desìo gli ferve in petto,
     Che a riamar l’unico Ben lo invoglia,
     Le acerbe cure a raddolcire eletto;

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414Non già ch’egli per ciò dal fianco scioglia
     La forte spada, e sé ricopra e cinga
     Con sacra a stabil voto, e umile spoglia;
417Ma fra gli onori e gli agi a far s’accinga
     Gran mostra in sé quanto Virtù si renda
     Più bella ove il piacer gli empj lusinga,
420Per cui sul candelabro alto risplenda
     Qual chiara face ad irraggiar là dove
     Par, che vil nebbia il vero lume offenda.
423Nè tu obbliata fra le scelte prove
     Di più sublime amor, Donna, sarai,
     Onde tanta in lui grazia e luce piove;
426Che dell’Anima sua gran parte avrai,
     Ma scevra ognor dalle pungenti some,
     Di cui più gravi altra non ebbe mai.
429Dolce ei rimembrerà quanto arse, e come
     Te pianse, e sonerai ne’ labbri suoi
     Tenero sì, non lagrimevol nome.
432Placido e pago udrà gli sparsi poi
     Plausi da mille lingue a te serbati,
     E soave trarrà vanto dai tuoi.
435Che ben rammenteran Te fra i gelati
     Marmi racchiusa dell’oscura tomba,
     Ma lieta insiem fra gli Angeli beati,
438Il Ligeri, che scorre ondoso, e romba
     Per contrade ampie, e l’invincibil Senna,
     E il Rodano, da rupi erte che piomba,
441E il patrio tuo, che altrui doglioso accenna
     Le tue dovute a sè ceneri pie,
     Sceso dalle Pennine Alpi Scoltenna;
444E in ridir quanto per difficil vie
     Sentier varcasti di virtù più rara
     Nelle tue laudi accresceran le mie.

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447Fin pose ai detti: e mentre ella prepara
     Le voci, che Umiltade in cor le sparse,
     Un turbine strisciò di luce chiara,
450Ove parver le Donne e Amor celarse,
     Come in un globo, che di fuoco avvampi;
     Chè nell’atto, in cui mosse alto a levarse,
453Sparve, e il fiume e la selva empiè di lampi.

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ANNOTAZIONI


ALL’OTTAVA VISIONE.




P. 150. Faccia in viril beltade avea matura ec.

In questa Visione espone diffusamente l’Autore i caratteri, le virtù e gli effetti del Sacramento del Matrimonio, rappresentato sotto la figura di un personaggio, che stringe due cuori interne, che sono quelli dei conjugati, dei quali perciò dicesi nel Genesi II. Erunt duo in carne una. Bianco è il suo vestimento a dino tare la purità e santità di questo Sacramento, e insieme è sparso di puro sangue, a significare, che la santità di lui deriva dal Sangue del Redentore per i cui meriti egli conferisce la Grazia sua propria, che ha per oggetto la santificazione dei conjugati. Quindi l’Autore mette in fronte al personaggio una Colomba infiammatrice, che sparge la sua luce e le sue vampe sopra i cuori dei conjugati, a significare, che essendo lo Spirito Santo l’amor sostanziale del Padre e del Figliuolo, e a lui specialmente attribuendosi le opere dell’amore, egli diffonde i suoi divini ardori nell’anime de’ conjugati, i quali con retto fine e con cristiana disposizione ricevono questo Sacramento, onde si amino con amore casto e sincero, diretto da quei fini soprannaturali, che aver dee ogni Cristiano, che si mette nello stato matrimoniale.


P. 151. Pria Caritade agli occhi miei s’ offerse ec.

Siccome, trattandosi d’un Sacramento, tutto debb’essere sacrosanto e divino, quindi ottimamente l’Autore, [p. 164 modifica]escludendo le favolose Grazie dei Gentili stimolatrici anch’elleno alla sensualità, introduce quelle Virtù, che accompagnar debbono il Matrimonio dei Cristiani, ciò sono la Carità, la Fedeltà, la Vigilanza nell'educazione della prole, e la Prudenza o sia la Temperanza a regolare e frenare i movimenti delle proprie passioni, e di quelle de’ figliuoli; alle quali perciò acconciamente dà il titolo di Grazie, siccome quelle, che sono un dono divino annesso a questo Sacramento.

Pag. 152. Ma tu nascesti di pietade in pegno
Dalla piaga dolcissima ec.

Tutti i Sacramenti, secondo il sentimento della Chiesae dei Padri, sono scaturiti dall’aperto Costato del Redentore; e quindi anche il Sacramento del Matrimonio va sparso del Sangue di Gesù Cristo, pel cui valore si conferiscono le grazie propizie di questo Sacramento.

Pag. 153. Sei mistic' ombra, e imitatrice immago:

Il Matrimonio rappresenta l’unione di Cristo colla sua Chiesa; e però vien detto da San Paolo Sacramento grande: Sacramentum hoc magnum est: ego autem dico in Christo, et in Ecclesia. Ad Eph. V.