Annali overo Croniche di Trento/Libro VII

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Libro VII

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DELLE CRONICHE

DI TRENTO,

DI GIANO PIRRO PINCIO.

LIBRO SETTIMO


Dedicate all’Illustrissimo Signor Aliprando Clesio.


C Oppò la morte di Giovanni instava il Popolo acciò eletto fosse nuovo Vescovo, affine che gli negotij, & interessi Trentini, senza un capo non venissero à precipitare, o pure altri con ingani, non s’usurpasse il Principato. Gli Consoli di Trento dimandarono, Udalrico Terzo di Frumspergh, huomo Nobile, Canonico d’Augusta, di Frasinga, & Presanone, il giorno di San Girolamo al Vescovato, mentre era absente. (Gli pustulati non sono eletti dal Colleggio de Reverendissimi Canonici, ma d’altra parte son chiamati alla Sede) furon subito spediti messi, quali portassero la determinatione delli Senatori, fatta sopra la di lui persona. Uldarico intesa la sua promotione à tal dignità, mentre manco vi pensava, allegro, stimò bene senza tardare, transferirsi à Trento. In quello mentre Federico Terzo Imperatore, al quale fù dal Sommo Pontefice concesso, contra il stilo dell’eletione, raggione di sorrogare, nominò Vescovo di Trento Giorgio da Wolgestain, huomo principale, suo, & del figliolo Massimiliano, Re de Romani, intimo, & caro.

Uldarico 3. Vesc. 92. Quindi procurando Uldarico esser confirmato con autorità Pontificia, sempre ne riportava, contradicendo l’Imperatore, ripulse; dal che scorse esser necessaria maggior diligenza, & fatica per conseguire il suo intennto, giudicò perloche doversi con maggior ardore [p. 144 modifica]ardore ed efficacia agitare la sua causa, essendo necessario condursi per tal effetto à Roma.

Fù nella partenza molto favorito, & honorato da Sigismondo Arciduca d’Austria, promettendogli ogni suo aiuto, & assistenza; lo racommandò etiandio, con ogni ardore al Sommo Pontefice, & senza mai desistere gli porgeva ogni suo favore. Uldarico dunque non trascurando si buone congionture, & occasioni, finalmente, doppò haver quasi consumate, & finite le cose sue, ottene la confirmatione, per favore principalmente del sudetto Arciduca, e fù consecrato Vescovo da Innocentio VIII. ritornò egli à Trento l’anno 1488. & gli sette d’Agosto del medemo, hebbe il possesso del Vescovato, donde di commun consenso principiò il suo governo. Non solamente non fù dissimile dal suo antecessore, ma quando le cose gli fossero succedute più felicemente, haverebbe havuto maggior coraggio.

Questo per diffendere le raggioni del Vescovato in Roma contra Cesare, dal quale era non poco travagliato contrasse molti debiti, da quali aggravato, convenendogli in oltre far gran spese, & sborsare buona quantità de denari per non abbandonar la causa, fù constretto impegnare tutte l’entrate del Vino, quale annualmente riceveva dal Borgo di Termeno, in sussidio della mensa Episcopale, dal che s’intende ricevesse ottomilla, & cento Ragnesi. Ne superate queste difficoltà restò in quiete, molestandolo il Cardinal Ursino alla gagliarda, pretendeva questi 500. Scudi d’oro per l’annua pensione, assignatagli dal Sommo Pontefice, sopra le rendite de Vescovato.

Si lamentava Uldarico, allegando non solo poter sostenere il suo Vescovato pensioni si gagliardi, ma à pena rendere bastevol entrata per il necessario, e convenevole vito, & vestito, allegava haver egli consumati, & spesi gran quantità de denari nel difendere le sue raggioni, haver impegnate per tal causa parte delle sue rendite, esser invilupato ne debiti, & obligato à creditori.

Il Cardinale non cessava con gravissime censure travagliare il buon Vescovo, che recusava pagare le pensioni, non lo lasciandolo sicuro in alcun luogo.

Mentre da tante contrarietà era perseguitato, l’Imperatore commiserando la di lui sorte, di contrario che gli era e gli fece gagliardissimo diffensore, & giudicò non doversi obedire alli mandati del Pontefice. Parimente Sigismondo Arciduca d’Austria, & tutti gli Provinciati, seguendo l’auttorità dell’ [p. 145 modifica]Imperatore, unitamente reclamavano non doversi comportare, che la Chiesa di Trento, qual per il passato sempre fù libera, hora si rendesse tributaria de Romani. Non essere cosa convenevole, che gli Trentini confederati, & compagni delli Alemani, restassero soggetti à Romani, con essigere quelle nuove, & insoportabili gabelle.

Spalleggiato Uldarico da tali favori, intrepidamente resisteva alle violenze del Cardinale, diffendendo in questa guisa la libertà della sua Chiesa, di modo che non solo conservò il dominio intiero, che da Giovanni Hinderbachio suo antecessore haveva ricevuto, ma (il che molto lo rese famoso) in oltre restituì alla sua Città le Valli di Non, & Sole, quali poco avanti s’erano ribellate, & suggetatte all’Arciduca d’Austria.

Fù questo Vescovo diligente in conservare, & recuperare tutte le cose, attinenti per antica consuetudine alla sua Città. Considerando più volte frà se stesso di quanto detrimenro fosse la perdita delle decime, & vedendo il caso quasi disperato, havendole usurpate l’Austriaco, non mancava ogni modo inventar vie, & modi, con quali le potesse havere, & redimerle, essendo quasi sempre occupato da similgianti pensieri. Il Trentino Provincia ferace di metalli. Il Territorio di Trento, e assai abbondante, & ferace de Metalli, ove incavano gli copiosi Monti, & la varia sollecitudine de mortali, nelle concavature fatte, và ricercando con ogni diligenza la terra. Si che in più luoghi di quel distretto vedrai incavature di Rame, altrove Oro, & Argento peste della vita humana, & destrutione universale de Regni, & Provincie, in altre parti di ferro nelle guerre, & uccisioni assai più pestilentiale, & nocivo al humano genere, perseguitandosi, & levandosi con questo scambievolmente le proprie vite. Seguono gli mortali le vene de Monti, penetrano le basse viscere della nostra madre terra, & si sforzano nelle stesse sedi, & caverne dell’Inferno cercare tesori, & richezze, quali la natura ascose, & profondò in quelli oscuri antri.

Quelli donque che havevano raggione di poter cavare mettalli, dal che ne riportavano grossi guadagni, pagavano le decime alla Chiesa Trentina, quali l’Arciduca d’Austria l’haveva ridotte in suo utile, & applicate al proprio di lui erario. Quindi Uldarico si ramaricava grandemente, vedendo giornalmente pregiudicato alla sua Chiesa, che di quando in quando gli era levata qualche ragione, & che mai si scopriva un fine di snervare, & impoverire la propria Città. La dove giudicò esser necessario [p. 146 modifica]impiegar ogni sforzo, per ricuperare tutte le decime, gli datij, tributi necessarij per il mantenimento del publico. Ne parevagli bene provocare, & irritare con armi Sigismondo, d’avantaggio più severo, & potente. Pensò doversi con prudenza tentare questo negotio, & assalire l’Arciduca con maturo consiglio. Nel qual interesse con tanta destrezza s’adoprò, che finalmente con la sua sapienza ottene, quanto non si doveva tentare nè sperare con forza d’armi. Si devono gli animi de Prencipi grandi mittigare, & piegare con eloquenza, & ponderate suasioni, e non essacerbargli con minaccie, & mal composte dicerie. Recuperò donque, & restituì alla Chiesa Trentina le decime de metalli, che si cavavano nel Territorio di Trento.

Venetiani si movono contro i Trentini. Et perche siamo arrivati à dichiarare quanto fosse potente ne suoi consigli, non sarà fuori di proposito quivi soggiungere, quanto virilmente si portò contro gli Signori Venetiani, quali sotto la condotta di Ruberto Sanseverino loro Generale mossero guerra à Trentini, danegiando con scorerie la Valle di quà, & di là del Fiume Adice, ponendo quelle genti che habitano gli Monti in tanto terrore, & spavento, che ogn’uno teneva certa in rovina de Trentini. Mà Uldarico facilmente mortificò quel temerario ardire, rendendo nulli tutti gli loro sforzi, & stratageme. Imperoche amassato picciolo Esercito, commandò si preocupassero le stretezze de Monti, & quando manco l’inimico vi pensasse impetuosamente l’assalissero. Gli Trentini erano inferiori di numero, ma nel maneggiar l’armi, & pratica de luoghi assai vantaggiosi.

Sigismondo Arciduca d’Austria inteso il pericolo della sua confederata Città, per non mancare dal proprio debito di porgere aiuto alli travagliati Trentini, & tenere sicuri gli suoi confini, mandò un Esercito sotto il governo di Federico Kapplero d’Alsatia (bisogna che al mio dispetto usi gli loro termini) huomo nelle cose militari assai versato.

Gli Venetiani stavano presso l’Adice, essendosi accampati longo la rippa di quello. Havevano deliberato battere con Canoni il Borgo della Pietra, situato sotto monticelli, reso forte dalla natura, non men che dall’artificio human, lontan da Trento 10. miglia, non restando più ostacolo, (preso quello) che potesse ritardare, ò impedire il lor Esercito, acciò non si portasse immantinente sotto la Città, occupandola, & la mettendola à saccomano. Di già parte dell’Esercito, fatto un ponte sopra il Fiume, l’haveva passato, [p. 147 modifica]conducendosi all’altra rippa, acciò cosi tenessero l’inimico più lontano, & havessero più agio d’estendersi, & rovinare d’ogni parte il Trentino. Tanto gli erano, di giorno in giorno, successe le cose, conforme il lor desiderio, che già stavano sicuri, & certi non sarebbon passati trè giorni, che spaventati li Trentini, sarebbono venuti genuflessi, e con le chiavi in mani à soggetarsi al loro Impero. Per questo andavano più rimessi, transcurando ogni fatica. Duello. Mentre cosi sicuri, & certi della vittoria si tenevano gli Veneti, fù sfidato à duello Antonio Maria Sanseverino, figliuolo del sudetto Roberto, da Giovanni Conte Sunnemburgh Alemano, huomo di singolar fortezza; comminciata quella singolar battaglia fù à vista d’ambi gli Eserciti batuto à terra l’Alemano, qual mentre il Veneto l’opprimeva, agitava con le ginocchia, & cercava in quella parte ferirlo dove si congiunge la corrazza con l’elmo, nella gola, l’Alemano dall’altra parte, nel modo, che si ritrovava resupino contendendo, sforzandosi, e valorosamente combatendo tanto fece, che ferì l’Italiano, che gli era sopra col stillo, sotto la corazza nelle reni, ove la ferita è mortale, restando in cotesta guisa vinto, & in potere dell’Alemano quello, ch’era creduto vincitore.

In questo mentre gli Trentini che havevano benissimo spiati gli pensieri, & consigli de Veneti, tutti, conforme l’ordine stabilito, repentinamente escirono da Monti; d’ogni parte alzano le grida, strepitano, battono gli Tamburi, e romoreggiando all’improviso pareva, che ivi il martial impeto, & furore, si fosse accampato. Sembrava che le caverne vomitassero d’ogni parte huomini armati, non in altro modo, che dal ventre de Cavallo Troiano uscirono gli soldati Greci. Lampeggiano gli scudi, folgoreggiano li elmi, insieme (il che rendeva maggior spavento) con gl’increspati penacchi.

Gli Veneti subito, che videro gli Monti chiusi, & essi circondati da soldati, & che gli nemici con spaventevoli gridi gli erano adosso, fosse per buona sorte della Città, ò loro disgratia, intimoriti tutti, nel primo assalto; si sparsero, scompigliare in questa guisa le squadre, si misero in disordine, e ciascuno cercando salvarsi con la fuga.

Venetiani scacciati. Gli Trentini dall’altro canto, insieme con la fanteria Alemana, intracciavano la coda de fugiti, fieramente perseguitandoli, gli cacciavano frà sassi, con saete, & dardi crudelmente gli ammazzavano, si che gran tempo consumarono nelle uccisioni. [p. 148 modifica]Mentre con maravigliosa virtù, & forza, d’ogni parte travagliavano l’inimico, parte col ferro, ne tagliano à pezzi, parte nella fuga conculcati, calpestano. S’aggiunse anco alla compita disgratia, è via più infelice successo de nemici, che ’l Fiume opposto alla schiena, stringeva, & scacciava à furia gli poveri Venetiani, si che intepidita alquanto la fuga, alcuni vituperosamente gitando l’armi, si precipitavano, accecati dalla confusione nell’acqua, altri mentre si fermavano alla rippa, sopragiunti da Trentini vi lasciavano sforzatamente la testa, imperoche in luogo tanto angusto, & stretto, ove non si poteva allargare l’Esercito Italiano, ne la forza di quello poteva esser vista, ò conosciuta, venivano à guisa di pecore, nel macello, trucidati, ò pure precipitosamente spinti à schiere nel Fiume.

Roberto Sanseverino vinto in battaglia. All’hora Roberto Sanseverino (al quale toccava il provedere in si urgente bisogno di remedio, come quello, che era supremo Generale dell’Esercito, mentre s’affatticava in tanto disordine, e si gran pericolo di riunire li soldati, e con esortationi rimettere il campo, rivocando dalla fuga le squadre) urtato dalla calca de proprij soldati, quali non potevano sostenere l’impeto delli Alemani, fù spinto col cavallo nell’acqua, la dove, fù dalla profondità del Fiume assorto, restando in quella guisa, insieme con gli suoi soldati, miseramente anegato. Guido Rubeo, Capitano, havendo al lungo esperimentata la dubbiosa fortuna della guerra, vedendo, che gli soldati gettate l’armi, fugivano, & che persa ogni speraza di salute à schiere trabbocavano in l’Adice, si ritirò, nuotando, con parte della Cavallaria in un’Isoletta, fatta dal medemo Fiume. Mà mancandogli ogni sorte di vittovaglia, & scorgendosi assiediato d’ogni parte, si che gli conveniva morirsene di fame, ò darsi con infami conditioni in potere de nemici, se con qualche militar stratagema, & astutia non provedeva alla sua salute, subito comminciò à trattare di rendersi, affaticandosi in tal guisa di consumar il giorno schernendo, & pascendo gl’Alemani di speranza. Essendo stato in questa maniera sotto l’armi longo tempo, già stanco, & lasso, circa la mezza note (parendogli quell’hora à proposito per gabare l’inimico) superato il Fiume, non havendolo i Trentini per la data fede in sospetto, libero, si diede alla fuga. Con tal giovevole, & utile esempio, insegnò Uldarico, che con poca gente mise in fuga, & superò un poderoso Esercito; in battaglia poter più le forze dell’animo, di quelle del corpo, & la guerra deversi fare più con prudenza, & [p. 149 modifica]maturo consiglio, che con temerario ardire. Scaciati, & mandati à fil di spada gli nemici. Gli Trentini, & gli Alemani havuta si segnalata vittoria, tutti trionfanti entrarono nella Città, & l’insegne riportate dall’inimici nel conflitto, affissero alle porte delle Chiese.

Questa guerra ancorche fosse retta sotto la condotta del Serenissimo Sigismondo Arciduca d’Àustria, fù però principalmente moderata da sani consigli, & matura sapienza d’Uldarico. Ricercarono poscia con somma diligenza il corpo di Roberto Sanseverino, finalmente ritrovato sotto le onde del Fiume, portato nella Città, fù con publiche essequie honorevolmente sepolto, ancorche fosse venuto à rovina, & destrutione di Trento.

Si vede la di lui sepoltura, di marmoro fabricata, nella Chiesa di San Vigilio, sopra la quale parimente, in militari arnesi, stà erreta la statua di questo Capitano. Manco posso tacere di questo Prelato (il che principalmente c’addita la di lui somma sapienza (cio è che Massimiliano, all’hora Re de Romani, & Sigismondo Arciduca d’Austria, havendo scoperta, & toccata con mani l’integrità di questo Prelato, l’incaricarono, comettendoli la cura di far statuti, & leggi conforme meglio havesse giudicato giovare al buon governo, & publica utilità de Trentini. Ricusava con aperta ostinatione il buon Vescovo questa carica, sapeva benissimo che il legislatore deve esser persona imputabile, di gran santità, e che le leggi devono derivare più da Dio che dalli huomini, ò da sapienza humana. Considerava anco, che quelli che havevano nelle proprie Città fatte leggi per il più hebbero fine infausto. Per il che indicava non esser bene intraprendere negotio tanto arduo, miserabil, & pericoloso; prevarse nondimen l’altrui commando al proprio desiderio della quiete, & de schifare consimil fatica. Stimò bene l’obedire à commandi de gran Prencipi, alle volontadi de quali era cosa men giusta più al lungo resistere. Fù donque sforzato ancorche mal volontieri ricevere tal carica. Onde esaminò con ogni accuratezza gli antichi statuti della Città, gli ridusse hor aggiungendo, hora levando a mirabil equità, & à Trentini profitevoli, quando havessero voluto accettargli. In questo negotio tanto s’adoprò, che quanto molti altri havevano augumentata la Città con guerre tanto, & d’avantaggio fece egli nella pace. Molte altre cose eggregie operò à prò del publico, questa però fù sempre stimata la principale. Ma contradicendo, & reclamando tutto il popolo, & ogni conditione di persone che [p. 150 modifica]il far gli statuti, s’aspetava al popolo, il confirmargli solo al Vescovo, più non l’honoravano come legislatore, ma l’odiavano come destruttore della Città, & sempre si gli mostravano sdegnosi, & suspetosi.

Queste ingiurie però non furono bastevoli à revocare l’animo del buon Vescovo, da qual si voglia heroica opera, in servitio della Republica; edificò, & pose in ordine la vecchia libraria del Castello, hora resa più vaga, & bella con la diligenza, & spese dell’Eminentissimo Cardinal Bernardo Clesio. Ponte del Lavis. Congiunse il Fiume di Lavis, qual da Monti, non lontani dalla Città, con breve corso, ma altretanto precipitoso, scarica in l’Adice, fabricandovi sopra con grosissime spese un ponte di pietra, ancorche per l’impeto dell’acque, che per rupi, & sassi (con strepitoso rumore, & indicibil paura di quelli, che habitano le Ville, & Castelli delle Montagne) scorrono, cavato ne venisse dalle radici, & fondamenta, restando le ruppi, ò sassi per tal effetto lavorati dalla forza del torrente rivoltati, e sfondamentati, qua, & la sparsi, si che non andò à capo un’anno, che tutta l’opera fatta, con tant’arte, & spese andò in rovina.

Rifece parimente con gran premura, & diligenza nella Valle di Fieme il Palazzo Episcupale, quale per l’antichità andava cascando. La dove essendosi nel maggior caldo dell’estate ritirato, s’infermò ne giorni, quando la stella Canicula nel mezzo centro del Cielo congiunta col Sole, causa duplicato calore, di dove gli corpi si debilitano, & le purghe riescono moleste, & poco giovevoli. Per il che essendosi sparsa la bile per tutto il corpo, e rendendolo di calore gialo simile all’oro, superato dall’infermità, morse l’anno 1493. gli 11. Agosto, e cosi morto con solenni funerali fù portato à Trento, & sepolto nella Capella di Santa Massenza. Tene la fede doppò la confirmatione anni sei.

Uldarico 4. Vesc. 93. Terminata la vita di Udarico terzo, dopò haver scorsi molti pericoli, il negotio dell’eletione ritornò al Collegio de Reverendissimi Canonici, quali assonsero al Principato Uldarico quarto da Liecthestain, di natione Tirolense, Canonico di Trento, & conforme il costume ne fù dimandata l’approbatione dal Sommo Pontefice. Ma essendo la Republica consummata, & la Chiesa esausta per le tante rovine, havendo speso nelle passate guerre, quanto si ritrovava havore d’oro, & argento, per mancanza di danaro, fù la confirmatione differita il spatio di due anni.

Nel medemo tempo patì la Città gran penuria di formento. [p. 151 modifica]Questo, pacificata la Republica, restaurò il Castel di Silva, qual per l’antichità quasi tutto cascato, era in rovina, & diede anco in feudo à Paulo di Liecthenstain il Castel Corno, che era ricaduto alla Chiesta, per la morte di Matteo da Castel Barco.

Castel Corno. Questo Castello è situato in una altissima, rovinosa, & quasi inacessibile rupe; s’inalza à man sinistra, quando sl vien d’Italia alla Città di Trento, & si fà, eminente, vedere da lontano, à quelli che vengono in queste parti.

Uldarico dunque qual non haveva molta buona sanità, essendo d’età assai provetta, & carico d’anni, conoscendosi di corpo per la vecchiezza infermo, e d’animò improportionato à tanti affari, & publiche incombenze, dimandò con gran premura, chi con consegli, & fatiche sollevasse la sua vecchiaia, e nella cui fede sicurmente potesse riposare la di lui grave età. Prese di commun consenso del Clero coadiutore de publici negotij Giorgio Neidechgo, huomo di gran dottrina, pratico, & destro nel maneggio de publici negotij, in quel tempo Cancelliero di Massimiliano Austriaco, Re de Romani. Doppò haver trovato il Vescovo huomo cosi idoneo al maneggio non si prendeva molto fastidio, più non applicava l’animo à negotij difficili, nè ad affarri che lo potessero molestare. Ma non passò molto, che crescendo, & aggravandosi l’infermità, causatagli per molti, & ardui negotij, ne quali prima s’era impiegato, debile per la vecchiezza, mancò l’anno di Nostro Signore 1505. gli 16. Ottobre e fù sepolto nella Chiesa di San Vigilio in sepoltura di Pietra, qual vivo s’haveva preparato, avanti della Santissima Trinità, visse dodeci anni nel Vescovato doppò la sua confirmatione.

Giorgio 3. Vesc. 94. Successe à questo il suo Coadiutore Giorgio Neidecho di nobil prosapia, & di natione d’Austria. Questo sino dalla sua prima età si mostrò giovine di gran aspetatione, & ansioso d’avanzarsi nelle virtù, & massime nelle lettere, quindi ne suoi primi anni andò à Bologna, studiò sotto la buona disciplina del dottissimo Giovanni Campegio, & altri peritissimi letterati, si diede tutto al studio delle leggi, & doppò haver in quelle molto approfitatto, fù da voci de studiosi creato Rettore, & capo del studio, nel qual tempo fece conforme richiedeva quel grado opere di lode; principalmente e degno di memoria quel fatto, nel qual sin in quell’età fece spicare la nobiltà, & coraggio del suo animo. Hebbe à caso una volta incontro l’Oratore del Duca di Milano, qual seco pretendendo del luogo, egli con cuore intrepido, & possenti forze preso [p. 152 modifica]lo gettò di strada. Poi con grand’honore conseguito l’aurea del Dottorato, ritornò in Austria, ove per ordine di Massimigliano, Re in quel tempo de Romani esercitò l’officio di Cancelliere, qual carica non era solito commettersi, che ad huomini di gran prudenza, & di dottrina celebri: Aministrando il tutto con sua somma lode si conciliò la gratia del Prencipe, e fù molto favorito, da quello ricevendo straordinarij beneficij, con aquistarsi etiandio gran nome, massime d’essere in dottrina insigne. Perilche morto poco avanti Uldarico, del qual fù nel amministratione della sua Chiesa coadiutore, fù eletto Vescovo di Trento l’anno 1505. gli 24. Setembre, & poco poi, favorendolo Massimiliano Re de Romani con spetiali gratie, & favori, prese il possesso del Vescovato. Haveressimo di questo Prelato che dire assai, mai ci mancarebbe materia delle di lui opere eggregie, ne racontaremo donque poche delle molte, che potressimo dire.

Si rese grandemente mirabile Giorgio terzo nell’haver condotti con tanta costanza, & integrità a felice fine tanti e si ardui negotij, che gli erano stati commessi da Massimiliano. Si portò in quelli con tal prudenza, che mostrava auttorità publica, conseguendo gloria privata, faceva talmente questo Prencipe spicare la sua modestia, & prudenza nel maneggiar gli publici affarri, che otteneva il primo luogo, & senza altrui invidia commandava. Esso per se medemo prima s’inalzò a gran gloria, infiamandolo quella sua natura, di generosissimi spirti ripiena dandosi à qual si voglia eggregia, & difficil impresa, stimolato anco dalla memoria de suoi antenati. Stimava cosa indecente alla sua nascita, consumar in otij quella florida età, però cercava sempre occasione d’impiegarsi in cose alte, di tener occupata la di lui mente in qualche negotio di lui degno, e d’esercitar l’animo in opere virtuose. Le conditioni de tempi gli somministrorono più di quello, che andava cercando, e sodisfecero al suo desiderio, forsi più di, quello havrebbe voluto.

Gli Venetiani vedendo che Massimiliano Imperatore s’obligava molti gran Prencipi, si per la sua auttorità, come per parentella con essi loro contratta, che con le armi haveva superati, & soggiogati popoli altrimente indomiti, & che spregiavano il di lui Imperio, che hormai resa la Germania in pace si preparava per trasportarsi con le squadre nell’Italia; sapientissimi (come quelli, che da luogo eminente prevedevano gli pericoli, che gli soprastavano di lontano) s’ingellosirono, & comminciarono à temere [p. 153 modifica]del proprio stato. Non giudicavano bene conforme l’uso di quella Republica, che Cesare tanto s’estendesse nell’Imperio, che le Città d’Italia fossero commandate, & rette secondo gli di lui consigli, & ceni: Maggiormente pensavano à casi suoi, scorgendo che Carlo il Nepote in breve sarebbe restato successore delli Regni di Spagna, qual, ò fusse per costellationi, ò per sua propria virtù (era cosa divolgata, & sparsa per ogni cantone) doveva dominare à tutte le nationi.

Dunque gli Venetiani per la potenza dell’Imperatore, & per gli loro imminenti pericoli, solleciti, grandemente si travagliavano, facevano giornalmente consegli, di quando in quando s’univa il Senato, finalmente dalla più parte delle voci conchiuso esser meglio incontrare l’Imperatore, che attenderlo frà proprij ripari, & per tenersi l’eminente rovina lontana, esser necessario movergli guerra. Ma dubitando non poter soli senza evidente pericolo star in competenza con potenza si grande, massime riducendosi à memoria d’haver sempre con loro peggio più volte provocati gli Trentini all’armi, & che quelli ambitiosi di gloria, & di conservar il loro impero sempre eggregiamente havevano combatutto; determinarono doversi usar ogni arte per ridur seco in lega gli Spagnuoli, quali ancor non obedivano à Carlo, gli Francesi, & tutti gli Prencipi dell’Italia, & far la guerra à spese, & fortuna commune.

Non fù difficile l’incitare, & provocare quelli Potentati contro Cesare, perche anche essi non vedevano con buon occhio la grandezza dell’Imperio di Massimiliano, havendo in sospetto si formidabil potenza, massime Giulio Sommo Pontefice, & diffensore mirabile della libertà d’Italia sdegnando, che li Romani già padroni del tutto obedissero à Barbari, che giornalmente ampliavano il lor Impero; la dove animava gli Prencipi contro Massimiliano, dimostrando, che non provedendosi à tali disordini à tempo, aiutandosi l’un l’altro, non sarebbe passato molto, che tutti sarebbon caduti in potere di Cesare. Venetiani si portano ne le campagne Trentine. Per tali rispetti gli Venetiani, Spagnoli, & altri Prencipi, à persuasione di Giulio, uniti gli loro Eserciti, entrando per le bocche dell’Alpi, s’impadronirono delli Monti Trentini, & sforzando quelli popoli, che habitan ambi le rippe del Fiume Adice, e le cime dei monti alla ribellione, scielta la più robusta gioventù di quelli, pratica de luoghi del paese, facendo d’ogni parte scorrerie, rovinando gli Territorij, si condussero sotto il Borgo della Pietra con poderoso, & ben [p. 154 modifica]munito Esercito. Il luogo della Pietra vien assalito. Si diedero alla batteria del Castello, solo la Torre, quale d’altezza superava tutte le fortificationi, ripari, & gli medemi scogli, era suggetta alle canonate, là erano drizzate l’artegliarie; quella con balle di ferro, spinte per canne di bronzo à forza di solfureo foco, sola colpivano, per occuparla, l’un l’altro con voci, & fatti gagliardamente s’animavano: Di già con tali machine havevano rovinata alquanto la di lei cima, Massimiliano l’haveva molto ben presidiata di monitioni, & di fedeli combatenti, & con Germana Soldatesca impedì, & sorprese l’entrata nemica. Ancorche sapesse non poter avicinarsi l’Esercito contrario alla Città, se non per strade torte, & anguste, mandò ad ogni modo Federico Marchese di Brandeburgh, con poche compagnie, quali diffendessero virilmente gli Trentini, & scacciassero gli nemici da confini; Giorgio Vescovo però n’hebbe la suprema intendenza, volse che à questo fosse commessa la principal carica della guerra, acciò conforme richiedeva la sua prudenza la dignità dell’Imperio, & il ben publico regesse, & governasse il tutto.

Il Marchese s’accampò dirimpetto all’inimico, vicino alla Pietra, & in tal maniera si fortificò, che non era di che temere. La fortezza stava in mezzo delle squadre nemiche. Quindi gl’Italiani, e gli confederati combatevano ambitiosi di gloria, indi s’affaticavano contra l’inimico gli Trentini, per lor propria salute, & diffesa della patria. Erano anco separati gli nemichi Eserciti d’un muro, circondato per tutto d’un fosso, & buoni ripari, il muro s’estendeva dal Castello fino al Fiume. Gli Venetiani quali havevano piantati gli Canoni per la batteria, non transcuravano cosa per venirne alla bramata presa, mandavano da Petardi grosse machine, ma la gran copia de rovinosi sassi, quali in da Monti caduti sono sparsi avanti il Castello, ribattute le balle, ribalzavano à dietro rotte, & fracassate, riuscendo vani, & inutili tutti gli colpi. E perciò più frequentemente colpivano la Torre, che d’altezza superava gli sassi, stimando che gli Alemani, quali fedelmente la diffendevano, spaventati dalla rovina di quella, si sarebbon senza altro indugio resi.

La batteria mai si rimetteva, mai diveniva meno. Gli Soldati presidiarij dall’altra parte si portavano bravamente, resistevano con gran constanza, stando saldi alli assalti, lanciando dardi, & saete, rivoltando d’alto pietre sopra l’inimico, e scacciando in tal guisa quelli, che gli erano sottoposti: E con diverse sorti di machine (come che sogliono quelle genti esser avezze, & pratiche [p. 155 modifica]nelle cose di guerra) disfacevano l’Esercito nemico. La note resarcivano quello, che il giorno era stato rovinato. D’ambi le parti con ugual virtù, & arte si combate, & fortifica. Quindi contendono gl’Italiani spianare tutto quello, che conoscano esser d’impedimento, per poter per le aperte rovine impetuosamente entrare, & distrugere il tutto. Quivi gli Alemani, quali non volevano essere superati resistono gagliardamente, non transcurando occasione di far à tempo opportuno sortite, & azzufarsi di vicino col nemico. Di già s’avicinava il giorno del Sabbato Santo; onde fatta tregua, & suspese l’armi per trè giorni, ritornarono gli Alemani alla Città per communicarsi il giorno di Pasqua, con maggior lor quiete, & devotione, lasciati pochi alla guardia dei loro padiglioni, & Cariaggi.

In questo mentre la scielta gioventù Italiana, sotto il Capitano Batista Carraccio, contra le capitulationi, & patti stabiliti occuparono un luogo alto, indi per ruppi non stradate, avanzatisi oltre il Castello gli passarono di sopra, poi senza strepito tutti taciturni calarono nella Valle, & uccisi quelli pochi, che furon lasciati alla guardia del Campo sacchegiorono, & abbruggiarono il Borgo del Caliano. Caliano vien abbruggiato. Il che essendo venuto all’orecchie de Cittadini, restarono talmente soprapresi tutti dal timore, che già tenevano persa la Città, credendo che l’inimico senza fermarsi, à drittura se ne venisse à suoi danni. Si sentivano per ogni cantone, per ogni contrada gridi, & lamentevoli pianti, tutti andavano alle Chiese, in ogni Tempio si facevano sacrificij, dimandavano mercè da Dio, le Nationi supplicavano il favore della gloriosiss. gloriosissima gloriosissima Madre di Dio; quelli che non erano habili per la guerra, tutti prostrati pregavano Dio per la vittoria. Gli Alemani subito si levarono dalli Altari, riprendendo gli Trentini della lor codardia, sgridandogli che cosi facilmente s’abbandonassero in disutili, & feminili pianti, gli esortavano prender con essi loro corraggio, & non permettere, che gli suoi restassero senza vendetta distesi, e morti. Non tantosto fù sentito il strepito delle trombe, & tamburi, che subito mutato il pianto in sdegno, d’ogni parte correvano all’armi, & come pieni di rabbia, al sono di quelle, che chiamavano alla battaglia colà portavansi, & adunatisi al loro Capitano, spiegate le bandiere in un baleno, si condussero in Campo, & assalirono gli nemici, che senza ordine andavano danneggiando gli Territorij, persuadendosi con tal improvisto assalto potergli superare. Ma gli Italiani quali s’accorsero, che le Germane squadre, uscite [p. 156 modifica]dalla Città s’avicinavano, non giudicando bene abbadare, rampando per li sassi medemi, per quali erano passati, si ridussero salvi tutti à suoi quartieri, fuori che alcuni troppo avidi della preda, per essersi troppo tardi ridutti sotto il Monte, restarono alla radice di quello oppressi, & morti.

Giorgio Vescovo, a cui era commesso il supremo commando dell’Esercito Alemano, ancorche conoscesse, che gli Capitani erano degni di riprensione, & d’essere imputati d’imprudenza, essendosi per la lor temerità ridotto tutto il negotio ad evidente pericolo, ad ogni modo giudicò meglio in tal contingenza di tempo sminuire, & scusare la loro negligenza; che con temerità essagerata, certo col primo svegliarsi la virtù, col secondo destarsi odio più che intestino. Dunque prima s’affaticò scusare gli suoi, s’è scorso (diceva) non è dubbio gran pericolo, la causa però non fù nostra, è stato il pergiuro de nemici; il non hauer osservati gli patti della tregua. Bisognerà per l’avenire star più sù l’aviso, con usar maggior diligenza; Farà di mestieri star molto ben avertiti, acciò non si sparga fama, che gli Venetiani più habbin potuto con inganni, che gli Alemani, & Trentini con la loro propria virtù. Esortatione del Vescovo à soldati. Non esser più cosa vituperosa, ne disdicevole gabbar con frodi l’inimico, aspirandosi con diverse stratagreme, à nostri giorni, alla vittoria: hassi à vincere, cercare però in qual modo habbi vinto, stimarsi pazzia; il Soldato, che vuol combatere non deve essere negligente, ne pigro. Riducetevi à memoria quanta rovina, & calamità sij sopragiunta al Territorio Trentino, quanto difficil guerra habbin da sostenere gli Spagnuoli, Francesi, & Italiani, per haver congiurato contro Cesare; questo solo habbino sempre fisso nelle loro menti. L’Imperatore poi non attendere dalle vostre virtù se non fatti heroici, e sovrahumani: nella vostra fedeltà, virtù, & peritia di maneggiar l’armi, stà riposta, & hà confidata tutta la reputatione, & honore Alemano.

Non se stese molto il sapientissimo Prencipe in parole, & quelli, che non permetteva l’opportunità poter castigare, con bella maniera gli ritrasse dalla codardia, & dapocagine, licentiandogli in tal guisa, che parve gli havesse persuasi non ripresi, svegliata la lor virtù, non l’odio.

Fù quel ragionamento per obligar, & indolcir gli animi de Soldati, ricevuto in bene, & cosi richiamati à ripigliar l’armi, ritornarono in campagna. Il buon Vescovo più sollecito di prima nel oviare à qual si voglia pericolo, & averso incontro, che gli [p. 157 modifica]potesse succedere pressidiò il Castello con duplicati presidij, facendo in oltre con gran diligenza, che fossero in pronto tutte le cose necessarie per resistere à qual si voglia improviso assalto, distribuì per tutta la Provincia gente armata, & caso, che accadessero successi più aspri, commandò stassero tutti pronti à qual si voglia accidente, e che conforme richiederebbe il bisogno, ad opportuna occasione medemi assaliscano l’inimico, ò assaliti in ogni modo vedino di ributarlo, prohibendo con tutto il sforzo possibile le scorrerie: hor stimulava, à sdegno contro l’inimico, hor con premij infiamava gli lor cuori, destinate poscia, & deposte le guardie per le mura, fece scielta d’altri, quali avessero in custodia le porte, & la piazza. Altri fece soprastanti alle vettovaglie, della quale volse fra l’altre cose s’havesse la principal cura, acciò la Città per l’avennire godesse maggior comodità di grano. Volse parimente altri fornissero botteghe di ferro, altri buttassero balle di piombo, & altri facessero carri per condure gli Canoni, ò Artigliarie.

Finalmente messe in ordinanza tutta la Città, non tralasciando cosa si potesse desiderare ad apparato militare, necessario per diffender la Republica. Nelle squadre poi gli Alemani transcurati si davano licentiosamente à giuochi, & crapule confidati nella difesa delle fortissime muraglie. Basta bene dicevano stijno vigilanti quelli, che tengono in presidio il Castello della Pietra, & che d’alto vadin spiando gli andamenti del nemico, quando vogliamo potiamo noi ritornare à casa nostra. Publicamente mormoravano, & si lamentavano, che gli Trentini, anch’essi Italiani, nemici capitali della natione Thedesca, stavano con grande desiderio attendendo la vittoria de Venetiani, che di ciò n’havevano con essi loro tenute secrete pratiche, che haveano per ordine frà di loro machinato, che haveano empita la Città di gente armata per condure in rete gl’Alemani, & dargli in preda de Veneti, acciò fossero da quelli trucidati, che gli Venetiani venivano à suoi disegni, volendo gli Trentini, che patischino gran penuria di vitovaglie, che cosi stretto, & poco fertile paese non era sufficiente per mantenere tanti Eserciti, esser cosa molto malagevole, & difficile il condure da lontani paesi il vivere per tanta gente, che Cesare non vi haveva ben pensato nel prender la guerra in diffesa de Trentini, mà che peggio assai facevano medemi dandosi per gli nemici in preda de nemici: Che un Esercito Germano tanto florido stava giorno, & notte in campagna per diffesa della Città di Trento, sottoposto più alli inganni de proprij, che de forastieri: doversi [p. 158 modifica]concludere la partenza, tenendo fermo che gli Trentini havrebbon pagato il fio delli suoi tradimenti.

Consimili querelle si spargevano per il Campo, e fantasticando nel lor animo cose più abbominevoli, machinarono nova sceleragine, determinarono hostilmente trattare la ricca Città di Trento, sacchegiarla, e poi sotto colore d’essere da Trentini stati traditi, del che spacatamente gli accusavano, mettere il tutto à fuoco & ferro.

Dunque dal Campo risserati in un squadrone, ritornarono alla Città, ove lontani dalla guerra, come s’havessero à caso ritrovato sicuro posto, & franca ritirata si davano à brindesi, à sanità, ad Eubriachezze, à vista della Città stavano crapulando, sepolti nel vino, consumando il giorno, & la notte; non gli mancavano vivande ne delicati intingoli, beveva l’uno, e poi gustato che n’haveva lo porgeva conforme il lor costume all’altro, qual avanti bevesse haveva invitato col brindese, cosi andavano facendo di man in mano, cosi stavano smenticati della fatica della guerra, hor dormendo, & ronfando frà gli piati, hor inganando il tempo menavano intiere le notti in varij, & otiosi discorsi, hor dicevano non saper desiderare più grande felicità, che vivere con bichieri in mano, e di far la vita loro frà le delitie Trentine. E cosa più franca, & sicura (soggiogevano) combatere sotto il coperto con gli belliconi, che uscir in campagna armati di ferro.

Chiamavano fecondi, & beati gli delitiosi colli del Trentino, che si buon liquore producevano, & che con tanta cortesia ricevevano nel lor seno le genti forastiere. Mentre cosi schiavi s’eran resi dei piaceri, andava à poco poco mancando la virtù militare, revocando gli animi dalla guerra alla malignità, crudeltà, & rapine. Perilche alcuni Capitani, quali mai seppero frenare in loro perversi appetiti, & iniqui pensieri, ma sempre usarono obedire à malvagità, & vituperosi misfatti, vilissimi Signori delle perverse loro volontà, fomentavano il furore delli Soldati, determinando il giorno nel quale tutti, sentito l’appuntato segno, andassero discorrendo alla brusca.

Giorgio qual già havea penetrati gli pensieri cosi nefandi de Soldati, s’angustiava grandemente, perche fossero à si estremo partito condotti gli interessi del suo stato, e che gli convenisse temere gli proprij in casa, non havendo temuto l’inimico, scopre essere cosa difficile sedare tanto furore, mà assai più malagevole remediare alla cupidigia, & satiare la mai satia ingordigia, peccato [p. 159 modifica]troppo innestato ne’ Capitani, e Combatenti. Il guerregiare con gli proprij gli par cosa iniqua, & ancorche si potesse, & bisognasse sapeva, che gli Cittadini non haverebbon potuto tolerare l’impeto furioso de Soldati, che perciò non aspettava applicatosi à qual si voglia partito, che rovine, & calamità.

Prevedeva, che gli inimici con repentina furia, rotte le mura del Castello della Pietra, haverebbon assaliti gli Trentini, già per la civil discordia debilitati, & consumati, con evidente pericolo della total destrutione della Città. Tentò con elegante oratione (in cui era assai potente) & efficaci raggioni placare, & indolcire gli animi de Soldati. Dimostrò parimente in secreto à Cittadini l’insidie de Thedeschi, quanto haveva determinato, cosa speravan, esortandogli, se ne stasser con gli occhi aperti, e in sù l’aviso, non altrimenti che se gionto fosse l’ultimo giorno della lor vita, e l’estremo precipizio della lor Republica. Soggiongeva, che esso non havrebbe mancato mai di tentare secondo ogni il di lui sapere, & potere, qual si voglia modo, & artificio, per ritrar gli animi de Soldati da si infame machinatione. Che poi conoscendo desperato il caso della propria salute, dovendo in ogni modo morire, & andar in esterminio, esser necessario ad ogni conditione di persone prender l’armi. Li esortava ad esser huomini constanti, & ad impiegar ogni lor virtù, per rigettare le offese, che gli venivano contra ogni raggione fatte, e per diffendere con l’armi in mano la Republica, gli figlioli, parenti, moglie, & se medemi.

Non dubitassero, che sotto gl’auspicij & protettione di San Vigilio havrebbon rotti, & uccisi gli domestici nemici, mandati da Cesare in aiuto, non acciò destrugessero, ma soccoressero una Città fidelissima; Gli Trentini ancorche sapessero doversi temere, giudicavano ad ogni modo esser al tutto disdicevole il perdersi d’animo, sotto la prudenza di Giorgio Prencipe, qual sapevano, con la destrezza havrebbe posto ordine, & ripiego alla Pazzia de Soldati.

Già era giunto il giorno infausto: si sentono gli segni, conforme l’appuntato, di tamburi, & trombe rimbombanti per tutta la Città. Gli Cittadini credevano esser gionto il giorno, & hora, in cui la Città dovesse per la sceleragine, & crudeltà de soldati esser distrutta, perloche d’ogni parte numerosi, & intrepidi senza tardare, s’adunano gli armati in tal guisa che empiono la piazza; gli altri poi di minor forze accorono, à serar le porte, l’assicurano con grossi Catenazzi, le puntano con travi, mettendogli anco buoni [p. 160 modifica]traversi. Per gli pianti de fanciulli, urli delle donne, gridi delli huomini, strepiti dell’armi, risonavano di lontano le Valli, & Campagne. O quanto coraggio, & animo dimostrarono quel giorno gli Trentini! Valore delli Trentini. d’avantaggio insultavano, & beffeggiavano in tanta calamità gli Alemani, gli provocavano, prometendogli non voler morire senza vendetta; Avenga quello si voglia s’ha da combatere con la spada in mano. Non deve (dicevano) esser pianta la morte di quelli, che con l’armi in mano virilmente combatendo, prodigano la propria vita in difesa della patria.

Gli Alemani ò fossero restati convinti dalla faconda eloquenza del Prencipe, essendogli venuto in aborimento la sceleragine, qual havevano stabilita, ò fusse per timore della virtù de Cittadini, quali scorgevano pronti all’uccisioni, s’astenero da si nefando, & sanguinoso misfatto. Questi poi senza dimora, & replica cosi essortandogli Giorgio ritornarono a suoi quartieri: forsi anco per timore, che il caso non fusse portato all’orecchie di Cesare: E restaron tanto pentiti, & adolorati della lor dapocagine, & perverso consiglio, che non vedevano l’hora, se gli rappresentasse l’occasione di risarcire con qualche opera eggregia la perduta reputatione, & scancellare al tutto infamia tanto vituperosa.

Mentre stavano divisando cotali pensieri, & attendevano l’opportunità per effettuare quanto bramavano, hebbero per via di spie, che la disciplina militare nel campo nemico (il che suol succedere nelle prosperità) erasi transcurata, credendo che gli Alemani si fossero partiti disgustati da Trentini, & frà di loro passassero odij, & dissensioni, lasciando la Città spogliata di presidij, stimando, che gli Cittadini stassero con gran timore di perdersi, abbandonati d’ogni estraneo agiuto. Maggiormente ciò si persuadevano, essendo falsamente informati, che quelli della Città se ne stassero in frà le mura chiusi d’ogni parte. Per tali cause gli Alemani si davano à credere, anzi tenevano per fermo, che facendo un’improviso, & impetuoso assalto ne nemici restarebbon tutti, Spagnoli, Francesi, ed Italiani sconfitti, & rotti. Aspetarono per ciò il tempo opportuno, & scielti 800. Fanti di più bravi dell’Esercito, quali giurorono penetrare le squadre de nemici, & non dar fine alla battaglia, prima d’havergli data la caccia, e fugati tutti, ò di restarvi generosamente morti.

Dunque doppò la mezza notte, usciti dalle proprie trincere gli assalirono con gran furia, & fracasso, e mentre manco vi pensavano gli tagliarono à pezzi gli primi senza diffesa, indi dal felice [p. 161 modifica]successo resi più animosi, combaterono più virilmente, con radicata impressione è fermo proponimento di levar ogni suspetto d’esser rovinata la Città, ò di lasciarvi la vita. Si sentivano gli gemiti, & sospiri de moribondi, non sapevasi per ancor cosa fosse; Poscia si sparse il tumulto pr tutto l’Esercito, come gli suoi erano da nemici mandati à fil di spada. Di già s’havevano con l’armi fatta la strada aperta, fino a mezzo le squadre. L’improvisto, & non pensato avenimento causò gran confusione, e timore ne’ petti Italiani. Si stupivano ove havessero tanta speme, & animo gli già vinti; & scacciati dalli suoi confini.

A questi non premeditati successi omninamenre irresoluti di partito, & stupidi si ritirorono senza intermissione scacciati & fugati dalla bravura de pochi Alemani. Gli Mercanti, ò Tavernieri, che frà gli ripari esponevano gli segni, helere, sentiti gli gemiti de sorpresi, lasciati gli loro magazeni si diedero alla fuga.

Gli Francessi quali à Cavallo non han pari, & la ferocissima nazione Spagnola, non potevano venir in luce, & sapere la causa di tanta confusione, & perche quelli che stavano alle guardie si ritiravano senza ordine alcuno de capi. Sentivano le lor squadre, & de Italiani altrimente intrepide, & formidabili nel combattere, sparse, & sbandigliate essersi date alla fuga. Non sapevano in casio si repentino, che partito prendere, il star saldi alle frontiere de nemici, e constanti giudicano temerità, & pericolo di maggior danno. Era impossibile, essendo gli Soldati usciti col abbandonar le proprie insegne da proprij posti, reparare si fatta rovina. Se si risolvevano seguitare gli altri temevano, che il non haver potuto sostenere l’impeto de nemici, di numero assai inferiori sarebbe un adossarsi macchia di perpetua infamia, principalmente appresso quelli, che non sano l’instabilità della fortuna, ne con propio lor pericolo han esperimentato gli varij successi della guerra, finalmenre si risolsero esser meglio provedere dando luogo al furore de nemici, alla salute loro, & di tutto l’Esercito. Vitoria delli Alemani. Frà tanto Dio immortale havrebbe concesso tempo più commodo, & opportuno di remediare à tanto male.

Francesi, Spagnoli, e Venetiani risospinti. Gli Venetiani venut iin sospetto d’esser stati sorpresi per fraude, & ingano da’ Soldati della propria lega, non potendo in tempo di notte venir in luce di si gran confusione, & paura, in negotio di tanta ambiguità, anche essi stimarono più sicuro dar luogo à si fatto impetto, che mostrar la fronte al nemico, & temerariamente contrastarlo, massime havendo conosciuto, che la maggior parte de suoi confederati s’era data alla fuga, il che fomentò la [p. 162 modifica]la suspetione conceputa, che gli Spagnuoli, & Francesi secretamente havessero con Alemani conspirato. Seguivano questi gli fugitivi premendogli alla coda, & spingendoli, tagliando à pezzi, & uccidendo senza riguardo quelli che non erano stati lesti, & snelli nel fugire. L’uccisioni furon grandi, & spietate, ma maggior assai la fuga, per causa della quale furon constretti ritirarsi lontani da qual si voglia assedio, & oppugnatione.

Fatta questa maravigliosa strage, sparsi & fugati l’inimici, ottenuta si eggregia vittoria, presi non pochi Canoni, & Carriaggi, nel calar del Sole, carichi di spoglie fecero ritorno à suoi quartieri. Non potevano darsi pace gli Venetiani d’haver quattro fiate senza alcun frutto, anzi con lor considerabil danno (cosi Dio disponendo) sempre mai ribatutti, invaso il Trentino, onde giudicando l’impresa fatale si ritirarono, maledicendo la sorte, con il loro Esercito, frà suoi confini. Et determinarono fosse frà suoi annali registrato quel giorno, che furono sorpresi, & fugati alla Pietra, come infausto, & funebre. Si spargevano frà loro secrete mormorationi di lamenti, & querelle, per causa de Francesi quali havevano chiamati in Italia compagni, confederati, & ausiliarij, si struggevano, che la Republica loro fosse condotta à tal pericolo & danno. Udendo gli Francesi consimili imputationi la sentirono male contro Venetiani, arabiavano di sdegno che la loro innocenza venisse in tal guisa machiata, deliberorno perciò non assistere più à quella guerra, ma rompere la lega con essi loro fatta, & procurar con ogni efficacia, e mezzo reconciliarsi Cesare in stretta amicitia, al quale pareva il Cielo piegasse ogni prosperità, & favore acciò quello che non può atterrire la paura, l’oblighi il beneficio, & la gratia. Per il che violorono ogni patto di confederatione, qual prima havevano fatto con Venetiani. Cominciarono ad amicarsi colla pratica l’Imperatore, giurando, & chiamando Dio in testimonio, che non passarebbe molto che gli farebbon vedere la fede, & virtù Francese esser illibata, incorrotta, & leale.

Venetiani, vinti da Francesi. Per tali cause abbandonati gli Venetiani s’unirono con Cesare, si che non solo fecero frà di loro la pace, ma di confederarono, unendo le loro forbite squadre, & voltandole à danni della Republica, e non molto poi azzufatosi con l’Esercito Veneto, vicino il Fiume Ada, si che maltratati, & scompigliati gli Venetiani, furono constretti col poco residuo ritirarsi frà palludi, imperoche doppò haver visto confitto, & distrutto il lor Esercito con la perdita del bagaglio, giudicarono rivolgere il residuo verso il Mare, ove gli pochi soldati rimasti, & sopravanzati à tanta rovina [p. 163 modifica]inquarterarono, & abbondantemente conducendo le vettovaglie per Mare con Vasselli gli sommistravano il vivere.

Gli luoghi più vicini à Laghi marini erano in tal guisa da Nicolò Conte di Petigliano Capitano dell’Esercito Generale con gran diligenza diffesi; giudicando cosa vituperosa che la virtù, havesse da cedere alla malvagità della fortuna. Gli Castelli, & altre Piazze, quali vedevano non poter conservare, l’abbandonorono senza presidij. Per il che nel primo assalto fù da Francesi preso Bergomo, Bressa, Crema, & molri altri luoghi. Ma Verona, Vicenza, Padova, Feltre, Belluno, Udine, & altri Castelli, che si ritrovano in quelle parti si resero, per non essere sacheggiati, à Massimiliano Imperatore ricevendo in oltre la servitù, & tributo. Imperoche vedendo, che da niuna parte si poteva sperare aiuto, anzi tutte le cose abbatute da ruine, ammazzamenti, & furti, come desperati gl’interessi Veneti, incrudelendo d’ogni parte gl’inimici, resi per le vittorie più insolenti, spaventati in oltre dalla crudel conditione de tempi, non sepero altro ripiego ritrovare, che darsi in potere di Cesare.

Trevigi già per paura abbandonano da Venetiani fù senza presidij di soldatesca da Cittadini diffeso il spatio di quaranta giorni, quali pur stavano attendendo l’Esercito Imperiale, con la medema persona per consegnar se, & la Città alla di lui discretione. Verona, essendo la prima Città, che racoglie quelli che vengono dalla parte settentrionale per l’Alpi Trentine in Italia, essendo stimata più commoda, & opportuna, in cui si trattassero gli negotij più ardui di stato, fù lungo tempo ricercato suggetto meritevole, qual saggiamente & con la dovuta prudenza, & fedeltà la govemasse. Non mancavano gli Venetiani per mezzo d’huomini seditiosi sollicitare, & tentare con gran promesse gli animi de Castellani; Ritrovavansi non pochi nella Città, che procuravano machinavano sempre cose nuove. Perloche conobbe Massimiliano esser necessario un huomo fortissimo sapiente, prudente, & destro al governo di quella Piazza, alla quale non manco si dovevano temere gli suoi, che gli proprij nemici. Perilche havendo con purgato animo quel sagacissimo Prencipe considerati tutti gli grandi, e d’acuto ingegno dell’Imperio (de quali n’era copioso) fece scielta di Giorgio Neidechgo, e lo stimò il più degno al qual comettesse il governo di quella forte, & potente Città.

Fù dunque eletto Giorgio frà tanti à quietare, regolare, & regere il stato di Veronesi. Risplendevano in questo Prelato unitamente gran sapere, virtù d’animo, & forze di corpo: Era la [p. 164 modifica]forma del corpo proportionatissima, & ben disposta, la fortezza eggregia, la virtù dell’animo eccellente, l’acutezza d’ingegno mirabile, nell’eloquenza (quale in quelle congionture massime era necesarissima) non haveva pari. Giorgio da tutti desiderato. Haveva dal Cielo special gratia, & maravigliosa efficaccia di conciliarsi la benevolenza di ciascuno, & ligarsi ogn’uno in pura amicitia, traheua ciascuno ad amarlo, in tutti gli negotij si mostrava politico Christiano, con tutti era cortese benigno, & gratioso, ancorche vi fossero de maldicenti che lo biasmassero, & con veneni gli insidiassero la vita medema.

Dunque ardendo tutta l’Italia con incendij di guerre, toccò à Giorgio il governo di Verona, & del Territorio, qual si in rinovare l’antiche amicitie, come in stabilire nuove confederationi, fece molti popoli sogetti alla Germania. La di lui fama acquistatasi di clemente, non solamente à quelli che habitano più vicino al Mare, ma anco fù di gran giovamento, & efficaccia appresso le genti più feroci, & barbare delle Montagne. Veronesi fidelissimi. Conservò Verona illesa, & salva da qual si voglia rapina, respinse lontano da quei confini gli Veneti, & rese gli cittadini sudditi fedeli à se, & à Cesare. Non impose contributioni, non sforzò alcuno à pagare oro, od argento, in somma non pellava (come si suol dire) il distretto. Mai comise cosa indegna ne accetò offerta per ingiusta, & maledetta cupidigia de magistrati, ò di ricchezze, tiranica, crudele, & imperiosa padrona delle nostre anime, à cui non volendo darsi in preda, mai con avaritia, ò imperioso governo diede minimo aggravio à quella richissima Città, manco con barbaro, & sanguinoso dominio la separò dal suo imperio, ma con giustitia, & mansuetudine, proprietà innata di quel Prencipe, con modo maraviglioso s’obligò ogni sesso, & conditione di persone, mantenendo tutti constantemente in fede inviolabile devoti à Cesare, in modo confermando gli animi di ciascuno, che quelli, che prima parevano seguir la parte de Veneti, hora si chiamavano beati per esser sottoposti à Cesare, & come si rese degno di gran Magistrati, & Imperij, cosi non con minor lode gli amministrò; si che da suoi era grandemente amato, dalli Cittadini honorato, & riverito, da Cesare approvato, & da tutti desiderato.

Di già s’era per tutto sparsa la fama, che gli Veronesi erano humanamente trattati dalli Alemani, di gia era per ogni cantone conosciuta l’integrità di Giorgio, in modo, che, quelli che ancora non havevano visto, ne conosciuto Cesare, desideravano haverlo per lor Prencipe. Mentre questo Prelato era Prefetto di [p. 165 modifica]Verona, & contendevano gli Veronesi con gran diligenza d’abbracciare tutte quelle cose, che giudicavano essere necessarie per la loro conservatione, & salute, & che fussero conforme alla dignità di Cesare, si che ben si scorgeva non restare più cosa alcuna nascosta in quei petti, che potesse ingelosire l’Imperatore, già s’era evaporata quella prima fattione, & inclinatione d’animo verso gli Venetiani, il nome Veneto posto in oblio. Et se pure ritrovati si fossero alcuni pochi, che ordito havessero inganni e machinato insidie restavano dalla prudenza, & grandezza d’animo di Cesare, a dall’officio del prefetto distolti, rotti affato i loro disegni. Ma qual cosa fù da quelli transcurata per secondare la volontà di Cesare, & il desiderio del Prefetto? Mostravano giornalmente segni più sodi della lor virtù, quali essendo da Cesare riconosciuti, ordinò, quella Città non fosse di inferior conditioni, & manco privileggiata dell’altre sue Imperiali. Et qual Prencipe non inalzarebbe, & apprezarebbe Città si segnalata? che mai puote avilirsi per qual si voglia incontro di guerre, mai si piegò la di lei constanza, ancorche d’ogni parte si sentissero varie mutationi de Prencipi, novi stabilimenti delle Città, odij domestichi, & occulti, & sempre si sentissero successi insoliti, & non penetrati, che havrian potuto piegare quella retta, & buona Città: in una parte alcuni mandati à fil di spada, altri scacciati dalle proprie case, tanta era l’infelicità, & calamità di quel tempo, cosi batutte, turbate, e prostrate stavano per l’indefessa, & iniqua guerra tutte le cose, che dovunque alcuno si ritrovava reputavasi infelicissimo.

Padoa, & altre Città, quali poco fà s’erano sogettate all’Imperatore, erano di nuovo ritornate in potere de Venetiani, altre per forza, altre di propria volontà, & altre restarono per inganni, & tradimenti occupate, & oppresse, imperoche essendo gli popoli agitati da domestiche discordie ciascuno procurava allaciare, & tradire il compagno. Per tali rivolgimenti, & inconstanze molti furon decapitati, altri strangolati, non pochi per havere temerariamente scritto, banditi, & altri in lontane Isole confinati. Erano le Provincie, & Regni con si pernitioso influsso de Pianeti regirati, & agittati, che in niun modo potevano gli publici pianti essere sedati, non valevano consolationi, giovavano poco gli Editti. Soli gli Veronesi erano frà tante calamità reputati felici, soli stimati prudenti, soli esserr andati con piede di piombo nel havere constantemente servata intiera fede all’Imperatore, non havendo mai voluto partirsi dalla di lui obedienza. [p. 166 modifica]

Le altre città essersi temerariamente precipitate, da per se haversi procurate le domestiche calamità, datesi in preda alle proprie miserie.

Non mancarono però chi invidiorno l’ottima natura di quel Prencipe, la di lui buona & prudente amministratione, & chi non potevano tollerare ne vedere con buon occhio tanta sua auttorità, & potere nella Città; Fù acciò restasse deposto da quella carica nascosamente da maligni querelato appresso Cesare: ma poco gli giovò, perche l’Imperatore conosciuta, & scoperta la malignità d’invidiosi confermò nel suo officio Giorgio già esperimentato, fedele, & prudentissimo nel governo, volle ad onta de persecutori restasse in tante turbolenze, & disaggi di guerre al governo di quella Città, e continuasse al dispetto de malvaggi nella sua carica.

Che perciò fù opinione morisse quel buon Prelato per arte, & opera d’un certo tal perverso, & temerario huomo, qual in quel tempo si ritrovava in Verona, & pretendeva quella Prefettura, ma essendo la di costui arroganza dalla virtù di Giorgio rafrenata, conobbe, che mai havrebbe potuto ottenere officio d’honore, in quella Città, mentre dominava il Trentino, si che era bisogno togliersi dalla Città, ò far sì, che restasse il Prelato estinto.

Dovendosi dunque appigliarsi ad uno de partiti, determinò levarsi dalli Occhi Giorgio. Cominciò tramargli inganni, l’assalì fraudolentemente, & finalmente ne riportò l’intento, perche rimase morto il buon Vescovo. Dunque questo prudentissimo Vescovo doppò, che hebbe superata con la sua sapienza la potenza de Venetiani, ridotta Verona à segno, & modo di Città libera, tante fiate aquetati gli popoli frà di loro contrarij, & agitati da civili discordie, tante volte salvata la Città da rapine, sacomani, incendij, havendo di già proposto far una ritornata à Trento da infelice, & infausta constelatione, ma da ferma sospetione di veneno perdè la vita, ancorche altri vogliono morisse da naturale infermità; gli indicij però sono à questa opinione evidentemente contrarij, il di lui cadavero restò tutto livido, & per bocca uscivano spume, manifesti effetti del Veneno.

Molto increbbe à Veronesi la morte di Giorgio, tanto da loro applaudato, amato, & desiderato, erano le sue attioni da ciascuno (il che è particolar dono) appovate, à tutti riusciva grato. Maledivano con crudeli essagerationi gli inventori di tal iniquità, affermando che non haveano offeso Giorgio, ma il ben publico di quella Città. Si sentivano voci frà il buio della note, che esclamando contro il traditore dimandavano il loro Prefetto. Rendici (dicevano) il [p. 167 modifica]nostro Governatore, rendi traditore, manigoldo la salute à Veronesi, il Vescovo à Trentini, restituisci infame, scelerato l’unico consultore, & Senatore à Cesare. S’aggiunse alli eccessivi, & amorosi pianti de Cittadini il favore, & aiuto delli estranei.

Vien detto che gli medemi Veneti, & altri popoli, quali havevano la guerra con Alemani, mentre si preparavano le convenevoli esequie à quel campione, facessero tregua, esprimendo in tal guisa quanto rincrescesse la morte di Giorgio alli stessi contrarij, dimostrando in tal atto essergli commune il dolore della morte di quel Prelato con Venetiani, &: Veronesi in guisa, che mercè alle di lui virtù ben si vedeva apportar Giorgio abbondantissima utilità alla Republica, poiche anco doppò la sua morte, fù causa di tregua.

Benevolenza de Trentini verso il loro Vescovo Gli Trentini subito intesa la di lui indispositione, si diedero à divotioni, voti, & altre opere pie per la di lui salute, restò attonita la Città intesa nova cosi infausta, non tralasciavan occasione ancorche minima per intendere il stato del lor Prelato, non trascuravano cosa potesse essere in salute del lor Vescovo. Non mancarono punto in rendere certa testimonianza del lor buon animo, & diligenza per la salute del lor Pastore. Mentre cosi stavano attendendo nuove stafette, senza sapersi delli auttori, si sparse fama del meglioramento del Prencipe loro, si sentivano per tutta la Città voci d’allegezza, e di giubilo. Trento (dicevano) e salvo non è che dubitare, e salva la patria, Giorgio è risanato tanto ci basta. Ma poi essendo (mentre manco vi pensavano) giunta la vera nuova della di lui morte, non fù possibile poter moderare gli pianti publici, per tutto risonava la Città per il gran cordoglio di chi si lamentavano, per ogni contrada si sentivan voci di querelle, & di lamenti, tutti piangevano il lor Prelato, ciascuno si lagnava haver perso il proprio padre, mandavano al Cielo dolorosi sospiri: Non si vide mai madre in maggior guai per la morte di caro figlio, davano nelli eccessi, gridavano doversi (già che al Cielo era piaciuto levargli si fido Pastore) spianare le Chiese, essere vano, & superfluo far voti à Santi, non hanno (dicevano) più cura delle cose humane, e trasportati dal dolore, non scorgendo la Divina providenza già havergli proveduto d’uguale suggetto almeno (stranamente acciecati) soggiongeano gli loro Altari doversi distrugere, gridavano forsenati, non han voluto esaudirci per la salute del nostro Giorgio, non han voluto lasciarcelo, vivo, mentre c’era tanto necessario nelle presenti calamità. Passò quel ardore, mittigò quel cordoglio la ferma speranza del sucessore, persuadendosi ogn’uno in [p. 168 modifica]quella tristezza, sarebbe succeduto Bernardo il Clesio, huomo nel dire eloquente, & perito, venerabile per costumi, amirabile nell’integrità di vita, & inimitabile per la di lui mirabile religiosità, & in procinto d’essere inalzato al governo della Chiesa Trentina. Gli soveniva havere dal defonto Giorgio inteso, che Bernardo gli sarebbe succeduto, qual nel maneggiar negotij difficili, & ardui havrebbe datti saggi notabili delle sue virtù. Da questa speranza fù mitigata l’accerbità del dolore, & frenata la mestizia universale per la morte de Giorgio.

Funerali di Giorgio Vesc. Frà tanto procuravano gli Veronesi di trasportare quel Cadavero à Trento. S’elessero per tal effetto Sacerdoti de tutti gli ordini, & Collegij, quali con torcie accesse, che di lontano facevano lume accompagnassero quel Corpo. Parimente gli Cittadini con habiti lugubri in bon numero seguivan il lor morto Prefetto, condotto sopra un carro magnifico, e popoloso, ma funesto apparato guarnito, essendo nel viaggio di continuo incontrati da gran quantità de popoli. Ritroviamo scritto, che tutti gli Cavallieri gli andarono ad incontrare. Gli Trentini poi per sodisfare al lor debito tutti, e piccoli, & grandi d’ogni grado, sesso, e conditione si sparsero senza ordine fino alla prima pietra, indi levato sopra le spale da più nobili dell’ordine Senatorio Consolare, ed equestre fù portato alla Chiesa, ove con lacrime conforme richiedevano le di lui virtù, & fatti heroichi, lodato etiandio con pubblico raggionamento come comportava la di lui conditione, fatte le publiche, & pompose esequie, da Bernardo 3. Clesio in cui risplendeva singolar pietà, con ogni riverenza medemo lo collocò nella sepoltura. Governò la Chiesa Trentina anni 7. e diede lo spirito à Nostro Signore nel 1514.

Bernardo terzo Clesio Ves. 95. La Sede non stete longo tempo vacante. Gli Sig. Canonici conosciuta la singolar virtù, & dottrina di Bernardo Clesio, della quale appresso ciascuno erasi sparsa la fama, essendo di già in gran stima, con universal gusto, & desiderio di tutto il popolo, che l’acclamavano al Vescovato, lo elessero à quella dignità.

Di questo gran prelato habbiam à dire più cose, e degne di maraviglia. Ma prima brevemente tratteremo della di lui patria, descrivendo alla sfugita almeno la Val di Non; luogo in cui nacque.


Il Fine del Settimo Libro.