Atti del parlamento italiano (1861)/8

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Discussione proposta di legge per l'intitolazione degli atti del Governo - Tornata del 16 aprile

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Discussione proposta di legge per l'intitolazione degli atti del Governo - Tornata del 16 aprile
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DISCUSSIONE DELLA PROPOSTA DI LEGGE

PER L'INTITOLAZIONE DEGLI ATTI DEL GOVERNO.


presidente. L’ordine del giorno porta la discussione sul progetto di legge per l’intestazione degli atti del Governo.

Darò lettura del progetto:

« Articolo unico. Tutti gli atti che debbono essere intitolati in nome del Re lo saranno colla formola seguente:

(Il nome del Re)

Per grazia di Dio e per volontà della Nazione

Re d’Italia.»

La discussione generale è aperta.

La parola spetta al deputato Ferrari.

ferrari. Siamo entrati nell’era delle proclamazioni. L’anno scorso non si pensava che ad annettere nuove provincie; la Legislatura non intendeva che all’incorporazione dei Ducati, dell’Emilia, della Toscana, delle Marche, dell’Umbria e delle Due Sicilie. Adesso il Parlamento italiano procede alle proclamazioni, e, dopo di avere affermato il regno, poi la capitale del regno, si preoccupa in quest’istante di dare il battesimo al nostro Stato, fino ad ora anonimo.

Nulla di più importante d’un battesimo; desso è pur sempre una professione di fede, un’inscrizione concisa, una specie di stemma il quale annunzia a tutti il pensiero della nazione; affissandolo sulle bandiere dell’esercito, sugli atti del Governo; imprimendolo sulle monete, sulle medaglie; e facendolo così penetrare nella vita intima del popolo, per cui giunge in una maniera muta, ma significante, assai più lungi che non la parola dei ministri o la voce dei politici.

Quanto è misero il potere della parola vivente! Quanto impotente l’influenza stessa de’ nostri giornali, delle nostre discussioni! I nostri discorsi, le nostre diffuse professioni di fede contengono, nella loro verbosa insistenza, spiegazioni, parole, condizioni, che danno appiglio a mille sofismi ed aprono l’adito ad indefinite variazioni. Ma l’iscrizione laconica delle monete non ammette interpretazioni, può paragonarsi ad una bandiera, la quale, una volta inalberata, sia dessa francese, inglese, austriaca, dà agli atti nostri una significazione superiore alle nostre intenzioni, alle nostre parole, alle nostre stesse dichiarazioni.

Esaminiamo dunque, o signori, la nuova intestazione, il nuovo battesimo del regno.

Tutti gli atti, dice la legge proposta, saranno intitolati in nome del Re, e lo saranno colla formola: Vittorio Emanuele II, per grazia di Dio e volontà della nazione, Re d’Italia.

Qui ogni parola è importantissima, ed io noto in primo luogo la formola per grazia di Dio.

La è formola antica; troppo la conosco; è la formola dell’antichissima legittimità, del diritto di nascita; la formola che ha presieduto al battesimo di Luigi XIV, di Carlo V, di tutti i re che reggono le monarchie d’Europa.

Io, lo confesso, aveva vagheggiato un’altra Italia, nella quale il diritto di grazia cedesse il posto ad un nuovo diritto, per cui le nostre insurrezioni avessero un altro senso, e potessero raggiungere la meta in modo più diretto e più immediato. Io sperava che il voto universale potesse esprimere il voto della nazione redenta dal giogo dell’autorità; io sperava che le nostre discussioni, sciolte dai vincoli d’una religione dominante, potessero svolgersi chiedendo le conseguenze dei principii proclamati nel 1789, e che le attuali nostre agitazioni, ancora incerte e ondeggianti tra il mondo antico e il moderno, fossero i preludi d’una èra novella reclamata dalla scienza e non più soggetta nè al rogo di Bruno, nè ai tormenti di Galileo.

Per dare un unico esempio, io sperava che l’attuale anarchia della città di Roma e del Governo pontificio, invece di essere una vuota ripetizione di antichissimi disordini dei tempi di Avignone o dell’epoca più remota di Gregorio VII, provenissero da cagioni ignote al medio evo, da idee dotate di nuova forza contro il vicario di Dio e contro i suoi diritti che pretende sopranaturali. Cento volte il papa fu minacciato, detronizzato, esigliato, assassinato; ma, persistendo l’antico diritto, il papato sussisteva inviolato, e creava nuovi papi che ricominciavano un’eterna commedia. Se fossero da noi proclamati i principii della rivoluzione francese, io crederei di poter giungere e rimanere nella proclamata capitale del regno; ma sotto il diritto divino, sotto la religione cattolica, noi siamo esuli da Roma, noi rimaniamo nel medio evo.

Fatte le mie riserve, io mi rassegno adunque: mi confino nell’èra che ha cominciato colle ovazioni a Pio IX, nell’èra della letteratura che ha celebrato il primato della santa sede; nell’èra che dichiarava, in senso assolutamente cattolico e monarchico, che l’Italia farebbe da sè, che sarebbe incontaminata dalla rivoluzione francese. Io mi confino nell’èra del patriottismo cattolico dell’abate Gioberti e dell’abate Rosmini; e, giacchè sono nel passato, mi rinchiudo volontariamente nelle sue bolgie, e accetto per ipotesi la grazia di Dio per esaminare le altre parole dell’intestazione proposta.

Queste portano che Vittorio Emanuele II sarà Re d’Italia. Che cosa è il regno d’Italia, tolta la rivoluzione francese? Una volta confinato nel passato, io lo conosco chiaramente: è il regno surto coll’Italia moderna, nato il giorno istesso in cui la parola Italia cominciava ad avere un senso distinto da quello dell’impero; e, stando alla legge, il regno d’Italia non ha mai cessato di esistere. Creato dai Goti, egli compare sulla scena della storia italiana colle sue due eterne proprietà, di essere, cioè, in primo luogo, nemico dell’impero; in secondo luogo nemico della Chiesa. Cadono i Goti, ma il regno continua coi Longobardi, si fonda sul centro di Pavia, già designato dai successori di Teodorico, e si sviluppa schiantando le ampie città, eguagliando ferocemente Milano a Lodi, Firenze a Fiesole, ed acquistando la triste proprietà di essere, come in oggi, escluso in primo luogo da Venezia, ed in secondo luogo da Roma.

Si disse che il regno dei Longobardi soccombette alla conquista dei Franchi. No, signori, soccombevano i Longobardi, ma non il regno, che i Franchi continuarono, che perfezionarono favorendo le ampie città, e che facevano entrare nell’èra delle regioni, come si direbbe adesso, delle Marche, come si diceva allora; èra in cui la capitale svaniva, lo Stato era scentralizzato, e l’amministrazione affidata ai governatori d’Ivrea, di Verona, di Spoleto, di Lucca.

Quando svanirono i Franchi, il regno scentralizzato obbedisce a capi italiani, e si vedono dodici rivoluzioni nello spazio di novant’anni; ma lo Stato dura, ma i Berengari sono pur sempre i successori di Carlo il Calvo, di Alboino, di Teodorico, finché giungono nel 962 gl’imperatori tedeschi.

Questa volta diremo noi che il regno si muore? Diremo che si sminuzza, che innumerevoli repubbliche e signorie lo smembrano, che un lusso inaudito di nuove forme fa prosperare la libertà in ogni angolo della terra; in apparenza il regno perisce; ma, al di sotto di tante splendide e capricciose creazioni, al di sotto di questo capriccio massimo, che si chiamò [p. 534 modifica]il nuovo regno delle Due Sicilie, l’antico regno sopravvive, il suo capo è il Re di Germania, le sue leggi antichissime ne determinano i diritti, e la corona di ferro ne attesta le tradizionali attribuzioni. Le incoronazioni italiane si ripetono fino al 1830, e dopo cessano, non perchè cessa il regno, ma perchè il Re, attenendosi al solo titolo di Re de’ Romani, si pretende sciolto dall’obbligazione di risiedere in Italia e di ricevere la corona sia dai pontefici romani, sia dagli arcivescovi di Milano.

Monza custodì sempre la corona di ferro con gelosa superstizione; la corona stessa fu sempre considerata come il misterioso palladio della nazione, nè mai alcun duca, alcun signore di Milano s’attentò di stendere la mano su questo sacro deposito. Due sole volte fu desso involato: la prima nei tempi de’ Guelfi e de’ Ghibellini, che furono i più calamitosi; la seconda nel 1858, epoca al certo simile alla prima, se non si scioglie anch’essa con impreveduto avvenire.

Dunque Napoleone I non ha inventato il regno d’Italia, non ha fatto che rialzarlo, e quindi, se il Re nostro, o signori, si chiamasse Berengario, egli dovrebbe dirsi Berengario III; se si chiamasse Desiderio, si dovrebbe dire Desiderio II, e, poichè si chiama Vittorio Emanuele, debbe essere I.

Estranea all’avvenire delle rivoluzioni, estranea al passato delle nostre tradizioni, la legge proposta trovasi altresì al di fuori della nazione.

Anticamente le nazioni, fossero esse ordinate come l’Italia o come la Francia, constatavano la loro libertà interna col diritto di guerra tra una città e l’altra, tra i grandi ed il Re. Questo antico diritto autorizzò numerose battaglie tra i principi della Casa Savoia e gli altri stati italiani. Il Piemonte, rappresentato da Beroldo o da Aleramo, sorgeva combattendo il regno; poi ordiva una lega imperiale contro la lega lombarda; più tardi, sotto Amedeo IX, voleva impadronirsi di Milano, e dal 1610 in poi non cessò dall’imaginare continue conquiste al di là del Ticino. Lungi da me l’idea dal rinnovare passate inimicizie; ma, se adesso voi continuate questa guerra antica, feudale, premeditata, in mezzo al suffragio universale, alle ovazioni popolari, alle aspirazioni della fraternità italiana; se, mentre tutti vi stendono la mano, voi dite: eccoci alla nostra meta, come se viveste sotto Arrigo IV di Francia; se ascoltate le soggestioni di certi opuscoli francesi che si ostinano a trasportare nel presente un passato ostile e impotente, in questo caso voi vi mettete al di fuori della nazione, in lotta con tutti.

Infatti, se Vittorio Emanuele è secondo, di chi è secondo? Lo è di Vittorio Emanuele primo, nato con idee antiche, continuatore di antichissime tradizioni, e appunto nemico del regno d’Italia, come lo erano stati Beroldo e i suoi successori. Appena reduce a Torino nel 1814, considerò come un sogno l’èra rivoluzionaria, tutta l’èra napoleonica; ripristinò tutti gli antichi impiegati col Palmaverde alla mano, reintegrò la frusta nelle prigioni, la tortura ne’ suoi tribunali, i privilegi civili nella nobiltà, e giunto al 1821, abdicò dichiarandosi nemico della Costituzione.

Ci viene fatta un’obbiezione: ci fu detto che, conservando al Re il suo nome di Vittorio Emanuele II, s’intende di seguire gli usi della Casa di Savoia, la cui tradizione ha sempre mantenuto una medesima numerazione a traverso gli accidenti più svariati della sua elevazione.

In primo luogo, avanti di esaminare gli usi particolari della Casa di Savoia, mi permetterete di parlare sugli usi generali di tutte le case, di tutti i regni, di tutti gli Stati: evidentemente, quand’anche un uso particolare avesse prevalso a Ciamberì, non è forse naturale che quest’uso debba cedere a Parigi, a Londra, a Worms, a Madrid, all’Europa intera? Ora, l’uso generale fu sempre che, ogniqualvolta un Principe di Stato minore giungeva in uno Stato maggiore, egli abbandonava la propria numerazione per prendere quella dello Stato acquistato, perchè i Principi non hanno altra patria che la terra sulla quale essi regnano. Perciò quando Ottone II di Sassonia, che era valorosissimo principe e liberatore della Germania, giunse al trono imperiale si chiamò primo. Quando Arrigo III di Baviera nel 1009 giunse parimente al trono imperiale si chiamò secondo, e non terzo. Quando Arrigo V di Lussemburgo sali al medesimo trono, invece di dirsi quinto, si chiamò settimo. Infine, per lasciare moltissimi altri esempi, quando Carlo primo, il capo di tutti i regni di Spagna, l’uomo che era alla testa dello Stato donde il sole non tramontava mai; quando, dico, Carlo primo cinse la corona di Germania si chiamò quinto per rispetto alla nuova patria dell’impero.

Questa fu pure la legge dell’Inghilterra, nella quale il VI Giacomo di Scozia, figlio di Maria Stuarda, si chiamò Giacomo primo; e dove Guglielmo X d’Orange si chiamò terzo per far seguito ai due primi Re normanni. Anche in Francia, Arrigo di Navarra, rinunziando alla riforma per ingannare i popoli e prendere una corona, mutò la numerazione di terzo in quella di quarto. Da ultimo, lasciando il passato, e venendo ad un’epoca che molti ricorderanno in questa Camera, quando nel 1838 ebbe luogo a Milano l’incoronazione di Ferdinando primo, nel bel mezzo della solennità sorse una voce ungarese, che lo disse settimo d’Ungheria, e questa voce rimbomba anche adesso nei confini di quella nazione.

L’uso generale fu egli l’uso degli Stati italiani? In casa nostra, nei nostri confini i principi hanno essi seguito la numerazione reclamata dalla terra? Su questo punto noi non possiamo ammettere il menomo dubbio. Quando Francesco III di Lorena giunse in Toscana si chiamò non terzo, ma secondo; quando Pietro terzo d’Aragona lasciò il suo gran regno per soccorrere la rivoluzione dei vespri siciliani, si chiamò primo e non terzo; quando Alfonso V d’Aragona fece cessare l’anarchia del regno di Napoli, non si chiamò quinto, ma primo; nelle Due Sicilie gli stessi imperatori dimenticavano o dissimulavano il proprio loro nome di Federico II o di Arrigo IV per essere adottati in quelle terre. Se gli Angioini conservarono la loro numerazione di Provenza, fu perchè coincideva appunto con quella delle Due Sicilie; ma Carlo I di Parma, nominato re di Napoli nel 1755, si disse III e non primo. In una parola tutte le case italiane hanno seguito l’uso universale delle altre case d’Europa.

La famiglia di Savoia avrebbe forse derogato a quest’uso generale? No, certo. Infatti Amedeo IX, giungendo al soglio pontificio, si chiamò Felice Quinto, seguendo le tradizioni dei pontefici; e Vittorio Amedeo II, scelto al trono di Sicilia, abbandonò il suo numero di Savoia per contrassegnare l’èra della sua nuova dominazione.

Potete, signori, consultare il medagliere del Re che trovasi al Ministero degli affari esteri, e gli archivi che stanno al Ministero dell’interno, e le monete vi diranno, come gli editti, che la Casa di Savoia s’uniformò religiosamente all’uso generale d’Italia non solo, ma di tutta Europa.

Hannovi certo più di cento monete scrupolosamente classificate al medagliere e accuratamente descritte dal signor cavaliere Promis; sonovi certo più di mille editti con mirabile diligenza conservati negli archivi del regno; l’ordine loro permette di ispezionarli rapidamente, e al solo guardarli in meno d’un quarto d’ora, seguendo d’anno in anno le monete e gli editti, ognun di voi potrà riconoscere [p. 535 modifica]quale sia stato il rispetto dei duchi di Savoia per il nuovo regno di Sicilia.

Prima del 1715 Vittorio Amedeo si chiamava secondo; ma, appena giunto in Sicilia, il suo numero scompare, nè più ricompare anche dopo perduta la Sicilia, perchè egli riceve il compenso della Sardegna. Sulla terra del re Enzo egli sa di esser primo e non secondo, e quindi dimentica la numerazione del ducato di Savoia per essere primo di Sardegna.

Carlo Emanuele III, che succede ad Amedeo II, e che regna per 45 anni, si trova pure senza numero, sia nelle intestazioni, sia nelle medaglie, perchè egli pure è primo nella regia isola lasciatagli dal padre. Per la stessa ragione Vittorio Amedeo III regna alla volta sua senza numero, che solo riproduce nelle medaglie, perchè queste sono cose di famiglia e non dello Stato.

Da ultimo giunge Carlo Emanuele IV, e se il numero ricompare nelle medaglie, ed anche nelle monete, non si vede però nelle intestazioni, ed i re successivi Vittorio Emanuele, Carlo Felice e Carlo Alberto sono egualmente primi in Savoia ed in Sardegna.

Se, prendendo la Sardegna, i duchi di Savoia avessero mantenuta l’antica numerazione sarebbero ancora scusati, perchè avrebbero seguita la legge generale che impone di mutar nome solo quando si passa da uno Stato minore ad uno Stato maggiore.

Partendo dallo Stato maggiore del Piemonte e della Savoia, che contenevano circa due milioni di abitanti, per giungere alla Sardegna, che forse non ne conteneva 500000, i successori di Beroldo rimanevano, per così dire, sulla loro propria base; ma che dire di voi, signori, che avete per l’Italia intera minor rispetto che ne avesse Vittorio Amedeo II per la Sicilia o per la Sardegna? Di qual tradizione, di qual casa siete voi ministri?

Lo vedete, o signori, io mi limito a combattere per un numero; ridotto allo stato di antiquario, vi chiedo di sopprimere una cifra; se volete dirmi mosso da spirito di partito, confesserei che la mia è sfumatura di opposizione, e che meno di così non si può farvi opposizione. (Si ride) Ma, signori, il vostro numero sarà letto da tutti i popoli, e se considerate come vane sottigliezze i miei riflessi, molti chiederanno se non si riducono a sottigliezze e l’indipendenza italiana e il regno d’Italia; molti vi domanderanno in che consiste l’indipendenza della moltitudine che non ha diritto di votare, nè di deliberare, o in che consiste la felicità degli elettori che hanno il diritto di mandare un deputato al Parlamento.

Ma lasciamo il presente per rimanere fedeli al passato; il torto più grave dell’intestazione proposta sarà di essere letteralmente accettata. Benché le intenzioni dei signori ministri siano innocenti, il battesimo che danno al regno contiene un errore, e ogni sbaglio, una volta ridotto a iscrizione, a stemma, a moneta, a bandiera, deve a qualunque costo ricevere un senso logico. L’errore della legge attuale diventerà necessariamente una verità odiosa.

Mi spiego richiamando per un’ultima volta la legge delle regie numerazioni, la quale esige che ogniqualvolta un principe parte da uno Stato minore per giungere ad uno maggiore, prenda la numerazione imposta dal nuovo Stato. Per una conseguenza necessaria della sua disposizione questa legge dispensa dal mutare il numero ogniqualvolta si passa da uno Stato maggiore ad un minore. Per dare un esempio, se i re di Francia avessero preso l’Olanda, tale acquisizione non avrebbe imposto il dovere che la Francia imponeva ad Arrigo III di Navarra.

Ciò posto, in che modo si determina l’inferiorità di uno Stato? Gli Stati si apprezzano in più maniere, ora colla misura della popolazione, ora con quella delle ricchezze, ora con quella dell’estensione, e da ultimo ricevono essi il loro valore relativo dall’importanza loro per chi li prende.

Facciamo un esempio.

Un giorno la repubblica di Lucca fu messa in vendita, col Governo, coi ministri, coi tribuni; tutto fu messo all’incanto, anche le Camere. (Risa)

Dunque l’imperatore aprì la vendita, un vero mercato, una vera asta.

La signora Sina, madre dei tre figli di Castruccio Castracane, offerse 12 mila scudi d’oro; Francesco Castracane ne offerse 12 mila; un partito lucchese, desideroso di comprare la propria patria, ne faceva salire il prezzo a 50 mila scudi; poi Firenze ne promise 80 mila, purchè fosse differito il pagamento; ma alla fine un ricco genovese, che voleva procurarsi il divertimento di sostenere la parte di re, s’ebbe la repubblica al presso modestissimo di 30 mila scudi immediatamente sborsati.

Voi ben vedete che questa repubblica non poteva valere meno; era una repubblica da nulla! (Risa) Chi meno la stimava aveva ragione; ma perchè? Solo perchè nulla valeva per un principe; perchè, a capo di pochi mesi, divorava essa il principato; perchè lo stesse genovese, suo compratore, credevasi felice di cederla gratuitamente ad altro principe; e questa repubblica di sì misero valore per ogni potente, sopravvisse sino al 1796, e vide sepolti e i figli di Castracane, e gli Spinola, e tutti i nemici suoi.

Mantenete il titolo di Vittorio Emanuele II; questo titolo, dovendo pur avere un significato, dichiarerà che Vittorio Emanuele è passato da uno Stato maggiore ad uno minore; che più stima la sua Savoia per metà perduta, che non l’intera Italia, dove in ogni crisi il regno risorge e svanisce con eguale facilità. E siccome ognuno rispetta l’ereditaria sapienza della Casa di Savoia; siccome è noto che mai non derogò al suo passato, benché spesso si trovasse in mezzo alle più disperate circostanze della politica; e siccome tutti sanno che essa è solita a sottoscrivere paci da re quando i re di Francia sottoscrivono paci da duchi, quanto più grande è la stima che le si deve, tanto più dichiarerete effimero il regno proclamato. Si crederanno non apprezzate le nuove annessioni; incerte le improvvisate fusioni; equivoci gli sforzi per estendere il regno; repubblicane le intenzioni che ingrandiscono la monarchia.

La sfiducia, una volta proclamata negli atti, nelle medaglie, nei bronzi, nelle intestazioni, negli «strumenti, obbligherà i popoli a cercare per quali ragioni il discendente dei duchi di Savoia e dei re di Sardegna tema di avventurarsi tra le vicissitudini italiane; per quali cagioni egli diffidi di tante ovazioni, di tanto entusiasmo, di tanta aspettazione destata.

Voi vedete la situazione generale; io non voglio ripetere critiche da me fatte ieri o avanti ieri; ma si dubiterà della utilità delle annessioni, della legittimità della guerra non intimata, del valore della legalità violata, della sicurezza di uno Stato che suppone tante idee sottintese, tanti misteri dissimulati; quindi giungerebbe forse l’istante in cui le parole stesse Vittorio Emanuele II esprimerebbero un’amara ironia.

Dunque, o signori, vi lascio giudici della intestazione. Io presi la parola solo per rifarvene osservare le conseguenze, solo per compiere l’obbligo di esporre il mio pensiero.

Noi siamo qui riuniti come ai tempi di Cola da Rienzo: tutta l’Italia delibera: Toscani; Emiliari, Napolitani, Siciliani, [p. 536 modifica]Lombardi, Piemontesi, pensate se la vostra dignità, se le vostre memorie, se le vostre speranze vi consentono di accettare il proposto battesimo; la vostra sorte è nelle vostre proprie mani; ricordatevi che l’Italia è sempre stata più vasta del regno, e che Roma è più grande di Monza. Volete voi proclamare il re dei Romani? Proclamatelo; res vestra est. (Bravo! a sinistra)

natoli, ministro per l’agricoltura e commercio. Signori deputati, io comincierò facendo osservare all’onorevole Ferrari, che la numerazione di secondo al nome del Re non può in nessuna maniera destare nella pubblica opinione quei timori ch’egli or dinanzi faceva balenare; perciocchè, quando il Re, per tacere d’ogni altro argomento, in faccia a tutta Europa tolse il titolo di re d’Italia, e si pose a capo della nazione, segnò il vero carattere dell’alleanza della monarchia col principio nazionale.

Entrando ora a discutere intorno al merito dell’opposizione che fa alla propostavi legge l’onorevole Ferrari, dirò anzi tutto che, se gli esempi storici che egli vi ha ricordato sono veri, è vero altresì ch’essi non sono i soli che trovansi in questa materia. Avvegnachè se alcuni principi, mutando lo Stato, mutarono pure la numerazione al loro nome, altri ve ne furono che tal mutazione non fecero; che anzi, quantunque aggranditi di territorio ed elevati nel titolo, l’originaria numerazione al loro nome conservarono.

Cosi Federico II, duca del Würtemberg, divenuto re per lo trattato di Presburgo, conservò l’antica numerazione al suo nome; e così fece eziandio quel Federigo Augusto III che, per la pace di Posen, da Elettore ch’era della Sassonia, ne divenne il re. Che se a più lontana epoca vorremmo ricorrere, troveremmo pure un Ferdinando V re di Aragona, il quale, quantunque aggrandisse l’avita signoria pel maritaggio con Isabella di Castiglia, e più ancora per le conquiste sui Mori, che da signori correvano le Spagne, la numerazione del nome, ad onta di cotanto mutamento, non mutò; che anzi i successori di lui, divenuti sovrani delle Spagne, religiosamente seguitarono.

Ma andiamo ad altro ordine d’idee.

Un gran fatto si è compiuto in Italia: l’alleanza del principato colla nazione. Quest’alleanza fu giudicata dai nostri grandi pensatori, essere la salute degli Italiani. Machiavelli cercò invano nella famiglia de’ Medici il principe liberatore. Trapassando dolorose istorie di sciagura, si giunse al 1848. Allora la vagheggiata alleanza succede; il principio monarchico si fa compagno del principio nazionale; non è la monarchia che libera la nazione, non è la nazione che concede la corona di Re, ma sono gli sforzi di entrambi che tentano di strappare l’Italia agli stranieri; la quale avventurosa alleanza si annunzia senza velo e senza orpello in quel famoso proclama ai popoli della Lombardia e della Venezia, là dove Carlo Alberto vuole che, passato il Ticino, ai colori italiani s’intrecci la croce di Savoia.

Per mille fatti potrei dimostrarvi, o signori, che l’alleanza di cui discorro è stata ribadita ogni giorno: la legge che vi si presenta ne è l’ultima conseguenza. Essa annoda il passato al presente, unisce la monarchia colla sua storia, e le sue tradizioni alla nazione coi suoi desiderii e coi suoi diritti.

Nel 1688, l’Inghilterra, cacciati gli Stuardi, fondava la sua costituzione su principii veramente liberali. Ma, mentre con gelosa severità si stabilivano in quel paese i diritti della nazione, quelli della successione reale si riconoscevano nella principessa Maria. Fortunata alleanza di due principii che ha prodotto la grandezza della Gran Bretagna.

E felici conseguenze si sarebbero pur vedute in Francia dopo il 1830 per l’unione dei due principii di cui parlo, se l’Orleanese avesse meglio risposto ai desiderii della nazione.

La legge che vi si presenta, o signori, non contiene formule vane ed inconcludenti, no; essa ha per iscopo di ribadire quella felice unione fra popolo e Re, che finora ha fatto la forza del rivolgimento italiano, e che ne è stato il carattere distintivo. Ora, se, per avventura, si dicesse che Vittorio Emanuele II dovrebbe lasciare la numerazione di secondo, per prendere quella di primo, l’alleanza dei due principii sarebbe rotta; allora non sarebbe più la Casa di Savoia che, fedele alle sue antiche tradizioni, alleatasi colla nazione, si fece continuatrice del 1848; ma si vedrebbe sorgere un nuovo Re, capo di nuova monarchia, a cui per conseguenza non potrebbero essere scudo e sostegno le glorie del passato. Che, se fosse lecito paragonare le piccole alle grandi cose, io vi direi che la necessità di conservare il nome grandeggia talmente nelle leggi della dignità, che fin l’adottato conserva il proprio. Con qual animo, dunque, si vorrebbe alterato il nome, splendidissima gloria d’Italia, e che la fortuna della patria, battuta in un’immensa sventura, riconfortò prima colle libere istituzioni, e poscia allietò coi trionfi di Palestro e di San Martino?

Ma io non potrei terminare il mio discorso, senza dirvi, o signori, che la riforma che si propone a questa legge troverebbe in Italia un triste precedente.

Ferdinando il Vecchio, or terzo, or quarto, secondochè dicevasi di Napoli o di Sicilia, nel 1819, smesse le due numerazioni, addimandossi: Ferdinando I re del regno delle Due Sicilie. E che egli agisse siffattamente ben si comprende: sperava col nuovo titolo nascondere le passate infamie. Ma quando un Re porta tal nome, che ricorda il guerriero nei campi e il cittadino nei Consigli, allora tal nome è patrimonio della patria, che debbesi gelosamente custodire. (Bravo! Bene! Benissimo!)

d’ondes-reggio Se dall’un canto oppugno la prima parte della formola, come ha fatto l’onorevole Ferrari, da un altro sostengo il resto della formola contro le opinioni accennate e non isviluppate dallo stesso Ferrari, senza tema di restringermi nella bolgia dell’antichità, ma anzi sicuro e lieto di camminare nella via diritta della civiltà segnata dai secoli.

Solitamente gli atti s’intestano col nome del Re nei paesi non liberi, perchè il Re ha in essi la potestà legislatrice, e la potestà esecutrice insieme; nei paesi liberi come il nostro, perchè il Re vi ha a sè solo la potestà esecutrice, mentre la potestà legislatrice esercita indivisa coi rappresentanti della Nazione e con un’altra assemblea, la quale, secondo le varie condizioni dei popoli, è di varia indole.

La formula dunque dell’intestazione degli atti fa d’uopo, e non altro, che contenga il nome del Re. Intanto, avvenendo colla successione de’ re, che sovente alcuno abbia il nome stesso d’uno de’ suoi predecessori, per distinguere l’uno dall’altro e non recare confusione negli atti, al nome del re si aggiunge la numerazione, la quale diventa necessaria tosto che vi sia un secondo dello stesso nome. Imperocchè un primo può aggiungere questo numero primo, ma è piuttosto superfluità che no; può tralasciarlo, ed è meglio che lo tralasci. I fondatori di grandi imperi l’hanno sempre tralasciato. (Benissimo!) È la storia che poscia li addimanda primi, onde vadano distinti da un secondo, che porti per avventura il loro medesimo nome.

Signori, non v’ha dubbio che varie volte fu un regno d’Italia, come diceva bene il signor Ferrari, pure non credo fosse stato regno che, come questo, abbracciasse presso a poco [p. 537 modifica]quasi tutta la distesa d’Italia, se non se una volta sola, sotto Teodorico.

Ma ormai sono scorsi parecchi secoli che più non esistono vestigia d’un italico regno. I popoli italiani sono vissuti divisi in vari Stati; tempo fa alcuni retti a repubblica, altri sotto a principi, e tutti da alcun tempo in qua sotto a principi. Ed è ora che si ha, o signori, un nuovo regno italico, formato dalla libera volontà dei vari popoli, e dalla loro libera volontà al regno nuovo è stato eletto re Vittorio Emanuele, che pria era Re di Sardegna. E come dunque si debbe chiamare questo primo re d’Italia? Vittorio Emanuele, senza alcuna numerazione, perchè appunto è il primo, ad esempio di tutti i fondatori di grandi imperi. Come dunque si propone di addimandarsi secondo? Una cosa nuova si può mai addimandare seconda? Il primo re d’un nuovo regno, invece di chiamarsi primo, o semplicemente col suo nome, si chiama secondo; dunque si ha una cosa che principia col numero secondo e non col numero primo. (Movimento)

Signori, mi pare ciò sia evidentemente contrario alla logica umana. Ma ciò, se è contrario alla logica umana, è contrario altresì a’ grandi documenti della storia.

Veramente mi ha fatto sorpresa che l’onorevole ministro di agricoltura e commercio, trattandosi di cosa grandissima, come il nuovo regno d’Italia, invece d’invocare esempi grandissimi, abbia invocati esempi così piccoli, come sono il regno del Wirtemberg ed il ducato di Sassonia e simili; il nuovo regno d’Italia è ben altro; gli esempi, che si possono addurre debbono essere tali che ben si convengano a tanto regno.

E molti esempi lascio di allegare, perchè sono stati allegati dall’onorevole Ferrari, e solo mi faccio a rammentarne alcuni pochi, perchè più da vicino si attengono all’Italia.

Federico lo Svevo si noverava II come imperatore germanico, ma per la madre sicula, succedendo alla corona del regno di Sicilia, si noverò I re di Sicilia, perciocchè niuno degli avi suoi normanni aveva portato quel nome.

Carlo l’austro-spagnuolo si noverava V come imperatore germanico, come re di Spagna e re di Sicilia si noverò I.

Per l’esempio poi di Casa Savoia, di Vittorio Amedeo II, non a medaglie, nè a monete, come ha fatto il Ferrari, ma a documento più solenne voglio ricorrere, cioè al Parlamento tenutosi a Palermo il 1714. Il Parlamento lo riconobbe come Vittorio Amedeo, re di Sicilia, e non Vittorio Amedeo II. Il Parlamento siciliano non avrebbe ciò permesso, non avrebbe esso allora accondisceso che il concetto de) regno siculo menomasse, come ora i Siciliani hanno inteso d’ingrandirsi e non menomarsi con congiungersi agli altri Stati d’Italia sotto lo scettro di Vittorio Emmanuele.

Non comprendo poi l’argomento dell’onorevole ministro di agricoltura e commercio, l’argomento dell’adozione.

Signori, quando si tratta di tanta importante questione, non istà questa picciola similitudine, cosa anche più piccola di quella del ducato di Wurtemberg e del ducato di Sassonia. Qui non abbiamo adozione; qui abbiamo popoli liberi, i quali liberamente si sono uniti, i quali liberamente hanno proclamato Vittorio Emanuele a loro re.

Ed aggiungo, o signori, che in Napoli ed in Sicilia gli alti attualmente si fanno in nome di Vittorio Emanuele, senza che sia aggiunto II. (Sensazione) Sarebbe ciò una novità che sorprenderebbe.

Anco, quanto alla tradizione, neppure comprendo l’argomentazione del ministro d’agricoltura e commercio.

La tradizione è certamente cosa rispettabile, e noi non offendiamo affatto la tradizione quando scegliamo Vittorio Emanuele; ma noi, volendo Vittorio Emanuele, lo vogliamo per le sue virtù, e non giammai perchè sia stato re di Sardegna. (Movimento a destra) Noi lo vogliamo perchè egli è maggiore de’ suoi avi, ed è maggiore di tutti gli altri principi d’Italia, i quali non hanno saputo mantenere la fede data ai loro popoli, ed egli ha saputo mantenerla. Noi vogliamo Vittorio Emanuele perchè egli ha combattuto le battaglie della patria, ed è il propugnatore della libertà e dell’indipendenza d’Italia.

Per questi titoli e non altri sulla testa di Vittorio Emanuele si pone la più splendida, la più superba corona del mondo; corona formata di molteplici belle e gemmate corone in uno conserte. E come mai pretendere che essa non debba contare da sè il suo principio? Come pretendere che essa debba accattarlo da un’altra, che in sè medesima contiene come sua parte? Oh! cosa sì grande non s’impicciolisce. La proposta vostra, signori ministri, urla colla logica umana, rifiuta la storia, scema l’eccelsa dignità dell’italico regno, getta ombra sulla significazione della volontà nazionale.

Passo ora, o signori, a discorrere sull’altra parte della formola; e lo fo, perchè, quando già qui si trattò della dichiarazione di fatto del regno d’Italia, vi fu alcuno il quale voleva rigettare le parole per la grazia di Dio, e perchè in alcun ufficio si è andato alla medesima opinione.

Per dieci secoli, o signori, non si è visto mai presso gente cristiana, che alcun principe si sia intitolato senza invocare il nome di Dio.

Quando, per una straordinarietà di eventi, un prefetto del palazzo de’ Merovei diventò re, confessò esserlo per grazia di Dio, e non per propria virtù; ed il figliuolo suo, che i secoli hanno sopranominato Magno, l’ultimo de’ barbari, che ogni altro barbaro invasore arrestò, e tentò di rifabbricare il crollato impero nostro sul mondo, disse: sè essere re de’Franchi ed imperatore romano per la grazia di Dio, anzi, per la sua misericordia. Quindi la storia va più in là del tempo che parmi avere segnato l’onorevole Ferrari.

Di allora in poi ogni principe di piccolo o vasto Stato, debole o potentissimo, buono o reo, non si è più argomentato di dire che tale sia se non per la grazia di Dio, cioè per la volontà di Colui che è e che fa e disfa regni e re, disperge popoli numerosi cenere al vento, da misera e selvaggia tribù fa sorgere popolo gigante.

Fu progresso quella confessione per l’uguaglianza e la libertà de’popoli, si negò la menzognera sovrumana natura de’polenti della terra, si condannò l’oscena idolatria di Roma pagana, di cui gl’imperatori, quasi sempre iniqui o dementi, osavano di chiamarsi divi, e divi li acclamava la turba vile degli adulatori, di cui non v’ha mai penuria nel mondo.

Quella formola dunque è tutto altro che la consacrazione del preteso diritto divino de’ Re, non è la traduzione di omnis potestas a Deo nel falso senso attribuito a queste parole. Imperocchè, anco queste parole veracemente non significano che i Re vengano direttamente da Dio collocati sui troni, ma significano solo, che Dio è la causa prima, infinita, eterna di tutte le create cose, ed il senso diverso è falso, è empio; imperocchè, se Dio concede a felicitare i popoli Marco Aurelio, la delizia del genere umano, e Luigi il Santo, lascia quando negl’impenetrabili suoi arcani vuole terribilmente flagellare i popoli, che figliuolo di Marco Aurelio sia lo scellerato Commodo, che nipote di Luigi il Santo sia lo scellerato Luigi XI; lascia che quel Marco Aurelio, ottenebrata la mente sotto il fantasma della ragione di Stato, si snaturi e crudele perseguiti gli Unti.

Ma avete poi, o signori, considerato abbastanza quale [p. 538 modifica]sarebbe l’impressione, che questa novità di trasandare il nome temuto del Creatore potrebbe fare sui popoli italiani, cristiani tutti? Non potrebbe ingenerare in loro, per non dire altro, dolorosissime apprensioni?

Avete considerato abbastanza quale sarebbe l’impressione che questa novità potrebbe fare su dei popoli cristiani d’Europa, anzi del mondo? Signori, senza dubbio, noi popoli italiani abbiamo il diritto di determinare ed ora, e sempre le sorti nostre; pure ingiustissimamente ci si è contrastato, nè si cessa ancora da alcuni di contrastarcelo. A fiaccare la forza materiata di costoro, non è in noi; ma assai è in noi d’investire, di scemare a gran pezza la forza morale a cui eglino anco ricorrono contro di noi; ma è in noi sempre di non aumentare quella forza morale, la quale, alla fine, è la potentissima; è quella che conduce e doma la materiata, perchè i pensieri guidano le azioni, questa è legge connaturata e felicissima degli umani. Quando non si sa essere giusti e veraci, si finisce con essere imprudenti. Mirabeau, certamente non sospetto di soverchia religione, a coloro, i quali nella Constituente francese volevano togliere alla intitolazione del re le parole per grazia di Dio, rispondeva: queste parole per la grazia di Dio sono un omaggio alla religione, e questo omaggio è dovuto da tutti i popoli del mondo, questo è un disegno religioso senza alcun pericolo, e prezioso a conservare come punto di riunione tra gli uomini.

Signori, non saremo noi Italiani che spezzeremo questo punto di riunione tra gli uomini, anzi questo vincolo perpetuo della concordia e della carità degli uomini, genere medesimo di divina fattura comunque distinto in istirpi e genti. Non lo spezzeremo noi Italiani che siamo per misericordia divina i supremi depositari della gran Manifestazione divina.

Laonde, o signori, in nome della logica umana e della dignità dell’italico regno, vi chieggo che il I Re d’Italia non si chiami II, si chiami Vittorio Emanuele; in nome della realtà de’ fatti vi chieggo che si chiami Re per la volontà della nazione; in nome della verità eterna, che Dio ha creato e governa il mondo, vi chieggo che si chiami Re per la grazia di Dio.

Presidente. La parola spetterebbe al deputato La Farina, ma, non essendo presente, la concedo al deputato Bertolami.

Varese Io mi sono fatto iscrivere dei primi.

Presidente. Ella parla contro, e il suo turno non le spetta ancora; si alternano gli oratori pro, contro ed in merito. Del resto, per parlar contro, vi è prima di lei il deputalo Miceli.

Bertolami. Signori, in nome della logica, per adottare l’espressione dell’onorevole preopinante, noi oggi decideremo se Vittorio Emanuele debba chiamarsi I o II; perchè la logica vuole che o si chiami I o II; ma che non abbia nessuna numerazione, cosicchè quello che viene dopo di lui non possa ragionevolmente chiamarsi nè I, nè II, nè III, questo, o signori, vi confesso che la mia logica non sa comprenderlo. (Sussurro)

Trattiamo dunque la quistione vera, e mi piace entrar diritto nella quistione.

Non vorrei seguire per alcun conto il signor Ferrari nell’indagine delle monete, delle pergamene o delle medaglie; amo di trattare la quistione per sè stessa francamente, senza alcuna perifrasi.

Il signor Ferrari non voleva porla nettamente, per timore che la sua opposizione potesse parere poco benevola al Ministero. Io rispetto gli scrupoli di gentilezza del signor Ferrari verso il Ministero; ma io, nell’attuale questione, non vedo nè Ministero, nè altri; voglio esaminarla, o signori, come credo che il Parlamento italiano lo debba.

Togliamo, o signori, le ambagi, togliamo gli esempi storici, i quali si prendono a prestito senza alcuna ragionevole conseguenza. Se si trattasse di una terra aggiunta all’altra, allora entrerei ad esaminare se la nuova è maggiore dell’antica, o se minore, per trarne la debita conclusione. Se si trattasse poi di uno Stato straniero, allora si direi che hanno ragione i signori Ferrari e D’Ondes, perchè, quando un principe di uno Stato diventa principe di un altro Stato straniero, è ben logico che debba avere una numerazione nel primo ed una nel secondo. Questa è cosa di tanta evidenza, che non mi pare valga la pena di una discussione.

Ma, o signori, non si tratta di ciò; la nostra questione è ben altra; Vittorio Emanuele è stato Re di una terra italiana; Vittorio Emanuele è stato propugnatore dell’indipendenza non solo della sua terra, ma di tutta la patria italiana; Vittorio Emanuele è riuscito nel suo glorioso disegno, mercè la grandezza dell’animo suo, mercè la cooperazione de’ popoli italiani; Vittorio Emanuele non mi pare abbia quindi alcuna mutazione a fare; la mutazione è avvenuta nella cosa, non nella persona; e per ragioni potentissime non può, secondo me, rompere la tradizione di famiglia.

Signori, se noi guardiamo la storia con occhio diligente e perspicace, vediamo, nella famiglia onde il Re nostro discende, il principio nazionale che qualche volta è stato offuscato, è vero, ma che però è rimasto, direi, latente nella radice, fermo e permanente nel seno della dinastia; quel principio, dico, che condusse l’Italia mano mano sino agli odierni stupendi ordinamenti. Sia dacchè i Conti della Moriana furono i custodi del passo delle Alpi, sia dacchè se ne fecero vigili sentinelle in faccia allo straniero, la gloria dei Conti della Moriana diventò gloria italiana; e la fermezza dei propositi manifestata dagli avi di Vittorio Emanuele, le virtù guerresche e civili furono un patrimonio ben più prezioso che non le terre che essi gli trasmisero.

Or noi faremmo un rimprovero ai principi del Piemonte di non essere stati principi della Penisola? In verità che sarebbe questo il più strano dei rimproveri immaginabili. Non erano principi italiani, perchè allora l’Italia non era in condizione di potersi costituire; per questo forse si dirà che le loro virtù non onorassero la terra italiana? Non aprirono essi il campo agl’Italiani di poter giungere in appresso, collo svolgersi dei tempi, a conseguire un’Italia, a costituire la loro nazionalità? Sono due concetti codesti i quali non si possono, non si debbono scompagnare.

Ma una ragione assai più forte, o signori, si presenta alla mia mente, ed io la dirò con tutta schiettezza, perchè il Principe che oggi regna avventurosamente in Italia è tal principe che può sentire la verità tutta intera.

Io crederei di fare a Vittorio Emanuele un’ingiuria, se dicessi che l’Italia tutto deve a Vittorio Emanuele. Nossignori, la coscienza italiana, la coscienza del mondo intero risponderebbe a siffatta asserzione: è menzogna; Vittorio Emanuele, o signori, continuò la politica di suo padre. Se egli avesse gittato primo il guanto all’Austria, s’egli primo avesse detto ai popoli italiani: seguitemi, voi non dovete più avere un municipio e un campanile, voi dovete avere finalmente una patria che sia tempio di virtù e di grandezza, allora, o signori, si potrebbe questionare se sorgendo oggi in tal modo Vittorio Emanuele, debba d’un tratto, non dirò velare, ma distruggere, incenerire tutte quante le memorie de’ suoi padri. Invece fu Carlo Alberto, la di cui memoria, per essere di Re sventurato, non è certo men sacra nei nostri cuori; fu [p. 539 modifica]Carlo Alberto che, quando venne la pienezza dei tempi, si dimenticò di essere Re del Piemonte, e volle o essere Re d’Italia o scomparire.

La Provvidenza doveva ancora assoggettare a dure prove la nostra generazione per renderla degna dell’altissima sorte, alla quale ora è vicina. La Provvidenza non permise allora che la grand’opera si compiesse; ma perchè Carlo Alberto, sdegnando di scendere a patti coll’Austria, gittò la corona dal capo e andò a morire in esilio, diremo oggi che Vittorio Emanuele non sia il continuatore della paterna politica, diremo ch’egli abbia il diritto di staccarsi dalla sua famiglia, e dire: tutto il passato è un fumo, il passato non mi appartiene, sono io l’autore di una nuova dinastia, che non deve riconoscere alcuno di coloro che mi precedettero? Questo, o signori, permettetemi di dirlo, non solo politicamente non può reggere, poichè politicamente il fatto si oppone, ma non può reggere neppure moralmente.

E qui avrei timore d’offendere i riguardi dovuti a questa Assemblea, se mi diffondessi molto a provare quanta delicatezza morale vi sia in questa questione, e quanto il pensiero che ho accennato debba essere potente in un nobile cuore. Dirò francamente al signor Ferrari che, se si trattasse soltanto di Vittorio Emanuele I, e non vi fosse stato altri al mondo di sua stirpe, potrebbe il culto di famiglia cedere il campo a più alte aspirazioni.

Vittorio Emanuele I fu certamente un uomo non tristo, ma raggirato da arti tristissime; un uomo il quale, non che precorrere, fors’anche non comprese i suoi tempi; ma siccome, o signori, vi sono ben altre memorie; siccome Vittorio Emanuele discende dai Filiberti e dagli Amedei; siccome è continuatore di una politica, la quale fu iniziata gloriosissimamente dal padre suo, mi pare che tutto quanto si possa dire in contrario non sia nè logico, nè generoso.

E qui, o signori, mi permetterete che io vi citi un grande fatto, per me essendo grande tutto ciò che si riferisce a quegli uomini veramente sommi, pe’ quali non solo è culto in Italia, ma dovunque spira un’aura di civiltà. Io mi ricordo che ne’ miei studi giovanili provai una profonda impressione, allorquando mi avvenni in un tratto del grandissimo dei nostri poeti, del pensatore sovrano, il quale, interrogato da quel grande che seppe difendere Firenze a viso aperto, interrogato da Farinata degli Uberti chi fossero i suoi maggiori, che cosa ci dice, o signori? Ci dice:

Io ch’era d’obbedir desideroso
Non gliel celai, ma tutto gliel’aperti.

E Dante Alighieri difese arditamente i suoi maggiori, li difese a fronte alta innanzi ad un uomo che era un gigante, e un gigante non solo in faccia al mondo, ma anche nella stessa ammirazione del poeta.

E Dante Alighieri era un ghibellino ed i suoi avi erano guelfi! Ma egli non ricordò che le virtù de’ suoi avi, senza curare le opinioni politiche, le quali, a parer suo, erano fallaci. Dante Alighieri, o signori, con questa religione degli avi, con questa religione della famiglia, è certamente uno scrittore anche più ammirando agli occhi della nazione, la quale sorse dal suo sublime pensiero. Quindi, e per ragioni politiche, e per ragioni morali, ed anche per savie induzioni storiche, io non posso affatto seguire l’opinione dei signori Ferrari e D’Ondes.

(Segue una pausa di pochi momenti.)

Signori, mi piace ora sottoporre alla Camera alcune riflessioni sul pensiero nel quale più era logica, secondo me, la questione posta dall’onorevole Ferrari.

A tal riguardo vi dirò che conosco due specie di principati: il principato che s’impone al popolo, e il principato eletto dal popolo. L’uno è differentissimo dall’altro, anzi direi che stanno ai poli opposti; sono tanto diversi l’uno dall’altro, quanto la libertà dal dispotismo, quanto la violenza dall’amore.

Lessi, non senza meraviglia, lo confesso, la discussione che ebbe luogo un mese fa in un’assemblea di Spagna. In quell’assemblea vi fu chi sostenne che la regina regnava per diritto nazionale. Non avrei mai creduto che tal proposizione avesse potuto offendere i nervi delicati di alcuno, ma pure li offese. Uomini devoti lealmente a quella monarchia si alzarono a respingere l’asserzione di quel deputato, come un’offesa al principio regio. Eppure, o signori, quella regina non regna per diritto che empiamente una volta chiamavasi divino; quella regina regna per diritto popolare, quella regina deve appunto la sua corona alla elezione del popolo, per virtù di una rivoluzione.

Guardiamo invece Vittorio Emanuele, il quale ascese al trono solo perchè era figlio di suo padre, e in un momento di atroce sventura per l’Italia, dirò anche, in un momento atroce per la libertà di tutti quanti i popoli civili d’Europa.

In quei momento, signori, Vittorio Emannele salendo al trono non si chiuse nel diritto divino, nel diritto ereditario, ma al contrario, o signori, qualunque suo atto, e, dirò quasi, ogni passo della sua carriera non fu che un omaggio solenne, altissimo al diritto nazionale. Così Vittorio Emanuele, fedele a questo diritto, ed a nessun’altra potenza che a questo diritto, Vittorio Emanuele potè rappresentare l’Italia al cospetto dei popoli italiani e al cospetto del mondo in un tempo in cui parlare d’Italia era delitto, in un tempo in cui la diplomazia non consentiva che quel nome venisse pronunciato.

Eppure, o signori, il nostro glorioso Monarca, appunto perchè era forte della coscienza di quel diritto, sosteneva una guerra, non meno gloriosa di quella del campo, contro la Corte di Roma, quando questa aveva per sè tutte le baionette dell’Europa schiava; la sosteneva, o signori, contro l’Austria colla dignità indomita del suo contegno, pria di venire alle mani.

So bene che allora era compassionato dagli uomini usi a vedere la monarchia in tutt’altro sentiero; ma egli, o signori, nella sua alta coscienza aveva compassione di loro; e se egli avea ragione, i fatti, mi pare, l’hanno dimostrato.

Ora io domando appunto, o signori: è egli a questo Re, il quale non si giovò del suo diritto ereditario se non per propugnare il diritto popolare, e per farlo trionfare al cospetto del mondo, è egli a questo Re, o signori, che noi abbiamo, mi si permetta di dirlo, che noi abbiamo il diritto d’imporre di rompere ogni legame colla sua famiglia, colle proprie affezioni, di non riconoscere nemmeno i valorosi principi che lo hanno preceduto? (Bravo! a destra)

Ora io vi prego, o signori, di fare un’altra considerazione, che mi pare gravissima, vi prego di riflettere che nelle condizioni nelle quali si trovava l’Italia dopo il 1849, in quelle tristissime condizioni che erano pur dolorose, come io diceva, per gli altri popoli, noi non avremmo potuto avviarci, senza un principio riconosciuto, riverito dalle potenze d’Europa, a quella magnanima impresa, della quale oggi vediamo quasi il compimento.

Le tradizioni storiche, il principio monarchico, ci furono giovevoli e nell’interno e all’estero. I potentati d’Europa, o signori, tollerarono che Vittorio Emanuele fosse stato, direi, un rivoluzionario perchè era re; ma crediamo noi che l’avrebbero tollerato se non avesse avuto una corona sul capo, [p. 540 modifica]e se non fosse giunto al trono in forza del dritto de’ suoi maggiori!

E nell’interno, o signori, ci ricordiamo noi come abbiamo progredito? Io me ne ricordo, o signori, io che ho passato tutto il mio esiglio in Piemonte, e quindi ho avuto campo di studiare i fatti e seguirli passo a passo. Noi non eravamo abbastanza preparati; se lo fossimo stati, la nostra nazionalità sarebbe stata acquistata da un pezzo. Il Piemonte aveva gloriose tradizioni guerriere, ma il popolo aveva forse minor potenza politica di altri popoli d’Italia, perchè non aveva veduto grandi atleti nella palestra letteraria.

Dal giorno poi che Vittorio Alfieri alzò la sua voce, cominciò per il Piemonte un èra di gloria. Ciò nulla di meno noi non possiamo dire che il popolo del Piemonte fosse stato educato a quelle idee, le quali dovevano poi avere il loro sviluppo, ed uno sviluppo certo non inefficace. Il popolo di Piemonte tollerò, ma tollerò soltanto che alcuni fatti energici dalla parte del potere avessero data una lezione severa a coloro i quali credevano ancora che il passato non era cadavere, e che nel Piemonte si potesse continuare la politica d’altri tempi. Noi abbiamo veduto che la potenza della devozione che questo popolo generoso aveva verso il suo Re ed anche verso la dinastia, la quale, quando anche non ebbe in mente il principio nazionale, pur tultavolta ebbe tali virtù domestiche e privale, che il più grande degli odiatori della tirannide confessava di doverla rispettare, signori, fu sommamente preziosa per la nostra libertà. Noi, senza un Re alla testa, non avremmo potuto certamente, signori, non dico fornire, ma neanche forse avventurosamente iniziare quel cammino di cui oggi siamo quasi alla meta.

Dopo tutto ciò, o signori, si vorrebbe dire a questo Re: voi non dovete più aver nulla di comune colle tradizioni della vostra famiglia; voi dovete coprire d’un velo densissimo, impenetrabile, fino l’immagine di un uomo, dalle cui ceneri ancor calde sorgono voci potenti di abnegazione e di sacrificio per ogni cuore italiano; voi dovete dimenticarvi che vostro padre scese primo nell’arena, voi dovete assolutamente tutto concentrarvi in voi e dire ai popoli d’Italia che voi siete primo e non più secondo.

I popoli italiani, signori, la numerazione di Vittorio Emanuele la sanno benissimo; ed ove il principio nazionale non ne abbia offesa, come io credo d’aver dimostrato, la numerazione non ha logica, la numerazione non ha altra importanza che quella appunto di questa tradizione di famiglia, della quale ho avuto il bene di ragionare. Quindi, o signori, mi pare che noi, tenendo sacro questo principio costitutivo del nostro pubblico diritto, quel principio onde s’informa la nostra monarchia nazionale, dobbiamo tenere pur sacra la memoria di quelle virtù che in altri tempi hanno giovato, benché in modi diversi, alla nostra causa; noi dobbiamo soprattutto mostrarci memori del sacrificio di quel Martire glorioso, per il quale la sconoscenza mi stringerebbe il cuore per l’avvenire della nostra nazione. (Segni di approvazione)

Presidente II deputato Miceli ha facoltà di parlare.

Miceli. Signori, non farò una questione istorica, seguendo le orme degli onorevoli deputati Ferrari e D’Ondes-Reggio, ma una quistione di principii. Non farò neppure una questione filosofica, nè teologica, sulla seconda parte della legge, sulla grazia di Dio; farò invece una questione politica.

Io non peserò le citazioni storiche enunciate dai deputati Ferrari e D’Ondes-Reggio, non che dall’onorevole ministro per l’agricoltura e commercio; nè farò il paragone del loro valore. Potrei a quelle citazioni, che sono varie ed importanti, aggiungerne molte altre; ma le lascierò, perchè sento di non averne bisogno. Farò una questione di principio, e dirò che l’Italia, oppressa da secoli, finalmente sorge il 1848 e compie una grande rivoluzione. Fino allora tutti i Governi italiani furono congiurati contro di lei. L’Italia non ricordava che i martirii del suo popolo, le carceri, i patiboli, le oppressioni dei suoi principi.

Nel 1848, o signori, succede un gran mutamento: tutti i sovrani d’Italia continuano le tradizioni scellerate; uno solo se ne distacca, e corre diverso cammino. La rivoluzione di questo paese era terribile, e portava nel suo seno l’avvenire della nazione: la monarchia sabauda la comprese. La rivoluzione attrasse nella sua orbita la monarchia, e questa la seguì e si congiunse con lei. Ecco la parte rappresentata da questa monarchia; ecco la sua gloria e la sorgente dell’attuale sua grandezza.

Signori, Carlo Alberto, diceva l’onorevole deputato Bertolami, accetta la rivoluzione; Vittorio Emanuele accetta la tradizione paterna, e combatte da valoroso per l’indipendenza d’Italia.

Che cosa era scritto sulla bandiera di Carlo Alberto, che cosa era scritto sulla bandiera di Vittorio Emanuele, quando combattevano le guerre dell’indipendenza? Vi era il santo diritto della patria italiana, che voleva esser libera e grande. Essi intimavano guerra allo straniero, non da usurpatori di provincie, ma da sostenitori di quel diritto, per cui la terra italiana era intrisa del sangue di tanti generosi!

Signori, la Casa Sabauda, accettando la rivoluzione, accettò i principii della rivoluzione; dunque la base del diritto pubblico dell’antico regno è stata abolita dalla stessa dinastia, come lo era stato dal popolo sin dal primo momento che impugnò le armi per liberarsi.

La dinastia ha accettato per fondamento della sua esistenza un nuovo principio di diritto, che è il diritto nazionale. In Vittorio Emanuele si riflettono tutti i principii della rivoluzione con cui fece alleanza. La rivoluzione, o signori, che si è compiuta in Italia, come tutte le rivoluzioni successe in Europa dal 1789 in qua, è guerra al passato. Prima regnava il diritto barbaro della forza, ora regna il diritto sacro della ragione e della giustizia: e le formole che prima indicavano quel diritto, non possono essere adoperate per indire un diritto nuovo che si trovò in guerra con quello, e lo ha vinto, e spera di riportar su di esso la più completa vittoria.

Signori, io non intendo di contrastare al Re il suo nome, come taluni pretendono. Non vi è più grave errore, che credere essere il titolo che io contrasto parte del nome di un Re. Se così fosse, la storia non ci direbbe che essi han quasi sempre mutato questo titolo, mutando o ampliando la loro signoria. A maggior ragione è mestieri che lo cambino, quando si cambia l’estensione dei dominii ed il principio su cui basava l’antico Stato. Perchè alcuni popoli non han voluto che i loro principi assumessero un attributo di numerazione, anziché un altro? Perchè ne furon sempre così gelosi gl’Inglesi, gli Ungheresi, gli Elettori e gli Stati dell’impero germanico?

In quelle parole essi vedeano proclamata e consacrata la loro indipendenza e ricusavano ogni altra che potesse metterla in dubbio.

Carlo V che ambì di signoreggiare l’Europa, ed aspirò a rinnovare l’impero di Carlomagno, per certo avrebbe desiderato nella unità del titolo simboleggiare l’unità del comando. Ma egli era quinto in Germania e primo in Ispagna, perchè i Germani non avrebbero permesso che avesse portato sul trono dell’impero un titolo che aveva in Ispagna, come gli Spagnuoli non avrebbero permesso che avesse portato [p. 541 modifica]in Ispagna un titolo che si attaccava allo impero di Germania. Se la storia delle più illustri nazioni ci dice che i principi, mutando Stato o ingrandendolo, mutarono i titoli, ci dice pure che alcune volte li hanno mutati per rinnegare i diritti dei popoli, e l’esempio che il signor ministro d’agricoltura e commercio testè citava, di Ferdinando IV di Napoli, anzichè soccorrere al suo assunto, grandemente lo pregiudica.

Egli era il quarto Re di questo nome che sedesse sul trono delle Sicilie. Quando distrusse la libertà di quella nobile isola, che gli avea dato asilo nelle sventure, e per cui avea fatto i più grandi sacrifici, mutò nome, e fu Ferdinando primo Re del regno delle Due Sicilie. Così compiva l’atto della più esecranda ingratitudine e della più crudele oppressione!

Ricordando questa turpe storia di un re, io avrei sperato da voi, o signori ministri, che avreste consigliato al Re d’Italia che, se Ferdinando mutava il suo titolo dopo aver spogliato un popolo delle sue antiche libertà, per equipararlo ad un altro che libertà non aveva, egli, Vittorio Emanuele, doveva mutar pure il suo, ora che trattavasi di riconoscere il diritto di un popolo che gli offriva il più bel trono del mondo. Dovevano dirgli esser giusto che tal differenza si recasse tra Ferdinando, i cui successori avean perduta la corona, e Vittorio Emanuele che l’aveva raccolta.

Io porto convinzione che, se la Camera non cancella quel numero di secondo dal nome del Re, implicitamente riconosce che esso è Re per diritto di conquista e per diritto di nascita, non per volontà della nazione, che sparse il sangue dei suoi figli più generosi, che spezzò quattro troni, e che nella pienezza delle sue libertà a lui affidava le sue sorti.

Passo a parlare della seconda parte della legge: la grazia di Dio.

L’onorevole deputato D’Ondes crede indispensabile pel rispetto dovuto alla religione, che questa formola grazia di Dio accompagni il titolo del nuovo Re d’Italia in tutti gli atti governativi. Io non farò l’analisi minuta di quella formola; non dirò che cosa pensassero di questa parola i Tomisti e gli avversari loro i Molinisti; non dirò quale possa essere il senso filosofico delle medesime. Dirò solo che alcune formole, che furono nel loro primitivo significato innocenti ed anche morali, quando avvenne che si abusarono indegnamente, perdettero il loro carattere primitivo, e ne acquistarono un altro interamente diverso.

Le parole grazia di Dio, dopo che per tanti secoli servirono a indicare il diritto divino, in nome del quale furono fatte versar tante lacrime e tanto sangue, in nome dei quale si gettarono i popoli nella miseria, queste parole hanno perduto tutto ciò che indicavano nella loro origine; acquistarono un significato odioso, ed oramai non ricordano che le rovine che furono cagionate ed il sangue che fu versato sotto la bandiera dei papi e dei despoti, che in nome del diritto divino oppressero l’umanità e coprirono di lutto la terra.

Signori, le parole nella loro origine hanno un significato, ma il tempo e l’uso che di esse si fa possono interamente cambiarle. Chi di voi non sa quante scelleragginì si commisero all’ombra del vessillo in cui era scritto santa fede?

Ognuno che ricorda quel motto è impossibile che non si senta rabbrividire, pensando le stragi che si commisero a quel grido tremendo. Tuttavia quelle parole in sè nulla dinoterebbero di triste, ed ogni uomo credente in una fede chiama santa la propria.

Cosi avvenne di questa formola della grazia di Dio. Essa ha sempre significato che i re regnavano per diritto divino, e che in conseguenza il diritto dei popoli era nulla a fronte di esso. L’uno aveva origine celeste, l’altro origine mondana;

l’uno è primitivo e sovrano, l’altro è derivato e concesso. Quindi nella lotta fra questi diritti, le menti superstiziose del popolo davano ragione a ciò che era divino e non già a ciò che era umano, e la giustizia e la libertà furono raramente abitatrici di questa terra.

Noi dalle leggi dobbiamo eliminare per sempre queste formole, le quali, circondando di straordinario prestigio l’autorità, sono di nocumento ai re ed alle nazioni. Noi non siamo chiamati qui a fare inni alla Divinità, a tessere lodi e carmi al Principe. Noi dobbiamo stabilire una legge: se il Principe è degno degli encomii del suo popolo, se il Principe è degno dell’ammirazione degl’Italiani, la storia lo scriverà. Che se i signori della Commissione relatrice del progetto di legge mi dicono che questa frase: per la grazia di Dio, è una specie di inno che dobbiamo innalzare alla Divinità per lo stato prospero in cui siamo, io risponderò a questi signori: fate pure quest’inno alla Divinità, e troverete chi vorrà sottoscriverlo; ma, quando dobbiamo fare una legge, togliamo via tutto ciò che c’imbarazza, eliminiamo per sempre queste formole che ad altro non servono se non che a gettare le tenebre nella mente degli uomini, a creare e fomentare la cieca superstizione a danno del benessere e della morale dei popoli.

Signori, sembra questa a taluno una questione di parole, ma è una questione gravissima di fatti e di principii. Sulla formola della grazia di Dio si fondarono le perniciose teorie di Filmer, di Cowell, dei cardinali e dei gesuiti. Da questa grazia di Dio risultò come legittima conseguenza esser tutto lecito ai Re, e che i popoli, fossero pure governati da un Nerone, dovevano tacere e rassegnarsi. Qual bisogno havvi dunque che questa formola, la quale racchiude teorie così immorali, debba usarsi in questo secolo di civiltà, in una legge per la quale si debbono stabilire i più sacri diritti della nazione, i priifcipii che sono fondamento della sua libera esistenza?

Da questa formola i derivato e deriverà, finchè avremo nemici, fino a che avremo uomini che abboniscono la libertà, la conseguenza fatale: si a Deo rex, a Rege lex. Se il Re regna, perchè Dio lo vuole, e quasi come rappresentante di Dio, egli ha diritto di far tutto, e il popolo appena ha diritto di piangere e chinare il capo.

Mi si dirà che queste perniciose conseguenze sono poco temibili nei tempi in cui viviamo. Signori, abbiamo veduto spandersi questa tristissima teoria in un paese che era ben più di noi avvezzo alla libertà. In Inghilterra la libertà durava da più generazioni; eppure, non ostante la Magna Charta, non ostante la Dichiarazione dei diritti, non ostante il popolo armato, non ostante la mancanza di eserciti stanziali, queste teorie, sparse dai nemici della libertà, suscitarono alla medesima infiniti nemici, e di poco mancò che non soggiacesse ai loro colpi.

Che non possiamo temer noi, dove le libere istituzioni appena cominciano a sorgere, che abbiamo a casa nostra la fonte da cui parte il veleno delle massime che oscurano l’intelletto e corrompono il cuore?

Io dunque chieggo alla Camera che, in nome del diritto delle nazioni, elimini da questo disegno di legge il titolo di secondo che al Re si attribuisce, e tolga di mezzo la grazia di Dio. La volontà del popolo, unica base verace del nuovo regno, accompagnata da quelle due formole che fan risorgere il passato che abbiamo vinto, perde ogni valore, è come cinta da nemici che la insidiano e la minacciano; essa, come sta nella legge, parmi che sia dannata al supplizio di Massenzio; il vivo incatenato al morto, che minaccia di corromperlo e di distruggerlo.

Signori, se noi fossimo nelle condizioni della Francia o del[p. 542 modifica]l’Inghilterra, forti per antica potenza e compattezza, direi che basterebbe proclamare il regno d’Italia senz’aggiungere altro. Ma noi, signori, siamo in condizione ben diversa da quei popoli. L’Italia è appena legalmente costituita da un mese, la forza degli Italiani non è ancora quale dovrebbe essere, e quale tra poco fa d’uopo che sia.

Bisogna che noi formiamo la coscienza dei nostri popoli, dobbiamo ad essi ispirare la coscienza italiana. Questo costituisce la più gran forza dell’Inghilterra e della Francia, ed esse sono potenti per questa coscienza più di quello che lo siano per le migliaia di soldati e le centinaia di vascelli. Proclamate l’unità e l’indivisibilità della patria, e con questa legge, che sarà ogni giorno dinanzi agli occhi di tutti, insegnerete agl’Italiani il loro obbligo più sacro.

Ricordo che la Francia, in un’epoca in cui era assalita dall’Europa, si proclamò una ed indivisibile.

Io credo essere necessario che all’Italia si aggiungano le parole una ed indivisibile.

L’idea dell’unità è stata quella che ha ispirata la grande rivoluzione di cui oggi cominciamo a godere i benefici frutti. Questa idea di unità, che vuol dire la grandezza della nostra patria, era il conforto dei nostri esuli, la fede che sosteneva il coraggio ai nostri compagni che languivano tra le catene, la parola che ultima suonava sulle labbra dei nostri martiri che morivano pronunciando il gran nome d’Italia.

Noi, o signori, abbiamo deplorato che per tanti secoli le miserie della nostra patria provenissero dalla sua divisione.

Ebbene, mettiamo in questa legge quelle potenti parole come antitesi all’antica divisione, ed apprenderanno in questo modo i popoli quale è stato il concetto ispiratore del gran movimento che si compie, quale deve essere la meta dei nostri desiderii, quale debba essere il nostro programma per favvenire.

Una legge come questa, che sarà conosciuta in tutti i luoghi dello Stato, che sarà ogni giorno vista da ognuno nelle città, nelle borgate, nelle campagne con le parole una ed indivisibile, sarà ona scuola perenne per il nostro popolo, il quale apprenderà che quanto ci resta a fare sarà fatto senza indugio, e che dopo aver acquistato i sacri confini della patria, sentiremo eterno il dovere di conservarla incolume da qualunque violenza che potesse ricondurci alla passata miseria.

Sarà un saluto che noi manderemo a Roma che aspetta, sarà un saluto ed un conforto che noi manderemo ai nostri fratelli della Venezia, un programma dell’avvenire che sarà ogni giorno letto dai popoli italiani.

Signori, questo programma farà vedere al mondo la nostra decisa volontà di compiere, il più presto che possiamo, il nostro dovere, che noi non ci crederemo felici fino a che il vessillo tricolore non isventoli sul Campidoglio e sulle torri di San Marco.

Questa solenne dichiarazione dei rappresentanti del popolo darà coraggio a tutti i nostri amici e getterà lo spavento nei nemici. Essi diranno: l’Italia ha deciso di essere, e Roma e Venezia ben presto saranno sue.

L’Europa si convincerà che l’Italia non sarà mai un elemento d’ordine e di pace fino a che non cessi l’inquietudine che la tormenta, fino a che non vegga compiuti i suoi destini, fino a che non cinga la sua splendida corona fra le più grandi nazioni del mondo; si convincerà che fino a tanto che il papa siede in Campidoglio e lo straniero tiene un piede nella terra italiana, non s’udirà sulle labbra dei nostri giovani che il grido di guerra.

Rappresentanti del popolo, modificate la legge.

Ora sono sette mesi che le provincie di Sicilia e di Napoli votavano quel plebiscito che dava la metà d’Italia al re Vittorio Emanuele; quel plebiscito con cui si chiudeva qnel dramma così splendido della rivoluzione, che sarà la più bella gloria della nostra patria. Il plebiscito dichiarava Vittorio Emanuele re dell’Italia una ed indivisibile.

Io veggo in questa Camera coloro che primi lo scrissero, io ne vedo quasi duecento che lo votarono, e furono qui inviati dal popolo, che ricorderà sempre con orgoglio il giorno in cui esercitava il più grande atto di sovranità, eleggendosi il capo dello Stato.

Signori, è dell’interesse, è dell’onore di tutti i deputati italiani togliere via dalla legge le parole che ci riconducono al passato, e ci ricordano le cagioni delle nostre sciagure; ma noi Napolitani e Siciliani, oltre agli obblighi che con gli altri abbiamo comuni, ne abbiamo uno particolare, da cui non potremmo esimerci, senza rinnegare l’origine della nostra esistenza, il fondamento del diritto pubblico che alla caduta di Francesco II fu in quelle province proclamato dal nostro grande Liberatore. Se non ricuseremo di chiamare secondo Vittorio Emanuele, che ò il primo Re della libera Italia; se non respingeremo la formola della grazia di Dio, che è la negazione dell’umana libertà, se non proclameremo l’Italia una ed indivisibile, noi mancheremo al più sacro dovere, noi tradiremo il nostro mandato.

Presidente. Il deputato Petruccelli ha facoltà di parlare.

Petruccelli. Signori, io dichiaro anzitutto che non mi preoccupo dei numero I: il numero d’ordine è un anacronismo, diceva l’onorevole Ferrari, ed una minaccia. Un anacronismo è un affare della diplomazia, e della diplomazia non occorre a noi intrattenerci: una minaccia è per l’avvenire, e l’avvenire non è mai quale noi ce lo figuriamo, va al di là d’ogni nostra previsione. Dunque il numero d’ordine non mi preoccupa nè per l’anacronismo, nè per la minaccia dell’avvenire, ed io lo voglio rispettato tanto più, in quanto che il Re è una tradizione del passato, è una reliquia che bisogna rispettare, e che bisogna toccare e discutere tanto meno, quanto’più lo si vuole amato e riverito.

Ora, a proposito di quel Ferdinando, di cui gli oratori precedenti hanno parlato, sapete, o signori, che cosa il popolo motteggiatore diceva, quando cangiò quattro volte di nome? Esso fece l’epigramma seguente:


Pria fu quarto, poi fu terzo
Finalmente ei fu primiero,
E, se dura questo scherzo,
Finirà coll’esser zero. (Ilarità)

Dunque non bisogna toccarli i re; lasciateli quali sono.

Io mi preoccupo molto più della grazia di Dio. La grazia di Dio è anche un’idea del passato; ma essa influisce potentemente sull’avvenire.

Gli onorevoli membri della Commissione hanno detto che la formola per la grazia di Dio è un portato del Cristianesimo.

No, o signori, il Cristianesimo è una religione democratica, la quale tutto al più li ha subiti i Re, non li ha discussi. Date a Cesare quel che è di Cesare. La formola per la grazia di Dio è un trovato del papato. Sono stati i papi, i quali, per consacrare un’usurpazione, e per istendere sull’orbe la loro influenza, l’alto loro dominio, hanno creato questo titolo.

Gli onorevoli membri della Commissione hanno soggiunto, che col nome di Dio si ripudiava la conquista, ossia la forza. Al contrario il nome di Dio legittimava la conquista, santificava la forza. [p. 543 modifica]Gli onorevoli membri della Commissione hanno poi continuato a dire che « la storia, considerata nei suoi periodi, è l’opera della Provvidenza, la quale visibilmente si manifesta nel governo generale del mondo.»

Signori, vi è una scuola della filosofia della storia, la quale crede che il mondo è una lanterna magica, di cui Dio è l’eterno motore della manovella; vi è una scuola della filosofia della storia, la quale crede che l’uomo è destituito di ogni libertà, di ogni individualità, di ogni attività propria, di ogni energia, di ogni iniziativa; ma ve n’è un’altra ancora, la quale crede che tutto ciò che nel mondo vive, si muove, viva e si muova per propria spontaneità.

Ora, se per una parte di questa Assemblea vi è chi può credere alla prima dottrina, per un’altra si crede alla seconda (Movimento); imperciocchè io non posso credere che, se noi abbiamo una religione dello Stato, dovessimo altresì avere una filosofia della storia ufficiale.

Ma io domando di qual Dio si intende parlare. (Mormorio al centro) Vi ha il Dio dei galantuomini, il Dio dell’onesta gente, dei filosofi, della gente dabbene, e questo Dio si tien fuori della portata degli uomini, ovvero questo Dio considera il genere umano tutto uguale. Per cui l’infinito vivente, come Michelet chiama insetto, l’infinito vivente ed il sovrano è tutt’uno; esso vede cadere collo stesso rammarico e una foglia d’albero nell’autunno e la corona dalla testa dei re, e colla medesima compiacenza vede coronarsi di un fiore un filo d’erba, e la testa d’un re d’una corona.

Ebbene, per questo Dio non vi è grazia. La grazia è un privilegio, una violazione del diritto, una mancanza di giustizia.

Ora il Dio di Kant, di Fitche, di Franklin, di Whasington non può volere che il diritto e la giustìzia.

Se poi voi intendete il Dio del cardinale Antonelli (Rumori a destra e al centro) il Dio di Pio IX, io vi prego, o signori, di ricordarvi che questo non può essere il Dio di Vittorio Emanuele. (Movimenti diversi) Questo è il Dio dell’Austria e dei Croati, e questi non possono volere il regno d’Italia, nè l’Italia.

Questa grazia di Dio poi, o signori, ricorda la storia delle crudeltà, ricorda re crudeli, re feroci; ricorda i re che banno fatto abbruciare gli Albigesi. Se Vittorio Emanuele può essere re per la grazia di Dio, egli non potrebbe esserlo che come lo fu Enrico IV, Gustavo Adolfo, Federico li, Caterina 11; come lo fu Pietro il Grande e Napoleone I e III, quantunque anche questi prendessero il titolo della grazia di Dio per coprire con questo manto di porpora divina, quello il 18 brumaio, quèsto il 2 dicembre. (Susurro)

Il Dio di Vittorio Emanuele non può essere che il Dio dei grandi re; esso non può essere come Filippo VII di Spagna, o Ferdinando II di Napoli.

Ma, io domando: qual è il Dio che creò Re Vittorio Emanuele, qual è la provvidenza che lo ha fatto Re d’Italia? La provvidenza di Vittorio Emanuele fu Vittorio Emanuele, lui stesso, quando a Palestro esponeva la sua testa (Bravo!); la provvidenza di Vittorio Emanuele fu l’esercito francese, che scese a combattere per l’Italia, e l’esercito italiano che cinque volte respingeva il nemico dai colli di San Martino; la provvidenza di Vittorio Emanuele fu Garibaldi (Movimenti) che gli ha portato due regni...

Voci. No! no!

Altre voci. Sì! sì!

Petruccelli. ... fu il conte di Cavour che per dieci anni lavorò per la libertà d’Italia; fu Mazzini (Nuovi rumori alla destra ed al centro), che per trent’anni propugnò l’indipendenza d’Italia.


Ma poi voi adottale la grazia di Dio; perchè? Per consacrar forse il diritto divino? Ebbene, se la grazia di Dio è buona per Vittorio Emanuele, essa è logica, deve esserlo pure per Francesco II; e voi, per obbedire a una formola del passato, voi mettete Vittorio Emanuele nella stessa condizione di un usurpatore.

Ma non trasciniamo Iddio a discendere nella politica. La politica è affare umano, essa vive di spedienti, di perfidie, di violenze, di violazioni. Ora volete voi chiamare Iddio in questa geenna? Considerate la grazia di Dio in fronte ad un trattato, che sarà violato l’indomani; ad una sentenza di morte. Le grazie di Dio debbono star lontane dalla politica; per Vittorio Emanuele basterebbe di essere Re per il voto nazionale; ma egli è ancora di più, egli è Re galantuomo, come lo ha salutato Garibaldi, e come l’Europa intera lo saluta, senza Soggiungere: la è una menzogna. Quindi io mi conchiudo proponendo che siano eliminate le parole: per la grazia di Dio.

presidente. La parola è al deputato Boggio.

conforti. Come relatore della Commissione vorrei dire due parole in risposta al deputato Petruccelli.

presidente. Il relatore della Commissione ha diritto di parlare l’ultimo, ma non può interrompere l’ordine del turno.

boggio. La grazia di Dio non mi spaventa, ma il Vittorio Emanuele I m’inquieta; nè ho udito finora argomenti atti a persuadermi della convenienza di mutar qualcosa alla formola che ci è proposta.

Ci si è detto di eliminare la menzione di Dio, perchè superflua; ebbene, io credo che havvi invece qualche cosa di più superfluo, cioè la eliminazione che ci si propone. È superfluo ciò che è inutile; è inutile ciò che non risponde ad uno scopo pratico o ad un concetto logico. Quale scopo pratico e quale concetto logico affermerete eliminando la grazia di Dio, il concetto della Divinità dalla formola delle leggi? Forsecbè, eliminando Dio dalla legge, l’avrete eliminato anche dalla coscienza? Aveste anche la potestà di farlo, vorreste, osereste voi eliminar Dio? Oh! se, per un assurdo impossibile, riuscisse all’uomo di eliminare la Divinità, egli si troverebbe immediatamente così spaventato dal vuoto che si sarebbe creato egli medesimo dintorno, che. si affretterebbe ad invocarla di nuovo!

Ma, se il concetto di Dio è nella coscienza di tutti e di ciascuno, del genere umano e dell’individuo, perchè vorremo noi eliminarlo dalla legge? La legge che cos’altro debb’essere per aver nome di perfetta, se non appunto un’eco fedele della coscienza universale? Laonde, quanto più voi allontanate il concetto della legge dalla coscienza del genere umano, più rendete imperfetta la legge; e perciò io respingo una eliminazione, la quale eleverebbe una barriera di più tra la legge scritta e la coscienza umana.

Ma ci si è detto essersi tanto abusato di questa formola, che noi dobbiamo cancellarla dalle nostre leggi per non destare ingrati ricordi.

Ma di qual cosa, o signori, per quanto buona ed onesta e sacra, non si è abusato? Forsechè in nome della libertà non si sono commessi errori ed iniquità degne della più truce tirannide? Forsechè in nome della scienza non si sono insegnati errori fatali più di qualunque ignoranza? E noi rinnegheremo la libertà e la scienza, perchè talvolta furono abusate e profanate? (Segni di assenso)

Ma questa formola ricorda tempi di oppressione e di ingiustizia, vi ripetea, non ha guari, l’onorevole Petruccelli, e vi facea una eloquente pittura dei momenti e dei casi nefasti, ai [p. 544 modifica]quali, nell’ordine storico, quella formola è associata. Egli riproduceva così, sotto aspetto diverso, lo stesso argomento dell’abuso della formola per grazia di Dio.

Or bene, io darò una risposta più diretta a questa obbiezione, e ora dirò francamente che io desidero che la presente formola sia nelle nostre leggi, perchè essa, nella mia convinzione, esprime ciò che appunto ora noi stiamo facendo.

Quando fu introdotta cotesta formola? Fu un tempo in cui il pontefice, amando usare le somme chiavi ad altro fine che non a quello pel quale gli furono date, si creava da sè dispensatore delle corone e dei troni; fu un tempo in cui l’imperatore d’Occidente, volendo rinnovare ciò che rinnovar non potevasi, l’impero del mondo che un dì aveva appartenuto a Roma, proclamava suoi vassalli tutti i principi d’Europa. Allora quei re che sentirono in sè medesimi tanta energia e tanta potenza da proclamarsi tali senza il beneplacito di imperatori o di pontefici, si intitolarono: Re per la grazia di Dio.

E noi, che cosa vogliamo or fare, o signori? Noi vogliamo dire al mondo che l’Italia ha diritto di essere nazione, senza chiedere licenza a chicchessia; noi vogliamo dire al mondo che l’Italia ha in sè medesima il diritto di attuare e di affermare la propria personalità. E questo concetto appunto, riannodando il filo storico, noi lo proclameremo, dichiarando che il Re d’Italia è Re per la grazia di Dio, perchè indicheremo con ciò che il nostro diritto, come ha le sue radici nella giustizia eterna ed inviolabile, così non riconosce alcun superiore in questo mondo, e non dipende e non deriva da altri, che da Dio.

Dimodoché io accetto codesta formola, e l’accetto tanto più volentieri in quanto che esprime, a mio avviso, il carattere vero del diritto che vogliamo affermare.

D’altronde, quando non si elimina il concetto della Divinità, è possibile trovare un’altra formola più appropriata? Ne fu proposta alcuna; udiste dalla relazione come un ufficio votasse questa formola: Re per la volontà di Dio e della nazione. Ma, signori, quando cominciate a metterci la volontà di Dio, io non so più che cosa ci abbia a fare la volontà della nazione. Forsechè la volontà della nazione avrebbe potuto volere diversamente da quella di Dio, e riescire? Se invece voi dite: per grazia di Dio e volontà della nazione, non vi è più panteismo, contraddizione od assurdo; così voi ricordate la volontà di Dio nel suo vero modo d’agire. La volontà di Dio agisce permettendo, non imperando; posciachè, se la volontà di Dio agisse imperativamente, più non vi sarebbe libertà nell’uomo, più non vi sarebbe libero arbitrio, più non vi sarebbe nè merito, nè colpa.

E dacché l’onorevole Petruccelli citava Fichte ed Hegel per dimostrarci che il concetto della Divinità non si concilia con quella della umana libertà, io gli posso citare Dante, il quale, nel canto XVI, se non erro, del Purgatorio dà una così bella e luminosa dimostrazione del come la volontà libera dell’uomo si concilii colla grazia di Dio.


Voi, che vivete, ogni cagion recate
Pur suso al Ciel così, come se tutto
Movesse seco di necessitate.

Se così fosse, in voi fora distrutto
Libero arbitrio, e non fora giustizia
Per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia:
Non dico tutti; ma, posto ch’io ’l dica,
Lume v’è dato a bene ed a malizia,

E libero voler, che, se affatica
Nelle prime battaglie col Ciel, dura,
Per vincer tutto, se ben ti notrica...

Valga il pensiero del gran poeta a risolvere i dubbi che ancora fossero nell’animo dell’onorevole Petruccelli, il quale certamente, al pari di me, ha fede nel genio e nel patriottismo di Dante Alighieri.

Vengo alla seconda questione. Ci si propone che quind’innanzi il Re Vittorio Emanuele si chiami primo, per affermare innanzi al mondo il fatto nuovo del regno d’Italia. Questo fatto, o signori, è già affermato in gran parte, ed in ciò che manca tuttavia, io mi lusingo che sapremo in breve affermarlo assai meglio che non coll’iscrizione di una formola in fronte alle nostre leggi, formola che sarà nota a quei soli che dovranno venire sfogliando il bollettino degli atti del Governo.

Ben altri modi dobbiamo tenere per affermare il regno d’Italia. L’affermeremo anzitutto costituendolo forte quale può esserlo solamente mercè la nostra concordia; lo affermeremo, allorché questa concordia ci abbia fatti abbastanza forti, rivendicando a lui ciò che ancora gli manca, rivendicandogli quel capo e quelle membra, che ancora ne sono divise. Il regno d’Italia lo affermeremo rinnovando, se Dio ci aiuti, quegli influssi di civiltà che due volte fecero la nostra patria maestra al mondo. E il regno d’Italia, affermato a questo modo, non potrà più essere ignorato o disconosciuto, sia che la formola dica Vittorio Emanuele I o Vittorio Emanuele II; potremo dire di esso ciò che Bonaparte diceva della repubblica francese: essere omai fatta simile al sole; cosicché i ciechi unicamente possono negare di vederla.

Ma taluni, fra coloro i quali vorrebbero mutata l’indicazione cronologica, accennarono a più grave motivo di farlo. Essi credono che incomincia un nuovo ordine di cose: novus iam rerum incipit ordo. Ed a nuovo ordine di cose vogliono battesimo nuovo.

Rispetto anche quest’opinione, ma dico francamente che non è la mia. Credo invece che il regno d’Italia non è un fatto nuovo, salvo che nella sua forma estrinseca; credo che il fatto della costituzione del regno d’Italia non è che il complemento d’una tradizione preordinata da secoli, d’una tradizione che si è manifestata in un numero infinito di atti da otto secoli in poi.

L’Italia ha in sè tutti gli elementi costitutivi della nazionalità; ma l’Italia non può essere nazione senza essere una; ve lo diceva un momento fa l’onorevole Miceli, che proclamava la necessità di dichiarare l’Italia una ed indivisibile. E l’Italia non potrà essere mai una salvochè colla forma monarchica; tant’è che i fautori dell’idea repubblicana immaginarono sempre un’Italia federale. Dunque l’Italia che ebbe sin dall’origine gli elementi della nazionalità, l’Italia è preordinata ad essere costituita in regno. Questa tendenza si è del continuo manifestata nella storia.

Non appena la nostra Dinastia, da un felice maritaggio trovasi aperto il passo delle Alpi, si produce irresistibile in essa la tendenza ad allargarsi in Italia.

Si direbbe che questa Dinastia, la quale porta nel suo scudo l’aquila, ricordasse come la prima aquila, che il mondo imparò ad onorare e temere, avesse spiccato il volo dal Campidoglio, e ne traesse la conclusione che sul Campidoglio dovea, nel corso dei secoli, posare nuovamente il volo di quell’aquila.

La Dinastia Sabauda ha giurisdizioni, ha feudi, ha dominii al di là delle Alpi nella Borgogna, nella Svizzera. Or bene, ella si affretta a cederli per procacciarsi in loro vece qualche maggiore autorità in Italia, e le sembrerà sempre di aver fatto un grande acquisto quando, in cambio di opulente città e di territorii che possedesse oltr’Alpe, riceva qualche piccola terra, qualche castello o qualche borgo al di qua delle Alpi.

[p. 545 modifica]Un’identica tendenza verso la Dinastia si manifesta contemporaneamente nelle popolazioni italiane. Uno dei più eruditi nostri scrittori, il Cibrario, pubblicava, quindici o diciott’anni addietro, un accurato e interessante lavoro, col modesto titolo di Tavole cronologiche degli acquisti e delle perdite della Casa di Savoia.

Nulla di più istruttivo in ordine al modo col quale si è venuta preparando l’unità d’Italia colla Dinastia Sabauda, quanto le imparziali e calme indicazioni di quelle tavole.

Talora sono semplici castella, talora son borghi, più tardi sono ricchi contadi, popolose città o intere provincie che spontanee si vengono collocando sotto le ali dell’aquila sabauda.

Pinerolo, Savona, Rivoli, Ivrea con tutto il Canavese, Fossano, Mondovì, Savigliano, Biella, Cuneo fin dal secolo decimoterzo iniziarono questo spontaneo movimento dei popoli verso la Dinastia predestinata al regno d’Italia.

Nel secolo decimoquinto, morto Filippo Maria Visconti, il voto concorde delle popolazioni lombarde proclama l’unione ai popoli d’oltre Ticino sotto lo scettro dei Principi Sabaudi, ed inizia quella fusione d’aspirazioni, d’interessi e di vita, che, ritentata nel 1848, dovea trovare il suo finale appagamento nell’unità d’Italia che stiamo proclamando e compiendo.

Questa mutua tendenza dei popoli italiani, della Dinastia Sabauda ad associare i propri destini è sentita, è riconosciuta dai popoli e dai Governi forestieri.

Enrico IV immagina di rifare la carta d’Europa; chi pone a capo del maggiore Stato da crearsi in Italia? Il duca di Savoia.

Trattati internazionali aggiungono a quando a quando nuove provincie a quelle possedute dai nostri Principi. Passano appena pochi anni e quelle provincie sono per modo assimilate alle antiche da formare un solo tutto omogeneo, compatto, indissolubile.

È unita a questi Stati appena per sei o sette anni la Sicilia. Ebbene, o signori, passerà da quell’epoca un secolo e mezzo; ed un Siciliano, che mi onoro di chiamare mio amico e di vedere in mezzo a noi, balzato dalle vicissitudini politiche in queste antiche provincie del nuovo regno, troverà in esse scolpiti a segni indelebili, in ogni ordine di fatti e di idee, gli influssi morali dei valorosi Siculi, che nel XVIII secolo seguitavano le sorti di chi per pochi anni era stato il loro principe; è passato un secolo e mezzo da quella temporanea occupazione della Sicilia per parte de’ nostri principi, eppure la memoria di Vittorio Amedeo durerà così viva, ed avrà messe così salde radici, che, appena nel 1848 quei popoli sono liberi, il primo loro atto è quello di acclamare a proprio Re un Principe di questa Dinastia. E nel 1859, non appena la intrepida iniziativa dell’eroico generale Garibaldi restituisce questi popoli a loro medesimi, eccoli concordi far eco alla voce del loro liberatore; ecco questi popoli avere un solo grido di entusiasmo, per acclamare a loro Principe il glorioso capo di questa Dinastia, che veramente merita il nome di nazionale.

Questa medesima tendenza, quale si manifesta in tutta Italia e sempre nell’ordine politico, tale eziandio si manifesterà nell’ordine delle idee e dei sentimenti espressi dalle scienze e dalle lettere.

Urbano VIII, Innocenzo II proclamavano il duca di Savoia guardiano della libertà d’Italia.

Campanella vede in Carlo Emanuele I la salute d’Italia contro la straniera oppressione.

Vincioli, Marini, Chiabrera, Mazzara, nei loro carmi dal secolo XV al secolo XVIII, proclamano che nella Dinastia Sabauda sono le speranze d’Italia.

Che più?

Il bel paese giacerà nel fondo d’ogni dolore, travagliato da mali infiniti, dalle discordie intestine, dalla oppressione straniera. Si sparge l’annunzio che è nato un Principe al Duca di Savoia, ed un potente ingegno, illustre non meno nella severa scienza dei calcoli di quel che lo sia nella immaginosa arte della poesia; uno scrittore che appartiene ad altro Stato, che non è suddito del Duca di Savoia, che non può essere tacciato di cortigianeria, il Manfredi detterà quel mirabile sonetto, nel quale, dopo avervi dipinto l’Italia

Che sedea mesta e avea negli occhi accolto
Quasi un terror di servitù vicina,

conchiuderà, accennata la nascita del Principe di Piemonte, col profetico grido:

Italia, Italia, il tuo soccorso è nato.

Or bene, o signori, dacchè, rammentando il corso de’ secoli, noi vediamo manifestarsi così costante la doppia tendenza della Dinastia ad immedesimarsi nella Nazione, e della Nazione ad immedesimarsi nella Dinastia, non possiamo, non dobbiamo noi trarne la conclusione che io appunto vi proponeva da principio?

Il fatto a cui noi assistiamo oggi lo crederemo un fatto nuovo, o non diremo invece che è il quasi complemento, che è la penultima evoluzione (l’ultima sarà quella che ci renda Roma e Venezia) di quell’elemento tradizionale che deve avere il suo pieno soddisfacimento nell’intera liberazione d’Italia, nell’assoluta e definitiva costituzione della sua unità politica?

In presenza di tali fatti, o signori, io dimentico di essere nato in queste provincie, per non ricordarmi che di essere Italiano. Credetemi, non è perchè in queste antiche provincie noi beviamo colle aure prime l’affetto e la devozione alla Dinastia che io vi scongiuro a non separarla dal suo passato e da quello della nazione; come Piemontese, io terrei anzi un altro linguaggio, io vi direi anzi: troncate pure, se così vi aggrada, il filo tradizionale; segnate pure una linea dalla quale appaia che fino a ieri fu il Piemonte, che da oggi è l’Italia; come Piemontese, non saprei dolermene; anzi, mi si conceda questo breve momento d’orgoglio, anzi io direi: la storia dell’antico Piemonte è abbastanza pura e nobile, perchè ciascuno di noi possa, senza esitanza, assumerne tutta la solidarietà.

Ma è invece come Italiano che io vi dico: deh! non si spezzi questo filo tradizionale, non accresciamo le difficoltà delle nostre condizioni, non priviamoci di quel potente ausiliario, di quell’efficace prestigio che è il tempo!

L’Europa ci sta guardando, e sono tuttavia in essa taluni Stati, taluni Governi, i quali fanno le mostre di non conoscerci ancora, e affettano di chiedere che cosa sia questo regno d’Italia! E ci dicono: non vi conosciamo; chi siete voi? Homo novus. Ebbene, mettiamoci in grado di poter continuare a rispondere: se volete sapere chi sono, chiedetelo agli otto secoli che hanno preparato la mia trasformazione e che mi hanno fatto quale oggi mi rivelo al mondo!

In una parola: manteniamo la formola quale ci è proposta, votiamo la formola, come già l’altro ramo del Parlamento la approvò, affinchè il nostro pensiero, leggendo in fronte alle leggi il nome di Vittorio Emanuele II, possa contemporaneamente abbracciare in un solo e medesimo concetto, la Dinastia e la Nazione, il presente ed il passato, il Re che salvò lo Statuto dopo Novara e il Principe che fondò l’unità d’Italia. (Bravo! Bene!)

[p. 546 modifica]presidente. La facoltà di parlare spetta al deputato Pettinengo per un fatto personale.

di pettinengo. Io non sono oratore; è questa la prima volta che prendo a parlare in quest’aula; mi trema la voce, non il cuore; sono soldato, e come soldato desidero di parlare in questo momento.

Mi duole assai di non vedere al suo posto il deputato Petruccelli; il quale pronunziò parole che mi hanno.....

presidente. Se vuol parlare per un fatto personale, per cui potesse avere spiegazioni dal deputato Petruccelli, è meglio ch’aspetti che sia presente.

di pettinengo. È probabile che sia nelle sale attigue; pregherei perciò il signor presidente di farlo chiamare.

san severino. Domando la parola per fare un’interpellanza. (Entra il deputato Petruccelli)

presidente. Il deputato Di Pettinengo può continuare.

di pettinengo. Se bene ho inteso (e se il mio udito m’indusse in errore, accetto volontieri la rettificazione), parmi che, annoverando le varie opere provvidenziali che può contare il glorioso nostro Re, egli abbia pur detto che fu provvidenza del Re l’armata francese a San Martino. Prego il deputato Petruccelli a dirmi se abbia espresso questa idea.

petruccelli Ho detto che una provvidenza del Re fu l’armata italiana, che per cinque volte andò all’assalto contro il nemico a San Martino.

di pettinengo. Ha detto questo?

petruccelli. Sì.

di pettinengo. Io, a nome dei combattenti che con me salirono cinque volte il colle disputato, la ringrazio, dichiarandomi soddisfatto. (Applausi)

presidente. Il deputato Varese ha facoltà di parlare.

varese. Per mio conto dichiaro, e non per fare il bravaccio o lo spirito forte, ma per sentimento di convenienza e di franchezza, che vorrei che questa formola: Re per la grazia di Dio, la quale vanta novecento anni d’età, appunto quanti Matusalem, non fosse stata scovata fuori oggi, e rimessa in fiocchi, per un Re, il quale ha pur ora tirato un frego così vigoroso sulla grazia di Dio di tre o quattro principi e di un altro re. (Si ride)

Io ricordo che la formola ha un’origine più che sospetta; ricordo che ha degli antecedenti infausti e pericolosi; ricordo da chi fu inventata e perchè fu inventata, e all’ultimo parmi che o non dica nulla o dica appunto tutto il contrario di quello che le si vorrebbe far dire.

Ho detto che la formola fu inventata, non credesse taluno che l’abbia assunta spontaneamente un qualche principe devoto per atto di religione. Quando fu imposta la prima volta da Zaccaria a Peppino d’Austrasia, la formola aveva anche un po’ di giunta; la formola diceva: Re per la grazia di Dio e della Santa Sede apostolica.

Peppino aveva le sue buone ragioni per non dire di no; Peppino aveva allora usurpata la corona dei Franchi e non gli pareva vero di veder sanzionata la usurpazione a così buon mercato.

Dopo Zaccaria, Leon III la puntellava sacrando Carlo Magno imperador d’occidente, per ottenerne in compenso la prima fatal donazione, che non ebbe mai effetto; e la prima, checchè ci dicano della donazione di Costantino che non se l’è mai sognata.

Da quel giorno non vi fu chierico nella Chiesa romana il quale non si persuadesse, non credesse fermamente che il suo vescovo era il padrone assoluto, il legittimo distributore di tutte le corone del mondo.

La formola fu fatta valere nella sua integrità fino a tanto che un qualche principe, non so chi, ma certo un principe che non si trovava nelle condizioni stesse di Peppino e di Carlo Magno, e che si sentiva forte sulle staffe, ha creduto far atto di grande indipendenza intitolandosi semplicemente Re per la grazia di Dio; e lo era atto d’indipendenza, perchè intendeva a stabilire la massima fatta valere e messa innanzi tante volte poi, che cioè i re delle opere loro non dovevano render conto a nessuno, fuorchè a Dio. In una parola hanno bravamente confuso la grazia col diritto.

I pontefici sulle prime se ne mostrarono grandemente alterati; ma poi si acquetarono: si acquetarono o per la necessità, o perchè hanno capito, si sono lusingati che, alla fin dei conti, della grazia di Dio, su questa terra, il monopolio lo avrebbero sempre avuto loro.

Voi vedete dunque che allora la formola aveva un senso, anzi due sensi: permetteva ai re, quand’erano i più forti, di non riconoscere altro freno, altra podestà superiore che quella di Dio, cioè nessuna; e permetteva ai papi, quando avevano il coltello pel manico, di dare e di togliere le corone; e assai altre cose permetteva loro. Permetteva, per esempio, a Gregorio VII di far aspettare Enrico IV della casa di Franconia nel cortile della rocca di Canossa, durante tre giorni, digiuno, in camicia, coi piedi nudi nella neve; e più di sei cent’anni poi permetteva ancora a Clemente VIII d’imporre ad Enrico IV di Francia, che riceverebbe l’assoluzione da monsignor legato, nelle forme ordinarie. E vi ricordate voi quali erano le forme ordinarie? Le forme ordinarie importavano che il buon re Enrico, coricato boccone, colla pancia in giù, sarebbe stato bellamente frustato come un ragazzo indisciplinato e cattivo. E qui, lasciatemi soggiungere per incidenza, che Enrico IV otteneva a stento che l’assoluzione a quel modo, nelle forme ordinarie, l’avrebbe ricevuta per lui uno dei suoi ministri. (Ilarità)

Io son ben lontano dal voler attribuire alla grazia di Dio dei nostri giorni la virtù stessa che aveva allora. Le parole mutan senso; s’è scritto un libro sulla loro fortuna; il senso primitivo si modifica o si perde. Ma il senso primitivo di certe parole Roma lo chiude negli archivi con sette chiavi, e aspetta. E, se venissero certi tempi che molti rimpiangono, invocano e sperano; se, come dice Giusti, tornasse un secolo agli arrosti propizio, credete voi che degl’Ildebrandi e degli Aldobrandini non se ne troverebbero ancora? Rileggete l’ultima allocuzione di Sua Santità, e vedrete in quali disposizioni, oggi, in tanta luce, in tanto incremento di civiltà e di tolleranza, in quali disposizioni, dico, si trovi ancora al dì d’oggi la corte di Roma.

Ma, voi ci dite, è un omaggio che si presta a Dio; è per proclamare che riconosciamo da lui il gran miracolo della nostra risurrezione.

Sta bene; però... facciamo ad intenderci.

Volete voi significare che Dio, per una sua grazia speciale, ha dato oggi la corona d’Italia a Vittorio Emanuele? Che Dio, essendosi accorto che i principi, i quali erano già insigniti della sua grazia spartita in cinque, se ne mostravano indegni, ne abusavano, gliel’ha loro oggi ritirata per accumularla tutta sulla testa di Re Vittorio? Scusate, sarebbe una facezia; Roma dirà ch’è un’ironia, ch’è un epigramma, una bestemmia; che la grazia di Dio non è versatile. Roma dirà, e lo ha già detto, che è come se un lupo si pigliasse nell’ovile un grasso agnello, e, mentre se lo divora a colezione, si vantasse di averlo avuto dalla grazia di Dio. Gran superbia è la nostra di far sempre intervenire la Divinità nelle miserabili faccende di questo mondo! (Bene!)

E lasciamola lì, ch’io non voglio entrare in quistioni [p. 547 modifica]teologiche, ch’è una selva selvaggia, d’onde neppur Dante, colla scorta stessa del suo dottore, non saprebbe uscire. Ma lasciatemi dire che, se la grazia di Dio si manifestasse a questo modo, si manifestasse, cioè, col dare comando, titoli, signoria, corone e tiare, a guardarci intorno, nel presente come nel passato, parlando dal tetto in giù, bisognerebbe proprio dire che la grazia di Dio il più delle volte si è dimostrata cieca come una talpa.

Io non so dunque quello che si vale la vostra formola: dipendenza dai papi, no; libertà sconfinata al principe, no, no; resta il sentimento religioso a cui accennate; ma, o io grandemente m’inganno, o il sentimento religioso non c’entra per nulla; perchè, spremete fin che volete, tutti quanti siamo, grandi e piccoli, voi ministri, noi deputati, principi e spazzacamini, la quercia alta cinquanta cubiti, il virgulto due pollici, tutti siamo quel che siamo per la grazia di Dio.

La vostra formola è dunque ciò che i Francesi chiamano une banalitè, une chose banale, una cosa d’uso, triviale, un modo di dire privo di senso, perfettamente inutile.

Ma, transeat; la Camera forse ve la menerà buona, perchè, adesso che l’avete presentata, che il Senato l’ha sancita, ripudiarla noi, dicono che farebbe cattivo effetto, che sarebbe uno scandalo, che strillerebbero come galline. Io stesso che strillo qui, vi darei il mio voto, se non fosse che molti c’incolpano d’ipocrisia. Scusate; vi hanno udito proclamare con tanta ostentazione: siamo cristiani ortodossi noi; noi non ci vogliamo scostare nè d’un dito dalla tradizione degli avi; vogliamo guarentita l’indipendenza del pontificato, la maestà, la pompa della Chiesa; guarentito il dogma, guarentita la fede; che so altro ancora volete guarentito; vi hanno udito parlare con terrore di dugento milioni di cattolici, come d’un esercito già crociato, che non ci pensano neppure, li, coi fucili spianati, pronti a far fuoco su voi, su noi, su quella stessa corona, sulla quale scrivete a larghi caratteri: per la grazia di Dio, come per levarvi un parafulmine; vi hanno veduto far atti quasi di schifo e di ribrezzo ai soli nomi di Hegel e di Strauss, usciti a caso, furtivamente, per semplice incidenza, dalla bocca d’un nobile oratore; ebbene, da tutte queste cose i tristi argomentano che abbiamo paura; argomentano che ci proviamo, c’industriamo a prendere, come si suol dire, il Turco pei baffi, con un po’ d’ipocrisia. Sapete bene: chi mal fa, mal pensa.

Se tale fosse il vostro intendimento, io per me non avrei l’onore di essere del vostro parere; nè la Camera, nè la nazione vi seguirebbero per questa via. Oh che! Credereste mai che Roma, i vescovi, i cardinali, i Dupanloup, i Larochejaquelin e tutti quanti dubitino della nostra religione? Che ci sospettino di voler fare uno scisma? Oibò! Ma giova loro che si creda.

E d’altra parte, poichè ci sono, credete voi che quando affermano con tanta prosopopea che il temporale è indispensabile per esercitare degnamente, liberamente il pontificato, siano di buona fede? Mai no, mai no! La storia la sanno meglio di noi; lo sanno meglio di noi quello che loro impone il Vangelo, quello che si volevano gli apostoli. Ma... ma! Il temporale procura loro ricchezze, onoranze, cortigiani, signoria, tutto ciò che lusinga le ambizioni terrene, tutto ciò che soddisfa le passioni umane, e rinunciarvi per non occuparsi che delle sublimi incombenze del sacerdozio secondo i dettami di Gesù Cristo, a rendere migliori gli uomini ed obbedire alle leggi» par loro un’umiliazione, par loro di farsi vassalli dopo essere stati dominatori.

Signori, volete andare a Roma e starvi: ci andremo a Roma e ci staremo, perchè l’Italia vuole la sua Roma: la sua Roma,

notate bene, giacchè, oh vituperio! ci avevano ridotti a parlar di Roma, come se Roma non fosse Italia! Vi sono ancora degli ostacoli, voi confidate rimoverli colla diplomazia, lo spero; e se la diplomazia fallisse, se la diplomazia si dimostrasse impotente, e non pertanto andremo a Roma. O in un modo o nell’altro, noi sapremo persuadere al mondo che dobbiamo andare a Roma, che non possiamo a meno di andarvi, ch’è il nostro dritto. Ma andiamoci colla fronte scoperta, senza i vecchiumi che non dicono più nulla, e inventati per un tristo fine. Nessuno poi ci sospetti d’ipocrisia, ch’è mantello indegno.

Re d’Italia, per volontà della nazione, è il più bello, il più santo, il più incontrastabile, il più legittimo di tutti i diritti. (Segni d’approvazione) E siate certi che Dio lo benedirà, perchè Dio vuole il giusto, Dio vuole l’onesto, Dio vuole che quando i popoli consentono ad essere governati da un re, lo siano da un re galantuomo come il nostro (Bene!); e le vane parole Dio le sperde; e dell’incenso dell’ipocrisia qual conto egli faccia, lo sapremo quando ci troveremo tutti nudi nella valle di Giosafatte. (Vivi segni di approvazione da varii banchi)

presidente. Ha facoltà di parlare il deputato Doria.

doria. Allorquando fu proposta la legge proclamatrice dell’unità del regno d’Italia, ridonante alla madre di tutte le attuali civiltà il diritto di assidersi al desco delle grandi nazioni, versarono i deputati del mezzogiorno in penosa perplessità.

Da un lato sentivano la prepotente necessità di concorrere coi fratelli della Penisola, unanimi, speranzosi, fiduciosi al fiat di nostra redenzione, affinchè Europa civile sentisse, che uno è il bisogno, uno il volere dal Tirreno all’Adriatico, dall’Alpe al Peloro. Nè poteva esser nato in Italia, chiunque non avesse sentito piegarsi riverente le ginocchia all’Essere degli esseri, per averlo riservato alla ineffabile gioia di quel sublime spettacolo.

Che cosa eravamo un momento prima? Vel dica l’atroce sarcasmo del teutono Metternich: una pura espressione geografica! Dunque, stranieri in casa nostra, Italiani senza una patria italiana!

E pur troppo la storia dava ragione al superbo: da secoli non ci presenta che una gente indigena sempre conquisa e gemente; ed altra straniera, conquistatrice ed insultante. Che monta il nome di questa? Longobardi e Goti, Normanni e Spagnuoli, Francesi e Tedeschi, furono tutti dello stesso conio: pesarono tutti su noi, come Spartani sopra iloti; ci astrinsero a servir sempre o vincitori, o vinti: ci retribuirono con la barbarie dello incivilimento, che in essi aveano inoculato i nostri padri, i Romani.

Per quale inconcepibile fenomeno la sveltezza delle menti italiche si è lasciata soggiogare dalla fierezza dei barbari, dalla superbia ispana, dalla leggerezza francese, dalla brutalità tedesca?

La ragione non è punto arcana: perchè tutti gl’invasori compresero ed attuarono il gesuitico dividi e regna; ma noi invasi non mai comprendemmo davvero che l’unione fa la forza.

Dunque la storia non aveva efficaci parole per noi! dunque avevamo perduto non solo il bene dell’intelletto, ma ben anco quello della memoria! Diversamente non avremmo obbliato che la facoltà assimilatrice avea renduto Roma la signora del mondo; l’unione delle repubblichette del medio evo avea fiaccato la potenza del Barbarossa.

In rapporto alla politica eravamo dunque scissi, deboli, sprezzati, conculcati. Stavamo forse meglio nella vita interna?

Ma chi ignora di noi, che, come altrove la scienza, nel [p. 548 modifica]mezzogiorno d’Italia si coltivava e premiava la ignoranza, senza cui era impossibile conservarci branchi di pecore e di zebe? la discordia per istolte gare municipali, come se fosse stata gloria od utilità l’abbassare i fratelli al nostro livello di abbiezione, anziché innalzarci tutti a comune livello di grandezza e di prosperità?

Chi ignora la schiavitù, che n’era la necessaria conseguenza? Rifugge il mio pensiero dalla siepe di baionette, mercè cui tutelavasi la quiete carceraria, direi meglio, sepolcrale dell’ex-reame di Napoli. Non solo era inviso il moto intellettuale, che avrebbe scoperto un altro orizzonte d’idee e di desiderii, ma benanco vietato il movimento fisico, per forzato sospettoso confino.

Non vi é stata famiglia, che non abbia veduto violata la santità del domicilio; che non abbia versato lagrime di dolore, nel vedersi divelti i suoi cari dal seno per insani sospetti, o gittati nelle cupe prigioni, o spersi dal vento dell’esiglio, dolore supremo, che si riteneva una grazia, per salvarsi dal mal maggiore degli ergastoli e dalle mannaie, pene non più retaggio del delitto, ma seguaci dell’amor della patria.

Chi ignora la miseria impostaci quasi per farci tenere chino e dimesso il capo? Spente le industrie, impraticabili le strade, inapprodabili i porti; una cosa solo era in istudio fiorente: il monopolio della setta dominante, in cima a cui stava il demoralizzato e demolarizzante Governo.

Ed in quel supremo istante che cosa eravamo per divenire?

Liberi cittadini, non di sprezzate frazioni, sibbene della grande famiglia del si.

Rinati nel mondo della intelligenza, poiché acquistavamo il diritto di apprendere dalla sapienza altrui, senza il beneplacito della Congregazione dell’Indice, di manifestare i nostri pensamenti mercè la libera stampa.

Rinati al commercio, poiché nostre divenivano le industrie tutte del bel paese; nostri i navigli protettori di Genova e Livorno, di Napoli e Sicilia, di Ancona, ed in rosea speranza della già già risorgente signora delle lagune; nostre le strade ferrate che hanno fatto sparire le distanze, e con ciò l’unico ostacolo magnificato dal grande Napoleone alla unificazione della nostra Penisola; spezzate le avare linee doganali; sperperati gli eserciti di pubblicani, che, come vivente muraglia della China, dividevano i fratelli dai fratelli.

In quello istante solenne noi eravamo dunque tra un doloroso passato ed un sorridente avvenire: quale sciagurato avrebbe potuto tentennar nella scelta? E specialmente quando la Provvidenza visibilmente aveva scritto la sillaba, che non è forza umana cancellare? Vedetela ordinare i mezzi alla gran meta. Tristi principi, che, per conservare un irrevocabile passato di sognata grazia di Dio, si baloccano del nome augusto di Dio, disinvoltamente spergiurando, e continuando a mungere e tosare, da una parte. Dall’altra, la famiglia dalle bianche mani, che nell’amore non mai tentennante dei suoi figli più che sudditi, da nove secoli si matura agli alti destini. Il gran giorno è arrivato: Carlo Alberto incontra il martirio per la causa italiana; è giusto che suo figlio raccolgane il glorioso retaggio. All’erede di tanti illustri, a colui che raccolse entro il mantello forato da palle nemiche la corona paterna, insanguinata, ma di sangue nemico, a Novara; a colui che piccolo vicino guardò in viso il colosso dai piè di creta, e lo fe’ impallidire; al caporale dei Zuavi, vincitore di Palestro e di San Martino; al Re, cui, vivo, la storia ha dato l’unico epiteto di galantuomo, è giusto che Italia tutta, unanime, fidente, riverente, commetta i suoi futuri destini. Ed io, ch’ebbi l’onore fortunato di riportare sull’ara della patria restaurata i voti de’ miei estremi Calabresi, con tutta effu- sione proruppi con tutti voi nell’unico grido di Viva Vittorio Emanuele, re d’Italia.

Raccolga egli il magnifico retaggio dei Cesari: realizzi quel che fu sogno per Astolfo e Desiderio: vesta per sempre lo splendido paludamento indossato per brevi istanti da Berengario e da Arduino; sia l’ignoto desiderato, che fe’ perfino divenire ghibellino l’Alighieri, che indusse il Segretario Fiorentino ad augurarci un despota, purché unificasse l’Italia.

Furono questi i voti di 22 milioni di redenti; non isfugga mai ai più tardi nepoti dell’Eletto, che la sventura dei popoli fe’ man bassa sulle male signorie; che la patriarcale bontà di Casa Sabauda l’ha innalzato a tanta grandezza; che 26 milioni di cuori palpitano di riverenza e di affetto; che è un dovere pei Reali di Savoia esser simili ai loro maggiori in bontà, è un dovere esser grati verso il popolo italiano.

Ma nel soddisfare in quel giorno memorando ai debiti del cuore, dall’altro lato rimaneva a far qualche cosa sulle esigenze dell’intelletto. Dovevamo all’Europa lo spettacolo della unanimità sulla unità d’Italia sotto lo scettro di Vittorio Emanuele; ma dovevamo a noi stessi ed ai nostri mandanti la parta secondaria della legge. Fu quindi provvido consiglio occuparsi in quella tornata della sola proclamazione, di essersi rimandato a libero e coscienzioso esame tutt’altro.

E mi permetta la Camera protestare fin da ora, che io non sarò schifiltoso per semplici parole, ma debbo esserlo per parole, che implicano idee o producono effetti.

Non posso disapprovare che nella legge siensi congiunte le due origini della sovranità di Vittorio Emanuele. La sola grazia di Dio, ben disse un eloquente deputato, è stata spesso la disgrazia dei popoli: ma quando a questo fondamento del diritto storico-religioso si unisce l’altro importantissimo della volontà popolare, che è la vera manifestazione della volontà di Dio, la esclusività de’ due opposti principii si dilegua, e ne risulta tale armonia, da contentare le pavide coscienze e le menti vivaci. È altamente utile che si sappia dai milioni d’Italiani che per la grazia di Dio il Lazzaro quatriduano della nostra patria è risorto; importa che stia fermo che il miracolo della risurrezione non ebbe luogo che col concorso di tutte le finora sparte e scisse membra della Penisola.

Però mancherei ad un sentito dovere, se non mi dolessi del vedersi conservato l’addiettivo II al nome glorioso del Re Eletto. Se si trattasse di una tesi accademica, lo combatterei, perchè fa a capelli con la logica.

II presidente del Consiglio esponeva al Senato: «che il regno d’Italia è oggi un fatto: questo fatto dobbiamo affermarlo in cospetto dei popoli Italiani e dell’Europa.»

Più vivacemente diceva in quest’aula: «che diverse frazioni di nazione si riscuotono finalmente invocando il loro diritto; rinnovellano sè stesse, e si affermano al cospetto del mondo.»

Or bene, o rappresentanti, se il regno d’Italia non era ieri per colpa di fortuna e sua, se oggi è fatto; se questo fatto di oggi bisogna affermarlo, il Re di questo nuovo regno d’oggi è primo; non può esserlo secondo, come lo era del regno cessato ed assorto.

Non mi fermerò sui precedenti storici, poiché veramente ne avremmo a iosa in favore dell’una e dell’altra ipotesi. Che monta, da un lato, che Giacomo VI di Scozia diventi I d’Inghilterra; che Ferdinando Borbone da III e IV di Napoli e Sicilia diventi I del regno delle Due Sicilie; che Francesco II di Germania diventi I d’Austria, e via discorrendo; e, dall’altro, che Federico II di Prussia tale si conservi, comunque alla corona ducale surroghi la reale? ed Amedeo VIII, comunque alla corona de’ conti surrroghi quella di duca? La storia non [p. 549 modifica]mai copia sè stessa; ed i fatti che si possono addurre giustificano i fatti medesimi, ma non possono costituire un principio. La ragione sta nel non esservi parità di circostanze. Fino ai nostri giorni le assunzioni al trono non aveano che due origini: la successione e la conquista. E sarebbe stato illogico volere che l’erede, occupante il posto del suo autore, per la regola che il morto abbraccia il vivo, si potesse esimere dall’essere un anello progressivo della catena, un anello che, per esser saldo, doveva rimaner legato agli avi, per dar mano ai suoi successori. Dicasi lo stesso per la conquista: subbiettivamente il conquistatore non muta, rimane lo stesso; non è illogico che conservi il suo nome.

Ma può dirsi lo stesso, quando diverse frazioni di nazione si riscuotono per invocare il loro diritto, per rinnovellarsi ed affermarsi? Avete invece un fatto nuovo, che non può essere signoreggiato da regole antiche. Il fiat, che ha creato il regno d’Italia, mette una diga tra il passato, doloroso comunque illustre, e l’avvenire che si spera lieto e glorioso. Comincia una nuova êra; comincia una nuova serie di principi.

E se, lo ripeto, la presente discussione fosse accademica, vi direi che, conservando l’epiteto consueto, impicciolireste il nuovo monarca. Se desso nulla avesse fatto, lo avreste senza dubbio chiamato Vittorio Emanuele II. Ed ora che la sua lealtà ed il suo valore lo han renduto creatore di una grandezza, ch’era follia sperare, gli conserverete lo stesso nome? No; bisogna dargli la gloria che gli compete, il nome dovuto al fondatore di una grande nazione, che riconoscente lo acclama.

Invano udrei parlarsi di spezzate tradizioni di famiglia. Vittorio Emanuele deve al nascere della leale famiglia la sua crescente grandezza; i suoi tardi nepoti non obbliino giammai la purezza di loro origine.

Ma se i suoi grandi avi potessero alzare il capo dall’onorato avello, imporrebbero a lui, imporrebbero a noi, d’inaugurare un’êra novella, di cominciare una nuova storia, monda di grettezze municipali; poiché è gloria dei padri che i figli sien più grandi di loro. Con diversi principii il macedone Filippo avrebbe dovuto dar commiato allo Stagirita, affinchè il giovane conquistatore dell’Asia non divenisse più grande di lui. Bernardo Tasso avrebbe dovuto strozzare la sorgente soverchiatrice fama del cantore del Rinaldo innamorato... Ma non è inutile che io mi sforzi a dimostrare gli assiomi?

Vi direi che sta nelle gloriose tradizioni di Casa Sabauda un irrecusabile precedente. II grande Amedeo VIII aveva esaurito la parabola delle umane grandezze: eroe, legislatore, fondatore di uno Stato potente, padre de’ suoi sudditi. Ripaille lo accoglie, come oasi nel deserto della vita; ma basta il suo nome glorioso per richiamare il concorso dei più distinti personaggi, fra cui il futuro Pio II. Or bene, venne assunto al potere delle somme chiavi, ed assume il nome di Felice V.

Signori, non vedete in questo che i grandi avi del monarca italiano, nelle occorrenze, abbandonano il loro nome illustre, famoso, per prendere quello che conviene alla nuova maggiore dignità? E come non direte mal fatto, che Amedeo VIII si fosse chiamato Felice V, direte benissimo fatto che Vittorio Emanuele II, glorioso Re di Sardegna, si chiami da ora innanti Vittorio Emanuele I Re d’Italia.

Ma noi versiamo non in rettoriche elucubrazioni, sebbene in gravissimi studi politici; misuriamo dunque l’opportunità del da farsi sul ragguaglio dell’utile e del nocumento che potrà derivarne nella politica esterna e nell’interna

Nella esterna.— Se si prescinda dall’Austria, tutte le nazioni civili hanno spiegato le più calde simpatie per la risur rezione della genitrice della civiltà: anche i loro Governi, comunque pieganti alle esigenze diplomatiche, non han potuto maledire all’alma parens, scossasi dal millenare letargo. La nobile Inghilterra, la libera Svizzera, i democratici Stati Uniti, han fatto voti per noi. La potente Francia ha contratto il vincolo del solido, col cemento del sangue latino, che scorre nelle comuni vene, e che ha sì generosamente sparso per noi. Checché sia del Governo, le magnanime Cortes ci han mandato il saluto della fraternità; parole di caldo affetto riguardo al Piemonte si sono pronunziate nella Camera della Germania. Pare che siasi avverato il vaticinio del bardo di Albione:


Pentita un dì del parricidio, Europa
Sarà tuo schermo; e la barbarica oste,
Indietro spinta, chiederà perdono.


Or bene, rappresentanti, può immaginarsi che tutte queste grandi nazioni, che non hanno strozzato il gran fatto della unificazione italiana quando ancora era dubbio il suo possibile trasmodamento, si dolgano del nome che sarà per prendere il Monarca italiano? Il timore avrebbe dovuto aver luogo per la formazione di un nuovo gran regno, quante volte questo non avesse avuto il senno che i suoi stessi nemici debbono riconoscere; quante volte avesse mostrato la impossibile follia di volere egredire i limiti tracciatigli dal dito di Dio, le Alpi ed il mare. Ma per un nome non si fa la guerra, nè i politici leggono sul serio la dissertazione ingegnosa dello Sterne sulla influenza dei nomi, poiché la politica lavora sulla storia, non già sui romanzi.

Ma l’Austria? Dessa, che due anni or fa metteva in parodia il suo picciolo vicino, e rammentava l’apologo della ranocchia e del bue! Oh! l’Austria ha senza dubbio smesso tal vezzo dopo Palestro e San Martino. Ma credete che ha bisogno di nomi per sognare alla preda l’aquila grifagna — Che per più divorar due becchi porta?

Dilemma: gli stranieri amici, od almeno imparziali, se ci consentono il fatto della unificazione, non possono dissentire che usassimo la parola che lo manifesta, non l’altera. I nemici, gl’invidi, i gelosi, e come tutti gl’irragionevoli, son pochi, ci avverseranno per la cosa, non già per la parola.

Politica interna.— Rappresentanti d’Italia, non avrei osato sì lungamente fastidirvi, se fondatamente non temessi che questa quistione nominale non sia di alta importanza per la nostra pace domestica. La unanime armonia, che ha finora imposto all’ammirazione di Europa, è sì bella, sì fruttuosa, che ognuno di noi dee tremare che un’aura la scuota, un respiro la appanni.

Il mezzogiorno d’Italia non istava bene; perciò con tanta unanime alacrità sorse a spezzare il giogo borbonico, e lo infranse per sempre.

Ma quel giogo era sorretto da una casta incorreggibile, dalla burocratica miriade di sozze e voraci arpìe. Udiste in occasione delle interpellanze dell’onorevole Massari, che i poteri succeduti al borbonico hanno creduto possibile il miracolo di convertirla e correggerla. Io sono per indole ottimista e desidero che il miracolo avvenga; ma, perchè miracolo, non vi credo.

Quel giogo, che dalla sana parte del nostro clero, molti del quale seggono onorevolmente in quest’aula, era maledetto, veniva però predicato soave da altra miriade di frati e di preti, che, scambiando il sacerdozio in mestiere, non poteano maledire nel Borbone quel che si praticava dal Governo papale. Quelle prediche, d’altronde, erano l’unica moneta corrente per lo acquisto delle mitere e dei pastorali.

Sveltissima, ma ignorante d’ignoranza coltivata, è la mag[p. 550 modifica]gioranza delle nostre contrade. Or, sinacchè in essa non si faccia la luce, credetelo a me, sarà lo zimbello dei confessionali, dei perfidi consigli del compare arciprete.

Or sapete i borbonici ed i falsi sacerdoti che cosa van mormorando a quella povera gente?

Che il Governo centrale, ottenuto il plebiscito, ne ha fatto perfino dimenticare il nome, non avendolo pronunziato una volta.

Che anzi, lungi dal medicare le piaghe cruenti, le ha lasciate inasprire, affinchè, per disperazione, si lasciasse piemontizzare, e ridursi l’ex-reame a provincia.

Non ho bisogno di dimostrare la melensaggine di siffatte accuse. La Camera ha tenuto conto al Ministero della nobile dichiarazione, che Roma sia la indispensabile capitale del regno; le intelligenze meridionali ammirarono l’abnegazione della generosa Torino, che, in vista dell’utile generale, non tentennò di esautorare sè stessa; ammirarono la tenacità del proposito dell’eroico Piemonte, che seppe sobbarcarsi con ogni maniera di sacrifizi al còmpito di divenire egli stesso una provincia. Non comprendo perciò il significato del piemontizzamento, tostochè il Piemonte ha voluto, al pari di Napoli e Sicilia, di Toscana e Lombardia, dell’Emilia e dell’Umbria, misurarsi alla stessa stregua, direi quasi romanizzarsi... dico male, italianizzarsi!

Ma se il Ministero ed il nobile Piemonte sono stati capaci di sacrifizi reali, come dare in questo frangente ai borbonici e clericali degeneri l’arma terribile, comunque nominale, del Vittorio Emanuele II? Vedete, diranno, che voi avete abdicato all’autonomia, non per creare l’Italia, ma per ingrandire il Piemonte.

È storto il ragionamento, lo so; ma le rivoluzioni, i cataclismi non sono mai provenuti dal fior di logica.

Signori ministri, a voi mi dirigo quindi con sentita fidanza.

Vi sorride la immortalità. Il vostro merito e la vostra fortuna vi fe’ vivere in epoca in cui astringer potrete la storia ad incidere i vostri nomi sulle eterne sue pagine. Ma è d’uopo che facciate l’Italia; e sapete che in politica nulla è fatto se resta cosa da fare.

Voi circondate col vostro consiglio la fenice dei re, che, per bene d’Italia, non tentennò di sacrificare la culla e la tomba degli avi suoi, dunque per lo stesso scopo non tentennerà un istante a prendere il nome glorioso di primo Re d’Italia.

Ricordate che tutti, niuno escluso, han votato la unità nazionale; ma la maggioranza delle popolazioni non si pasce di idee, sibbene di sensazioni.

Avete promessso al più presto pane e lavoro; con piacere sento che le opere pubbliche hanno avuto principio; continuate.

Avete promesso di voler cernere seriamente i buoni fra i rei; attenete la promessa.

Non sia la menoma cosa negletta, specialmente quando si tratti di conservar l’armonia della nazione, di allontanare ogni sospetto di municipalismo.

Ma voi non vorrete fare il volo d’Icaro; voi non permetterete che lo straniero continui a credere che la vivacità italiana sa fare, ma non sa conservare. Voi quindi vi assoderete al fausto grido, col quale s’intesteranno gli atti di: Viva Vittorio Emanuele, per grazia di Dio e per volontà nazionale, primo Re d’Italia.

presidente. Ha facoltà di parlare il deputato San Severino, il quale intende proporre un’interpellanza.

Voci. Non siamo più in numero!

san severino. Pregherei il sigror ministro dei lavori pubblici di voler dire quando sia di suo aggradimento rispondere ad una mia interpellanza, dirò meglio ad uno schiarimento che io intendo chiedergli circa il tronco di strada ferrata da Treviglio, Crema e Cremona.

peruzzi, ministro dei lavori pubblid. Io sono a disposizione della Camera, quando crederà fissare, anche domani.

presidente. Porremo quest’interpellanza all’ordine del giorno dopo quella del deputato Ricasoli.

peruzzi, ministro pei lavori pubblici. Potrò anche in tale occasione rispondere all’interpellanza annunciata dal deputato Pescetto circa la ferrovia di Savona.

presidente. Saranno poste all’ordine del giorno unitamente.


PRESENTAZIONE DI UNA PROPOSTA DI LEGGE PER APPROVAZIONE DI UNA SPESA DI 3,500,000 LIRE PER ACQUISTO DI MATERIALE MOBILE PER LE STRADE FERRATE


peruzzi, ministro pei lavori pubblici. Ho l’onore di presentare alla Camera un progetto di legge per approvazione di una spesa nuova di 3,500,000 lire per acquisto di materiale mobile per le strade ferrate esercitate dallo Stato.

presidente. La Camera dà atto al signor ministro della presentazione di questo progetto di legge, che sarà stampato e distribuito.

La seduta è sciolta alle ore 5 1/2.


Ordine del giorno per la tornata di domani:


1° Seguito della discussione sul progetto di legge concernente l’intestazione degli atti del Governo;

2° Discussione del progetto di legge relativo alla convenzione addizionale al trattato di commercio colle Città Anseatiche.