Dal Trentino al Carso/Sul Carso/La Battaglia di Novembre/La manovra vittoriosa

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La manovra vittoriosa

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LA MANOVRA VITTORIOSA.

Zona di guerra, 4 novembre.

È il terzo giorno di lotta. La grande battaglia non ha soste. Quando il combattimento sembra languire in un punto, ridivampa in un altro. Si succedono ammassamenti di truppe, schieramenti, avanzate, manovre, assalti, con una continuità stupenda. L’entusiasmo dà ai nostri magnifici soldati delle energie sovrumane.

Se invece che sopra una selvaggia terra di desolazione si combattesse su territori fertili cosparsi di luoghi abitati, avremmo una impressione più precisa della conquista per i nomi conosciuti dei villaggi, dei borghi, dei paesi, successivamente occupati. Una enumerazione di [p. 304 modifica] anonime «quote» non parla all’immaginazione, non mette alla battaglia un titolo storico. La vittoria di Gorizia assunse un valore gigantesco perchè ci dava una grande città. Ma militarmente questa terza battaglia dell’Altipiano di Comen, la quale ci dà soltanto delle vette brulle, delle tetre foreste, delle spianate sassose è una delle azioni più bele e più grandiose della guerra.

La lotta continua. La linea avanzata nostra — dalla strada mediana, che va da Oppacchiasella a Castagnavizza, all’alto costone settentrionale del Carso, cioè nel settore in cui il nostro assalto ha sfondato la fronte nemica — ha preso successivamente forme tortuose e strane. L’attacco ha puntato verso le cime da monte a monte, da collina a collina; ha strappato uno dopo l’altro al nemico i punti più forti; ed erano come dei possenti tentacoli che si spingevano avanti, sottili e impetuosi, si aggrappavano, formavano vigorosi salienti ai quali si appoggiava l’avanzata. A poco a poco, fra loro progredivano le masse di collegamento, e la linea si ricomponeva tesa da un nuovo caposaldo all’altro.

L’armonia degli sforzi, il concatenamento delle manovre, la prontezza nel profittare di ogni successo per arrivare ad un successo maggiore, formano la caratteristica più bella di questa [p. 305 modifica] battaglia, tutta movimento, fatta di evoluzioni, di aggiramenti, di sorprese, nella quale i reparti nemici sono stati tagliati fuori, spezzati e presi come da un lavorìo di immense tenaglie. È impossibile seguirla e descriverla nei suoi particolari. Ma per dare un’idea della situazione in questo momento bisogna ritornare un po’ all’inizio, ai due mirabili fatti che hanno determinato la decomposizione di un’ala nemica: la presa del Veliki Hribach e del suo contrafforte, il Pecinka.

Gli austriaci si erano resi conto non soltanto dell’imminenza dell’attacco, ma anche dei come l’attacco si sarebbe manifestato. Il tempo ci aveva traditi. Più volte, negli ultimi dieci giorni, le nostre artiglierie avevano cominciato i loro tiri di inquadramento, sempre interrotti dalla pioggia. Questi tiri, concentrati in determinati settori, avevano rivelato al nemico i punti di massima pressione, e la pioggia gli aveva dato il tempo di provvedere alla difesa. Di fronte, a quei punti aveva predisposto le truppe più solide, mentre le sue artiglierie di medio e di grosso calibro tempestavano quelle nostre trincee dalle quali esso si aspettava il colpo d’ariete. Per giorni e giorni le truppe nostre alle quali erano affidati i compiti più importanti, sono state sottoposte a quel terribile «fuoco di abbrutimento» che infligge perdite talvolta gravi e accascia e paralizza. Non [p. 306 modifica] si aspettavano i nemici, dopo questi bombardamenti, di vederle balzar fuori impavide, ardenti, veementi.

Dopo cinque minuti dall’inizio dell’assalto, alle undici e un quarto precise, era già segnalata la conquista della prima linea austriaca al nord di Loquizza. La linea era spezzata in due punti. Si è visto sul sasseto cinereo uno sparpagliamento frenetico di battaglioni pernici in cerca di uno scampo, che non trovavano più. Erano presi in mezzo. Ovunque corressero si trovavano di fronte a plotoni italiani che abbassavano le baionette urlando: Giù le armi! Arrendetevi! Le prime carovane di prigionieri scendevano folte per i camminamenti, correndo. Un atletico maggiore dei kaiserjäger, presso alle rovine del miserabile villaggio di Loquizza, consegnandosi ad un capitano dei bersaglieri, gli ha steso la mano ripetendo con aria stupefatta: Bravi! Bravi! — L’assalto proseguiva verso i suoi grandi obiettivi.

Penetrata la prima e la seconda linea nemica nella sella fra il Pecinka e il Veliki, un reggimento di fanteria mutava bruscamente direzione, si avventava a sinistra, saliva verso la vetta del Veliki Hribach, più alta di quasi duecento metri. Saliva di corsa sul declivio arido, roccioso, nudo; il monte non ha vegetazioni sul fianco meridionale. L’ [p. 307 modifica] assalto avvolgeva dal sud tutta la difesa del monte. Si vedeva da tutte le parti. Per lunghi, tremendi minuti, l’ascesa eroica di quella moltitudine che pareva trasportata da una forza sovrumana, ha formato lo spettacolo centrale della battaglia. Un ondeggiare di fumose caligini la velava, poi ricompariva più precisa, più in alto. A mezzogiorno la cima del Veliki era presa. In cinquanta minuti la immane fortezza era caduta. Intanto le truppe che avevano fatta irruzione a Loquizza avevano già conquistato con analoga manovra il Pecinka, che ha tutta l’apparenza di uno di quei cumuli di ghiaia che si allineano ai fianchi delle strade maestre, ma un cumulo gigante, largo trecento metri, fatto di macigni.

Si ponga mente alla contemporaneità delle azioni e all’influenza dell’una sull’altra. Non si teneva il Veliki senza il Pecinka, non si teneva il Pecinka senza il Veliki. Bisognava avere tutti e due i capisaldi, e nello stesso momento. I due assalti si sono appoggiati, per dir così, fra loro.

Dal Pecinka l’assalto, senza fermarsi, ha proseguito immediatamente verso la vetta successiva, lievemente più alta, la Quota 308, difesa da appostamenti di nuclei dispersi, fuggitivi che cercavano di far argine profittando dei vantaggi del terreno. I nostri avanzavano di corsa, con gli ufficiali alla testa. Avvenivano episodi di [p. 308 modifica] epica grandezza. Il grido di «Viva l’Italia!» echeggiava incessante fra le balze orride. Un reggimento, correndo, ha sorpassato ad un certo punto il suo colonnello, il quale più tardi doveva rimanere ferito, ed i nostri soldati che gli passavano vicino si fermavano un istante a baciarlo. E poi, via, avanti!

Così pure l’attacco, più lento perchè imbarazzato da boscaglia e ostacolato da piccole resistenze, avanzava dal Velila Hribach lungo il costone. Alla notte raggiungeva la vetta successiva, più alta, selvosa, senza nome: la Quota 376, oltre ad un chilometro dal Veliki. La penetrazione, in tal modo, è avvenuta profondamente lungo due direttive parallele: ha insinuato nel territorio nemico due grandi cunei. La disorganizzazione momentanea del nemico si è rivelata nel silenzio profondo delle sue artiglierie, nella mancanza — per molte ore almeno — di ogni reazione organizzata. Degli ufficiali di artiglieria austriaci fatti prigionieri, presi insieme ai loro pezzi — obici di medio calibro — narrano con ingenuità il loro sbalordimento. La loro batteria era ancora in azione quando il suo osservatorio ha cessato subitamente di comunicare i dati di tiro: dal fondo del suo ricovero, in una ampia foiba oltre il Pecinka, il comandante austriaco si è attaccato ad un telefono chiamando il comando superiore; non avendo risposta, è corso ad un altro [p. 309 modifica] telefono: silenzio. Non sapeva come spiegarsi una interruzione generale delle linee, quando ha udito il gridìo dei nostri. Un istante dopo la foiba era invasa.

L’avanzata italiana arrivava in pieno sui servizi di retrovia. Gli austriaci avevano previsto la perdita di qualche tratto della prima linea, ma si sentivano sicuri di fermarci in tempo, credevano fermamente di poter creare nuovi argini immediati. Per due volte eravamo arrivati già sul Veliki, nelle passate offensive, e non avevamo potuto mantenerci sulla vetta. Ora l’assalto era entrato nel vivo dell’organismo nemico, ne troncava i nervi. La prima ondata sorprendeva corvées cariche dì munizioni, piombava su delle salmerie.

Verso la Quota 308 una lunga carovana di muli che portava caffè, acqua, rancio e cartucce ai combattenti austriaci, si è trovata davanti ad una pattuglia italiana. Uno dei conducenti, un triestino, arrendendosi, ha detto al nostro ufficiale: «Sior tenente, conosso la strada per l’Italia!» — «Bene, allora va in Italia e guida gli altri!» gli ha risposto l’ufficiale, e lo ha lasciato andare. La carovana austriaca, con le some intatte, col suo caffè, la sua acqua, il suo rancio e le sue cartucce, ha proseguito tranquillamente il cammino, senza scorta, e non è stata lieve la sorpresa dei nostri nel [p. 310 modifica] Vallone quando hanno visto scendere fra loro, dalla strada di Loquizza, la lunga teoria di conducenti e di muli, ordinata e tranquilla.

La controffensiva nemica non ha cominciato a manifestarsi con risolutezza che nella notte. Un terribile, intenso fuoco di grossi e medi calibri si è improvvisamente concentrato sulla Quota 308, e più indietro sul Pecinka, e sugli accessi a Loquizza e al Pecinka. Tiri di interdizione, tiri di demolizione, tiri di sbarramento. Non meno di trenta o quaranta batterie convergevano il loro furore su quel settore. Il piano austriaco tendeva allo schiacciamento dell’avanzata centrale, alla riconquista del Pecinka, la quale avrebbe scoperto il nostro fianco sul Veliki e provocato l’arretramento generale. Bisognava resistere ad ogni costo o i vantaggi ottenuti nella prima giornata erano compromessi.

L’avanzata nostra sul ciglione estremo dell’altipiano aveva camminato sulle cime, ma non era penetrata nelle falde boscose del monte che digradano precipitose a settentrione verso il Vippacco. Aveva il nemico sul fianco sinistro, un nemico vicinissimo le cui forze e le cui disposizioni erano misteriose, celate dal folto intreccio di selve impenetrabili. La vetta del Volkonjak, alla nostra sinistra, appariva possentemente difesa; la linea austriaca si attaccava ancora ostinatamente presso San Grado di [p. 311 modifica] Merna. La perdita del Pecinka avrebbe esposto anche il fianco destro di quel cuneo italiano, che avrebbe dovuto fatalmente ritrarsi. Bisognava resistere ad ogni costo. Si è resistito. La fase critica è durata dodici ore. Dodici ore d’inferno.

Il bombardamento spaventoso è cominciato improvvisamente alle due e mezzo della notte. I comandi del settore si sono portati audacemente sulla primissima linea per dare alla truppa l’esempio dell’eroismo. Colonnelli e soldati erano insieme, fraternamente, dietro ai fragili ripari, e con loro il generale brigadiere. Tutto crollava, si sfaceva, i muretti saltavano in aria, era un perpetuo e urlante frombolìo di schegge, un franare scrosciante di roccioini frantumati, un ardore di vampa, un accavallarsi di nubi nere, opache, acri, fra esplosioni immani e continue. «Fermi, figliuoli, fermi qui, siamo con voi!» — dicevano i colonnelli e il generale, scivolando dietro agli uomini accovacciati. E stavano fermi i nostri nel flagello. La vittoria non era più nella lotta, era nell’immobilità, nell’inerzia terribile, nel saper morire senza un gesto.

Nessuno potrà descrivere quella notte atroce sulla Quota 308, altura orrenda, tramezzata da gallerie tortuose, da cunicoli sinistri scavati dal nemico, nei quali venivano rifugiati i feriti. [p. 312 modifica] Incontrandosi nei loro giri di ispezione gli ufficiali si stringevano la mano senza una parola. Una scheggia ha spezzato un braccio ad un colonnello, lo stesso che i soldati baciavano andando all’assalto. Egli si reggeva il braccio rotto con la mano sana e continuava ad esortare i suoi. Un’altra scheggia ha ferito il generale alla testa. Caduto stordito, egli si è risollevato subito: «Fermi, figliuoli!»

Non è che verso mezzogiorno che il bombardamento ha rallentato. Gli austriaci credevano d’aver spianato la strada all’attacco. Dalla Quota 278, più avanti, una gibbosità che si profila nella direzione di Castagnavizza, masse di fanteria nemica hanno cominciato ad avanzare mentre i cannoni austriaci allungavano il tiro. Il Pecinka spariva nel fumo. Il momento era atteso. La nostra artiglieria è entrata in azione. L’attacco austriaco fermato, spezzato, sconvolto, si riformava. Le colonne d’assalto nemiche hanno più volte tentato di avventarsi, sempre disperse. Alle quattro la poderosa controffensiva in direzione del Pecinka era finita. Qualche ora dopo, su quello stesso settore riprendeva l’avanzata dei nostri.


Si riprendeva lo sviluppo dell’azione del primo giorno. Mentre si resisteva sulla 308, i conquistatori del Veliki si spingevano avanti, attaccavano la Quota 393, la prendevano, [p. 313 modifica] passavano gli squallidi casolari di Fajti, attaccavano la cima del Fajti Hrib, la prendevano. Salivano così, a gradino a gradino, quella immane scalinata di vette che borda il Carso. La conquista del Fajti Hrib, minacciando la destra delle forze che ci contrattaccavano, può aver contribuito a fare abbandonare al nemico ogni tentativo di riconquista. Alla sera, le truppe che avevano resistito così tenacemente alla controffensiva, alla loro volta tornavano ad assalire e prendevano la Quota 278, dalla quale l’azione delle fanterie nemiche era partita. Queste due avanzate parallele, sul Fajti e sulla Quota 278, erano come due nuovi possenti colpi di maglio dati ai due cunei di penetrazione.

Nella notte le nostre pattuglie in esplorazione arrivavano alle prime case di Castagnavizza, oltre il nodo terminale della ferrovia, nel dedalo di strade che si allacciano intorno al paese e che si dipartono in ogni direzione. Le pattuglie hanno trovato, le case vuote. Nessun rumore, nessun movimento. Pareva che Castagnavizza fosse abbandonata. Ma delle ricognizioni in forze spintesi avanti questa mattina pare abbiano riconosciuto lo stato di efficenza di una nuova linea, la cui preparazione ci era nota da mesi.

Su questo tratto della fronte, dal Fajti Hrib alla strada di Oppacchiasella, l’azione nostra [p. 314 modifica] oggi è continuata metodicamente. I serpeggiamenti profondi della linea avanzata si correggono, si va tracciando una sistemazione, le centine fra le punte di penetrazione si tendono col progresso di quei settori rimasti arretrati. Gli austriaci si affannano a spiare i nostri movimenti sulle strade scoperte e tirano all’uomo. Bombardano qua e là, a raffiche serrate. Da tutte le parti scrosciano esplosioni e balzano colonne di fumo. Loquizza è battuta da grossi calibri, così pure Oppacchiasella. Gli sconvolti campi della lotta sono di tanto in tanto tempestati di granate.

La giornata è coperta, scialba, tetra, e dalle nuvole basse scendono aeroplani nemici che volano a poche centinaia di metri dal suolo, roteano, osservano, cercano, filano lungo le strade e i camminamenti, e passano e ripassano mitragliando. Di tanto in tanto si è circondati da un sibilìo di pallottole che scendono dal cielo. Certe trincee sono piene di soldati stanchi che dormono profondamente, accoccolati a terra, avvolti nelle coperte; qualcuno si sveglia allo strepito, guarda, ma trova che non vale la pena di muoversi per così poco e si riaddormenta sotto la mitraglia. E nulla appare più strano, nell’urlìo delle granate che passano nel fragore di qualche scoppio vicino e il battere intermittente della mitragliatrice aerea, dell’udire il calmo respiro del sonno, il [p. 315 modifica] russare che si leva dal fondo delle trincee, l’ampio susurro del riposo umano.


Il furore della battaglia sembra scendere al nord. La nostra avanzata sulle vette, profonda oltre quattro chilometri, dal Veliki Hribach al Dosso Fajti, non fiancheggiata a sinistra lungo i declivi selvaggi che precipitano verso il Vippacco, coperti di foreste, solcati da burroni, e tenuti saldamente dal nemico, aveva prodotto una situazione singolarissima e non scevra di pericoli. Era indispensabile volgere la nostra attività al possesso delle balze, liberare il nostro fianco sinistro. Ogni tentativo di avanzata frontale era fallito. Il lettore conosce già gli aspetti feroci della lotta nella selva impenetrabile. Non si possono determinare le posizioni del nemico, invisibili. Spesso l’artiglieria, svellendo ed abbattendo gli alberi, accumula degli ostacoli invece di disperderli. I reticolati tesi fra tronco e tronco resistono alle granate. Quando si arriva alle trincee nemiche si trova che costeggiano burroni precipitosi, che il precipizio serve da fossato. L’impeto dell’assalto è subito spezzato da mille tranelli, da infinite barriere imprevedibili. È la guerra senza orizzonte, senza visione, la guerra cieca. Non si sa mai su che cosa si possa urtare a dieci passi di distanza.

Gli austriaci erano così riusciti a mantenere [p. 316 modifica] la loro linea nelle falde boscose della montagna fino a San Grado: ossia, noi padroni del Dosso Fajti avevamo una formidabile organizzazione nemica quasi alle nostre spalle, quattro chilometri dietro di noi. Certo il terreno, così difficile per i nostri attacchi, lo era anche per i loro; la foresta non poteva permettere nè concentramenti rilevanti nè movimenti rapidi. Ma il pericolo, minimo all’inizio, poteva divenir grave in seguito. Urgeva liberarsi subito.

L’azione è cominciata ieri, nel bosco al sud di San Grado. Una colonna operava dalla valle, un’altra risaliva il declivio parallelamente alle trincee austriache, per ridiscendere avvolgendole, dopo avere attraversato la testata di un burrone profondo. È stata una lotta feroce, al coltello. La colonna che aggirava dall’alto è riuscita a prendere alle spalle la prima trincea, ma ve n’era una seconda, e il nostro attacco è venuto a trovarsi fra le due, in un incrocio di fuochi di mitragliatrici e di fucileria. Dopo un combattimento tenace, furibondo, micidiale, la prima trincea austriaca è stata espugnata. Ma il terreno guadagnato era breve. Bisognava ricominciare la stessa manovra per la seconda, e poi forse per una terza trincea.

Oggi un’azione assai più vasta si è compiuta. È stata iniziata dalle vette, fra il Veliki e il Fajti. I nostri battaglioni si sono scagliati sul Volkovnjak, che hanno preso per manovra, [p. 317 modifica] aggirandoloa oriente, facendone prigioniera la forte guarnigione, con la quale era il comandante di una brigata. Poi, dalla cima del Volkovnjak, le nostre, colonne sono scese giù, nei boschi, in direzione di Biglia, sul Vippacco.

Profittando di numerosi ponti militari, il nemico si è affrettato a concentrare forze al di qua del fiume, di fronte a Biglia. Non ha fatto che creare una piccola testa di ponte sopra due alture adiacenti la riva, per impedirci di passare il Vippacco e tagliar fuori tutte le forze austriache rimaste quasi bloccate a Raccogliano, allo sbocco della valle. Intanto ha cercato di far salire un contrattacco nelle vicinanze del Dosso Fajti per isolare la colonna nostra operante in basso. Il contrattacco è stato sbaragliato subito. E una catena di rastrellamento passa attraverso il bosco catturando a poco a poco i nuclei nemici che la nostra manovra ha chiuso dentro. A ponente di Biglia la fronte italiana si appoggia ora al fiume. L’avanzata stupenda della nostra sinistra sul Carso ha adesso rassodato il suo fianco.

Anche questa sera, dopo il tramonto, le strade si sono ingombrate di lunghe carovane di prigionieri, chiusi fra scorte di cavalleria. Passano in silenzio. Si ode soltanto uno scalpiccio vasto, senza ritmo, che non ha più nulla di militare: vi si sente la truppa che è ridiventata folla.