De le lettere nuωvamente aggiunte ne la lingua Italiana

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Gian Giorgio Trissino

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De le lettere nuωvamente aggiunte ne la lingua Italiana Intestazione 30 maggio 2009 100% lettere

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εpistola del Trissino
De le lettere nuωvamente aggiunte ne la lingua Italiana
1524


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εPISTOLA DEL TRISSINO

de le lettere nuωvamente aggiunte

ne la lingua Italiana.

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AL SANTISSIMO
NωSTRO SIGNORE
PAPA CLEMεNTE VII
GIOVAN GIωRGIO
TRISSINO.


MOLT’ANNI SONO, Beatiʃʃimo Padre, che conʃiderando io la pronuntia Italiana, ε conferεndola con la ʃcrittura, giudicai eʃʃa ʃcrittura eʃʃere debole, ε manca, ε non atta a εxprimerla tutta; il perchè mi parve neceʃʃaria cωʃa aggiungere alcune lettere a l’alphabεto, col mεςo de le quali ʃi poteʃʃe a la nωʃtra pronuntia in qualche parte ʃovenire. ε così in que tεmpi con l’ajuto di Dio vi l’aggiunʃi; come ne la Grammatica, ε Poεtica nωʃtra ʃi puω apεrtamente vedere. Ma conciωʃia che quelle due operette non ʃiano anchora per alcuni nωʃtri rispεtti pubblicate, ε che io spinto da le perʃuaʃioni de gliamici habbia cominciato a mandare in luce queʃte lettere nuωve, εt uʃarle, hω reputato εʃʃere convenevole cωʃa il fare, inʃiεme con l’uʃo, anchora [p. 5]la natura loro manifeʃta; acciὼ che ad un tεmpo, εt a coloro, che le vorranno uʃare, ʃiano nωte, εt a quelli, che le vorranno riprεndere, εxpωʃte. εt apprεʃʃo mi ὲ parʃo ʃotto il nome di Vωʃtra Beatitudine pubblicarle; sì, perchè la prima vωlta, che queʃte lettere ʃi ʃono uʃate, ʃono ʃtate pωʃte ne la Canzone, che a quella donai; sì εtiandio, perchè εʃʃεndo quaʃi univerʃale opinione, che ʃotto il Pontificato di Vωʃtra Santità, non ʃolamente la chieʃia Romana, ma tutta la repubblica Chriʃtiana dεbba ricevere lume, ordine, εt augumento; così parimente convenevole cωʃa mi pare, che ʃotto il felice nome di quella la pronuntia Italiana ʃia in qualche parte illuminata, εt ajutata. Le lettere adunque, che io primamente aggiunʃi a l'alphabεto, furono ε apεrto, εt ω apεrto; ε queʃto feci, perciὼ che εʃʃεndo in e, εt o lettere vocali due pronuntie, l'una piu piccola, ε piu chiuʃa, ω vero piu corta, ε piu obtuʃetta, chε l'altra, com'ὲ a dir veglio, ε vεglio, mele, ε mεle, toʃco, ε tωʃco, torre, ε tωrre, ε ʃimili, mi parve neceʃʃaria cωʃa con qualche nωta moʃtrarlo; perciὼ che veglio quando vuωl dir vigilo, ε mele [p. 6]quando vuωl dir le poma, quel ve, ε quel me syllabe, hanno lo e di voce piu piccola, ε che ʃi pronuntia con la bocca manco apεrta, chε quando hanno quell'altro ʃignificato, che pωi ʃi dirà; ε perὼ in queʃta ʃignificatione le ʃcriveremo con lo e conʃuεto, il cui charactέre dimoʃtra la pronuntia di detta lettera non εʃʃere molto apεrta. Ma quando pωi vεglio vorrà dire un hωmo attempato, ε mεle vorrà dire il mεle, che fanno le api, alhora ʃi ʃcriveranno per ε apεrto; il quale ε ʃe bεn nel Grεco piu tωʃto l'altra voce, chε queʃta dinωta, nondimeno a la natura de la prεʃente pronuntia molto ʃi conviεne, per εʃʃere piu apεrto, chε 'l cancellareʃco. ε così la pronuntia di queʃte parωle, ε di molte, ε molt'altre ʃarà con tal ʃcrittura manifeʃta. Similemente ʃi farà de lo o, perciὼ che pigliandoʃi Toʃco per hωmo Toʃcano, ε torre per uno εdificio alto, ʃεndo quel to de la piu piccola, ε meno apεrta pronuntia, ʃi ʃcriverà per lo o conʃuεto; ma quando ʃi prenderà tωʃco per veneno, ε tωrre per pigliare, ciωὲ infinito di tωglio vεrbo, alhora ʃi ʃcriverà per ω apεrto; ε così faraʃʃi in tutte le prolationi de gli o, ε de le e; cωʃa, che ajuterà [p. 7]mirabilmente ad aʃʃeguire la pronuntia Toʃcana, ε la Cortigiana; le quali ʃεnza dubbio ʃono le piu bεlle d'Italia. Dopo queʃte viεn il z, il quale ha parimente due pronuntie divεrʃe; l'una de le quali tiεne alquanto del c, l'altra del g; com'ὲ a dir Zωccolo, Zωppo, Zecca, avezo; qui il z ha piu del c Lombardo, chε in ζona, ζoroaʃtro, ζephiro, meço, ε ʃimili; ove ha piu del g. tal che a Bolωgna così nel vulgare, come nel latino quando il g ʃi truωva avanti e, ωvero i, ʃi pronuntia per queʃto ʃecondo ç; com'ὲ virgines ʃi pronuntia virçines, ε generoʃo çeneroʃo, ε ʃimili. ε perὼ, quando la pronuntia del z ʃarà ʃimile al c, la ʃcriveremo per lo z conʃueto; com'ὲ Zωccolo, belleza, spεzo, ε ʃimili. pωi, quando ʃarà ʃimile al g, ʃi ʃcriverà per queʃto altro charactέre ç; come ὲ ζephiro, meço, reço, ε ʃimili. Nε mi ὲ naʃcoʃo, che ritrovandoʃi parimente queʃta pronuntia divεrʃa, ε con divεrʃi charactέri ʃcritta ne la lingua Spagnuωla, che eʃʃi uʃano i charactέri a l'oppωʃito di quel, che facc'io; ciωὲ uʃano il z commune, quando la pronuntia ὲ ʃimile al g, ε quando ὲ ʃimile al c uʃano l'altro; ma noi [p. 8]habbiamo trammutato quell'uʃo; non tanto pεrchè queʃto ʃecondo charactέre ʃia piu ʃimile al g, quanto per fare manco innovatione; perciὼ che 'l ʃuωno del z ʃimile al g ʃi truωva in molte manco parωle, che l'altro; donde avverrà, che eʃʃo ç simile al g piu rare vωlte ʃi ʃcriverà; il perchè apparerà la innovatione minore. ε veramente il ʃuωno di queʃta lettera ha dato che penʃare a molti; la onde alcuni, per ʃeparare tal differεnte ʃuωno, hanno ʃcritto il ʃuωno del z ʃimile al c per dui zz, ε l'altro per uno ʃolo z, differεntia veramente impertinεnte; perciὼ che, per εʃʃere il z lettera duplice, non ʃi puω geminare. ma poniamo anchora, che contra ωgni rεgola lo voleʃʃeno fare; ε voleʃʃeno anchora, che la geminatione mutaʃʃe alquanto il ʃuωno de la lettera, che non fa; cεrtamente non ʃi gemina lettera niuna n'e principii de le parωle; come adunque ʃi conoʃcerà la differεnte pronuntia da Zωccolo a ζona, da Zωppo a ζoroaʃtro, ε da Zecca a ζεphyro, ε ʃimili? cεrto ʃarà impoʃʃibile, ʃenon per charactέre divεrʃo; come noi habbiamo fatto. Bεn hω advertito, che ne la Marca Trivigiana, ε fωrʃe altrove, [p. 9]ʃεmpre ʃi pωngono queʃti dui charactέri nel'A, B; l'uno de li quali dimandano zea, ε l'altra çeta; il che dimoʃtra, che ivi anticamente havevano queʃta differεntia, la quale hωra ὲ confuʃa. Apprεʃʃo ci ha parʃo di notare anchora la differεntia, che ὲ tra lo i, ε lo u, quando ʃono conʃonanti, ε quando vocali; ε perὼ, quando ʃaranno vocali, si ʃcriveranno per le conʃuεte cancellareʃche; ma, quando ʃaranno conʃonanti, lo i ʃi ʃcriverà per uno j lungo, che ʃi extεnda di ʃotto da la riga, ε lo uper uno v antico. εt avegna che la differεntia di queʃte due ultime lettere ʃia neceʃʃaria in pωche parole, come in uωpo, lacciuωli, figliuωli, ε ʃimili, ove lo u vocale per conʃonante lεggere ʃi potrεbbe, tal che la vera pronuntia ʃi turberεbbe, pur ci ha parʃo utiliʃʃima cωʃa il diʃtinguerle. Adunque le lettere, che habbiamo diʃtinte, εt a l'alphabεto aggiunte, ʃono cinque; ciωὲ tre di grandiʃʃima neceʃʃità ε apεrto, ω apεrto, ε ç obtuʃa, ωver ʃimile al g; ε due di neceʃʃità minore; ma di diʃtintione, εt utile aʃʃai; ciωὲ j conʃonante, εt v conʃonante; le quali tutte hanno le loro majuʃcule, che ʃono ε, ω, ζ, J, V. Pare, [p. 10]che anchora ne la pronuntia de lo s qualche differεntia ʃi truωvi, la quale con uno s ʃolo, ε con dui ʃʃ ʃi diʃtingue; avegna che non ʃi pωʃʃa per tutto ʃupplire; come in riʃano, riʃωlvo, ε ʃimili, a che ʃi potrεbbe perὼ facilmente provedére; ma io hω lasciato queʃta differentia, εt alcune altre da canto, per non εʃʃere cωʃa di molto momento; sapεndo anchora, che così la trωppa diligentia, come la pωca si ʃuωle, alcune vωlte biasimare. Hωra queʃte tali nuωve lettere ʃono ʃtate qui in Roma meʃʃe in ωpera per Lodovico Vicentino; il quale ʃi come nel ʃcrivere ha ʃuperato tutti gli altri de l’εtà nωʃtra; così, havεndo nuωvamente trovato queʃto belliʃʃimo mωdo di fare con la ʃtampa quaʃi tutto quello, che prima con la penna faceva, ha di belli charactέri ωgni altro, che ʃtampi, avanzato. La onde aʃcrivo a non pωca felicità di queʃte nuove lettere, l’εʃʃere ne la città di Roma fatte; ε da così excellεnte maeʃtro lavorate; ε ʃotto così divino, εt admirando Principe pubblicate. Ma ʃe alcuni pur ʃi troveranno di ʃi ʃvogliato ʃtωmacho, che vogliano queʃta nuωva ʃcritta dannare; non credo perὼ, che queʃti tali ʃiano [p. 11]di tanta arrogantia, nε di ʃi pωco ʃapere, che ardiʃcano di dire, ch'elle non ʃiano a la diligεnte pronuntia Italiana neceʃʃarie. Ma alcuni di eʃʃi fωrʃe diranno, che non li piaccia l'innovare, altri, che tale divεrʃa pronuntia ʃi potrebbe per qualche altro piu facile mωdo manifeʃtare; a li quali rispondεndo dico. ε prima a quelli, che dicono, che non li piace l'innovare, dimando, ʃe eʃʃi pωrtano le vεʃte, ε fanno tutte l'altre cωʃe, come facevano i padri loro; ω pur vanno ωgni giorno, ʃecondo i tempi, εt il biʃωgno, molte cωʃe innovando; εt anchora li dimando, ʃe ʃanno, che ne le loro città molte arti, molti coʃtumi, ε molte leggi ʃiano ʃtate alcuna vωlta innovate. Se adunque non ʃolamente nel vivere privato, ma ne le arti, ne i coʃtumi, ε ne le leggi publiche tutto 'l giorno s'innuωva; perchè non ʃi dεe fare queʃto medeʃimo ne la ʃcrittura? la quale ὲ demoʃtratrice, ε conʃervatrice de i nωʃtri concetti; maʃʃimamente in tale, ε così εvidεnte neceʃʃità. Non ʃanno eglino, che tutte le arti, ε tutte le discipline ʃono venute a la perfectione loro per lo aggiungere, εt innovare? ε chi non ʃa, che ʃe Palamεde, Simωnide, ω εpicharmo [p. 12]non haveʃʃeno aggiunte altre lettere a quelle, che recὼ Cadmo di Phenicia in Grεcia, che quella belliʃʃima lingua non ʃarεbbe a la perfectione, che venne, venuta. ε ʃe Cεrere non haveʃʃe trovato il formento, nε εurialo, εt Hipεrbio haveʃʃeno moʃtrato il mωdo di fare le caʃe di mattoni, nε Dωxio di tεrra, nε niun'altro dópo loro haveʃʃe innovato, fωrʃe che la generatione humana anchora habiterεbbe ne le cavεrne, ε ʃi paʃcerεbbe di giande. Ma a queʃti tali non vωglio molto lungamente rispondere; perciὼ che ωgni giorno ne le cωʃe loro innovando condannano ʃe medeʃmi. ε pωi contra loro tutta la antiquità grida, havεndo gl'inventori de le buωne cωʃe non ʃolamente ʃopra gli altri hωmini honorati; ma per Dεi alcuna vωlta adorati. Rεʃta a rispondere a quelli, che dicono; che tale divεrʃa pronuntia ʃi potrεbbe per qualche altro piu facile mωdo mostrare; ciωè per punti, ω per accεnti; a li quali dico che i punti, ω gli accεnti ʃarebbono manco intellegibili, ε piu pericoloʃi a pεrderʃi, che non ʃaranno queʃte lettere, che havevamo fatte. εt apprεʃʃo affermo, che la prolatione de i ʃuωni de le vocali dεe εʃʃere cωʃa divεrʃa da gli [p. 13]accεnti; (come ne la lingua Grεca ʃi vede; da la quale ὲ la Latina, ε la Italiana diʃceʃa) perciὼ che εʃʃεndo la voce aere percωʃʃo, viεne ad εʃʃere cωrpo; il quale ha tre dimenʃioni; ciωὲ lungheza, largheza, εt alteza; ε perὼ ciaʃcuna syllaba ha tutte tre queʃte qualità; ciωὲ lungheza, ω brevità; craʃʃitudine, ω tenuità; εlevatione, ω depreʃʃione; le quali cωʃe ʃi ʃegnano con divεrʃi accεnti; ciωὲ la lungheza, ε brevità con tempi; la craʃʃitudine, ε tenuità con spiriti; la εlevatione, ε depreʃʃione con tuωni; le quali cωʃe εʃʃεndo da la prolatione, ε ʃuωno de le vocali divεrʃe, manifeʃta cωʃa ὲ, che eʃʃa prolatione del ʃuωno non puω εʃʃere accεnti; ʃe bene i tεmpi, εt altre cωʃe le accompagnano. Ma poniamo, che queʃta prolatione nel e, εt o pur voleʃʃeno contra ωgni rεgola ʃegnare con accεnti, come faranno nel z, che non ὲ vocale? cεrto non ʃω. ma bεn mi perʃuado, che il deʃcrivere queʃta diverʃità di pronuntia per punti, ω per accεnti, oltre che farεbbe qualche confuʃione, ʃarεbbe anchora piu difficile ad imprεndere, che non ὲ queʃta; la quale ὲ aʃʃai facile, ε non impediʃce il lεggere a niuno. Pur, ʃe queʃti cotali ne la loro opinione [p. 14]oʃtinati ʃaranno, facciano la pruωva del mωdo loro; εt úʃinlo; ε noi uʃeremo il nωʃtro. il quale ci farà al manco queʃta utilità, che dimoʃtrerà la pronuntia, ch’io ʃeguo; perciὼ che in molti vocaboli mi parto da l’uʃo Fiorentino, ε li pronuntio ʃecondo l’uʃo Cortigiano, com’ὲ hωmo dico, ε non huωmo; ωgni, ε non ogni; compωʃto, ε non compoʃto; fωrʃe, ε non forse; hωr, ε non hor; biʃωgna, ε non biʃogna; vergωgna, ε non vergogna; spoʃa, ε non spωʃa; lettera, ε non lεttera; sωgno, ε non sogno; Rεgno, ε non Regno; ʃεnza, ε non ʃanza, εt alcuni altri ʃimili: come ne la nωʃtra Sophonisba ʃi puω vedere. In alcuni altri vocabuli pωi ʃono quaʃi chε trωppo Fiorentino; come ὲ porre dico, ε non pωrre; poʃe, ε non pωʃe; meco, ε non mεco; ε così dico teco, ʃeco, me, te, ʃe; ε non tεco, ʃεco, mε, tε, ʃε; εt anchora leggie, tiεpido, allegro, debile, ʃtεtte, diʃio, ʃicuro, cuωre, εt altri molti ʃimili; come ne la predetta Sophonisba ʃi vede; ne la quale tanto hω imitato il Toʃcano, quanto ch’io mi penʃava dal rεʃto d’Italia poter εʃʃere facilmente inteʃo; ma, dove il Toʃco mi parea far difficultà, l’abandonava, ε mi riduceva al Cortigiano, [p. 15]ε commune. Il che quanto io habbia ʃaputo fare al giuditio d'altri ʃtarà; io cεrtamente l'hω tentato. ε bεn conoʃco εʃʃere alcuna vωlta trωppo al Fiorentino accoʃtato, come ὲ nel iε diphtonga; la quale ʃεmpre hω ʃcritta per ε grande ʃecondo la pronuntia loro; come viεne, ʃiεde, piεde, ciεlo, piεno, ε ʃimili; il che ne la maggior parte d'Italia non ʃi fa; εt anco apὼ loro non ὲ piεnamente grande, εt apεrta; ma declina vεrʃo la chiuʃa; la cui mediωcrità ʃaperanno ωttimamente tenere i diligεnti. ε parimente ʃi farà ne la pronuntia de lo uω diphtonga; la quale non ὲ grandemente apεrta; εt io pur per l'apεrto l'hω ʃcritta; ʃeguεndo, come hω detto, la pronuntia loro. ε così in alcun'altre cωʃe hω fatto; perciὼ che giudico manco riprenʃibile peccato l'accoʃtarʃi trωppo al Toʃcano, chε'l diʃcoʃtarsi trωppo da eʃʃo. Queʃto adunque, che ὲ detto fin qui, baʃterà quanto a la cognitione de le lettere nuωve, εt a la ragione, εt uʃo di quelle; le quali ʃe ʃaranno approbate, εt accettate da alcuni dωtti, harὼ molto caro; ε ʃe anco averrà, che fiεno da la moltitudine rifiutate, non mi ʃarà di grave nωja; ʃapεndo, che la [p. 16]maggior parte de glihωmini inεxpεrti fuggono la innovatione, perciὼ che non iʃtimano, che altro ʃtia bεne, chε quello, che eʃʃi fanno; εʃʃεndo anchora quaʃi natural coʃtume di ʃeguire piu tωʃto i vitii communi, chε le virtù particulari.