Dell'oreficeria antica/Parte prima

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Parte prima

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Dedica Parte seconda
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DELL’OREFICERIA ANTICA.



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PARTE PRIMA.



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I.


La nuova oreficeria surta in Roma, è la perfetta imitazione dei lavori arcaici in oro e in gemme preziose, disposti ed ordinati secondo le età diverse dell’arte antica, per modo che dallo stile di ciascun lavoro o gioiello si riconosca a qual tempo e a qual popolo esso appartiene. Ricordiam di volo quai fossero gli antichi popoli che meglio coltivarono l’oreficeria.

Le ricerche dei più dotti archeologi non bastarono insino a qui a sollevare altro che un lembo del velo ond’è celata l’origine dei primi abitatori d’Italia. Solo ci è noto che si ebbero comune la culla con gli altri popoli del mondo: la qual cosa ci è resa manifesta dalla somiglianza dei monumenti i cui avanzi si ritrovano in diverse lontanissime parti della terra. Le mura pelasgiche, gli avanzi di Cuma, le tombe di Etruria, le ruine di Ninive, i templi indiani, le piramidi egizie, e i ruderi che tuttodì si scoprono nel Messico, presentano al riguardante cosiffatta [p. 8 modifica]analogia di forme, di stile e di metodo, nell’opera della costruzione, che ci è forza inferirne l’unità del genere umano tutto disceso da una sola famiglia, e cresciuto in popoli e nazioni diverse, che si distesero su la faccia del globo.

Questa unità ancor meglio che dai grandi monumenti è comprovata dai più minuti lavori di oro, e dai gioielli meglio conservati che si trovarono, non sono molti anni trascorsi, nelle tombe nuovamente scavate in Etruria, e nella Magna-Grecia, i quali somigliano assaissimo così nella forma come nella maniera con cui son lavorati, alle gioie che adornano le antiche divinità indiane, agli ornamenti rinvenuti a Ninive dall’illustre Layard, ed a quelli ancora di Egitto dissotterrati dal meritissimo ed infaticabile Mariette. In effetto chi oggi non concede che in Oriente nascesse la umana civiltà? Ma per quali vie e per quali catastrofi si spandesse poi nelle diverse parti del mondo, non è intento mio d’investigare, bastandomi aver fatto notare che i lavori d’oreficeria più antichi sono se non uguali almeno simili presso tutte le nazioni primitive, e che quelle popolazioni dovettero alle ricchezze accoppiare la conoscenza di alcuni speciali processi e chimici e meccanici, e che finalmente gli antichi ornamenti giunti in sino a noi ci palesano manifestamente come per la eleganza delle forme e la squisitezza del lavoro fra tutti gli altri primeggiano i gioielli di Grecia e d’Italia. [p. 9 modifica]

II.


Rispetto alla nostra penisola tra i popoli più antichi sono, come abbiam detto, gli Etruschi, la cui storia è involta nella densa oscurità delle origini. Di loro il Micali afferma che «l’origine degli Etruschi stava già avviluppata presso gli antichi in grandissima incertezza.» (Vol. I, cap. 7.) Nondimeno tanto i riti di cui si ha qualche memoria, quanto gli arnesi, gli ornamenti, gli utensili, ogni cosa che di essi ci è pervenuta, attestano che per venire a prendere stanza in Italia migrarono dall’oriente, e «fan certissima testimonianza che i civili Etruschi da lunga mano attendevano a quegli studi ed a quelle arti che sono mezzo di decoro e di potenza alle nazioni.» (Ib.)

I Greci adulatori della grandezza romana chiamarono barbari i prischi Italiani, ed asserirono che la mitologica progenie degli eroi greci avea trapiantato in Italia la civiltà ellenica per mezzo di Ercole, di Evandro e di Enea. Onde la storia, i costumi e le arti degli Aborrigeni, dei Tirreni, degli Osci, degli Etruschi, dei Sanniti e dei Sabini, furono poste in oblio, perchè meglio grandeggiasse Roma, e la sola stirpe latina. Così col volger dei secoli, si venne perdendo insino alla tradizione italiana, e dei primitivi popoli d’Italia, non altro mantenne alcuna languida ricordanza che i loro sepolcri, i quali rinvenuti e scavati di tempo in tempo, offersero agli sguardi [p. 10 modifica]curiosi de’ tardi nepoti alcun vestigio del genio, della religione, e delle costumanze dei sconosciuti progenitori. Donde abbiam potuto rilevare che in quell’età da noi così lontana, le arti che nascono in seno alla ricchezza, e mirano alla più delicata fattura degli ornamenti erano con rarissima eccellenza praticate, poichè le opere che di quegli artefici rimangono, ci porgono esempi per la parte esecutiva del lavoro inimitabili.


III.


Ancorchè la barbarie che per alcuni secoli durò in Europa appresso alla caduta dell’impero romano, spegnendo al tutto le antiche tradizioni, abbia reso di molto più difficile il riconoscere quali arnesi, utensili ed ornamenti fossero veramente propri di questa o di quell’epoca, nondimeno gli studi e le ricerche più recenti dei dotti ci hanno fatto abili di sentenziare sicuramente che l’arte dell’oreficeria era già in decadenza nel secolo di Augusto, e però non giunse al colmo della perfezione se non presso gli Etruschi, e gli abitatori della Magna-Grecia, nei primi tempi di Roma, col decadere della potenza dei quali anch’essa scemò di pregio, come si vede essere in ogni tempo succeduto di tutte le arti; le quali fioriscono nel fiorire della libertà e della civiltà dei popoli, e col venir meno, o morir di questa, si guastano e muoiono.

In effetto le escavazioni di Pompeia ci hanno mostrato oggetti di stile greco-romano, inferiori a [p. 11 modifica]quelli che in Etruria e nella Magna-Grecia si rinvennero, ed anche in quegli ornamenti pompeiani che più rassomigliano ai greco-italici, sebbene si riscontrino le forme più belle, e similissime alle vetuste (il che fa prova che durò per alcun tempo l’imitazione dei tipi arcaici) il lavoro manuale è di assai minor perfezione, onde si deduce che lo scadimento era di già cominciato. Gli ori poi dell’epoca imperiale di Roma, oltrechè hanno carattere e stile notabilmente diverso, non sostengono per niuna guisa il confronto degli ornamenti e dei gioielli più antichi.


IV.


Quando un corpo si guasta, non uno ma tutti i principii e gli umori ond’ è informato si corrompono. Così venendo di più in più a guastarsi, e ad approssimarsi all’ultimo sfacimento il romano imperio, si corrompeva sempre maggiormente insieme al costume e alla virtù militare e civile ogni disciplina ed ogni esercizio di buone arti. Dal terzo al sesto secolo dell’era volgare, i lavori spettanti all’arte di che discorriamo sono facilmente riconoscibili, perchè in essi molto più di valore ha la materia che l’opera dell’artefice, e fu il tempo che si fecero anella, armille, ed altri ornamenti in oro di peso gravissimo e al tutto straordinario: perchè si riponea lo sfoggio della ricchezza nella quantità dell’oro, non già nell’eleganza della forma. Per questa medesima cagione si trovano pochi di tai gioielli, avidamente cercati e [p. 12 modifica]rapiti dai barbari che venuti cento volte a correre e saccheggiare le nostre terre, cento volte carichi di bottino si ritornarono tra le selve e tra le montagne.


V.


I Cristiani della chiesa primitiva ancora gloriosi e benedetti per la povertà loro, non ebbero modo nè desiderio alcuno di usare ornamenti ed utensili preziosi. Gli altari erano guerniti di terre cotte e di bronzi, il pane Eucaristico e le reliquie spesso eran chiuse nelle bulle di rame; e i pochi gioielli di oro che si trovarono nelle catacombe di Roma, serbando nelle forme somiglianza con quelli del basso impero, sono così privi di ogni arte, che si possono paragonare alle più rozze cose dell’età primigenia. Sopra cotali gioielli erano per ordinario ruvidamente incisi simboli cristiani e forse le teche, gli anelli e le fibule servivano ai fedeli di riconoscimento nei giorni della persecuzione e del pericolo.


VI.


A Bisanzio, nuova capitale dell’impero che da romano si tramutò così a poco a poco in greco-orientale, le arti sofferirono sostanziali cangiamenti, e l’oreficeria, come le altre, perdè i caratteri onde l’avea rivestita la tradizione antichissima italo-greca; ed assunse quelli così diversi provegnenti dalle scuole e dagli stili arabo ed orientale; divenne insomma [p. 13 modifica]come le altre arti del disegno, bizantina. Smalti, musaici, gemme e getti insieme congiunti a sfoggio di asiatica magnificenza usò questa, conservando nella disposizione generale degli ornati alquanto delle forme architettoniche della Grecia, e fu l’anello che l’oreficeria italiana antica congiunse a quella nuova del rinascimento. Gli artisti di questa scuola semibarbara nello stile, ma che rappresentò pure sebben rozzamente i simboli e le imagini cristiane, fuggendo le persecuzioni degl’imperatori iconoclasti, si ripararono a Venezia e nell’Esarcato, a vi piantarono la prima radice di quella tradizione bizantina che modificata dall’ingegno italiano produsse lo stile italo-longobardo onde vediamo ancora tante vestigie nelle chiese del medio evo, e che durò in Italia fino a Cimabue.


VII.


Passato il millenario dalla nascita di Cristo, e dissipati per sempre i timori che aveva fatto nascere la credenza di un prossimo finimondo, fondata sopra vecchie profezie, gli animi si trovarono disposti a ripigliare con novello vigore, l’uso, a dir così, della vita; e la ricerca, il lavoro e lo studio di quelle cose che servono a farla o meno incresciosa, o più allegra e dilettevole. Così le arti cominciarono non dirò a rifiorire, ma ad essere di nuovo coltivate promettendo a se stesse più splendido avvenire. Ebbe allora nascimento l’oreficeria cristiana per gli arredi [p. 14 modifica]ecclesiastici, la quale coltivata maggiormente nei claustri all’arte bizantina mischiò le severe linee dell’antica architettura, come si vede nei bei reliquari di Aquisgrana e di Colonia ed in tutti gli arnesi sacri di quell’epoca.

Circa il mille e duecento poi fiorì il monaco Teofilo il quale ci lasciava un buon trattato intorno al modo di lavorare i metalli preziosi, e la sua scuola fece a poco a poco avanzar l’arte della oreficeria che si andava lentamente dispogliando della rozzezza acquistata nei secoli di barbarie, insino a che nel secolo decimoquinto rifulse sotto nuovo aspetto pel valore di una nuova e migliore scuola italiana creatrice di non più veduti prodigi, a capo della quale furono Maso Finiguerra, il Caradosso e Benvenuto Cellini.


VIII.


I valenti capi scuola dell’arte dell’oreficeria al secolo XV aveano smarrito la tradizione delle scuole antiche, e non poteano avere sott’occhio gli ori di Vulci, di Chiusi, di Cervetri e di Toscanella, i quali erano tuttavia sepolti nelle tombe ignote de’ loro prischi possessori. E però si dilungarono interamente dallo stile greco, dall’etrusco e dal romano, e fondarono una nuova maniera di operare in quest’arte, guidati solamente dal genio italiano, e armonizzandola con le forme sotto le quali risorgevano le arti sorelle.

Fecero dunque studi, ed usarono metodi dagli [p. 15 modifica]antichi al tutto diversi; si valsero di nielli, del bulino, della cisellatura, del getto, e dei più svariati smalti. Sicchè le opere loro riuscirono vaghissime, dove la materia preziosa era vinta dal lavoro libero e spontaneo dell’artista, senza che punto ricordasse nè i disegni nè i metodi propri dell’antichità.

Ma insin dal tempo di Michelangelo cominciando a corrompersi la pittura, la scultura e l’architettura, anche l’oreficeria seguitò lo stesso andazzo. Nel secolo decimosettimo era già in compiuto decadimento, e perdeva ogni qualità, e direi così, ogni rimembranza di buon gusto sotto la funesta dominazione degli Spagnuoli e degli Austriaci. E peggiorando a mano a mano ognor più e quasi derisa pel goffo tentativo di romanismo, o vogliam dire mal condotta imitazione dello stile romano in opere d’arte, messa innanzi per alcun poco dai Francesi al finire del secolo passato, venne perdendo fino ai tempi nostri ogni carattere artistico per divenire schiava del capriccio e della moda, e rimanere una delle fonti o dei rami di solo traffico, e di misera speculazione.


IX.


Nei primi anni del secolo presente si tentarono a Napoli alcune prove per copiare esattamente gli antichi lavori in oro. L’orefice Sarno capitanò cotesta scuola, la quale aiutata da’ consigli di dotti archeologi napolitani, e favoreggiata dalle richieste che di quei lavori facevano al Sarno gli stranieri, prosperò [p. 16 modifica]per alcuni anni, ma non saprei ben dir la cagione per cui a mano a mano venne in decadimento e si sciolse. Gli artisti che ne faceano parte si posero allora a restaurare le cose d’arte antiche, ed applicarono anche l’ingegno a falsificarle. In questa ultima riprovevole industria riuscirono a maraviglia, sì che Napoli divenne famosa per tali falsificazioni con sì fina astuzia condotte, adoperandovi terre colorate, acidi, e sali aurifici da rendere assai malagevole, e quasi impossibile il riconoscere se tale o tal altro oggetto fosse antico veramente o no, alle persone che non avessero lunga pratica dell’arte, e non fossero molto addentro nell’archeologia.


X.


Nel 1814 mio padre, ancor giovinetto, apriva il nostro studio, e davasi ad imitare i gioielli di Francia e d’Inghilterra, e non andò molto che seppe vincerli a paragone di lavoro. E già nel 1826 parendogli troppo angusto il campo in cui si esercitava, si rivolse alle scienze chimiche cercandovi nuovi aiuti e metodi per avanzar l’arte sua. In quell’anno stesso diretto nelle sue ricerche dal professor Morichini della romana università, e dall’abate Feliciano Scarpellini, direttore dell’Osservatorio capitolino, egli potè leggere all’Accademia de’ Lincei una memoria sopra i processi chimici del colorimento giallone dell’oro, preconizzando quasi l’applicazione dell’elettricità alla pratica dell’indorare, ed altri fenomeni di simil [p. 17 modifica]natura: previsione questa tutta sua propria di che gli fu porto encomio da parecchi giornali scientifici, tra cui mi piace annoverare la Revue de Genève, perchè pubblicata nella patria del De la Rive, uno dei scopritori della moderna galvanoplastica. Ciò dimostra come insin d’allora a lui punto non andasse a versi il falso splendore che abbaglia la gente comune, ma non copre all’occhio dell’artista il cattivo disegno e il peggior gusto.

In quel torno la terra, che per tanti secoli avea ricoperto le maraviglie e i tesori dell’Etruria, ci ridonò alcuna parte di essi. Ognuno che li vide rimase stupito dei bellissimi gioielli che si rinvennero nelle vetuste necropoli di quel suolo misterioso; e mio padre fu il primo cui venisse in pensiero di imitarli, anzi riprodurli con la maggior cura possibile.


XI.


La lode e i consigli di alcuni veri cultori dell’arte, incuorarono mio padre a proseguire nelle sue ricerche sull’oreficeria etrusca, al che non gli fu di piccolo stimolo e conforto il giovarsi, direi così, cotidianamente della dottrina e degli insegnamenti del duca Michel Angiolo Caetani, il quale noi riguardiamo quasi come nostro maestro, perchè ci era di sicura guida nell’arte, come quegli che n’è intendentissimo. Così mio padre facea risorgere in Roma la italiana oreficeria che pigliando ad esempio gli ornamenti e i gioielli di più rara bellezza fra gli antichi [p. 18 modifica]nuovamente disotterrati, veniva dopo trent’anni di non interrotti lavori a pigliare il nome speciale di Oreficeria Archeologica Italiana.

Allorchè venne scoperta ed escavata in Cerveteri la tomba che porta ora il nome di Regolini Galassi, mio padre fu chiamato ad esaminare gli ori di preziosissimo lavoro ivi trovati, e che poscia arricchirono il cimelio etrusco del Vaticano. Tale avvenimento rilevò assaissimo nell’arte nostra, perchè ci diè modo a conoscere i caratteri particolari dell’etrusca oreficeria, e diè occasione a mio padre ed a mio fratello Alessandro di cominciare quelle indagini e quello studio sul modo di operare degli antichi in sì fatti lavori, che furono da noi poi sempre continuati, aiutandoci sì la cortese assistenza, come abbiam detto, dell’egregio duca Caetani, e sì le nuove scoperte che vennersi poi facendo di anticaglie etrusche dal Campanari a Toscanella, e dal marchese Campana a Ceri.

XII.

I lavori dell’oreficeria antica si possono distinguere in due generi essenzialmente diversi; cioè ornamenti di uso e ornamenti di pompa funebre. I primi solidissimi e tali che il portarli non dovesse per lunghi anni guastarne punto la struttura e le forme, là dove i secondi sono d’inimitabile leggerezza, e ci dobbiamo stupire che a sì fina e delicata maniera di operare fossero quegli artefici giunti, non potendo [p. 19 modifica]in niun modo i moderni fare altrettanto. L’uno e l’altro genere di lavori son sempre in oro puro se si riferiscono ai bei tempi dell’arte, e solo si trovano in oro alquanto misturato quando appartengono ad epoche di decadimento. Il modo di operare è però sempre proprio dell’antica tradizione ed assai diverso da quello che si vede ne’ gioielli oggi da per tutto in Europa fabbricati: il lavoro dei quali diviso tra diversi operai, secondo che vi si richiede la stampa, il getto, l’incisione, le gemme, la riunione dei pezzi e il pulimento, è piuttosto meccanico che non veramente artistico, e per ordinario non da un artista, ma è diretto da un trafficante, il quale non ad altro mira se non al maggior lucro, e cerca di appagare gli occhi della gente volgare anzichè produrre opera d’arte.

Negli ori antichi, siano di Grecia o d’Italia, la materia è sempre vinta dal lavoro, la più fina eleganza, e il gusto il più squisito guidavano la mano dell’artista, mentr’ei rimbalzava a cesello figure ed ornati, disegnava con minutissime grane o con fili sottilissimi ogni maniera di linee rette o curve, facea cordelle, intagli e fiori, ed armonizzava sì le parti col tutto, ed univa sì l’eleganza alla semplicità che i suoi gioielli mirati d’appresso apparivano stupendi per sottigliezza di lavoro e alquanto da lunge mostrovano pura, semplice e bell’unità di concetto. [p. 20 modifica]

XIII.


Ei pare che gli antichi orefici avessero cognizione e facessero uso di agenti chimici e meccanici a noi del tutto sconosciuti, poichè essi aveano facoltà di separare e riunire l’oro in particelle quasi ad occhio nudo impercettibili, al che fare gli artefici moderni non sono ancor giunti. I fondenti che adoperavano ci son parimente ignoti, e la maniera di lor saldature e filiere, anco esaminando sottilmente quei lor finissimi lavori è per noi come dire, un problema. Gli ori etruschi dove son granaglie e filagrana, senza tener conto della eleganza nelle forme e della maestria nel cesellare, sol pel meccanico lavoro della mano ci costringono a confessare che gli antichi l’arte nostra conoscevano ed esercitavano assai meglio di noi.

Appresso gl’Indiani anche oggi sono degli artefici in oreficeria che di lor costume fan vita nomade, e portando seco ogni loro strumento, mettono officina dovunque sia porto ad essi lavoro e talora veggonsi accovacciati nella cucina o nel granaio di alcun ricco nabab dove con lunga pazienza, quale hanno da natura, adoperando un piccolo mantice e certi ferruzzi o cannuccie trasformano alquante monete d’oro o rupie, secondo patrie e vetuste tradizioni, in ornamenti cordellati e granulati i quali ricordano, sebben rozzi e non eleganti, le bellissime forme de’ gioielli antichi. L’orefice indiano ci fa dunque [p. 21 modifica]per qualche guisa congetturare qual fosse l’Etrusco e il Greco primitivo, il quale operava liberamente aiutato forse da pochi strumenti, ma guidato dalla buona tradizione, e non semplice operaio, ma più veramente artista ingegnoso.


XIV.


Essendoci dunque noi proposti di ristorare quanto era da noi, e per così dire, rinnovare l’antica oreficeria, la prima cosa ci ponemmo alla ricerca dei metodi che doveano dagli antichi essere usati. Ci venne fatto di osservare che negli ornamenti di oro tutte le parti rilevate erano presso gli antichi sovraposte cioè preparate disgiuntamente, e poi messe su per mezzo di saldature, o di chimici processi, e non già rialzate sulla medesima piastra per via di stampa, di getto, o di cesello. Da ciò forse nasce quel non so che spontaneo, libero, e come artisticamente negletto che si vede ne’ lavori degli antichi, i quali appariscono tutti fatti a mano condotta dal pensiero: laddove i moderni imprimono, direi, una certa indefettibile esattezza alle cose da essi prodotte, che rivela l’opera degli istrumenti meccanici, e mostra quasi l’assenza del pensiero creatore dell’artista. Qui si richiedeva, dunque, di trovar modo a comporre, e saldare insieme tanti pezzi di oro diversi per forma e di tal picciolezza, quale, come abbiam detto, giunge insino all’estremo.

Facemmo prove innumerevoli, furono posti in [p. 22 modifica]opera successivamente tutti gli agenti chimici, alcune miscele metalliche e i fondenti più vigorosi. Rovistammo gli scritti di Plinio, di Teofilo e del Cellini; furono con ogni cura osservati i lavori degli orefici Indiani, e di quelli di Malta e di Genova; non fu insomma dimenticata veruna di quelle fonti dove si potesse attingere qualche buon insegnamento. Finalmente donde meno si potea aspettare ci venne alcuno aiuto efficace.

Nascoso tra le più alte montagne degli Appennini, è un piccolo borgo che si chiama S. Angelo in Vado, dove si fabbricano gli ornamenti di oro e di argento di che si fan belle quelle montanine. Quivi par che si conservi almeno in parte l’antichissima tradizione dell’arte di lavorare in oro ed in argento; e quegli artefici, separati in tutto dal commercio de’ cittadini accolti nelle grandi capitali, ed anche nelle men vaste città di provincia; esclusi, per così dire, dal contatto delle cose moderne, fabbricano corone di filagrana, infilzate di margarite dorate, ed orecchini di quella forma speciale che si dice a navicella, con metodi quali forse furono gli antichi, poichè tali gioielli somigliano non poco a quelli rinvenuti ne’ sepolcri greci ed etruschi, tuttochè per la eleganza delle forme, e pel gusto sia ben lunge che li eguaglino.

Furono da noi quindi chiamati a Roma alcuni operai di quel borgo i quali, non conoscenti de’ mezzi meccanici usati generalmente dai moderni, ci riuscirono infinitamente più abili a copiare gli ori antichi [p. 23 modifica]che non son gli artefici stranieri, cui mai non potemmo far comprendere quello stile disinvolto che è il precipuo carattere dell’antica oreficeria. E mi piace qui rammentare fra que’ laboriosi e pazienti Marchigiani venuti di sant’Angelo un certo Benedetto Romanini, il quale fu maestro dei suoi metodi tradizionali ai primi nostri operai e discepoli Romani in quest’arte.


XV.


Gli avvenimenti del 1848 furono cagione di alcuna sosta negli studj e nelle ricerche nostre; ma frattanto facendosi allora quasi ogni opera d’arte simbolo di pensieri e di affetti patriottici, ed avendo noi pure a tal fine assai lavori prodotti e venduti, ciò fu cagione che alquanti de’ nostri modelli, anche per privata industria degli operai dimorati presso di noi, si spargessero per tutta Italia. Come poi quel nuovo andamento di cose si fu soffermato, o meglio, rivolto addietro, ponemmo ogni cura a riprodurre nella qualità, nella forma de’ nostri gioielli e negli usi a cui avrebbero servito, tutte le diverse fasi dell’antica oreficeria, cominciando dal più vetusto stile etrusco e procedendo all’italo-greco, al greco, al romano del tempo d’Augusto, al romano del basso impero, al cristiano delle Catacombe, al bizantino, e venendo insino all’epoca del risorgimento, imitando i lavori come degli altri orefici italiani, così principalmente di Benvenuto Cellini. [p. 24 modifica]

XVI.


I lavori di musaico trassero anche a se la nostra attenzione: perciocchè generalmente parlando il gran numero di coloro che in Roma sono dati all’esercizio di quest’arte, si trovavano a quel tempo pressochè senza lavoro, ed eran costretti di contentarsi al far lavori di picciolissima entità che per lo più consistevano in copie di cose moderne prive di gusto e di spirito artistico, e dove l’imaginazione e l’inventiva non aveano campo da esercitarsi. Noi ci demmo dunque ad imitare, applicando il musaico all’oreficeria, le antiche maschere sceniche, e componemmo o riproducemmo con esso molte e diverse iscrizioni latine e greche. Le quali cose non tardarono ad essere per ogni dove copiate. Se non che per alcune disavventure onde fu colpita la nostra famiglia, ci fu forza interrompere di nuovo questa sorta di studj.


XVII.


Nell’anno 1858 ci fu dato finalmente di poter riprendere e proseguire fino ad oggi le nostre indagini. Principalmente gli ori etruschi, greci e romani furono soggetto di nostre accurate osservazioni e imitazioni. Allor comparando potemmo vedere come nei gioielli etruschi fosse impareggiabile la squisita finezza dei granulati e delle cordelline, come [p. 25 modifica]nei greci risplendesse maggior eleganza, sottigliezza ed omogeneità di forme, e un particolar pregio quanto agli smalti ed alle figurine; e come per ultimo nei romani prevalesse una certa bellezza direi così più maschia e soda, che si rivelava con forme più larghe, e con più grande solidità di lavoro.

Gli scavi e i ritrovamenti di cose antiche fatti a Cuma, ad Ostia, ed a Kertch in Crimea ci dettero materia di operare, e furono cagione di farne riconoscere per greci (di Cuma o di Kertch) alcuni ori che prima co’ più dotti archeologi avevamo creduti di Etruria, ed in seguito per altri scoprimenti e confronti alcuni che avevamo per imperiali romani del buon tempo ci si dimostrarono appartenere al basso impero, o alle colonie lontane. Non ci fu difficile copiare perfettamente i gioielli dell’antica Roma, ma vollero speciale fatica, perseveranza e lunghissime prove gli etruschi e quelli di Grecia a rifarne le cordelle, gli smalti e le granelline. E non è ancor molto che riguardando a traverso una lente gli ori etruschi del nostro proprio cimelio, io stesso potei scorgere come eravi nelle zone di spesse granelline (le quali sono un carattere speciale dei gioielli lavorati da quei pazienti artisti) delle mancanze come son quelle che fa lo smalto nello schizzamento dell’oro. Tale osservazione dettemi di pensiero in pensiero soggetto a tentare un nuovo processo, a fin di riprodurre quel granulato finissimo, creduto finora impossibile ad essere anche da lunge imitato dagli orefici moderni. Cominciai subito cotai novelle prove [p. 26 modifica], e i risultamenti che ne ottenni furono soddisfacienti per guisa da potersi oggi dire in massima parte sciolto il problema che da quasi venti anni ci teneva a se rivolti.


XVIII.


Il discoprimento della Basilica di S. Alessandro, e i ritrovamenti fatti nelle catacombe di Roma ci mossero il desiderio di ricopiare con tutta esattezza alcuni di que’ lavori, che sebben rozzi in arte, hanno l’impronta di tale schietta ingenuità quale gli rende per qualche rispetto ammirabili. Allora facemmo scopo di nostro studio i più antichi lavori in musaico che si trovino nelle basiliche di Roma, ed a ciò fummo grandemente confortati dall’illustre Oulsufieff, esimio cultore dell’arte greco-orientale, il quale primo ci consigliò e ci sospinse a riprodurre ne’ gioielli nostri i musaici della scuola bizantina. Così riducendo i lavori di oro a cassine facemmo che il mosaico vi spiegasse tutta la ricchezza ond’è capace, e in questa maniera di operare fummo via sempre guidati dalla scorta sicura del Duca Caetani. Il compianto signor di Oulsufieff non potè, per la repentina sua morte, veder come riuscisse a bene quel che egli avea suggerito, e quanto se ne giovassero gli artefici musaicisti, i quali erano già ridotti, come abbiam detto, a miseramente copiare disegni da moderne porcellane per vilissimo prezzo. [p. 27 modifica]

XIX.


Già erano alcuni anni che oltre agli studj ed ai lavori sopra indicati, ci occupavamo sotto la direzione di mio fratello Alessandro ad imitare i gioielli dell’epoca del risorgimento italiano dal XIII al XV secolo. Meglio a ciò incuorati dal buon successo che avevamo ottenuto nei lavori italo-bizantini, ci demmo con più ardore a questo diverso genere d’imitazione, e come già possedevamo una certa collezione di ori copiati da quelli etruschi, greci, romani dell’alto e del basso impero e italo-bizantini, così ancora in breve spazio ne avemmo di quelli che si riferiscono al risorgimento italiano, e che sono ad un tempo il limite a cui si deve arrestare l’orefice e l’artista di buon gusto e giudizio. Perciocchè subito dopo Michel Angiolo Buonarroti, l’oreficeria, in quella guisa che fecero tutte le arti, comincia a declinare e sempre più si guasta, invilisce, e diviene a mano a mano quasi arte solamente meccanica giungendo insino ai tempi che corrono, nei quali smarritosi il principio tradizionale, gli artefici italiani pur testè servilmente imitavano le opere dell’oreficeria straniera con vergogna loro che avevano in casa per sei volte avuto diversi e tutti bellissimi esempi da imitare.

Noi non crediamo perciò avere perduto l’opera nostra come devoti cultori dell’arte, nemici di [p. 28 modifica]ogni privilegio, e memori del bel detto dell’antico filosofo


ΛΑΜΠΑΔΙΑ · ΕΧΟΝΤΕΣ

ΔΙΑΔΩΣΟΥΣΙΝ · ΑΛΛΗΛΟΙΣ 1


nulla serbammo per noi, e ci confortiamo nel pensiero che altri vorrà seguitarci, ed avanzarci poi nella via a cui ci siam messi, e che più non abbandoneremo, quanto ci duri la vita.

Note

  1. Coloro che hanno lumi gli daranno a vicenda.
    Platone I, De Rep.