Storia degli antichi popoli italiani/Capitolo VII

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Capitolo VII - Etruschi

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CAPO VII.


Etruschi


Se fu ingiusta la sorte annullando i fasti del più gran popolo che dominava Italia, innanzi che fosse Roma, non è lieve conforto all’umana virtù, che le nobili arti che quel popolo stesso sì degnamente esercitava ed amava, sien bastanti a rinnovarne la fama, e ad attestare al mondo, con opere di sua mano e d’ingegno, l’antica civiltà dell’Etruria. Questi nazionali monumenti, che ogni dì più maggiormente si traggon fuori delle sue ruine in gran numero, e che nel proseguimento di quest’opera saran materia di rilevanti considerazioni, fan certissima testimonianza che i civili Etruschi di lunga mano attendevano a quegli studi ed arti, che son mezzi di potenza e di decoro alle nazioni. L’istoria d’un popolo non ha di fatto importanza se non che dall’epoca della sua istruzione: né meritan lode coloro, che senz’avanzamento di coltura morale son sterilmente invecchiati. Non basta che una nazione sia antica: è pur necessario che nella sua durata ella abbia giovato all’umanità di leggi, d’arti, e di ornati costumi.

L’origine degli Etruschi stava già inviluppata presso gli antichi in grandissime incertezze, e fu tema di nuove interminabili questioni pe’ moderni, sempre fecondi in controversie congetturali. Erodoto il quale riferiva, come ei dice, le cose che si narravano, senza [p. 96 modifica]esser tenuto a crederle totalmente1, scrive che vennero qua di Lidia condotti da Tirreno figliuolo di Ati, ma il suo schietto racconto si trova accoppiato a circostanze talmente favolose ed incredibili, che questo solo basterebbe a giudicarlo una novella2. Al contrario Ellanico, contemporaneo di Erodoto, darà ad intendere che i Tirreni fossero quei medesimi Pelasghi Tessali, che approdarono a Spina in sull’Adriatico, penetrarono nell’interno dell’Etruria, e vi dimorarono un tempo, prima che di nuovo errassero sotto il cognome di Pelasghi-Tirreni nell’Attica, e di là in Lenno ed Imbro, siccome narrava Mirsilio Lesbio3. Per un’altra storia di tradizione riferita da Plutarco4, si dicevano quei Pelasghi transitati dalla Tessaglia nella Lidia; di là nella Tirennia; e di nuovo in Atene e in Lenno: racconto che tendeva manifestamente a conciliare le due opposte sentenze d’Erodoto e d’Ellanico, senza aver per questo maggior fondamento di vero. E qui massimamente Dionisio, scioltosi dai lacci del suo proprio sistema, fa prova di sano criterio, dimostrando l’insussistenza e la fallacia insieme d’ambo quelle opinioni. Perciocchè non solo le istorie lidie di Xanto, autorevole scrittore, non facevan nessuna menzione di Tirreno, nè d’una colonia di Meoni passata [p. 97 modifica]di colà nell’Etruria: ma, quel che più vale, oppone Dionisio, che gli Etruschi non avevano in fatto di lingua, leggi, religione e costume, nulla di rassomigliante coi Lidj, nè tampoco coi Pelasghi5: e ciò affermava egli allorchè quella lingua si manteneva ancor viva, nè spenti erano i vecchi costumi; e sussistendo scritture originali etrusche, potevano pure ben sapersi le cose maggiori attenenti alla nazione. Che Dionisio avesse studiato a fondo un’istoria degli Etruschi, ne’ loro instituti, e nella forma del governo, lo dice aperto egli stesso6: e grandemente dobbiamo anzi deplorare la perdita di que’ libri, dov’ei trattava de’ fatti loro con particolar proponimento. Tenne dunque opinione l’istorico d’Alicarnasso, che gli Etruschi fossero essi stessi un popolo originario dell’Italia: sentenza non già nuova, ne’ di suo avviso soltanto, ma divolgata per l’innanzi da altri narratori di storie; e forse la stessa che già confermavano le proprie nazionali tradizioni. Noi, uomini moderni, non potremo mai sperare di togliere nè di aggiunger forza alle conclusioni dettate dall’imparziale [p. 98 modifica]giudizio di Dionisio. Ma pure qualvolta i Tirreni, più tosto che indigeni, fossero stati un popolo lidio approdato alle spiagge del mar inferiore come portava la tradizione7; sebbene i Lidj mai non abbiano avuto da per se navilio, nè colonie; si sarebbono i suoi fermati in sulla marina , siccome fecero al loro tempo gli Elleni nella bassa Italia: laddove, al contrario, le più antiche città principali dell’Etruria furono fabbricate dentro terra, ed a bello studio situate in luoghi montuosi selvosi d’intorno e forti: eccetto Populonia, la sola tra le vetuste prossima al lido, concordemente dicono Strabone e Plinio8: e questa non era già una metropoli, ma bensì colonia dei Volterrani, che ne cacciarono i Corsi, annidatisi per la prossimità in quel seno di mare9. Certo che i due mentovati scrittori addussero un fatto istorico di gran momento; e questo fatto è tanto maggiormente notabile, quanto più concorde al naturale e civile progresso della nazione: poichè gli Etruschi, per ampliazione di dominio soltanto, s’avanzarono dall’interno paese alle basse contrade di maremma; nè prima che vi bonificassero i luoghi, d’aria infetta e pestilenziosa lungo tempo, poterono porvi sue dimore, edificandovi secondo l’opportunità terre murate, e le abitazioni sopra la marina fra Populonia e [p. 99 modifica]la ripa etrusca del Tevere, a comodo massimamente dei navigatori.

Con tutto questo il racconto posto avanti dal padre della greca istoria trovò di leggieri e ripetitori e seguaci in tutte l’età. Lo accolse fra i Greci Timeo10, cotanto vago di storie maravigliose; il poeta degli oscuri vaticinj11; Strabone12 e taluni altri: nè i latini scrittori cessavano di ridirlo l’un l’altro, e principalmente i poeti, che agli Etruschi soglion dare il nome di Meoni o di Lidj: ma tutte queste testimonianze si risolvono in una sola, nè aggiungono forza all’argomento. Si adduce per alcuni che gli Etruschi stessi riconobbero in certo modo la provenienza dalla Lidia, quando, sotto il governo di Tiberio, scrissero ai Sardiani come ad agnati; ma, benchè nel suo total servaggio non rimanesse all’Etruria nient’altro che vanagloria, nulladimeno questi da se vantati legami di parentela asiatica non trovarono fede, nè grazia davanti il senato13. Così pure l’opinione, appoggiata alla narrativa d’Ellanico, che i Tirreni fossero di stirpe pelasga, non mancava di fautori nè in Grecia, nè in Roma: e da che in fino per uso di favella il nome generico di Tirreni sonava [p. 100 modifica]alternamente in bocca de’ Greci e dei seguaci loro, ora quanto Pelasghi cognominati Tirreni, ora quanto Etruschi, ne venne da ciò nel linguaggio de’ libri quella tale ambiguità di nomi etnici, e confusione di fatti, che renderà sempre difficilissimo, se non del tutto impossibile all’istorico, lo sceverarli con pari critica e convenevolenza. Quindi, benché la tradizione lidia sia oggidì rifiutata pienamente dai critici migliori, presupporre non ostante di ceppo pelasgo gli Etruschi, e di lingua e di dottrine più presto grecaniche, che d’altro fondo, è una tale sentenza che ancor piace ad alcuni per la facilità, se non altro, che porge loro di tentar grecizzando i misteri d’una lingua ignota, e di tirare a proprio talento, come suol farsi dai più, tutta questa materia a sistema. Se non che, per chiunque non ami fantasie, forza è confessare candidamente, che la massima parte dell’etrusche iscrizioni ne’ bronzi e ne’ marmi sono inintelligibili affatto: perché di vero s’ignora la lingua o le lingue madri che formarono l’etrusca, innanzi ch’ella per commercio di popolo s’accostasse alla greca, di cui ritiene soltanto, e nulla più, alcuni temi compagni, o derivati.

Ma se dalla favola lidia, collegata con le nobili storie degli Eraclidi, traevano gli Etruschi meno antichi un qualche titolo di nazionale vanità, non abbiamo neppure un cenno, che eglino attribuissero in alcun tempo a se stessi un’origine pelasga. Anzi ciò era per esso loro soltanto una tradizione recitata [p. 101 modifica]dagli stranieri, sì come l’altra, che spacciava volgarmente la discendenza lidia del popolo. I paesani chiamavano originalmente se stessi Ra-seni14. All’opposto i Greci antichi gli appellavano Tirseni o Tirreni; dove che i Romani più generalmente nominarono la nostra gente Tusci, o altrimenti Etrusci: cognome che il popolo prendeva già di consuetudine sotto la dominazione romana, tanto che si ritrova usato coll’istessa forma italica nelle tavole eugubine15. Il tipo fisico, o la fazione delle teste che più caratterizza la razza italiana di costoro, e che la forza delle rivoluzioni politiche, né l’azione medesima della civiltà, non han fatto mai perire fra noi, si scorge evidentemente in moltissimi ritratti maschili e femminili, effigiati in monumenti sepolcrali dell’età vetusta16. Son queste le vere e non alterate fattezze de’ padri nostri. Che dessi sieno stati antichissimo e illustre popolo, lo abbiamo per mille testimonianze. Cantava già Esiodo de’ forti Tirreni17; e il mito stesso di Latino, apparentemente italico, fa conoscere, ch’egli intese a poetare dei nostri antichi, anziché dei Pelasghi. Altri miti celebravano i Tirreni come famosi e prodi al tempo del Bacco tebano18, d’Ercole19, [p. 102 modifica]e degli Argonauti20: Platone medesimo, filosofando sopra gli Atlantidi, pone soltanto contemporanei di loro, per rispetto alla grande antichità, Egizj e Tirreni21. Ma più propriamente nei tempi storici, i nostri Etruschi potentissimi, come dice Livio22, dominavano la maggior parte dell’Italia prima che fosse Roma. Furono niente meno formidabili ai Greci, come signori del mare Tirreno e dell’Adriatico, fino dal tempo delle guerre persiane: e vedremo al suo luogo per quante imprese navali divennero anche compagni od emuli ai Cartaginesi. Ciò non ostante è pur cosa certissima, che quanto narrano di loro le storie greche e romane, non sono che poche e disciolte memorie, di troppo insufficienti a dare a conoscere nella sua pienezza il più antico e vero stato della nazione e le sue fortune. Sono perdute per sempre le storie loro etrusche e nazionali23. Nè possiamo tampoco aver ricorso a quelle che scrissero due autori latini, Valerio Flacco e Cecina oriundo volterrano24. [p. 103 modifica]Manca la storia etrusca dettata grecamente in venti libri dall’imperatore Claudio25, che, ancor priva di eloquenza, non poteva non contenere importantissimi documenti, cavati soprattutto dai pubblici archivj o dai volumi sacerdotali, aperti a ogni ricerca del principe dilettante. E ne sien verissima testimonianza le narrazioni medesime di libri etruschi toccate da Claudio nella sua orazione al senato, cognita, per le tavole di Lione26. Non curiamo di Sostrato, scrittore poco valente de’ fatti dei Tirreni27: ma irreparabil perdita sono que’ libri testè mentovati di Dionisio, in cui narrava partitamente quali città abitarono, gli Etruschi qual fosse il modo del loro vivere e del governo; quali le belle azioni e la potenza. Così per taluni frammenti di Dione Cassio28 si conosce, che desso pure trattava, con grave giudizio e con moderazione delle cose pubbliche degli Etruschi, che nè Aristotile e un Teofrasto, per tacer d’altri, stimarono, degne delle meditazioni dei savi. Ma dappoichè perirono senza rimedio questi importanti sussidj per una storia intera e continovata degli Etruschi, narreremo almeno quei fatti principali, che nè forza di tempo, [p. 104 modifica]né di mutazioni, né di sorti han mai potuto svellere dalla memoria degli uomini.

L’Etruria centrale, sede propria e permanente della nazione, stava compresa già nei primi secoli di Roma fra l’Arno e il Tevere, dentro i seguenti tre chiari e naturali confini: 1.° la sommità della curva giogana dell’Appennino, cominciando dalla sorgente del Serchio e seguitando per le cime de’ monti fino a quella del Tevere; 2.° il Tevere medesimo fino al suo sbocco in mare; 3.° il lido del mar toscano dalla foce del Tevere fino a quella dell’Arno. Vero è che buona parte di questo divisato territorio era stato per l’innanzi occupato dagli Umbri, ne’ grandi commovimenti e romori, che tramutarono le abitazioni di molte genti29. Talché la prima e forse l’originaria stanza degli Etruschi, tribù di paesani, convien cercarla in un tratto più ristretto, e principalmente nelle alture che dalla Falterona piegano per una continovata catena alle Valli del Mugello dove anche oggidì si sostiene una gagliarda popolazione: e solo per cosa incidente, benché domestica, qui notiamo, che «nostra antichità» chiamano il Mugello i vecchi cronisti fiorentini30. Or dunque di quivi intorno, o d’altra parte interiore tra ponente e settentrione si mosse quella ’gente fiera a’ danni degli Umbri, suoi molesti vicini e nemici: e domati costoro per foltissimi travagli ne’ luoghi [p. 105 modifica]che tenevano di qua dell’Arno, vennero i guerreggianti Etruschi, come di sopra dicemmo, in podestà di tutte le loro terre, sottoponendo i vinti a tollerabile dominio31.  Non è incredibile che in questi lunghi e ostinatissimi contrasti di guerra, si adoperassero anche, come aiuti, quei venturieri Pelasghi, che vennero qua di Tessaglia, e vi diedero mano or all’una, ora all’altra impresa: ma Plinio, che raccoglieva ogni sorta di tradizioni, e scriveva in fretta, contraddice apertamente a se stesso, quando fa scacciare gli Umbri dall’Etruria per la sola forza dei Pelasghi32. Dopo tale successo, invigorite l’armi dalla naturale ansietà della potenza, crebbero gli Etruschi uniti di conquista in conquista a grande stato, afforzando la propria loro nazione e l’esercito delle genti che andavano a mano a mano facendo o tributarie, o soggette. Ed il secolo tutto guerriero incitava non poco a imprese coraggiose animi forti, e compagnie di soldati. Che non altro erano ne’ suoi principj popoli d’incerto stato, e non ancora ben fermi, né disciplinati. Ma la catastrofe degli Umbri diede agli Etruschi con istabile fondamento di potenza, anche l’opportunità di ordinarsi a miglior vita politica. Perché già possessori di tutto lo spazio in tra l’Arno e il Tevere occupanti la marina del Tirreno; e signori di fertile e ricco paese; quivi attesero a darsi stato, ed a legitti[p. 106 modifica]mare il diritto della forza con regolalo dominio. Mediante un sistema fermo di leggi agrarie33, corroborato e fortificato da religione, la qual metteva così il paese, come i campi de’ privati, sotto la protezione degli Dei34, si vede manifesto che gli ordinatori del popolo si posero principalmente in cura di assicurare l’utile proprietà dei terreni a tutti gl’individui liberi, membri del comune. E quanto efficacemente si ritrovasse l’agricoltura congiunta con la prima salutare istituzione dell’Etruria, si dimostra pure col mito di Tagete, maestro sovrano d’ogni civile e religiosa disciplina, uscito fuor d’un solco, quasi come figlio della coltivazione, mentrechè stavasi arando nei campi di Tarquinia35. Allegoria d’alto, intendimento vie più ampliata, o piuttosto esposta sotto i sensi medesimi del popolo, col simbolico rito etrusco di segnare il circuito e il pomerio d’una città nuova coll’aratro36: ciò che insegnava a tutti qual sana idea d’ordine politico e di conservazione applicasse il legislatore all’agricoltura madre di giustizia. Tal è l’ordinario corso delle nazioni fattesi civili. Soprattutto se consideriamo quanto natura, per l’opportunità de’ luoghi, [p. 107 modifica]desse ai Toschi mezzi valenti ed efficaci di pronto incremento. Sebbene originalmente popolo agreste, procedevano essi dalle parti le meno alpestri dell’Appennino, e da fertili vallate racchiuse tra le diramazioni secondarie di quello: per la qualità mite del ciclo vi sortirono trattabile natura, ed una temperata composizione di spirito e di talento abile ad ogni cosa: nè poco attamente, sia per la prossimità delle isole intorno alla marina, formanti l’arcipelago toscano, sia per le correnti che hanno luogo nei diversi canali di quello, ebbero gli Etruschi, meglio che ogni altro popolo italiano, presta via di cimentarsi a buon’ora nelle navigazioni, ed apprendervi a sprezzare i pericoli del mare. In così acconcia e quasi centrale positura di paese adoperandosi virilmente i nostrali e per terra e per mare, si renderono in breve tempo audaci sovra ambedue: s’ammaestrarono più facilmente mediante i commerci dilatati per altre contrade, ed insieme coll’uso di nuove fogge di vita, e con nuove arti: ed ordinatovi una volta stabilmente dai loro savi il governo politico dell’Etruria con dodici città guernite di leggi, e di milizia nazionale, in quel modo che diremo appresso, il valor che reggeva la lor fortuna li trasse di là ad occupare nell’Italia superiore ed inferiore le più belle regioni, ed a fondarvi per opera d’armi e di consiglio due nuovi stati.

La rovina degli Umbri, secondo il computo che porta la total narrazione di Dionisio (avuto riguardo [p. 108 modifica]alle incertezze della cronologia tecnica), sarebbe accaduta cinquecento anni in circa avanti la fondazione di Roma. E questa rovina fu anche il principio della potenza etrusca. Sicché non parrà poco notabile corrispondenza di tempo, che gli annali toschi, scritti nell’ottavo secolo della nazione, cominciassero l’era degli Etruschi quattrocento trentaquattro anni prima di Roma37. Non si vuol fondare in questo suppositivo ragguaglio d’età nessuna prova istorica; ma è fatto certo, che fino da remotissimi tempi il popolo etrusco, di già gagliardo in sull’armi, progrediva di passo in passo a maggior fortuna. Ben dunque, come si ricava da Livio38, di molto innanzi all’impero romano s’avanzarono gli Etruschi attraverso l’Appenino superiore sin dove giungono le campagne bolognesi e ferraresi ed il Polesine: donde poi si distesero per l’adiacente pianura tra l’Appennino e l’Alpi. Errerebbe tuttavia di molto chi credesse che quest’ampio spazio di paese avesse in allora l’aspetto florido e dovizioso, che oggidì rimiriamo nella medesima contrada. Perocché la natura del suolo di Lombardia mostra ad evidenza, che nella sua total superficie, dove corsero senza freno acque veloci e torbide, si ritrovavano moltissimi luoghi paludosi, lotosi ed acquidosi, che l’arte sola e la perseveranza umana han potuto rendere abitabili e colti39. Quindi [p. 109 modifica]il Po e le paludi intorno opposero dalla banda dei Veneti un argine fermo all’invasione etrusca: fra gli Appennini e il Po par che non oltrepassasse la Trebbia40, poiché i Liguri stanziati di presso nel suo natal sito per le alture di quei monti, che comprendono il sommo giogo di Gottro, vi si mantennero sicuri; ma, come niun altro gran riparo naturale sì frapponeva al progresso degl’invasori alla sinistra del Po, quivi oltre occuparono tutti i luoghi in tra questo fiume e le Alpi41. Nella maggior parie della pianura insino al Ticino, dove s’estese la conquista, abitavano popoli di stirpe ligure, prodi sì, ma incolti, che cederono l’un dopo l’altro, nulla men che gli Umbri, al valore unito degli Etruschi. Signori per tal modo di sì spazioso e ubertoso paese, che porge da per tutto un grasso fondo di pienissimi pascoli, e padroni della navigazione del gran fiume che porta con facile accesso al mare, saggiamente s’adoperarono i conquistatori non tanto a bonificare l’acquistato territorio, quanto a por quivi la sede d’uno stato possente. Adunque mandandovi tante colonie, quanti erano i popoli confederati, e capi di quella nazione, vi formarono una nuova Etruria42, che riceveva l’essere [p. 110 modifica]sere da dodici città collegate dello stesso sangue43. Una delle più principali fra queste era sicuramente Adria prossima alla Venezia, già sì potentissima in quel mare che ne prese il nome l’Adriatico44. Città di tanto antica, che i boriosi Greci la volean del loro seme fondata da Diomede 45. E benché fabbricata in fondo d’un piccolo golfo presso al ramo inferiore dell’Adige, si trova al presente, per continuo accrescimento della spiaggia, distante dal lido attuale venticinque mila metri46. Né vie meno famosa d’Adria, per terrestre potenza era Mantova47, che posta in mezzo d’un lago che forma il fiume Mincio, teneasi ancora al tempo di Plinio per un durevole monumento dell’imperio etrusco di là dell’Appennino48. Felsina oggidì Bologna, si trova illustrata col titolo di città capitale49: cioè a dire, [p. 111 modifica]una delle dodici sovrane di questa nuova Etruria nel cui numero si vuol comprendere anche Melpo, che Cornelio Nipote chiama opulentissima50, e che dipoi fu disfatta dai Boj e Senoni il giorno stesso in cui Cammillo prese Vejo. Nulla di più sappiamo né del nome, né della situazione dell’altre otto città che completavano l’unione: ancorché da per tutto ugualmente i dominatori attendessero a migliorare il paese, cangiando l’antico stato palustre di grandissima parte del territorio più depresso in fertili campagne. Così nel tenimento di Adria fecero essi con arte maestra, per traverso alle bocche impaludate del Po, quegli scavi e canali che da sette laghi, chiamati i sette mari, scaricavano le piene del fiume in mare51; e mediante le fosse Filistine, che da lontano e interno paese portavano l’acque soprabbondanti al mare vicino a Brondolo, era parimente riuscito agli Etruschi di sanare intorno il Delta intero del Po, compreso tra le lagune venete e il lago di Comacchio. Tutti lavori grandissimi e di perseverante volere, che attestano con piena certezza le cure instancabili del civili dominanti sì per la salubrità della provincia, come per la continuazione del miglioramento, e accrescimento della popolazione soggetta. [p. 112 modifica]Nè pruova men sicura del buon uso fattosi per loro dell’arti proprie qua recate, son l’etrusche iscrizioni, i bronzi, i vasi dipinti, che in ogni tempo si van ritrovando per l’alta Italia, e fino in Piemonte.

Una moderna opinione vorrebbe non ostante dare a credere, che gli Etruschi dell’Italia superiore, piuttostochè venuti dall’Etruria di mezzo, sien dessi calati dalle montagne dell’alpestre Rezia ad occupare il paese dintorno al Po; e di quivi trapassati qual gente straniera ed avventizia nell’Etruria contigua, donde ne cacciarono Umbri e Tirreni52. Ma questa ipotesi infelicemente promossa altre volte53, è per se stessa talmente contraria a tutte le testimonianze istoriche degli antichi, che non può sperare di trovar mai favorevole accoglimento. La narrativa di Livio54 è troppo schietta, piena e circostanziata, per non poter levare neppure un dubbio, che nell’invasione gallica al secondo secolo di Roma gli Etruschi della pianura scacciati di per tutto dalla ferocia dei transalpini, non si rifugissero a salvezza ne’ luoghi forti della Rezia; il quale avvenimento importantissimo delle italiche [p. 113 modifica]storie narammo noi stessi distesamente altrove55. Quel Flacco tra gli altri, e Cecina, che scrissero l’istoria degli Etruschi, raccontavano a un modo, che le dodici città settentrionali v’erano state fondate da un Tarconte, condottiere dell’esercito che valicò gli Appennini56: il qual nome di Tarconte, benché originalmente eroico, fu anche proprio e speciale patronimico dell’Etruria media57. Se può addursi l’autorità d’un poeta, nativo di questi paesi, il dominio etrusco si sarebbe esteso al lago di Garda58, che altro non è che il fiume Mincio * 1: e quindi gli Etruschi avrebbero cautamente occupato alle radici delle Alpi anco i luoghi e le strette che danno passo, onde tenersi aperta la via delle montagne, e rendere più sicuro il basso territorio dalle irruzioni degli Alpigiani. E questi luoghi forti han dovuto all’uopo servir loro non solamente di riparo, ma di mezzo opportunissimo ad internarsi nella Rezia, ed a dimesticarsi quivi coi [p. 114 modifica]montanari, dopo che specialmente mancò agli Etruschi fuggitivi ogni qualunque speranza di poter superare la forza vie più crescente dei Galli. Le tribù alpine prossime all’Italia, che in quel frangente potevano sole contrastare all’entrata, o non erano nemici degli Etruschi per usata comunicazion di persone e di cose, o debole resistenza potean fare alle spade di chi cercava salute: atteso massimamente, che in questo fatto al tutto locale nulla avean che travagliarsi gli altri alpigiani, in genere detti Reti, divisi l’uno dall’altro per foreste e montagne, e dimoranti più addentro fin presso al Danubio, o intorno al gran lago di Costanza59. E giustamente là nel moderno paese dei Grigioni e nel Tirolo si ritrovano tuttora luoghi, nomi e vestigi, che dimostrano con evidenza l’antica dimora dei Toschi60: né son decorsi molti anni da che in sul Dos di Trento vi fu scoperta, fra le rovine d’un edifizio, una iscrizione etrusca avente il nome di principale deità61, che si rinviene frequente in monumenti dell’Etruria media. Colà dunque si fa ognor più manifesta [p. 115 modifica]l’esistenza di popolo civile, che v’avea recato di fuori sue proprie religioni, scrittura ed arti. Qui torna bene soprattutto il raziocinio dei vetusti monumenti figurati degli Etruschi, e de’ simboli loro più evidenti, nessun de’ quali si confà alla natura, all’ingegno ed ai miti di popolo settentrionale62. Tanto che se verissimo è il total racconto di Livio, autenticato per molti fatti da se provanti, resterà sempre fermo, che l’Etruria centrale fu prima e stabil sede della nazione dei Toschi.

Ma il robusto vigore di popolo unito cresciuto all’armi, e fortunato nelle imprese, non poteva, per continuo successo di prosperità, non prorompere con empito in altre offensioni contro a’ suoi men gagliardi vicini alle frontiere di mezzogiorno. Quindi è che dopo i primi acquisti fatti dell’altrui, si rinviene seguitamente nella lega etrusca una forza conquistatrice, e progressivamente in moto verso l’Italia inferiore. I Casci o prischi Latini, più prossimi di territorio, né forse per ancora ben collegatisi in corpo di nazione, patirono i primi le violenze degli Etruschi sotto l’armi63. Guerreggiarono infra loro coli’ usata acerbità dei vicini confinanti, nè forse tutto è favola, che i Latini pagassero una volta tributo agli Etruschi64. [p. 116 modifica] Quel superbo Mezenzio, re o lucumone piuttosto di Cere, cotanto infesto ai Latini nella guerra contro i Rutuli, non è soltanto un personaggio epico, ma pur anche istorico. Fidene, posta negli angusti termini del vecchio Lazio, era per certo colonia degli Etruschi-Vejenti65. Altri non dubbj segnali si rinvengono quivi medesimo o di dominio, o di attenenza, o di parentela coll’Etruria66. E, come dice Livio, l’Albula, o sia il Tevere, divenne all’ultimo confine fermo dai Toschi e Latini insieme d’accordo. Limite che tuttavia sussisteva di diritto all’epoca del decemvirato. I legami che l’amicizia o l’unione compose fra i due popoli, l’uno all’altro sì propinquo, si ristrinsero vie maggiormente con l’adozione di riti e usi comuni: ond’è che da prima s’introdussero per istituzione legittima nelle città del Lazio gli ordini religiosi e civili dell’Etruria medesima67. Per traverso le terre latine si dirizzarono da poi gli Etruschi guerreggianti a soggettare il paese tra i monti e il mare occupato dai Volsci, come narrava Catone68: ed il nome stesso di Tirrenia, il qual s’estendeva per tutta la riviera oltre il capo di Circello, [p. 117 modifica]all’età vetusta69, è assai manifesto contrassegno del grido e del poter dei dominatori in quella contrada. Senzadio non mancano nè pure per là entro indubitate tracce della loro antica signoria, il che ci sarà uopo dimostrare appresso. Ed ecco in che modo avanzandosi gli Etruschi anche per l’Italia meridionale giunsero di luogo in luogo alle sponde del Liri, oggi detto Garigliano. Trapassarono quel fiume: si piacquero nel molle e dilettoso territorio: e quivi fermatisi nelle felici contrade della Campania vi ordinarono, come già nell’Italia superiore, uno stato eguale confederato. Gli Opici od altrimenti Osci, copioso e antichissimo popolo, erano in allora possessori di quel tratto dell’Opicia che occuparono gli Etruschi, e che prese di poi il nome di Campania. Allevati in un suolo fertilissimo non par che i nazionali vi facessero troppa resistenza agli invasori del loro paese, facile preda dei forti: onde gli Etruschi, tolti per sei be’ campi d’intorno al Vulturno, di là progredirono per l’adiacente contado sino al fiume Silaro, che verso mezzodì pose il termine della Campania antica, e in un del dominio etrusco70. Secondochè fatto avevano oltre l’Appennino condussero quivi dodici colonie, e vi edificarono [p. 118 modifica]carono altrettante città, tra le quali primeggiava Vulturno, di poi detta Capua71.  Vellejo72, che discute sensatamente qual fosse l’epoca meno dubbia della fondazione di Capua, opponendo al parere dell’autor delle Origini altri scrittorij la pone, per computo di questi medesimi cronologisti, cinquant’anni più alta dell’era romana, o in quel torno. E Nola fu similmente e fermamente etrusca d’origine; siccome lo accerta l’autorità principale di Catone e di Polibio73. Ivi presso, ne’ luoghi tolti agli Opici74, tennero ugualmente i nostri Ercolano e Pompeja: e alquanto più distante Marcina intorno al golfo di Salerno: deliziosa contrada la cui signoria, e lo conferma Plinio, pertenne indubitabilmente ai Toschi75. In questa importante conquista della Campania par di certo che gli Etruschi avessero per ausiliarj e compagni gli Umbri76, che uniti con esso loro nelle imprese s’adoperarono assai, anche in processo di tempo, a’ danni dei Cumani e degli altri Greci di Calcide stanziati nell’Opicia. Di più non sappiamo della condizione, né della forza del nuovo impero etrusco in queste [p. 119 modifica]parti meridionali, dove tuttavia i nativi paesani Oschi formavano il grosso della popolazione: ma sicuramente i conquistatori v’acquistarono, e vi mantennero gran tempo stabile e prospero dominio, finché arricchiti e spossati essi stessi dalle delizie campane non lo perderono; prima per oltraggi, poscia per tradimento dei Sanniti.

Che però i Tirreni possessori della Campania sieno da reputarsi con le città loro originalmente Pelasghi anziché Etruschi, secondo che porterebbe a credere il total sistema d’un moderno scrittore77, ella è opinione sì repugnante all’universale credenza istorica, ed alla testimonianza concorde degli scrittori antichi di maggior peso, che non troverà per avventura facile consentimento. Catone, Polibio, Dionisio, e Strabone medesimo, per tacer di altri, son d’uno stesso avviso: benché questo ultimo, a se contraddicente, abbia scritto, che Ercolano e Pompeja furono entrambi edificate da Pelasghi e da Tirreni78. Notizia ambigua e dubbiosa, che il geografo riporta transitoriamente affatto. Laddove ella è pur cosa manifesta a tutti, che nelle narrative più veridiche, e specialmente in riguardo all’istoria italica, il cognome di Tirreni vien usato comuncaiente nel senso proprio di Etruschi, piuttosto che di Pelasghi, conforme al [p. 120 modifica]primo divolgato racconto di Ellanico. Forse ancora una mano di quei bellicosi Pelasghi, che si mischiarono nelle guerre per l’innanzi narrate fra Etruschi ed Umbri79, poterono farsi parimente aiuti nella spedizione della Campania, e passarvi insieme con esso loro, da che una qualche memoria di tradizione lo rammenta; ma l’onore, il titolo, ed il vantaggio della conquista, rimasero solo agli Etruschi durabilmente. Che eglino dominassero di lungo tempo in Capua e nella regione campana fintanto che non vi furono oppressi dai Sanniti, era un fatto fuor d’ogni controversia nel secolo d’Augusto, ripetuto formalmente dagli scrittori, e che in tutto consuona col tenore delle storie meglio confermate. Così realmente gli Etruschi venuti dalle regioni superiori80, e posatisi nella Campania con fermo stato, vi tennero per secoli la signoria; guerreggiarono per terra e per mare coi Greci italici e siciliani; e quantunque sì temuti da loro e sì di frequente nominati dopo le guerre persiane nelle storie contemporanee, non troviamo che mai gli Etruschi-Campani sieno stati qualificati come originari Pelasghi. Senza che i fatti stessi di gran momento, cui diedero cagione i Tirreni stessi della Campania durante i primi quattro secoli di Roma, dimostrano non dubbiamente ch’essi furono un popolo di nostro sangue, e nemico acerrimo de’ Greci, [p. 121 modifica]anzichè di loro congiunto.  E l’unione politica del principato di Campania, che Polibio81 chiama grecamente dinastia, con dodici città82, conforme agli ordini della madrepatria, ed alla lega etrusca settentrionale, non lascian tampoco menonissimo dubbio intorno alla medesimità della gente. L’istoria scritta è anche confermata in certo modo con i monumenti della nazione: perocché non poche iscrizioni della Campania convengono in particolarità con nobili casati e nomi dell’Etruria centrale83. Argomento grave della ereditaria affinit del popolo, ancorché queste scritture osche della Campania, e le leggende stesse delle sue medaglie, non s’appartengano all’epoca etrusca, ma siano anzi da riferirsi convenevolmente al tempo della dominazione sannitica. Forse un giorno verranno quivi in luce anche lettere etrusche: nel modo che, per casuale scoperta, certa qualità di vasi dipinti dei sepolcri nolani più antichi si sono ritrovati di tanto somiglianti per la fattura e gli emblemi loro a quelli di Chiusi, di Tarquinia e di Vulci84. [p. 122 modifica] In oltre qui nella Campania lasciarono gli Etruschi monumenti delle paterne religioni: fra i quali, a riverenza di Minerva la santa, il celebratissimo tempio posto in sulla cima del promontorio di questo nome85.

 Non dubbiamente i nostri propri Etruschi abitarono lungo la marina adriatica ne’ luoghi per avanti usurpati agli Umbri. Cupia montana e la marittima presso la moderna Ripatransone, pigliavano entrambe il nome da una propizia divinità dei Toschi86: oltre a ciò è credibile molto che sì queste, come l’Adria picena, fabbricata alquanto dentro terra in luogo alto, con vicino porto alla foce del Matrino, oggi chiamato la Piomba, fossero al pari colonie dell’Adria superiore dominante l’Adriatico. Nella qual Adria picena, antichissima città, Dionisio il vecchio, re di Siracusa, pose al suo tempo nuova gente87, con animo di raffrenare e reprimere quella mano di coraggiosi siciliani, che in fuggendo la sua dura tirannide avean fondato Ancona88. Iscrizioni, bronzi, ed altre [p. 123 modifica]antichità veramente toscaniche  si sono ritrovale spesse volte nel Piceno; e la qualità, la vetusta, e la copia delle monete d’Adria che vanno attorno, non men che le loro impronte simbolizzanti cose marine89, fan sicura testimonianza, che questo lembo d’Italia godeva di molta prosperità per commercio marittimo, già ne’ primi secoli di Roma. Né poco a dir vero era acconcio il luogo a navigare e mercare intorno intorno al golfo. Inverso il mare di sotto la prossimità dei Liguri-Apuani al confine occidentale dell’Etruria, era stata similmente da quel lato cagione di feroci contrasti, che fruttarono agli Etruschi il possesso dello spazioso golfo della Spezia, e del paese più propinquo alla Magra, dove edificarono Luni, che indi appresso divenne col suo porto l’emporio più grande della nazione. Ed alla scoperta recentissima di un monumento con lettere etrusche90 dobbiamo la certezza, che là intorno ne’ monti all’occidente del golfo s’estendeva non pure il dominio, ma l’uso ancora della lingua etrusca. Che di lontani tempi gli Etruschi attendessero con ardentissima competenza di navigazioni alle arti marine, e che talune città dovessero a queste le sue ricchezze, è fatto manifesto per la vituperosa nota di pirati, che davano [p. 124 modifica]loro senza rispetto i Greci. Ma la pirateria, lungi dal recare infamia, era impresa di gente d’alto cuore; e fu anche l’origine della nautica pe’ Greci stessi91, e della potenza insieme per i Fenici e Cartaginesi92. Poiché il mare apre ad ogni popolo animoso un vasto campo d’azione, e insolite vie d’ingrandimento, dirizzando potentemente gli animi ad opre fortunose. Né altresì vuol tacersi che mediante il frequente corseggiare fece al suo tempo grandi progressi la nuova nata navigazione europea. – Così gli Etruschi padroni della riviera marittima dal Tevere insino a Luni; computata da Strabone di 2500 stadi93; possessori delle due Adrie in sul mare di sopra, e signori di buona parte dei lidi della Campania; erano con fortissimi stimoli incitati a darsi virilmente alle arti marinaresche, nelle quali infatti divennero sì valenti da poter all’ultimo non tanto contrastare ai Cartaginesi e Siracusani il dominio del Mediterraneo occidentale con forza di marineria, ma di tentare anche più ardue navigazioni per l’Atlantico94. Fossero pur dessi, come si vuole, molto infesti ai meno audaci [p. 125 modifica]naviganti per arte piratica95: alle imprese loro navali doverono certamente gli Etruschi il non conteso possesso dell’arcipelago toscano, e de’ luoghi littorali della Corsica, dove fabbricarono Nicea, colonia per avventura d’alcuna delle più vicine città marittime sopra il Tirreno: tra le quali Populonia era la scala consueta donde si facea vela per l’Elba, la Corsica e la Sardegna96. Quivi pure avean gli Etruschi navali stazioni: e di per tutto traevano da quei selvaggi isolani grosse derrate e annuali tributi97. Le spesse boscaglie delle contrade di maremma, e le inesauste miniere di ferro dell’Elba98, fornivano largamente i navigatori di buoni materiali per la costruzione dei navigli, e per ogni altra sorte di armamento in casa propria. Laonde il dominio marittimo degli Etruschi fu lunga età sì ben fermo e sicuro ne’ due mari inferiore e superiore, che, per rispetto alla loro preminenza navale, l’uno chiamossi Tirreno, e l’altro Adriatico, fin da tempi quasi inaccessibili alla storia99. Né fa maraviglia che per tanta fama al mondo e viva e vera, dica Livio, che il none dell’Etruria sì per la potenza terrestre come per la marittima, empieva [p. 126 modifica]della sua gloria tutto il paese dalle Alpi al mar siciliano100.

Al par di tutte le umane cose hanno le città lento e umile principio; indi se le assiste il proprio valore crescono a gran potenza, e si dilatano. Ma vanamente senza buone leggi, e senza permanenti discipline sarebbesi l’Etruria tanto innalzata di laude e di stato. Quanto è al sistema politico, dodici popoli d’uno stesso sangue formavano la lega: e da questo inviolabile patto traeva l’Etruria i principi fermi non meno della sua forza interna che del dilatato imperio. Un supremo magistrato elettivo, chiamato Lucumone101, generalissimo in guerra e capo della unione, veniva eletto in comune dai confederati: ed egli solo disponendo sovranamente a luogo e tempo di tutta la forza pubblica della nazione, poteva ben con ardire prendere le imprese e dar grande impulso col valore e col senno alle future ambizioni. Di tal modo la lega etrusca, ancor piena di fresco vigore, proseguì lungamente e prosperamente nel cammino delle ben incominciate conquiste; sicché da un angolo dell’Etruria come Roma dai sette colli, avviandosi a miglior fortuna, pervenne di grado in grado a dominare grandissima parte dell’Italia. Molto saggiamente [p. 127 modifica]considerava Strabone102, che fintantochè gli Etruschi rimasero a questo modo uniti nelle imprese, acquistarono grande potenza: laddove, in progresso di tempo, discioltosi quell’ordine di governo, le città divise cederono l’una dopo l’altra all’ardimento de’ vicini. E qualora accortamente noi stessi avvisiamo alla qualità del governo federativo, disposto meno all’ingrandimento che alla limitazione del dominio, dovremo tener per vero che le straordinarie sorti dell’Etruria, finor narrate, fossero da attribuirsi principalmente alla virtù di chiari ed illustri magistrati, i quali bene adoperassero tutto lo sforzo della unione: in quella guisa che la saviezza di Arato, il valor di Filopemene, e lo zelo di Licorta, eminentemente sostennero nella repubblica degli Achei la spirante libertà della Grecia. Rappresentava il forte d’ogni città dell’Etruria una poderosa aristocrazia, privilegiata del dritto degli auspicj, e naturale aiutatrice e conservatrice del prescritto ordine politico. Quando tratteremo appresso piìi distesamente del governo civile, diremo qual si fosse il propio essere di questo patriziato sacerdotale, e quale altresì la condizione dello stato plebeo nella città sotto la clientela de’ pili potenti. Ma tanto è ardua in giurisprudenza [p. 128 modifica]denza la forma d’una ben ordinata confederazione, che quantunque il vincolo della lega etrusca, corroborato da osservanze religiose, fosse stato in principio bastantemente efficace a raccorre sotto il formidabil vessillo della unione, ed a volgere a uno scopo compagnie di valorosi, non per questo, come mostra l’istoria più certa dei secoli susseguenti, si trovò al bisogno forte abbastanza a tener concordi in una sola volontà, e uniti i confederati, fattisi più confidenti nella loro apparente fortuna che nella società comune. Bastò tuttavolta la fede giurata al patto federale ad impedire civili guerre tra le città collegale. La qual ventura, se non sovvenne in universale al popolo per la difesa, fu di grandissimo momento per la quiete interna.

Trovavasi adunque signoreggiata Italia dagli Etruschi con istabile maggioranza innanzi l’imperio di Roma103. Ma l’ingrandimento loro, fruito di travagli, di fortezza e d’armi, fu anche l’opra di non pochi secoli di prudenza e di consiglio. Bene la fanteria era il nervo dei loro eserciti, ugualmente ordinati per istudio di milizia si alle oppugnazioni, che alle difese; e sicuramente, più che altro, la virtù e forza militare dell’Etruria domò il men disciplinato valore di tanti suoi competitori feroci: nel qual continuo esercizio [p. 129 modifica]delle cose belliche ritroveremo appresso gli Etruschi stessi, nulla men che i Sanniti, maestri di guerra ai Romani. Non però di meno gli ordini politici e civili facevano la più certa e più stabil possanza dell’Etruria centrale fra l’Arno e il Tevere. Qui stava l’unione: qui entro il popolo sovrano: qui finalmente il forte della nazione. Ed a maggior dimostranza del suo fermo imperio basti notare, che ancor dopo perduto lo stato esterno così nell’alta, come nella meridionale Italia, l’Etruria propria mantenutasi libera, ebbe al di dentro l’inestimabil sorte di non cangiar mai né nome, né governo, né leggi, fino a tanto che durò la sua dominazione antica. L’avanzamento più grande del viver civile degli Etruschi derivava per cosa certa dall’uso costante di ricingere e munire le terre principali di salde mura104, a differenza degli altri italici, che dapprima abitavano in luoghi aperti, o solamente difesi con poc’arte. Furono gli Etruschi chiamati inventori di quella maniera d’architettura militare, forse perchè adoperandola maestrevolmente la migliorarono105: e vera pruova della somma lor perizia nell’arie di fabbricare coleste fortificazioni con grandissime pietre rettangolari, sono i sorprendenti avanzi, che stabili ancora dopo la caduta di tanti imperi, si veggono indistruttibili [p. 130 modifica]a Volterra, Fiesole, Corlona, Roselle e Populonia106. Né questi son già monumenti che nella loro mole portino l’impronta di lavoro servile, nè tampoco della soggezione o sudditanza intera del popolo107; ma sì bene opere di saviamente avvisati cittadini, le quali, a chi le vede, non han realmente in se nulla che avanzi per manuale artificio le facoltà di libere, ancorché non grandi comuni: e soprattutto perchè il materiale della edificazione comodamente s’avea sul luogo stesso, o ne’ monti vicini, abbondantissimi di pietra macigna. Che i fabbricatori attendessero principalmente alla forza si conosce manifesto dal sito medesimo di queste, ed altre città maggiori tutte collocate in luoghi montuosi, e che quasi a disegno han per entro il lor circuito due poggi, sovra il più rilevato de’ quali stava per ultima difesa la rocca: uniformità di sito e di positura da non ascriversi sicuramente se non se all’osservanza de’ riti comandati ne’ libri sacri, e senza de’ quali mai non davasi mano all’edificazione di città legittime108. Per il che si comprende più bene, come rinchiusi entro a quegli insuperabili recinti, dove la forza non si temeva, fossero i cittadini nelle offese più pronti, e nelle difese più sicuri. Riparati in casa propria, e formidabili ai nemici di fuori, poterono di fatto gli [p. 131 modifica]Etruschi con riposato vivere civile, non solo dar opera nell’interno a statuire, ed a mantenere gli ordini politici, ma sì ancora a indirizzare il coraggio pubblico nelle disegnate imprese fuor delle mura. Onde crebbe in esso loro con la possa anche il genio per le conquiste. Vero è che in vigor della unione confederativa di tutto il popolo etrusco i soldati cittadini obbligati sotto giuramento, guerreggiavano e conquistavano insieme, non già per far comodo e prò ai primi capi della città, ma solo per vantaggio della patria comune. La terra acquistata dal collegato valore era un nazionale possesso dovuto unitamente ai confedederati109: sì che a buon diritto dai dodici popoli principali dell’Etruria uscirono altrettante colonie del nome loro così nell’alta come nella bassa Italia. Dove pur seguitarono tutti i modi del reggimento domestico, e ogni uso, e nome, ed ufficio etrusco. Con qual forma e qual proporzione d’ugualità s’effettuasse tra i compagni la divisione del territorio acquistato coll’arme non può dirsi affatto; tuttoché al certo, di dominio del guerreggiante s’avessero per diritto di guerra le terre tolte ai vinti: una parte delle quali, incorporale al pubblico, usufruita vano gli occupanti nuovi110: tenevano l’altra, sotto condizioni e obbligazioni [p. 132 modifica]prescritte di servizio militare e di tributo gli antichi possessori. Ma fu notabile in questo la prudenza civile. Perciocché i capi o conduttori delle anzidette colonie etrusche vi aggregarono politicamente tutti gli uomini liberi del già soggettato territorio, sia ch’essi fossero onorevoli campagnuoli, sia municipali. Forse ancora in ciò s’accordarono con esso loro per iscambievoli patti. Di tal modo che gli uomini drittamente ingenui o Liguri d’origine, od Umbri, od Osci che si fossero, vi stavano commischiati e uniti per concordia con i nuovi signori111; v’erano ammessi alla parentela di quelli; davano forza al comune; ed insieme vi partecipavano il dritto di città, siccome membri ascritti alle sue tribù, o divisioni fondamentali della cittadinanza raccolta nelle stesse mura. E se in Mantova, mista di razze diverse, la forza del sangue etrusco vi stava composta di tre rami distinti, nel modo che dice il suo più grande cittadino112, ragion vuole [p. 133 modifica]che al tronco del popolo preponderante ad ogni altro fossero aggregate alla città legittimamente anco le tribù dei compagni. In fine fu per certo nella somma delle cose clemente quel dominio che lungi dal distruggere le città de’ vinti n’edificò delle nuove: rese migliore il clima seccando le paludi: propagò per tutto giovevoli arti: e da stato di rustichezza ridusse a più temperato e civile governo i soggetti.

Note

  1. Ἐγὼ δὲ ὀφείλω λέγειν τὰ λεγόμενα, πείθεσθαί γε μὲν οὐ παντάπασι ὀφείλω, καί μοι τοῦτο τὸ ἔπος ἐχέτω ἐς πάντα λόγον
  2. Herodot. I. 94.
  3. Vedi sopra p. 86.
  4. Romul. II.
  5. Dionys. I. 27-30. Qui notiamo di passaggio, che il nome degli Iddii della Lidia meglio conosciuti, come Ma, Anaïtis e taluni altri, in nulla somiglia ai titoli etruschi divini: così, per toccar cosa di poco momento, la toga di porpora semicircolare, divisa regia dei Lucumoni, era diversa da quella dei Lidj lunga e quadrata (Dionys. iii. 61): foggia costante del vestimento orientale.
  6. Dionys. i. 30.
  7. Lycophr. v. 1359-62.
  8. Strabo v. p. 154; Plin. iii. 5.
  9. Serv. Ad Æn. X. 172.
  10. Ap. Tertull. De Spect. 5.
  11. Lycophron. l. c.
  12. Lib. v p. 152.
  13. Tacit. IV. 52. Probabilmente Seneca faceva allusione a questa controversia del suo tempo:Tuscos Asia sibi vindicat (Ad Helv. 6.)
  14. Dionys. I. 30.
  15. Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I. p 161.svg Turscum; Tuscorum più volte.
  16. Vedi i monumenti tav. xiv, xv, xvi.
  17. Theogon. 1015.
  18. Aristid. Orat. in Bacch.; Lucian. De Saltat. 22.
  19. Ptolom. Ephestion. ap. Phot. p. 250
  20. Posis. Magnes. ap. Athen. VII. 12.
  21. In Critias. Altri dirà Pelasghi, più tosto che antichi Etruschi o Toschi; ma questi eran notissmi a Platone, non meno che ad Aristotile ed a’ suoi discepoli, dai quali sono sempre chiamati propriamente Tirreni. Non voglio per ciò essere quì tacciato di storico errore: sì bene protesto di non consentire in questo tanto facilmente alla opinione sistematica di un’altra scuola. V. Niebuhr e Muller, Die Etrusker, T. I. p. 75 sqq.
  22. v. 33
  23. Vedi sopra p. 39
  24. Schol. veron. ad Æneid. X. 179
  25. Τυῤῥηνικῶν: Svet. Claud. 42. Della erudizione di Claudio, alunno di Tito Livio, danno plausibil giudizio Svetonio loc. cit. c. 41.42.; Dione Cassio, In Excerpt. Vat. pag. 554, e Giovanni D’Antiochia, excerpt. ap. Vales. p. 805.
  26. Gruter. p. dii.
  27. Plutarch. Parallel. 56.
  28. Excerpt. a. in coll. Vat. t. ii., pag. 136.
  29. Vedi sopra p. 75.
  30. Vedi Cron. di Gio. Morelli, in più luoghi.
  31. Vedi p. 77
  32. Plin. iii. 5.
  33. Terra culturæ causa attributa olim particulatim hominibus, ut in Etruria Tuscis. Varro ap. Philarg. ad Georg. ii. 167
  34. Fragm. ex lib. Vegone ap. Rei agr. auct. p. 258. Goes.
  35. Cicer. de Div. ii. 23. 38. Uno de’ libri sacri (scriptum vocibus Tagæ) portava per titolo: Terræ ruris Etruriæ. Serv. i. 2.
  36. Caeminius, de Italia, ex Tageticis libris ap. Macrob. Sat. v. 19.
  37. Varro ap. Censorin. 17.
  38. Ante romanum imperium. Liv. v. 33.
  39. Vedi appresso cap. xvii.
  40. Modena e Parma si trovano: in agro qui ante Tuscorum fuerat. Liv. xxxix. 55.
  41. Transpadani omnia loca, excepto Venetorum angulo, qui sinum circumcolunt maris, usque ad Alpes tenuere. Liv. v. 33.
  42. Etruria nova. Serv. x. 220.
  43. Liv. v. 33.; Polyb. ii. 17.; Strabo v. p. 152.; Diodor. xiv. 113. ; Plutarch. Camill.
  44. Hecath. ap. Steph. v. Ἀτρὶα.; Theopomp.. ap. Strab. vii. 210. et Strabo v. p. 143. Scylax, Peripl. p. 12. Liv. v. 33.; Plin. iii. 16.
  45. Steph. Byz. l. c.; Justin. xx. i.
  46. De Peony, nota al disc. prelim. di Cuvier: Recher. sur les ossem. fossiles. T. i. § 216. p. 73.
  47.  

    Mantua dives avis: sed non genus omnibus unum
    Gens illi triplex, populi sub gente quaterni:
    Ipsa caput populis; Tusco de sanguine vires.

    Virg. x. 201.

  48. Mantua Thuscorum trans Padum sola reliquia. Plin. iii. 19.
  49. Bononia, Felsina vocitata, quam princeps Etruriæ esset. Plin. iii. 15. Il suo omonimo si rinviene in Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I p 170.png Velsinii o Volsinii dell’Etruria media: l’e: cangiavasi spesso in o: così da Velathri.svg Felathri, Volaterræ.
  50. Opulentia præcipuum. ap. Plin. iii. 17.
  51. Plin. iii. 15.
  52. Niebuhr. T. i. p. 114. 115.
  53. Cluverio ne ha dato la prima idea: ebbe a sostenitore questa sentenza già nel 1785 il C. d’Arco (della patria primit. dell’arti, p. 123 sqq.): la toccarono Heyne e Freret con la stessa mala sorte: e non ha guari tempo la rinfrescava Salverte: Essai hist. sur leu noms d’hommes des peuples et des lieux.
  54. Liv. v. 33. 34.; Plin. iii. 24.
  55. Italia av. il dominio dei Romani. T. iii. c. 4.
  56. In i. Rerum Etruscarum. Schol. ver. ad Æn. x. 198. conf. Serv. ibid.
  57. Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I p 173 a.png Tarchu nelle iscrizioni, giusta la forma primitiva; ond’è Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I p 173 b.png e Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I p 173 c.png cognome della Gens Tarquinia.
  58. Lidyæ lacus undæ. Catull. xxxii. 13.
  59. Muller, Geschichte der Schweiz. T. 1. c. 5.
  60. Come Tusis o Tusciana presso le sorgenti del Reno, Retzuns, ed altri luoghi ben riconosciuti dagli antiquarj della Rezia. Tracce più notabili, al dire d’un istorico paesano, si ritrovano nelle valli tirolesi Gugana, di Sulz e di Non. Hormayr, Geschichte von Tyrol. T. 1. 26 n. 127.
  61. Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I p 174.png Sethlans, scopertavi nel 1813: la forma dei caratteri tuttavolta non indica molta antichità. Giorn. dell’alto Adige. n. 61.
  62. Vedi i monumenti tav. xvii. sqq.
  63. Sane notum est bello multum potuisse Tyrrhenos, et fuisse præcipue infestos Latinis. Serv. vii. 426.
  64. Plutarch. Quæst. rom. 18. La forza personificata in Ercole, gli liberò, dice la tradizione.
  65. Fidenates quoque Etrusci fuerunt. Liv. i. 15.; Plutarch. Romul.
  66. Vedi appresso c. x.
  67. Oppida condebant in Latio etrusco ritu multa. Varro, l. i., iv. 23.
  68. Gente Volscorum, quæ etiam ipsa Etruscorum potestate regebatur. Cato ap. Serv. xi. 567. 58 1. Così pure Virgilio, seguendo l’istoria, alle città volsche dà il nome di etrusche o tirreniche.
  69. Per questo l’isola d’Aea, od altrimenti di Circe vien posta giustamente da Apollonio (iv. 660) nella Tirrenia al tempo degli Argonauti: lo stesso si trova nel titolo d’uno degli epigrammi del Peplus, attribuito ad Aristotile (Epig. 20), e nell’antico scoliaste d’Omero: ad Odyss. i. 32.
  70. Strabo v. p. 173.
  71. Vulturnum Hetruscorum urbem, quæ nunc Capua est. Liv. iv. 37.; Cato ap. Vellej. i. 7.; Polyb. ii. 17.; Strabo v. p. 167.; Plin. III. 5.; Mela ii. 4.; Serv. x. 145.
  72. i. 7.
  73. Cato ap. Vellej. l. c.; Polyb. ii. 17.; Solin. 8 ex Lips. emendat, in Vellej: conditam a Tyrrhenis.
  74. Strabo v. p. 170. 173.
  75. Ager Picentinus fuit Tuscorum. Plin. iii. 5.
  76. Vedi sopra p. 79.
  77. Niebuhr. T. 1. p. 47. 74-77.
  78. Strabo v. p, 171. Non si vuol fare gran conto della narrativa di Conone, favoleggiatore, che chiamava i Sarrasti di Nuceria Pelasghi del Peloponneso. Serv. vii. 738.
  79. Vedi sopra p. 105.
  80. Dionys. vii. 3.
  81. ii. 17.
  82. Δώδεκα δέ πόλεις ἐγκατοικήσαντες. Strabo v. p. 167.
  83. Larth Campanu si legge in epigrafe perugina: in altre di Campania Maisius Vesius, Veltinicisim, Purina ec. tutti genlilizj replicati anche in Etruria. L’appellativo Clan o Clanis, che portarono anticamente l’Uffente, il Liri, ed altre riviere minori della Campania, si rinviene tuttora in un fiumicello della Toscana moderna, dettovi la Chiana: il quale scorre per una valle altre volte palustre.
  84. Vedi monumenti tav. lxxiv.
  85. Est inter notos Sirenos nomine muros,
    Saxaque Tyrrhenæ templis onerata Minervæ.

    Stat. Silvar. ii. Così la pensava il napolitano Stazio. All’opposto i Greci, che tutto attribuivano a sé, lo dicevano edificato da Ulisse. Strabo v. p. 171.

  86. Strabo v. p. 166.; Plin. iii. 5.
  87. Etim. Magn. v. Ἁδρίας τὸ πέλαγος, Tzetz. ad Lycophr. 63o.
  88. Strabo v. p. 166.
  89. THA, Hatri è la leggenda; il cui nome rimane oggidì qual era: Atri nell’Abruzzo superiore. Vedi Delfico, dell’ant. numis. d’Atri.
  90. Cippo sepolcrale trovato presso la Rocchetta, al confine del Genovesato. Vedi i monumenti tav. cxx. 7.
  91. Thucyd. i. p. 4
  92. Idem p. 5.; Festus v. Tyria maria.; Justin. xliii. 3. Latrocinia maris, quod illis temporibus gloriæ habebatur.
  93. Strabo v. p. 153: o sia miglia 250, valutando lo stadio di Strabone, secondo d’Anville, a ragione di 10 miglia per ogni miglio antico romano.
  94. Diodor. v. 13. 40. Τυῤῥηνοι θαλαττοκρατοῦντες. Vedi appresso cap. xix.
  95. Cicero in Hortensio ap. Serv. viii. 479.; Idem, de Rep. 11. 4.; Strabo v. p. 152. 160.
  96. Agathemer. Geogr. i. 5.; Strabo v. p. 15.
  97. Diodor. V. 13. XI. 88.
  98. Insula, inexhaustis Chalybum genarosa metallis. Virgil. x. 74.; Auct. de Mirab. p. 1158.; Strabo v. p. 154. 155.
  99. Liv. v. 33.; Strabo v. p. 148. vii. p, 219.; Plin. iii. 16.
  100. Tanta opibus Etruria erat ut jam non terras solum, sed mare etiam per totam Italiæ longitudinem ab Alpibus ad fretum Siculium fama sui nominis implesset. Liv. i. 2.
  101. Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I p 187.png (Lauchme), Lucumo, in iscrizioni.
  102. Τότε μὲν οὗὶ ὐφ’ ἑνὶ ἡγεμὸνι ταττόμενοι, μέγα ἴσχυον. Χρόνοις δ’ὕστερον διαλυθῆναι τὸ σύστημα εἰκὸς, καὶ κατὰ πόλεις δὶασπασθῆναι βίᾳ τῶν πλησιοχῶρων εἴξαντας. v . p. 152. Nam Thuscia Lucumones reges habebat, et maximam Italiæ superaverat partem. Serv. viii. 65.
  103. Liv. v. 33. Thuscorum ante Romanum imperium late terra marique opes patuere. Cato ap. Serv. xi. 567. In Thuscorum jure pene omnis Italia fuerat. Idem ad Georg. ii. 563. Nam constat, Thuscos usque ad mare Siculum omnia possedisse.
  104. Liv. i. 44. Per tale costume ne venne la greca etimologia del nome di Tirseni o Tirreni da Τύρσεις: edificio munito.
  105. Dionys. I. 26.; Tzetzes, ad Lycophr. 717. Τύρσις τὸ τεῖχος ὅτι Τυρσηνοὶ πρῶτον ἔφερον τὴν τειχοποΐαν.
  106. Vedi i monumenti tav. ix-xii.
  107. Niebuhr, T. i. p. 133.
  108. Carminius, ex Tageticis libris ap. Macrob. Sat. v. 19.; Festus v. Rituales.
  109. Bene Virgilio (xii. 120) chiama vario l’esercito etrusco confederato: dove chiosa Servio: Quia de variis gentibus Tuscorurn etc.
  110. Per le tradizioni più antiche, e per l’istoria certa di Roma, abbiamo che i vincitori toglievano per se ai vinti la terza parte del territorio: questo era di diritto un bene comune, la cui possessione utile veniva soltanto concessa altrui dallo stato.
  111. Iunctosque a sanguine avorum
    Moeonios italis permixta stirpe colonos.
    Silv. iv. 722.

    Meglio che l’autorità d’un poeta conferma il fatto la promiscuità dei cognomi attestata per moltissime iscrizioni. Vedi p. 62. p. 121. ed appresso cap. xiv. xviii.

  112. Vedi p. 110. not. 47. Ottima è la sposizione di Servio: quia Mantua tres habuit populi tribus. . . et robur omne de Lucumonibus habuit: cioè a dire che tirava sua forza dai fondatori etruschi.

  1. Benché il Mincio non sia il lago di Garda, ma un fiume che ad Arilica, oggi Peschiera, esce da quello; pure Plinio considerò per Mincio anche il fiume influente, e disse che l’acqua sua galleggia sino all’uscire da esso (V. Hist. Nat. lib. II, c. 103; e lib. IX, c. 22).