Della moneta/Libro I/Capo IV

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Libro I - Capo III Libro II
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CAPO QUARTO

perché i metalli sieno necessari alla moneta —
definizione della moneta — qualitá parti‐
colari de’ metalli necessari alla
moneta — conclusione

Le grandi istituzioni non provengono dagli uomini—La moneta non è stata istituita dal consenso universale — Si dimostra la connessione, ch’è tra la moneta e i metalli — Definizioni della moneta — Definizione della moneta in quanto è misura de' prezzi delle cose — Altra definizione in quanto è equivalente ad ogni cosa — Proprietá de' metalli relative alla loro utilitá in servir per moneta — Loro peso — Molte proprietá de’ metalli preziosi non giovano punto all’uso di moneta, come certi scrittori dicono — Loro sustanza — Immutabilitá — Dissoluzione chimica — Puritá — Arrendevolezza prodigiosa — Queste proprietá tolgono e non accrescono il prezzo ai metalli — Qualitá che si ricercano in una cosa, acciocché possa servir per moneta — Qualitá d’una cosa per poter avere accettazione universale — Generi che non possono servir per moneta — I metalli sono precisamente limitati a servir per moneta — Continuazione del medesimo soggetto — Vero effetto dell’alchimia, quando anche ottenesse il suo fine — Conclusione di quanto s’è detto.

Di tutte le istituzioni grandemente utili e meravigliose, che sono nella vita civile, io fermamente stimo che niuna ne sia dovuta alla sapienza della nostra mente, ma tutte siano puri ed assoluti doni d’una provvidenza amica e benefattrice. E certamente, avendo le cose grandi piccolissimi ed invisibili cominciamenti, tardo accrescimento ed inespugnabile forza nel procedere innanzi (perché dalla natura istessa, a dar loro il moto ordinata, sono sostenute), non può l’uomo né del principio [p. 58 modifica] avvedersi, né il loro crescere arrestare, né, poiché sono stabilite, disfarle. Perché non estendendosi il potere d’alcun uomo oltre ai confini della sua breve vita, non è possibile che innanzi al nascere abbia le nuove cose potute prevenire, né dopo la morte è sicuro che secondo le sue mire e’ sia ubbidito. Vero è che gli uomini, quando veggono qualche bell’ordine formato, si pregiano d’averlo essi voluto istituire, ed a perfezionarlo (come essi dicono) danno di piglio. Ma neppure questa perfezione agli uomini in tutto si dee: perché, o ella è conforme all’indole della cosa, e siegue; o l’è contraria, e da se stessa si disfa. Romolo certamente non pensò a far sorgere un vasto imperio, né Augusto si accorse che, nel perfezionarlo e nello stabilirlo, egli lo disfaceva. Quella virtú istessa, che ad ingrandir la repubblica concorse, e que’ vizi, che la distrussero, erano negli uomini originati dagli ordini e da’ difetti di quello stato, disposti a produr questi effetti.

E, per rivolgerci alla nostra materia, grandissima cosa è senza dubbio l’istituzione della moneta; ma è falso che gli uomini fossero quelli, i quali imprima avessero pensato ad usarla. Ella si cominciò (come io ho narrato) ad usare quasi senza che si conoscesse ch’ella si usava e senza comprendersene l’utilitá. Dappoiché fu nota e resa comunale, si applicarono gli uomini a migliorarla, e, perché la sua natura vi concorreva, si potè col conio e con altre arti facilitare. Ma è da tenersi per indubitato, e questo io voglio in questo capo dimostrare, che la provvidenza è quella che ha voluto che noi avessimo l’utilitá della moneta, disponendo cosí le cose, che, conosciuti i metalli, la moneta si dovea necessariamente introdurre; e, quando poi questa fu introdotta, non si potè de’ metalli far a meno, né sostituir loro alcun’altra mercanzia, cosí richiedendo i bisogni dell’una e le proprietá degli altri. Questa materia, quanto e importantissima, tanto io spero ch’ella sará per essere a’ miei lettori piacevole e fruttuosa.

Sono da ridere invero tanti, che dicono essere gli uomini tutti un tempo convenuti ed aver acconsentito ad usar questi metalli, per sé di niun uso, come moneta, e cosí aver dato [p. 59 modifica] loro il valore. Dove sono mai questi congressi, queste convenzioni di tutto il genere umano; quale il secolo, quale il luogo, quali i deputati, per mezzo de’ quali gli spagnuoli e i cinesi, i goti e gli africani cosí stabilmente convennero, che per tanti secoli dopo, quando finanche un popolo ignorò resistenza dell’altro, mai non si mutarono d’idea? I barbari, che distrussero l’imperio, e i romani, che lo difendevano, mentre in ogni altra cosa erano ostinati nemici e contrari, in questo solo rimasero d’accordo, che l’oro e l’argento come ricchezza valutarono. Eh! che bisogna pur dire che, quando tutti gli uomini convengono in un istesso sentimento ed in quello per molti secoli durano, non è giá questo la deliberazione de’ congressi tenuti a piè della torre di Babilonia o in sull’uscita dell’arca: sono le disposizioni dell’animo nostro e le costituzioni intrinseche delle cose; perché queste sono veramente sempre le medesime, e sempre le medesime sono state in ogni tempo. E che cosí sia come io dico, mi pare che si possa sino all’evidenza dimostrare. Per la qual cosa io argumento cosí.

Qualora si vuol far conoscere una necessaria connessione tra due cose, conviene che si esamini bene la natura di ambedue, ed in questo conoscimento si ha da scoprire quella concatenazione indissolubile che è tra loro. Io comincerò adunque a ricercar la natura della moneta, e poi, procedendo innanzi, dirò le proprietá dell’argento e dell’oro; onde si conoscerá che quella non può essere senza di questi. E, sebbene della moneta si debba ragionare nel libro seguente, pure, giacché mi vi sono di giá appressato, comincerò da ora a palesare le di lei definizioni, riserbando al libro secondo lo spiegarle e stabilirle con buone ragioni.

Di due sorte è la moneta: ideale e reale; e a due diversi usi è adoperata: a valutare le cose e a comperarle. Per valutare è buona la moneta ideale cosí come la reale, e forse anche piú: anzicché ogni moneta, quando apprezza alcuna cosa, è considerata come ideale; il che vuol dire che una sola voce, un solo numero basta a valutare ogni cosa, non consistendo il prezzo che in una proporzione, la quale ottimamente co’ [p. 60 modifica] numeri si esprime e s’intende. Perloché, riguardo a quest’uso, io definisco la moneta cosí: Moneta è una comune misura per conoscere il prezzo d’ogni cosa. Utilissimo oltre ogni credere è quest’uso, perché senza una comune misura mal si conosce la proporzione delle cose; mentre, riferendosi una ad un’altra, solo la ragione fra loro due si viene ad intendere. S’io dico: — Un baril di vino vale cinquanta libbre di pane, — io non conosco altra proporzione che fra il grano e il vino: ma, s’io sapessí che il baril di vino vale un ducato, subito io intenderò con idea distinta la proporzione fra ’l vino ed un infinito numero di generi, i cui prezzi mi sono noti. E con quanto poca fatica questa intelligenza si venga ad acquistare, lo sa ciascuno. Se giovi, non credo sia da dubitarne; perocché la nostra felicitá da niente altro deriva che dal formare retti e veri giudizi, non avendo le disgrazie tutte, senza eccettuarne veruna, altro padre che l’errore; ed i giudizi non sono mai veri, se le idee non sono vivacemente chiare nell’intelletto.

L’altro uso della moneta è di comperare quelle cose istesse, ch’ella apprezza. A questo uffizio non si può adoprar altro che la reale, cioè il metallo; e, se con alcun’altra spezie di cosa si compra, egli è, perché queste rappresentano il metallo, che è quanto dire che il metallo, assolutamente ed originariamente, è quello che compra ed equivale a tutto. Perciò la moneta reale stimo che si debba definire cosí: Moneta sono pezzi di metallo, per autoritá pubblica fatto dividere in parti o eguali o proporzionali fra loro, i quali si dánno e si prendono sicuramente da tutti come un pegno e una sicurezza perpetua di dover avere da altri, quandoché sia, un equivalente a quello che fu dato per aver questi pezzi di metallo. Abbastanza mi par chiara questa definizione, né credo che ad alcuno potrá nascere difficoltá, riguardando a quelle compre in cui vi è frode o inganno: perché bisogna pensare che i prezzi e i contratti si valutano in moneta ideale e si eseguiscono in reale; laonde gli errori cadono sempre nel misurar male una cosa sulla sua comune misura, che è la moneta ideale: non cadono sulla reale, la quale [p. 61 modifica] è sempre un vero e fedele equivalente lá dove non è errore o malizia.

Spiegato ogni uso della moneta, passo a discorrere della natura de’ metalli, e principalmente dell’oro e dell’argento. Sono i metalli i corpi piú gravi della natura, i quali col fuoco si liquefanno, col freddo si rappigliano e s’indurano, e con istrumenti meccanici prendono quella forma che uno vuole. Il loro peso non ha che fare coll’utilitá loro all’uso di moneta, ma solo il loro esser fusili e malleabili. Ma forse non rincrescerá il sapere che la proporzione tra ’l peso dell’oro e dell’argento è come 19.636 a 11.087, quando l’argento sia purissimo1. Secondo questa istessa divisione di parti, il piombo ne pesa 11.345, l’argento vivo 14.019, l’acqua comune 1000. Inoltre un pollice cubico d’oro del piede parigino pesa once 12, grossi 2, grani 37, misura di Francia; d’argento, pesa once 6, grossi 5, grani 38; ma questo è d’un argento alquanto men travagliato al fuoco, e perciò piú leggiero. Questo è del peso. Ora replico di nuovo che questo pregio non contribuisce punto al valor de’ metalli, siccome al piombo, che pure è piú pesante dell’argento, niente giova. Lo stesso è di molti pregi dell’oro e dell’argento, de’ quali è errore il credere che ad accrescerne la stima abbian conferito, quantunque Plinio e, dopo lui, tutti gli altri come molto importanti gli hanno enumerati: perché quello, che non varia o l’utilitá o la raritá, non varia mai il valore. E sapientemente dice Giovanni Locke: che talora una qualitá di molta utilitá alla vita, che qualche cosa abbia, se non ne accresce il consumo, non ne accresce il prezzo. Cosí, se si scuoprisse che col grano si potesse lavorare una medicina sicuramente efficace contro il mal della pietra, si aumenterebbero i pregi del grano, ma non il prezzo di lui. Se le pannocchie del formentone avessero il piú vago color porporino che si potesse vedere, sarebbero piú belle; ma, se non se ne facesse nuovo uso, non sarebbero piú care. E, perché si conosca quanto sia vero questo che io dico, [p. 62 modifica] sará bene rapportar qui brevemente quelle proprietá dell’oro e dell’argento, che io sento inconsideratamente celebrarsí come quelle che indussero l’uomo ad usargli per moneta, ed esaminare se cosí sia come Plinio dice2.

Sono questi due metalli soli da’ chimici detti «perfetti», perché in essi non si contiene porzione alcuna di terra, o sia di materia friabile, inutile ed atta col fuoco a vetrificarsi; la quale in tutti gli altri metalli inferiori, che «imperfetti» perciò si dicono, si ritruova. È dunque la loro sustanza costituita di mercurio e di solfo. Con queste due voci esprimono i chimici certi principi fisici, e non giá l’argento vivo e il solfo comune. Chiamano «mercurio» quella sustanza non volatile, ma atta a liquefarsi e scorrere e formarsi, la quale, lasciando trapassare tra’ suoi pori tutti i sali discioglienti e il fuoco, non si fa da essi penetrare o mutare. Diconsi «solfo» quelle particelle, che danno al mercurio consistenza, durezza e colore, le quali il fuoco rende volatili, i sali le disciolgono, impregnansene e se ne tingono; e forse questo solfo altro non è che le particelle della luce. Una tale constituzione meritamente gli fa chiamare «semplicissimi», non potendosi in niente altro risolvere e permanendo immutabilmente costanti ad ogni esperimento. Né si è potuto ancora con alcuna forza di altro corpo (tolti i raggi della luce, raccolti nella lente ustoria dello Tschirnausen) trasformargli in modo o diminuirgli, sicché nella loro prima natura e quantitá non ritornassero sempre.

Due mesi tenne Roberto Boyle liquide tre once d’oro, senza che si scemassero neppur d’un grano; e due mesi tenutovi l’argento, si scemò solo di una dodicesima parte, se pur questa non fu d’estranea materia, che se ne distaccò. La spiegazione di tutte queste qualitá dell’oro e dell’argento si potrá leggere, da [p. 63 modifica] chi ne fusse desideroso, ne’ ragionamenti letti dall’Homberg nell’Accademia delle scienze; e sono certamente studio dilettevole ed utile ed alla disposizione dell’animo mio il piú confacente: ma, perché il mio istituto non richiede che piú mi vi trattenga sopra, io me ne astengo.

Passo a dire della dissoluzione de’ metalli perfetti, che anche ingiustamente è creduta nell’oro una proprietá utile alla moneta. Chiamasi «dissoluzione» quella divisione d’un corpo in parti minutissime, natanti in un fluido, che tingono, e, la natura di esso imitando, si rendono in tutto liquide e scorrenti. L’acqua comune perciò è il generale disciogliente di tutti i metalli, quando siano finissimamente spolverizzati; l’argento vivo anche egli discioglie tutti i metalli, che siano purgati dalla parte oleosa; ma, propriamente parlando, gli acidi, o sia i sali, sono i veri discioglienti de’ corpi. Niuno però di questi ha forza da scioglier l’oro, altro che il sal marino; siccome il solo nitro discioglie l’argento: gli altri metalli poi da qualunque acido sono stemperati. Quello che è strano, egli è che il sal marino, se si congiunge col nitro, con maggior forza stempera l’oro; e questa dicesi «acqua regia», la quale componesi con due parti di nitro, tre di vitriuolo e cinque di sal marino distillati insieme: ma il nitro, che discioglie l’argento, se vi si meschia il sal marino, diviene inefficace. Vero è che la flemma dell’acqua regia di fresco distillata, dopo che ha sciolto qualche pezzetto d’oro, può liquefar l’argento. E questa sperienza, che il caso scopri, fu poi felicemente spiegata dall’Homberg, a cui avvenne3.

Di qua deriva che l’oro non è soggetto a rugine, perché del sal marino, non essendo egli volatile, non è pregna né l’aria né la terra; ma il nitro, che ha forza d’addentare l’argento, e di cui è sparsa l’aria e la terra, fa che l’argento sia sottoposto ad annerirsi ed a far rugine, quasi come i metalli inferiori. Per la stessa cagione l’aceto non doma l’oro, come Plinio avverti; né il piombo, il mercurio od altro minerale, [p. 64 modifica] che usisi a purificarlo, ha forza di fargli fare scoria: il che non è dell’argento, il quale, sebbene resista al piombo, è però roso dall’antimonio e vetrificato. Infine ambedue questi metalli, dopo il piombo e lo stagno, sono i piú pieghevoli, i piú facili a liquefarsi e sono di prodigiosa arrendevolezza. Quella, che rammenta Plinio farsi a’ suoi tempi, è poca, in confronto di quella che oggi si fa. Dice Plinio dell’oro: «Nec aliud laxius dilatatur aut numerosius dividitur, utpote cuius unciae in septingenas et quinquagenas, pluresve bracteas quaternum utroque digitorum spargantur»: cioè d’un’oncia si tiravano 12.000 pollici quadri. Oggi da’ nostri battiloro, secondo le osservazioni accuratissime del francese Reaumour4, si schiaccia un’oncia fino a coprire l’ampiezza di 146 piedi quadri, che sono sopra 21.000 pollici quadrati. Pure questa divisibilitá dell’oro, quale e quanta ella siasi, non è nulla in comparazione di quella che ha l’oro, quando, essendo soprapposto ad indorare alcun metallo, insieme con lui si distende; avendo questa naturalezza, che, sebbene imprima fosse posto sovr’un pezzo di metallo assai corpulento, se questo per le trafile si slunga, l’oro anche indivisibilmente lo siegue, e si comparte sopra tutta la nuova superficie con maravigliosa esattezza ed equalitá. E fino a quanto possa giungere questa di visibilitá, si può intendere dal vedere che un’oncia d’oro indora sensibilmente un pezzo d’argento, che siasi disteso fino alla lunghezza di trecentosessanta miglia italiane. Ma su queste osservazioni, che a pochi oggi saranno ignote, non conviene che piú mi trattenga. Meglio sará che facci conoscere ora quel che pochissimi avranno avvertito, che tutte queste proprietá ad altro non hanno conferito che a render men caro l’oro e l’argento.

Certa cosa è che il lustro e la bellezza sola è quella che fa che gli uomini amino d’ornarsi con oro e con argento; né, quando questi piú presto si consumassero e meno si distendessero, sarebbero perciò le genti disposte ad astenersene; poiché si vede che godono di consumarlo, ed al prezzo piú caro [p. 65 modifica] (com’è la natura degli uomini inclinata al lusso) trovano maggior compiacenza. Ora, che l’oro e l’argento, quasi a nostro dispetto, sieno tanto difficili a distruggere, che acqua, ferro, fuoco, tempo, ruggine non gli consumi, e tanto sieno facili a distendersi, che, scemandosi pochissimo, si adattino a ricoprir quanto ci piace del loro luminoso aspetto, egli non fa altro se non che meno rari divengano e piú lentamente, dopo che sono tratti dalle viscere della terra, ci spariscano davanti, e, ne’ primi semi risolvendosi, tornino di nuovo dentro la terra, loro madre, a riunirsi e, come noi diciamo, a rigenerarsi. Dunque, se fosse l’oro dieci volte piú sottoposto a perire di quel ch’egli non è, dell’oro dall’Indie recato assai meno ne avremmo noi ora di quel che ne conserviamo: dunque sarebbe piú caro. Né si può dire che, sottoposto ch’ei fusse a questa incomoditá, sarebbe meno prezzato; perciocché, sempre ch’ei sará bello, sará prezzato. E che cosí sia, si conosce dalle perle, le quali a me paiono men belle dell’oro, ma, perché non durano, sono piú rare, e quindi piú care. Su questo, ch’io ho accennato, meditando chi pensa dritto, senza meno al mio sentimento s’accosterá, distaccandosi dalla corrente, la quale, perché vede l’oro usato per moneta, tosto enumera tutte le proprietá sue quante piú ei n’ha, come quelle che indifferentemente lo aiutassero ad esser moneta. Cose dette a caso. Perciò è bene venire a discorrere di quelle qualitá che hanno i metalli e che dalla materia, che dee servir per moneta, unicamente sono ricercate.

Dirò imprima quelle che richiede la moneta reale, o sia quella con cui si compra. Perché una cosa possa aver quest’uso, si richiede: primo, che sia universalmente accettata; secondo, che non sia soverchio voluminosa ed incomoda a trasportare e a cambiare: giacché non può una cosa servir per equivalente delle piú preziose e desiderabili, onde gli uomini si privano, se ella non è comunemente ricevuta sempre, e con ciò faccia sicuro chi la possiede di non dover restar mai privo di quello, ch’egli in mente ha figurato poter con essa conseguire. Inoltre una mole troppo voluminosa si rende faticosa a dar in cambio, e subito bisogna sostituirne una piú lieve, che la rappresenti. [p. 66 modifica]

Per potere una cosa essere da tutti accettata, quattro qualitá io veggo che si richiedono: I. che abbia un valore intrinseco e reale e nel tempo stesso da tutti uniformemente stimato; II. che sia facile a sapersene la vera valuta; III. che sia difficile a commettervisi frode; IV. che abbia lunga conservazione. Non mi dilungo a provar la veritá di questo che asserisco: perché o il mio lettore la conoscerá meditandovi, ed è inutile ch’io la spieghi; o non la intenderá, ed è inutile che quest’opera sia letta da lui.

Ora non mi resta che applicare questi requisiti, che ho esposti esser necessari alla moneta, ai generi che la natura produce: e si conoscerá quali siano quelli che la natura ha destinati a servir per moneta, dotandogli convenientemente.

Imprima restano esclusi tutti quei che non hanno valore intrinseco, ma convenzionale. Perché, essendo certissimo che è men sicuro avere in mano una merce, la cui valuta dipende dalla pubblica convenzione e fede, che non l’aver quelle che vagliono perché sono necessarie o utili all’uomo; questa merce non può, generalmente parlando, divenir moneta. Così è che un paese non potrá mai servirsi di moneta di cuoio o di bullettini per lungo tempo. E, sebbene i biglietti corrano in molte parti per moneta, pure io non so se, quando questo paese, che usa i bullettini, divenisse tributario di alcun popolo inimico vicino, non so, io dico, se i conquistatori si contenterebbero di lasciarsi pagar co’ bullettini o se vorrebbero la moneta di metalli. Tanto è grande divario tra la fede pubblica e il pensare comune. Questo, quanto è universale, tanto è immutabile: quella non si estende piú in lá di quelle persone e popoli che hanno convenuto, ed è sottoposta per ogni minimo accidente a turbarsi e spesso anche a disciogliersi; e perciò un popolo non può per lungo tempo usar solamente moneta rappresentata. Onde si conosce sempre piú falso che il valore de’ metalli e l’usarsi per moneta sia di convenzione umana.

In secondo luogo restano esclusi per lo stesso motivo tutti que’ generi che soggiacciono alla tirannia della moda: mentre quanto è vacillante la fede pubblica, tanto è volubile la fantasia popolare. [p. 67 modifica] In terzo, que’ generi che colla diversitá de’ costumi o de’ culti religiosi possono cambiar valuta. Dalle quali eccezioni poche cose a me pare che siano libere dopo l’oro e l’argento. E questo è quanto al primo requisito.

Ma il secondo è quello, che limita precisamente i metalli a doversi soli usar per moneta. Non si può saper con facilitá la valuta d’alcun genere, se quelle tante ragioni componenti, spiegate nel secondo capo, non si riducano a numero piú semplice. Or i metalli han questo di proprio e singolare, che in essi soli tutte le ragioni si riducono ad una, che è la loro quantitá; non avendo ricevuto dalla natura diversa qualitá né nell’interna loro costituzione né nell’esterna forma e fattura. Tutto l’oro del mondo è d’una medesima qualitá e bontá, o, per meglio dire, ad essere d’una medesima qualitá si può facilmente ridurre. Perché è vero che mai non si trovano l’oro e l’argento nelle miniere o nelle arene de’ fiumi perfettamente puri, ma sono sempre mischiati con altro piú basso metallo o minerale; ma è noto che si possono questi metalli abbassare di carato con quanta lega si vuole, o purgarli al contrario fino alla perfezione. Non è però cosí del vino, del grano e di tanti altri generi. Non sono essi da per tutto dell’istessa qualitá, né vi è arte per far che il vino d’Ischia diventi vino di Tokai. Perciò con una stessa misura di peso non si possono vendere tutti i vini del mondo ad uno stesso prezzo. L’oro e l’argento non solo si possono, ma si debbono valutare attendendo alla sola quantitá della mole, la quale la natura fa che si conosca ottimamente ed infallibilmente col peso. Inoltre un pezzo di due pollici cubi d’oro vale quanto due pezzi d’un pollice l’uno; ma un diamante di dieci grani non vale quanto due di cinque l’uno. E questo è, perché di due pezzi d’oro io posso farne uno con congiungimento, che non è incastratura o legatura dell’arte, ma unione che la natura fa, e l’arte non la può distinguere o percepire; ma di due diamanti non v’è arte di farne uno. Questo istesso dicasi sulla diversa grandezza degli animali, legni, marmi, gemme, raritá, le quali perciò non possono secondo la mole aritmeticamente apprezzarsi. E, sebbene alcuni commestibili [p. 68 modifica] vendansi a peso, ognuno però sa che, subito che uno di essi, come per esempio un pesce, eccede l’ordinaria grandezza, non si valuta colla medesima ragion del peso, ma assai dippiú: il che non sará mai ne’ metalli. In terzo, una verga d’oro spezzata, torta e malformata vale quanto la dritta e l’intera. Non è cosí d’un cristallo, d’una porcellana, ecc.; perché all’oro non dá né toglie valuta l’esterna fattura: all’altre cose sí. Intendo qui di dire, quanto alla fattura, che la natura non dá pregio di forma ai metalli, producendogli in polvere o ramificazioni minutissime e di forma inutile: il fuoco le congiunge, l’arte le lavora, e questa forma vale; ma ella è interamente distinta dal valor della materia e ne è divisa affatto. Quindi sempre la materia siegue a valere secondo la ragion del suo peso, qualunque forma prenda o se le tolga. Ma le gemme non hanno valor di materia distinto dalla forma, e la qualitá loro prende mille diversi gradi dalla limpidezza dell’acqua, colorito, fuoco, pagliuole, nuvolette, scheggiature. Perciò la legge non può fissarvi un valore universale; ed ognun conosce che un bravissimo gioielliere con lungo studio non conosce cosí bene il valore d’una gemma, come un orefice anche inesperto conosce quello dell’oro. Ora è certo che l’uomo non s’arrischia a contrattare che lá dove vede chiaro né teme inganno; e, se la moneta interviene in ogni contratto, troppo è necessario ch’ella sia d’una materia di facile valutazione. Ma io ho dimostrato che né piú atta dell’oro e dell’argento si troverá, né piú sicura. De’ quali quanto sia facile conoscere la bontá ed il peso, lo dimostra l’esempio della nazione cinese, nella quale ognuno da per sé saggia e pesa l’oro e lo sa perfettamente valutare. Presso le altre nazioni i principi e le repubbliche si hanno presa la briga di conoscer essi della bontá e del peso de’ metalli e di assicurarne sulla loro fede ciascuno colla loro impronta; e cosí hanno condotto l’uso de’ metalli come moneta alla perfezione, come nel seguente libro si dirá: ma non era cosa necessaria il conio a costituir la moneta.

Mi resta ora a dire degli altri due requisiti della moneta. E, quanto alla lunga conservazione, che l’oro e l’argento l’abbiano [p. 69 modifica] lunghissima sopra ogni altra cosa, non si ricerca ch’io lo ripeta. Quanto al non potervisi far frode, io dirò brevemente ch’egli è noto quanto si siano gli uomini travagliati per imitar l’oro e moltiplicarlo; ed è nella luce del nostro secolo divenuta cosí ridicola e vilipesa questa misteriosa scienza, che «alchimia» si dice, quanto forse fu in altri tempi venerata e culta. Tanto poco resiste al tempo ed alla veritá un inganno misterioso, che promette utilitá sproporzionate agli ordini della natura. Quello però, che a me è paruto sempre strano, è il conoscere che questa scienza si disprezza, non per lo fine ch’ella si propone, il quale anche agli stessi disprezzatori sembra grande ed eccellente, ma perché si sa non poter ella giungere a conseguirlo. Il suo fine è di convertire o tutte le sustanze, o almeno molte materie vili, quale è il ferro e le pietre, in oro. Né io sento chi derida come ridicola e dannosa questa intrapresa, quando ella riuscisse: sento solo ch’ella si ha per impossibile. In veritá, non si è geometricamente dimostrato finora ch’ella non possa riuscire. Ma, siccome gli sforzi di tante migliaia d’uomini e d’anni non hanno prodotto nulla, e inoltre si vede che niuna produzione della natura ha potuto finora essere moltiplicata o rifatta dall’arte, né alcuno fará chimicamente un granello di grano, una pianta, un marmo, un legno; cosí vi è una tanta e tale verisimilitudine, ch’ella si tiene per dimostrazione. Un’altra ragione pure si adduce: che la semplicitá somma de’ metalli perfetti, siccome non permette che l’arte gli distrugga e disciolga, cosí non pare che possa sapergli moltiplicare; e questa ragione è stata potentissima fino a cinquanta anni sono, che cessò di esserla. La chimica acquistò nuove forze, oltre l’antiche, da operar su’ corpi. Allo Tschirnhausen tedesco venne fatto di lavorare una lente di straordinaria e non piú veduta grandezza5, la quale, acquistata dal duca d’Orléans e data ad usare agli accademici delle scienze, fece conoscere all’Homberg che l’oro [p. 70 modifica] poteasi da’ raggi del sole sciogliere e diminuire, distruggere e vetrificare. Nelle Memorie del 1702 e del 1707 si potran leggere a lungo tutte le dispute ed osservazioni su questo maraviglioso fatto, che a molti, ancorché vero, pareva affatto incredibile.

Or con queste nuove forze, delle quali ancora non è perfezionato l’uso, quel che si possa pervenire a fare, è ignoto ancora. Ma quello, che potea esser noto fin dal principio e non si è voluto conoscere, egli è il vizio del fine istesso dell’alchimia. Il suo fine non è giá convertire il ferro in oro, ma l’oro in ferro: fine pernizioso e diretto unicamente ad impoverirci. Io dico cosí, per far sentire quell’inganno, che è il piú universale e frequente nelle menti umane ed il meno perseguitato. Quando si pone uno stato di cose diverso da quello in cui si vive, bisogna convertir le idee dello stato presente ed appropriarle al supposto che si fa e a quello stato. Allorché oggi noi diciamo «oro», ci suona nell’orecchio un non so che d’opulenza, di dovizia, insomma di desiderabile e buono. Quando diciamo «ferro», pensiamo subito a cosa vile e disprezzata. E certamente nello stato presente non c’inganniamo. Ma, se tutto il ferro, che uno vuole, si può cambiare in oro vero e perfetto, allora, dicendo «oro», si risveglierá l’idea secondaria istessa, che viene quando oggi si dice «ferro». Né la bellezza dell’oro alla volgaritá di lui resistendo, potria sostenerne la stima; perché il cristallo, il quale è certamente bello sopra ogni altra cosa, perché egli è un genere che, oltre a quello che nelle rupi si scava, si sa fare con l’arte, non vale piú di quel che la sua poca raritá richiede ch’ei vaglia. Dunque, sgombrando l’inganno delle parole, l’alchimia non promette altro che impoverirci, cioè rapire dal numero delle cose rare, e perciò preziose, l’oro e l’argento: il che se ella facesse anche delle gemme, ci spoglierebbe affatto d’ogni mezzo da ostentare la potenza e da adornare la bellezza. Né il consumo dell’oro si accrescerebbe: ma anzi, divenendo bassissimo il suo valore, il lusso non lo ricercherebbe piú; e il naturale si staria ascoso nelle sue vene, l’artificiale nel suo ferro. Né questo danno [p. 71 modifica] sarebbe molto grave a paragone dell’altro, cioè di privarci di moneta. In quel caso, tutta la moneta si ridurrebbe a moneta di rame, di «ferro giallo» e di «ferro bianco», perciocché questo suonerebbero allora i due pregiati nomi d’«oro» e d’«argento»; e quanto fastidio apporti l’aver solo moneta di rame e di ferro, si dirá altrove. Inoltre non si potrebbe all’oro ed all’argento, divenuti inutili, sostituire le altre cose, per le comoditá ch’elle non hanno in sé. Sicché anche per questa ragione, che mi pare validissima, l’Autore della natura non permetterá mai che il bell’ordine morale dell’universo, il quale tutto sulle monete, come sopra il suo asse, si mantiene e si rivolge, possa dall’alchimia esser guasto. Sé giova agii uomini andar piú dietro ad un’arte tanto ad essi perniziosa e fatale, se al suo scopo pervenisse. E qui io potrei dimostrare, se non fosse di lá dal mio istituto, che anche quella immortalitá e universale medicina, che ci si promette, non saria per essere meno perniziosa e lagrimevole a tutti, di quel ch’ella sembri agli sciocchi vantaggiosa: perché tutto quel che conturba l’ordine infinitamente bello dell’universo e stolidamente promette riparo a quegli accidenti, che la nostra ignoranza chiama «disordini», è e sará sempre contrario alla veritá, impossibile ad avvenire, ingiurioso alla provvidenza, e, quando pure avvenisse, saria calamitoso al genere umano.

Vedesi per lo soprascritto discorso quanto necessario sia che le monete reali misurinsi col peso e siano fatte di materia tale, che dalla frode e dal consumo restino, il piú che si può, sicure; e che a ciò fare, niente altro che l’oro e l’argento siano disposti, mi pare anche dimostrato: onde resta concluso quanto necessari ed indispensabili siano l’oro e l’argento a’ bisogni della moneta reale. Resterebbe che io dicessi di que’ della moneta ideale, misuratrice de’ prezzi: della quale però, siccome il solo nome e numero basta a costituirla, cosí non parrá a molti ch’ella abbia necessaria connessione co’ metalli. Ma da cosí credere si rimarrá chi riflette che non si può in un paese introdurre moneta ideale, se non per mezzo della reale, e, ovunque la moneta immaginaria usasi per contare, egli è da [p. 72 modifica] aversi per certo che un tempo questa moneta era reale, come per esperienza si conosce. Non sono gli uomini capaci d’avvezzarsi sulla prima a computare sopra un numero astratto e non significante alcuna materia che gli corrisponda; ma, se dalla vicenda delle cose insensibilmente vi son tratti, vi si accomodano assai bene: di che si dirá piú a lungo nel seguente libro. Ora io farò brevemente conoscere che la misura delle cose con niun genere si può far meglio che co’ metalli.

Hanno necessitá le misure d’esser stabili e fisse il piú che si può: ma questa stabilitá in niuna cosa umana si può sperare di rinvenire. A lei dunque si dee sostituire una lenta mutazione ed una equabile progressione o di accrescimento o di diminuzione, che da niuna vicenda sia sbattuta ed altamente turbata. Or questa condizione, che non ha il grano, il vino, ecc., l’hanno i metalli piú preziosi, i quali, come io dissi, non soggiacendo a diversitá di raccolta, se non nelle scoperte di nuove miniere (che è accidente rarissimo), né a varietá di consumo, hanno prezzo quasi costante e, per la loro universale stima, da per tutto il medesimo, non per tante proprietá che hanno, ma solo per alcune; cioè perché sono metalli, e perché sono dotati di singolar bellezza, sicché in ogni tempo da tutti sono stati apprezzati. Sono i metalli adunque attissimi non meno a pagare che a valutare le cose tutte, e perciò come naturalmente moneta si hanno a riguardare; e, da questo loro istituto volendosi variare, si dee credere che nascerebbe disordine e violenza alle leggi della natura, come quella, che non ha lasciata la materia costituente la moneta in nostra libera elezione, ma l’ha da per se stessa fondata sull’oro e sull’argento.

Sicché, da quanto in questo primo libro si è detto, io voglio che i miei lettori ringrazino la divina provvidenza, che, dopo creati a nostro bene l’oro e l’argento e fatticigli conoscere, gli fece insensibilmente cominciare a vendere a peso, e cosí ad usar per moneta, avendogli, a questo fine, di valore intrinseco e d’altri convenienti attributi dotati; e di tanta bellezza gli ornò, che né la volubilitá delle usanze, né la barbarie de’ costumi, né la povertá, né la soverchia ricchezza hanno avuta [p. 73 modifica] forza di spiantargli dal concetto degli uomini con sostituirvi altre merci; che né i filosofi faranno mai vilipendere, né gli alchimisti sapranno moltiplicare. Voglio poi che si ringrazino le supreme potestá della terra, le quali, migliorando le intrinseche qualitá de’ metalli ed alla loro perfezione conducendole, hanno saggiati, purgati, pesati, divisi e col proprio impronto venerabile contrassegnati i metalli per sicurezza de’ cittadini. E di queste migliorazioni fatte dalle civili comunanze il seguente mio libro sará ripieno.



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  1. Secondo che nelle Transazioni filosofiche, n. 169, p. 926 e n. 119, p. 694, rapportato.
  2. N. H., xxxiii, 19 [3]: «Praecipuam gratiam huic materiae fuisse arbitror, non colore.., nec pondere..., sed quia rerum uni nihil igne deperii, tuto eliam in incendiis rogisque durante materia... Altera causa pretii maior, quam minimum usu deteri... Nec aliud laxius dilatatur, aut numerosius dividitur... Super caetera non rubigo ulla, non aerugo, non aliud ex ipso quod consumat bonitatem minuatve pondus. Iam contra salis et aceti succos, domitores rerum, consiantia: superque omnia netur ac texitur lanae modo et sine lana».
  3. Nelle Memorie del 1706, p. 127.
  4. Nelle Memorie dell’anno 1713, p. 267.
  5. Ella pesa 160 libbre di Francia, ed ha tre piedi rhinlandici di diametro. Vedi Memorie del 1709, p. 15.