Delle notti/Ottava Notte

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Ottava Notte

../Settima Notte ../Nona Notte IncludiIntestazione 6 marzo 2017 25% Da definire

Edward Young - Delle notti (1817)
Traduzione dall'inglese di Giuseppe Bottoni
Ottava Notte
Settima Notte Nona Notte
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VII. N O T T E.

L'Immortalità.

ARGOMENTO.


Descritti col più patetico, ed affettuoso stile i teneri suoi congedi colla sposa nelV atto del suo partirsi, passa il Poeta a trattare dell’immortalità dell’Anima. In questa lieta del pari che sicura speranza, è necessario, che trovi V uomo quel conforto, che cercherebbe indarno nel tenebroso regno degli affetti sensibili. Nell’eternità la speranza di’ ricongiunger si a coloro, che si amarono, è la più solida consolazione dì chi „ vedcsi rapir dàlia morte i suoi più cari

Lo strai vibrato alla mia sposa in seno
Dell’empia morte non sì ratto giunge
Come al caro Filandro, e meno a lei
Ah troppo fu, che alla mia figlia arara.
5Questo può consolarmi? Oh Diu! dell’alma
Quest’è il più fiero, il più crudel tormento*
Calmano i mali miei Tempie dimore J
Che la morte frappose: io la perdei
Più tardi f è ver; ma quel ritardò’ appunto
10Fé* the il mio duol quasi furor divenne.
Più restava al mio fianco, e assai più forte
Stringean tra loro i nostri cori il nodo;
E un puro amor don più soavi lacci
L’anime nostre incatenar sapea.
15Quando barbara man Tun dopo T altro
Questi lacci spezzò, gli acerbi, i lenti
Crudelissimi strazj in sen provai
Di quell’amaro passo, e sento ancora
La memoria fatai quanto mi costi.
20Moriva Elisa, ahimè! Per gradi anch’io

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Mi sentiva morir: in quei momenti
Era qual uomo, in cui crudcl tiranno
Infierisce 9 ma rtiol che tutti ci senta *
I tormenti, gli strazj, e in ogni istante
25S’accresca il duol, che lo divera e struggo,
Finché vinto soccomba, e a lui la morte
Nell’estremo, ch’ei getta, •rribil grido. Strappi
dal scn de’ mali suoi la prova.
Quante è terribil mai, quanto è crudele
30Muover sì lenti i passi, e in mezzo al duolo
Al tramontar di pochi giorni e tristi Avanzare
così, cinto, ed oppresso
Dall’. orrot d’incertezza, e di spavento 9
Traversar dell’età canuta inferma
35Tutto lo spazio, che raseenibra un vasto _
Cupo sentiere, a cui la tomba è fine! „
Sentirsi trar dove più folte e nere
1/ ombre son della tomba, e a gradi il lume
Perder di speme, e poi vederlo estinto!
40Questa è l’aspra, Tamara, orribil via,
In cui sul fin dell’età mia cadffete
Mi spinse a forata il mio crudel destino.
In braccio al grave al disperato affanno,
Alla smania, all’orror, languido, infermo
45Trassi per lunghi-giorni il fianco antico.
Ah! quell’amor, che per se stesso in petto
Risente ogni mortai, più forza, o voce
No, non avea per me, nè questo affetto,
Glie sempre è unito all’uom, sempre l'inganna,
50Potè sedurmi, o all’alma mia men gravi
Rendere almen gli acerbi suoi tormenti •
Quante volte fissai d’Elisa in volto
Torbido, immoto, e spaventato il ciglio,
Che centro il mio voler tutto mostrava
55L 1 orror, che a me già presagiva il core!
Ouante volte credei vederla estinta
Nell’istante medesmo, in cui dal labbro
Livido smorto un tenero sorriso.
Ver me schiudea! Povera Elisa, oh Dio!

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60Ver pietà del mio duol sul labaro a forza
Chiamava il riso, e il suo dolor più fiero
Nel profondo del -cor tutto chiude*;
Ma lo strazio maggior soffri a quest’alma
Appunto allor che di quest’alma i mali
65Solea calmare, e consolarmi li lisa.
Tacita in seno a lei slava la morte,
E l’instancabil suo lavoro ignoto
Lentamente avanzando, a’ giorni suoi
Sorda, e sicura disporiea la mina.
70Fiera, attiva costei qual oste ardita,
Che di città superba offende, atterra
Ogni riparo, i suoi tremendi assalti
Senza posa accresceva: e truce in volto,
Ostinata a voler sciolta, distrutta
75Quella salma languente, ogni sòccorso,.
€he dar potesse or la natura, or Parte „
Alla già stanca, ed infelice Elisa,
Vinse, e rese più bello il suo trionfo.
Stelle, che nella n9tte emule al Sole
80Sulla terrai spargete argentei raggi,
Che de’,giemiti miei, del mio tormento
Spettatrici costanti or siete, ah voi
Voi ben sapete quante volte il tetto
Spettro di morte quelle piume inquiete,
85Ove stanco io prendea scarso riposo,
Scosse, agitò sotto il mio capo, e irato
Respinse il sonno, e schiuse, volle a forza
Queste pupille mie, ch’errando incerto
Cadeano, ahimè! sovra l’afflitta e mesta
90Sposa fedel, che mi moriva accanto.
E quante volte in queste lunghe notti, ìln
mezzo al duol, che trafiggeami il core,
li continuo scemar mirava attento
D’una languida vita, a me più cara
95Della vita, che ancor mi accorda il fato!
Qual tormento v’è mai, ch’io tutto in seno
Non sentissi in quel tristo orrido tetto,
t In cui, sempre vegliando, io la vedea. " ’ Già

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Già vicina a morir? 1/ ombre di mor$*
100Crescer vede* su quell’amàbil volto
Allo scorrer d’ogni ora. Orror sì grand*
10 non conobbi in quel terribil giorno,
In cui quasi col piò dentro alla tomba
Schiusa tutta la vidi, e la tremenda
105Eternità mostrarmi entro l’abisso.
Sì gran spavento io non provai ne’ tristi.
Dubbiosi istanti in cui sì vari aspetti
A quest’ocelli smarriti espose il dado
Ne’ suoi moti fatai, pria che decisa
110Neil’arrestarsi avesse il mio destino -
Di vivere, e morir; oh Dio, la vita
Toccommi in sorte! E qual frofitto io trassi
Di sì miseri giorni? Il dritto ingrato
D’esser vittima ancor de* miei tormenti*
115Ma perchè sempre alla tristezza, al -duolo
Darmi in;preda così ì Perchè di quelli,.
Che perduti non son, compianger sempre
La fantastica morte, e perchè mai
11 mesto mio pensier tra F urne errando,
120Per ingiusta cagìon delira, e geme?
L’alma, questo sublime etereo foco
Forse estinto riman sotto le fredde
Ceneri, che la tomba accoglie, * chiude?
Na che non muor niuua porzion di quella
125Che ancor non so come su in Ciel si chiami:
Sol si perde ciocchi: morir dovea.
Fu disciolto quel rozzo ignobil velo,
Che di viver le tolse, e sol per lei
Morì per sempre e la miseria «il duolo.
130Vera «vita ella gode: io tra gli estinti
Contar mi deggio, e di pietade un guardo
Volger sovra di me sol debbe il Cielo*
Oh quante varie, e numerose genti
Chiudon le tombe, «guanto è mai fecondo
135Di quelle il seno! In sen di quelle a nuova
Vita risorge l’uom: ma in questa terra,
Ove io mi resto abbandonato e solo,

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Veggio un vasto deserto orrido, e veggio
Una fosca region, che il pianto Lagna,
140K che il nero cipresso ingombra, e ciiige;
Una prigione oscura, in cui racchiuso
Sotto il Cielo mi veggio a trar dolenti
I giorni miei. Là nel soggiorno altero
Della fida mia sposa ombre non sono;
145La tutto è ver, tutto è sostanza, e tutto
Salda base sostien, nulla si cangia:
Immutabile è il tutto, è il tutto eterne.
E dove è mai questa region sì bella
D’una vita felice, a cui rivolge
150I suoi fervidi voti ogni uom ch’è saggio?
Languidi troppo del maggior pianeta
L raggi son, che fino a lei non vanno:
li la nobil region d* assai sovrasta
Alle stelle più ardenti, e più remote.
155La morte sol, la formidabil morte
Può sovra il sol, sovra le stelle, e gli astri
In trionfo guidarvi in seno a lei.
Sulla tomba d’Elisa un velo ornai
Tiriam pér sempre. In quella tomba osenra
160La mia sposa non è; che se quel passo
È terribile, è amaro, ella il sostenne
Vedon questi occhi miei, che tende, e vola
All’immortalità. Sorgere io veggio
Ufuovi amabili oggetti, e il lor fulgore.
165Questi occhi miei, questo mio cor consola.
Notte tranquilla, che stai globo imperi,
Tu m’ispira, m’accendi. Io voglio alicorno
Ora mostrar con elevati accenti
Quanto sia l’uomo e portentoso, e grande.
170Ah non fia mai, che dal mio basso ingegao
S’avvilisca l’ohor di tanta impresa.
Or ti desta, 0 mio cor; t’empia, t’accenda
La fiammante del vero aurata luce.
Ah sorga il canto mio sublime almeno
175Quanto nobile è l’alma, e vita acquisti
Come ha l’alma immortai.... Folle! che dissi?

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Sdegna quest’alma mia caduchi allori
Di passassero onor: speme più bella,.
Ora in’agita il seno, e del mio canto.
180Tutto all’eternità domando il premio.
Uomo immollai, sempre t* arrida il Cielo:
Empio è colui, che ti fa servo a morte.
Cinto di trionfale aurato serto
L’uom passerà, del suo trionfo altero,
185Della luce maggior le porte eccelse
Dì lucido cristallo, e il vago ammanto
Ei vestirà di giovinezza eterna.
Pieni d’alto stupor saranno i Cieli
Jfel veder giunto in così Lei soggiorno
190Quest’essere sì fra], questo novello
Ospite non atteso. Eterno, eccelo,
Onnipotente Dio, sommo, clemente,
Benefico monarca, e quai poss* io
Grazie rendere a te, che unir volesti
1951/ immensa eternitade al debol figlio
D’un’ignobile polve? E dove mai
Il mio stanco pensier, l’alma smarrita
Nel contemplare i tuoi portenti, i doni
Arrestar si potrà? Dunque l’amarti,
200Dunque il porgere a te suppliche, e voti
Si chiamerà virtude? E non è forse
Vera necessità, caro diletta
Sincero, e x tal, che ogni difetto avanza?
Ahimè! Se per soffrir sono immortale,
205Se per rendere eterni i mali miei
Eterno io son, che. divien mai l’orgoglio
Ch 1 io sento... Ah no che perdonar sa un D
E se interno rimorso in sen risveglia
Nuova virtù,, con la sua destra i! nome
210Scriver di chi fu reo nell’aureo litro
Della felicità. Di sua clemenza.
Certo, la morte io sfido, ed alla gìoja
Per tributargli omaggio io fo ritorno.
Il grande, eterno Nume anima, e vita
215Con una fiamma istessa impresse a tutti

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Gli esseri intelligenti, alti preziosi
Germi d’un tronco sol Tal fiamma infuse
Negli spirti, non già cou modo -eguale,
Ma con "Vario tenor, come dall’alto
220Immenso suo saper, dall’ordin vario
Che compiuto volea sopra la Terra,
Si stabilì, si volle. E allor che questi
Spirti alla meta lor giunser, passando
Per le prove diverse a ognun prescritte,
225Tornan di nuovo a riunirsi a quella
Origine immortai,. che lor produsse,
E s’uniscono a lei, se i pregi eccelsi
Dell’origine lor serbato intatti.
Uomo, ne un, verme sei, nè un vile insetto
230Deh conosci te stesso, osserva attento
La tua grandezza, ed ammirarti impara,
Che di vera virtù questo è l’arcano.
Quando raccolgo il mio pensiero, e quando
Fiso lo sguardo in me, forse non veggio x
235Entro me stesso uno straniero illustre,
E dell’esser divino una sublime
Opra, che va su questo globo errante?
Quanto più nel mirar quest* esser mio
S’occupa il mi© pensi er, più si solleva,
240E di più vivo ardor l’alma s’accende:
Sdegnoso il mondo abborro, e ardito, e forte
Alla sfera immortai dispiego il volo»
A tal pensiero la natura io veggio
Tutta cangiarsi, e divenir perfetta.,
245Oaal vasta, informe, e tenebrosa massa
L’universo vid’io; lo miro adesso
Vago, compiuto, e d’ogni luce adorno.
Tutto agli sguardi miei maggior si rende,
Tutto più nobil fassi, in me s’annida,
250Sebben son io l’istesso, un esser nuovo.
Passando io vo per vaghe scene, e varie,
In cui sempre il fulgore, il bel si accresce
Come,oh come il futuro agli occhi miei
Portentósa catena ora disvela m.

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255D’immancabili eventi, i quai racchiusi
Stando nel sen <T impenetrabil nube,
L’uomo invano veder tenta, e s’affanna!
La natura vegg’io, che il vasto seno
Apre, e quest’alma di stupor ripiena
260Negli ignoti suoi regni amica accoglie.
Oual incanto godrò, ch<* bei trasporti
Allor ch’io vegga, e ch’io mi stringa al serio
Spirti, qual io sarò, lieti, felici!
Quanti d’un ordin vario esseri, e quante
265Nuove nature io mirerò più belle!
Del Sol ini scorderò, sì, di quel mondo,
Ch’io scorro adesso, e che rapisce, incanta
Ogni mio senso, un più sublime, e vago
Universo l’idea fia che mi tolga •
270Grande immortalità, chi l’esser tuo
Può definir? Chi de’ tesori tuoi
Parlar potrà? So che una vita sei, *
Il cui stame per tutto il corso eterno
Tratto sarà; nè fia che mai somigli
275Quel debol fil, che tutta ordisce, e forma
Della vita mortai l’orrida trama.
Oh quanto è breve il tempo, in cui per l’uomo
Splende del bel pianeta il dolce raggio!
In qual funesto, e miserabil cerchio,
280Ch’or tra noi si ripara, or si distrugge,
Ci aggiriam stilla terra! E fin la stessa
Sanità, che l’uom gode, è un rio malore,
Che un rimedio ogni di frena, e corregge.
L’alma risente anch’essa i gravi danni
285Della macchina nostra. Han sempre in noi
Le più belle virtù qualch’ombra oscura
Che* ne scema il valor; nè giunge mai
Alla felicitade il più animato
Il più caro piacer: questo è soltanto
290Scarso", e raro sollievo a’ nostri mali,
Ch’atti a soffrir ci rende altra sventure •
Abbozzati viventi, il viver nostro
È sul nascer tuttora, e sol siaii giunti

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Al primo albor, clic il chiaro giorno annunzi.
295L’uomo, che informe sta ne* giorni ascosi.
Di chi padre gli sia, lungi è da questa
Vita imperfetta, e fral, quanto noi stessi
Dalla vera* ed eterna, a cui la morte
Schiude sola l’ingresso, allor che squarcia
300Questo, che c’imprigiona, ignobil velo...
O trasporti dell’uomo, allor che sciolto
Dall’artiglio di morte a voi si lanci ’
Sulla scena immortale, e lieto esclami:
Tutto il ben,, ch’io qui veggio, adesso c mio.
305Qual di sorpresa, e di piacer nell’alma
Cangiamento improvviso, allor che pura
Da fango vii sorgendo in pochi istanti
Dalle tenebre passi a un dì sì nuovo!
Giunti che siam colà, portando ancora
310In volto il tetro orror, l’alto spavento
Della morte, dell’urna ancor de* mali,
Che la vita ci die, languidi, e stanchi,
Quanto del sommo Ee*e il primo aspetto
Quanto ci colpirà! Quai dolci moti
315Noi proverem! Da qual soave, e caro
Fremito di piacer nel suo stupore
Sarà l’alma agitata! E quali allora
Grazie alla morte renderem.. Deh ferma,
Ferma, Signor, che generoso, e grande
320Troppo all’uomo ti mostri, e tròppo frale,
Troppo misero è l’uomo... Io non resisto ’
D’un bene immenso alla sublime idea:
Già mi palpita il cor, cresce il tumulto,
E della mia felicitade a fronte
325Mi smarrisco, mi perdo, e quasi io temo.
Qual senza fin di maraviglie a noi
Serie sì spiegherà! Qual folla immensa
Di sconosciuti oggetti il nostro sguardo
Vedrà in un punto! E Pinsaziabil brama
330Di veder, di saper, d’intender tutto
Paga neiruom sarà. Noti del mondo
Moral saranno a lui tutti gli arcani.

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Scevro il fisica mondo allor per lai
Sarà dall’ombre, e dalla nebbia folta,
335Che la mente, il pensiero, inceppa, e stanca?
Ne al dotto ciglio di colui, che fermo
1S le parti ne osserva, e tutto il mira,
Lascia veder che pochi cerchi infranti,
Sparsi frammenti, in cui scorger non pilota
340Ordine y ovver se l’un l’altro somigli.. ’
Sarannoallor tutti, gli anelli uniti,
Sarà pieno, ogni vuoto, e tutta intiera
La catena sarà dal sommo all’imo
Ogni grandezza mostrerà lo spazio,
345Ch’occupa appunto > e si vedrà perfetta
Questo, gran tutto allor vedrem la forma.
Prender di globo esatto, e tutti i suoi
Lucidissimi punti entro le nostre
Incantatepupille irisiem verranno..
350Dello spazio,, o mortai, dal più sublime-
Punto col ciglio abbraccia i tanti mondi,
Che ondeggiali sovra le’ brillanti spume
Dell’eterea region, che mille, e mille
Tracce segnando, van d’aurata luce
355Su questo incomprensibile oceano..
Del minor di quei mondi il giro inorine-
Il tuo pensier misuri l’e poi ne osservi 1
La picciolezza estrema ia faccia a’ globi,
C hanno cerchio infinito, e tal grandezza
360Qual la balena gigantesca a nói J.
Mostra ’Vicina al più minuto armento,
Da cui tocca non è quando lo inghiotte.
Vedi, o mortai, queste superbe masse,
Che comprender non puoi, sparire a fronteDi
365quello spazio immenso, ©ve il viaggio
Invisibili fan, qual nelle vene
Le del sanguigno timor sferiche parti.
Tanto dell’universo il piano è vasto:
Sì fecondo esser, volle il Fabbro eterno.
370Dunque allor che iu un punto i lumi tuoi
Ferirà questa folla immensa, e varia

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Di maraviglie ignote, e di portenti,
Dimmi, che proverai? Se di piacere
La maraviglia è fonte, oli qual di gioje
375Piena t’inonderà! Oliali saranno
I tuoi trasporti, alter che il ricca manto,
L’altera maestà, che i raggi piove,
Vedrai dell’increato Esèer, che un giorno
Lasciò cader dalla sua destra i tanti
380Mondi, del suo poter qual breve saggio!
Nè le create cose avranno in faccia
Alla radiante origine sublime
Che il fioco albor d’un fiorellin del prato
In faccia all’astro, al cui favor s’aprìo.
385E che fia mai quel Sol, che in Ciel risplende,
Donde ógni ben si sparge a gran torrenti
Su tutte Fopre sue, di cui la vista ’ "
De’ diletti è il maggior, de’ beni è il sommo?
Tale arcano non svela altri che morte
390Ah quanto poco all’uom costa il possesso
Di sì vasto saper, di tal divina
Felicità! sol col morir s’acquista.
Quanto fia dolce ancora il viver sempre
Dell’eterno Signor co’ tanti figli,
395Che in spazj v.arj or son, che sonò adorni
Di varj pregi, ognun de* quai risponde
All’essenza di loro! Aver con essi’ *
Una brama, un voler! esser di tutta
La feconda, la ricca, ampia natura
400Liberi cittadini! aver possesso
Di ciò che avara entro il suo seno asconde l
Sentir crescere in noi sempre il diletto,
Quanto più l’alma scopre, e vede, e apprende
Tutti del Creator veder gli arcani r
405Scorgere in seno a lui Porcina, la forma
Di tutto quel, che trar dal nulla ei volle;
Mirar tutto il creato accanto all’alta
Alla sublima idea, che in se ne porta:
Senza nube veder che cosa è Dio:
410E il ciglio allor, d’uno in un altro incanto

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Sempre nuovo passando, ovunque ei muova
Seguir dovrà la luminosa traccia
Dal pie del Nume onnipotente impressa.
Sì, tutto è vano, e tutto c sogno, ed ombra v
415Ma non 1* eternità. l’ha mali ancora,
V ha sventure per quei che crede in seno
Alma avere immortale? E quale schiavo
Lagnarsi oggi potria, se d’un impero
Re destarsi dovesse al dì che viene?
420Ab che già scorderebbe i lacci suoi*
E in soglio già dal suo pcnsier guidato,
Un fantastico scettro in pugno avria.
L’uomo, ch’è giratole saggio, è un Re che lung.e
Dal trono tien la sua non ferma etade,
425Che col erescer degli anni un regno aspetta.
E qual altro pensier può far che l 1 alma
Maggior si Vegga, e spieghi all’etra il volo?
Questo sol ci sostien; questo è sollievo
Della vita ai disastri, i quai non sono
430Più disastri per Puom: questo de’ beni,
Che la vita ci porge, estingue il falso
Chimerico splendor: questo la terra
Sol da lungi ci mostra, e quasi assorta
Da fosche nubi in tenebrosa ecclissi.
435Quanti il mondo distingue onori, e gradi»
Sciolgonsi in fumo, e più non ha per noi
Sdegni, o favor la cieca instabil diva.
Tutto allor sembra egual,niun l’altro avanza.
E mendici, opulenti, e grandi, e vili
440Sono in folla confusi 5 e la divisa,
Che questi, e quei riveste, entro le folte
Ombre manca, si mischia, e poi si perde.
Còsi dal grembo di Saturno colme
Vede lo spettator le nostre valli,
445E piani i monti: che di "quelle il vuoto,
E di questi l’altezza a lui nasconde
Questo del nostro suol sferico aspetto.
Sciolga pietosa man P aspre ritorte
D’un infelice: il tragga fuor dal cupo

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450Carcere orrendo, ove il vapor maligno,
E l’aere denso, e guasto a lui le vie
Del respiro chiudean; di là lo guidi
Per agevol pendio d’un monte in vetta,
Ove pura e leggera un’aura spira,
455E donde il ciglio ovunque giri osserva
Deliziosi villaggi, a cui’ fan cerchio
Ridenti prati, e collinette amene:
Ah come in petto il cor per gioja sente
Balzar quell’infelice, e l’aere amico *
460Beve in copia maggior! Sente che il peso,
Da cui gravato fn, manca, svanisce,
Tutto rinasce in lui. Nel punto istesso
E sentire, e goder tutto vorria,
Nè di goder, nè di sentir si sazia,
465E rinascere allei* quasi gli sembra.
Tali i trasporti in se risente un’alma
Quandg da’ lacci suoi, da 1 quei diletti.
Che l’oppressero un dì, dai moti insani,
Di cui schiava già fu, disciolta s’erge
470Libera, e lieve alle regioni eccelse
E del giusto, e del ver. Le sembra allora
Esser nel suol natio: colà si pasce
Di speranze immortali 5 e gloria eterna,
E il Nume istesso posseder pretende.
475Le verità sublimi ella contempla,
E sol grandiose, e consolanti idee
Va formando tra se. Di lei con dolce, ’;
Ma invincibil poter prende l’impero
Per sempre la virtù. Là il saggio, in cielo
480Pria fissata la destra, al mondo impone,
Che il suo cerchio percorra $ e quei si volge
Sotto il suo piè, senza che l’uom risenta
L’ondeggiante vagar, che a lui non giunge.
Ebbro di, speme, e di piacejr, l’idea Del
485suo futuro ben lo immerge, e fissa
In un’estasi tal, che fin non teme.
Lungi da questa terra ei già si aggira
Nel soggiorno immortai, nè v’ha più oggetto,

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Che i voti suoi per un istante arresti.
490Brilla il sol, ei noi vede:. il tuouo. assorda
Ei non l’ode; e sebbene a lui d’intorno ’
Sorgan furiosi i venticele tempeste,
Sa che l’alto Signor, che sveglia, e frena
E la tempesta, e il vento, il suo destino,
495Regge, ed al sen di lui più ancor? si stringe
Scorrondella sua vita, intanto i giorni,
Ed ti noi saj, nò l’agonie, gli affanni,
Che seco trae la morte, egli risente,
E questa è l’uom, checoh sereno e franco.
500Ciglio, e portando. la sua pace in fronte,
Si precipita in questo; immenso abisso,
Mentre *ancor ne’ piaceri, e nella calma
Un incredulo vii palpita, e trema.
Jn questo basso, fi tristo. Mondo adunque
505L’almanon s’imprigioni >. e se Tuoni, tema
Di vedersi sepolto ad ogni istante
In quella polve, che il suo pie calpesta,
Si ricovri, e si salvi in quel!’ asilo, ’
Che aperta è sempre ali 1 avvenire in eno,;
510Perchè rinasca in lui speme, e coraggio
Altorrente orgoglioso egli resista,
Che a idolatrar caduchi, e vili oggetti
Che folla l’incalza,, e la trasporta
S’arresti, e pieno dell’idea sublime,.
515* Clìse del suo fato porta in seno_impressa,
Pensi qual ei sarà, quando, abbia il tempo*
Compiuto il voi di cento lustri, e cento,
Per contemplar nell’uòm, che esiste allora,
L’uomo, che vive ancor. Con qual diletto.
520Vedrà la propria immagine riflessa
In sembianza immortai! Qual giusto orgoglio
Sentirà nel veder quel fido specchio,
Che la grandezza sua tutta gli rende,
E qual è gli presenta il proprio aspetto!
525Qual piacer d’annunziar poscia à se stesso’
La futura esistenza, e tutto il proprio"
Fato mirar di beJtJa gloria onusto

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Nel quadro, che il pensier segna, e colora!
Questo pensier sovente in due divida:
530Èsseri l’uom, de 1 quai l 1 un già si trova
Neiriinniortal soggiorno, e quei, che resta
Sulla terra tuttor regge, e consolala
silenzio ascoltiani d’entrambi i detti
Nel profonda del cor j noi stessi essendo
535Quei che sciolgo» le voci, e noi l’oggetto*
Uè’ portentosi lor segreti accenti»
E non ti senti in sen, Lorenzo, ancora
Destar nobile orgoglio a tai riflessi l
Noi raffrenar > eli 1 è giusto, e non mostrarti
540U 111 il tu: dei> quando esser dei superbo
Abbastanzanon può’ l’uomo giammai
Sprezzar se stesso, e per se stesso in petto
Stima sentir che basti* Il grande arcano
E che l’uom non s-inganni, e giusta sia
545E la stima, e il disprezzo. Ah sì, ti renda
La tuà, virtude altero, e ardito vanta
L’alma che chiudi in sen. Chi v’ha sul globo
Che del pensiero il bel piacer pareggi?
Regi, Imperi, e che mai da voi si puote
550Vantar del rango luminoso a fronte
D’un 1 anima immortai, che tutta apprende
La sua grandezza l’che se stessa vede,
Che se rispetta,, e di goder capace
E quel piacer,, che sempre in se ritrovai
555Eppur di sue follìe servo il mortale,.
In questo infido suolo i voti suoi
Immerge, e lissa: sotto polve impura.
Senza riqiorso un’infinita speme
Asconde * chiude, ed in un breve istante
560Di pochi lustri-m sul vagir distragga
L’alma nata a goder, a viver sempre.
E prigionier, che il torbido elemento
Della terra circonda; incauto amante
E del carcere suo, ite! sozzo fango
565Si rivolge contento, e fatto vile l’
Della miseria sua sol si compiace r

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Stupido, e senza affanno ad altri ei cede.
La ricca eredità, di cui l’uom saggio
Vestito ’un giorno, al sommo Nume accanto
570Coglier deve piacer, che fin non hanno
Quando compiuti sien secoli, e lustri,
Cile tutti un punto sono, e quando al nulla
Tomi il tempo, il dolor, la morte, il fato*
Allor ch’io miro un’alma in folli oggetti
575Il suo vigor, le sue potenze, e tutte
Le sue cure occupar: quando la veggio,
O sia fortuna amica, ovver minacci,
Agitarsi, e passar mai sempre inquieta
D’un piacer dal tumulto a quel che in lei
580Desta un timore, e far ritorno a quello
Quando questo svanisce: allor mi sembra
L’oceano veder, che tutti inalzi
Alle stelle i suoi flutti, e tutte schiuda
~Le voragini sue per farsi gioco
585D’alga vile, o inghiottir povero insetto»
Uomini, che venduti a’ folli sensi,
Con questa vita ingrata all’esistenza
Vostra ponete il fin* da voi, se saggia
La vostra scelta sia, si vegga in fronte
590Al più lieto mortai, ch’ora vi mostro.
D’una brama va in traccia, e questa ottiene;
La rigetta, e d’un’altra ei s’innamora,
Che ben presto gli spiace, e la discaccia.
Cosi passa i suoi dì, l’un dopo l’altro
595Milk oggetti bramando, e niun dì questi
Rende pago il suo cor. Ma sien pur tutti
Compiuti i voti suoi. L’ora fatale,
L’ora che teme ognun, sebbene il passo
Mostri lento d’aver, rapida giunge!
600Oh Dio, come s’affretta, e come vola
La man, che tesse la funerea coltre!
Ove i prim’anni son, che sogno or sono?
Perduti son del tempo entro l’abisso,
E on lungi da noi, come se parte
605Stati non fosscr mai. di nostra vita.

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Il dì, clie scorre, a quell’auge 1 rassembra,
Che stando in nostra man col pie, colP ali
Di fuggir tenta; e questo giorno appena
Si possiede, che ratto a noi s 1 invola
610Quanto il tempo da noi più fu^gc, e vola,
Tanto Torrida morte il passo affretta
K in pochi istanti colla destra irata
Tronca i giorni più lunghi, e più felici.
Mondo, vita, piacer, già furo; ali* uomo
615Resta T eternità. Chi mai costei
Lieta possederà? D’un Lene immenso
A chi reca costei feliee annunzio?
A te stesso il domando $ e tu rispondi.