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Dizionario mitologico ad uso di giovanetti/Mitologia/P

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Mitologia - O Mitologia - R
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P


Pace, divinità allegorica, figlia di Giare e di Temi, Viene rappresentala in aria placida, tenendo il corno dell abbondanza in una mano, e nell'altra un ramo di ulivo, ed alle volte un caduceo, una torcia rivolta sossopra e delie spighe di grano, e Pluto ancor pargoletto. In una medaglia di Augusto osservasi la Pace con un ramo di ulivo in una mano, e nell'altra una torcia accesa, con la quale appicca il fuoco ad un trofeo di armi. Fig. 58

Pafo città dell'isola di Cipro, consagrata a Venere. Il tempio dedicato a questa dea era della più dignitosa magnificenza. I sacerdoti di questo tempio non immolavano vittime; il sangue non iscorreva sopra i suoi altari; non vi si ardeva che dell' incenso e la dea non vi respirava che l'odor de' profumi » Ella vi era rappresentata sopra un carro condotto dagli Amori, e tirato da cigni e da colombe. Lo splendore dell'oro e dell'azzurro che brillavano da tutte le parti del tempio, cedeva alla perfezione dell'arte. I capi d'opera de' migliori artefici adornavano questo magnifico tempio.

Palamede, figlio di Nauplio, re della isola di Eubea e pronipote di Belo. Egli fu che scoprì la finzione di Ulisse, il quale contraffaceva l'insensato per non andare alla guerra di Troja. Prese Telemaco ancor pargoletto, e lo pose innanzi al vomere dell' aratro che lo stesso Ulisse conduceva; ma questi in vederlo subito accorse, e lo sottrasse dal pericolo. Scoperta in tal [p. 220 modifica]la furberìa di Ulisse, fa egli costretto seguir Palamede; ma allorchè questi due guerrieri erano nell'assedio dì Troja, Ulisse, per vendicarsi, nascose nella tenda di Palamede una somma considerevole di denaro, contraffacendo una lettera di Priamo, come se lo ringraziasse di aver tramato a favor de' Trojani, indicando la somma che gli aveva spedito. Essendosi fatta frugare la tenda di Palamede, vi fu trovata la somma del denaro, e fu quindi condannato ad esser lapidato. Ceedesi. che Palamede fosse inventore di molte lettere dell'alfabeto, de' pesi, delle misure, dell' arfe di schierare un baattaglione, di regolare il corso dell'anno, distribuendone i mesi. Credesi che avesse inventato il giuoco de' scacchi, qello de' dadi e alcuni altri. Dope la sua morte fu onorato come un dio.

Pale, dea de' pastori, delle greggi e de' pascoli. Celebravansi in suo onore grandi festività nelle campagne.

Palici, fratelli gemelli, i quali furono collocati nel rango degli dei. Eranp figli di Giove e di Talia, figlia di Vulcano. Questa ninfa temendo lo sdegno di Giunone, pregò Giove di nasconderla nelle viscere della terra. La sua preghiera fu esaudita, e giunto il tempo dd parto, Talia partorì due figliuoli, che furono chiamati Palici, perchè nacquero due volte, la prima da Talia, e la seconda dalla Terra, che li mandò alla luce. Dicesi che in quello stesso luogo ove nàcquero questi due fratelli, formaronsi due laghi, terribili ai spergiuri. Coloro ch' erano ammessi al giuramento, si purificavano, si accostavano indi ai laghi, e giuravano per la divinità che possedeva. La formola era scritta [p. 221 modifica]321

ta in, alcuni viglietti, che andavano a galla delle acque, se i giuramenti erano conformi al vero; e cadevano nel fondo, qualora si fosse giurato il falso. Gli spergiuri eran puniti all'istante, precipitando in uno di quei laghi, ove affogavansi. Dicesi che allora i fuochi dell'Etna cominciarono quivi a comparire.

Palilie, faste in onore di Pale. I pastori purificavano l'ovile e le greggi per mezzo, dell'acqua, del zolfo, dell'ulivo, del pino, dell'alloro e del rosmarino, il cui fumo spandevasi nella mandra. Dopo di ciò offrivano alla dea latte, vin-cotto e miglio. La sera poi facevano bruciar della paglia o del fieno e vi saltavano al di sopra. Queste cerimonie erano accompagnate dal suono de' flauti, delle nacchere e de' tamburi.

Pallade, dea della guerra. Alcuni la distinguo altri la confondono con Minerva. Vien' ella rappresentata sotto la sembianza di una donna vivace, violenta, indomita, che ama i tumulti, gli strepiti, le guerre, i combattimenti; ciò che conviene a Minerva, Dea della sapienza, delle scienze e delle arti. Fig. 59.

Palladio. Era una statua di Minerva che pretendevasi esser discesa dal Cielo e da se medesima situata in un tempio di questa Dea in Troja. Un oracolo aveva predetto che non si sarebbe mai potuto prender Troja, se prima non fosse tolta questa statua. I Greci essendo andati ad assediarla, Diomede ed Ulisse vi s'introdussero per luoghi sotterranei, e ne portarono via questa statua. Poco dopo la città fa prosa. Alcuni pretendono [p. 222 modifica]222

che i Greci avessero involato un altro Palladio fatto a somiglianza del vero, e che Enea trasferito avesse quest' ultimo in Italia, ove dipoi fu con gran cura conservato nel tempio di Vesta in un luogo segreto, che non era conosciuto che dalle Vestali. Eeeo ciò che vien riferito intorno al rapimento del Palladio di Troja. Allorché Ulisse e Diomede arrivarono a piè della cittadella, Diomede monto sulle spalle di Ulisse; ma invece di aiutarlo a salire dappresso a lui, lo lasciò sotto le mura, penetrò nella cittadella, tolse il Palladio, e venne indi a riunirsi ad Ulisse. Questi offeso da tale azione, affettò di camminare a lento passo dietro al compagno, e tratta all'istante la sua spada, stava per ferirlo, allorché Diomede avvisato dal lumeggiar della spada, si rivolse indietro, arrestò il colpo, e costrìnse Ulisse a camminar dinanzi a lui. Di qui è il proverbio greco: la legge di Diomede; a proposito di coloro che son' obbligati a far qualche cosa loro malgrado. Not. 78.

Pallantidi, figliuoli di Pallante fratello di Egeo re di Atene. Essi erano al numero di cinquanta, e facevano la loro dimora a Pallene. Avendo tentato di detronizzare Egeo loro zio, furono prevenuti da Teseo, che li vinse e consolidò il trono di suo padre. Ciò non ostante dopo la morte di Egeo, essi ripigliarono le armi con vantaggio, e costrinsero Teseo ad abbandonare Atene.

Pan, dio delle campagne, e particolarmente de' pastori. Avendo ritrovato in Egitto gli dei scappati dalle mani de' Giganti, diede loro il consiglio di prender la figura di diversi animali per non esser conosciuti e per dargliene l'esempio, prese egli stesso la [p. 223 modifica]223

figura di una capra. Combattè anche vigorosamente contro Tifone, e per ricompensa, gli Dei medesimi, ch' erano stati da lui ben difesi, lo collocarono nel Cielo, ove forma il segnò di Capricorno. Inseguiva le ninfe, presso le quali era un oggetto di spavento. Un giorno avendo incontrato Siringa, compagna di Diana, invano cerco sedurla. Siringa si pose a fuggire, e Pan ad inseguirla. Essendo già vicina ad esser presa da Pan sulle sponde del Ladone, pregò le ninfe sue sorelle di soccorrerla, e fu cangiata in canna palustre. Pan ne formò quello strumento a sette canne, che porta il suo nome. Accompagnò Bacco nelle Indie, e fu il padre di molti Satiri. Dicesi ch' egli stava giorno e notte nelle campagne suonando continuamente il suo strumento, nell'atto che custodiva il gregge. Era principalmente onorato in Arcadia, ov'egli dava famosi oracoli. Gli si offriva in sagrifizio miele, e latte di capra, e celebravansi in suo onore le feste appellate Lupercali. Per ordinario viene rappresentato molto deforme, con la barba, e con i capelli incolti, con le corna ed il corpo di caprone dalla cintura in giù, non differendo in somma da un Fauno, o da un Satiro. Not. 79.

Panatenee, feste in onor di Minerva, Vi erano le grandi e le picciole Panatenee. Le grandi celebravansi ogni cinque anni, e le picciole ogni tre. Ciascuna città dell' Attica, ciascuna colonia ateniese in quei giorni festivi doveva contribuire un bove a Minerva. Vi si facevano i pubblici giuochi consistenti nel corso a piedi o a cavallo, ed in combattimenti di atleti; vi si eseguivano de' pezzi di muscia, ed i poeti vi facevano rappresentare le loro composizioni teatrali. In qualun[p. 224 modifica]224

que specie di giuochi, i vincitori ottenevano delle ricompense. Tutt'i popoli dell' Àttica facevansi un punto di religione d' intervenire a questa gran festa, e di qui è che fu detta Pan-atenee.

Pancrazio, esercizio violento, che faceva parte degli antichi giuochi pubblici. Era questo un misto di lotta o di pugilato. Gli atleti appellavansi Pancraziasti, potevano cercare di vincersi per qualunque mezzo.

Pandora, nome della donna formata da Vulcano, alla quale ciascuno degli dei fece donò di una perfesione. Ecco in detaglio ciò che si racconta di Pandora. Giove sdegnato contro Prometeo, perchè aveva avuto l'ardire di formare un uomo e d'involare il fuoco dal Cielo per animare la sua opra, ordinò a Vulcano, che formasse una donna dal fango della terra, e la presentasse all'assemblea degli dei. Tosto che, fu formata, Minerva l'abbigliò di una veste, che per la straordinaria bianchezza abbarbagliava la vista, le cuoprì la testa di un velo e di ghirlande di fiori, sulle quali pose una corona d' oro. Così formata, Vulcano stesso la presento. Tutti gli dei ammirarono questa novella creatura, e ciascuno volle onoraria di un dono. Minerva le insegnò le arti convenienti al suo sesso. Venere versò in lei tutte le grazie. Le Grazie stesse e la dea dèlla Persuasione adornarono la di lei gola di collane d'oro. Mercurio le fece dono della eloquenza, e dell'arte di sedurre i cuori con parole insinuanti. Finalmente, avendo ricevuto i doni da tutti gli dei, le fu Dato il nome Pandora, che in greco significa ogni sorte di doni. Giove poi le donò un' urna ben serrata, e le impose [p. 225 modifica]di portarla a Prometeo. Costui temendo di qualche insidia, non volle ricevere, nè Pandora, nè l'urna, ed avvertì bene Epimeteo suo fratello di non ricevere cosa alcuna da parte di Giove; ma allo splendore sorprendente della bellezza di Pandora, tutto fu posto in obblio. Epimeteo divenne il suo sposo; l'urna fatale fu aperta, e ne uscirono tutt'i mali, che dipoi hanno inondato questo infelice soggiorno de' mortali. Epimeteo volea chiuderla, ma non era più tempo. Non rimase nel fondo che la sola speranza, che anch'ella era per iscappare. Not. 80.

Panteon, tempio in onore di tutti gli dei. Il più famoso di tutti gli edifizj di questo genere è quello che fece fabbricare Agrippa, genero di Augusto. Questo tempio era di figura rotonda, coverto di, mattoni, e munito nel di dentro e nel di fuori di marmi di rarj colori. Le porte erano di bronzo, e la soffitta era coverta di lamine di argento. Vi entrava la luce per un'apertura fatta nel mezzo della volta. Nell'interno del tempio eravi situato un numero di nicchie per collocarvi le statue delle divinità principali. Vi, si distingua quella di Minerva ch' era di avorio, capo d'opera di Fidia. Benchè questo tempio fosse consagrato a tutti gli dei, era però particolarmente dedicato a Giove: il Vendicatore. Atene vantavasi di averne uno, che non era molto inferiore a quello di Agrippa; Credesi che anche il tempio di Nimes (in Francia) fosse stato un Panteon. Vi erano 12 nicchie, delle quali ancora esistono. Era questo un edifizio consagrato ai dodici gracidi dei. [p. 226 modifica]226

Parche figlie dell'Erebo e della notte erano tre sorelle Cloto, Lachesi ed Atropo. Dalle loro mani dipendeva la vita degli uomini, la quale consisteva nello stame ch' esse filavano. Cloto teneva la conocchia, Lachesi volgeva il fuso, ed Atropo tagliava il filo con le forbici. Ovidio dice che abitavano un palazzo ov' erano incisi i destini di tutti gli uomini sul ferro e sul bronzo; talmente che nè il fulmine di Giove, nè l'universale scompiglio della natura, potevano cancellarli. Secondo altri, esse abitavano un antro tenebroso nel Tartaro, ed erano ministre del dio dell' Inferno. Filavano della lana, il cui colore distingueva la sorte de' mortali, sottoposta a' lorò decreti. La nera annunziava una vita breve ed infelice; la bianca una esistenza lunga e felice. Gli Antichi le rappresentavano sotto la figura di tre donne di aspetto severo; oppresse dalla vecchiaja. Una teneva le forbici, l'altra i fusi, e la terza una conocchia. La loro estrema vecchiaja indicava l'antichità de' divini decreti; la conocchia ed il fuso significavano che apparteneva ad esse di regolarne il corso; ed il filo misterioso dinotava il poco conto che deve farsi di una vita, che dipende da si fragil cosa. Fig. 60.

Paride, nominato anche Alessandro, figlio di Priamo re di Troja e di Ecuba. Mentre sua madre era incinta di lui, sognò di portar nel suo seno una fiaccola. Avendo su di ciò consultati gl' indovini, le fu risposto, che il figliuolo ch' ella darebbe alla luce, doveva un giorno cagionare l'incendio di Troja. Su tal risposta, Priamo ordinò ad Archelao suo uffiziale di far perire il bambino subito che fosse nato; ma la tenera Ecuba, involandolo agli occhi di suo marito, lo consegnò al [p. 227 modifica]alcuni pastori del monte Ida per allevarle. Ben presto questo pastorello si contraddistinse con la sua bella presenza; col suo spirito, con la sua destrezza, e quindi meritò il cuore e la mano della ninfa Enone. Nelle nozze di Teti e di Peleo, la Discordia, per vendicarsi dell' affronto di essere stata ella sola esclusa dal convito, gittò sulla mensa il fatai pomo d' oro con l'indirizzo alla più bella: Giunone, Minerva e Venere vennero in contesa, pretendendo ciascuna di meritarlo, e quindi furon richiesti gli arbitri per dirimerla. L' affare era di difficile decisione; e Giove, temendo di compromettere il suo giudizio, inviò le tre dee, in compagnia di Mercurio, sul monte Ida, assoggettandole al giudizio di Paride; il quale siccome era bellissimo, poteva molto bene giudicare in proposito di bellezza. Le dee comparvero adorne di tutt' i loro pregi, nè ommisero alcuna cosa che potesse abbagliare o sedurre il loro giudice. Paride volle che nessun velo importuno nascondesse al suo esame le bellezze delle tre contendenti. Giunone promise il potere e le ricchezze; Minerva le scienze e le virtù; Venere il possesso della più bella donna dell' Universo. Questa promessa e la bellezza superiore di Venere lo determinarono ad aggiudicarle il pomo, e da quel momento Giunone e Minerva, accese amendue del desiderio di vendetta, congiurarono e si affaticarono di concerto per la rovina de'Trojani. Allorché celebravansi i giuochi in Troja, egli vi concorreva, e spesso riportava la vittoria sopra gli stessi suoi fratelli, da lui non conosciuti. Siccome molto parlavasi di questo illustre pastore, Priamo volle vederlo. Dopo averlo interrogato sulla sua nascita, lo riconobbe per suo figlio, sopratutto allorché Paride [p. 228 modifica]gli mostro i pannilini, ne' quali era stato avvolto ed esposto. Non potendo rsistere alla sua tenerezza, lo accolse e lo ristabilì nel rango che gli apparteneva per dritto, credendo che l' oratolo fosse falso; giacché era pervenuto a' trenta anni, prima di qual tempo, secondo l' oracolo, dovea cagionare la rovina della sua patria. Allora fu che Priamo gli diede il nome di Paride. Dopo qualche tempo Priamo lo invio a Sparta per ricondurre sua zia Esione, che Telamone aveva seco sola condotta sotto il regno di Laomedonte. Giunto alla corte di Menelao, concepì la più gagliarda passione pei Elena, moglie di questo prìncipe, e la rapì. Mentr' egli la tragittava, il vecchio Nereo gli predisse le disavventure, che seguirebbero quell’avvenimento. In effetto i Greci radunaronsi per vendicar siffatto oltraggio, ed andarono ad assediar Troja. Paride, durante l' assedio, combattè contro Menelao, cui avea promesso di restituire Elena nel caso che fosse vinto. Menelao riportò il vantaggio; ma Venere vedendo il suo favorito vicino a soccombere, lo sottrasse ai colpi del nimico, e lo trasferì nella città. Il vincitore domando il premio del combattimento, ma Paride è i Trojani ricusarono di adempire il patto. Questa perfidia impegnò i Greci a continuare le ostilità col più grande ardere. Paride ferì Diomede, Macaone, Antiloco e Palamede. Dopo dieci anni di assedio la città fu presa, saccheggiata e ridotta in cenere. Paride stesso, ferito da Pirro nell' atto del combattimento, fecesi condurre sul monte Ida presso Enone per farsi guarire, giacché costei aveva perfetta cognizione della medicina; ma Enone sdegnata contro di lui, perchè era stata abbandonata, gli fece una cattiva accoglienza, e non [p. 229 modifica]volle guarirlo. Dicono altri ch' ella gli prescrisse alcuni medicamenti, ma che furono senza successo; Paride morì della sua ferita, ed Enone di dolore. I Mitologi sono di accordo in asserire che Paride era molto ben formato; ch' egli aveva la carnagione bianca, begli occhi, la voce dolce, e la statura proporzionata; ch'egli era pronto, ardito e valoroso; ché se Ettore suo fratello e i capitani greci gli fanno qualche rimprovero della sua bellezza, dicendo di esser formato piuttosto per gli esercizj di amore che per quelli di Marte, è questo un linguaggio che non bisogna prendere letteralmente. Egli uccise Achille il più valoroso de' Greci; ma ciò avvenne a tradimento, avendogli scoccato una freccia in atto che questo eroe abbracciava Deifobo, fratello di Polissena, che doveva egli sposare. Quest' ultimo tratto si accosta forse più alla perfidia che al coraggio. Not. 81.

Parnasso, monte della Focide, consagrato ad Apollo ed alle Muse. A piè di esso scaturiva il fonte Castalio, le cui acque ispiravano l' estro poetico. Dicesi ancora che Deucalione e Pirra siensi ritirati sopra questo monte al tempo del diluvio.

Pasife figlia del Sole e di Perseide, sposò Minosse II. da cui ebbe molti figli tra gli altri Deucalione, Astreo, Androgeo, Arianna. Venere, per vendicarsi del Sole, che aveva illuminato molto davvicino, e palesata la sua unione con Marte, ispirò nel cuore di questa sua figlia un' amor disordinato per un torello bianco, che Nettuno aveva fatto uscire dal Mare. Secondo altri, questa passione fu un effetto della vendetta di Nettuno [p. 230 modifica]230

contro Minosse, il quale, siccome era solito di sagrificargli ogni anno il più bel toro, una volta ne trovò uno così bello che piacquegli conservare per se e ne immolò in vece uno di minor pregio. Nettuno sdegnato rese Pasife perdutamente innamorata del toro conservato. Questa principessa mandò alla luce il Minotauro mostro mezzo-uomo, e mezzo-toro, che fu rin- chiuso nel laberinto di Creta, ov' era nutrito di carne umana. Gli Ateniesi erano obbligati di somministrare ogni anno sette giovinetti ed altrettante giovinette per esser divorati dal mostro; ma Teseo lo uccise, e liberò così i suoi concittadini da si fatal tributo.

Dicesi pure che Pasife faceva divorare da vipere tutte le favorite di Minosse, avendo strofinato il corpo del re con certa erba, che attirava questa specie di rettili; ciò che verisimilmente indica che questa gelosa regina sapeva disfarsi delle sue rivali per mezzo del veleno.

Patroclo, figlio di Menezio re de' Locresi e di Stenele. Passò la sua gioventù presse Peleo re di Ftia in Tessaglia, il quale lo fece allevare da Chirone in compagnia di Achille suo figlio, e da ciò ebbe origine quell’amicizia così tenera e costante tra questi due eroi. Allorchè Achille sdegnato contro Agamennone, non volle più combattere, Patroclo che mal soffriva di vedere i Trojani riportar grandi vantaggi sopra i Greci, gli dimandò almeno le sue armi, ed il permesso, di condurre i Tessali contro i nimici. Achille vi acconsentì, e Patroclo si vestì delle armi dell' amico, credendo profittare di quest' apparenza per inspirar

spavento a' nimici. Alla vista dell' armatura del figlia di [p. 231 modifica]

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Peleo, i Trojani ingannati perdettero il coraggio, e ripiegaronsi in disordine. Patroclo l' inseguì fin sotto le mura di Troja; ben tre volte egli si lanciò fino ai merli de' rampari, e tre volte Apollo lo respinse con le sue mani immortali. Nell'alto del combattimento essendosi distaccato l' elmo e la corazza di Patroclo, e rotta la sua lancia, questo eroe offrì un facile trionfo ad Ettore che l' uccise con un colpo di asta. Alla notizia della sua morte, Achille giurò di vendicarlo: prese tosto le sue armi, uscì dalla sua tenda, marciò contro i Trojani, e fece cader ettore sotto i suoi colpi.

Pattolo, fiume della Frigia, le cui acqua menavano arene di oro, dopo che Mida vi si lavò. Questo principe aveva ottenuto da Bacco il dono di convertire in oro tutto ciò eh' egli toccasse, ma le sue vivande essendosi convertite anche in oro, ben presto videsi esposto al pericolo di morire di fame a cagion di questo dono fatale. Pregò Bacco di rivocarlo. Il dio gli ordinò di bagnarsi nel Pattolo. Mida così fece, ma perdendo egli la virtù di convertire in oro tutto ciò che toccava, la comunicò al fiume, che di allora in poi mena arene dì oro.

Pegaso, cavallo alato, che nacque dal sangue di Medusa, allorché Perseo le tagliò la testa. Tostochè nacque, volò sul monte Elicona, ove battendo con un calcio la terra, fece sgorgare il fonte Ippocrene. Minerva lo domò, e lo diede in dono a Bellerofonte che lo montò per combattere la Chimera; ma avendo voluto servirsene per salire al Cielo, fu precipitato, e Giove collocò Pegaso fra gli astri, ove forma una co[p. 232 modifica]stellazione. Perseo lo montò benanche per recarsi a togliere i pomi d’ oro dal giardino dell’Esperidi, e per liberare Andromeda, ch’era stata esposta per esser divorata da un mostro marino. Questo cavallo abitava i monti Parnasio, Elicona, Pierio, e trascorreva per le sponde dell’Ippocrene, del Castalio e del Parnasso. Credesi ch’egli tuttavia presti le sue ale ed il suo dosso ai poeti di primo ordine.

Peleo, figlio di Eaco e della ninfa Endeide. La sua prima moglie fu Antigona, figlia del re Eurizione. Invitato alla famosa caccia del cinghiale di Calidone, vi si recò insieme con suo suocero, ch’egli disgraziatamente uccise in atto che lanciava il suo dardo contro il cinghiale. Ritirossi a Jolco, presso il re Acasto, che lo espiò. La regina s’invaghì di lui, ed avendolo, ritrovato insensibile alla sua passione, lo accusò presso suo marito di aver attentato al suo onore. Acasto lo fece condurre legato sul monte Pelio lasciarlo ivi esposto alle bestie. Peleo soccorso da suoi amici Giasone, Castore e Polluce, ruppe le sue catene, rientrò a viva forza in Jolco, e uccise la regina. Sposò, in seconde nozze Teti, sorella del re di Sciro, da cui ebbe Achille. Spedì suo figlio e suo nipote Pirro, alla testa de’ Mirmidoni all'assedio di Troja. Sopravvisse più anni dopoché era cessata la guerra, e liberò Andromeda dalle mani di Menelao e di Ermione, che volevano farla morire.

Pelia, figlio di Nettuno e della ninfa Tiro, Nutrito da una cavalla divenne il più, crudele degli uomini. Usurpò il trono di Joleo, spogliandone Esone suo Fra[p. 233 modifica]tello uterino, che fu ridotto a vivere da uomo privato. Avendo inteso dall’oracolo di Delfo ch'egli sarebbe deposto dal trono da un principe degli Eolidi, fissò i suoi sospetti sopra Giasone suo nipote, come quello che veniva designato dall’oracolo, e cercò tutt'i mezzi di farlo perire, proponendogli delle spedizioni pericolose.
     Medea avendo ritrovato il segreto onde ringiovinire Esone, facendolo bollire in una caldaja, le figlie di Pelia sorprese da questo prodigio, la pregarono di voler ringiovinire anche il loro padre. Medea per vendicare suo suocero e suo sposo dalla usurpazione di Pelia, offri la sua opra. Primieramente prese un vecchio montone in loro presenza, lo tagliò in pezzi, lo gitto in una caldaja, e dopo avervi mescolato cert'erbe, se lo tirò, e lo fece veder trasformato in un agnello. In seguito consigliò le figlie di Pelia di far uso della medesima ricetta per il di loro padre. Queste scannarono Pelia, lo tagliarono in pezzi, lo gittarono in una caldaja di acqua bollente, e Medea vi lo lasciò cuocere finché fu consumato; di maniera che le sue figlie non poterono neppure dargli la sepoltura. Queste infelici principesse piene di rossore e di afflizione per essere state così crudelmente ingannate, andarono a ritirarsi nell'Arcadia, ove terminarono i loro giorni tra le lagrime, ed il rammarico. La sola Alceste meno crudele delle altre sorelle, non prese alcuna parte in quest'orribile eccesso.

Pelope, figliulo di Tantalo, re della Lidia. Costretto di abbandonare il suo paese, per la guerra mossagli da Tros, ritirossi nella Grecia presso Enomao, re di pisa in Elide, il quale lo accolse cortesemente innamorato[p. 234 modifica]si d’Ippodamia di lui figlia, si pose anch’egli al numero de’ suoi pretendenti, e fu il più felice. Prima di combattere contro Enomao, fece un sagrifizio a Minerva; mercè la protezione di questa dea, restò vittorioso, e quindi possessore d’Ippodamia e re di Pisa. La Faovla dice che Nettuno, il quale s’ interesserva per Pelope a cagion di sua bellezza, gli fece dono di un carro e di due cavalli, per mezzo de’ quali immaneabilmente dovea vincere Enomao. Ovidio riferisce un’altra sua avventura. Dice che gli dei essendo andati ad alloggiare in casa di Tantalo, suo padre, costui per far pruova della loro divinità, scannò il proprio figlio, e ne fece imbandir le membra insieme con altre vivande. Cerere più ghiotta degli altri, ne aveva di già mangiata una spalla, allorché Giove, avendo scoverto l’orribile eccesso, rese la vita a Pelope, gli rifece la spalla di avorio, in vece di quella che avea perduta, e precipitò suo padre nel fondo dei Tartaro. Egli diede il nome al Peloponneso.

Penati e Lari, dei domestici e particolari di ciascuna famiglia o casa. Le loro statue collocavansi presso, i focolari o nel luogo il pia segreto della casa. Erano onorati con un culto molto religioso, vi si ergevano degli altari in loro onore, vi si tenevano accese alcune lampane, e loro offrivasi dell'incenso, del vino, e tale volta delle vittime.

Penelope, figlia d'Icario fratello di Tindaro, re di Sparta, per la sua bellezza richiesta in isposa da molti principi greci. Suo padre, per evitare le contese che avrebbero potuto insorgere tra i pretenseri, gli obbligò [p. 235 modifica]a disputarne il possesso ne’ giuochi, che destinò in proposito. Ulisse rimase vincitore ed ottenne Penelope. Questi due sposi amaronsi teneramente, talmentechè Ulisse fece tutto il possibile per non andare alla guerra di Troja; ma i suoi raggiri furono inutili. Fu costretto allontanarsi dalla sua cara Penelope, lasciandole il giovanetto Telemaco per pegno del suo amore. La sua bellezza trasse in Itaca un gran numero di adoratori, i quali volevano persuaderla che suo marito fosse perito sotto le mura di Troja, e che poteva rimaritarsi. Penelope però seppe sempre eludere la loro insistenza, ed intrattenerli con nuovi e diversi ripieghi. Dichiarò loro che si determinerebbe per il nuovo imeneo, dopo che avrebbe compita una pezza di tela, che stava lavorando. Siffatto lavoro non terminò mai, poiché ella disfaceva la notte quel che aveva fatto il giorno, ed in tal guisa li tenne a bada per molti anni, ond'è venuto il proverbio la tela di Penelope, per designare un lavoro che non termina mai. Finalmente non potendo più differire, promise di sposar colui che saprebbe tendere l’arco di Ulisse, e che farebbe passare una freccia per molti anelli posti in fila. I principi accettarono la proposizione della regina; molti tentarono di tender l’arco, ma senza successo. Il solo Ulisse, che arrivò travestito da mendico, ne venne a capo, e si servì dì quest'arco medesimo per uccider tutti gli amanti di sua moglie. Penelope comunemente viene riguardata come il modello il più perfetto della fedeltà coniugale. Benché ella fosse per lo spazio di vent'anni senza suo marito, dice la favola, che gli conservò una fedeltà superiore a tutte le amorose sollecitazioni. Not. 82. [p. 236 modifica]Perifa, re di Atene, fecesi talmente amare da suoi sudditi che meritò di esser adorato come lo stesso Giove, la qual cosa irritò talmente il padre degli dei che voleva, con un fulmine, precipitarlo nel Tartaro; ma ad intercessione di Apollo, si contentò trasformarlo in aquila, e ne fece anche il suo uccello favorito, servendosene per attraversare l’aria. Gli affidò la custodia del suo fulmine, e lo costituì re degli uccelli.

Perseo, figliuolo di Giove e di Danae. Acrisio padre di questa principessa, avendo inteso dall’oracolo che dovea perire per mano di suo nipote, fece rinchiudere Danae, sua unica figlia, in una torre di bronzo, risoluto di non maritarla. Giove invaghitosi di questa vaga donzella, si trasformò in pioggia d’oro e così discese in questa torre. Acrisio informato della gravidanza di Danae, la fece esporre sul mare in balia delle onde. Ella ciò non ostante salvossi, essendosi ricoverata presso Polidetto, re della isola di Serifo, ove si ebbe cura di lei e di suo figliuolo che fu nominato Perseo. Polidetto essendosi innamorato di Danae, cercò di allontanare il di lei figlio già grande, cui incaricò di combattere le Gorgoni, e di recargli la testa di Medusa. Perseo, amato dagli Dei, ricevette, pel buon esito di questa spedizione, lo scudo di Minerva, l'elmo di Plutone e le ale di Mercurio. Vinse le Gorgoni, e troncò la testa a Medusa.
Montato sul Pegaso, attraversò gli spazj immensi dell’aria, ed arrivò nella Mauritania, ove regnava il famoso Atlante, che gli niegò la ospitalità. Perseo ne lo punì all’istante: lo pietrificò mostrandogli la testa di Medusa a lo cangiò in quel monte, che porta oggidì [p. 237 modifica]il suo nome, Tolse poscia i pomi d’oro dal giardino dell’Esperidi; passò in Etiopia, ove liberò Andromeda dal mostro, che stava per divorarla. Sposò questa principessa, e ritornò in Grecia con lei. Ritrovandosi in seguito a Larissa volle far pruova della sua destrezza nel lanciare il disco ch'egli aveva inventato, ed ebbe la disgrazia di uccidere egli stesso suo avolo Acrisio con un colpo di piastrella ne’ giuochi che celebravansi in occasione de’ funerali di Polidetto. Così fu dato compimento all' oracolo in proposito.
      Dicono che fosse cagione della morte di Polidetto. Avendo saputo che costui tentò far violenza a Danae sua madre, egli recossi a Serifo e pietrificò il re mostrandogli la testa di Medusa.
      Sentì s' alto dolore della morte di Acrisio, che abbandonò il soggiorno di Argo, e andossene a fabbricare una nuova citta, chiamata Micene. Dopo la sua morte Giove lo trasportò in Cielo, e lo pose al numero delle costellazioni.

Pieridi, figlie di Piero re di Macedonia; erano nove sorelle eccellenti nella musica e nella poesia. Superbe del loro numero, e de’ loro talenti, ebbero l’ardire di andare a disfidare le muse fin sopra il Parnasso. La disfida fu accettata: le ninfe della contrada elette per arbitre, dopo aver inteso amendue le parti, giudicarono a favor delle muse. Offese le Pieridi di un tal giudizio proruppero in invettive, ed osarono anche di battere le loro emole. Apollo le trasformò in piche, lasciando loro lo stesso prurito di ciarlare.
      Si da anche il nome di Pieridi alle muse o a cagion [p. 238 modifica]delle loro vittoria sopra le Pieridi, o perchè il monte Piero in Tessaglia era loro consagrato.

Pigmalione, figlio di Belo, re di Tiro. Fece morir Sicheo marito di Didone, sua sorella, per impadronirsi de’ suoi tesori. Questa salvassi in Africa ore fondò la citta di Cartagine.
     Vi fu un altro Pigmalione famoso scultore che si dedicò al celibato. In seguito s’innamorò di una statua di avorio ch’egli medesimo aveva formato. A forza di preghiere ottenne da Venere di animarla, e quindi la sposò, e n'ebbe un figlio nominato Pafo.

Pigmei, uomini di statura picciolissima. Le loro donne partorivano quando erano di tre anni, ed erano già vecchie di otto. Le loro città, e le loro case erano fabbricate di gusci d’uova, ed in campagna ricoveravansi ne’ buchi, ch'essi medesimi facevano sotterra. Le piante delle biade loro sembravano grandi come sono presso di noi gli alberi delle foreste, cosichè le tagliavano con accette. Un'armata di questi piccioli uomini, disposta in più corpi, assalì Ercole da varj lati, e sopra varie parti del suo corpo in atto che dormiva, dopo aver vinto Anteo. L’eroe essendosi svegliato e ridendosi del progetto di questo formicajo, gl'inviluppò tutti nella sua pelle di leone, e li presentò ad Euristeo.
     I Pigmei erano in guerra aperta colle gru, le quali andavano ogni anno dalla Scizia ad assalirli * I Pigmei armavano di tutto punto, e montavano sopra pernici, o sopra capre proporzionate alla loro statura per andare a combatterle. Not. 83. Fig. 61. [p. 239 modifica]Pilade, figlio di Strofio re di Focide. Fu allevato insieme con Oreste suo cugino, e strinse seco un’amicizia che in seguito li rese inseparabili. Dopo ohe Oreste, coll'ajuto di Pilade, uccise Egisto e Clitemnestra, e liberò sua sorella Elettra dallo stato obbrobioso in cui era ridotta, la maritò all’amico. Recaronsi entrambi nella Tauride per rapire la statua di Diana; ma essendo stati arrestati amendue, furono caricali di catene per essere immolati a questa dea. Intanto la sacerdotessa (Ifigenia) propose di liberare uno di essi, e rimandarlo nella Grecia, poiché bastava un solo a soddisfare alla legge, e volle ritener Pilade. Allora videsi quel generoso contrasto tra questi due amici, l’uno de’ quali si offrì a morire per l’altro. Pilade ebbe dipoi da Elettra due figli Strofio e Medonte. (V.Oreste.)

Pindo, monte della Grecia tra l’Epiro e la Tessaglia, consagrato ad Apollo ed alle muse.

Piramo, giovane assiro amante di Tisbe. Siccome i rispettivi genitori impedivano i loro amori, quest' innamorati concertarono un appuntamento fuori la citta sotto un albero di gelso. Tisbe, coverta di un velo, giunse la prima al luogo destinato. Ivi avendo veduta una lionessa che avea la bocca insanguinata, se ne fuggi con tanta celerità che lasciò cadersi il velo d’addosso. La lionessa lo lacerò e lo, tinse di sangue. Piramo ivi sopraggiunto, raccolse il velo, e vedendolo insanguinato, credette che Tisbe fosse stata divorata da qualche fiera, e con la propria spada si trafisse il petto. Un momento dopo, Tisbe usci dal luogo ov’erasi salvata, e cercando il suo amante, ritornò nel luogo dell’appuntament[p. 240 modifica]to; ma avendo ritrovato Piramo ancora spirante, presa la spada fatale, e se la immerse nel seno. Dicesi che il gelso fu tinto del sangue di questi amanti, e che i frutti divennero rossi, siccome per lo addietro erano bianchi»

Piritoo, figlio d’Issione re de’ Lapiti. Avendo invitati i centauri alle sue nozze con Ippodamia, questi, riscaldati dal vino, insultarono le dame, che vi erano intervenute; ma Ercole e Teseo si opposero. Frattanto Piritoo, sorpreso dal racconto delle grandi gesta di Teseo, s'invogliò di misurar con lui le proprie forze, suscitandogli una contesa; ma allorché questi due eroi furono a fronte, una segreta scambievole ammirazione occupò i loro spiriti: i loro cuori manifestaronsi senza finzione; essi, in vece di battersi, si abbracciarono, e giuraronsi una eterna amicizia. Piritoo divenne il più fido compagno di viaggio di Teseo. Formarono il progetto di andare insieme a rapire la bella Elena, che aveva allora dieci anni, ed avendo ciò eseguito, se la tirarono a sorte, e toccò a Teseo. Per proccurare un’altra donna a Piritoo, amendue questi eroi scesero nell’Inferno per rapire Proserpina, moglie di Plutone, ma Cerbero si lanciò sopra Piritoo, e lo strangolò. Teseo fu caricato di catene e ditenuto prigioniero per ordine di Plutone, finché andò Ercole a liberarlo.

Pirra, (V. Deucalione.)

Pirro, figlio di Achille e di Deidamia. Fu allevata nella corte di Licomede, suo avo materno, sino alla morte di suo padre. Un oracolo avendo dichiarato che [p. 241 modifica]non si sarebbe ma presa la città di Troja, se tra gli assedianti non vi fosse alcuno de’ discendenti di Eaco, i Greci subito dopo la morte di Achille, spedirono Ulisse e Fenice a prender Pirro, che aveva allora diciotto anni. Appena era egli arrivato, allorché gli fu incaricato di recarsi a Lemno, per obbligar Filottete a presentarsi sotto Troja colle frecce di Ercole. Pirro partì e per riuscire nell’impegno, s’infinse malcontento de' Greci, per avergli ricusate le armi di suo padre Achille, e di ritornarsene a Sciro. Filottete subito si esibì di andar seco, e gli li consegnò il suo arco e le sue frecce per portarle nel vascello. Pirro sentì un secreto rimorso, e non volle ingannare un infelice: dichiarò il suo progetto, gli restituì le sue armi, e io lascio libero.
     Pirro uccise Priamo, precipitò dall’alto di una torre il giovanetto Astianatte, figliuolo di Ettore, ed immolò Polissena sulla tomba di Achille.
     Nella divisione che si fece degli schiavi dopo la presa di Troja, ebbe Andromaca, vedova di Ettore, ch'egli amò sino a preferirla ad Ermione sua moglie, ciò che fu cagione dì sua morte; poiché Oreste, amante di Ermione, facendo correr voce che Pirro voleva rapire i tesori del tempio di Delfo, sollevò contro lui i Delfi, i quali lo trucidarono nel tempio stesso a piè dell'altare di Apollo. Ebbe d'Andromaca tre figli. Molti Mitologi credono che questo principe, luugi di aver precipitato Astianatte, lo abbia anzi condotto seco in Epiro insieme con Andromaca sua madre.

Pitia ovvero Pizia. I Greci chiamavano con questo nome la sacerdotessa dell'oracolo di Apollo Delfico. [p. 242 modifica]Sul principio non si elevavano a questo ministero che giovinette, le quali avessero l’anima pura ed intemerato il corpo. Dopoché una Pizia sommamente bella fu rapita da un Tessalo, fu stabilita una legge, che d'allora in avanti non si destinerebbero che donne almeno dell’età di cinquant’anni.
     La Pizia preparavasi alle funzioni del suo ministero per mezzo di alcune cerimonie. Digiunava per tre giorni, e prima di montare sul tripode, bagnavasi nel fonte Castilio; beveva pure una certa quantità di acqua di questo fonte, perchè credevasi che Apollo gli avesse comunicato una parte della sua virtù. Compiuto tale apparecchio, Apollo stesso annunziava il suo arrivò nel tempio, facendolo tremare fin dai fondamenti. Allora i sacerdoti conducevano la Pizia, e la collocavano sul tripode. Subitochè il vapore divino cominciava ad agitarla, vedevansi rizzarsile i capelli divenir fìero lo sguardo, la bocca spumante, e tutto il suo corpo sorpreso da una improvvisa e violenta convulsione. In tale stato ella spingeva de’ gridi e degli urli, che riempivano l’animo degli assistenti di un religioso terrore. Finalmente non potendo più resistere al dio che l’agitava, abbandonavansi a lui, e proferiva interrottamente alcune mal'articolate parole, che i sacerdoti avevano la cura di raccogliere; dipoi le mettevano in ordine, e loro davano, con una forma metrica, un certo legamento, che non avevano allorché uscivano dalla bocca della Pizia. Pronunziato l’oracolo, veniva levata dal tripode e condotta nella sua celletta, ove trattenevasi molti giorni per rimettersi in forza. Not. 84.

Pitone, serpente di una prodigiosa grandezza, cui la [p. 243 modifica]terra generò dal suo fango, dopo il diluvio di Deucalione. La dispettosa Giunone spedì questo mostruoso dragone per impedire il parto di Latona, una delle concubine di Giove, la quale fu costretta salvarsi nell’isola di Delo, ove felicemente partorì Apollo Diana. Il serpente pitone assalì questi due bambini nella loro culla; ma Apollo tuttocchè appena nato, uccise il serpente a colpi di frecce, e per tal motivo fu appellato Pizio, ed in rimembranza di questa vittoria instituì in seguito i così detti giuochi Pizi. Pose la pelle di questo serpente sul tripode, ove sedevano i suoi sacerdoti per dare gli oracoli.
     I giuochi Pizi celebravansi ogni quattro anni, e servivano di epoca agli abitanti di Delfo. Gli Amfizioui avevano in questi giuochi il titolo di giudici. Consistevano in dispute sul canto, sulla musica, sul pancrazio e sopra altri esercizj.

Plejadi, le sette figlie di Atlante e della ninfa Plejone. Avendo voluto scoprire nel Cielo i segreti degli Dei, lo stesso lor padre le trasformò in altrettante stelle, che formano una costellazione appellata le Plejadi.

Plistene, padre di Agamennone e di Menelao. Allorché stava per morire, lascio raccomandati i due suoi figli ancor giovanetti ad Atreo suo fratello, che li fece allevare come suoi proprj figli, e quindi portarono il nome di Atridi.

Pluto, dio delle ricchezze. Era uno degli dei infernali, perchè le ricchezze traggonsi del seno della terra. [p. 244 modifica]Era figlio di Cerere e di Giasio, ovvero Giasione. Aveva dapprimma una perfetta vista, e non faceva unione che con gli uomini giusti; ma dipoi essendo stato accieccato da Giove per cagion di gelosia, le ricchezze divennero indifferentemente il patrimonio, de' buoni e cattivi. Dicesi ch’era molto agile per andare presso i malvazzi, e zoppo per seguire le persone virtuose.

Plutone, fratello di Giove e di Nettuno. Era stato anch’egli divorato da Saturno, suo padre, siccome gli altri suoi fratelli; ma Giove, salvato da sua madre, avendo fatto ingoiare a Saturno una certa bevanda, quest’ultimo fu necessitato a rigettar dal suo ventre quelli che aveva inghiottiti. In tal modo Plutone ritornato alla luce, secondò ii tutto suo fratello per farlo trionfar de' Titani. Dopo la vittoria, egli ebbe per sua porzione l’Inferno. Questo Dio era così difforme, ed il suo regno era così luttuoso, che non ritrovò donna, la quale avesse voluto sposarlo. Finalmente si determinò ad usar della violenza per procurarsene una. un giorno mentre Proserpina, figlia di Cerere, raccoglieva fiori insieme con le sue compagne in una prateria nella Sicilia, Plutone la rapì, la pose sul carro, e la trasportò nell’ Inferno.
     Il suo culto era celebre nella Grecia, e presso, i Romani; questi ultimi lo avevano posto nel numero de' dodici grandi Dei. Ordinariamente viene rappresentato con una corona di ebano su la testa, assiso sopra un carro di struttura antica, tirato da quattro cavalli neri ed impetuosi. Talora è rappresentato tenendo sulle sue braccia Proserpina, tramortita per lo spavento, in atto di trarla all'Inferno. Il più delle volte gli si attribui[p. 245 modifica]sce una barba folta ed un’aria severa. Gli si mettono sovente nelle mani alcune chiavi, o una forca a due punte impropriamente nominata tridente. Not. 85. Fig. 62.

Podalirio, figlio di Esculapio; fa un eccellente medico del pari che Macaone suo fratello. Entrambi recaronsi all’assedio di Troja, e prestarono ai Greci i più grandi soccorsi coi loro talenti nell’arte medica.

Polidamante, famoso atleta, che senz’ajuto di alcun’arme, strangolò un leone sul monte Olimpo. Aizava da terra con una sola mano un toro il più furioso ed arrestava un carro al corso, tirato da più forti cavalli; ma fidandosi troppo di sua forza, rimase schiacciato sotto un sasso, ch’erasi vantato di poter sostenere.

Polidetto, re dell’isola di Serifa, ricevette favorevolmente in sua casa Danae ed il di lei figlio Perseo, i quali fuggivano la persecuzione di Acrisio. Fece allevare questo principe con molta cura, e nel medesimo tempo s’innamorò di Danae. Perseo cominciava a farsi adulto, e la sua presenza dava a Polidetto qualche soggezione. Per allontanarlo da lui, egli lo impegnò con stimoli di gloria per andare a combattere la gorgone Medusa, sperando che perirebbe in quel cimento: ma Perseo essendo ritornato contro la di lui aspettaziope, ed avendo saputo ch’egli aveva tentato Violentar sua madre, lo pietrificò, mostrandogli la testa della gorgone.

Polifemo, figlio di Nettuno e della ninfa Toosa.´ [p. 246 modifica]Era un ciclope di smisurata grandezza con un sol' occhio nel mezzo della fronte. Ulisse essendo stato gittato dalla tempesta sulle coste della Sicilia, ove abitavano i ciclopi, Polifemo, che nutrivasi di carne umana, lo rinserrò insieme con i suoi compagni nell’antro, ov’ogli teneva i suoi castrati per divorarli. Ulisse intertenendolo col racconto dell’assedio di Troja, e dandogli intanto a bere del buon vino, l’ubbriacò; e quindi ajutato da suoi compagni gli crepò l’occhio con un pivolo. Il Cielope sentendosi ferito spinse urli terribili i vicini accorsero tutti per sapere ciò che gli fosse accaduto, ed avendogli dimandato, chi fosse colui, che lo aveva ferito, rispose, nessuno: (poiché Ulisse gli aveva detto che tale era il suo nome). Allora essi se ne tornarono, credendo che avesse perduto il cervello. Ulisse intanto ordinò a suoi compagni di attaccarsi sotto il ventre de' castrati, per non esser arrestati dal gigante, allorché farebbe uscir il suo gregge. In effetto avvenne siccome egli aveva preveduto; poiché Polifemo avendo levato un sasso, che cento uomini non avrebbero potuto smuovere, e che serrava l’uscio della caverna, situossi in maniera che i castrati non potevano passare che uno dopo l’altro tra le sue gambe; ed allorché intese che Ulisse e i suoi compagni eran già fuori, gl'inseguì, e lanciò contro di essi a caso un sasso di smisurata grandezza; ma eglino agevolmente lo evitarono, e quindi imbarcaronsi, dopo avervi perduti soli quattro de’ loro compagni, stati divorati da questo gigante. Polifemo, malgrado la sua naturai ferocia, innamorossi della ninfa Galatea, che amava teneramente il pastorello Aci. Polifemo, geloso di tal preferenza, spiava gli intrighi di questi due amanti; ed avendogli un gior[p. 247 modifica]no sorpresi insieme schiacciò con un sasso il giovanetto Aci, che fu trasformato in fiume.

Polifonte, tiranno di Messenia, fu ucciso da Telefone, figlio di Cresfonte e di Merope, il quale era sfuggito al di lui furore allorché usurpandone il trono, trucidò tutt’i principi della real famiglia.

Polimnia, una delle nove muse, presedeva alla Rettorica, Viene rappresentata coronata di fiori, alle volte di perle e di gemme, attorniata di ghirlande, ed abbigliata di una veste bianca, con la man dritta in atto di aringare, ed uno scettro nella sinistra. Sovente in vece dello scettro le si da un cilindro, sul quale è scritto suadere, perchè l’oggetto della Rettorica è di persuadere.

Polinice. (V. Eteocle).

Polissena, figlia di Priamo e di Ecuba. Achille avendola veduta un giorno in tempo di tregua, se ne innamorò, e fece chiederla in matrimonio. Priamo ed Ecuba gliela promisero, a condizione ’però di dover tradir il partito de’ Greci; ma questa condizione vergognosa non fece che eccitare la indignazione di Achille, senza intanto diminuire la sua passione per Polissena. Allorchè Priamo andò supplichevole a dimandare, il corpo di suo figlio, seco condusse questa principessa per esser più favorevolmente ricevuto. In effetto dicesi che il principe greco rinnoòv allora la sua richiesta, e consentì pure di andare segretamente a sposar Polissena alla presenza della di lei famiglia in un tempio di Apol[p. 248 modifica]lo, ch’era tra la città ed il campo de'Greci. Paride e Deifobo vi si recarono insieme con Priamo, e nell'atto che Deifobo teneva abbracciato Achille, Paride gli scoccò una freccia nel calcagno e l’uccise. Dopo la rovina di Troja, Pirro immolò questa principessa sulla tomba di Achille suo padre. Altri dicono che Polissena essendosi recata sul sepolcro del suo amante, disperatamente ai trafisse da se stessa il seno.

Polluce, figlio di Giove, era immortale, all’opposto di Castore suo fratello, nato da’ Tindaro, ch’era mortale. L’amicizia fraterna uguagliò la diversità de'natali. Giove, a preghiera di Polluce, accordò a Castore di abitare alternativamente insieme con suo fratello l’Olimpo e gli Elisj. Polluce fu uno degli Argonauti, e si segnalò nel pugilato, siccome Castore nell'arte di domar cavalli. Ebbero i loro tempj: furono trasformati in astri e collocati nel zodiaco sotto il nome di Gemelli.

Pomona, dea de' frutti e de’ giardini. Era ninfa stimabile per la sua bellezza egualmente che per l’arte di coltivare i giardini e gli alberi fruttiferi. Tutti gli Dei campestri disputavansi la sua conquista, ma Vcrtunno soprattutto cercò ogni mezzo si guadagnarne il cuore, e vi riuscì, dopo aver preso differenti forme. Mentre egli un giorno erasi travestito sotto la sembianza di una donna vecchia, trovò la occasione di attaccar discorso con lei. Da principio la lusingò molto sulle di lei grazie, talenti e gusto per la vita campestre; le narrò tanti funesti avvenimenti accaduti a quelle ninfe, che avevano resistito, com'ella, alle tenerezze di amo[p. 249 modifica]re, talmente che la rese sensibile alla passione di amore, e già divenne suo sposo. Ebbe in Roma un tempio e degli altari. Viene rappresentata assisa sopra un gran canestro pieno di fiorì e di frutti, tenendo colla man sinistra alcuni pomi e colla dritta un ramo. I poeti la dipingono coronata di frondi di viti e di grappoli di uva con il corno dell’abbondanza in mano, ovvero un paniero pieno di frutti Fig. 63.

Priamo, figlio di Laomedonte, re di Troja. Fu condotto ih Grecia insieme con Esione sua sorella, allorché Ercole s'impadronì di Troja; ma qualche tempo dopo essendosi riscattato, andò a rialzare le mura di questa citta. Egli estese i confini del suo regno cha divenne floridissimo. Sposi Ecuba, da cui ebbe, Ettore, Paride, Deifobo, Elena, Polite, Antifo, Ipponoo, polidoro, Troilo, Creusa, Leodice, Polissena e Cassandra. Avendo Paride rapito Elena, i Greci recaronsi ad assediare la città di Troja, la presero, e la distrussero dai fondamenti. La numerosa famiglia di questo re sventurato perì insieme con lui, e tutt'i suoi figli ebbero una sorte funesta. Pirro, figlio di Achille, trucidò Priamo a piè di un altare, a cui tenevasi abbracciato. Omero lo descrive qual principe saggio, giusto e gentile, ma acciecato dalla troppa affezione per Paride suo figlio.

Priapo, dio de' giardini, figlio di Bacco a di Venere. Viene rappresentato il più delle volte con le corna di caprone, le orecchie di capra, ed una corona di frondi di viti o di alloro; con ispida barba e capelli molto negletti, tenendo in mano una falciuola. i Re[p. 250 modifica]mani collocavano la sua statua ne' giardini, credevo che li custodisse, e che li facesse fruttificare. Questo dio era particolarmente onorato da coloro, che possedevano greggi di capre, di pecore e di api. Fig. 64.

Procri (V. Cefalo).

Progne (V. Filomela).

Prometeo, figlio di Giapeto e di Climene. Egli fu il primo, che formò l’uomo di fango. Minerva ammirando la bellezza della di lui opra, gli offri tutto ciò che potesse contribuire alla sua perfezione. Prometeo le disse di voler osservare le regioni celesti per iscegllere ciò che meglio converrebbe all'uomo da lui formato. Minerva lo innalzò nel Cielo, ove avendo osservato che il fuoco era il principio animatore de corpi celesti, ne trasportò sulla terra. Giove irritato della sua temerità, ordinò a Vulcano di formare una donna che fosse dotata di tutte le perfezioni. Gli dei la ricolmarono di doni, e la inviarono a Prometeo con un’urna piena di tutt'ì mali. Egli fu molto accorto per sospettar della insidia, da cui Epimeteo suo fratello non seppe garantirsi. Giove indispettito, perchè Prometeo non erasi fatto ingannare dal suo artifizio, ordinò a Mercurio di trasportarlo sul monte Caucaso, e di legarlo ad un sasso, ove un avvoltojo divorava il di lui fegato a misura che rinasceva. Questo gastigo durò fintantoché Ercole ne lo liberò. Not. 86.

Proserpina, figlia di Cerere e di Giove. Fu rapita [p. 251 modifica]Proserpina, figlia di Cerere e di Giove. Fu rapita da Plutone, dio dell'Inferno, mentre stava raccogliendo fiori, non ostante l’ostinata resistenza di Giana sua compagna. Cerere afflitta per la perdita di sua figlia, viaggiò lungo tempo ricercandola, senz’averne notizia. Finalmente avendo saputo dalla ninfa Ciana il nome del rapitore, pregò Giove che facesse ritornarla dall’Inferno. Questo dio le accordò tal grazia, purché niente avesse quivi mangiato. Ascafalo avendo dinunziato di aver ella mangiato alcuni granelli di una melagranata, Proserpina fu condannata a restar nell’Inferno in qualità di sposa di Plutone, e di Regina dell'impero de' morti. Secondo altri, Cerere ottenne da Giove che Proserpina dimorerebbe sei mesi di ciascun anno insieme con lei.
     Questa dea è rappresentata ordinariamente a fianco di suo sposo sopra un trono di ebano, e tenendo in mano una torcia, che tramanda una fiamma mescolata di fumo. Si rappresenta anche assisa a lato di Plutone sopra un carro tirato da cavalli neri. Fig. 65.

Proteo, dio marino, figlio dell’Oceano, e di Teti. Era egli il custode degli armenti di Nettuno, chiamati foche, o vitelli marini. Suo padre per ricompensarlo della cura che ne aveva, gli comunicò la scienza del passato, del presente e dell'avvenire. Era molto difficile di accostarsi a lui, giacché cercava sempre sottrarsi alla vista di coloro che andavano a consultarlo. Bisognava sorprenderlo quando egli dormiva, e legarlo in modo da non poter iscappare. Prendeva tutte le forme possibili per ispaventar coloro che gli si approssimavano; [p. 252 modifica]quella del leone, del dragone, del leopardo, del cignale. Alle volte trasformavasi in acqua, in albero, ed anche in fuoco; ma se persistevasi in tenerlo ben legato, stanco allora ripigliava la sua prima forma, e rispondeva a tutte le dimande che gli venivano fatte.
     Aristeo dopo aver perdute tutte le sue api, andò, pei consiglio di Cerere sua madre, a consultar Proteo sui mezzi di riparare i suoi sciami, e dovette ricorrere ai medesimi artifizj per indurlo a parlare. Not. 87.

Protesilao, figlio d'Ificlo, re di una parte di Epiro. Sposò Laodamia, dalla quale fu amato con passione così grande ch'ella dopo la di lui morte fece formare la sua statua di cera, e se la coricava seco nel letto. L'oracolo gli aveva predetto che morirebbe a Troja; malgrado pero questa predizione avendo egli voluto recarvisi, in effetto vi morì.

Psafone della Libia, volendo esser creduto un dio, radunò un gran numero di uccelli, ai quali insegnò proferir queste parole „Psafone è un gran dio.„ Quando egli li credette bastantemente instruiti li lasciò volar pei boschi ch'essi facevano risuonare di quelle stesse parole. Finalmente quei popoli credettero che questi uccelli fossero inspirati dagli dei, e resero a Psafone onori divini dopo la sua morte; di qui è venuto il proverbio „gli uccelli di Psafone.

Psiche. Questa è una parola greca, che significa anima. Gli Antichi ne hanno fatta una divinità. Dicono che fu amata da Cupido, vale a dire dallo stesso Amare, a cagion della sua rara bellezza. Cupide fece [p. 253 modifica]tutti i suoi i sforzi per isposarla. Zeffiro, di suo ordine, la trasportò in un palazzo delizioso, ov’ella sentiva delle voci dilettevoli, e vi era servita da ninfe invisibili. Il suo amante le si accostava in tempo di notte, e parivasene allo spuntar del giorno, per non esser da lei conosciuto, pregandola che fosse contenta di non vederlo. Ella però desiderava conoscerlo. Una notte mentre Cupido dormivale a fianco, alzossi così destramente ch'egli non si desto; acceso la lampana, e mirò Cupido; ma una gocciola di olio sgraziatamente caduta addosso a questo dio, lo svegliò sul momento. Egli involossi all'istante, rimproverandole la sua diffidenza. Psiche voleva allora uccidersi per disperazione, ma ne fu impedita dallo stesso invisibile amante. Ella non risparmiò fatica per rinvenirlo: ricorse a Venere; ma costei erasi adirata contro Psiche, perchè con le sue attrattive aveva avuto l’ardire di sedurre lo stesso Amore. La dea non contenta di averla maltrattata con parole, la diede in preda alla Tristezza ed alla Solitudine, che la tormentarono molto: e per appagare il suo sdegno, le impose de' travagli superiori alle sue forze. Ordinolle di attinger acqua da un fonte custodito da furiosi dragoni; di recarsi in luoghi inaccessibili per prendere un fiocco di lana dorata d'alcuni montoni, che vi pascolavano di sceverare in brevissimo tempo ciascuna spezie di grani in mezzo ad un mucchio bea grosso, in cui ve n'era di tutte le specie. Psiche superò tutte queste fatiche; ma l’ultima fu per lei lai più penosa, e vi sarebbe soggiaciuta senza l'aiuto di Amore. La dea le impose di discendere nell’Inferno ed impegnar Proserpina riporre una particella della sua bellezza dentro una [p. 254 modifica]scatola. Psiche ignorava il cammino per discender* al palazzo di proserpioa, ed il mezzo onde ottener la grazia, che doveva chiederle, ma una voce la instimi dì ciò che doveva fare a condizione: che non aprisse la scatola. Ella esegui puntualmente ciò eh* erale stata suggerito; ma fu tentata dalla curiosità, e fórse 4 ao* che dalla brama di prender per- lei qualche cosa d* ciò ch’eravi rinchiuso. In aprir la scatoletta fu sopraffatto da un vapor narcotico a segno che cadde a terri oppressa da grave sonno, senza poter rialzarsi. Cupido accorse e con la punta di una delle sue 1 Fecce la svegliò, rimise nella scatola quel funesto vapore, e gliela restituì, eoa -ordine di portarla a Venere. Psiche così appunto esegui. Cupido non perdè uà attimo di tempo:. all’istante volò, al Cielo, ed andò a presentarsi a Giove, pregandola di convocar gli dei. 11 risultato di tale assemblea fu favorevole a Psiche: fu deciso che Venere dovesse acconsentire al matrimonio di Cupida con Psiche, e che Mercurio. trasporterebbe la pr ilici* pessa nel Cielo. Ella in effetto fu hene accolta dagli dei, e dopa di aver gustalo il nettare, e l’ambrosia, fu rimunerata con l’immortalità. Celebraronsi le nozze, e Venere stessa vi danzò. Psiche ebbe da questo matrimonio una figlia appellata la Voluttà. Viene rappre» sentata ordinariamente con le ale di farfalla sulte spalle.