Elogio della vecchiaia/IX

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo nono: Le memorie nel vecchio

../VIII/Libro vivo e parlante ../X IncludiIntestazione 12 settembre 2008 75% letteratura

Capitolo nono: Le memorie nel vecchio
VIII - Libro vivo e parlante X
C’est bien vrai, on laisse un peu de soi dans les choses, de ses souffrances, de ses espèrances, et quand on les retrouve, elle vous parlent, elle vous redisent ces choses, qui vous attristent ou vous égayent.
E. ZOLA

La più grande sventura della vita è la vecchiezza scevra della ricordanza della virtù.
BUZURG, detto il Seneca dell’Oriente

Noi realmente non godiamo e non soffriamo che il momento presente. In ciò siam tutti eguali, giovani e vecchi, ricchi e poveri, genio e volgo.

Il passato non ci appartiene che in immagini conservate dalla memoria; l’avvenire non è nostro che nelle sembianze che ci dipinge la speranza o il timore, il desiderio o la paura.

L’uomo più potente e più fortunato, ricco di tutte le energie del pensiero e del sentimento, non può che rendere il piacere più intenso, chiamando in amoroso convegno con le piacevoli sensazioni del presente la folla più gaia delle memorie passate e delle speranze dell’avvenire.

Il selvaggio e l’idiota non hanno che una debolissima capacità di concentrazione e alla scena reale del presente non possono chiamare che pallide e fuggevoli memorie e languidi desideri di un di là e di un di più.

L’uomo di robusta fantasia e di tenace memoria fa del fuggevole istante tutta una festa, a cui sono invitati tutti i più lieti ricordi del passato, tutti i rosei fantasmi dell’avvenire; ed è davvero una fortuna provvidenziale, che il volgo non possa intendere quanta intensità di gioie del pensiero e del sentimento può concentrare in un istante un cervello potente e fortunato.

Questa è la vera, la vitale differenza, che passa fra uomo e uomo nel godimento della vita; differenza che avanza tutte le altre segnate dalla bellezza, dalla fortuna, da tutte le infinite disuguaglianze umane.

E non è da credersi, che il genio solo o soltanto il sentimento fantasioso possa dare a noi questa fortunatissima delle fortune; perché vi sono dei geni molto infelici, che adoperano la luce del loro pensiero per illuminare soltanto il dolore, e d’altra parte vi sono cuori troppo sensibili, che vivono in un palpito continuo di dolorose tenerezze e di convulse suscettibilità.

Il preziosissimo dono di far convergere nel fuoco dell’istante che fugge i raggi del passato e quelli dell’avvenire è virtù congenita, che l’educazione può affinare ma non creare, e che consiste, per dirlo in una parola, nell’antitesi, nel viceversa dell’ipocondria; in una felice armonia di sensibilità squisita e di volontà robusta. Queste nature privilegiate sono lenti acromatiche, sono apparati di accomodamento psichico più perfetti d’ogni strumento ottico; più perfette del nostro occhio, che è pure uno dei grandi miracoli della natura.

Ammessa in tutti quanti, questa capacità di concentrazione mirabile del passato e dell’avvenire dà risultati molto diversi secondo le diverse età. Nella giovinezza abbiamo poco passato di cui disporre e molto avvenire, nell’età adulta un’equazione quasi esatta dei due elementi; nella vecchiaia invece ricchi tesori di memorie e un povero avvenire.

Ed è in questa differenza appunto, che i più credono di trovare la grande infelicità del vecchio, per cui tutto il patrimonio di gioie è nel passato, che più non ritorna, mentre è così ristretto l’orizzonte dell’indomani.

Errore codesto, ispirato da quel pessimismo brontolone, che è forse il vero peccato originale dell’umana famiglia.

È forse l’avvenire più nostro del passato? No e poi no. Di nostro, non v’ha che il presente. Passato e avvenire sono fantasmi, e se fra questi due v’ha differenza, è tutta a vantaggio del passato, che fu nostro; mentre l’avvenire ci può scomparire fra mano, domani, forse oggi stesso, forse fra un’ora. Si può morire ad ogni età, mentre d’altra parte anche a cent’anni si può sperare di campare fino ai centodieci, perché altri uomini vissero fino ai centoquaranta, e lo ha detto San Girolamo, già molti secoli or sono:

"Nemo enim tam fractis viribus et decrepitæ senectutis est, ut non se putet unum adhuc annum esse victurum. "


Se non siete artista, se non siete archeologo, se non vi siete mai fermato commosso davanti al Colosseo o a una cattedrale annerita e corrosa dai secoli, voi potete saltare le pagine seguenti, perché non furono scritte per voi.

Il tempo non soltanto consuma, non soltanto arrugginisce i metalli o appanna i vetri e corrode le colonne, non soltanto lima le rocce e appiana i monti; ma nel tempo stesso smorza col suo andare la nudità dei contorni, l’impertinenza dei colori e l’acutezza degli spigoli, deponendo quel che si chiama nel linguaggio tecnico degli archeologi e dei numismatici la pattina, e che nella lingua della poesia, tante volte più vera di quella della scienza, dicesi il fiato del tempo.

Le cose nuove hanno per sé la freschezza, la lucentezza, la gaiezza; ma son sempre un po’ impertinenti, un po’ chiassose, sentono un po’ del parvenu. Son nobili con blasoni comperati ieri, son cavalieri di recentissima nomina. Sono ragazzi nati da poco, che saltano, gridano e fanno il chiasso.

Le cose antiche sono nobili di vecchia data, rispettabili, solide. Vi si può appoggiare senza paura: si contemplano con venerazione, almeno con rispetto. Le cose nuove ci rallegrano, ma le antiche ci fanno pensare. Le cose nuove si adoperano, le cose antiche si conservano sotto chiave; e ogni giorno che passa accresce la loro rispettabilità e il loro valore.

Benché in selce, questa freccia ha una pattina. Benché di selce, anch’essa ha raccolto il fiato del tempo, che per più di cinquanta o sessanta secoli l’ha accarezzata e baciata. Quanta storia in quel frammento di pietra! L’uomo che l’ha fabbricata è da cinque o seimila anni scomparso e le sue ceneri son già passate attraverso chi sa quante mille e mille creature del mondo verde e del mondo roseo. Forse più d’una molecola di lui è in noi, ma di lui non è rimasto nulla; neppure il nome, neppure il nome della razza a cui egli apparteneva.

Ma no, rimane di lui questa scheggia amorosamente lavorata e sfaccettata dalle sue mani; mani come le nostre e che attraverso i secoli si ricongiungono con le nostre.

Quanta storia in quella freccia, quanta densità di memorie in quella pattina non più alta si un decimo di millimetro, eppure più ricca di pagine della Bibbia.

E questa moneta di Giustiniano imperatore, lucente ancora nel suo oro bizantino, ma tosata con discrezione da qualche usuraio turco, ma accarezzata anch’essa dal fiato di tanti secoli?

Anch’essa ha la sua pattina e noi la palleggiamo e la palpiamo con amorosa tenerezza. Forse passò per le mani di Teodora e fu data da lei in premio ad uno dei tanti suoi amanti. E per quante altre migliaia di mani non è passata, portando sulla sua piccola ruota la fortuna e la vergogna degli uomini, le loro libidini e i loro desideri; premiando or la virtù, ora il vizio, e pur serbando nel fango della prostituzione o fra gli incensi dell’idolatria il suo riso ironico del metallo più vile e più superbo dell’umana mineralogia!

Come nelle foreste i vecchi tronchi degli abeti e delle querce ci narrano le glorie della loro lunga vita coi licheni policromi e le molli borracine che li rivestono, e nelle cento cicatrici ci narrano gli schianti dei fulmini, i colpi d’ascia del boscaiuolo, i capricci degli amanti; così ogni cosa antica escita dalle mani dell’uomo ci parla sommessamente, misteriosamente e in diverse lingue la lunga e paziente e dolorosa storia della civiltà.

I marmi ce la raccontano con le corrosioni delle nere verrucarie, i bronzi con il fiato verde della loro pattina, i graniti con l’appannatura del feldspato decomposto. Il legno ci ripete coi suoi gemiti il morso secolare e paziente dei tarli; e il vetro stanco di tanta luce passata attraverso le sue trasparenze, si riposa nell’iride dei raggi da lui decomposti. Perfino l’immortale porcellana di Satsuma ci ricorda nella sfumatura lasciatavi dai secoli un’arte obbliata coi nomi dei suoi grandi artefici.

Verderame o ruggine, pattina o corrosione, tarli o fenditure ci raccontano tutti la storia dei secoli; l’andare eterno della materia che non posa mai e mai non muore; riscontro armonico delle borracine e dei licheni dei giganti della foresta.

E il vecchio legge questo muto linguaggio dei secoli che furono, assai meglio del giovane; perché anch’egli è un bronzo antico, anch’egli porta sulla sua pelle la pattina del tempo che fu. Egli ha una stretta parentela con tutte quelle cose su cui ha fiatato il tempo, e con esse rivive il tempo che fu.

All’infuori dell’archeologia il vecchio ha un ricco museo di memorie sue: memorie di cose, memorie di uomini. Son tristi e son liete: più numerose forse le prime che le seconde, ma più pallide assai di queste.

Noi tutti ricordiamo con vivezza maggiore i piaceri che i dolori, s’intende sempre a parità di forza; dacché con la nostra volontà rinfreschiamo, ricordandole, le gioie del passato e spesso cacciamo via le tristi immagini dei dolori patiti.

Dolori e gioie son ripartiti fra gli uomini con ingiusta misura, per colpa nostra e della fortuna; ma la memoria serba come tesori i dolci ricordi e cancella i dolori; e anche quando questi furono forti, dopo i lunghi anni, si dipingono nell’orizzonte lontano come mesti fantasmi, che ci commuovono, ma non ci fanno soffrire. Il dolore si è trasformato in malinconia e questa è spesso cara, né la vorremmo cancellare dalle nostre emozioni. Se potessimo ricordare affatto i nostri cari morti e gli amori sepolti e gli amici lontani per sempre, ci vergogneremo di noi stessi come di una viltà.

Nei nostri giardini, se siamo appassionati cultori di fiori, abbiamo sempre anche il geranio notturnino, modesto nelle foglie, triste nei fiori; ma questi, piccoli e oscuri, quando tramonta il sole emanano un profumo acuto come di aromi orientali portati da un vento lontano. E quel profumo dura tutta la notte e scompare col crepuscolo dell’alba.

Così nel giardino del nostro cuore i muti ricordi del passato devono rappresentare quel geranio della notte, e anch’essi devono innalzare nel nostro cielo i lontani profumi del tempo che fu.

Dall’infanzia alla canizie che lungo cammino! La vita è breve, quando la misuriamo col metro del desiderio; ma quanto è lunga, se l’accompagniamo passo a passo, palpito a palpito, dal primo bacio della mamma alla prima neve caduta sul capo!

Quanti uomini diversi si son succeduti l’un dietro l’altro sotto la buccia sottile del nostro lo; il bambino, il fanciullo, l’adolescente, l’uomo adulto; ed ora il vecchio li riassume tutti quanti quegli uomini, che, pur rimanendo una stessa creatura, ebbero gioie e dolori così diversi; altrettanti volumi di un’opera sola, di uno stesso autore e a cui non manca più che di scrivervi la fatale parola: fine!

Da tutti quei volumi sfogliati dalle nostre mani commosse emana un odore di cose lontani e soavi; un profumo molle di terra bagnata da una pioggia dopo una lunga sete; un aroma di vecchio cuoio di Russia, di un mazzolino di mammole dimenticato da anni in un armadio.

Nessuno dei nostri sensi ricorda i luoghi e i tempi come il più imperfetto dei cinque; e come un odore ci fa riapparire viva e palpitante una scena della nostra vita dimenticata forse da quaranta o cinquant’anni, così tutte le memorie ci appaiono indistinte, nebulose, crepuscolari come profumi, che non hanno forma né colore. Nessuna cosa rassomiglia più ad una memoria del passato quanto un profumo, che l’ala di vento ci porta di lontano.

E con noi quanti compagni incominciarono lo stesso viaggio e ci abbandonarono lungo il cammino!

Eravamo mille, quando uscimmo alla vita e giunti alla stagione dell’amore non eravamo più che cinquecento. Fanciulli rosei e paffutelli, fanciulli gai e clamorosi e saettanti come rondini, corridori come puledri in festa, caddero qua e là abbattuti dalla difterite, dal tifo, da uno dei tanti nemici del povero bipede planetario.

Rotte le file dal tumulto dell’amore, ci siamo dispersi per i prati e le foreste a caccia della voluttà, e ci siam riveduti alla stazione della virilità e ci siam contati una seconda volta. Non eravamo più che duecento.

Ed ora quanti siamo, dopo le battaglie dell’ambizione e della gerarchia sociale?

Forse trenta o quaranta.

E ci guardiamo commossi e trepidanti con un’aria di sorpresa, palpando le nostre carni, per sentire se davvero siamo ancora tra i vivi.

In tutto questo, direte voi, vi è più dolore che piacere. Io dico invece che vi è l’una cosa e l’altra insieme, e che non può dire di aver vissuto una vita piena e intiera chi non ha potuto raggiungere l’età dei lunghi ricordi; chi nel calice della vita non ha bevuto anche l’amaro eppur dolce nettare della malinconia.

La memoria di un lungo passato può avere talvolta l’amarezza della corteccia peruviana, ma com’essa ha pure l’azione tonica e corroborante; com’essa ha la virtù di guarire la febbre dei miasmi sociali e le nevralgie del secolo nevrosico.


E con i compagni del lungo viaggio ci hanno tenuto dietro anche le cose e queste hanno saputo vivere più degli uomini. Abbiamo ancora i papiri di Ercolano, mentre son già disperse le ceneri dei nostri nonni. Un foglio di carta ha vita più tenace delle carni di Ercole o del cervello di Goethe.

E quanti e quanti di quei fogli rinchiude la domestica biblioteca del vecchio! La prima lettera d’amore aperta con le mani tremanti, or son cinquant’anni; l’ultima lettera di nostra madre che porta ancora impresse le nostre lagrime.

Il primo diploma, che quarant’anni or sono, ci proclamava dottori, e l’ultimo articolo di giornale, che lodava con sentite parole un nostro libro.

Tutto un archivio, tutto un tesoro di affetti, di compiacenze deposto su quel fragile tessuto, che una vampata di fiamma può distruggere in un minuto, e che pure sanno serbarsi per secoli sempre vivi, sempre pieni di tutti i succhi, che vi distillavano il cervello e il cuore di cento generazioni.

Fortunato il vecchio che muore nella casa in cui è nato! Per lui quelle mura son quelle di un museo di reliquie, di una chiesa illuminata dalla fede.

Su quella soglia, sui gradini di quella scala posero i piedi i suoi padri, gli avi suoi, e nel cortile sempre verde egli ha tentato i passi vacillanti della prima infanzia. Ogni camera è per lui un tempio, in cui ricorda e fors’anche prega. In un certo corridoio oscuro rubò il primo bacio d’adolescente a una bella cuginetta e una certa cameretta oscura gli fu prigione nelle prime impertinenze d’una fanciullezza scapestrata. Risuonano ancora in quella casa la voce fioca della nonna, le ire paterne e le parole pietose della mamma, che implorano indulgenza dal babbo. Quanti morti ancor vivi passeggiano in quella casa, quante voci spente, non obbliate mai, ripetono al vecchio l’eco malinconico di tanti e tanti anni!

E fra quelle sante pareti quante reliquie, quanti monumenti, che non sono né di marmo, né di bronzo, ma sono imbevute del sangue di tante esistenze vissute con noi e per noi.

Sedie e tavoli e quadri e corone appassite di fiori son tutti benedetti dal dolore o dall’amore, tutti santificati dai grandi palpiti delle passioni umane che lasciarono da per tutto un alito del loro fiato, una lagrima dei loro pianti o un fremito delle loro voluttà.

Tutte quelle cose che non parlano ai profani e agli ignari, cantano e piangono e mormorano sommessamente parole ed inni e pianti, che il vecchio solo ascolta e intende e a cui egli risponde con altre lagrime, con altri sorrisi, con altre carezze.

Molti vivi son passati morti per la soglia di quella casa per non ritornarvi mai più; ma il custode di quel tempio è rimasto a custodire le reliquie del passato, a difenderle dall’obblio, ed egli stesso in un giorno non lontano ripasserà la stessa soglia, dopo avervi lasciato altre memorie ai superstiti; dopo avervi deposto voci e sorrisi, che i figli e i nipoti di lui custodiranno e difenderanno alla lor volta.

Se tutto questo è dolore, non v’ha uomo di cuore, che non voglia pianger queste lagrime, che non si senta orgoglioso di poterle piangere.