Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri - Vol. II/Libro III/IV

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Cap. IV

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CAPITOLO QUARTO.


Dell’albero, e Pagode de’ Baniani, ed altre

cose vedute durante il soggiorno

nel Congo.


IL Giovedì 21. andai col P. Vicario del Convento a vedere la Pagode, ed albero [p. 300 modifica]de’ Gentili, o Baniani in lingua Portughese. Quest’albero è il più stravagante che veder mai si possa: cotanto è grande, che vi ponno stare ben mille persone all’ombra, sedute su d’un muro alto trè palmi, che a tale effetto vi han fabbricato all’intorno di figura quadrata. La maggior maraviglia si è, che ha tanti tronchi quanti rami; poiché questi giunti a un tal segno, calano la cima nel terreno, e fanno nuove radici, e così diventano nuovi tronchi, per sostenere, e ringiovenire sempremai l’albero, non che di continuo ingrandirlo. Lo chiamano gl’Indiani Wora, e Graglia i Portughesi, e la fronde è simile a quella del Platano. Appiè del medesimo era un picciol Tempio, o Pagode rotonda, di circa 20. palmi di circuito, ed un’altra dietro più picciola, per ricevervi le offerte di butiro, riso, ed altro. Dirimpetto la picciola portai della prima, sopra un palmo di fabbrica, era il simulacro sedente d’una donna detta Vavanì, che dicono essere stata di sue bellezze cortesissima dispensatrice; a niuno giammai avendo negato di soddisfare qualsivoglia desiderio, prostituedosi anche a due nel medesimo tempo. La testa, e i piedi eran d’argento, e’l [p. 301 modifica]picciol corpo (di due palmi) coperto d’un panno di seta dalle spalle sino a’ piedi. In mia presenza molti Baniani (per essere il giorno festivo) le fecero tre profonde riverenze, toccando il suolo colla fronte. E’ sì grande la divozione, che le portano, che di presente conservano con somma cura la sua casa in Diù, Fortezza de’ Portughesi nell’Indie. Oltreacciò ogni mattina i Bramani lor Sacerdoti tingono a quella falsa Deità la fronte, e l’orecchie con una tinta a color di melarancio, che compongono di sandalo, terra rossa, ed urina di vacca; ciò che anche ricevono con grandissima divozione (come i Cattolici l’Estrema Unzione) affinche il demonio gli conosca; giacchè prima eglino hanno in costume di sacrificare a lui per timore, come malo, che a Dio per amore, come buono. Sera e mattina scendono al lido, e adorato il Mare (gettandovi alquanto di riso per alimento de’ pesci) portano di quell’acqua a casa, per ispruzzare il viso, e gli orecchi a tutta la famiglia. Usano i maschi di portare in mezzo delle narici un’annello d’oro meno grande di quello, che usano le donne.

Il Venerdì 22. desinai in casa del Soprantendente di Portogallo. Sabato 23. [p. 302 modifica]per fuggir l’ozio, e per diporto andai a caccia col Padre Vicario, e uccidemmo alquante pernici.

La Domenica 24. nella Chiesa de’ Padri di S. Agostino si solennizzò la Festa di nostra Signora del Rosario, differita sino allora per mancanza di Sacerdoti. Vi fu sparo di mortaretti, gran suono di campane, sinfonia di flauti, e timpani, che toccavano i Mori con piccioli bastoni d’avorio. Celebrò la Messa il Padre Fra Francesco, e predicò il Padre Vicario del medesimo Convento. In somma si fece fra’ Maomettani della medesima maniera, e con ugual pompa, che si pratica in Cristianità.

Il Lunedì 25. approdò in Bander-Congo un vascello Moresco, che veniva da Suratte. Ne’ Mari d’India si naviga in certi determinati tempi; il proprio di partirsi da Bander-Abbassì, e Bander-Congo, è dalla metà d’Ottobre per tutto Aprile. Nel canale fra questi due porti corrono due maree contrarie, che s’incontrano alla punta dell’Isola di Kescimi, dentro il medesimo Seno.

Il Martedì 26. partì il Padre Sanseverino Napoletano per Gomron, a fine di accomodare alcuni interessi della sua Religione. [p. 303 modifica]

Posti a cavallo col P. Vicario il Mercordì 27. andammo a vedere il giardino di Mullah-Amet (suona Mullah in lingua Araba, Sapiente in lettere.) Era picciolo sì, ma assai bello, e’l migliore del Congo. Vi si vedeano quantità d’alberi di fichi d’Europa, uve, melaranci, e molte piante d’India (dette da’ Portughesi Palmeras) che portano cocco. Vi era un’altro albero, detto Badamos, che produce un frutto come mandorla, e che cresce in questi luoghi del Seno Persiano, della medesima maniera che nell’Indie.

Dopo mezza notte tutti i Gentili, separatamente gli uomini dalle donne, furono a lavarsi al lido del Mare, predicando a gli uomini i Brahamani, e alle donne le loro mogli. Forse sarà qualche superstizioso Rito, ch’essi osservano, di lavarsi ogni mese in un determinato giorno lunare, giacche precede a questa lavanda un digiuno universale, o per preparamento, o perché credono nettarsi da tutti i peccati.

Andando a spasso il Giovedì 28. fuori la Città, incontrai un Cafro, o Etiope stravagantemente vestito da Fachìr, o Birbante; cioè con una berretta in testa [p. 304 modifica]tutta piena di piume nere nella sommità, ornata nel circuito di conchiglie; e con una cintola con circa due mila unghie di capra appese, che sonavano come tante campanelle: in questo abito ridicolo camminava egli con tanta gravità, ch’era piacevole cosa a vedere.

Il Venerdì 29. andai in casa di alcuni Baniani a veder come separavano le differenti grossezze delle perle. Eglino le passano in prima per alcuni crivelli di rame, della maniera,che si fa alle pallottole di piombo de’ cacciatori: indi molti giovani scelgono le rotonde dalle non rotonde, e le chiare dall’oscure, o nere. Il guadagno è di trenta per cento a portarle solamente in Suratte; e perciò la Dogana è quivi sì rigorosa, che a chiunque entra, veggono sin dentro le sole delle scarpe, e nelle parti vergognose, per trovar le perle. Con tutto questo rigore però son bene spesso i Doganieri fraudati da’ mercatanti, che nel Congo impiegano da 50. sino a 100. mila scudi in sì nobile genere di mercatanzia; e senza veruna perdita di tempo, per la gran quantità, e qualità, che se ne truova facilmente a comprare.

Ben di notte il Sabato 30. fecero i [p. 305 modifica]Portughesi entrare una vacca, per macellarla di nascosto, e dividersela fra di loro; perché ii Deroga non permette in alcun modo, che si macelli in palese animale cotanto venerato da’ Gentili, i quali a tal fine gli pagano da volta in volta somme molto considerabili. E quindi nasce, che comunemente si mangia pessima carne di capra, o di montone.

La Domenica, ultimo di Ottobre, si cantò con grandissima solennità la Messa nella nostra Chiesa, con molto concorso di Cristiani: siccome anche il Lunedì primo di Novembre, e’l Martedì 2. per dare i dovuti suffragj a’ Defonti nel giorno della loro commemorazione.

Si fece un lauto banchetto in Convento il Mercordì 3. essendovi venuti a desinare tutti gli Ufficiali Portughesi del Congo; però maggiore fu il diletto, che ebbi il Giovedì 4. andando a diporto in campagna col Fattore di Bassora.

Entrò in porto il Venerdì 5. un vascello Inglese, che veniva a prendere il carico, per passare in Suratte. Fece tal’eccessivo caldo il Sabato 6. che non potei astenermi la sera di farmi portare il letto sul terrato della casa, per dormirvi all’uso dei paese; poiche nel Congo, e Seno Persiano i [p. 306 modifica]naturali dormono la maggior parte dell’anno, o ne’ cortili, o su i terrati, che sono fatti al modo di quelli di Napoii, detti volgarmente astrachi. I loro letti consistono nella sola lettiera attraversata di corde in vece di tavole, con una coltre sopra per materassa, ed un’altra per coprirsi chi dorme.

La Domenica 7. nella nostra Chiesa avemmo una musica all’uso del paese, non affatto ingrata all’orecchio. Il Lunedì 8. desinai in casa di Giuseppe Pereira, che mi trattò assai bene, e cortesemente. Venne poi il Martedì 9. una Mora in Chiesa a farsi leggere il Vangelo di San Giovanni, per esser liberata dalla febbre, e restituita nella pristina salute: e mi dissero, che alla giornata si sperimentava, molte persone rimaner guarite per la fede, che hanno a quel santo Vangelo.

Andammo col Pad. Francesco il Mercordì 10. prendendo fresco per Mare. Il Giovedì 11. venne un corriere d’Ispahan, e confermò quanto si era antecedentemente detto intorno la permissione di bever vino; e che il nuovo Re ne beveva col medesimo eccesso, che faceva suo Padre. Andai parimente il Venerdì 12. a diporto col Padre Vicario, [p. 307 modifica]passeggiando lungo la riva del Mare, ed osscrvai tutto quel tratto abbondevole di cacciagione. Il Sabato 13. venne da Bassora un grosso vascello Moresco, per prender carico, e passar nell’Indie.

Di nuovo la Domenica 14. nella nostra Chiesa vi fu Messa cantata, e sermone; concorrendovi molti Maomettani, per veder le nostre misteriose cerimonie; Il Lunedì 15. si fece nel medesimo Monistero un buon desinare con gli amici, secondo che lo permetteva il paese; e’l Martedì 16. parimente in casa del Soprantendente: sollevando in cotal guisa l’animo dal fastidio, che di necessità, porta seco il dimorare lungamente in un luogo contro voglia.

Il Mercordi 17. ebbi l’intertenimento d’un bel ballo di More, che da volta in volta vi accoppiavano il canto nelle due lingue, come dicemmo di sopra.

Essendo già pronto a far vela il vascello Inglese; il Padre Francesco, che avea già patteggiato sul medesimo il suo passaggio all’Indie, come anche quello del Padre Costantino, e de’ servidori (non avendo io voluto andare in lor compagnia) s’occupò tutto il Giovedì 18. e Venerdì 19. a prepararsi alla [p. 308 modifica]partenza, e fare imbarcar le robe.

In fatti il Sabato 20. partì per Bander-Abassì, per andare poi di là a Suratte unitamente col Padre Costantino, e quattro schiavi. Aveano essi preso questo consiglio temendo non fussero fatti schiavi dagli Arabi di Mascati (ch’erano in guerra co’ Portughesi) in passando a vicinanza di quella Fortezza, nel porto della quale aveano 14. vascelli di guerra.

Era nata tal guerra, perché appartenendo la piazza di Mascati al Re di Portogallo, gli Arabi 46. anni prima aveano scosso il giogo, e s’aveano eletto un Sovrano appellato Imam, che non solo dilatò i confini del suo Principato dentro terra, a grave danno de’ Principi vicini; ma lungo il Seno Persiano altresì, dal Capo di Ros-Algate sino a Catifa, per 500. miglia di spiaggia. Scacciò anche i Portughesi dalla Fortezza di Patti nella costa d’Africa, a vicinanza di Mombas, e pose finalmente la sua Reggia a Nazurà. Da indi in poi fra queste due Nazioni sono sempre continuate le guerre, e ripresaglie sul Mare, andando l’Armate d’amendue le parti sempre in traccia l’una dell’altra per combattere; quantunque sempre quella de’ Portughesi sia rimasa [p. 309 modifica]superiore, col totale distruggimento della nemica. Si è trattata qualche volta la pace, ma giammai non si è conchiusa; perché oltre l’annuale tributo, pretende Portogallo fabbricar presso Mascati un’altra Fortezza, e tenervi guarnigione, e Casa di negozio.

Rimasi io adunque (non senza dispiacere del Padre Francesco, che proccurò di persuadermi più volte dì continuare il viaggio insieme uniti sino all’Indie) per imbarcarmi sopra un vascello Moresco di Giberà, che dovea lasciare in Daman 8. cavalli del Re di Portogallo, avuti in tributo dal Re di Persia. Molte furono le cagioni, che m’indussero a non lasciar questo imbarco: la prima, perché era pronto; e’l vascello Inglese non per anche carico; anzi dovea andare in Bander-Abassi, con speranza di finirsi di caricare: ciò che far non si potea così tosto senza qualche dimora. La seconda, perché i Mori erano in pace con tutti, e gl’Inglesi in guerra co’ Francesi, che nelle vicinanze di Suratte l’attendevano per investirgli; nel qual caso mi sarebbe stato d’uopo fuggire, dove forse non avrei voluto andare. La terza ed ultima, perché sapeva la Dogana di Suratte esser sì [p. 310 modifica]rigorosa, a cagion delle perle (siccome è detto di sopra) che non avrei potuto ricevervi altro, che amarezze, e disgusti. Or potendo io evitare col vascello Moresco tutti questi inconvenienti, mi parve assai meglio andar sopra di esso in Daman Città de’ Portughesi.

Parlai adunque a Giuseppe Pereira d’Azevedo, acciò prendesse cura di patteggiar l’imbarco per me, e per lo servidore (che secondo il prezzo ordinario arebbe costato per me un Toman, e per l’altro 30. Abassì) ma egli con molta gentilezza lo mi proccurò gratuito; pregando di più il padron del vascello, che mi conducesse con ogni decenza; ciò che quegli fece volontieri, avendo bisogno della di lui amistà. Io benche non avessi mai preteso l’imbarco gratuito, stimai bene nondimeno di accettare i favori del Soprantendente; con animo però di ricompensare in qualche modo la cortesia del padrone.

La Domenica 21. Luys Mendozza, già Fattore in Bassora del Re di Portogallo, si partì sopra una Terrata, o barca per sopraggiugnere in Gomron il P. Francesco, e passare insieme nell’Indie.

Essendo stato il Lunedì 22. a caccia [p. 311 modifica]col Padre Vicario, portai a casa alquante pernici. Il Martedì 23. proccurai di disporre il necessario alla mia partenza, la quale come che si era imminente, volle il Soprantendente suddetto darmi un passatempo il Mercordì 24. in sua casa, facendovi venire tre ballarine. Elleno eran vestite di seta nera alla Persiana. La veste era tutta guernita, aperta d’avanti, e con maniche a modo di ciamberlucco, ligato sotto il petto con nastri all’uso del paese, e di sopra stretto con cintola adorna d’argento: sotto tenevano calzoni lunghi, come quelli delle soprammentovate. In testa portavano un berrettino (stretto da un nastro nella sommità con due fibbiette) di sotto al quale cadeva indietro un lungo velo di seta, che rivolto innanzi si serrava sotto il mento, come un velo di Suora. Aveano dipiù alcune maniglie di vetro, e d’argento nelle mani, ed altre ligate sopra il gomito; donde pendeano altresì due cordoni di seta, con fiocchi d’argento massiccio. Erano tinte di nero le palpebre di sì fatte femmine, come per ornamento; e vari segni dello stesso colore aveano sparsi per lo volto: qual sotto le ciglia, quale al mento, qual sotto il naso; e [p. 312 modifica]tal’una anche sulle guancie, come usano le Dame Francesi. I piedi, e le mani erano eziandio tinte, ma di giallo, per accrescere (a lor giudicio) bellezza, e decoro. Nel naso forato portavano un grande annello con due perle appese di qua, e di là; e nel mezzo delle narici un’altro più picciolo d’oro, con perle, che cadevano sopra la bocca. I capelli in più treccie avvolti scendeano dietro le spalle, fuorche due ciocchette, che ricadendo sopra le guancie, erano poscia ligate sotto il mento, come frenassero quasi la barba. Per istrada elleno si cuoprono con una tela di più colori, lunga come un lenzuolo, e’l volto con un velo trasparente. Le Arabe cuoprono anch’esse il volto, ma con una maschera di tela nera, con fibbiette vagamente disposte. Al suono di flauti, cennamelle, tamburi, e quattro timpani (essendo il suolo ben coperto di tappeti) cominciarono il ballo prima tutte tre insieme, e poscia due. Lunga cosa sarebbe il raccontare gli atti gravi, e’l divincolarsi, che faceano colle persone, e co’ varj movimenti delle braccia, che piegavano alle volte sino a terra. Dopo aver tutte cantato alquanto, s’alzò la più giovinetta, con alcuni piccioli sonagli [p. 313 modifica]alle braccia, e ballò sola; portando le mani in varie parti del corpo con regolato movimento, per render piacevole il suono; facendo salti, e strani atti colla persona, da dettare insieme lascivia, e riso. Prese indi a far lo stesso, e con miglior garbo, la seconda; ed in fine co’ medesimi sconvolgimenti, e salti ballò al suono di due grandi sonagli (come quelli, che portano le mule de’ nostri Procacci) che ella toccava assai maestrevolmente.

Mentre davamo in sì fatta guisa col Soprantendcnte prendendo piacere, venne un messo del Deroga, o Governadore della Città, a pregarlo di sua parto, che facesse giustizia a un tal Moro, che dovea avere qualche danajo da un Persiano, che serviva il Fattor di Bassora. Considerai perciò il riguardo, che si avea in tal luogo a’ Portughesi, facendosi loro non solo esercitare la medesima giurisdizione, che in Goa, sopra i loro sudditi, e Cristiani; ma anche sopra i Maomettani che servono nella Fattoria: e permettendosi ch’oltre delle carceri, che tengono nel Congo, giungano sino a bastonare i medesimi Maomettani; i quali perciò chiamati dal Soprantendente, vanno [p. 314 modifica]colla medesima ubbidienza che al Deroga. Tanta autorità non hanno certamente i Francesi ne’ Porti di Turchia.

Il Giovedì 25. succedette un gran rumore fra gli spioni dello Scibandar, e gli Arabi, a cagione d’un controbando di tabacco; restandovi due de’ primi malamente feriti.