Gl'ingannati/Atto II

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Atto II

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Atto I Atto III

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ATTO II

SCENA I

Lelia da ragazzo sotto nome di Fabio e Flamminio giovene innamorato.

Flamminio. Gli è pure una gran cosa, Fabio, che, in fino a qui, non abbi potuto cavare una buona risposta da questa crudele, da questa ingrata d’Isabella. E pur mi fa creder il vederti dare sempre grata audienzia e l’accoglierti si volentieri ch’ella non m’abbi in odio; però ch’io non gli feci mai cosa, ch’io sappi, che le dispiacesse. Tu ti potresti accorgere, ne’ suoi ragionamenti, di ch’ella si dolga di me? Ridimmi, di grazia, Fabio: che ti disse ella, iersera, quando v’andasti con quella lettera?

Lelia. Io ve l’ho giá replicato vinti volte.

Flamminio. Oh! Ridimelo un’altra volta. Questo che importa a te?

Lelia. Oh! Che m’importa? Importami: ch’io veggo che voi ne pigliate dispiacere; il che cosí duole a me come a voi. Essendovi, com’io vi sono, servidore, non doverei cercare altro che di piacervi; che, forse, di queste risposte ne volete poi male a me.

Flamminio. Non dubitar di questo, il mio Fabio, ch’io t’amo come fratello. Conosco che tu mi vuoi bene e però sia certo ch’io non so’ per mancarti mai; e vedrá’lo col tempo. Prega Iddio e basti. Ma che diss’ella?

Lelia. Non ve l’ho detto? che il maggior piacere che voi le possiate fare al mondo è di lasciarla stare e non pensar piú a lei, perché l’ha vòlto l’animo altrui; e che, insomma, la non ha occhi con che la vi possi pur guardare; e che voi perdete [p. 336 modifica]il tempo e quanto fate in seguirla, perché, alla fine, vi trovarete con le mani piene di vento.

Flamminio. E pare a te, Fabio, che queste cose le dica di cuore o pur ch’ella abbia qualche sdegno con esso me? Che pur soleva, qualche volta, farmi favore, da un tempo in lá; né posso creder ch’ella mi voglia male, accettando le mie lettere e le mie imbasciate. Io so’ disposto di seguirla fino alla morte. Ben vo’ vedere quel che n’ha da essere. Che ne dici, Fabio? non ti pare?

Lelia. A me no, signore.

Flamminio. Perché?

Lelia. Perché, s’io fusse in voi, vorrei ch’ella l’avesse di grazia ch’io la mirasse. Forse ch ’a un par vostro, nobile, virtuoso, gentile, delle bellezze che séte, mancaranno dame? Fate a mio modo, padrone. Lasciatela e attacatevi a qualcun ’altra che v’ami; che ben ne trovarete, si, e forse di cosí belle come ella. Ditemi: non avete voi nissuna che avesse caro che voi l’amasse, in questa terra?

Flamminio. Come s’io n’ho? Ve n’è una, fra l’altre, chiamata Lelia, che mille volte ho voluto dire che ha tutta l’effigie tua, tenuta la piú bella, la piú accorta e la piú cortese giovane di questa terra (che te la voglio, un di, mostrare), che si terrebbe per beata pur ch’io le facesse una volta un poco di favore; ricca e stata in corte; ed è stata mia innamorata presso a uno anno, che mi fece mille favori, di poi s’andò con Dio alla Mirandola. E la mia sorte mi fece innamorar di costei: che tanto m’è stata cruda quanto quella mi fu cortese.

Lelia. Padrone, e’ vi sta bene ogni male perché, se avete chi v’ama e non l’apprezzate, è ragionevol cosa che altri non apprezzi voi.

Flamminio. Che vuo’ tu dire?

Lelia. Se quella povera giovane fu prima vostra innamorata, e anco piú che mai v’ama, perché l’avete abbandonata per seguire altri? Il qual peccato non so se Iddio ve lo possa mai perdonare. Ahi, signor Flamminio! Voi fate, per certo, un gran male. [p. 337 modifica]

Flamminio. Tu sei ancora un putto, Fabio, e non puoi conoscere la forza d’amore. Dico ch’io son forzato ad amar quest’altra ed adorarla; e non posso né so né voglio pensare ad altri che a lei. E però tornagli a parlare e vede se gli puoi cavare di bocca destramente quel ch’ella ha con me, ch’ella ^ non mi vói vedere.

Lelia. Voi perdete il tempo.

Flamminio. E perder questo tempo mi piace.

Lelia. Voi non farete nulla.

Flamminio. Pazienzia!

Lelta. Lasciatela andar, vi dico.

Flamminio. Io non posso. Va’ lá, ch’io te ne prego.

Lelia. Io andarò; ma...

Flamminio. Torna con la risposta, subito. Io andarò fino in duomo.

Lelia. Com’io veggo el tempo, non mancarò.

Flamminio. Fabio, se tu fai questa cosa, buon per te!

Lelia. A tempo si parte, che ecco Pasquella che mi viene a trovare.

SCENA II

Pasquella fante di Gherardo e Lelia da ragazzo detto Fabio.

Pasquella. Io non credo che nel mondo si truovi il maggior affanno né il maggior fastidio che servire, una mia pari, una ■/ giovane innamorata; e massimamente a quella che non ha d’aver timore di madre, di sorelle o d’altre persone, quale è questa padrona mia: che, da certi di in qua, è intrata in tanta frega e in tanta smania d’amore che né di né notte ha posa. Sempre si gratta il petinicchio, sempre si stroppicela le cosce, or corre in su la loggia, or corre a le finestre, or di sotto, or di sopra; né si ferma altrimenti che s’ella avesse l’ariento vivo in su’ piedi. Gesú! Gesú! Gesú! Oh! I’ so’ pure stata giovana ed innamorata la mia parte, ed ho fatto qualche cosetta; e pur mi posavo, talvolta. Almanco si fusse messa a voler bene a qualche [p. 338 modifica]uomo di conto, maturo, che sapesse fare i suo’ fatti e gli cavasse la pruzza! Ma la s’è imbarbugliata d’un fraschetta che a pena credo che, quando gli è sdiacciato, si sappia allacciare, s’altri non gli aita. E, tutto ’l di, mi manda a cercar questo drudo come s’io non avesse che fare in casa. E forse che ’l suo padrone non si crede che facci l’ambasciate per lui? Ma gli è, per certo, questo che viene in qua. Ventura! Fabio, Dio ti dia il buon di. Vezzo mio, ti venivo a trovare.

Lelta. Ed a te mille scudi, la mia Pasquella. Che fa la tua bella padrona? e che voleva da me?

Pasquella. E che ti credi che la facci? Piagne, si consuma, si strugge, che stamattina non sei ancor passato da casa sua.

Lelia. Oh! Che vuol ch’io ci passi innanzi giorno?

Pasquella. Credo ch’ella vorrebbe che tu stesse con lei tutta la notte ancora, io.

Lelia. Oh! Io ho da fare altro. A me bisogna servire il padrone; intendi, Pasquella?

Pasquella. Oh! Io so ben che. a tuo padron non faresti dispiacere a venirci, non. Dormi forse con lui?

Lelia. Dio il volesse ch’io fusse tanto in grazia sua! ch’io non sarei ne’ dispiaceri ch’io sono.

Pasquella. Oh! Non dormiresti piú volentieri con Isabella?

Lelia. Non io.

Pasquella. Eh! Tu non dici da vero.

Lelia. Cosí non fusse!

Pasquella. Or lasciamo andare. Dice la mia padrona che ti prega che tu venga tosto fin a lei, che suo padre non è in casa e ha bisogno di parlarti d’una cosa ch’importa.

Lelia. Digli che, se non si leva dinanzi Flamminio, che perde il tempo: che la sa ben ch’io mi rovinarci.

Pasquella. Viene a dirgliel tu.

Lelia. Io dico che ho altro da fare. Non odi?

Pasquella. E che hai da fare? Dacci una corsa; e tornarai subito.

Lelia. Oh! Tu mi rompi il capo, ora. Vatti con Dio.

Pasquella. Non vuoi venire? [p. 339 modifica]

Lelia. Non, dico: non m’intendi?

Pasquella. In buona fede, in buona veritá, Fabio, Fabio, che tu sei troppo superbo. E sai che ti ricordo? che tu sei giovinetto e non conosci il ben tuo. Questo favore non ti durerá sempre, no. Ne verrá la barba; non arai sempre si colorite le gotuzze né cosí rossette le labbra; non sarai cosí sempre richiesto da tutti, non. Allora conoscerai quanto sia stata la tua pazzia; e te ne pentirai, quando non sarai piú a tempo. Dimmi un poco: quanti ne sono, in questa cittá, che arebben di grazia ch’Isabella gli mirasse? E tu par che ti facci beffe del pane onto.

Lelia. Perché non gli mira, donque? E lasci star me che non me ne curo.

Pasquella. Oh Dio! Gli è ben vero che i giovani non han tutto quel senno che gli bisognarebbe.

Lelia. Orsú, Pasquella! Non mi predicar piú, che tu fai peggio.

Pasquella. Superbuzzo, superbuzzo, ti mancará questo fumo! Orsú, il mio Fabio caro, anima mia! Vien, di grazia, presto; se non, mi rimanderebbe un’altra volta a cercarte né crederebbe ch’io t’avesse fatto l’ambasciata.

Lelia. Orsú! Va’, Pasquella, ch’io verrò. Burlavo teco.

Pasquella. Quando, gioia mia?

Lelia. Presto.

Pasquella. Quanto presto?

Lelia. Tosto. Va’.

Pasquella. T’aspettarò all’uscio di casa, vch!

Lelia. Si, si.

Pasquella. Uh! Sai? Se tu non vieni, m’adirarò.

SCENA III

Giglio spagnuolo e Pasquella fante.


Giglio. Por mia vida, que está es la vieia biene avventurada que tiene la mas hermosa moza d’está tierra per sua ama. Oh se le puodiesse io ablar dos parablas sin testigos! [p. 340 modifica]Voto a la virginidad de todos los prelatos de Roma que le hará io dar gritos corno la gatta de heniero. Mas quiero veer se puedo, con alguna lisonia, pararme tal con está vieia vellacca alcahueta que me aga alcanzar algo con ella. Buenos dies, madonna Pasquella galana, gentil. Donde venis vos tan temprana?

Pasquella. Oh! Buon di, Giglio. Io vengo dalla messa. E tu dove vai?

Giglio. Buscando mi ventura, se puedo toppar alguna rauger che me haga alguna carizia.

Pasquella. Oh si! In buona fé, che vi mancano a voi spagnuoli! che non ce n’è niun di voi che non n’abbi sempre una decina a sua posta.

Giglio. Io verdade es che ne tiengo dos; mas non puedo andar a ellas senza periglo.

Pasquella. Che! Son gentildonne, forse, di casa porcina, ch?

Giglio. Si, a fé. Mas io queria trovar una madre que me blancasses alguna vez las camisas e me rattopasses calzas y el giuppon y que me tenesse por nolo; e io la serviria di buona gana.

Pasquella. Cerca, cerca, che non te ne mancará, no; che chi ha le gentildonne, come tu, non gli mancan le fantesche.

Giglio. Ya trobada sta, se voi volite.

Pasquella. Chi è?

Giglio. Voi misma.

Pasquella. Eh! Io son troppo vecchia per te.

Giglio. Vieia? Voto alla Virge Maria di Monsurat que me parecceis una moza di chinze o veinte annos. Vees, non le digais mas, per vostra vida, que non le puedo soffrir. Vedite piú presto se volite farmi qualche piazer, que vedente se vos trattare da giovane o da vieia.

Pasquella. No, no. Galli, via. Non mi voglio impacciar con spagnuoli. Séte tafani di sorte che o mordete o infastidite altrui; e fate come il carbone: o cuoce o tegne. V’aviam tanto pratichi oramai che guai a noi! E vi conosciamo bene, Dio grazia; e non c’è guadagno coi fatti vostri. [p. 341 modifica]

Giglio. Guadagno? Giuro a Dios que piú guadagnante con á mi que con el primo gentil ombre de está tierra; y, aunque vos paresque cosí male aventurade, io son de los buenos y bien nascidos ydalgos de toda Spagna.

Pasquella. Un miracolo non ha detto signore o cavaliere!

poi che tutti gli spagnuoli che vengon qua si fan signori. E poi mirate che gente!

Giglio. Pasquella, tomma mia amistade, que buon por a ti!

Pasquella. Che mi farai? signora, ch?

Giglio. Non quiero se non que seays mia matre. E io quiero ser vostro figliolo y, alias vezes, aun marido, se vos verrá bien.

Pasquella. Eh lasciami stare!

Giglio. Reióse: eccha es la fiesta.

Pasquella. Che dici?

Giglio. Que vi voglio donare un rosario para dezir quando es la fiesta.

Pasquella. E dove è?

Giglio. Veiolo aqui.

Pasquella. Oh! Questa è una corona. Che non me la dai?

Giglio. Se volite ser mia madre, io vos la dare.

Pasquella. Sarò ciò che tu vuoi, pur che tu me la dia.

Giglio. Quando podremos ablar giuntos una hora?

Pasquella. Quando tu vuoi.

Giglio. Dove?

Pasquella. Oh! lo non so dove.

Giglio. Non teni in casa algun logar donde me possa poner io a questa sera?

Pasquella. Si, è; ma se ’l padron lo sapesse?

Giglio. E que! Non saprá nada, no.

Pasquella. Sai? Vedrò stasera se ci sará ordine. Tu passa dinanzi a casa e io ti dirò se potrai venire o no. Or dammi la corona. Oh! Gli è bella!

Giglio. Orsú! Io starò avertido alias vintiquattr’oras.

Pasquella. Or si, ch! ma dammi i paternostri.

Giglio. Io los portarò con me quando verrò agliá, que les quiero primiero far un poghetto profumar. [p. 342 modifica]

Pasquella. Non mi curo di tante cose. Dammegli pur cosi; io non gli voglio piú profumati.

Giglio. Vedi a qui: esto stocco sta gasto. Io ci harò metter un poco de oro; e questa sera ve los darò. Vói tu altro se non que sará la tuya?

Pasquella. Mia saráquand’io l’arò. È da far gran fondamento nelle parole degli spagnuoli, alla fede! Non diss’io che voi séte formiche di sorbo, che non uscite per bussare?

Giglio. Que dezis, matre?

Pasquella. Io voglio andare in casa, che la padrona me aspetta.

Giglio. E spera un pochitto! Vos teneis una gran priessa. Que teneis de azer con vostra padrona?

Pasquella. Oh! che ti credi? Che ’l diavol mi porti, se le fanciulle d’oggi non son prima innamorate che gli abbino asciutti gli occhi e se prima non volesseno il punteruolo che l’aco.

Giglio. Que quereis dezir?

Pasquella. Chiachiare? E’ non son miga chiachiare! La vorrebbe far da vero.

Giglio. Pos dimmi, de grazia. De quien es innamorada? que non es possibile, que es aun troppa gioven.

Pasquella. Cosí non fusse o almen si fusse messa con un par suo!

Giglio. Dimme, por tu vida: quien es?

Pasquella. E’ non si vuol dire. Vedi: fa’ che tu non ne parli. Non cognosci quel ragazzo di Flamminio de’ Carandini?

Giglio. Quien? aquel mucciaccio qu’es todo vestido de bianco?

Pasquella. Si, cotesto.

Giglio. Valerne Dios! Es possibile? Que quiere azer d’aquel, ch’es megior per ser sanado que per sanar?

Pasquella. E tu odi.

Giglio. Y el mucciaccio quiere ben a la gioven?

Pasquella. Eh! Cosi, cosi.

Giglio. Mas el patre d’ella non s’accorge d’está trama? [p. 343 modifica]

Pasquella. Non pare, a me. Anzi, l’ha trovato due volte in casa; ed hagli fatto mille carezze, presolo per la mano, toccato sotto ’l mento, come se fusse suo figliuolo. E dice che gli par che s’assomigli a una figliuola di Virginio Bellenzini.

Giglio. Ah reniego del putto, vieio puerco, vellacco! Ya, ya. Sé io lo que quiere.

Pasquella. Uh! Tu m’hai tenuta troppo; me ne voglio ire.

Giglio. Mira que verrò, a está nocce. Non te scordar della promessa.

Pasquella. Né tu di portar la corona.

SCENA IV

Flamminio, Crivello suo servo e Scatizza servo di Virginio.


Flamminio. Tu non sei ito a veder se tu vedi Fabio; ed egli non viene. Non so che mi dire di questa sua tardanza.

Crivello. Io andavo; e voi mi richiamaste indietro. Che colpa è la mia?

Flamminio. Va’ adesso: e, caso che ancor fusse in casa d’Isabella, aspettalo fin che gli esca e fallo poi venir subito.

Crivello. Oh! Che saprò io se v’è o se non v’è? volete forse ch’io ne domandi alla casa di lei?

Flamminio. Mira che asino! Parti che cotesto stesse bene? Credelo a me ch’io non ho servidore in casa che vaglia un pane altro che Fabio. Iddio mi dia grazia ch’io gli possa far del bene. Che borbotti? che dici, poltrone? non è vero?

Crivello. Che volete ch’io dica? Dico di si, io. Fabio è buono, Fabio è bello, Fabio serve bene, Fabio con voi, Fabio con madonna... Ogni cosa è Fabio; ogni cosa fa Fabio. Ma...

Flamminio. Che vuol dir «ma...»?

Crivello. ...non sará sempre buona robba. !

Flamminio. Che dici tu di robba?

Crivello. Che non è da fidargli cosí sempre la robba. Si, che gli è forestiero e potrebbe, un di, caricarvela.

Flamminio. Cosí fidati fusse voi altri! Domanda un poco [p. 344 modifica]lo Scatizza, che è lá, se l’avesse veduto. E io sarò al banco de’ Porrini.

Crivello. Scatizza, addio. Ha’ tu veduto Fabio?

Scatizza. Chi? quella vostra buona robba? Oh cagnaccio!

Tu ti dai il bel tempo.

Crivello. Ove andavi?

Scatizza. A trovare il mio grimo.

Crivello. Gli è passato di qui or ora.

Scatizza. Dove è andato?

Crivello. In qua sii. Viene, che ’l trovaremo. Eh viene! che t’ho da contare una facezia, che m’è intervenuta con la mia Caterina, la piú bella del mondo.

SCENA V

Spela servo di Gherardo, solo.

Può esser peggio al mondo che servire a un padron pazzo? Gherardo mi manda a comprare il zibetto. Quando lo domandai al profumiere e dissi ch’io non avevo piú d’un bolognino, cominciò a dire ch’io non avevo tenuto a mente e che Gherardo doveva aver detto un bossol d’onguento da rogna: che n’aveva bisogno; che sapeva che non usava zibetto. Comincia’ gli a dire, acciò che egli mei credesse, di questo suo amorazzo: e fu per crepar di ridere con certi gioveni che eran li; e voleva pur ch’io gli portasse un bossol d’assafetida; tal che, cosí dileggiato, me ne partii. Or, se ’l padrone il vuole, diemi piú quattrini.

SCENA VI

Crivello, Scatizza, Lelia da ragazzo e Isabella.


Crivello. Or hai inteso; e, se tu vuoi venire, mi basta l’animo di trovarne una per te ancora.

Scatizza. Fa’ un poco di pratica, ch’io ti prometto che, se tu trovi qualche fantesca che mi piaccia, che noi ci daremo il [p. 345 modifica]piú bel tempo del mondo. Io ho la chiave del granaio, della cantina, della dispensa, delle legna; e, s’io avesse dove poter scaricar le some a piano, mi bastarebbe l’animo che noi faremmo una vita da signori. In ogni modo, da questi padroni non se ne cava altro.

Crivello. Io t’ho detto: io ’l vo’ dire a Bita, che ti provegga di qualche cittona acciò che tutti a quattro insieme possiam darci buon tempo in questo carnovale.

Scatizza. Oh! Noi siamo all’ultimo.

Crivello. Daremcelo questa quaresima, mentre ch’i padroni saranno alla predica a vagheggiare. Ma sta’, che l’uscio di Gherardo s’apre. Tirate un poco piú qua.

Scatizza. Perché?

Crivello. Oh! Per buon rispetto.

Lelia. Orsú, Isabella! Non vi dimenticate di quanto m’avete promesso.

Isabella. E voi non vi dimenticate di venirmi a vedere. Ascoltate una parola.

Crivello. S’io fusse in questa fregágnuola, so che ’l padrone mi perdonarebbe!

Scatizza. Mangiaresti i polli per te, ch?

Crivello. Che ne credi?

Lelia. Or volete altro?

Isabella. Udite un poco.

Lelia. Eccomi.

Isabella. Ècci nissun costi fuora?

Lelia. Non si vede anima nata.

Crivello. Che diavol vói colei?

Scatizza. Questa dimestichezza è troppa.

Crivello. Sta’ a vedere.

Isabella. Udite una parola.

Crivello. Costor s’accostan molto.

Scatizza. Che si! che si!

Isabella. Sapete? Vorrei...

Lelia. Che vorreste?

Isabella. Vorrei... Accostatevi. [p. 346 modifica]

Scatizza. Accostati, salvaticaccio!

Isabella. Mirate se v’è niuno.

Lelia. Non ve l’ho detto? Non si vede persona.

Isabella. Oh! Io vorrei che voi tornasse dopo disinare quando mio padre sará fuora.

Lelia. Lo farò; ma, come passa il mio padron di qui, di grazia, fuggite e serrategli la finestra in fronte.

Isabella. S’io non lo fo, non mi vogliate piú bene.

Scatizza. Dove diavol gli tien la man, colei?

Crivello. Oh povero padrone! Che si, che si, ch’io sarò indivino!

Lelia. Addio.

Isabella. Udite: vi volete partire?

Scatizza. Basciala, che ti venga il cancaro!

Crivello. L’ha paura di non esser veduta.

Lelia. Orsú! Tornatevi in casa.

Isabella. Voglio una grazia da voi.

Lelia. Quale?

Isabella. Entrate un poco dentro a l’uscio.

Scatizza. La cosa è fatta.

Isabella. Oh! Voi séte salvatico!

Lelia. Noi sarem veduti.

Crivello. Oimè! oimè! O seccareccio, altrettanto a me.

Scatizza. Non ti diss’io che la baciarebbe?

Crivello. Or ben ti dico ch’io non vorrei aver guadagnato cento scudi e non aver veduto questo bacio.

Scatizza. Il veggio. Cosí fusse tócco a me!

Crivello. Oh! Che fará il padrone, come egli ’l sappia?

Scatizza. Oh diavol! Non si vói dirglielo.

Isabella. Perdonatemi. La vostra troppa bellezza e ’l troppo amor ch’io vi porto è cagion ch’io fo quello che forse voi giudicarete esser di poca onesta fanciulla. Ma Dio lo sa ch’io non me ne son potuta tenere.

Lelia. Non fate queste scuse con me, signora; che so ancor io come io sto e quel che, per troppo amore, mi son messo a fare. [p. 347 modifica]

Isabella. E che cosa?

Lelia. Oh! Che? A ingannare il mio signore, che non sta però bene.

Isabella. Il malan che Dio gli dia! Crivello. Vatti po’ fida di bagasce! Ben gli sta. Non è maraveglia che ’l fegatello confortava il padrone a lasciar questo amore.

Scatizza. Ogni gallina ruspa a sé. In fine, tutte le donne son fatte a un modo.

Lelia. L’ora è giá tarda ed io ho da trovare il padrone. Rimanete in pace.

Isabella. Udite.

Crivello. Ohi! e due! Che ti si secchi, che ti faccia il mal prò!

Scatizza. Al corpo di Dio, che m’è infiata una gamba che par che la voglia recere.

Lelia. Serrate. Addio.

Isabella. Mi vi dono.

Lelia. Son vostro. Io ho, da un canto, la piú bella pastura del mondo di costei che si crede pur ch’io sia maschio; dall’altro, vorrei uscir di questa briga e non so come mi fare. Veggio che costei è giá venuta al bacio; e verrá, la prima volta, piú avanti; e trovarommi aver perduta ogni cosa: tal che forza è ch ’e’ si scuopra la ragia. Voglio andare a trovar Clemenzia di quanto gli par ch’io faccia. Ma ecco Flamminio.

Crivello. Scatizza, il padrone mi disse aspettarmi al banco de’ Porrini. Vo’ dargli questa buona nuova. Caso non mi creda, fa’ che non mi facci parer bugiardo.

Scatizza. Io non ti posso mancare. Ma, facendo a mio modo, te ne starai queto e arai sempre questo calcio in gola a Fabio per poterlo far fare a tuo modo.

Crivello. Dico ch’io gli vo’ male, che m’ha rovinato.

Scatizza. Governatene come ti piace. [p. 348 modifica]

SCENA VII

Flamminio e Lelia da ragazzo.

Flamminio. È possibil, però, ch’io sia tanto fuor di me e mi stimi si poco ch’io voglia amare a suo dispetto costei e servir chi mi strazia, chi non fa conto di me, chi non mi vuol pur compiacer sol d’uno sguardo? Sarò io si da poco e si vile ch’io non mi sappi levar questa vergogna e questo strazio da dosso? Ma ecco Fabio. Or ben, che hai fatto?

Lelia. Nulla.

Flamminio. Perché sei stato tanto a tornare? Tu vorrai diventar un forca, si?

Lelia. Io ho indugiato perch’io volevo pur parlare a Isabella.

Flamminio. E perché non gli hai parlato?

Lelia. Non mi ha voluto ascoltare. E, se voi facesse a mio modo, pigliaresti altro partito e vi risolvaresti de’ casi vostri: che, per quel ch’io n’ho potuto comprendere insino a qui, voi vi perdete il tempo; che la si mostra ostinatissima a non voler far mai cosa che vi piaccia.

Flamminio. E, se ’l dicesse Iddio, l’ha pure il torto. Non sai che, or ora, passando di lá, si levò subito, come la mi vidde, dalla finestra con tanto sdegno e con tanta furia come s’ell’avesse visto qualche cosa orribile o spaventosa?

Lelia. Lasciatela andar, vi dico. È possibil che, in tutta questa cittá, non sia un’altra che meriti l’amor vostro quanto lei? Non vi è piaciuta mai altra donna che lei?

Flamminio. Cosí non fusse! ch’io ho paura che questo non sia la cagion di tutto ’l mio male: perché io amai giá molto flj caldamente quella Lelia di Virginio Bellenzini di ch’i’ ti parlai; e ho paura ch’Isabella non dubiti che questo amor duri ancora e, per questo, non mi voglia vedere. Ma io gli farò intendere ch’io non l’amo piú; anzi, l’ho in odio e non la posso sentir ricordare. E gli farò ogni fede ch’ella vorrá di non arrivar mai dove lei sia. E voglio che glie lo dica tu, a ogni modo. [p. 349 modifica]

Lelia. Oimè!

Flamminio. Che hai? Par che tu venga meno. Che ti senti?

Lelia. Oimè!

Flamminio. Che ti duole?

Lelia. Oimè! Il cuore.

Flamminio. Da quanto in qua? Appoggiati un poco. Duolti forse il corpo?

Lelia. Signor no.

Flamminio. E forse lo stomaco ch’è indebilito?

Lelia. Dico ch’è il cuore che mi duole.

Flamminio. Ed a me, forse, molto piú. Tu hai perduto il colore. Vattene a casa: e fatti scaldare qualche panno al petto e far qualche frega dietro alle spalle; che non sará altro. Io sarò or ora lá e, bisognando, farò venire il medico che ti tocchi il polso e vegga che male è il tuo. Dá’ qua, un poco, il braccio. Tu sei gelato. Orsú! Vattene pian piano. A che strani casi è sottoposto l’uomo! Non vorrei che costui mi mancasse per quanto vale tutto ’l mio: ch’io non so se fusse mai al mondo servidor piú accorto, meglio accostumato di questo giovanetto; e, oltre a questo, mostra d’amarmi tanto che, se fusse donna, pensarei che la stesse mal di me. Fabio, va’ a casa, dico; e scaldati un poco i piei. Io sarò or ora lá. Di’ che apparecchino.

Lelia. Or hai pur, misera te, con le tue propie orecchie, dall’istessa bocca di questo ingrato di Flamminio, inteso quanto egli t’ami. Misera, scontenta Lelia! Perché piú perditempo in servir questo crudele? Non ti è giovata la pazienzia, non i preghi, non i favori che gli hai fatti; or non ti giovan gl’inganni. Sventurata me! rifiutata, scacciata, fuggita, odiata! Perché ser v’io a chi mi rifiuta? perché domando chi mi scaccia? perché seguo chi mi fugge? perché amo chi m’ha in odio? Ah Flamminio! Non ti piace se non Isabella. Egli non vuole altro che Isabella. Abbisela, tenghisela; ch’io lo lasciarò o morrò. Delibero di non piú servirli in questo abito né piú capitargli innanzi, poi che tanto m’ha in odio. Andarò a trovar Clemenzia che so che m’aspetta in casa; e con essa disporrò quel che abbi da essere della vita mia. [p. 350 modifica]

SCENA VIII

Crivello e Flamminio.

Crivello. E, se non è cosi, fatemi impicar per la gola; non tanto tagliar la lingua. Vi dico che gli è cosi.

Flamminio. Da quanto in qua?

Crivello. Quando voi mi mandasti a cercar di lui.

Flamminio. Come andò? Dimmelo un’altra volta, perché egli mi niega d’averle oggi potuto parlare.

Crivello. Sará buon che vel confessi! Dico che, aspettando io di vedere s’egli dava di volta intorno a quella casa, lo vidi uscir fuore. E, volendosi giá partire, Isabella lo richiamò dentro: e, guardando se fuore era alcuno che gli vedesse, non vi vedendo persona, si baciorno insieme.

Flamminio. Come non vider te?

Crivello. Perch’io m’era ritratto in quel portico rincontro, e non me potevan vedere.

Flamminio. Come gli vedesti tu?

Crivello. Con gli occhi. Credete forse ch’io gli abbi veduti con le gombita?

Flamminio. E basciolla?

Crivello. Io non so s’ella baciò lui o egli lei; ma io credo che l’un basciassi l’altro.

Flamminio. Accostorono il viso l’uno a l’altro tanto che si potessen baciare?

Crivello. Il viso no, ma le labbra si.

Flamminio. Oh! Possonsi accostar le labbra senza il viso?

Crivello. Se l’uomo avesse la bocca nelle orecchie o nella cicottola, forse; ma, stando dove le stanno, credo che no.

Flamminio. Guarda che tu vedesse bene, che tu non dica poi: — E’ mi parve — ; che questa è una gran cosa che tu mi dici.

Crivello. Maggiore è il Mangia che sta in cima alla torre di Siena.

Flamminio. Come vedesti? [p. 351 modifica]

Crivello. Vegliando, con gli occhi aperti, stando a vedere né avendo a far altra cosa che mirare.

Flamminio. Se questo è vero, tu m’hai morto.

Crivello. Questo è vero. Lo chiamò, se gli accostò, abbracciò, lo basciò. Or, se tu vuoi morir, muore.

Flamminio. Non è maraviglia che ’l traditor negava di non esservi stato! Or so perché il ribaldo mi confortava a lasciarla:

per goderla lui. Se io non fo tal vendetta che, fin che questa terra dura, sará essempio ai servidori che non sieno traditori a’ padroni, non voglio esser tenuto uomo. Ma, in fine, se altra certezza non n’ho, io non tei vo’ credere. So che tu sei un tristo e gli debbi voler male; e fai perch’io me lo levi dinanzi.

Ma, per quel Dio che s’adora, ch’io ti farò dire il vero o t’ammazzarò.

Di’ sii! Hailo veduto?

Crivello. Signor si.

Flamminio. Baciolla?

Crivello. Baciarsi.

Flamminio. Quante volte?

Crivello. Due volte.

Flamminio. Ove?

Crivello. Nel suo ridotto.

Flamminio. Tu menti per la gola. Poco fa, dicesti in su l’uscio.

Crivello. Volsi dir vicino all’uscio.

Flamminio. Di’ il vero!

Crivello. Ohi! ohi! M’incresce d’avervel detto.

Flamminio. Fu vero?

Crivello. Signor si. Ma io* mi so’ scordato ch’io avevo un testimonio.

Flamminio. Chi era?

Crivello. Lo Scatizza di Virginio.

Flamminio. Vidde egli ancora?

Crivello. Come me.

Flamminio. E se egli noi confessa?

Crivello. Ammazzatemi.

Flamminio. Farollo.

Crivello. E s’egli il confessa? [p. 352 modifica]

Flamminio. Amazzarò tutt’e due.

Crivello. Oimè! Perché?

Flamminio. Non dico te; ma Isabella e Fabio.

Crivello. E che voi abbruciate quella casa, con Pasquella e con chi v’è dentro.

Flamminio. Andiamo a trovar lo Scatizza. S’io non nel pago, s’io non fo dir di me, se tutta questa terra non lo vede... Ne farò tal vendetta!... Oh traditore! Vatti poi fida.