Il nostro padrone/Parte seconda/XIV

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XIV

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XIV.

Bruno venne provvisoriamente sostituito da un sorvegliante che al contrario del suo predecessore chiacchierava e beveva volontieri. Fu lui il primo a sparger la voce che il capo‐macchia s’era ritirato perchè aveva scoperto che Marielène se la intendeva ancora col Perrò: e per conto suo aggiungeva:

— Del resto, era da prevedersi; una donna simile non si può emendare!

Predu Maria tentava di difendere Marielène, ma tutti i lavoranti affermavano che la storiella era vera e non parlavano d’altro.

Fu in quel tempo che Antonio Maria Moro, per consiglio dei medici, e con la speranza che l’aria della montagna facesse sparire le sue febbri, andò a passare alcuni giorni in un ovile poco distante dalla lavorazione. Un giorno egli andò a trovare il suo amico ed entrambi parlarono subito di Bruno, della sua malattia, della storiella messa in giro dal sorvegliante.

— Tu solo puoi dirmi se questa storia è vera o no, — disse Predu Maria. [p. 329 modifica]

— Perchè io solo? Sono io solo ad occuparmi dei fatti altrui?

— Non arrabbiarti, ragazzo! Dico, tu sei vicino di casa del Perrò!

— Io ho una vicina, quest’anno, che non mi lascia tempo di occuparmi di altri, e molto vicina, ti dico! Tanto vicina che ce l’ho addosso. La febbre, ti dico! Non so altro.

— Ma Bruno l’hai veduto?

— L’ho veduto, sì! Sta più bene di me, e forse anche di te!

— Ma io sto bene!

— Potresti star meglio!

— Se mi lamentassi offenderei Dio; che cosa mi manca? Ricordati come sono arrivato! Come un cane randagio.... e zoppo per giunta; adesso sembro invece un ricco e nobile proprietario! — esclamò Predu Maria, e sporgeva la pancia, aprendosi la giacca, guardandosi il petto e battendovi su le mani; e senza confessarlo a sè stesso, provava una certa soddisfazione nel veder così mal ridotto colui che lo aveva coperto d’ingiurie quando egli si era adattato al più umile dei lavori. Eccolo lì, l’uomo borioso, il mezzo borghese, ridotto alla miseria, più disperato dell’ultimo degli scorzini!

— E se sei così ricco, perchè non mi presti cento scudi? — domandò Antoni Maria. [p. 330 modifica]

— Cento scudi, sì! — rispose l’altro con voce mutata.

Sì, era precisamente la somma che egli avrebbe voluto dargli; e tutti i dubbi e i rimorsi assopiti in fondo alla sua coscienza si svegliarono come destati da una voce minacciosa.

Ma Antonio Maria, che anche nel suo stato miserabile non dimenticava i suoi modi beffardi, riprese a scherzare.

— Che faccia hai fatto, Gerusalè! Va, sta tranquillo! Che possono farmi cento scudi? Miserabile sono e miserabile resterei; per consolarmi alquanto mi occorrerebbero almeno cinque mila scudi!

— Boumh!

— E che cosa sono anche cinque mila scudi? Io potrò averli, se quella benedetta vecchia farà le cose con coscienza; ma credi tu che io mi metta a ballare pensando a ciò? Mi credi così pezzente? Capisci o no?

Predu Maria capiva; il suo ex compagno voleva fargli intendere che nonostante la sua attuale miseria era sempre qualche cosa più di lui.

— Antoni Marì, lo so che sei ricco, — gli disse con ironia. — Ma la vita è così, un’altalena; si va giù, si va su, continuamente. Quando sono stato giù io, tu mi [p. 331 modifica] hai spinto in su: ora vorrei spingerti io. Ne avessi, di quattrini! Non cento scudi ma cento mila te ne darei, e con la certezza di riaverli raddoppiati.

— Gerusalè! — replicò l’altro sullo stesso tono. — Sai cosa devo dirti? Che di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, dove tu andrai vivo e sano alla prima occasione! Dammi almeno un bicchierino d’elisir di china, se ce l’hai. Te lo pago, sai!

Predu Maria gli dette l’elisir di china, e rifiutò i denari, che l’altro allora buttò per terra e non volle più raccattare.

E i due amici si rividero spesso, ma i loro discorsi erano dispettosi e beffardi come quelli di due nemici. Entrambi si offrivano a vicenda quello che possedevano e sopratutto quello che non possedevano, e si dichiaravano pronti a buttarsi sul fuoco l’uno per l’altro, ma non cessando d’insultarsi e di guardarsi in cagnesco; e nei giorni in cui Antoni Maria non si lasciava vedere l’altro ricadeva nei suoi morbosi rimorsi.

— Io l’ho rovinato, — pensava. — Per colpa mia egli è ridotto così.

Un giorno andò a cercarlo nell’ovile, e lo trovò solo, buttato su una bisaccia, livido in viso e con le pupille fisse e dilatate. Un cane grigio, feroce, incatenato [p. 332 modifica] ad un albero, animava coi suoi urli il luogo solitario, e pareva volesse spezzare le sue catene per gettarsi addosso al malato e divorarlo. Antoni Maria delirava, parlava col cane, e quando il Dejana si curvò e gli toccò la fronte, egli si sollevò e il suo viso espresse un cupo spavento.

— Là... Là.... guarda! — gridò, additando un punto lontano. — C’è il fuoco nella tanca. Ah, immondezza, sei stato tu!

— Egli sa, dunque? — pensò atterrito Predu Maria; e cercò di calmarlo e d’interrogarlo; ma il febbricitante continuò per un pezzo a sollevare e ad abbassare la testa, allungando il collo con un movimento che ricordava quello del baco da seta, e ogni tanto pronunciava frasi sconnesse, additando un incendio lontano e lamentandosi per il calore insopportabile che sentiva.

Predu Maria attese che il pastore tornasse, e gli disse:

— Perchè lo lasciate solo quando ha la febbre? Può alzarsi, andar vicino al cane e farsi sbranare.

— Non si è mai sentito un caso simile, — rispose il pastore. — Del resto, egli non si muove; non c’è pericolo. Quando ha la febbre forte dice che c’è tutto intorno un incendio ed ha paura di scottarsi! [p. 333 modifica]

Predu Maria non osò chiedere altro, e se ne andò inquieto, domandandosi se altri conoscevano il suo delitto, e perchè Antoni Maria non gliene aveva mai parlato.

— Sono venuto ieri, ma avevi la febbre, e parlavi d’incendi, di cani arrabbiati, di diavoli.... — gli disse, quando si rividero; e gli parve che il suo ex compagno lo guardasse con una certa inquietudine, quasi pauroso di essersi lasciato sfuggire un segreto compromettente.

Ricominciarono a questionare e ad insultarsi scherzando; ma nei loro discorsi vibrava come una nota scordata e stridula, e il loro accento era quello d’uomini imbarazzati e diffidenti.

Dopo qualche giorno, Antoni Maria si sentì meglio; gli accessi della febbre diminuirono d’intensità; egli riprese il colorito naturale e diventò allegro come un giovane convalescente a cui sorrida un lieto avvenire.

Seduto all’ombra d’un albero scorticato, mentre intorno, nel meriggio luminoso e caldo, i lavoranti proseguivano la loro lenta opera di devastazione, egli faceva progetti grandiosi, e ne parlava a Predu Maria, ma con un lieve accento di beffe verso sè stesso. [p. 334 modifica]

— Ho fatto i miei calcoli, Gerusalè! Questa non è più aria per me: troppa miseria! È meglio andare in cerca della fortuna, piuttosto che incanutire e rimbambirsi aspettandola. Quelli del Continente vengono qui in Sardegna e ci tolgono il pane di bocca; ed io sai cosa faccio? Vado in Continente: vado a Genova o a Roma e metto su un negozio di generi sardi.

Egli descriveva il suo negozio, faceva i calcoli dei suoi guadagni, parlava persino di noleggiare un veliero per il trasporto della merce; Predu Maria ascoltava, un po’ curvo su sè stesso, pesante, cascante, assonnato, e a sua volta ricordava il suo sogno d’andarsene lontano, e al delitto che aveva commesso per procurarsi i denari del viaggio....

— E tua nonna i quattrini te li dà?

— Io non ho bisogno dei quattrini di quella vecchia pazza! Se li tenga, li nasconda sotto una pietra, dove i vermi li rosicchieranno. Troverò io i denari; ho buone conoscenze, ho buoni amici che vorranno aiutarmi. Io ho aiutato tutti e non ho che a domandare un favore per ottenerlo.

— Eh, se si potesse! Ma tante volte non si può.... non si può.... [p. 335 modifica]

— Come non si può? Ma io, capisci, ho amici così affezionati che per aiutarmi sarebbero capaci di offrirmi i gioielli delle loro mogli.... Capisci, Gerusalè, uomo morto di sonno?

Predu Maria si sentiva battere il cuore. I gioielli.... dare i gioielli di sua moglie? Antoni Maria voleva dirgli questo? Forse sapeva che i gioielli di Sebastiana erano stati acquistati col compenso del crimine?.. Per nascondere il proprio turbamento, egli finse di offendersi e disse:

— Offrirti bottoni e medaglie da donna! Ma io non ci avrei mai pensato!

— Sta tranquillo! Anche se tu ci pensassi, tua suocera ti farebbe cambiare pensiero!

— Dopo tutto avrebbe ragione; i gioielli di Sebastiana li ha comprati lei, coi suoi denari. Io non avevo un centesimo; ero nudo come un uccellino appena nato.... e non avevo neanche da vestirmi, io, nonchè da comprare gioielli e cianfrusaglie...

Ma l’altro lo fissava beffardo e apriva e stringeva le labbra quasi trattenendo a stento parole d’ironia e di rimprovero. Infine gridò:

— Chi ti domanda nulla? Morrei di fame prima di domandarti un soldo.

— Tu non fai altro che insultarmi, [p. 336 modifica] Antoni Maria Mò! Tu mi hai anche percosso, una volta, oh, lo ricordo bene; ed io non reagisco perchè non sono un ingrato, e se ricordo le offese, ricordo anche i benefizi: non farmi perdere la pazienza, però!

— Ah, ah, perdila pure, e se per offendermi vuoi rubarmi il gregge o i tesori, rubali pure!

— Io non ho mai rubato!

— Qualche altra magagna l’hai commessa, però!

— Giacchè ci siamo, spieghiamoci, — disse Predu Maria quasi minaccioso. — Dimmi che cos’hai contro di me: lo voglio sapere!

Ma l’altro si mise a ridere e si battè la fronte con un dito.

— Ecco che cosa ti manca, Gerusalè! L’intuizione. Non ti accorgi che sono invidioso di te? Il povero è sempre invidioso del ricco!

— Io non sono ricco; vorrei esserlo per farti crepare di rabbia.

— Grazie, allora; e addio! — gridò Antoni Maria alzandosi e andandosene: pareva non dovesse ritornare mai più, ma l’indomani ricomparve, beffardo e allegro come se nulla fosse stato. [p. 337 modifica]

*

Pochi giorni dopo ritornò in paese, e la prima visita che fece fu alla maestra. I discorsi e il contegno di Predu Maria, in quegli ultimi giorni, avevano acuito il suo dubbio, che cioè l’autore dell’incendio fosse appunto il suo ex compagno di pena; ma prima di vendicarsi voleva esser certo che non si ingannava.

Arrivato davanti alla casa di Bruno si fermò esaminando le finestre illuminate, il viottolo solitario chiuso fra due muriccie basse, la distanza che correva fra l’abitazione di Marielène e quella della maestra; e certe mezze confidenze di Predichedda gli tornavano in mente. Bruno..., Sebastiana..., le loro case vicine, il viottolo solitario.... Tutto nel mondo è possibile: Sebastiana era leggera, Bruno era un uomo senza scrupoli; un uomo furbo nato per adoperare la scure: un colpo a destra, un colpo a sinistra, ecco levato l’ostacolo e aperta la strada verso la meta....

Entrato dalla maestra, Antoni Maria le diede i saluti del genero e le domandò sottovoce come andava la salute del suo vicino di casa.

— Che vuoi che ti dica? A giorni egli [p. 338 modifica] sembra sano e forte, a giorni è debole e triste come un moribondo. Il medico dice che è un’infezione dell’intestino; ma sai che cosa devo affermarti, Antoni Maria Mò? I medici sono mangiatori di carne viva, essi fanno ammalare anche i più sani!

— E sua moglie che dice?

— Ah, essa pensa che basti tenerlo a casa, come un uccellino in gabbia!

— Ah, ah, come un uccellino? Attenta, non le scappi!

— E dove può scappare, disgraziato lui! — disse allora Sebastiana, dal ballatoio, — se scappa non torna più.

— Una volta o l’altra questo succederà a tutti! Scendi, Sebastiana: devo raccontarti una storiella curiosa.

Ella scese e sedette sulla scaletta, accanto a sua madre, e Antoni Maria rise, come ricordandosi una cosa molto buffa.

— Sentite, Predu Maria.... non riferitegli però che ve l’ho detto io.... Predu Maria dunque, saputo che un suo amico era in grandi strettezze, gli offrì i gioielli tuoi, Sebastiana.... da impegnarsi, s’intende!

Sbalordite, le due donne tacquero per alcuni momenti; poi ad un tratto Sebastiana scoppiò a ridere, e la maestra disse: [p. 339 modifica]

— Non posso credere a quanto tu dici.

— Eppure è vero, ve lo giuro, in fede di galantuomo.

— Dimmi tutta la verità, allora, — ella riprese con tono solenne. — Egli fece l’offerta a te?

— Ebbene, sì, proprio a me!

— E tu accetteresti? — domandò Sebastiana.

— E perchè no, se voi acconsentite? È questione di pochi mesi: vi rilascierò una cambiale, e prenderò i gioielli da voi, non da lui, perchè so che son vostri, comprati da voi coi vostri denari.

— Figlio del cuor mio! — esclamò la maestra, prendendogli una mano, — ti giuro che i denari eran suoi. Egli diede a me un biglietto da cento scudi, per comprare i doni alla sposa, perchè aveva paura che acquistandoli lui lo imbrogliassero. Ma non per questo adesso i gioielli sono suoi; sono di mia figlia, adesso, e lei sola può disporne.

— Ed io non te li lascierò neanche vedere — disse Sebastiana. — Ma se vuoi denari ad interessi posso parlarne a Marielène.

— Non parliamone più, — egli disse vivacemente, — anzi vi domando scusa.

E se ne andò preoccupato e avvilito. Il suo dubbio diventava quasi certezza, [p. 340 modifica] perchè egli aveva sempre creduto che le spese del matrimonio le avesse fatte la maestra.

— Egli aveva cento scudi, egli, che pochi giorni prima moriva di fame! Ed ora che farai, Antoni Maria Mò? — si domandava, battendosi i pugni sui fianchi. — Che farai contro questo Giuda? Egli si riderà di te che ti credi un uomo furbo.

Questo sopratutto gli dispiaceva, e decise di sorvegliare Sebastiana e Bruno, e di scoprire la loro tresca per vendicarsi e poter dire a Predu Maria:

— Tu credi di riderti di me? Ma anche gli altri si burlano di te.

Allora cominciò ad aggirarsi come una volpe attorno alla casa della maestra, e spesso sentiva le chiacchiere delle donne riunite nel cortiletto di Marielène.

Qualche volta esse parlavano male di lui, chiamandolo fannullone, ubbriacone, libertino, e sebbene egli ricordasse il proverbio «chie andat iscurtande males suos intendet»1 pensava con rabbia:

— Ah, ah, belline, fiorellini, modelli di donne oneste! E voi, chi siete, che una palla vi trapassi la milza? Adesso ve lo darò io, vedrete; ve lo darò io il biscotto!

Ma per quanto spiasse non riusciva a scoprire nulla: [p. 341 modifica] Bruno non usciva quasi mai di casa, e Sebastiana viveva anche lei ritirata, e diventava pallida e triste e come tormentata anche lei da un male segreto. Stanco delle sue inutili ricerche egli si rivolse allora a Predichedda, e riuscì a strapparle intera la confidenza della confessione di Sebastiana; ma egli era ancora abbastanza onesto per commettere il male per il male, e non essendo certo della colpa di Sebastiana, esitava prima di causare la rovina di due famiglie.

I giorni passavano, sempre più grigi e miserabili per lui. La nonna continuava a mandargli il pranzo; e quindi i più urgenti bisogni materiali non lo spingevano a lavorare, e nell’ozio la sua mente si logorava dietro fantastici progetti e nel vano sogno di una fortuna irraggiungibile. Spesso tentava qualche colpetto, di quelli che un tempo, prima della condanna, gli erano riusciti facilmente: ma ormai era screditato e nessuno si lasciava più ingannare da lui. La questura, poi, vigilava la casupola, ed egli non riusciva più neppure a fabbricare l’alcool, ultima sua risorsa.

Esasperato, un giorno egli si mise in agguato dietro il portone della nonna, deciso di ammazzare qualcuna delle cugine; ma quando riuscì a ghermirne una, la [p. 342 modifica] maggiore, si contentò di bastonarla, mentre le altre gridavano come ossesse accusandolo dei più neri delitti e di aver fatto incendiare la tanca e di aver falsificato monete in compagnia di Predu Maria Dejana.

Egli passò tristi giorni. La nonna gli sospese l'invio delle provviste; la questura lo fece pedinare, e una mattina il delegato lo chiamò nel suo ufficio e lo interrogò sui suoi rapporti col Dejana. Egli negò di aver convinto Predu Maria a stabilirsi a Nuoro, negò d'averlo ospitato, negò d'essere ancora in buoni rapporti con lui.

— Io lo conosco appena, — concluse gravemente. — Solo posso affermare una cosa: che egli è un galantuomo e che io sono un galantuomo e mezzo.

  1. “Chi va origliando mali suoi sente„