Il padre per amore/Atto V

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Atto V

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Atto IV Appendice

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ATTO QUINTO.

SCENA PRIMA1.

Camera in casa di don Fernando.

Fabrizio e Pasquale.

Fabrizio. Pasqual, te l’assicuro: ho don Roberto in mente,

A lui ti rassomigli perfettissimamente;
Scherzo della natura simile mai non fu.
Carica solamente la voce un poco più.
Pasquale. Basta; in ogni disgrazia a te mi raccomando.
Fabrizio. Eccoci nel palazzo del principe Fernando.
Beltrame, che ti crede di Placida il consorte,
È andato ad avvertirla ch’entrasti in queste porte.
Teco non vuò restare, per non recar sospetto.

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Principia ad eseguire con spirito il progetto;

Poscia verrò io stesso in nome del padrone,
E avrai per tua difesa di lui la protezione.
Tosto che i primi passi da noi sien superati,
Il Cavalier promette di dar cento ducati.
Pasquale. Cento bei ducatelli? non occorr’altro. Ardito
Di questa governante mi fingerò il marito.
Dirò che mia consorte ha fatto un contrabando,
E che sarà d’accordo il principe Fernando.
A me lascia il pensiere di dir delle ragioni,
Affin che don Luigi la giovine abbandoni.
Fabrizio. Se il Duca l’abbandona, il mio padron che sa
L’inganno e l’innocenza, un dì la sposerà.
Poi troveremo il modo di por la cosa in chiaro.
Pasquale. Rimedieremo a tutto a forza di danaro.
Fabrizio. Ecco, vien donna Placida, condotta da Beltrame.
Vado, e ti lascio solo a sostener le trame. (parte)

SCENA II2.

Pasquale solo.

Non soglion negl’impegni tremare i pari miei.

Eh, per cento ducati che cosa non farei?
Per cinque o sei carlini, per Tizio, o per Sempronio,
Servito ho tante volte di falso testimonio.
Per far il querelante par ch’io sia fatto apposta.
Non manco di menzogne, di ardire e faccia tosta.
(si ritira un poco)

SCENA III.

Donna Placida, Beltrame e Pasquale.

Beltrame. Venite allegramente.

Placida.  Lo sposo mio dov’è?
Beltrame. Eccolo là, signora.
Placida.  Oh Dio! son fuor di me.

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Beltrame. Accostatevi un poco. (a Pasquale)

Placida.  Eccolo il mio tesoro.
L’allegrezza mi opprime. Chi mi sostiene? io moro.
Beltrame. Ehi, ehi, che cosa fate? Vi vien mal, poverina?
State allegra, signora, che è qui la medicina.
Placida. Adorato consorte, venite alle mie braccia.
(incontrando Pasquale che arriva)
Pasquale. (Vorrei e non vorrei. Non so quel che mi faccia).
(da sè)
Placida. Caro il mio don Roberto, dopo tant’anni e tanti,
Sì mesto e sì confuso mi comparite innanti?
Deh fate ch’io vi vegga rasserenar le ciglia.
Pasquale. S’io son qual mi vedete, non è gran maraviglia.
Ho sospirato il giorno d’essere a voi vicino;
Or di avervi trovata maledico il destino.
Placida. Stelle! in codesta voce, insolita all’udito.
Di ravvisar non parmi la voce del marito.
Veggo i segni del volto, son dessi, io lo conosco,
Ma non avea Roberto l’occhio turbato e fosco.
Quelle dolci maniere dal mio Roberto usate.
Come ha in rozzo costume lunga stagion cangiate?
Stelle! chi mi assicura del mio Roberto in esso?
Beltrame. Testè l’ha conosciuto il mio padrone istesso.
E una certa signora venuta di Messina,
E la di lei servente, nomata Paolina,
Fatto il viaggio con esso in un istesso legno.
Per conoscerlo bene mi han dato il contrassegno.
(gli tocca il naso)
Pasquale. Vorreste non conoscermi ai segni della faccia,
Perchè avete paura ch’io vi rompa le braccia.
Placida. Che favellare è questo?
Pasquale.  Orsù, in una parola,
È ver, signora mia, che avete una figliuola?
Placida. Ah sì, de’ nostri amori nacque il frutto innocente.
Pasquale. Come de’ nostri amori? di questo io non so niente.

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So che una figlia aveste: non so come sia nata;

E il principe Fernando per sua l’ha dichiarata.
Placida. Povera me!
Beltrame.  Signore, posso attestare anch’io,
Che figlia l’ha creduta finora il padron mio;
Ma che poi si è scoperta del vostro matrimonio.
Pasquale. Sei di quelli che servono per falso testimonio?
Sarai dalla giustizia pigliato innanzi sera,
E aspettati, briccone, la frusta e la galera.
Beltrame. Dico quello ch’io sento, e non mi prendo impicci.
Cossa so io se fingono, e se vi sian pasticci? (parte)

SCENA IV.

Pasquale e donna Placida.

Placida. Deh per pietà, signore, per quei primi momenti

Dei nostri sospirati dolcissimi contenti.
Non fate un’ingiustizia all’innocente sposa,
Tanto fedele e onesta, quanto vi fu amorosa.
Vi amai dal primo giorno, vi amo ancor senza fine.
(lo prende per la mano)
Pasquale. (Non mi dispiacerebbe aver due carezzine). (da sè)
Placida. Su questa mano istessa... Oimè, come ha cangiata
li tempo e la fatica la man che mi ha sposata!
Candida come neve fu questa mano un giorno.
Pasquale. Candido come neve in poco tempo io torno.
Andiam; l’ira potrebbesi calmar a poco a poco.
Placida. Ecco la figlia vostra, che viene in questo loco.
Pasquale. (Spiacemi quest’incontro). No, che non è mia figlia.
Nascer non l’ho veduta, e poi non mi somiglia.
Cospetto del gran diavolo! mi farò far giustizia.
(parte)

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SCENA V.

Donna Placida, poi donna ISABELLA.

Placida. Placida sventurata! potea temer di peggio?

Ah, mi punisce il cielo per la mia colpa, il veggio.
Son rea d’aver la figlia più del dovere amata,
E il ciel nella mia figlia mi vuol mortificata.
Isabella. Madre, ancor non vedeste il genitore in faccia?
Quando potrò gettarmi del padre in fra le braccia?
Amo un padre amoroso, che de’ miei giorni ha cura.
Ma di veder sospiro quel che mi diè natura.
Placida. (Ah, non ho cuor di darle un così rio tormento).
Isabella. Acchetatevi, o madre; lungi non è il contento.
Verrà, verrà fra poco, questo mio cuor lo sente,
Vicino a queste porte.
Placida.  Oh misera innocente!
(a donna Isabella con tenerezza, e parte)

SCENA VI.

Donna Isabella sola.

Le smanie compatisco di una moglie amorosa.

Smanio di lei non meno anch’io tenera sposa.
Parmi un secolo ogni ora che il Duca è a me lontano.
Misera me! se perdere dovessi la sua mano.
Ma del padre amoroso vuò confidar nel zelo,
Vuò confidar nel Duca, vuò confidar nel cielo.
Eccoli. Ah, qual mi recano lieto o funesto avviso?
Tremo; non ho coraggio di rimirarli in viso.

SCENA VII.

Il Principe don Fernando, il Duca don Luigi e detta.

Fernando. Figlia, ov’è donna Placida?

Isabella.  Or or partì dolente.
Fernando. Ha veduto lo sposo?

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Isabella.  Ancor non ne sa niente.

Fernando. Dovrebbe a queste soglie esser pure arrivato.
Vicino a queste soglie teste l’ho riscontrato.
Ite a veder s’è giunto.
Isabella.  Signor, chiedo perdono...
Fernando. Che volete voi dirmi?
Isabella.  Perdon, se ardita sono;
Vorrei tacer, ma il cuore mi sforza a domandarvi
Qual sarà il mio destino.
Fernando.  Siam qui per consolarvi.
Ite da donna Placida; poscia con lei tornate.
Isabella. Posso sperar davvero?
Fernando.  Sì, figlia mia, sperate.
Isabella. Voi, signor, che mi dite? (a Luigi)
Luigi.  Che un infedel non sono.
Fernando. Quel ch’io dissi, non basta? (a donna Isabella)
Isabella.  Sì, mio signor, perdono.
(s’inchina, e parte)

SCENA VIII.

Don Fernando ed il Duca, poi Beltrame.

Luigi. Veramente che dirle io non sapea, signore.

Vive confuso e incerto finora anche il mio core.
Ho di sperar motivo, se ragionare io v’odo;
Ma di ottener la pace non è sicuro il modo.
Fernando. Verrà donna Marianna. Ho la carrozza inviata.
Spero, s’è ragionevole, non ritrovarla ingrata.
Sì, nipote carissimo, pur che mi sia concesso
Tutti veder contenti, sacrifico me stesso.
Chiede donna Marianna giustizia, o pur vendetta;
A un cavalier la chiede, dall’onor mio l’aspetta.
E se di voi la giovine può lusingarsi invano,
Risarcir le sue perdite vogl’io colla mia mano.
Ecco un sforzo novello del mio paterno amore,
Per la cara Isabella che m’incatena il cuore.

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Della mia sposa estinta fresca la piaga in petto,

Il desio non mi sprona ad un novello affetto,
Ma della sposa istessa, colà dove si trova,
So che l’alma onorata il mio consiglio approva.
Luigi. Veggo i vostri pensieri diretti ed inclinati
A rendere tre cuori felici e fortunati.
Voglia il ciel che Marianna secondi il bel disegno.
Che la ragione arrivi a moderar lo sdegno.
Fernando. Se per onor soltanto l’illustre donna è accesa,
Lusingomi vederla al mio disegno arresa.
Può soddisfar di tutti ciò sol le oneste brame.
(viene Beltrame)
Sentiam di don Roberto. Accostati, Beltrame.
Beltrame. (Si avanza.)
Fernando. Che fu del capitano? Non venne a queste porte?
Beltrame. Sì, signore, poc’anzi veduta ha la consorte.
Fernando. Tenero fu l’incontro?
Beltrame.  Fu tenero così,
Che la povera donna di gioia tramortì.
Ed egli per soccorrerla all’uso militare.
Disse che le voleva le braccia scavezzare.
Fernando. Come! È forse impazzito?
Beltrame.  Dice in una parola.
Non voler la ragazza conoscer per figliuola.
Che non sa, che non crede, che in questa casa è nata,
E accusa donna Placida di femmina sfacciata.
Fernando. Ah, dov’è quel ribaldo? Venga alla mia presenza.
Beltrame. Ciò detto, dal palazzo fe’ subito partenza.
Fernando. Trovisi immantinente.
Beltrame.  È una bestia, è un demonio.
Minaccia di accusarmi di falso testimonio.
Per amore, o per forza, qui lo farò portare;
Mandatelo in prigione, e fatelo impiccare. (parte)

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SCENA IX.

Don Fernando e il Duca.

Fernando. Placida sventurata!

Luigi.  Misero me! che ascolto!
Dovrò mirar la sposa con questa macchia in volto?
Conosco donna Placida, dell’onor suo rispondo;
Ma chi vietar potrebbe le dicerie del mondo?
Ah signor, se quell’empio precipita la figlia,
Come arrischiar io posso l’onor della famiglia?
Deh soccorrete in tempo la misera tradita;
O l’onor suo si salvi, o più non resto in vita.
Fernando. Chi ha mai sollecitato l’indegno alla menzogna?
Chi procacciar gl’insegna gli scorni e la vergogna?
Ma l’innocenza alfine non abbandona il cielo:
Si squarcierà, lo spero, della calunnia il velo.
Tempo non si conceda all’alma scellerata
Di render la menzogna diffusa e divulgata.
Dinanzi agli occhi nostri quell’empio si smentisca,
O sveli il tradimento, o il perfido perisca.

SCENA X.

Donna Isabella correndo affannata e piangente, donna Placida che tenta di arrestarla, e detti.

Placida. Figlia, figlia, arrestatevi.

Fernando.  Qual dolor la trasporta?
Isabella. Misera me!
Fernando.  Che avvenne?
Isabella.  Misera me! son morta.
Fernando. Ah, perchè alla fanciulla comunicar le offese?
(a donna Placida)
Placida. Signor, dalla famiglia a pubblicarle intese.
Luigi. Siam perduti, signore.
Fernando.  Povera sventurata!
Isabella. Padre mio! Caro sposo! Oh Dei, son disperata.

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SCENA XI.

Beltrame e detti.

Beltrame. Signore, è il capitano.

Fernando.  Venga pur quel ribaldo.
Beltrame. Col servitor sen viene del cavaliere Ansaldo.
Luigi. Tremo non sia la trama del mio germano audace.
Ah, s’egli è ver, non speri ch’io lo sopporti in pace.
Fernando. Va il ministro di guerra a rintracciare in Corte:
Di’ che la regia guardia spedisca a queste porte;
E un uffizial destini con ampie commissioni
Di eseguir prontamente le mie disposizioni. (a Beltrame)
Beltrame. Corro immediatamente con un piacere estremo.
A me frusta e galera? or ora lo vedremo. (parte)
Placida. Signor, vi raccomando la mia riputazione.
(a don Fernando)
Isabella. Il mio cuor, la mia vita. (a don Fernando)
Luigi.  Eccolo il rio fellone.

SCENA XII.

Fabrizio, Pasquale e detti.

Fabrizio. Signore, il mio padrone in nome suo mi manda,

E questo galantuomo di cuor vi raccomanda.
Egli verrà fra poco a riverirvi, e intanto
Spedisce don Roberto che premegli cotanto,
Essendo un capitano a lui subordinato.
Con lettere di Spagna a lui raccomandato.
Luigi. Un’anima plebea, che di mentir s’avvisa,
Ostenta indegnamente la militar divisa;
E il protettore ardito, che a lui serve di scorta,
Coi perfidi consigli a delirar lo porta.
Fernando. Duca, a me, compatite, rispondere si aspetta.
Il cavaliere Ansaldo saprà i miei sentimenti.
(a Fabrizio)

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Parla tu, scellerato, e perirai se menti.

Da chi fosti animato ad un sì nero eccesso?
A qual prezzo vendesti fino il tuo sangue istesso?
Pasquale. Signor, voi siete un Principe, io sono pover’uomo;
Ma, cospetto di bacco, anch’io son galantuomo.
Lo dico, e lo sostengo, lo giuro, e lo giurai,
Quella non è mia figlia, e non lo sarà mai;
E se provar potete, ch’ella da me sia nata,
Deposito la testa, e che mi sia tagliata.
Fernando. Perfido! della legge l’onesta presunzione
Può legittimamente provar la figliazione.
Vivesti colla sposa, e la lasciasti incinta.
Dall’età della figlia ogni dubbiezza è vinta.
Pasquale. Io non so d’altra legge: dico che mia non è,
E non lo può sapere nessun meglio di me.
E poi, che cosa occorre far tanta maraviglia?
Dell’Eccellenza Vostra dicono ch’ella è figlia.
Fernando. Oimè! la ria menzogna fondasi in nostro danno
Dell’innocente figlia sul discoperto inganno.
Toglier chi può dal mondo un’impression fondata
Pel corso di anni tanti, ch’ella da me sia nata?
A pubblicarne il vero potea bastar la madre.
Se menzognero, ardito, non si opponeva il padre;
Or coi falsi princìpi, col mentitor che oppone,
Pericola nel volgo la sua riputazione.
Nè basta una vendetta, nè bastan mille morti,
A risarcire al mondo dell’innocente i torti.
Faccia amore uno sforzo all’onestà dovuto,
Gli affetti alla ragione si cedano in tributo.
Duca, il ciel non consente che sia vostra Isabella,
Forse coll’altra il patto a mantener vi appella.
Evvi una via soltanto, onde salvar mi lice
L’onor di onesta figlia, di onesta genitrice:
Per togliervi dal volto la macchia vergognosa,
Convien or, Isabella, che voi stringa in isposa.

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Isabella. (Oh ciel!)

Placida.  (Pietosi numi!)
Luigi.  (Ah, mi sento morire!)
Pasquale. (Amico, questa pillola dura è da digerire).
(piano a Fabrizio)
Fernando. Per voi questa mia destra, che ad altri avea serbata,
Per voi co’ suoi decreti il ciel l’ha destinata.
Volea donna Marianna sposar per vostro amore;
Or sposerò voi sola per amor, per onore.
Gli occhi fissate al suolo? (a d. Isab.) Duca, voi sospirate?
Deh la ragion v’illumini, bell’alme innamorate.
So qual tormento è il vostro. So qual dolor vi affanna.

SCENA XIII.

Beltrame e detti.

Beltrame. Signore, a’ cenni vostri è qui donna Marianna.

Fernando. Giunge opportuna, e pare ce la conduca il fato.
Isabella. (Misera, son perduta!) (da sè)
Luigi.  (Aimè, son disperato!)
Beltrame. Senta. (La real guardia è agli ordini disposta).
(piano a don Fernando)
Fernando. Venga donna Marianna. (Stia la guardia nascosta.)
(piano a Beltrame, che parte)
Pasquale. (Fabrizio, andiamo via).
Fabrizio.  (No, aspettiamo il padrone).
Fernando. Duca, vi compatisco. Ma il ciel così dispone.

SCENA XIV.

Donna Marianna, Paolina in abito da donna, ed i suddetti; poi Beltrame.

Marianna. Eccomi a voi, signore, in segno di mia stima,

Forse con qualche merito ch’io non aveva in prima.
Sola, afflitta poc’anzi, da tutti abbandonata.

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La causa del mio stato ho a voi raccomandata,

E interpretar potevasi la mia rassegnazione
Arte di scaltra femmina, ovver disperazione.
Pochi momenti sono, è un cavalier venuto,
Non dirò per qual fine, ad offerirmi aiuto.
Mi esibisce egli stesso condurmi al regal piede,
Per domandar giustizia, per ottener mercede;
E per assicurarmi esserne il Re informato,
Con un regio ministro sen venne accompagnato.
Nel mar delle sventure ei mi offerisce il porto.
Ma al protettor primiero far non consento un torto.
Tanto di voi mi fido, in voi tanto riposo,
Che il mio destino altronde di procacciar non oso:
Certa che don Fernando ha un’anima onorata,
Certa ch’esser non posso tradita, abbandonata.
Ecco del mio destino, ecco il fatal momento:
Ah, da fiducia estrema incoraggir mi sento!
Duca, veggo i rimorsi, che al vostro cuor fan guerra;
So che il rossor vi sforza fissar le luci in terra.
Ecco il giudice nostro. Suocero, amico e zio
So che voi lo vantate, ma ancora è padre mio.
Fernando. Ah sì, donna Marianna, tanto più meritate,
Quanto più nell’onore di un cavalier fidate.
Del protettor novello, per onestà e rispetto,
Il nome non vi chiedo, ma in cuor serbo il sospetto.
Qual che a voi lo conduce, sia zelo o sia malizia,
Sagrificar pretende la fama alla giustizia.
In cause di tal sorte, ove l’onor s’impegna,
Lo strepito fuggire ogni prudenza insegna.
Ed io prima di tutto fissai nel mio pensiero
Condur la causa vostra per nobile sentiero.
Celo a voi quel disegno che m’inspirò il mio zelo;
Altro dall’uom si medita, altro dispone il cielo.
Per altra via più facile al vostro ben provvedo.
Ecco il duca Luigi....

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Beltrame. Signore... oh, cosa vedo?

(viene per parlare a don Fernando, e mostra di esser sorpreso osservando Pasquale.
Fernando. Donde tal maraviglia? (o Beltrame)
Beltrame.  Di travedere io dubito.
(come sopra)
Fernando. Parla, che ti sorprende?
Beltrame.  Signor, ritorno subito. (parte)
Fernando. (Non è sciocco Beltrame; dubito che vi sia
Qualche forte motivo). (da sè)
Pasquale.  (Fabrizio, andiamo via.)

SCENA XV.

Il Capitano don Roberto, Beltrame e detti.

Beltrame. Ecco due capitani.

Placida.  Stelle!
Luigi.  Numi!
Fabrizio.  (Che vedo!)
Fernando. Qual prodigio è codesto?
Pasquale.  (Ah ci siam, me n’avvedo).
(tenta di nascondersi dietro a Fabrizio)
Fernando. Chi siete voi? (a don Roberto)
Roberto.  Signore, ardito in queste soglie
Venni da amor condotto ad abbracciar mia moglie.
So che da lei non merto di sua bontade il dono:
Placida mia adorata, domandovi perdono.
Placida. Ah, questi è il mio consorte. Ah santi numi! è questi.
Lo riconosco agli atti, e ai sentimenti onesti.
Perfido, scellerato. (cercando coll’occhio Pasquale)
Fabrizio.  (Non ti smarrir, fa cuore).
(piano a Pasquale)
Questi è un uomo onorato, codesto è un impostore.
Roberto. Qual orribile inganno! Al volto, alla figura,
Veggo che in due soggetti scherzato ha la natura;
E l’arte, prevalendosi della natura istessa,

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Vuole adombrare il vero, vuol l’innocenza oppressa.

Mi riconosca almeno la tenera famiglia.
Codesta, il cuor mel dice, codesta è la mia figlia.
Deh consolate un padre; deh consolate un sposo;
Che se partito è ingrato, a voi torna amoroso.
(Donna Placida e donna Isabella vogliono avanzare per abbracciar don Roberto.
Placida. Ah, il cuor me ne assicura, e il cuor non può mentire.
Fernando. Trattenetevi, donne: il ver si ha da scoprire.
Chi è di voi l’onorato, ha da soffrir l’affronto.
Ambi in carcere andrete.
Roberto.  Vadasi pur, son pronto.
Pasquale. Come! mi maraviglio, non mandasi prigione
Un capitan mio pari. Vi andrà quel lazzarone.
Fabrizio. (Vanne per poco almeno, ch’io ti difenderò).
Pasquale. (In carcere, Fabrizio, per bacco, non ci vo).
Luigi. Voi, che con un di loro giunta in Napoli siete,
Qual sia di questi due conoscere potrete.
(a donna Marianna)
Roberto. Ebbi con voi l’onore di essere accompagnato.
Pasquale. Con voi, signora mia, non mi sono imbarcato?
Marianna. Avanzati, Paolina.
Paolina.  Eccomi qui, signora.
Marianna. A scioglier quest’inganno aiutami tu ancora.
Pasquale. (Amico, siam perduti). (a Fabrizio)
Fabrizio.  (Anch’io molto ne temo).
Pasquale. (Subito il capitano sia condannato a un remo).
Marianna. Quel ch’è con noi venuto, contentisi narrare
La seconda borrasca che si è sofferta in mare.
Pasquale. (Cosa ho da dire?) (a Fabrizio)
Fabrizio.  (Inventati). (a Pasquale)
Pasquale.  (Se in inventar m’imbroglio,
In mezzo alla borrasca vo a rompere in un scoglio).
Roberto. Dirò, per compiacervi, che appena si è salpato
Dal porto di Messina, il mare si è turbato.

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E allor, se alla feluca tardavasi il riparo,

Si andava a precipizio a battere nel Faro.
Questo primier periglio a dir non mi diffondo;
Colle sue circostanze descriverò il secondo.
Marianna. Per me scorgo abbastanza, che siete voi quel desso.
Paolina. Pare quest’altro ancora il capitano istesso:
Voglio venirne in chiaro. Nella feluca entrata,
Ditemi quella cosa che tosto ho domandata.
(a Pasquale)
Pasquale. Da mangiar.
Paolina.  Non è vero.
Pasquale.  Da vomitar.
Paolina.  Porcone!
Roberto. Io lo direi, signora, ma ho un po’ di soggezione.
Paolina. Bravo, voi lo saprete; dirlo non mi vergogno:
Ho domandato quello che a tutti fa bisogno.
Fernando. Orsù, bastantemente il ver parmi scoperto.
Codesto è un impostore. Quegli è il ver don Roberto.
L’origine, la trama di tali tradimenti
Tu svelerai, mendace, fra i ceppi e fra i tormenti.
Venga a me l’offiziale. (a Beltrame)
Beltrame.  Il tempo si fa brutto. (parte)
Pasquale. Senz’altre cerimonie, signor, vi dirò tutto.
Quegli che mi ha condotto a un tale precipizio.
Fu il signor Cavaliere, per opra di Fabrizio.
Fabrizio. Ho fatto quel che ho fatto, per servire al padrone.
Fernando. Anime scellerate, ne avrete il guiderdone.
Tu di comando indegno esecutor ribaldo... (a Fabrizio)
Beltrame. Signor, è qui di fuori il cavaliere Ansaldo.
Fernando. Venga, che a tempo ei giunge. (Beltrame parte)
Luigi.  Ah perfido germano!
Fernando. No, no, nelle mie stanze non vi adirate invano.
Più di voi sono offeso, ed a me sol si aspetta
Usar doppia giustizia nel procurar vendetta.

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SCENA XVI.

Il Cavaliere Ansaldo e detti.

Cavaliere. Signore, il capitano, che a voi si raccomanda.

Giustizia all’onor suo pretende, e la domanda.
Opporsi è cosa ingiusta alle ragioni sue.
Fernando. Amico, il capitano qual è di questi due?
(facendogli vedere anche don Roberto)
Cavaliere. Che stravaganza è questa? (a Fabrizio)
Fabrizio.  Un colpo inaspettato.
Pasquale. Dall’Indie sulle spalle il diavol l’ha portato.
Cavaliere. (Discoperto è l’inganno. Oimè! qual confusione?)
Fernando. Cavalier, da par vostro vi par codest’azione?
Ah, così deturpate il sangue onde nasceste?
Quai perfide calunnie, quai macchine son queste?
Giunger fino all’eccesso, che un falso genitore
Rechi a figlia innocente perpetuo disonore?
Nutrir potete in seno sì orridi sentimenti?
Cavaliere. Ah consiglier ribaldo d’inganni e tradimenti.
(a Fabrizio)
Fabrizio. (Ecco i cento ducati che il Cavalier ci dà).
(a Pasquale)
Pasquale. (Fabrizio, ti regalo anche la mia metà).

SCENA XVI.

Il Tenente della guardia, Beltrame e detti; poi vari Soldati.

Beltrame. Ecco il signor tenente.

Tenente.  Sono agli ordmi vostri.
Pasquale. (Or ci daran la paga per i meriti nostri).
Fernando. Quel servitore indegno, quel finto capitano,
Da voi sian consegnati al criminale in mano.
Il Cavalier s’arresti, e in un castel sen vada.
Cavaliere. Tal onta ad un mio pari?
Tenente.  Cedetemi la spada.

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Cavaliere. Comanda don Fernando? Chi tal poter gli ha dato?

Fernando. A voi conto non rende un ministro di stato.
Tenente. Olà. Quei due si arrestino. Fra l’armi sian guidati,
E sian dal caporale al criminal scortati.
(I soldati prendono fra l’armi Fabrizio e Pasquale, disarmandoli)
Fabrizio. Ah, per un vil guadagno a ciò sono arrivato.
Pasquale. Oh naso maladetto, tu m’hai precipitato.
(partono fra i soldati)
Tenente. Seguitemi, signore. (al Cavaliere)
Cavaliere.  Ah, qual interno affanno
Destami la vergogna del meditato inganno!
Non temerei la pena di un vendicato amore,
Se il rossor non giungesse ad avvilirmi il cuore.
Finirò la mia vita in carcere profondo;
Con questa macchia in volto più non mi vegga il mondo.
(parte col Tenente e soldati)

SCENA ULTIMA.

Il Principe don Fernando, il Duca, donna Marianna,
donna Placida, donna Isabella, Paolina,
don Roberto e Beltrame.

Fernando. Lode ai numi pietosi, ecco svelato il vero;

Eccoci ritornati nel pristino sentiero.
L’amabile Isabella viver potrà sicura
Di un padre per affetto, di un padre per natura.
Donna Placida al seno può stringere lo sposo;
La sposa don Roberto può stringere amoroso.
Ma trema ancor la figlia, il Duca ancor si affanna,
Del suo destino incerta è ancor donna Marianna.
Se il capitan Roberto tardava anche un momento,
Qual di voi saria stata la smania ed il tormento?
Io consolar promisi di ciascheduno il cuore:
Vediam se può sperarlo il mio paterno amore.

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Voi che amor conoscete, voi che virtude amate,

(a donna Marianna)
Mirate, e compatite quell’alme innamorate.
Vostro del Duca è il cuore, vostra, è ver, la sua mano
La man sperar potete, ma il cuor sperate invano;
E se la pace all’alma non vi promette amore,
Solo bramar vi resta di risarcir l’onore.
Questo serbar intatto per altra via si puote,
Senza che abbia uno sposo a procacciar la dote.
Ma con tale imeneo, che a stato vi conduca,
Per onor, per fortuna, pari a quello del Duca.
Anzi se unirvi ad esso può sol forza e dispetto,
L’altro il cuor vi esibisce per stima e per affetto.
Onde non sol venuta a risarcir la fama,
Ma troverete un sposo, che vi rispetta ed ama;
Che della virtù vostra il merto ha conosciuto,
Che degna vi considera d’ogni maggior tributo,
Che pronto in compiacervi in ogni incontro avrete,
Che è cavalier d’onore....
Marianna.  E il cavalier voi siete.
Signor, tanta fortuna so ch’io non merto, è vero.
Ma pur l’ha preveduta audace il mio pensiero.
Fidar io mi dovea di un cavaliere onesto,
Nè immaginar potevasi mezzo miglior di questo.
Come potean tre cuori dar fine ai lor tormenti,
Se non entrava il quarto a renderli contenti?
Duca, di voi mi scordo, nè lacerar mi sento
L’anima prevenuta di un tal distaccamento.
Ah sì, nei primi giorni l’ho dolcemente amato,
Ma come amar potevalo dell’amor mio scordato?
L’onor mi fe’ sollecita, sol l’onor mio mi ha mosso;
Gloria maggiore al mondo desiderar non posso.
Voi cavalier sublime, voi dell’onor geloso,
Voi di real Sovrano ministro poderoso,
In cui tante virtudi l’anima grande aduna,

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Il ciel vi ha destinato per far la mia fortuna;

E pur quant’io lo sono, felice or non sarei,
Se amabile non foste ancora agli occhi miei.
Sia dover, sia giustizia, sia inclinazione o amore,
Signor, ve lo protesto, vi ho consacrato il cuore.
Isabella. Respiro.
Luigi.  Perdonate, se sconoscente, ingrato....
(a donna Marianna)
Marianna. Per sì bella cagione, signor, vi ho perdonato.
Principe, del cuor vostro il dubitare è vano;
Ma deh! per mio contento, porgetemi la mano.
Fernando. Pria che dal nuovo laccio sia la mia destra avvinta.
Donisi qualche giorno alla mia sposa estinta;
Dalle sue calde ceneri rimproverarmi io sento.
Voi la mia fede aveste. Son cavalier, non mento.
Marianna. Alle sventure avvezza, signor, mi trema il cuore;
Mi ha mancato di fede un cavalier d’onore.
Abbia l’estinta sposa il dovuto rispetto.
Tardisi ad occupare il marital suo letto.
Ma dandomi di sposo la mano in queste mura,
Del ben che mi offerite, rendetemi sicura.
Fin che la mia fortuna risplende in lontananza,
Avrò in petto il timore unito alla speranza;
E il Duca alla sua sposa esser non deve unito,
Prima che il sacro nodo fra noi sia stabilito.
Isabella. Deh, padre mio...
Fernando.  V’intendo. Per rendervi felice,
Soffra le caste nozze l’estinta genitrice.
Speso per voi non abbiasi tanto sudore invano:
Su via, donna Marianna, porgetemi la mano.
Marianna. Eccola. Dal contento sentomi il cuore oppresso.
Fernando. Figli, miei cari figli, fate voi pur lo stesso.
Luigi. Permettetemi, o cara... (a donna Marianna)
Placida.  La destra a lui porgete.
(a donna Isabella)

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Isabella. Eccola. Oh me felice!

Luigi.  L’idolo mio voi siete.
Placida. Che più rimane, o cieli, da domandarvi in dono?
Roberto. Resta che a me si doni da Placida il perdono.
Fernando. Sì, non temete, amico; eccolo in quelle ciglia:
Ecco la sposa vostra, ecco la vostra figlia.
Ma fra di noi la bella abbia diviso il core,
Voi genitor le siete. Padre io son per amore.
Deh quest’amor sì tenero, deh quest’amor sì onesto,
Contento e fortunato rendami almeno m questo.
Altrui serva d’esempio il mio onorato impegno,
E gli uditor ci accordino di compiacenza un segno.

Fine della Commedia.

Note

  1. Le prime due scene di questo atto sono riprodotte dall’edizione Pasquali (seguita anche dallo Zatta). Si leggono diversamente nelle edizioni Pitteri e Savioli, come si vede nell’Appendice.
  2. Vedasi Appendice.