Il ricco insidiato/Atto III

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Atto III

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Atto II Atto IV
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ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Il Conte Orazio e la Contessina Livia.

Conte. Voi dunque pretendete conseguir la metà

Dei beni, che ho acquistati per via d’eredità;
E senza dirmi nulla, come fossi un nemico.
Ardite di un litigio promovermi l’intrico?
Già consigliai l’affare, si sa che avete il torto,
E vi lusinga invano chi vi seduce accorto.
Ma se ragione aveste, perchè con un germano
Trattar sì bruscamente con animo villano?
Livia. Se un dispiacer vi ho dato, vi prego a condonarmi;
Però, se il permettete, vorrei giustificarmi.
Conte. Dite pur, che vi ascolto.
Livia. Io son la sfortunata,
L’ultima in questo mondo da voi considerata.

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Solo donna Felicita sa tutto il vostro stato,

Sa fin l’ultimo soldo che avete ereditato.
Come di cosa propria di voi parla e ragiona,
E vien sugli occhi miei con aria da padrona.
Un po’ più di prudenza sperai che usar volesse.
Si vede che la sprona un sordido interesse.
Ella ostenta col labbro amor solo apparente,
Amor da quel del sangue lontano e differente.
V inganna, vi tradisce chi più di me s’impegna,
Ma son da voi sprezzata, e l’amor mio si sdegna.
Non ho per l’interesse cieco trasporto insano.
Solo mi reca pena il perdere un germano.
Conte. Non so che dir; non siete la sola, che in sospetto
Pone donna Felicita di un simulato affetto.
Lo stesso un buon amico a replicar mi viene.
Livia. Parlerà com’io parlo, ciascun che vi vuol bene.
Conte. Ma in dubbio di tal cosa, abbandonar dovrei
La giovane bennata, dopo gl’impegni miei?
Livia. Prometteste sposarla? Un cavalier bennato
Senza dirlo ai congiunti puot’essersi impegnato?
Conte. Non diedi a lei parola, non feci alcun contratto.
Ma ho mille obbligazioni al ben ch’ella mi ha fatto.
Livia. Io vi consiglierei di terminare il gioco.
Codeste obbligazioni si pagano con poco.
Non vi sagrificate con una donna altera,
Che anche senza alcun titolo, parla, dispone e impera;
E che così facendo, da voi disciolta ancora.
Di lei, se la sposaste, schiavo sareste allora.
Fidatevi di tutti, ma fino a un certo segno:
Fidatevi di quelli che hanno un più sacro impegno.
Di me, del sangue vostro, e di quell’onorato
Cavalier, ch’esser deve un dì vostro cognato.
Conte. Don Emilio, il confesso, è un cavaher di stima.
Ma anzi che consigliarvi, dovea parlarmi in prima.

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Livia. Se di ciò vi dolete, anch’io vi do ragione;

Ma compatir dovete in lui la soggezione.
Vedendosi egli pure, qual io, sì mal curato,
Temea, se vi parlava, non essere ascoltato.
Mi fece dir stamane, ch’era di ciò pentito,
Che il ragionar con voi credea miglior partito;
Che ogni mia pretensione cedere mi consiglia.
Che brama ch’io da voi dipenda come figlia;
Che spiacegli soltanto, che siate circondato
Da gente maliziosa che invidia il vostro stato;
Che di accettar vi prega l’amor che vi esibisce,
E che da voi verrebbe, ma farlo non ardisce.
Conte. Venga liberamente. Son cavaliere umano.
Livia. Mandatelo a chiamare, è qui poco lontano.
Potete nella strada vederlo da voi stesso.
Fategli far l’invito.
Conte. Lo fo venire adesso. (parte)

SCENA II.

La Contessina Livia.

Pur troppo si è scoperto, che ogni mia pretensione

Era attaccata a un filo di debole ragione;
E cauto don Emilio crede miglior consiglio
Di evitar con prudenza di perdere il periglio.
Andar più dolcemente convien con mio germano,
Vincerlo con i modi di un trattamento umano.
L’arte usar di coloro, che sin dal primo giorno
A lui con artifizio si posero d’intorno.
Cercar d’allontanarlo dai falsi amici e rei.
Difendere i suoi beni, e migliorare i miei.

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SCENA III.

Il Conte Orazio, don Emilio e la suddetta.

Conte. Ecco qui don Emilio.

Emilio. Chiamomi fortunato, (al Conte)
Della vostra amicizia veggendomi onorato.
Le lingue maliziose, che van per ordinario
Seminando discordie, mi dissero il contrario.
Creder mi fece alcuno, che voi nel nuovo stato
Pentito vi chiamaste d’avermi per cognato.
Il mal presto si crede; uom delicato io sono.
Or son disingannato, e chiedovi perdono.
Livia. (Pronto e scaltro pretesto!) (da sè)
Conte. Esser può, che a malizia
Spargere alcun volesse fra noi l’ inimicizia.
Detto mi fu di voi, che con disegno avaro
Mi procuraste insidie di un inimico al paro.
Livia. Ciascuno ingrazianarsi tenta pei fini sui;
Voi non avete al mondo amico più di lui. (al Conte)
Emilio. Sa il ciel. Conte amatissimo, di cuor se ho giubbilato,
AUor che rimaneste dal zio beneficato.
Ma con egual cordoglio vi vidi immantinente
Caduto nelle mani di trista e falsa gente.
Un servitor ribaldo vi regge e vi consiglia,
Un Eunico inonesto nel debole vi piglia.
Tristi mezzani indegni e falsi mercadanti
V insidiano l’onore, v’insidiano i contanti;
Ed una donna accorta, che già previde il tutto,
Aspetta di raccogliere di sue menzogne il frutto.
Qual innocente agnello, ricco di nuove lane.
Là vi minaccia il lupo, qua vi circonda il cane.
Dell’arte e dell’inganno bersaglio divenuto.
Da chi fuor che da noi, vi promettete aiuto?
Livia. Io son del vostro sangue, ei lo sarà fra poco:
Fidatevi di noi; noi troncheremo il gioco.

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Conte. Ragion vuol che in voi creda sinceritade e affetto.

Lascierò consigliarmi.
Livia. Udite il suo progetto.
Emilio. Signore, io mi esibisco per zelo e per amore,
Esser de’ vostri beni ministro e direttore.
Livia. Ma perchè di tal carico si veda una ragione,
Sollecita alle nozze si dia la conclusione.
Non già per me, signore, parlo per voi sincera.
Conte. Si farà quanto prima.
Livia. Facciamlo in questa sera.
Conte. Pronta sarà la dote.
Emilio. No, non parliam di questo.
Si sa che il conte Orazio è un cavaliere onesto.
La germana discreta non ch;ede e non pretende:
Spera d’amor le prove, e dal german le attende.
De’ vostri beni intanto io prenderò la cura.
Conte. Consiglieremo il modo.
Livia. Fategli una procura. (al Conte)
Conte. Prima coll'avvocato di consigliar desio.
Emilio. Volete un avvocato? Fidatevi del mio.
L’uom di lui più sincero non troverete al mondo.
Livia. Della sua onoratezza per esso anch’io rispondo.
Conte. Qual progetto vi pare utile al caso nostro?
Emilio. Misureremo in prima qual sia lo stato vostro.
Si farà un inventario di tutti i vostri beni.
Dell’oro, dell’argento, dei mobili e terreni.
S’impiegherà il denaro in un buon capitale.
Di tutto a me farete procura generale.
E per disobbligarvi dall’imprestar danari.
Per isfuggir le trame degli avidi falsari,
Farete una scrittura mostrandovi contento
D’aver dalle mie mani un certo assegnamento.
Fidatevi a chi vi ama; sarà poi mio pensiere
Il farvi negli incontri trattar da cavaliere.
Si troverà una moglie, che sia da vostro pari.

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Ricca per nobiltade, se non per li danari.

Vi goderete in pace il ben che il ciel vi ha dato,
E l’economo vostro sarà vostro cognato.
Livia. Conte, pensar dovete che il ciel vi ha provveduto.
Per conservare i beni, di un necessario aiuto.
Meglio del sangue vostro trovar non isperate.
Felice voi, fratello, di lui se vi fidate.
Conte. Da ciò non son lontano; ma vuole ogni ragione,
Che di aderir sospenda a tal proposizione.
Vorrei, prima di farlo, essere illuminato.
Emilio. Volete ch’io vi mandi quel celebre avvocato?
Conte. Mi farete piacere.
Emilio. Subito immantinente.
Pensate ch’io vi parlo da amico e da parente.
Procuro il vostro bene, non già gli utili miei.
Approfittar d’un soldo io mi vergognerei.
Non sono in questo caso; sono un uomo d onore:
Quel che per voi m’impegna, non è interesse, è amore.
(parte)
Livia. Se dubitar poteste di lui quel che non è.
Fareste un grave torto a don Emilio e a me.
Siamo di un sangue istesso; per legge di natura
Vi ama la suora vostra, e il vostro ben procura, (parie)

SCENA IV.

Il Conte Orazio, poi un Servitore.

Conte. Questa ragion di sangue, questo tenero affetto

Non fa ch’io non nudnsca di lor qualche sospetto.
Sì, conosco me stesso, e credo che non sia
Inutile il consiglio d’onesta economia.
E mio sincero amico quel che il mio ben procura;
Ma che per lor non pensino quei due, chi mi assicura?
Chi sa che non procurino vedermi vincolato,
Per rendere col tempo migliore il loro stato?

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Ancor quel che mi faccia, risolvere non so.

Da chi può consigliarmi, consiglio io prenderò.
Servitore. Signor, donna Felicita manda il suo cameriere
A farle riverenza, e a chiederle un piacere.
Ha un affar di premura con lei da conferire,
La supplica in sua casa lasciarsi riverire.
Conte. (Sarei troppo incivile cercando di sfuggirla).
Rispondi al cameriere, che sarò ad obbedirla.
Servitore. Se mi chiedesse il tempo?
Conte. Può dire alla signora.
Che sarò ai suoi comandi al più fra una mezz’ora.
((7 servitore fa una riverenza, e parte)

SCENA V.

Il Conte Orazio, poi Riccardo.

Conte. Contro di lei mi parlano; mi mettono in sospetto.

Che sia tutto interesse quel che rassembra affetto.
Ma sia quel che si voglia, io fui beneficato,
E vergognar mi deggio di comparire ingrato.
Riccardo. Eccomi qui di nuovo; venire ho anticipato
Per un affar curioso. Avete ancor pranzato?
Conte. Non ancora.
Riccardo. Ho piacere. Voglio che desinate (!)
In compagnia di gusto.
Conte. E di chi?
Riccardo. Indovinate.
Conte. Non saprei indovinarlo. Donne?
Riccardo. Donne, si sa;
Senza un poco di donna, allegri non si sta.
Conte. Forse alcuna di quelle da voi teste nomate?
Riccardo. Si nominò ancor questa.
Conte. Qual sarà?
Riccardo. Indovinate.
(1) Così le varie edizioni.

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Conte. La ballerina?

Riccardo. Oibò.
Conte. La musica?
Riccardo. ^ Nemmeno.
E una che può rendervi di giubbilo ripieno.
Conte. Farmi potria contento la semplicetta e bella
Che ho veduto stamane.
Riccardo. Corpo di bacco! è quella.
Conte. Rosina?
Riccardo. Con sua madre viene a pranzar con voi.
Conte. Come mai questa cosa?
Riccardo. Come? chi siamo noi?
Tosto di qua partito, curioso, impaziente,
Andai per ritrovarla. Battei arditamente.
Chieser cos’ io voleva; mostrai qualche premura.
L’uscio mi venne aperto, ed io suso a drittura.
Dopo tanti discorsi, alfine ho persuasa
La madre e la figliola venire in vostra casa,
Dicendole con arte, che dare si potrà
Che la beila ragazza non esca più di qua.
Conte. Come? la lusingaste ch’io prendere la voglia?
Riccardo. Non so quel che abbia detto; ci caverem la voglia
Di ridere ben bene, e poi se ne anderanno.
Conte. Non vorrei che lo scherzo finisse in un malanno.
Che dirà mia germana, se vien codesta gente?
Riccardo. Le daremo ad intendere, ch’ella è una mia parente.
Conte. Compatitemi, amico, non si opera così.
Riccardo. Che? vi perdete d’animo? Coraggio.... eccole qui.

SCENA VI.

Rosina, Brigida ed i suddetti; poi un Servitore.

Conte.+ (Sono nel beli’impegno!) (da aè) Riccardo.+ Servo di lor signore. (a Rosina e Brigida)

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Brigida. Serva sua.

Conte. Devotissimo. Che grazia, che favore
Dalla signora Brigida mi viene compartito?
Brigida. Siam venute a ricevere il suo cortese invito.
Questa è la prima volta che la figliuola mia
Avrà, dacch’ella è nata, pranzato in compagnia.
Dopo che del mio sposo sono rimasta priva,
In casa mia, vel giuro, non viene anima viva.
Non andiam fuor di casa, mi preme l’onestà.
Quesl’ è la prima volta, e l’ultima sarà.
Certo per esser voi le ho data la licenza, (al Conte)
Via da brava, figliuola, fate una riverenza, (a Rosina)
Rosina. Serva. (s’inchina al Conte)
Conte. Con tutto il core.
Riccardo. Che giovane garbata!
Il merito si vede di lei che l’ha educata.
Brigida. Certo non ho mancato di far la parte mia.
L’ho sempre custodita con tutta gelosia.
Non sa cosa sia mondo, è savia e modestina;
Guardatela, è innocente come una colombina.
Conte. Di buona educazione si riconosce il frutto.
Brigida. E poi colle sue mani lavora e fa di tutto.
Sa cucir, sa filare, sa lavorar calzette.
Sa ricamar di bianco, sa far cento cosette;
Ella si fa i goliè, le cuffie ed i fioretti.
Sa lavar, sa stirare, sa inamidar merletti;
Sa accomodar vestiti meglio di una sartora.
Sa leggere, sa scrivere, che pare una dottora.
Riccardo. Saprà far all’amore.
Brigida. Zitto, non sa niente.
Non ha mai praticato la povera innocente.
E tanto spiritosa, e pur pare una sciocca.
E una gioja, è un oracolo: felice chi le tocca!
Riccardo. Conte, a voi tal fortuna dal cielo è destinata.
Conte. Chi sa?

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Brigida. La mia Rosina non è sì fortunata.

Ha avuto fino adesso più di trenta partiti,
Ma se non ha a star bene, non vo che si mariti.
E ver che non ha dote, è ver ch’ è poverina,
Ma... (Ehi, che non mi senta: è bella e graziosina).
Guardatela, che occhi furbetti ed assassini.
Guardate che bianchezza, guardate i bei dentini.
(al Conte ed a Rosina)
Via, non si guardan gli uomini; via, voltatevi in là.
(a Rosina)
Che tu sia benedetta! che grazia! che bontà!
(alli due suddetti)
Conte. Certo non può negarsi, ha un merito infinito.
Riccardo. (Che vecchia maliziosa! come sa far pulito! )
Conte. Ma non istiamo in piedi. Chi è di là? da sedere.
(viene un servitore, e pone le sedie)
Brigida. Obbedite, Rosma, fatevi benvolere.
Riccardo. Favorite, di grazia. La figlia a lui vicina.
Io starò qui in un canto, dappresso alla mammina.
(fa passare Rosina vicino al Conte, ed egli siede vicino a Brigida)
Brigida. Le son bene obbligata. (a Riccardo)
Conte. Va ad avvisare il cuoco.
Che siamo in tre di più. (al servitore)
Brigida. Per noi mangiamo poco.
Rosina l’ho avvezzata mangiar tanto pochino
E ber sì scarsamente, che pare un uccellino.
A chi l’avrà in consorte non recherà gran danno.
Questo in una famiglia è molto in capo all’anno.
Riccardo. Non è picciola dote, per dir la verità.
Brigida. Un’altra come lei, al mondo non si dà.
Conte. Va poi dalla Contessa, dalla sorella mia,
Dille che due signore avremo in compagnia.
Che se prima del pranzo vuole passar di qua,
Farà i suoi complimenti, conoscerle potrà.
(parte il servitore)

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Riccardo. Ha una sorella il Conte.

Brigida. Eh lo so, l’ho veduta
Più volte, in più d’un loco. Per questo son venuta.
Se non vi era una donna, certo vi do parola,
Non l’averci condotta la povera figliuola.
A tavola d’un uomo la giovane soletta?
Il cielo me ne guardi.
Riccardo. (Che vecchia maladetta!)
Conte. Ma voi non dite nulla? aprite quel bocchino.
(o Rosina)
Brigida. L’ avete ringraziato di quel bell’anellino? (o Rosina)
Rosina. Oh sì, gli rendo grazie. (i7 Conte le parla piano, ed ella)
facendo qualche cosa, ride senza rispondere.
Riccardo. Badate a me, signora;
Parmi che siate in stato di far l’cunore ancora.
(a Brigida)
Brigida. (Perchè no? ho una figliuola grande da matrimonio.)
Ma codesto per altro è un falso testimonio.
Subito che a Rosina ritrovo un buon partito,
Anch io subitamente mi spiccio, e mi marito).
Riccardo. (Brava; così mi piace).
Brigida. (Dite segretamente.)
Col Conte e la Rosma crediam che farem niente?)
Riccardo. (Credo di sì senz’altro).
Brigida. (Mi raccomando a voi;)
Dite qualche parola, fate pulito, e poi...
Basta... son fresca donna... non son tanto avanzata...
Ho dei zecchini ascosi... non sarò donna ingrata).
Riccardo. (Che ti venga il malanno: chi è che voglia badarti?)
(da sè)
Brigida. (Vorrei che quella sciocca facesse le sue parti). (t/a sè)
Ehi Rosina.
Rosina. Signora.
Brigida. Fate quel che vi ho detto.
Parlate con modestia, con grazia e con rispetto.

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Conte. Colla signora madre fate conversazione? (a Riccardo)

Riccardo. Badate a’ fatti vostri. Non vogliam soggezione.
Conte. Bene; io non vi disturbo.
Riccardo. Tiratevi più in qua. (.a Brigida)
Brigida. Cosa mi comandate? (a Riccardo, accostandosi a lui)
Riccardo. Parliam con libertà.
(parlano insieme bassamente)
Conte. Quegli occhi sì furbetti sotto di quella fronte
Ammazzano coi sguardi.^ (a Rosina)
Rosina. E matto il signor Conte.
Conte. (Grazioso complimento). (da sè)
Brigida. Se mi aveste veduta!
Ma! per le mie disgrazie sono un poco svenuta.
(a Riccardo)
Riccardo. Si vedono i bei resti delle bellezze andate.
Brigida. Non andarono tutte: le meglio son restate.
Conte. Quelle guance vermiglie, quel volto si ben fatto
M’innamora, m’incanta. (a Rosina)
Rosina. Il signor Conte è matto.
Conte. Pazienza. Soffro tutto. Datemi una manina.
Rosina. Sì signor, volentieri. (gli dà la mano)
Brigida. Cosa SI fa, Rosina? (voltandosi)
Rosina. Niente.
Brigida. Niente? ho veduto. Via di là. Con chi parlo?
(alzandosi)
(Bisogna far così, per meglio innamorarlo). (da sè)
Conte. Son cavaliere onesto. A torto vi dolete. (a Brigida)
Brigida. Le mani non si toccano. (al Conte, con collera)
Riccardo. La sposerà, tacete.
Conte. Io non l’ho detto ancora.
Brigida. Ben, se la vuol sposare.
Sua madre è qui presente; saprà quel che ha da fare.
Presto, venite qua; qua da quest’altra banda, (a Rosina)
Quando una figlia piace, si parla e si domanda.
Anch’io l’ho da sapere. Fino che ho aperti gli occhi,

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Che pratichi non voglio, non voglio che si tocchi.

Presto; torniamo a casa. Se sarà destinata,
Le toccherà la mano, quando l’avrà sposata.
Conte. Non parmi avere offeso voi, ne la figlia vostra.
Brigida. Serva di lor signori, andiamo a casa nostra.
Conte. Vi supplico per grazia, di voi non mi private.
Riccardo. Eh via, non è niente, chetatevi e restate.
Brigida. No certo, a queste cose l’onor non può star saldo.
Ho i rossori sul viso; mi sento venir caldo.
Servitore. Quando comanda, è in tavola. (al Conte)
Conte. Via, siete supplicata.
(a Brigida)
Brigida. Basta, non vo’ passare per femmina ostinata.
Giacche ci siam, restiamo per questa volta sola;
Ma che nessuno ardisca toccar la mia figliuola.
Riccardo. Siete così cogli uomini austera e rigorosa? (a Brigida)
Brigida. (Parlo per la figliuola. Ma con me è un’altra cosa).
(piano a Riccardo)
Conte. Che disse la Contessa? (al servitore)
Servitore. La testa ha un po’aggravata.
Supplica questa mane di essere dispensata.
Pranza nella sua camera.
Conte. Questa novella è strana.
Non pranzerete meco senza di mia germana? (a Brigida)
Riccardo. Che non ci sia, che importa? a desinare andiamo.
Brigida. Oh via, per questa volta; andiam, già che ci siamo.
Conte. Vi son tanto obbligato. Vi ho tutto il mio piacere.
Permettete, signora, ch’io faccia il mio dovere?
(a Brigida, esibendosi dar la mano a Rosina)
Brigida. Per questa volta sola dagli la man, Rosina.
(s’incammina, servendo Rosina di braccio)
Riccardo. Il Conte colla figlia, ed io colla mammina.
(dà il braccio a Brigida, e partono tutti)
Fine dell’ Atto Terzo.

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