Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte II/Capitolo III

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Capitolo III
Fine miseranda di Aione e breve governo di Radoaldo
Grimoaldo duca di Benevento e re dei Longobardi

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Capitolo III
Fine miseranda di Aione e breve governo di Radoaldo
Grimoaldo duca di Benevento e re dei Longobardi
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CAPITOLO III.


Grimoaldo era giovane assai prestante della persona e di alto animo, ed ebbe fama di valoroso sin da giovinetto per i fatti che prendo a narrare.

Il territorio del Friuli era stato invaso dal Cahan degli Unni. Il duca Gisulfo, valente guerriero e degno nepote di Alboino, quantunque si fosse veduto di troppo impari di forze al nemico, e colto alla sprovveduta, pur tuttavia, raggranellati alla meglio i suoi longobardi, trasse ardito a combattere gli invasori; ma, sopraffatto dal numero, dopo prodigi di valore, perì da magnanimo con quasi tutti i suoi guerrieri.

[p. 198 modifica]Romilda, sua moglie, coi figli e con gli avanzi di quei prodi si chiuse nella città di Friuli, ora Cividale, mentre gli altri longobardi erano disseminati nelle circostanti fortezze, che vennero tosto accerchiate di stretto assedio dagli Unni che aveano invasa la campagna.

Il giovane Caiano, splendidamente armato alla leggiera, e montato su di un superbo corsiero, andava un giorno caracollando pel vallo esterno del Friuli, e studiando qual fosse il lato più debole delle mura per portarvi P assedio. In quel mentre Romilda, la vedova di Gisulfo, avendolo adocchiato dalla feritoia d’una torre, per essere egli assai giovane e di belle forme, ne fu presa: e dimentica del marito e della patria, fece segretamente intendere al Caiano, che se egli prometteva di farla sua sposa, gli darebbe in mano la città e lo Stato.

Finse il barbaro di accettare la proposta, ed entrato nella città, la mandò a ruba ed a fuoco, e condusse schiavi in Pannonia Romilda e i suoi otto figliuoli. Quivi giacque una notte sola con lei, come per serbarle la fede promessa, e poi, dopo averla sottoposta alle voglie di dodici de’ suoi sgherri, la fece con inumana atrocità infiggere nel campo ad una grande antenna acuminata, e intorno all’atroce patibolo gli Unni poi sgozzarono i prigionieri dei maggiorenti condannati a morire, e ne contaminarono le donne: ed è fama che le nobili figlie di Gisulfo si nascondessero in seno carni putrefatte per sottrarsi alla sozza libidine di quei brutali.

Nel numero dei prigionieri eran pure quattro figli di Gisulfo: Tasone, Sacone, Radoaldo e l’ancor fanciullo Grimoaldo, i quali venuti a sapere che gli Unni avean deliberato.di passare a silo di spada tutti i prigionieri, che per avere varcata l’adolescenza non poteano essere tenuti in soggezione, pensarono di provvedere al loro scampo con la fuga; ritenendo che non sarebbe loro riuscita malagevole in quella confusione di vincitori, di vinti e di spoglie predate.

Infatti Tasone, Sacone e Radoaldo, colto un istante propizio, presero audacemente a fuggire col fanciullo Grimoaldo, [p. 199 modifica]ma appena gli Unni n’ebbero sentore, si precipitarono sulle loro orme. E mentre spronavano a tutta furia per la campagna, Grimoaldo, mal reggendosi in groppa dietro il fratello Radoaldo, cadde. Costui stava in forse di passarlo con la sua lancia, per non lasciarlo agli strazii dei nemici, ma il fanciullo gridò mercede, e promise che si sarebbe meglio retto e Radoaldo lo ritolse in groppa; ma l’indugio frapposto diede tempo a uno degli inseguenti di giungerli e di ghermire il fanciullo. E veggendolo bello e biondo lo pose in groppa al suo destriero, e per vezzo lo veniva palpando, mentre traeva a mano il cavallo pel freno, quando il fanciullo, traendo profitto d’un momento di disattenzione del suo condottiero, diede di piglio a un pugnale che quegli aveva alla cintola, e glielo vibrò di tutta sua forza nella tempia, e, lasciandolo morto, inforcò l’arcione, e raggiunse d’un lampo i fratelli, ai quali l’inatteso suo riapparire apportava indicibile contento.

Poco dopo l’invasione degli Unni, i due maggiori figli di Gisulfo Tasone e Sacone ascesero al trono ducale del Friuli, ma non andò molto che per un tradimento di Gregorio, esarca di Ravenna, vennero uccisi entrambi ad Oderzo. Allora successe nel ducato Grasolfo, fratello dell estinto Gisulfo, ma i due giovanetti Radoaldo e Grimoaldo, mal volentieri sopportando il governo dello zio, esularono dal ducato, e per le paludi di Venezia pervennero, dopo inauditi sforzi, a Benevento, e Arechi, che era. stato aio dei due giovinetti, li accolse come suoi proprii figli.

Grimoaldo era adorno delle più belle qualità che possono fregiare un sovrano, e come duca di Benevento regnò per oltre tre lustri, cioè sino al 662. Ma nei primi anni del suo governo ducale non altro ci è noto di lui che solo di aver dichiarata la guerra ai greci, seguendo in ciò l’esempio del suo germano Radoaldo. E invero i tempi volgeano allora assai avversi ai greci, e le speciali condizioni delle greche contrade in Ralla eran tali che col riprendersi la guerra poteano i longobardi impromettersi qualsivoglia più fausto successo. Le questioni religiose, che ferveano [p. 200 modifica]allora nell’impero orientale, provocarono da parte dei pontefici una perseverante opposizione agli ordini degli imperadori, e, com’è naturale, si associarono ai papi in tale impresa i vescovi di tutta Italia, e le violenze e le depredazioni d’ogni maniera, a cui trascorsero gl’imperadori, esacerbarono sempre più i popoli delle provincie sottoposte ancora alla greca dominazione.

Durante il ponteficato di Teodoro, e propriamente tra il 642 e il 649, ebbe luogo la prima impresa segnalata che compì Grimoaldo in Benevento. Una numerosa armata di saraceni inondò le terre del ducato, cupida di depredare il santuario dell’Arcangelo S. Michele eretto sul monte Gargano, delle cui dovizie era corsa in tutta Italia la fama. Grimoaldo, come n’ebbe notizia, si mise in via con molto stuolo di armati, e fermate le tende a poca distanza del campo saraceno, quando vide il momento opportuno, lo investì d’ogni banda, e in poco tempo lo pose in rotta, e poscia, inseguendo per ogni dove i fuggitivi, ne uccise la più gran parte.

Dopo una sì luminosa vittoria, trovandosi a capo d’un numeroso ed agguerrito esercito, tentò l’impresa di Napoli, e con molte navi la strinse da parte del mare, mentre co grosso dell’armata, appressatosi alle mura con grande apparato di macchine, fece ogni prova per espugnarla. Ed è fama che, non trovando altro modo per conseguire l’intento, stringesse pratiche coi cittadini, e che un certo Albino si esibisse di dargli in mano la città senza colpo ferire, ma che poi sgomentato all’idea di un tanto fallo, non mandasse a fine l’ordito tradimento. E anzi gli scrittori ecclesiastici da Paolo Diacono in poi attribuirono concordemente — secondo la loro usanza — a un prodigio un tal fatto, come se il rimorso non fosse stato bastante a stornare un cittadino dal compiere un sì reo disegno. Ma Grimoaldo non perdurò a lungo in un tale proposito, sia perchè avesse disperato del successo, sia perchè l’occasione aprì allora un campo assai più vasto alla sua ambizione.

In quel torno di tempo quella stessa nobilissima gentildonna Duda Parda, che, come riferimmo poco innanzi, eresse [p. 201 modifica]la chiesa di S. Modesto in Benevento, edisicò accosto alla medesima un monastero che fu donato ai monaci Cassinesi, e dotato di non poche entrate da Grimoaldo, il quale vi nominò per abate Bentogrado suo zio. Fu questo il primo monastero posseduto dai cassinesi in Benevento, e il più dovizioso ed ampio dopo quello di S. Sofia, ove professarono vita religiosa molti preclari personaggi legati per sangue ai principi longobardi, i quali ne accrebbero la dotazione, accordandogli inoltre estesi privilegi, dei quali fanno menzione le cronache municipali. Ma il primo che illustrò questo monastero fu Aione vescovo di Benevento, il quale nell’anno 875 gli concesse il godimento di alcune chiese, che dichiarò esenti da ogni altra giurisdizione. E pare che anche alcuni principi stranieri in diversi tempi dotarono quel monastero di ampissimi privilegi, da che in un diploma di Landolfo principe di Benevento e Capua dell’anno 875 si legge una illimitata conferma di tutti i privilegi concessigli da imperadori, principi e duchi. Gli abati di S. Modesto furono sempre i più reputati personaggi della Congregazione Cassinese, e fu per questo che esercitarono cotanta autorità in Benevento e in altri stati. E lo stesso Federico imperadore, benchè avverso alle donazioni ecclesiastiche, pur nonostante pubblicò un editto in favore di questo monastero, che insino ad epoca non remota ritenne la spirituale giurisdizione nella terra di S. Giorgio in Montefuscolo, che fu poi in seguito aggregata alla diocesi di Benevento.

E qui non debbo omettere che — secondo alcuni cronisti — in occasione della morte di Ildebrando vescovo di Benevento, dovendosi adunare i comizii con l’intervento del clero e del popolo per eleggere, secondo il costume dei tempi? il suo successore, nascessero dei dissapori tra il duca e i cittadini, e che Grimoaldo, per essere propenso alle dottrine di Ario, si adoperasse a tutto potere nell’elezione a fine che riuscisse vescovo uno dei seguaci di quella setta. E ostando i cattolici alle sue mire, e venuto il papa a conoscere tali pratiche, scrisse ai beneventani di star saldi, e di non consentire a verun patto che fosse assunto al [p. 202 modifica]vescovado un uomo ostile al cattolicismo. Grimoaldo allora, togliendo ad esempio i greci imperadori, che intesero ad usurpare il dritto di eleggere il pontefice, promulgò una legge con la quale vietava ai sudditi di riconoscere i vescovi eletti in Benevento, se non fossero stati confermati dal duca; ma non ostante una tal legge e le arti usate dai duca per riuscire nel suo intento, fu eletto a vescovo — prevalendo nella elezione la parte cattolica — un sacerdote fornito di non comune dottrina, e d’intemerati costumi, a nome Barbato, quello stesso che poco dopo la morte fu noverato tra i santi. (Nicastro). Ma ciò è contraddetto da molti autorevoli scrittori, e anzi dalla stessa cronaca di S. Barbato in cui si legge che questi fu eletto vescovo, senza lotta di partiti, tra il 663 e il 664.

Dopo la morte di Rotari, accaduta nel 651, le dissenzioni suscitatesi nella reale famiglia offrirono al duca Grimoaldo il destro di ascendere al soglio longobardo. Ucciso Rodoaldo unico figlio del re Rotari, Ariperto suo successore, venuto a morte nel 661, divise il regno tra i due suoi figli Bertarido e Gundeberto, il primo dei quali avea sede in Milano e l’altro in Pavia. Ma, com’era da prevedere, non andò molto che i due fratelli vennero tra loro a manifesta contesa, e Gundeberto, credendo lodevole ogni mezzo per sopraffare il fratello, spedì al potente Grimoaldo di Benevento il duca Garibaldo di Torino, al quale commise d’indurre Grimoaldo a secondare le sue mire contro Bertarido, promettendogli, in premio della sua cooperazione in tale impresa, la mano dell’unica figlia del re Ariperto a nome Ermentrude. Grimoaldo tenne l’invito, ma coll’idea di togliere per se il regno, e si stima da molti che a ciò l’indusse perfidamente lo stesso ambasciadore. Egli lasciò al governo di Benevento il suo figlio Romoaldo, natogli dalla sua prima moglie Itta, giovane latina di nobili natali, ma che essendo caduta in servitù, fu da lui stesso dichiarata libera e fatta sua sposa. Indi nel 662 col fiore della sua armata mosse Grimoaldo verso Pavia, e nell’Emilia gli si aggiunse il conte Trasimondo di Capua con molte schiere che avea assoldate in diverse contrade.

[p. 203 modifica]Garibaldo presentatosi a Gundeberto gli mise destramente nell’animo qualche sospetto di Grimoaldo, persuadendogli che quando gli andasse incontro per fargli festa, vestisse sotto il manto un giaco e non deponesse la spada.

Gundeberto, sopravvenuto Grimoaldo, l’abbracciò strettamente, ma questi, sentita l’impressione della corazza e del ferro nascosto, finse di ritrarsi indietro, gridando al tradimento. Gundeberto, adirato a queste parole, trasse la spada, e Grimoaldo, che si aspettava a questo, sguainato egualmente il brando, l’uccise. E allora quattro giovani baroni, stati già sedotti da Garibaldo, levarono Grimoaldo sovra uno scudo, quasi in trionfo, e, trattolo fra lietissimi clamori nei regii appartamenti, lo gridarono re, secondo l’uso che gli invasori germanici aveano appreso, come tanti altri, dagli imperatori romani. Bertarido, appena ebbe notizia di un tal fatto, fuggì vilmente presso gli Avari, lasciando la moglie e il giovine figlio Cuniberto alla discrezione di Grimoaldo, che, insignoritosi indi a poco di Milano, li mandò in Benevento, ove furono gelosamente custoditi.

Grimoaldo, condotta a fine siffatta impresa, menò a sposa la figlia del re Ariperto, statale già promessa da Gundeberto, ripudiando la infelice Itta, già da lui ardentemente amata, e tenne per sè il sovrano potere, e dei beneventani che avea seco condotti alcuni ritenne, e gli altri rimandò in patria con ricchi doni.

La regina Itta, quando gli fu recata l’infausta nuova in Benevento, abborrendo di rimanere in corte

«Coll’ignominia d’un ripudio in fronte»


vestì l’abito e il velo della Beata Vergine, e si ritrasse in una villetta solitaria, posta in un’amena valle, benché melanconica, che le parve conforme allo stato del suo animo, ed ivi fece erigere una romitaggio modesto e tranquillo in riva al Sabato, che in quel luogo rallentava in largo bacino le onde a corso insensibile, ed ove, ancella di Dio, spese la [p. 204 modifica]vita sino agli ultimi suoi giorni in opere di pietà e di beneficenza.

Grimoaldo, benchè re, conservò anche la dignità ducale, e lasciò Romoaldo per suo vicario in Benevento, che per tali fatti impreveduti acquistò una certa dipendenza dal regno longobardo, il che ridondò ad esclusivo vantaggio del ducato, poichè in questo tempo appunto la dominazione longobarda fu in Italia seriamente combattuta da parte dell’imperadore greco, e in Benevento accaddero i fatti più memorandi di quella guerra nello stesso anno (663) in cui Grimoaldo si cinse la corona longobarda. L’imperadore Costante, nepote di Eraclio, che, secondo alcuni scrittori, intendea di trasferire nuovamente la sede dell’impero da Costantinopoli a Roma, concepì l’ardimentoso disegno di porre fine al regno longobardo in Italia, e a ciò sarebbe stato indotto dalla lunga guerra ed infelice sostenuta contro gli Arabi, che tentavano sempre più fieri d’irrompere nelle terre dell’impero, e dal conoscersi venuto in odio agli abitanti di Costantinopoli, per avere ordinata la morte del proprio fratello. E oltre a questo il disfacimento del regno longobardo gl’infondeva speranza di potere con non molta difficoltà sottoporre quelle provincie italiane, che eransi da tempo sottratte alla dipendenza dell’impero. In tali pensieri approdò a Taranto con numeroso esercito, e il momento favorevole per invadere gli stati longobardi dalla parte meridionale dell’Italia non era certamente male scelto; poichè Grimoaldo con la massima parte dell’esercito beneventano era nell’Italia settentrionale, nè così presto avrebbe potuto accorrere alla difesa de’ suoi stati lontani. Difatti Costante da Taranto si avanzò celeremente nel territorio beneventano difeso dal giovine Romoaldo, il quale con le poche sue forze poteva appena nutrire lusinga di tenersi nelle meglio munite rocche. La maggior parte delle città del ducato gli si arresero a discrezione, ma esaurì ogni suo sforzo inutilmente per prendere d’assalto la forte città di Acerenza.

Sulle prime parve che Costante avesse avuto di mira di evitare Benevento, e inoltrarsi verso il Nord, poichè si [p. 205 modifica]mosse alla volta di Lucera, città in quei tempi assai ricca e popolosa, che fa da lui data a sacco e alle fiamme. Ma dopo una tale vittoria si accampò sotto le mura di Benevento, ove pose in opera tutti i trovati dell’arte della guerra per espugnare la famosa metropoli del ducato.

Egli la cinse dalla parte orientale, meridionale ed aquilonare, e narrasi che l’esercito attelato sotto le sue mura occupava due miglia quasi di larghezza, e che le principali macchine da guerra avanzavano in altezza le stesse mura di Benevento, e che tra esse vi erano di quelle che, secondo l’uso dei tempi, lanciavano delle enorme pietre nell’interno della città.

Romoaldo, sin dal primo avanzarsi dell’armata nemica, spedì il suo fidatissimo balio Gesualdo a dar contezza al padre del gravissimo pericolo che sovrastava alla città di Benevento, instando per la urgenza dei soccorsi, e intanto con la sua piccola schiera difendeasi francamente, tentando con reiterati assalti d’interrompere i lavori d’assedio dell’inimico. E un’eletta squadra di guerrieri usciva di frequente dalla città, piombando d’improvviso sui nemici, e uccidendone in gran copia. E in queste audaci sortite molti beneventani fecero prova d’inaudito valore. Ma sebbene delle loro gesta per la lunga età trascorsa

«Debol aura di fama a noi ne giunse»;


pur tuttavia mi si potrebbe giustamente dare biasimo se mi tacessi di due soli, di cui fan parola prestanti scrittori patrii e tutte le cronache locali. Uno di essi fu un tal Costanzo cittadino beneventano, il quale, prodissimo nel combattere e di rara prudenza nei consigli, fu la causa prima di quell eroica resistenza, e anzi Gio: Nicola Eustachio gli attribuisce esclusivamente la gloria di avere astretto l’imperadore Costante a levare si assedio: «Nihil vero audacius Constantio qui graecorum Imperatorem urbem obsidentem expulit». Ed è anche celebrato dai nostri scrittori per il raro coraggio e valore, di cui diede prova in quell’assedio, un tal Arnaldo [p. 206 modifica]conte di Tocco e d’altre castella nel beneventano, e congiunto al duca Romoaldo: e qui debbo aggiungere che i Tocco furono antichissimi patrizii beneventani, e la loro famiglia cominciò ad esser nota ai cronisti sin dai tempi di Totila re dei Goti.

Intanto i greci ridussero a mal partito la città, scema di viveri e di difensori, e il duca Romoaldo, non vedendo più modo di prolungare la difesa, assentì di trattare della resa coll’imperadore, il quale vi appose molte dure condizioni. Ma già Grimoaldo erasi messo in via per liberare Benevento dall’assedio, quantunque non ignorasse che la sua partenza per le provincie meridionali potea mettere in gran pericolo il regno; poichè ad ogni altra considerazione antepose la salvezza del ducato di Benevento, che costituiva il principale fondamento della sua potestà reale. E mentre a grandi giornate muoveva l’esercito verso Benevento, spedì innanzi a sè il fido Gesualdo a dare avviso al figlio del suo prossimo arrivo; ma questi, mentre studiava il modo di penetrare occulto nella città, fu per sua sventura scoperto e tolto prigioniero dai greci, che, messogli un pugnale alla gola, lo astrinsero a invitare Romoaldo a farsi sulle mura, per annunziargli esser vano lo attendere più a lungo l’aiuto del suo genitore. Romoaldo alla nota voce si recò tosto sugli spaldi, e Gesualdo, raccomandando a lui la moglie e i figli, lo incitò a farsi animo, e a non dubitare dell’invocato soccorso, giacchè il suo genitore era già presso al fiume Sangro. Non appena ebbe pronunziate queste parole, i greci gli spiccarono il capo dal busto, e, a trarne maggiore vendetta, lo briccolarono nella città, ove tra infinite lacrime fu baciato da Romoaldo e dai beneventani, e custodito come sacra reliquia. Egli è indubitato che la morte d’un sì illustre cittadino non perde al paragone di qualunque più memorabile avvenimento che ci è dato di leggere nell’antica o nella moderna storia, e la fama di Gesualdo ben merita di essere uguagliata a quella di Attilio Regolo, di Pietro Micca e di qualsiasi più grande eroe. Romoaldo [p. 207 modifica]prese poi grande cura della famiglia di lui, e fu liberale di grandi doni all’unica sua figlia.

L’imperadore Costante, vedendosi deluso nelle sue speranze, levò subito l’assedio, e un tal fatto dagli scrittori ecclesiastici è attribuito quasi esclusivamente ai pretesi miracoli operati da S. Barbato vescovo di Benevento.

Intanto i greci con molta celerità avanzavano verso Napoli, non senza essere inseguiti da presso dall’armata di Grimoaldo, il cui antiguardo, guidato dal conte Mittola di Capua, sopraggiunse l’esercito nemico in un arduo passo del fiume Calore, e, investitolo gagliardamente, lo mise interamente in rotta con moltissima strage, cosicché quel luogo, a detta di Paolo Diacono, fu per lungo tempo denominato battaglia per la ricordanza d’una sì celebrata vittoria. Il successo di questo combattimento convertì quasi in fuga la ritirata dei greci, che ebbero a sopportare gravissimi danni dai longobardi. Grimoaldo entrò poco dopo in Benevento, e fu accolto con indicibile gioia dai cittadini, che lo tennero in conto di lor salvatore. E il re dal canto suo non si ritenne di encomiare il valore e la costanza dei cittadini, che esposero la vita nei più dubbii cimenti per la libertà della patria.

Da Napoli l’imperadore passò a Roma, lasciando il prode Sabarro, che alcuni scrittori ritengono essere stato di Roma e altri napoletano, con ventimila soldati a guardia del passo ove sorge ora Mola di Gaeta, con ordine di tenere a freno i nemici, essendoché costui erasi dato vanto di potere con un piccolo stuolo de’ suoi valorosi riportare una compiuta vittoria sui longobardi, ed espugnare Benevento. Ma Romoaldo uscito incontro a Sabarro lo sconfisse presso l’odierna Mola di Gaeta, e, menata grande strage dei suoi, lo rimandò umiliato all’imperadore, e fu in tale occasione che si vide un robusto beneventano infilzare coll’asta un greco, levandolo in alto a guisa di stendardo, e poi scaraventarlo tra i suoi.

Romoaldo, reduce da una tale spedizione, rientrò in Benevento per la porta detta del Calore, la quale pel [p. 208 modifica]ricordo d’una tale vittoria fa detta Porta Gloriosa sino all’anno 1781, dopo la quale epoca prese il nome di Porta Pia, per la nuova porta e il mirabile ponte cominciato durante il Pontificato di Clemente XIII, e mandato a fine dal celebre Vanvitelli sotto Pio VI. È congettura di alcuni cronisti che in tale occasione fosse stata edificata fuori Porta Rufina la chiesa nota anche ai nostri giorni col nome della Madonna della Libera; ma non oso affermarlo dopo le indagini inutilmente praticate per venire in chiaro di un tal fatto, e invece parmi meno improbabile l’opinione della maggior parte dei nostri cronisti municipali, che, per la liberazione di Benevento dal detto assedio, si fosse eretta nell’anno 664 dal duca Romoaldo Fattuale chiesa dell’Annunziata che è anche nei nostri giorni uno dei tempii principali di Benevento. Questa chiesa dal papa Sisto IV fu dichiarata esente insieme al suo orfanotrofio dalla giurisdizione arcivescovile, e un tale decreto fu poi rifermato dal pontefice Pio V. Essa chiesa nel tempo della guerra combattuta tra Paolo IV e Filippo II ebbe a sopportare moltissimi guasti, ma fu rifatta dal comune in forma più decorosa nel 1570. É di dritto patronato della città, e si ammira in questa chiesa la cappella di S. Gennaro ricca di eletti marmi, e fregiata di quattro bellissime colonne che le aggiungono venustà e decoro.

Bertarido in quel tempo erasi ricoverato nella Corte di Clotario terzo re di Francia, il più potente sovrano di quel tempo, e, giunto ad acquistarsene la benevolenza e l’affetto, non desisteva mai di raccomandarglisi umilmente, affinchè lo aiutasse a ricuperare il trono. E quegli, annuendo di buon grado alle sue preghiere, mandò un esercito contro Grimoaldo, che, allestita in fretta una sufficiente armata, si accampò contro i Franchi presso Asti. Ed essendo avvedutissimo nelle cose di guerra, un dì, infingendosi preso da subita paura, si tirò appresso la sua gente, lasciando, come per isbadataggine, gran copia di vini e di vivande sul campo. Nè andò errato nelle sue congetture, perchè entrati ivi i franchi, presero tosto a far gozzoviglie, e in poco d’ora si resero briachi, e in tale stato di vinolenza, assaliti [p. 209 modifica]alla sprovveduta da Grimoaldo, perirono quasi, tutti, e i pochi superstiti fuggirono vilmente in Francia.

L’Ariosto nel canto XXIII del Furioso narra un tale stratagemma di guerra nella seguente leggiadra ottava;

«Vedete Clodovéo ch’a più di cento
«Mila persone fa passare il ponte
«Vedete il duca là di Benevento,
«Che con numer dispar vien loro a fronte;
«Ecco finge lasciar l’alloggiamento,
«E pon gli agguati, ecco, con morti ed onte,
«Al vin lombardo la gente francesca
.«Corre, e riman come la lasca a l’esca.

Non trascorse assai tempo da quella memoranda vittoria che avendo udito Grimoaldo la ribellione di Lupo duca del Friuli, dato sesto alle cose di Benevento, tornò in Pavia; ma trovò che il suo popolo, guasto dalle male arti di Lupo, mostravasi ritroso a intraprendere una nuova campagna. Laonde, giudicando pericoloso assuefare i longobardi all’infamia dei dissidii civili, istigò il Baiano degli Unni, lo spietato carnefice della sua genitrice, a invadere nuovamente il Friuli. Caiano accolse avidamente l’invito, e col fiore delle sue bande venne a giornata campale contro i friulani presso Fiume. Nelle prime zuffe toccò la peggio agli Unni, ma nel quarto giorno, allorché i friulani si teneano sicuri d’una compiuta vittoria, sopravvennero immense orde di Avari in aiuto del Caiano, per modo che Lupo, sopraffatto dal numero, mori da prode in -battaglia, e le poche reliquie delle sue schiere, avanzate a quell’eccidio, rifugiaronsi nelle castella del Friuli.

Indi a poco Arnasite, figlio dell’ucciso Lupo duca duca del Friuli, divisò di riacquistare lo stato paterno coll’aiuto dei Dalmatini, ma Grimoaldo, che lo vincea d’assai per numero di soldati e perizia di guerra, gli mosse contro col maggior nerbo del suo esercito, e venuto con esso a battaglia presso il fiume Natisone lo sconfìsse ed uccise. Dopo un tale combattimento rioccupò Grimoaldo le castella del Friuli, e maritò al duca Romoaldo la superstite figlia di Lupo duca del Friuli a nome Teodorata. E si rileva dalle [p. 210 modifica]cronache locali che Romoaldo andò incontro alla sposa sino ai confini dello Stato, e le nozze celebraronsi con tanta pompa che le feste e i tornei si protrassero per varii mesi. E si ritiene che vi traessero cavalieri sin dalla Macedonia, poichè erasi dal duca pubblicato un bando tanto esteso da non escludere alcuno di quanti avessero avuto vaghezza di prender parte a quelle feste.

Dopo tali avvenimenti Grimoaldo, vedendosi liberato dai nemici esterni, si studiò di ben coordinare le leggi di Rotari, che componevano il codice longobardo, aggiungendovi anche le proprie; nonchè la prescrizione trentennale, secondo il dritto romano, e alcune modifiche sulle successioni ereditarie e i divorzii; il che per quei tempi non fu opera di lieve momento, giacchè in tanta miseria di leggi scritte ogni nuova legge, che fosse informata ai sani principii di equità naturale, segnava ai popoli una via di progresso, e preparava il terreno acconcio a quei celebri statuti municipali che più tardi tutelarono la libertà e la civiltà italiana.

E infine, per addirsi interamente alle riforme civili, strinse un trattato di pace solidissima con Dagoberto II re dei Franchi; e, siccome il favore di cui godeva in quella corte Bertarido gli era sempre una spina al cuore, cosi ne chiese la consegna mediante i suoi oratori.

Per questo Bertarido, non credendosi ivi sicuro, congedatosi da quel sovrano, fece pensiero di approdare in Inghilterra che allora si tenea dai Sassoni. Ma, appena si era messo in mare, gli fu apportata la nuova della morte di Grimoaldo, per cui la nave diè subito volta e lo rimise al lido. Nè fu mendace la nuova, imperocchè Grimoaldo, che di fresco si avea fatto incidere la vena del braccio, traendo un dì l’arco nel suo viridario con soverchia forza, per colpire con un dardo un colombo, morì svenato non senza il sospetto che i medici avessero fatto uso di farmaci avvelenati.

In tal modo Grimoaldo dopo nove anni di regno passò di vita nell’età già grave di anni settanta, dopo di essersi reso in Italia glorioso per le sue gesta e formidabile ai suoi nemici, lasciando il regno non all’adulto Romoaldo [p. 211 modifica]duca di Benevento, ma al fanciullo Garibaldo, natogli dalla sorella del re Bertarido che avea tolta in isposa.

Però Bertarido venuto a conoscere che il suo nome era tuttora riverito e caro a tutto il popolo longobardo, stimò bene di trarne profitto, e insieme al figlio si diresse verso l’Italia, ove trovò assai favore fra i longobardi, i quali, deposto Garibaldo, lo riassunsero al trono, come legittimo signore. Egli governò lungamente lo Stato con fama di pio, di giusto e di liberale, edificando chiese, e stringendo parentadi con chi volea bandirlo dal regno, e con lo stesso duca di Benevento malgrado che gli si fosse dichiarato avverso.