L'elemento germanico nella lingua italiana/A

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Abbandono, il lasciar del tutto e per sempre (Guid. Giudice, Dante). Risp.: prov. fr. abandon, sp. abandono d’ug. sig. Questo nome non è direttamente derivato dal ger., ma con ing. a bándon è riproduzione di fr. prov. abandon formatosi in quel campo da a bandon, il quale fr. prov. bandon valeva “permesso, decreto”. Il Littré osserva che bandon equivalendo a bl. bandonum, dan. ban., t. bannen ordine prescrizione, la serie dei sensi è questa: mettere a bandon è mettere al permesso, all’autorità; quindi rimettere-cedere-confidare-lasciare andare, e infine lasciare del tutto. Circa l’orig. ger. prima di bandon, rispondente a bl. bandum, v. Bando. Bl. abbandonum abbandonare ricorre spesso in Francia a cominciare dal principio del sec. 11º. Der.: abbando-nare-namento.

Addobbare, ornare abbigliare, specialmente templi case e cavalli (Fra Giord.). Risp.: afr. adouber fr. adober, a. sp. adobar, a. port. adubar, prov. adobar apparecchiare, vall. douber battere colpire. Riposa su ags. dubban, anrd. dubba dare colpi, battere, donde ing. to dub armare. Fu dapprima applicato a denotare «il colpo con cui si creavano i cavalieri”, come scorgesi dell’ags. dubban to riddere “batter per far cavaliere”, frase che ricorre sin dal 1085, ed a cui risponde afr. addubber à chevalier. Di [p. 2 modifica]qui era facile il passaggio al senso di “apparecchio per la solennità annessa alla cerimonia”, e poi in generale a quello di “apparecchio, ornamento”, o come si esprime il Diez qui s’ebbe la transizione seguente: mettere le mani addosso-accomodare-equipaggiare. Il vall. è il solo dialetto che conservi tuttavia il signif. primitivissimo di “battere”: l’ing. to dub il mediano di “armare un cavaliere”. Probabilmente questo vb. a noi venne mediante il fr., che l’avea preso direttamente dall’ags., premessavi l’a. Di fatti in Italia comparve assai più tardi che in Francia, e poi solo coll’ultimo dei signif. Bl. adobare ricorre primieramente negli Stat. di Marsiglia all’ann. 1253, ed è riproduzione dell’afr. documentato sin dal sec. 11º in Raoul che ha la frase se douber armarsi, e adouber richement abbigliare sontuosamente. Anche in Francia però il ceppo ger. entrò non prima del sec. 9º, e il Mackel ascrive questo vb. al suo 2º gruppo. Der.: addobb-amento-atore-o; raddobbare.

Afro, acre, aspro, acerbo, forte (Cresc., M. Aldob., Lib. Cur. Mal.). Risp.: fr. affreux spaventoso terribile da fr. affre spavento orrore, svoltosi da afr. afre d’ug. sig., e inoltre piem. afr di signif. uguale al fr. Base comune: una voce ger. che diè ags. afor, aat. aibar eiver eifir, abfr. aibhor aibher amaro. È chiaro che l’it. s’attiene più strettamente del fr. e del piem. al ger. Evidentemente il fr. deve risalire al ramo abfr. Nel bl. non ricorre; e poichè in it. non è anteriore al sec. 16º e in fr. al 15º, è lecito supporre che q. vocab. sia entrato nel campo rom. solo nel medio-evo avanzato. Der.: afrezza, afrore.

Agazzare, eccitare, irritare (Monosini). Paralleli: fr. agacer d’ug. sig. Riflette ger. hazzan, venuto da * hatian, che produsse aat. hezzen mat. tm. hetzen eccitare, a cui sono forse connessi tm. Hass odio, hitzen riscaldare. La prefissione della particella rom. a contribuì alla conservazione ed all’indurimento dell’aspir. h in g. Secondo [p. 3 modifica]il Mackel è certa l’orig. diretta dell’it. dal longob. * hazzan. Il fr. agacer in senso di “allegare i denti” ormai si crede dai più che non sia lo stesso vb. che agacer “irritare”, molto più che presenta talora il signif. di “gridare come una gazza”. Il Diez ha però tentato di rimenarlo ad un radicale ger.

Aggueffare, aggiungere (Dante, Inf. 23). Il Buti spiegando l’aggueffare usato dall’Alighieri nel luogo citato commenta così: «Aggueffa cioè aggiunge: aggueffare è filo a filo aggiungere, come si fa ponendo lo filo dal gomito alla mano innaspando coll’aspo». Propriamente aggueffare vale adunque “sovratessere”; e gli risponde ideologicamente l. adtexere, e t. anweben aggiungere tessendo. Provenne da aat. wifan donde mat. tm. weifen tessere, ing. weft, da rad. ger. wip girare [got. weipan incoronare]. Credo poi che aggueffare direttamente sia derivato non da vb. ger. wifan, bensì da vb. bl. wiffare guiffare, benchè si attenesse al significato primitivo del vb. ger. e non a quello che gli diedero i Longobardi. V. Guiffa e Guiffare.

Aghirone airone, uccello che usa nei luoghi acquosi, nobile per la sua caccia e le sue penne nere (Crescenz.; Cene della Chitarra). Con prov. aigron, cat. agrò, sp. airon, afr. hairon, fr. héron, prov. aigros, ginev. aigron, berrig. aigueron aigron d’ug. sig., ed inoltre fr. aigrette aironcello, ha per base aat. * heigiro. Forme ger. documentate sono: aat. haigir heiger, mat. fiam. heiger, sv. haeger. Accanto ad esse troviamo: aat. * rejar * reijar donde mat. reiger e tm. Reiger Reiher d’ug. sig.; di più as. hrejera, ol. reiger, ags. hrágra. L’ags. offre hygera, anrd. hégri heri. Il bl. hairo ricorre in Mirac. S. Helen. tom. 3, Aug. p. 619, poi in molti docum. franc. del sec. 16º; airo invece si trova già in Federico II († 1250) nel De Venat. È molto dubbio se l. ardea e gr. έρωδιός d’ug. sig. siano originariamente affini a ger. * heigiro. Der.: aironcello. [p. 4 modifica]

Agio asio, comodo, opportunità, occasione (Novellino, Guittone, Dante). Risp.: afr. aaise, fr. aise, donde ing. ease [forme dial. borg. ase, fr. cont. aze, bressan.: éso, vall. âhe, namur. auje] prov. ais aise, cat. aise, port. azo. A questo nome molto dibattuto il Diez seguendo Iunius, Schilter e Castiglione assegna per base la rad. ger. azi, che scorgesi in got. azeti opportunità, azets facile, comodo, osi facile, ags. âdhe, eadhe facile, as. ôhdi. Il Mackel ritiene anch’egli che l’etim. ger sia la più verosimile fra le molte proposte, tanto più che l’afr. presenta vb. aaisier e il prov. aisar. Questi non avendo potuto svolgersi da sost. aise che avrebbe in ogni caso prodotto aiser, il nome è adunque derivato da essi. Ora i detti vb. si spiegano bene presupponendo un bl. * adatiare da * asatia, nome che dovea stare a base di got. azeti, ger. occid. azati secondo il Kremer. Anche il Littré propende per una tale derivazione; però visto che gael. presenta athais adhais facile, corn. aizia, basso-brett. éaz ez, non esclude che la rad. adh az ais, fosse comune al ger. ed al celtico, e che il nome rom. si possa ascrivere anche al celtico, come è avvenuto in parecchi altri casi. Certamente fra le lingue neol. quella ove prima (sec. 12º) si mostrò e si sviluppò il vocab. in quistione è la francese, e forse da essa si propagò a tutte le altre. Nel Ducange sono registrate le innumerevoli forme bl. che in Francia il nome coi suoi derivati assunse, e i loro molteplici sensi. Basti accennare aisia a: samentum aisiamentum aisimentum aisantia aisentia eisiamentum esentia. In Italia pure ne ricorrono alcune, ma assai più di rado e più tardi. Fanno pure la loro comparsa in Inghilterra e in Iscozia. Ora queste circostanze storico-locali accennano evidentemente ad origine nordica; ed escludono la deriv. dal l. ansa appiglio, tentata dal Bugge, e molto più quella dal gr. αἴσιος propizio, proposta già dal Perion. Der.: agia-mento-tezza-to; ada-giare-gio. Disagio. [p. 5 modifica]

Alabarda labarda, arme in asta col ferro a foggia di scure (Machiavelli, Varchi, Speroni). Risp.: fr. hallebarde (sin dal 1448) sp. port. prov. alabarda, lad. halumbard. Venne senza dubbio da mat. helmbarte helnbarte helbarte d’ug. sig., da cui tm. Hellebarte, ing. halberd. Il tentativo di O. Weise e del Mackel di cavarlo dall’arab. el arbet d’ug. sig., è assurdo non solo per la forma che non si presta, ma per la circostanza storica che il nome compare in Francia e in Italia solo alla fine del sec. 15º, il che sarebbe da sè solo sufficiente a mettere in dubbio l’origine araba, e molto più per l’esplicita testimonianza del Giovio, il quale nel lib. II delle sue Storie parlando di un’arma che portavano i soldati svizzeri e tedeschi al servizio di Carlo VIII aggiunge espressamente «quae eorum lingua alabarda appellatur». Dunque è assurdo pensare ed altre etimologie. Quanto a mat. helmbarte, il Cluverius lo traeva da halle palazzo e barte scure, sicchè avrebbe significato “scure palatina”. Ma ormai questa spiegazione è abbandonata; e il nome si riguarda come un composto di cui il secondo elemento barte vale “scure”; la prima parte può considerarsi o come affievolimento di halm “fusto manico”, ovvero come helm elmo. Nel primo caso il composto varrebbe “scure con manico”; nel secondo “scure da trapassare l’elmo”. Foneticamente è più verosimile la seconda ipotesi, ideologicamente la prima. Ma i molti composti con helm elmo, che ci presentano l’aat. e il mat. (v. Schade p. 387), mi fanno dare la preferenza alla seconda. Bl. alabarda compare solo nel Giovio, sec. 16º. La frase it. «poggiar l’alabarda» in senso di “mangiar a ufo”, riposa sull’usanza de’ soldati tedeschi di mettersi nelle case altrui a gozzovigliare senza pagare, ed è un altro argomento per l’orig. ger. Der.: alabar-data-diere.

Albergo, casa che per denari riceve e alloggia forestieri (Novellino, Fra Jacop.; M. Polo Mil.). Con afr. herberge herberc herbert helberc alberge auberge campo [p. 6 modifica]militare, alloggio, fr. héberge auberge alloggio, osteria, prov. alberga alberge alberc, sp. albergo osteria, alloggio, procedette da ger. * haribërg, aat. heribërc “campo militare”, poi anche “attendamento, ospizio”. Di là mat. herbërge, “ricetto per l’esercito”, e più spesso “casa da pernottarvi”, e tm. Herberge osteria, albergo. Altre forme ger. sono: anrd. heribërga accampamento, nd. herberge ospizio, camera: ags. herebeorga accampamento, donde, a. ing. herberowe harbrough herber, ing. harbour albergo, dimora, porto, ol. herbergi fris. dan. herberge d’ug. sig. Il nome ger. è un composto risultante da heer esercito, e bergen coprire, proteggere: quindi vale etimologicamente “luogo che copre l’esercito”. La forma it. evidentemente si svolse da haribërg la cui r si mutò in l per dissimilazione. All’incontro afr. herberge risale ad abfr. heriberga, mentre afr. * arberge, * alberge, fr. auberge, prov. alberga, alberc, arbergar, albergar come l’it. hanno per base diretta ger. heriberga. Però i vb. it. albergare, prov. arbergar, albergar afr. albergier herbergier fr. hérbergier possono secondo il Mackel essersi svolti dal sost. rom., ovvero avere riprodotto immediatamente il vb. ger. heribergón. Ad ogni modo l’imprestito è molto antico, e dovuto all’influenza dei costumi militari dei Germani invasori. Il D’Arbois de Iubainville Rom. I, 140 stabilisce questa serie di forme pel nome ger. in sè: charioberga, chariberga, heriberga, arberga. Il ch franco all’epoca merovigia è l’equivalente dell’h delle altre lingue ger., e perciò non essendo esso stato conservato neppure dal francese, vuol dire che alberga del pari che arban fu preso solo al tempo dei Carlovingi, quando il ch ger. avea perduto già il suo valore di gutturale, e forse i Franchi furono il veicolo per la introduzione del nome in tutto il campo neol. E difatti in Francia ebbe esso la maggiore diffusione, attestata anche dalla molteplicità delle forme che ivi presenta, senza contare che nell’afr. il nome conserva anche il signif. originale di [p. 7 modifica]“accampamento”, che non riscontrasi punto nelle lingue sorelle. Il bl. rispecchia questa diffusione e molteplicità di forme nel territorio francese. Ivi troviamo adunque: heriberga-um, campo militare, stazione, dimora, herbergum herbergamentum-giamentum, hebergum, herbergaria-geria, herberga, herbergare sin dal tempo di Carlo il Semplice †914. In tutte queste forme vicinissime anche foneticamente al ger., abbiamo quasi sempre e puramente il significato materiale e primitivo. Le seguenti offrono un senso un po’ alterato, cioè quello di “ius gisti et procurationis”, che è quanto dire “diritto d’alloggio e trattamento in casa del vassallo da parte del feudatario, ovvero di prestazione destinata a questo scopo”. Tali sono le forme alberc, alber-ga-gium-gia-geria-gata-garia-gamentum. S’incontrano sin dal 1081 nei rescritti di Enrico IV di Germania, e dal 1111 in quelli di Luigi VI di Francia. Però in alcune di esse spunta giá il senso generico di “ospizio”. Si vede adunque che questo nome rispetto all’Italia non è d’importazione antichissima, e che non è dovuto ai Longobardi, ma ai Franchi, che lo trapiantarono qui nei secoli 8º e 9º. Der.: alberg-are-atore-hetto-uccio.

Aldio aldione, persona di mezza condizione tra servo e libero (Borghini). Questo termine storico ricorrente solo nel bl. usato in Italia, è certo d’origine longobarda, e difatti s’incontra spessissimo nelle loro leggi. Vedi Ducange. Quanto all’etim. pare indubitato che provenga da vb. ger. haldan, donde aat. haltan, tm. halten tenere, custodire. Varrebbe adunque “mantenuto”. Trarlo da l. altus, partic. di alo, è impossibile foneticamente, e non è verosimile per la cosa in sè stessa, trattandosi qui di una istituzione longobarda.

Alla1, piazza e luogo ove si trattano le cose del pubblico, atrio (Villani 8, 54). È voce usata accidentalmente dal cronista fiorentino, e come termine locale, parlando d’una sommossa avvenuta in Bruggia (Bruges) in [p. 8 modifica]Fiandra, volgarizzando la voce oltremontana. Quindi riproduce immediatamente afr. hale halle, donde fr. halle, a. sp. halle, mercato coperto, sala forte. Il vocabol. fr. riposava su ger. [aat. as.] halla, portico, sala con porta aperta sul fianco, donde mat. halle tm. Halle portico atrio. L’ags. è heal da cui ing. hall; l’anrd. höll, genit. hällar. Il Mackel trae le voci fr. direttamente da abfr. halla, e le mette fra quelle del primo gruppo: quindi l’entrata sarebbe antichissima. Il bl. halle ricorre spesso in Francia nei sec. 12º e 13º. V. Ducange.

Alla2 auna, misura inglese pari a sei braccia fiorentine (Dante, Quad. Conti). Con prov. alna auna, afr. alne aulne fr. aune, a. sp. ana, si svolse da ger. alina che produsse got. aleina, aat. elina elna, mat. elline ellen elne eln ele elle, tm. Elle, anrd. oln, ags. eln ing. ell, ol. el elle d’ug. sig. Però il valore primitivo del ceppo ger. era quello di “avambraccio”, il quale signif. si conservò negli altri rami delle lingue indeu.; giacchè da idg. olena derivarono anche gr. ώλένη, l. ulna, a. ir. uile avambraccio; e, secondo alcuni, vennero pure, benchè meno visibilmente, a. sl. lakuti, lit. ólêktis d’ug. sig. Le lingue ger. per esprimere l’idea di avambraccio, hanno nei tempi posteriori coniato un composto il cui primo elemento è sempre il visto di sopra; l’altro è bogen piegatura. Quindi s’ebbero: aat. elinbogo, mat. elenboge tm. Ellenbogen, ol. elleboog, ags. elnboga ing. ellbow, che valgono propriamente “curvatura del braccio, gomito”. Il bl. ci presenta alena, Stor. del Delfin.; ma é una comparsa molto tardiva, e ricalcata sulle forme franco-provenzali.

Allazzare, stancare (Cresc., Pist. Ovid.). Non ha corrispondenti nelle lingue neol. Il Diez lo trae da un tema ger. che sdoppiossi in got. latjan, aat. lazjan, mat. lâzzan, tm. letzen trattenere impedire; ed inoltre aat. lazôn rendere stanco e pigro, tm. lassen. Questi vb. ger. risalgono all’agg. aat. laz pigro stanco, cui si rannodano mat. [p. 9 modifica]laz tm. lass lassig d’ug. sig., tm. letzt ultimo, coi paralleli got. lats ags. ing. late latest last. Secondo il Kluge tutte queste forme ger. hanno a base primitiva rad. ger. lêt lat da idg. lad, il quale ultimo scorgesi in gr. ληδεῖν stancarsi, l. lassus stanco da cui it. lasso.

Allemanni, Tedeschi (Uberti Dittam., Ariosto). Risponde: fr. Allemands. Questo vocab. dapprima designò “una confederazione di popoli ger. abitanti sul Reno medio” formatasi nel secolo terzo. Questa confederazione diè il nome ad un vasto territorio comprendente l’attuale Svevia Palatinato Renano, Alsazia e Svizzera, che fu detto ducato d’Alemannia, e si sfasciò solo col primeggiare della casa di Svevia. L’importanza di tale confederazione s’argomenta dal fatto che il nome Allemanni passò sin dal sec. 12º a indicare i Tedeschi in generale. Etimologicamente riposa su got. alamans “tutti gli uomini”, aat. al, tm. all valendo “tutti”, e aat. mans, tm. Manne “uomini”. In sostanza importava dunque “lega universale”; e difatti Agatia seguendo Asinio Quadrato ci dice che gli Alemanni, come importa il loro nome, erano una riunione di gente venuta da diversi punti. Der.: Allemagna.

Allodio, quella parte di beni stabili che era libera dalla soggezione e dagli obblighi che procedono dalle ragioni feudali e da quelle dello Stato, e posseduti da uomini liberi cioè nè aventi feudi nè soggetti alla servitù della gleba (Pallavicini, De-Luca Dott. Volg.). Rispond.: sp. alodio, afr. alo, aloi, alou, aluef, aleu. fr. aileu, alleu, prov. alo, aloc, alodi. È certo che it. e sp. che del resto sono termini giuridici recenti riposano immediatamente su bl. allodium, alodium, la quale forma bl. non è però molto antica, e ad ogni modo si sviluppò dall’altra alodis ricorrente già nella Lex Longob. lib. 2, tit. 8; e in Carlo M. all’ann. 779; Più antico ancora pare alaudes usato in docum. dei Visigoti. Ora bl. alodis, accanto a cui si trovano anche alodus-um alaudum, riproduceva, secondo il Grimm, aat. [p. 10 modifica]al-ôt possesso pieno ed intero, Ganzbesitz, chiamato così perchè il possessore poteva disporne a suo talento, per contrapposto al possesso beneficiario. Al-ôt risulta da ol [tm. all] tutto, intiero, e ôt bene ricchezza, possesso anrd. authr, ags. ead, abfr. ôd. Evidentemente il bl. riposava immediatamente sulla forma franca, ed a questa al dire del Diez risalgono altresì le forme franco-provenzali e non al bl. La genesi fonetica e storica delle molteplici forme francesi è argomento molto difficile, ma che non ci riguarda. Ne tratta ampiamente il Mackel p. 27. Il tm. Allod si è foggiato anch’esso su bl. alodis alodum. Der.: allodiale.

Alloggio, albergo, luogo per l’esercito (Storia d’Aiolfo, M. Vill.). È in sostanza un composto di loggia, (v. q. p.) che fra le lingue rom. fu accettato solo dall’it. Ricorre però nel bl. sotto le forme di allogiamentum allogiare anche nel territorio francese, benchè molto tardi, cioè nel sec. 14º. Identiche forme bl. s’incontrano anche in Italia, sempre nel sec. 14º, ma sono evidentemente ricalcate sulle rispettive it. Parecchie di esse, come del resto anche alcune it., conservano esclusivamente il senso militare primitivo. È il caso stesso di albergo. Per il senso e la rad. rispondono fr. logement logis loger. Der.: alloggia-re-mento-tore.

Alto, fermata dell’esercito (Villani, Giambullari). Con afr. halt soggiorno dimora abitazione, fr. halte fermata d’un esercito, sp. alto fermata, riproduce mat. halt posto sicuro da fermarcisi, svoltosi da aat. halta impedimento ostacolo che costringe a fermarsi. Questo nome halta ha la sua rad. in vb. aat. haltan, donde mat. tm. halten tenere fermare fermarsi, ags. healdan ing. hold e anche tm. Halt = fermi ing. halt sosta. Secondo il Mackel rom. halt alto “fermata” è d’importazione relativamente recente, in fr. comparendo solo nel sec. 13º e in it. nel 14º. Probabilmente entrò poco dopo il 1000. La frase it. alto là pare riproduzione tardiva di fr. halte là. [p. 11 modifica]

Amarra, sorta di canapo per fermare il bastimento (Diz. del Vanzon 1827). Immediatamente riproduce forse fr. amarre o sp. amarra d’ug. sig. Ora queste due lingue hanno tratto un tal ceppo, coi vb. fr. amarrer, sp. port. amarrar legare la nave, dal ger. che diè ol. marren merren, ags. merran, aat. merrian rattenere, legar forte, ol. maaren ing. to moor. Il Littré nota che l’etim. da arab. marr fune, è poco probabile, atteso il gran numero di termini di marina che dalle lingue nordiche passarono nel campo rom. In fr. amarrer s’incontra sin dal secolo 16º; all’incontro bl. amarrare sempre sul territorio fr. sin dal sec. 14º, e parlando di porti del nord-ovest della Francia, circostanza certo non trascurabile.

Ambasciata, messaggio, legazione; le genti che la compongono (Villani, Fra Giord., Boccaccio). Risp.: sp. embaxada, prov. ambaissat, ambaissada, fr. ambassade messaggio. Immediatamente risale a bl. ambactiata ampliamento di ambactia servigio, incarico, incombenza; il quale bl. ambactia ricorre già in Lex sal., Lex Burgund. e S. Colombano (an. 560). Secondo alcuni ambactia ambaxia sarebbe sostantivo astratto formatosi da l. ambactus “servo, vassallo” usato da Cesare Bell. Gall. 6, 15, voce data per gallica da Festo. Ma molti etimologisti, fra cui il Diez, lo Scheler, il Mackel e Waltemath a base del nome bl. e rom. pongono immediatamente il ceppo ger. ambaht svoltosi in got. andbhati, aat. ambaht servigio, impiego, chiamata, donde mat. ambeht, ambet, ammet, tm. Amt, d’ug. signif. Questa ipotesi è suffragata dal trovarsi bl. ambactia così spesso in leggi di popoli ger. Da got. anâbhats sarebbero venuti prima di tutto afr. ambait, abait, ampas [per ampats], prov. ambah abah forme che latinizzate avrebbero prodotto bl. ambactus; da cui, e non da lat. gall, ambactus di Cesare, sarebbesi sviluppato bl. ambactia delle leggi barbariche. Certa è ad ogni modo l’orig dal ger. di fr. ampait, prov. ampah e loro varianti: il che essendo, torna [p. 12 modifica]difficile supporre che di là non siano venute altresì le voci in discorso che sono loro così strettamente connesse per senso e per forma. Però il Kluge ritiene che il ceppo ger. fosse a sua volta tolto in prestito dal celtico nei tempi anteriori al Cristianesimo. Il bl. conosce anche vb. ambassiare ambasciare compire, eseguire un’ambasciata, che ricorre spesso in Francia nel sec. 9º. Der.: ambascia-tore-dore-doruzzo, ambasceria; imbasciata.

Anca, osso tra il femore e la coscia, coscia, fianco (Dante, Buti). Con sp. prov. anca, fr. hanche da cui ing. haunch d’ug. sig. ha per base il ceppo ger. da cui tm. Hancke, ol. ancke, encke coscia anca, svoltisi da vb. mat. hinken hank unken zoppicare. Questa l’opinione del Bugge. Il Diez aveva riportato il gruppo rom. a ger. ancha, aat. ancha, che significò “tibia” e anche “nuca”, e in generale “flessione, piegatura”. Se fosse vera l’opinione del Diez, fr. anche tubo donde nostro Ancia (v. q. p.), e hanche coscia, sarebbero radicalmente identici: secondo il Bugge sarebber cosa totalmente diversa. Checchè sia di ciò, l’orig. ger. di anca è certissima; e fra l’altre cose noteremo che al pl. sp. e prov. ancas valgono “groppa della bestia da soma”, precisamente come tm. Hancke. Inutile quindi pensare a gr. άγχη piegatura, e a l. arcaico ancus curvato. Il bl. ancha ricorre primieramente in Federico II sin dal 1240, poi in un docum. di S. Vittore di Marsiglia an. 1275. Ad ogni modo non pare imprestito molto antico. Deriv.: anca-cciuto-ione-re; ancone, sciancato.

Ancia, linguetta di strumento da fiato (Lichtenthal, Dizion. Music. 1826). Riproduce immediatamente fr. anche canna linguetta, e l’introduzione sembra risalire al principio di questo secolo, ovvero alla fine del passato. Il fr. anche ricorrente già sin dal 16º, riposa su ger. ancha encha osso della gamba, donde tm. Hanche tibia. Il senso in rom. ha subito un processo evolutivo analogo a quello per cui l. tibia osso della gamba, passò a designare “flauto”. Circa [p. 13 modifica]il rapporto di affinità di ger. ancha tibia con ancha coscia, v. Anca.

Araldo, portator di sfide e proponitore di pace; messaggero e banditor di comandi di principi e magistrati (Villani, Pulci). Con sp. haraldo heraldo [a. sp. haraute faraute, port. arauto], afr. hiralt héralt fr. héraut fr. messaggero, mediatore, intrigante; riposa su di un ger. * hariwalt * heriwalt sparito sin dall’aat. come altri termini militari, giacchè mat. heralt donde tm. Herold riproduceva afr. héralt rientrato in Germania nel sec. 13º. Dall’afr. derivò pure ing. heralt. Il vocab. ger. però nell’aat. si conservò come nome proprio in bl. Chariovaldus, as. Hariold, anrd. Haraldr. Bl. haraldus heraldus creduto da alcuni base immediata delle voci rom., è, a parer mio, piuttosto ricalcato su di esse, e precisamente su afr. héralt, giacchè s’incontra solo molto tardi cioè dopo il sec. 14º in Nicolò Uptonus, e poi in Filippo il Buono di Borgogna, e quasi esclusivamente in Francia ed in Inghilterra. La Francia pare essere stato il luogo dove prima si manifestò il nome del pari che la cosa nei secoli della cavalleria; e di là (e non direttamente dai popoli ger.) venne it. araldo. Difatti il Villani, che è il primo Italiano che usa un tal termine, lo adopera parlando di avvenimenti di Francia, e crede necessario di spiegarlo dicendo «e per loro araldi (ciò sono uomini di corte) fecero richiedere lo re di battaglia». Quindi erra, secondo me, il Mackel che a it. araldo pone a base immediata un aat. * harialdo, e lo fa d’imprestito antichissimo. Etimologicamente ger. hariwald ammette una doppia interpretazione. Supponendo che sia un composto, e che il primo elemento sia aat. hari heri [tm. Heer] esercito, il tutto varrebbe “impiegato, ufficiale dell’esercito” (walten = amministrare); se invece si trae da harian haren chiamare, allora hariwalt significherebbe “chi presiede al chiamare”. Questo senso sarebbe più confacente al rom. Altri seguendo il Chevallet hanno tentato di [p. 14 modifica]cavare il nome neol. dal solo vb. ger. haren, spiegando ald come il solito suffisso neol. In tal caso il nome verrebbe a rannodarsi a sans. kar chiamare, gr. χήρνξ araldo. Ma il Mackel osserva giustamente che a questo effetto converrebbe trovare passato già in rom. il vb. ger. haren heren, il che è assolutamente escluso. Bisogna adunque tenersi necessariamente ad heriwalt. V. Farabutto in Appendice. Der.: araldica.

Archibugio archibuso, sorta d’arma da fuoco (Ariosto, Guicciardini, Lasca). Rispondono: afr. haquebute, fr. arquebuse donde ing. arquebuse, sp. arcabuz. Per un pezzo si credette che un tal nome fosse stato coniato in Italia, e che risultasse da arco e bugio buso, e quindi volesse dire “arco forato”, e ciò perchè era nell’uso succeduto all’arco. Dall’it. si facevano poi derivare le forme rom. sorelle. Ma il Diez notò acutamente che il concetto di “arco forato” è così assurdo come l’uso d’un nome non ricorrente nell’antica arte della guerra per designare una invenzione affatto nuova e diversa. Quindi fondandosi sulle forme fr. haquebuse, vall. arkibüse, ricondusse il nome rom. a fiamm. haeckbuyse haakbus, ted. Haeckenbüchse canna o archibugio a uncino; con che si denotava appunto una particolarità importante della nuova arma. La ipotesi del Diez è resa, secondo me, certissima da più circostanze. L’arma fu trovata in Germania; dunque è ovvio che ricevesse il nome dal popolo che l’inventò; poi la forma fr. primitiva è hacquebute, vicinissima dunque all’originale fiammingo-tedesco, e non spiegabile invece qualora si dovesse riferire all’it. Infine (e questo mi pare anche più decisivo) le forme fr. sono storicamente anteriori alle it.; poichè ricorrono già in Comines, laddove in Italia compaiono solo 30 anni più tardi, e il Comines la prima volta che nomina gli hacquebutes lo fa precisamente parlando di soldati tedeschi a servizio di Carlo VII, an. 1400-22. È probabile peraltro che la falsa supposizione che il nome venisse [p. 15 modifica]dall’it. contribuisse a modificare le forme fr. e sp. Der.: archibu-giata-giere.

Ardire, osare, avere prontezza d’animo per intraprendere cose aspre e difficili (Novellino, Dante). Risp.: prov. hardir enardir, fr. hardir enhardir fare essere ardito, afr. ardier eccitare, sp. ardido ardito. Base: ger. hardian che diè aat. hartian indurare, agguerrire, hartan, hertan, mat. herten, tm. härten d’ug. sig., aat. harton, herten essere o divenir robusto, as. hardôn. Il vb. ger. s’era svolto da agg. ger. hart, harti cui rispondono got. hardus, ags. heard, ing. hard fris. herd hird, anrd. hardhr, dan. haard duro, robusto (di cose), forte, audace (di persone). L’ing. hardy forte, animoso, ha la stessa origine, ma è passato, a detta del Kluge, pel tramite di fr. hardi. La deriv. del gruppo rom. dal ger. è certa, non potendosi in conto alcuno accettare quella da l. ardere audere o arduus, ed eesendo puramente casuale la coincidenza fonetica di sp. ardido ardito e ardido ardente. L’agg. ger. hart risale ad idg. kartùs riflettutosi anche in gr. χρατύς robusto, potente, χρατερός χαρτερός robusto potente, χάρτα molto, e forse in sans. krátus robustezza potenza, lit. kartùs amaro, Grimm Gramm. 1, 187, Ges. d. d. Spr. 400. Altri paragona qui anche sans. cárdha-s ardito, forte. In fr. hardir ricorre sin dal sec. 11º. Bl. hardimentum compare solo in Francia e nel sec. 14º. L’imprestito del ceppo ger. è antichissimo, e dovuto forse ai Goti. Der.: ardi-mento-mentosamente-mentoso-taggio-tamente-tanza-tello-tetto-tezza.

Aringa, [dial. arenga], specie di pesce piccolo che pescasi nei mari settentrionali, e che viene qui seccato e affumicato (Polo Mil.; Burchiello). Rispondono: sp. arenque, prov. arenc, afr. harenc, fr. hareng, valac. hering. Risale a ger. haring, da cui passò per tempissimo nel campo rom. come, a detta del Mackel, prova il cangiamento che ger. i subì nel territorio fr., dove passò in c. Da ger. haring si svolsero: aat, hâring donde mat. haerinc [ges], tm. Häring [p. 16 modifica]Hering; inoltre ol. haring, ags. háering, ing. herring. Secondo il Kluge è parola specificamente propria del ger. occid., invece di cui l’anrd. usa sìld. Aggiunge che la forma secondaria hering propria dell’aat. mat. e m. ol. accenna ad un ravvicinamento popolare ad aat. heri [tm. Heer] esercito, ravvicinamento dovuto forse all’essersi concepito questo pesce come “viaggiante a schiere”. Parrebbe quindi che hering stesse per Heerling. Lo Zambaldi crede che it. aringa possa trarsi da l. halec alice; ma è assurdo per senso e più per forma; e l’h aspirata dal fr., e il fatto che questo pesce è importato dal settentrione mettono fuori di dubbio l’etim. ger. È poi assurdo ancora il cavare ger. haring da l. halec; e di fatti questa ipotesi è oggi respinta da tutti i germanisti di vaglia, i quali respingono anche l’affinità del ger. col lat. Il bl. ci presenta le forme harenga-us-ium sin dal principio del sec. 13º in Francia e in Italia (v. Ducange); inoltre ci offre i derivati harengaria tempo della pesca delle aringhe, harengaria venditrice di aringhe, harengarius ufficio della cura delle aringhe: voci usate anch’esse in Francia sin dal sec. 13º.

Aringo arringo, tribuna o luogo dell’oratore popolare, piazza per parlare al pubblico, recinto per giostre o tornei; soggetto o materia da trattare (Novellino, Guido Guin.) Risp.: lomb. arengo, it. arringheria-ghiera ringhiera, rostro o sporto da cui si parla, afr. prov. renc, fr. rang. Ha per base: ger. hring, donde aat. hring, mat. rinc circolo, luogo in cui una moltitudine si dispone in circolo per un dato scopo, adunanza circolare, luogo chiuso, tm. Ring circolo anello, ags. ing. ring. got. * hriggs. La base preger. era krengho cui risponde sl. kragu rotondo. Paiono, affini al ger. sans. çrnkhala catena, gr. χριχος χίρχος l. circus circulus, e dentro al campo ger. got. * kreits, aat. kreitz tm. Kreis, ol. kriit. Il vocab. ger. ebbe numerosi riflessi nel bl., che però sono probabilmente tutti [p. 17 modifica]riproduzioni delle voci it. Vi troviamo arengum piazza pubblica adunanza, Regim. Patav., Stat. Rip.; arengaria, giudizio pubblico Chron. Parm. an. 1282; arengeria-gheria tribuna an. 1398. Altre forme bl. si vedranno sotto arringa. Lo sdoppiamento di gruppo ger. hr in ar non è raro, specie nel fr. L’introduzione del nome è certo dovuta al costume comune fra i Germani delle assemblee in cui si discutevano popolarmente i pubblici affari. Probabilmente ci venne mediante i Longobardi. Un deriv. it. che conserva il signif. primitivo del vocab. ger. è arringato, che s’usò nei primi secoli di nostra lingua in senso di “schierato”. Notevole che le lingue sorelle non abbiano ritenuto il nome nel senso materiale di “luogo d’adunanza”, ma solo in quello di “discorso fatto all’adunanza”, pel quale l’it. ha la forma arringa. Il fr. rang mostra il senso di “circolo, schiera”, non di “rostro, tribuna, piazza”. Der.: arringhiera ringhiera. V. arringa e rango.

Arpa, sorta di strumento musicale (Dante, Tav. Rit.). Risp.: afr. harpe, prov. arpa. Venanzio Fortunato †600 chiama l’arpa uno strumento barbarico (Romanusque lyra plaudat tibi, Barbarus harpa; lib. 7, carm. 8). È dunque d’origine ger. Ed effettivamente troviamo aat. harfa harpha, mat. harfe harpfe donde tm. Harfe; poi ags. hearpe ing. harp, anrd. harpa. Tema ger.: harpa che entrò nel bl. prima che la Lautverschiebung dell’aat. cangiasse il p in f nel ramo at. Una deriv. da gr. ἅρπη falce, oltrechè troppo difficile pel senso disparatissimo, è resa insostenibile dalla testimonianza di Venanzio, e dalla immensa diffusione del nome ger., il quale a detta del Kluge è indigeno. Der.: arpeggi-amento-are-o; arpista, arpicordo.

Arringa, diceria, parlata, discorso pubblico (Fra Giord., Villani). Paralleli: sp. port. prov. arenga. Il fr. harangue differisce da questi perchè esso è derivato vb. haranguer, cui rispondeva it. arringare, sp. prov. arengar. Questo nome quanto alla forma è una variante o [p. 18 modifica]doppione di aringo che s’è già visto; e quanto al senso esso ha assunto un signif. derivato da quello di aringo stesso; cioè dal senso di “luogo per parlare al pubblico” è passato a quello di “discorso fatto al pubblico”. È il fenomeno che si osserva nel l. concio che valeva prima “adunanza”, poi anche “discorso pubblico”. Il bl. ci offre: arenga orazione pubblica presso Breviloquus, Chron. Windesemense, Rolandinus; arengeria diceria, Memor. Potest. Reg. an. 1266; arengare parlare, Rolandinus. Ma tutte queste forme pajono ricalcate sull’it., anzichè essergli anteriori. Quanto all’etim. ger. del nome v. aringo. Qui noterò solo che il ger. non presenta mai il senso di “discorso fatto al pubblico”. Der.: arringa-mento-re-tore-tura.

Aspo naspo, strumento per fare la matassa (Compagni, Buti, Libr. Astr). Risp.: sp. aspa, afr. hasple, fr. asple aspe, pic. haple. L’it. e lo sp. hanno a base immediata aat. haspa arpione, ganghero, cardine, aspo arcolajo filo inaspato in una volta. Di là mat. haspe hespe arpione arcolajo, hispe borchia fermaglio, tm. Haspel aspo argano. L’anrd. hespa vale “matassina, cordicella di lana, stanghetta”, ing. hasp “stanghetta”, m. ing. haspe “stanghetta, filato di lana”, ed altrettanto ags. haesp haeps heps. Il doppio signif. di “arpione” e “arcolajo”, dice il Kluge, è nel campo ger. di data antichissima; ma il dotto germanista non osa decidere se i due sensi siansi svolti l’uno dall’altro, ovvero se si tratti di due nomi radicalmente diversi e venuti a confondersi morfologicamente. L’afr. hasple sembra riposare sul dimin. aat. haspil donde mat. haspel tm. Haspel. Notevole che l’it. abbia preso solo uno dei due sensi del ger. Il Diez crede che la forma aspo invece di aspa quale sarebbesi aspettata, sia dovuta all’influenza di naspo che si svolse posteriormente da vb. inaspare. Ma romag. e sard. presentano anche la forma aspa femminile, che come lo sp. riflette genuinamente il genere della ger. Il Mackel parla di un bl. haspilum come [p. 19 modifica]fondamento diretto di afr. haple; ma questo bl. haspilum non ricorre menomamente nel Ducange, nel quale si trova per altro bl. haspa fibbia fermaglio, che è riproduzione di ing. haspe ganghero, essendo usata dal Bracton. Der.: inaspare.

Astio aschio, rancore odio invidia (Dante, Fra Giord., Villani). Nelle lingue sorelle non ha rispondenze, almeno di parole di signif. identico. Il Diez respinge l’etim. da l. astus astuto, pel senso troppo diverso, e per l’impossibilita di un passaggio fonetico da astus ad astio; e propone got. haifsts discordia contesa lotta, o meglio ancora vb. got. haifstian lottare, da cui potè svolgersi mediante vb. astiare. Il ceppo ger. di got. haifsts produsse aat. heist heisti focoso violento [Lex Alam. tit. 10], afris. ags. haest, anrd. hastr violento. Di qui certo bl. astus crudele, ricorrente nelle leggi longobarde, le quali ci presentano la frase «asto animo = con animo nemico, maldisposto». Da questo bl. longobardico astus anzichè da got. haifst io credo venisse il nome in quistione, checchè ne paja al Diez, che si oppone a tale deriv. solo per ragioni linguistiche. Per altre affinità ger. v. astivamente. Der.: asti-are-eggiare.

Astivamente, in fretta prestamente (Villani; Tratt. Consol.). Credo che riproduca immediatamente il fr. hâtivement d’ug. sig., atteso specialmente che il Villani usa spesso di simili gallicismi. Il fr. hativement poi con afr. hâste fr. hâte fretta, hâter affrettarsi, hâtif prov. astiu frettoloso, spetta etimologicamente al ceppo ger. che mostra anrd. hastr hasta affrettarsi, afris. haest fretta, hastelik frettoloso, mat. hasten tm. hast hastig impetuoso precipitoso furioso. Del resto un tal gruppo ger. radicalmente è identico a quello visto sotto Astio, col quale presenta anche una certa affinità ideologica.

Astuccio, guaina o cassettina adattata alla figura o grossezza d’alcuna cosa che vi si custodisce (Buonarroti). Rispondono: afr. estui, fr. étui, prov. estug, estui, [p. 20 modifica]sp. estuche estui, port. estojo guaina, ripostiglio. Base: ger. * stûkio, donde aat. stûchâ, mat. stûche manico, manicotto pendente dai vestiti delle donne, oggetto in cui si ripone qualche cosa, donde tm. Stauche pennecchio di lino. Altre formo ger. ags. stocu, anrd. stúka. Aat. stuko stukio risale a rad. preg. stug ricorrente in anrd. stukan, ol. stuiken spingere, mandare fuori. A questa etim. proposta già dal Frisch ed ormai accettata universalmente, il Langensiepen contrappose quella da l. studium che per le altre lingue sarebbe sufficientemente spiegabile dal lato della forma; per l’it. invece sarebbe assurda. Ma per tutte poi è inammissibile sotto il rapporto logico, giacchè al ceppo rom. in quistione pare sin da principio fosse essenzialmente annessa l’idea di “recipiente sigillato”. Notevole poichè le altre lingue neol. abbiano tratto dal ger. anche dei vb., il che non è accaduto in it., il quale forse trasse in epoca relativamente tarda il nome astuccio dal fr. e dallo sp., modellandolo sulla parola asta da cui forse lo si credette derivato.

Azza accia, sorta d’arme in asta con ferro in cima e a traverso (Ariosto, Berni). Rispondono: sp. hacha port. facha acha, prov. apcha per acha, fr. hache con h aspir. Il Diez trae tutte le forme rom. dalla fr. e a questa dà per base un ger. * hakka che produsse tm. ol. hacke ascia, zappa, marra, e che avea già dato vb. aat. haccon, ags. haccan, ing. hack afris. hakia fendere, spaccare, vb. riprodotti nel pic. hequer tagliar legna. Però il Fôrster Zeitsc III, 264 mette a fondamento del gruppo rom. un ger. * hapia sviluppatosi in aat. happâ, tm. happe heppe hippe falce, falcetta. In appoggio dell’ipotesi del Diez che fa della forma fr. la madre di tutte le altre rom. può allegarsi il fatto che afr. hache compare sin dal sec. 12º; laddove bl. aza azza in Italia s’incontra solo nei secoli 14º e 13º negli Stat. Veron., Mantovan., Castri Redald., Ius Vicent., e it. azza accia ricorre scritto solo nel sec. 16º. Der.: accetta.