L’Altrieri (1910)/Panche di scuola

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Panche di scuola

../Lisa ../La Principessa di Pimpirimpara IncludiIntestazione 30 aprile 2016 25% Da definire

Lisa La Principessa di Pimpirimpara
[p. 32 modifica]

Panche di scuola.

I.

Il grattacapo de’ mièi genitori stava, come già sapete, nel mio avvenire. Generalmente essi ne ragionàvano a sera, quando, divisi dalla tàvola, babbo schizzàvasi un rèbus, mamma intelucciava, mendava qualche mio tòmbolo e, loro presso, in una poltrona, il vostro amico scrittore se la dormiva. Secondo mio padre, io era uscito a questo mondo apposta per la diplomazìa. Egli me ne scopriva, credo, la vocazione nelle molte bugìe, nelle fandonie, che gli vendevo ad ogni momento ed egli, uomo cui si sarebbe tolto, senza che se ne accorgesse, il panciotto, m’imaginava giojosamente là, dritto, intirizzito, in giubba verdona, spada, calzoncini e scarpette, a dòndoli, ciòndoli, — come un cereo personaggio da fiera — il cuore in [p. 33 modifica]saccoccia incartato ed il sorriso stradoppio: mia madre, invece, figlia di un generale, sorella di un colonnello (non oso dir moglie di un capitano, chè babbo non lo era che della milizia cìvica) vedèvami — intanto ch’io forse sognava di un cavallo di legno a mòbile coda — su un vero e vivìssimo bajo, in una montura rossa dagli aurei agrimani, con un pennacchio bianco, sciàbola che ticchettava, brioso, galoppando, mandando in cìmberli tutte le gonne del corso. E questo, a propòsito di un brillante avvenire. Siccome peraltro v’ha in ogni cosa del nero — il che, tra noi, egregiamente serve a far risaltare i colori — così, anche un lumacone di uno zio canònico, unto come la ghiotta, tirava sopra di me a suo modo, somme e moltìpliche. Lo spaventacchio! Io ne temeva i baci, biasciosi, tabaccati, come gli scappellotti: intravedùtolo a pena, battèvomela. Ed egli veniva ogni lauto da noi, sempre con un involto di nuove ragioni ch’egli spiegava su pel tappeto, magnificàvane la qualità, il prezzo.... In poche parole, voleva ch’io mi scambiassi in un lavampolline. Io! pensate. Con il coltello strangolatojo, colla triste sottana, con l’O sulla coccia!

Ma, foglie-e-frasche! lasciando dir tutti, filosoficamente russavo. A che buono scaldarmi? Senza il mio visto, già, i grandi lor piani potèvan servire a stoppar buchi da toppe. Dunque, se ben volentieri accettavo ogni presente dalla parenterìa, sbudellando i bussolotti di babbo, rompendo gli schioppetti di mamma, fondendo le croci, i vèscovi di peltro e gli altri utensili da altarino di zio, quanto a digerire un consiglio, a elèggere una strada, oh! non mi si trovava mai a tempo.

E sì che il brodo in cui mi cuocevo era il [p. 34 modifica]sciocchissimo. Stringèvami una tale ripugnanza per tutto ciò che usciva dalle botteghe del librajo e del cartolajo, una tanta paura che, al muòversi di qualche pàgina, allo strìdere di una penna, davo una giravolta e via. Così, se qualche pagliùcola di sapere spuntàvami ciònondimeno nel ciuffo, lo era a mia insaputa: i mièi parenti ve l’avèano posta con ogni sorta di precauzioni, con ogni fatta di astuzie. Guài me ne fossi accorto! guài. E ne scoperchio un esèmpio.

Ritorno a‘ miei cinqu’anni: siedo, in una sala priva di luce, sulle ginocchia di mamma. Di faccia a noi, stacca nella oscurità un quadro di carta velina, luminoso, dietro del quale, babbo è nascosto. Molte e molte ombre vi pàssano.... ed uno zoppo che leva e si mette il cappello.... e un cagnolino che muove la coda e un soldato che brandisce la spada.... e una contadina che fà il butirro e buòi che dicon di sì e....

Ma, ecco un triàngolo — una livella quasi da muratore....

Io ne raccapriccio, ne ho lo stesso bizzarro spavento che coglie, ora, il mio cuginetto Poldo dinanzi a un piatto di gelatina o a un biancomangiare che bùbboli.

— Non volio d’A — grido. E L’A scompare. E sfilano, ancora, brave persone Una donnetta con parapioggia, un ragazzino che corre, due àsini (babbo qui ragghia).... un pulcinella.... poi.... Tò! Un altro intruso. La è una pìccola serpe; par la stanghetta del barbazzale, il gancio della catena del fuoco.

— Niente M, — strillo aggricciando.

IL biscio non muòvesi.

— Niente O.... niente H, — sèguito a strappabecco.

Ma nulla di nuovo.... nulla! e perchè? [p. 35 modifica]Sèntomi su’n materasso imbottito cdi noci. Mi volgo. Mamma fà un leggerissimo fischio.

— Ah! S! via la S, — scoppio allora con gioja. E il serpentello sparisce e la rappresentazione continua.

Per quello che poi riguarda la mia cattiveria, già scrissi a lèttere capitali. Se, alla dolce influenza di Gìa, ella si era per così dire coperta di cènere, ito che fu quel pòvero uccello di passo, di colpo la si sbracciò, io ridivenni un subbisso, e, stavolta, così fuor di misura, con tali caparbietà che sono certo di non aver mai fatto soffrire i miei, come in quel tempo: nè quando misi i denti di latte, nè quando strafallìi gli esami.

Oh disilluso babbino! Il tuo diplomàtico liquefacèvasi al par di un gelato in una calda festa da ballo, ne aggrinzìvano le decorazioni e il vento se le portava: ecco apparire invece un uomo con cappellaccio a gronda, la pipa in mezzo di una barba lunga, incolta, ed un bastone bernoccoluto nel pugno. E intanto, al colonnello di mamma si assottigliava il destriero, diventava di legno, prendendo a poco a poco figura di una enorme scopa, e intanto, lo zio canònico già mi sognava nell’unghie di Tentennino, fatto saltare come un marrone di padella in padella dai diavoletti a coda arroncigliata: stà il fatto che l’eccellente pretone, un giorno, propose a mio padre (e punto ridendo!) di menarmi — lui stesso — alla Diana.... alla Madonna di Efe.... di Loreto od anche, di fare fregare le mie lenzuola contro la cristallina arca di San Galuppo, il tocca-e-sana degli invasati.

Babbo, peraltro, avèa la mente ad una diversa esorcizzazione: il collegio. Io, con tutto il rispetto per il brav’uomo, con la màssima [p. 36 modifica]voglia di trovar scuse a certe superstizioni di lui, bisogna tuttavìa che osservi come, de’ due rimedi, il migliore o, se non altro, il meno cattivo, fosse quello di zio.

Diàvolo! essendo tante le gradazioni dei caràtteri quanti gli uòmini, ne dovrèbbero per necessità venire altrettanti sistemi di educare. Se tu, cozzando con un temperamento di acciajo, arrischi — senza frutto — le corna, usando invece di questa tua forza contro ben altra tempra, riuscirài allo scopo con quella facilità stessa colla quale riversi un guanto o ti succi un uovo.

Molti sono degli uòmini i capricci;
A chi piaccion le torte, a chi i pasticci:


e quindi?...

Ne deriva che se un quidam, padre di cinque figli, si ponesse all’impegno d’incappellarli tutti con un solo berretto o di calzarli colla medesima scarpa, troverèbbesi le cento miglia fuori di carreggiata — ammessa la quale cosa, chi non vede l’assurdità dell’educazione collegiale? di quell’educazione a suono di campanella che obbliga il malaticcio o delicato fanciullo a tôrsi dalle coltri alla stessa prest’ora del suo robusto e carnacciuto camerata; di quell’educazione che costringe lo sveglio e il diligente al passo dei capocchi o trasandati; di quell’educazione che, in sostanza, considera i suoi soggetti come altrettante màchine, uscite da una mano sola, dagli idèntici ordigni, e tutte caricate assieme in un dato giorno?...

Ma, rincasiamo. Ben triste, ben lagrimoso fu a’ miei genitori quel punto in cui dovèttero tirar fuori un’idèa già covata da lungo, dovèttero confessarsi cioè, che per il loro figliuolo era necessario, indispensabile.... un collegio. Tieni per certo, piccoletto Gustavo, che, se tu [p. 37 modifica]addolori, quando sei castigato, i tuòi ne sòffrono ancor di più.

Ma, fatta la grande risoluzione, importava comunicàrmela. Si titubò. Mamma e babbo accarezzàvano moltìssima fede intorno alla mia delicatezza, a’ mièi sentimenti — essi, dunque, non mi parlàrono di collegio se non dopo un labirinto di andirivieni, un monte di storie, se non presentàndomene l’imàgine attraverso un nebbione di cioccolatini e di giuochi. Pur s’ingannàvano. Io era innamorato del nuovo, del cangiamento, io; per la qual cosa non mi grattai un minuto secondo la nuca — accettài; accettài con tanta facilità, così liberamente, di slancio, che, ne’ mièi arcibuoni parenti, al timore di afflìggermi, al piacere d’avermi persuaso, subentrò una scontentezza profonda pel mio cuore di stoppa, la mia ingratitùdine.

Ed io, approfittando della circostanza, domandài loro una nuova carriola.


II.


Infine, ivi bene a un mese, venne il dì posto, quella mattina freddotta e poco appresso il Natale in cui il carrozzone della famiglia, verde chiaro o, piuttosto, sporco, greve, vasto come lo richiedeva il guardinfante di mia bisàvola (chè esso avèa condotto dalia Germania al nonno di babbo la baronessa di Staubibach sua sposa) stette, con le nostre due spelacchiate rozze dai finimenti tre quarti corda ed uno corame, davanti alla gradinala ed attese. Noi, tutti e tre, allora, vi ci rassettammo; la frusta die’ il primo chiocco, i cavalli il primo scappuccio. [p. 38 modifica]

Nel luogo verso il qual trottavamo era un ben avvialo negozio di scienza che andava sotto il nome del professore Proverbio, un degnissimo uomo, imbastitore di una grammàtica e di una antologìa di brutte lèttere; due libri che avèvano fatto ottenere la croce di cavaliere e la immortalità sul gran dizionario-ricatto de’ viventi scrittori. Proverbio e la casa di lui, mio padre, li avèa conosciuti a propòsito di certe botti di vino loro vendute e ne restava invaghito: rivìstili gli s’impiombavano le simpatìe.

E in verità, se la bottega non la poteva chiamarsi di prima classe, non lo era nemmeno di terza, oltre di che piantàvasi un cinque miglia solo distante da noi, incantinava del vino eccellente (e babbo se ne teneva) poi... in poche parole — ecco una gazzetta: La voce del gran San Bernardo:

Il prof. cav. Giosué Proverbio — essa stampa nel Minestrone delle Notizie — per soddisfare ai desideri di questa colta città — (e mette lo stesso il commendatore Marfori, prestigiatore) — volle — a ragione di tanto sagrificarsi alla gioventù fondando un Collegio-Convitto ùnico nel suo gènere. La posizione ne è eccezionale; il locale, il più confortàbile.... Trenta professori, senza contare i bidelli, un’impiallacciatura di ogni scienza a prova di tarlo, letti al sicuro dei centogambe, catechista senza pidocchi, infine.... — l’occhio perspicace di un padre, la mano premurosa di una madre — e — quattro piatti a tàvola, frulla, formaggio, con un bicchiere di vino. —

Il casamento era isolato. Rassomigliava, in complesso, a un dado immenso. Tègoli rossi, gelosìe verdi. Intorno intorno, gli correva un murello, interrotto quà e là da ingraticolati a [p. 39 modifica]pilastrini, sui quali — fra alcuni vasi a fiamma di pietra — aggomitolàvansi di que’ barocchi nani in arenaria che già facevano, dalle risa, saltare i bottoni agli affiorati panciotti de’ cavalieri serventi, e, dalla paura, abortire le loro damine; — e — dietro al graticcio, vedèvasi sgambettare, dar alla palla, altalenare, tuttochè sur uno strato di neve, un nùvolo di fanciulletti. Aperto il cancello, la nostra berlina svoltò lentamente: accompagnata da un bracco, che festosamente scodinzolava e faceva bau bau, giunse per l’inghiarato a un peristilio psèudo-greco-romano.

Tutto brillava, scintillava ad uno schietto raggio di sole — le vetriere del fabricato, le gronde, le banderuole di latta, la piastra Assicurazioni incendi, la soprascritta dell’istituto (lèttere d’oro su fondo turchino), cioè: Collegio-Convitto prìncipe di Gorgonzola, e — sotto — la testa calva, fregata quasi con chiara d’uova, gli occhiali e l’aurea grossa catena del l’orologio su raso nero del direttore-proprietario medèsimo. Il quale, rotondo come una mortadella, dal frontispizio fiorilo, olïoso, con un solo cerchio di barba intorno al mento, pavoneggiàvasi là, tra due colonne del pòrtico, per avvertire a’ suoi scolaretti e insieme godere di quella finestrata di sole — le gambe aperte, le mani in saccoccia, scuotendo e riscuotendo soldoni. Proprio, a modo di un albergatore di campagna: non gli mancavano che il berretto, il bianco grembiale e, in giro, nell’aria, un profumo d arrosto.

Come peraltro ci scôrse, cessò di fare la ruota. Fu lui che ne sportellò la carrozza e scese lo smontatojo, che offerse il braccio a mia madre e trasportò mè a basso, che infine, ricevuta rispettosamente da babbo una stretta di mano, si prese il piacere, anzi l’onore, scambiando ad [p. 40 modifica]ogni uscio smorfie e cerimonie pel passo, di condurci al suo studio.

Oh! che studio: il più lustro ch’io vedessi mai! Salvo che nel soppalco, macchialo da certi segni che parèvan di tappi e di zaffate di vino, io mi specchiava dovunque; e nelle pareti a stucco e nel pavimento alla Veneziana — a propòsito del quale domando io se è un gusto davvero quello di stare sempre lì lì per rompersi una vèrtebra — e nei mòbili a lùcido e in due gran busti di gesso verniciati da marmo Cicerone ed Orazio dal lusinghiero, innocentino sorriso.... Ipocritoni!

E il signor Proverbio ci avvicinò delle sedie coperte di sdrucciolèvole pelle — sedie cedèvoli come toppi di legno. Un po’ di gonfiatura, poi, la porta si schiuse:

1.° A un servitorello, tosato al par di un barbino di primavera, che entrava reggendo un vassojo con aque concie, parte giallògnole e parte rossigne;

2.° Ad una donnuccia vestita di una lanetta, sorella, credo, alle due tende tessute a farfalle dello studiolo — una donnuccia che avèa della chinesina e pei capelli strappati all’indietro e per gli occhi a màndorla e per la tentennante andatura, effetto, là in Pagodìa, di piedi strozzati entro scarpine di porcellana; quà, di qualche osso fuori di casa.

— La è la nostra massaja! — esclamò il direttore pigliàndola per un dito e presentàndocela come il cavallerizzo fà di una Miss sfondatrice di cerchi incartati. — Mia moglie.... Gemma. —

Inchino generale: altra incensata. Mentre tìtubo ancora a fare la scelta tra le due sorta di aque tinte, il signor Giosuè, battendomi una spalla, vuole ch’io lo inscriva pel mio più buo[p. 41 modifica]no amico; la signora Gemma, toccàndomi l’altra, promette di pettinarmi ella stessa: tutti e due dilùviano in tanti punti di esclamazione, in tante lodi che sembra non àbbiano, se non per me, edificato il loro collegio. Proprio come il Dio delle scolette trapuntò il cielo di fiamme a passatempo dell’uomo e seminò i pòpoli per quello di pochi frustamattoni, i rè.

Ma — quando il nostro becco fu molle ed li Proverbio aridì — desideràndolo babbo, ci alzammo a visitare la fàbbrica. E lì, allora, vedemmo una grande cucina col suo cuochetto in bianco, con la piatterìa e il rame in cui dava il sole, con un odore di caffè tòsto, un borbottamento nel caldaio; e poi, vedemmo il lungo mangiatorio dai muri pitturati a convenzionali paesaggi (giardino con lago, cigni e tempietto; bosco con eremita....) dalla volta azzurra, a nuvoline, ròndini e due lumiere appiccàtevi — più — con sopra le finestre e le porte, dipinti a combutta, libri, calamài, cocòmeri penne di oca e pezzi di formaggio; in sèguito, la librerìa, la pollerìa, il gabinetto di fisica, le scuole, il dormitorio... In una parola tutto.

Quanto a me, cercavo attentamente i luoghi del castigo. Mio padre, mi ricordavo benissimo, me li avèa descritti, quando non esisteva peranco la probabilità ch’io li potessi temere, come degli orrìbili buchi. Li cercavo ora dunque e, avvisando, nel traversare un androne, ad una lunga fila di porticine, chiesi al direttore, se i famosi in-pace del collegio èrano quelli.

Egli sorrise; babbo si tenne la pancia.

Sì, sono — fece quest’ùltimo.

-Vero? — E vènnemi una malia voglia di curiosarvi. Ne diserrài uno.... Sesese.... ciaach... che fumo! che puzza di tabacco pipato! [p. 42 modifica]Ah! i por.... — gridò Proverbio arrossendo e spinse, incatenacciò l’usciolo) — sempre così, i domèstici! — aggiunse verso di noi.

Sottosopra, peraltro, i mièi rimàsero soddisfattissimi. Come poi indirizzàvansi alla carrozza, si affrettàrono di lasciare al direttore i loro complimenti sinceri, cui egli rispose accollando a babbo un pacco di descrizioni del suo spettàbile collegio (ivi litografato sotto un certo punto di vista da somigliare una reggia) ed io — in questa — promettèndomi essi, fra i baci e le làgrime, di venirmi presto a vedere, li avvertìi, di non farlo, se non con molti giuochi e chicche.... Fu il mio ùltimo addìo! O cattivissimo Guido!

Ma allorché la verdechiaro berlina si mosse e le cricchiò sotto la ghiaja ed essa svoltò e poi scomparve dietro al murello di cinta, io mi sentii improvvisamente solo; ciò che prima mi era sembrato sì lucicante — le gronde di latta, le vetriere, l’aurea catena di Proverbio appannò; io mi trovai in un abbandono, in un malèssere tali, che stetti a un filo di córrere appresso a chi mi rubava il mio raggio di sole.

III


Senonchè, il direttore imponèndomi la sua pesante mano càrica di anelli, si era pigliata possessione di mè.

— N’è vero? — domandò egli nel rimorchiarmi in casa — noi, siamo già amiconi.... Vostro padre mi dice che voi imparaste poco più di niente... Ebbene, risponderemo, tanto meglio! Ad una torre di pòrfido, da costruirsi, non [p. 43 modifica]servono fondamenti in stracchino. T fondamenti, eaeciàtevelo in testa, sono il capo essenziale.... Cerio, lo si capisce a occhio, voi siete un buon bimbo.... Le scappatelle non méttono conto. Dunque, lasciale fare al tempo e a noi.... Noi, dal signor contino Guido Etelredi caveremo fuo¬ ri qualchccosa di.... di bello; ne caveremo un, un.... — e, con (pici bocchino che mostrano i bachi da seta guardandosi attorno, cercò il che cosa per l’aria. Pur non trovando : — Che porta ! riattaccò con un’alzata di spalle. — Voi, Etelredi. avete anche il diritto di non far nul¬ la.... Siete ricco, voi — e sospirò. — Lo po- less’io ! — K (pii un secondo trombamenlo di fiato. Im¬ pensierì, o parve ; poi, scuotendosi come per cacciare una mosca importuna : — Intrattanlo — disse — andiamo alla vo¬ stra scuola. Xon per studiare, ora: per assue¬ farei al suo ambiente. — K fummo alla terza classk. Ivi, il più chiuso silenzio. È vero che nel toccare la soglia del corritojo che vi menava, crnnii sembralo uscirne una cliiuccuiiaja, un pe¬ stìo. ma, chi non lo sa ? possono suonare gli orecchi : anzi — suonàvanmi — inquanlochè il direttore continuò il suo passo con la prima t» greve misura da catapulta e inquanlochè aperto l’uscio — demmo in una così severa, orgogliosa àula che ne inlirizzìvan le lingue, lo. machinalmcnte, mi bottonài. La sala era ampia, a volta, con una canna di stufa, che, innalzatasi a zigzag, la traversava, o, dalle pareti a sola rinzaffatura ; quella di faccia a noi, bucala da tre finestre ; l’altra, alla drilla, con suvvi una gran carta d’Europa di poche parole pei negligenti, mula) ; la terza infine, con una mènsola di falso marmo, che ri¬ [p. 44 modifica]guardava il mezzo della corsìa Ira i due ór¬ dini di panche e che portava il busto in gesso, verniciato di verde, spolverizzalo d’oro, dello stesso Proverbio — una perfetta insegna da macellaro ! Ed appancale, (piante differenti testine ! Là, una riccia siccome i trìiciuoli del legnaiuolo c castagnina chiara ; (pia, una arruffata, dal ca¬ pello aspro e castagnina oscura ; presso, una bionda, a ciambelline, vera matassa di seia; poi, una nera, ingommata, lustra al par di uno stivale (se lustro) in sèguito, tre cimale, una ros- signa.... E quanti diversi nasucci !... arricciali, a peperone, aguzzi, i più.... incipienti.... E quanti vispi occhiettini ! grandieelesti, piccoli¬ neri, grigi che ammiccano, verdognoli ; qui, a lunghe ciglia, bassi come que’ di una mònaca; lì, strabuzzanti, da coccoveggia : o tondi come u u due-ce 11 lèsi mi, o a sfendilura da caldar¬ roste. 11 pettinatore morale di lutti questi ciuffelli — un fuseràgnolo alquanto scorretto di gambe, bircio, senza un pelo al labbro quantunque se lo carezzasse soventi e con un cinque o sei doz¬ zine al più di capelli, tuttoché studiasse che la penna d’oca (in verità poggrata su di una mollo visìbile orecchia parèssegli ficcala nella capigliatura — si avanzò allora verso di noi. Signor cavaliere ! — diss’egli ehinàndnsi

  • 1 n

a Proverbio. v Stava forse dettando? — dimandò costili vedèndogli in mano un foglio. — Appunto, signore.... La lèttera pel capo d’anno.... ai parenti. La sua. Ne sinmo. anzi, alla fine. — E la finisca dunque* — fece il dirci!ore. E a sè tirò il seggiolone del maestro, vi si acconciò, poi, mi offerse un ginocchio. [p. 45 modifica]L’altro, accavalciàtosi l’occhialctlo sul naso : — Bene — disse, cercando col dito sul foglio — siamo restati a.... a.... — Vita lunga e sempre lieta, la quote.... — pispigliarono i fanciultini. La quale — seguì il maestro — sarà co¬ ronata.... da un èsito fortunato.... Non per Mazzi, peraltro — osservò il di¬ rettore, accennando ad uno scolaretto che, in¬ vece di scrìvere, piechiàvasi con le dila a pìz¬ zico le gonfie gole. (Risa e movimento). Fortunato, ove il Signore assecondi.... le preci mie; punto e vìrgola. — Ed io farò.... ogni....pos-sì-hi-le onde.... — Le preci mie? — domandò un ragazzino in arretrato. — Pillilo e vìrgola, — ed io farò ogni possibile, mule.... — ripetè il maestro — onde rènder¬ mi sempre piti degno di ckldehmi Vostro — vi ma iùscola — af-fe-zio-na-tìssimo... nb-be-dien- tissimo— — e incitano o figlio, o nipote o imjrìllo a seconda della persona cui scrìvo¬ no. Poi, il nome.... — - E la dala, — compì Proverbio. Si udì un susurrò, uno stropiccìo di piedi per tutta la scuola ; la è scorbiata.... aah ! 11 direttore fece un gesto coll’ìndice. — Baldinelli — disse — il vostro dettato. — Si dipancò un tomboletto, tondo, grasso e bian¬ co come un pan di butirro — venne, e porse la carta da torta a Proverbio. Il quale vi mise gli occhi. — Ahi, ahi.... — notò sùbito — uno.... due.... tre.... Tre o chiusi ! in una sola linea !... E queste ? le sono enne ? le sono u ? — Ma il calamajo.... — cominciò il bambino articolando con aspirazione. — Sòlite scuse ! Il calamajo ! la penna, che [p. 46 modifica]rende grosso !... Come, se noi, i rè del crealoj le copie autèntiche di Dio, dovessimo ubbidire a de* materialissimi oggetti ! Cangiale scrittura, Bandinelli mio caro. Non sapete forse che nel caràttere calligràfico s'intravede anche il mo¬ rale? Questo che voi possedete, sporco, ingar¬ bugliato, è da arrullapòpoli, da lesta balzana.... già, guardale.... non un puntino alle i, non una spranghella alle ti! Bandinelli, procuràlevene uno, pieno, rotondo, ciccioso come la vostra pre¬ senza.... E non è vero — aggiunse voltandosi alla scolaresca — anzi ! è falsissimo che gli uòmini grandi scrivano alla maledetta. Migliaja e mi- gliaja, ben in contrario, annerirono le loro pଠgine col pili bell’ inglese del mondo.... La è, Dio santo ! questione si ne qua non di buon gusto ! — e a tale propesilo si pulì il naso con un moccichino stampato a cattedrali. — Boi, l'arte, non slà in quei clic tu dici, ma nella forma che tu gli dai. I n biancomangiare in pappa, sentenza questa del (Iran Luigi di Francia, li sembra meno gustoso di uno che ti si porli a tàvola, ritto.... E, di genti* illustri' con bella calligrafìa, ve ne poi rèi citare un barbaglio.... Fra gli altri.... fra gli allri — qui si grattò un orecchio. — Io, per esempio, ho nello scrì¬ vere una mano eccellente.... eppure — c riab¬ bassò il naso verso la inehioslrata di Bandi- nelli — senza vantarmi.... stampai ! — Egli, leggendo a mezza voce, faceva il reco mormorio d’un calabrone in un fiasco. Ala. a un tratto: — Ah ! Bandinelli — uscì a dir con ri ni piò¬ verò, dando un bulle Ito al fogli uzzo — la vi in mandarvi si riferisce ai vostri signori pa¬ renti. Pure, qui non vi ha la maiuscola ! E perchè mò ? e il rispello ? — Il ragazzino sbirciò il punto accusalo : [p. 47 modifica]— E* non è a capo, — osservò. E i vostri parenti non lo sono forse 1 — ribaltò il direttore con un grosso sorriso — a capo della famiglia, eli ? — e, come se aves¬ se fallo uno stupendo trovato, ne gongolò lutto. Nessuno proprio rideva. Ma che progressi, le lingue 1 Ora le si piegano ad ogni qualunque bizzarrissima idèa, riescono ad esprimere i nostri più astrusi con¬ cini.... Se, fortunatamente, non capitassero di lanlo in tanto delle brave persone a rallencr- le per le sottane.... già.... perchè ogni troppo è troppo.... Dio sa, a lasciarle córrere a che diଠvolo giungerèbbero ! E a dire, mièi cari figliuoli, die l’uomo, il linguacciuto, lo sballone di adesso, non imbroccava, una volta, una sola parola ; che, per comunicare allrùi i suoi più impor¬ tanti pensieri, dovèa valersi di segni, di gru¬ gniti, di suoni imitativi ?... Telici i pioggia) bal¬ bettavano gli antidiluviani con un sistema as¬ sai sémplice, gnamgnam (cibo) da cui deriva il nostro magnare, za] (spulo) ornic inghiottire). E poi.... senza andare fino in Mesopolamia.... po¬ niamo che, da noi, quando, non essendovi an¬ cora nè azoto nè ossìgeno, si usava dormire la notte fra i rami o sotto gli àlberi.... poniamo si rompesse il collo.... una mela, ('adendo, essa, naturalmente, levava un rumore.... quale ? — qui egli appoggiò allo scriltojo un tale gran pugno da darne un balzo al signor maestro di terza ed al poverino — pii.... uni. Ed ecco, quelli del luogo, chiamare così il frutto stac¬ catosi ; ecco, in sèguito, modificandosi, ingenti¬ lendosi la loro lingua, procèderne dritto dritto il nostro vocàbolo : pomo. Ma, e se fosse caduta una pera ? — fe- c’io. senza soggezione, il dubbio. Proverbio si sconcertò un istante. Nessuno [p. 48 modifica]avèa mai opposto alle sue sesquipedali bag¬ gianate ; tuttavìa, riavutosi e, ad ogni buon conto, tappatami con un manuscrish la bocca : — Il pero — disse — è ima pianta moderna — Poi, si alzò: gli scolaretti, egualmente. — Questi — mi avvertì egli allora neU indi- carmi lo spilungone che poco prima dettava — è il signor maestro di terza. E sarà il vo¬ stro, Etelredi. Lei poi — aggiunse — caris¬ simo Ghioidi, favorirà di avere molla e molta pazienza, qui, col signorino.... È figlio del conte Carlo Etelredi.... Molti riguardi, capisce ? — E quando non ne ho forse avuti ? — do¬ ni andò (il ioidi, arrossendo. — EU ! non si scaldi. Ella, fraintende. Di¬ cevo di andare adagio col ragazzo.... 11 seni altro. Bisogna abituarlo, al lavoro, ma, lentìssimaiiien- te. Ni vero, Guidò? — e mi offerse una ma¬ nata di caramelle. — Grazie. — Dunque — continuo egli ritirando, spaz¬ zala , la inano e con faltra sfregandola come a frullar cioccolata — siamo inlesi. Guidò, Olu*- dienza. Ragazzi miei, grammàtica e calligrafia.— Quindi, partì. IV. Io, sgranocchiando i confetti del direttore, mi era seduto nel seggiolone di lui. Gb ioidi, uscito quello, mi si appressò, mi fé’ una carezza c: — siate buoni 110 come siete bello — mi disse. — Ora, dò il compilo ai vostri signori com¬ pagni, poi, faremo due chiàcchiere tra ni è e voi. — Detto il che, giustandosi rocchialino, ris¬ puntò il naso alla scolaresca. [p. 49 modifica]La (filili scolaresca continuava a tacere: dopo la pioggia rimane un po’ di frescura. E que¬ sto il me, quel follellino che conoscete di già, pareva enorme, miracoloso ; io non riusciva a persuadermi che de’ maliziosi visetti, come scor¬ geva ne lauti, potessero non fare d’occhio nem¬ meno. — Che siano tutti ammalati ? — pen¬ tivo — quando \h ! Io giurerei — quantun¬ que egli si affocasse a dire: no, nti — fu quel ricciuto, fu quello nel canto di destra, il primo a lanciare una pallina di mollica. Naturalmen¬ te, ne vennero quìi, risa ; là, una pispilloria al¬ l’indirizzo del colpilo, poi — ecco l’esempio ! — una seconda pallòttola, altri susurri, altri risetti, un leggier scalpiccio, e il tonfo (casua¬ le?; di un dizionario. Via via, il rumore si ac¬ crebbe: dopo qualche minuto mi ero tranquil¬ lizzato del lutto sulle condizioni sanitarie de* miei nuovi compagni. 1 cari quielini ! balza¬ vano su e giù nelle panche come i salterelli del pianoforte ; uno, buffettando e battendo sul- l inlavolato coi piedi, imitava il vapore ; un altro anatrava ; chi faceva di castagnette ; chi zufolava.... alla sbrigata, ciascuno si cavava i suoi gusti nò più nè meno che se al posto di bhioldi slesse invece piantalo un portaman- lelli. Signori, — pregava intanto il pòvero ap- piccapanni, — un po’ di silenzio.... sol per mez¬ zora.... 'Scrìvano.... Conjugare 1 verbi: io man¬ gio. bevo e.... St ! cari.... fate un po'1 l'agnel¬ lino.... - Si udì un piagnoloso belato. — Zitti, dunque. L)a bravi.... I verbi : io man¬ gio. bevo e.... Lab ! santo Dio ! Gori.... ma te¬ nete a casa la lingua.... — (ieri si levò. Era un lasagnone di un fanciul- lolto cròi e grosso, vestito di un panno giallo ; D,»SM. 4 [p. 50 modifica]un panno, come fischiàvasi, c cr ne Io prova¬ vano i buchi dei chiodi, fòdera dismessa di una qualche carrozza. — Eh? — interrogò egli con una di quelle voci, ràuche, sempre infreddale, che aggriccia¬ no i nervi. — Vi dico di tacere.... cribbiani ! — ripelò impazientilo il maestro. — Ma io dormiva — esclamò sbadigliando il ciccione — io mi sognava, io.... aali — e cadde pesantemente, facendo le mostre di riappiccare il suo sonno. Ouf ! — E tùppete ! — gridò in falsetto un màm¬ molo nel rovesciare, colto da gioja improvvisa. Vatramentùrium sul libro del suo vicino ; il che, con giudizio statario, gli procurò uno sea- pezzone. Ghioldi si avanzò bruscamente : — Dunque, non volete finirla ? — disse, c le sue mani tremavano. — Devo proprio con¬ durvi dal direttore, devo ? — Chi ? — rimpolpeltàrono percolilore e per¬ cosso sporgendo i due musini crucciati. Lo Spolveraccio guardò con disperazione la vòlta. E io — in questa — mi trovava nella più diffìcile delle posizioni. Viaggiando il mio sguar¬ do continuamente dallo scrittoio alle panche, se davo ne* fanciulletti che mi solleticavano con gli occhi, e nei loro gesti burloni, nei dàddoli, negli sberleffi, io, un frùgolo al pari di essi, mi sentiva il morbino, non me ne potevo tenere, ridevo, mi divertivo.... Ebbene — di botto — la mia allegrezza la diventava di pane caldo, nello scontrarmi in Ghioldi, n«*llo scontrarmi in quii- la pàllida faccia, senza speranza, avvilita, con pelle pelle, lì per scoppiare, il pianto. [p. 51 modifica]O disgraziato diàvolo ! Fà veramente pena, indispettisce il pensare che un uomo come (ihiuldi, sì onesto, sì ingenuo, amante del suo dovere e dei bimbi, riuscisse a cambiarsi nella grand’oca di carta di una scolaresca. Pur, che n • volete ! stretto da una timidità che avèa del lepre, soprannaturale (già, perchè, rasentando i quaranta, arrossiva ancora come una fan¬ ciulla di quìndici) con una fibra sì frolla da giravoltare a guisa di una tafferia per un solo bicchiere di Asti — egli era sempre pronto a presentare il collo a chiunque mostrasse de¬ siderio di sovrapporvi un giogo. Ghioldi era uscito da quella forma in cui si stampano ciuci¬ li èsseri a contorni nebbiosi, nè originali nè copie, in conto di seuza-idèe, non che veramente non ne possèdano qualcheduna, ma inquanlochè, non avendo bastante coraggio di buttarle in¬ sieme a quelle degli altri nel gran caldajo del pubblico, finiscono per sempre acconsentire come giapponesi ni di porcellana. K tò — succedeva di castigare un ragazzo ? o n un monello, il. quale gli avesse nascosto de* pezzi di legno nel letto, ovvero piazzatagli la tabacchiera di pepe ? — egli, al momento del¬ l'esecuzione, imbietoliva, rammollava.... alle cor¬ te, si lasciava andare a carezzare il vispo ma¬ lizioso visi no. Imagi nate il ti cchetto ! Non dico, no, clic si riméttano le cordicine alle fruste, vai più, im¬ boccala a tempo, una caramella che cento tirate di orecchi. Pure.... pure abbisogna modo anche nel distribuire le chicche — per iscansare le indigestioni. Se Ghioldi, poi, pareva curarsi poco della sua dignità personale, pensate i fanciulli ! essi acquistarono doppia briglia di quella che loro egli avèa concessa, gli guadagnarono la mano e.... Da qui staccossi una filatera di [p. 52 modifica]quelle brutte cose che se instintivamente ci òbbligano un sorriso perchè un granello di cattiveria l’han tutti danno, ragionàndoci sopra, i brividi; da qui ne venne una tal fama di straccio por il maestro di terza che gli studentelli, i quali dovèano entrare nella classe di lui alla rifioritura dei grisantemi, volgèvano già nella mente, guardando, attraverso i vetri, la neve, quali sorta di burla gli avrèbbero allora accoccate.

Nè solo i ragazzi. Ogni uomo è il guancialino da spilli di qualcun altro; Ghioldi lo era di tutti: fra i molti, dei Proverbio. Infatti, essi sfogàvano sopra lo sfortunato l’aceto loro; il primo se la prendeva con lui quando non trovava il cappello, quando le costolette — sua colazione abituale — mancàvano di osso; l’altra apriva un diavoleto, se lo zùcchero che egli le comperava (chè molte fiate quel povero cacio tra due grattugie, fidando alla direttrice noi, correva ad eseguire le commissioni di lei — il che ci seccava oltremodo per il naturale manesco della facente funzioni); se, dico, i rottami di zùcchero che egli apportàvale èrano piuttosto otto che nove come l’ùltima volta, se èrano quadrati, non tondi....

Dunque — qui osserva il mio amico Perelli — che serpeggiava nelle vene di Ghioldi? Latte?

— Ah! no, non dir questo — chi può contare le sue segrete trafitture? chi, le làgrime gocciàtegli nel silenzio di una notte?... Pure, l’abitùdine — quella ladra tiranna che già faceva crèdere lo sciaquamento delle bocche a tàvola, una pulitìssima, una elegantìssima usanza ai nostri padri eccetto, intendiàmoci bene, a colùi che, pesce nuovo, si trangugiò la sua aqua tèpida) quell’abitùdine che noi persuade, [p. 53 modifica]valzando o polcando in una soffocante saletta, di divori irci ; elio fà dindonar le cani[)ane e boaro i Tcdcum poi colossali assassinii ; elio.... ma lacianio ! — ribadiva (ìhioldi sulla sua sedia rovi nio, gli chiudeva a lucchetto le labbra : l’ès¬ sere sempre stato posposto al gatto di casa fino da (piando, ragazzo, cadeva allumato, in làgrime, ina non osava allungare la mano alla panaltiora, toglièvagli ogni speranza elio si mu¬ tasse un giorno por lui il tristo scenario.... Poi bisogna notare, sottosognarlo — Ghioldi si era famigliarizzalo alla propria soffitta e, per un uomo olio non conosco un parente, che non incontrò mai un amico, che non ha tampoco amorosa, conta molto la càmera. Vvròbbegli sof¬ ferto l’ànimo di vedere diversamente accomo¬ dali gli oggetti che la disabbrullìvano ? oggetti, raccolti uno por uno, dopo lunga bramosia, lenti sparagni, o una pazienza da scultore di nòccioli? No, no, cari mici. Là almeno, fuori dall’ab¬ baino a mezzogiorno, veniva su allegro il bel o geranio purpureo da lui allevalo ; là infine, quando egli più non- reggeva, senza farsi scòr¬ gere, al martello della passiono, (piando gli si gonfiava la strozza, poteva — con un giro di chiave — divìdersi dal nemico mondacelo. E allora tasteggiava un’affannosa armònica. Dalla sua spalla intanto, una tórtora calTò-e-latte, dal collare nerissimo^ pasceva in lui i*li oeehiettini. Tuttavìa, la è curiosa come — a mondarla la maggior parte do’ tormentatori di Ghioldi, cioè i ragazzi, non la si trovasse proprio cat¬ tiva. Guardale, a 1110’ (l'esempio, Bobi Carletti, un segaligno ai par di mi chiodo di garòfano, ‘lairintolligonte grillare dell occhio, con una ca¬ pigliatura, come la zucca, indomàbile. Bobi, è vero, ammattiva il malscgnato maestro, gli gua¬ [p. 54 modifica]stava il pranzo, facendogli, lui solo, mangiare tre quarti delle sue unghie e per il volere sem¬ pre rimettere la palla di posta e per il tuono bravatorio e per la strana mulàggine, ma, di¬ ciamolo, Bobi — con questo — era d’un cuore stragrande. Lasciando stare ch’egli tirava «iù, a una gran parte di noi, i conti, che ci rendeva mostosi, ci fagianava i coni poni mcnt ucci ; io. un giorno, lo scòrsi strappare dai limitare di una porla, con raj>bia, una corda a nodo scorsojo. insidia al maestro di terza, e, còlto da questi e interrogalo in propòsito. Io udii rispóndere che chi l’avèa lesa era.... lui. ('osi, suppergiù, Bello de-Ciflis — un pacchia- rotto rossiccio, dal naso arricciato come quel del morlajo e dall’andatura da pellicano ; il solo, che portasse orologio e catena d’oro e, all in¬ dice, un grosso anello d’argento ; Betlo clic dalla sveglia al coprifuoco, sballava prodezze di cac¬ cia (su bricche e camosci, in selve cupe a cin¬ ghiali e misteriosi incontri con ladri.... Ebbe¬ ne — tuttoché a lui si formassero facilissiina- menle nelle polpute guancie le fosserelle per ogni scherzo accoccato a Cvhioidi, tuttoché ci vi mettesse anche lo zampino non rado come allorquando si ritrattò sulla lavagna il piac¬ er plor con coda, corni, e tridente) pure, dite, poteva egli èsser chiamalo cattivo un fanciul¬ lo che lagrimava leggendo II pòvero Pili di Baiberti ; che ruppe il graticcio ad una gab¬ biata di passerotti promessi sposi con una po* lenta ; che infine, un giorno, giustamente ap¬ presso il Natale, sorpresi regalando una brac¬ ciata de* suoi nuovi balocchi al figliuoliuo del¬ l'ortolano che singhiozzava in vederli ? Nulla del tutto — nè più del bajardino Bobi Carlelti nè men di Giapino Girelli suo amico. E questi — del tempo e della stampa mia — [p. 55 modifica]se era il bellissimo dell'intero qollegio (grandi occhi azzurri, colorito di mela appiuola, dal vel¬ luto di pesca) era anche il più disùtile, il più fracassoso.... Fra noi, in verità, egli non si chia¬ mava Girelli, nome della madre di lui, sibbenc Pochetti ; come tuttavìa il nòbile dei due sem¬ brava il primo — chè la mamma, trinciando ca¬ priole (ino, perchè ridi, zio Cecco ?) metteva in¬ sieme migliaja di auree piastricine — così glie- fallibbiàvano colla spruzzagli» di sagrestìa. Ed è per mamma che il nostro Ciapino teneva nelle gambette l’argento vivo: la smania di di- mergolare i chiodi dai panelli e di cifrare i colli alle camicie de’ suoi condiscépoli, per chi, 11011 so.... Ciapino vinceva, con le diavolerìe, in è e lutti ; a lui importava un càvolo l’esprimere le proprie opinioni a voce alla in iscuola, il russarvi, il regalare ai compagni, presente il direttore stesso, bolle e spettinature. Quanto pe¬ raltro a’ suoi studi, non ne era al corrente ; sapeva di far la terza — niente di più. E, ve’, che caràttere ! Se al mio primo impan¬ carmi, egli scrivèvami il seguente viglietto : Tu ! — ’ Sta mezzanotte, io (che sono il mago) ti verrò a prèndere col forcone ; li chiuderò in capponaja, li farò venir grasso, poi ti but¬ terò in un caldaro — e ti mangerò....» il (piale viglietto mi diè’ qualche apprensione, due giorni dopo, conf io andava in cerca di una penna d*acciajo, egli, senza méttervi su nè sale uè olio, mi rovesciò dinanzi lo scalolino di Goro Sàilcr il diligente, giurandosi per mio amicone e, in prova di questo — nè mollo stette — picchiò ben bene Pino Lamberti, che, motteg¬ giando sulla mia confusa scrittura, dicèvala : brughiera di Gallarate. 5 [p. 56 modifica]V.

In poche parole, buoni, i mièi nuovi com¬ pagni lo erano Mio là — slavo per méttere tutti, il clic sarebbe sialo bugìa. Tulli non lo èrano, buoni: ci avèa uno uno solo, pera Uro; quel Daniele Izar ch’or mi storceva la lingua , il quale clava la volla alla non calliva bolligli.». Se adesso poi io vi presenlo cpieslo Daniele come un marmocchio costruito coi gomiti, con un viso da tromba, non crediate già che lo faccia per convenzione, per ciucila brutta ruf¬ fiana che l’imbaslisce in quattro agugliati* un lavoro e che qui scrive : tiranno moda antica peloso più d’ima còlica, occhi injcttali di san¬ gue, sia guercio e zoppichi — oppure — ti¬ ranno moda odierna il « Falconiere » di Tran¬ quillo Cremona — no, è puramente perchè vìi rispettata l’istoria. F infatti — a voi. L’avreste avuto forse per bello, per simpàtico, un coso con due grosse e corte gambe*, con mani larghe al par di guan¬ ti da scherma ; che vi mostrava una faccia vizza, quadrala, lentiginosa, il color rosso di cui si ag¬ glomerava ne’ mille bilorzoletli di un naso schiacciato e la cui bocca mangiava (piasi »li orecchi? un fanciullo che, conoscendosi rie«o. andava sopra di sè, incarnatilo, arrogante ? Sì -il — Allora vi tolgo il saluto. « » F, non miglior della crosta, il pasticcio. Vizi ve ne sono molti, ma alcuni non ribàt¬ tano allatto ; a 1110' d’esempio, la superbia. I:i prodigalità.... Ebbene, quelli di Daniele èrano invece i più bassi, i più schifosi, come la ven¬ detta, l’avarizia, l'invidia. [p. 57 modifica]Del resto, amici mici, io voglio scusare il pòvero bimbo : a questo mondo, cattivi proprio, 11011 vi si nasce, 110. Vi dirò dunque che la mamma di Daniele perdette la vita nel darla a lui e che per que¬ sto, ei, strapazzalo da mani indifferenti, e pena c pena, sparse nella sua infanzia tulle le lଠgrime che gli èrano siale concesse e fece il callo al dolore. Quante volte, di notte, in quella stamberga in cui la crudeltà di un padre l’avèa esigliato, quante volte — nel mentre che il guàltero, suo compagno di stanza, russava a spaventarne i sorci — Daniele, atterrito da un sogno angoscioso, svegliàvasi all’improvvisa e, sollevandosi dal pagliericcio, poggiando al fred¬ do muro l’accesa fronte, ascoltava con un trè¬ ni ilo, le avvinazzate voci che gli venivano dal¬ l'appartamento di babbo!... quante volte anche dopo di èssersi fallo vicino al cuoco e ili aver¬ gli detto: ho fame — cacciato dalla cucina, ricoveràvasi neiranticàmera presso la sala da pranzo, per appostarvi i domèstici che ripas¬ savano col sclvaggiume scarnato, coi ma inca¬ lvili in mina ; por domandare loro e (piasi som- lire invano) timidamente la roba sua : I n morsellino ! un solo spiccio di frullo ! — Scnonchè il padre — per fortuna ! — morì. Sulle braccia di chi cadde allor l’orfanello V Mi tombolò nel grembiale di sua nonna pa¬ terna, una riccona della la Contrabbandiera, vé¬ dova di un mercante di olii, la (piale, scandolez- zata per la birba vita del figlio, in urta con lui. si era ritirala in campagna a mangiar bile sopra i suoi pialli d’oro.... In confidenza, pe¬ ndini, la vecchia ci avèa lei pure posto un diio — 0 non il mìgnolo — nelle azioni ladre di quel fuggito all'inferno. K in verità, chi, se non essa, legava, la prima — colla cuffietta — in [p. 58 modifica]capo del suo Pcppino, l’idèa dell’onnipotenza del dio Mammone ; quell’idea che aduggìa sì facilmente ogni nòbile istinto, che impollrisee coloro i quali potrebbero, scansando la fatico¬ sa lotta contro il bisogno, giùngere ancora* pieni di forza e di entusiasmo al loro ideale? Ed anche — non era stata ella forse che proibiva al bambino di trastullarsi co’ figlioletti del por¬ tinaio perchè vcstìvan frustagno, che non gii permetteva di spazzolarsi * un cappello, che in¬ fine lo addormentava, credo, col dolce suono di un dinderlino a marenghi ? Ma — in quella maniera che la signora Izar, tirando su il figlio così, non s’era accorta mai di storpiarlo — rotte le uova, dubitò manco di avere concorso a rovesciare il paniere : ah ! i cattivi compagni — sospirava ella, e si faceva il segno di croce. Tant’è vero che appena la vecchia ebbe a pettinare il nipote (seniModul¬ inola — lo dichiarò suo ùnico erede volle ri¬ fargli l’acconciatura tentala già col padre di lui. il che viene a dire, si diè’ ad arricciargli lo sòlite idèe di dare ed avere, di superiorità, di pasta diversa, di.... Salvo clie dal trito cam¬ mino si slontanò un pochetlo. Siccome Daniele non conosceva una bricia di ciò che il mondo del primo piano sà o dovrebbe sapere, e, pa¬ zienza per l’istruzione ! ma non aveva ancora vista la coperta nemmeno del libro di messer Giovanni ; e siccome la nonna, tanto larga di cassa, era di mano si rottissima ; così ella pensò di porre a bagnomarìa il nipote por qualelir tempo entro un collegio, dal (piale, egli ri¬ cevuta la prima lessatura - - passerebbe a con¬ dirsi nello zampo di lei. La scolla pignatta stava non molto lontano.... Ve’ ! ti àtfumicherài, Da¬ niele : vai fra chi incensa al vitello d’oro. E qui, mi dispiace osservare come in gene[p. 59 modifica]mie, noi, caviamo volontieri il berretto dinanzi a un riccaccio. Pare che l’aureo trìpode basti a creare l'oràcolo ; al dovizioso, il miglior po¬ sto a tàvola, al dovizioso una turibulatura con¬ tinua, turibulatura poi, notisi bene, da parte di gente che non ha da sperare (ne spera) di far a mezzo con lui, di rosicchiargli almen qualche cosa. E invero — che diàmine, mai, Daniele, di giunta alla paga, dava al Proverbio? Ma nean¬ che un mazzo di lordi. Esso contàvagli le sue ottocento lire della tariffa nò più nò meno di (icrvasoni, il figlio del calzolajo, il facitore di pensi. Ed il Proverbio, che poteva da lui im¬ prométtersi ? Nulla, ripeto. Finiti, o dato un taglio a* suoi studi, Izar prenderòbbesi la porta non gli lasciando che de* ricordi morali, qual¬ che panca scolpila, o, tull’al più, le sue care sembianze da rompinocciuole, in fotografia. Pu¬ re, Proverbio, smarriva la testa nel giallo splen¬ dore del denaroso discépolo, vi si spappolava entro, chiamava Daniele il suo cucco ; gli avreb¬ be, se chiesto, regalala la sua dentiera perché si spassasse a sconnètterla. Ed era bello, sa¬ pete, il vederlo questo gran direttore, quando, la doménica, svoltava nel giardino il tiro a due della ex-mercantessa, (piando i due ser¬ vitori in brache di felpa rossa, panciotto verde, àbito pavonazzo, precipitavano dal lor ballalojo, sul quale tenèvali la fame ed una boria cru¬ dele.... Elie spreco d’incenso ! che su e giù di sollielti !... Proverbio produceva una flessibilità da meravigliarne Arlecchino ; ei si piegava, ei si piegava e naluralmenle allora quello scim¬ miotto di un Daniele rinveniva, gonfiava come un pane biscotto inzuppato. A noi tuttavìa le arie e il pieno borsello d Izar non facèan nè caldo nò freddo. Noi, son [p. 60 modifica]60 I/ALTRIERT ben contento ili poterlo cantare, non avevamo per anco aquislata la vera aggiustatezza de’ modi e de’ pensieri civili ; noi, ignorantissimi d’ogni scienza sociale, non pensavamo proprio che fra de* pìccoli èsseri, con musi e corpic- cinoli tanto quanto sìmili, fossero delle diffe¬ renze, delle insuperàbili sbarre ; quindi, l’ono¬ révole mozzicone di uomo, sebbene a casa sua mangiasse con posate d’oro sodo, riceveva in collegio — quando ne era il caso — al par d’ogni altro ed anche più che li meritava spessis¬ simo i tient’a-mente, pur sodi, cui la scola¬ resca giustizia lo condannava. Beno — guar¬ dato un po’ che faceva allora l’ometto. Hi, n<m potendo abboccare il can grosso, volgèvasi stiz¬ zoso a mòrdere il harboncino senza difesa — giustamente, (ìhioldi. K vero che, in sulle prime, Izar, lavorando di straforo, aveva con spionaggio e calunnia cercalo di accomodarci in salsa brusca ; è vero che cominciò anche a far spuntare le lagn¬ inone a qualche putì ilio d’intorno i cinquen¬ ni, stuzzicandolo per trovare un appicco di dar¬ gli una grallialura, una dentata o di strappargli un ricetto, ma, nei due bei tentativi, non aven¬ dosela passala liscia, loglièvasi tosto dal terreno malsano e andava là dove vergeva il bello di tribolare, con sicurezza, lino.... Uno, cioè Ghiol¬ di. K contro questo pòvero màrtire, tulio ciò che una diabolica o a mèglio dire malata imagi¬ nazione riesce ad arzigouolare, fu da lui messo in òpera ne salto le particolarità), gli induri insomma, alla nascosa per mesi e mesi, cotanto il suo tocco di pane, che un altro, nuovo al dolore, ne sarebbe rimasto strozzato.... E qui — con siinìl collegio e tali maestri e compagni - io vi trasporto di bollo, o caris¬ simi, fino alla metà circa di luglio. Quanto al perchè, èccolo : [p. 61 modifica]VI.

Il sole se ne scappava a dormire, cioè a par¬ lare più esatto, lo si argomentava dall’orolo¬ gio, chò, con n 11 si fitto tendone di nubi, sfido voi a vedere la Maestà Sua aggropparsi il cuf- fiotto, e porre il roseo ginocchio sull’imperiale tàlamo: noi, intanto — colli da un temporale improvviso, a radi goccioloni, a ròtoli che fa¬ cevano bazzucare i frutti sugli àlberi, lamen¬ tarsi i camini, ed atterravano i vasi di fiori — avevamo dovuto cambiare il giardino con uno stanzone a primo piano, stanzone che serviva un po alla distribuzione de premi, un po’ a distèndervi le patate e, dal quale, per una porla in un canto ed una scaletta a chiòcciola, filili- 7 o gèvasi, presso il fienile, alla cameruccia di (ìliioldi. Lì poi — siccome il Proverbio e la Proverbia èrano, per una visita di gala, scar¬ rozzali-vi a e siccome il maestro di quarta si¬ gnor Fagioletti, cui essi raccomandavano di aver rocchio ai fanciulli, se l’era svignala del pari, sperando che quello di terza (il (piale succiàvasi sotto le travi la ùnica oreltina sua) scendereb¬ be al baccano — così, per i cinque minuti, rimasti soli, i miòi compagni tjo basso matto, ma ci ho una buona ragione) si affaccendavano tanto, a córrere, a trambustare le sedie, a sbrai¬ tare, che, a pena, udìvasi il rimbombo della partita a palle, giuocata là in alto a lume de’ lampi fra Gambastorta e l’angelo Gabriele. Io, tuttavìa — ne stupirete certo — non scal- cagnàvami, non vociava ; ben in contrario, mi tenevo nel vano di una finestra, immòbile, in¬ [p. 62 modifica]62 L* ALTRIERI sensìbile alla chiassala e adocchiando machinal- mcnte, con un ca])o della tendina in bocca, le gràndini che, sul lello della rimessa risana¬ vano di tegolo in tegolo, e le foglione delle pò¬ vere paulonie che si slracciàvano, rompeva usi. cadendo a coprire i seni ieri. Kgli ò che comin- ciàvanmi allora i tocchi di una malinconìa dol¬ ce, profonda, la quale, come non vi sarà nuovo, strìnsemi violentissima poi e da cui non mi rifaccio che ora. Di tempo in tempo essa mi si serrava alla gola — giusto quando la coda del micio in¬ grossava — e alle gelate carezze di tale donna, pàllida, dai capelli nerissimi e dagli occhi eter¬ namente sbattuti, cose e persone di una volta, a strato a strato, mi riapparivano. Io, per esem¬ pio, in quel punto ricamminavo coll’ànimo per una viuzza inondala dalle troscie dell’aqua, con la mia Già a braccio ; ella succinta, infagotta¬ la in un palandrano disgocciolaute, da uomo; io reggendo a fatica un gran parapioggia di cotonina rossa, mentre, intorno a noi ed a Xen- cia, la quale ci sgambava dietro calzala di malta ed arrabbiando sotto di un ombrellelto, la di¬ luviava.... Xoi tornavamo da una cascina non molto lungi di casa dove eravamo stati a vedere un vitellino neonato.... babbo non lo sapeva.... e, come l’aqua che ci sorprendeva colà, con¬ tinuava a flagello nè sembrava in voglia di smét¬ tere, avevamo risolto pigliarla. Ah ! come rideva di gusto la piccolina serrandosi a mò, come mai Nencia, tutta a schizzi di fango, si affannava a gridarci : ma adagio.... vojaltri ! Madonna santa ! adagio. Io non posso proprio dirvi, quante volte stando così appensato — m’illuminasse il ba¬ leno e tentellàssero sotto al mio fronte i vetri pel bombare del tuono, nè fino a quando avrei [p. 63 modifica]viaggialo ancora gli spazii, allorché, di colpo, una strappata alla manica mi tirò su questa gócciola di plutonio, udranno mille ottocento c.... puntini, alla nula (piasi di luglio, entro il gabbione dei signori Proverbio. .. Fu un vero stillo nutritile: io, aspramente, mi volsi. La notte era calala e una candela di sego, o } sopra una scranna, bruciava fumosamente. De’ mici compagni tutti zilli com’olio) alcuni si mo¬ vevano (pia e là in pillila di piedi ; altri, con i ginocchi piegali e le mani su quelli, tende¬ va 11 gli sguardi allo spazzo. Cioè — lentommi Primello Levi — guar- da, Ftelredi.... — Fd io, seguendo la mano di lui, scòrsi nel mezzo del camerone la lortorella di Ghioldi. Kssa veniva innanzi, lentamente, a onde come le lèni ine doppie, veniva non sospettando nem¬ meno che tanti cuoricini, intorno a lei, galop¬ passero. Pure la sua illusione fu breve. Al tonfo di una palla di gomma scaraventatale presso e al susseguente scalpicciare dei nostri impazienti pieducci, ella restò, battè impaurita le ali, poi, a pìccoli e presti passi andò a nascóndersi sotto un mucchio di panelli. Dalle, dalle ! — gridiamo, a squarciagola, tulti. La pitturerò io di verde — strilla Gigio Highetti, il proprietario di uno scatolone a co¬ lori. li lì una ruffa. Chi sale su di una panca chi ne eimbòttola giù.... spinte, urli, un fracasso che assorda.... Ve’ ! alla rinfusa come un sacco di galli. Ma la inseguita riesce sul cornicione. Silen¬ zio di pochi momenti : ella crèdesi in salvo.... Bali 1 [p. 64 modifica]H4 ^altrieri — Eccola ! — là Maso Ciancili saltando ad una lunga scopa da di ragliare ed agitandola in alto. E la poveretta, sloggiata dal suo ri¬ fugio, và, smarrita, a starnazzare nell’ àngolo che l’uscio della porta, di Ghioldi — mezzo aperto — forma con la parete.... Un craac, quasi in quella : Daniele Izar si era poggiato all im¬ posta, di peso, calcandola contro al muro; Da¬ niele ghignava a tirar schiatti c* piedate. O pagòde malvagio ! Io non so, invero, che gli sarebbe allora toc¬ cato se lo stupore non ci avesse tenuto le mani e se il maestro di terza, lui stesso, non sopra¬ giungeva — il maestro di terza con un can¬ deliere in mano, sulla soglia, cercando come qual cosa e interrogandoci, inquieto, coll'oc¬ chio.... Ma noi stavamo zitti, paurosamente zitti. Fu una risposta? — Certo. Egli si fece ag¬ grondalo e, intorno, lento, con insistenza, (pia¬ si volesse scolpirci fuori il segreto, girò lo sguar¬ do.... E questo fermossi sul canzonatorio sem¬ biante d’Izar. (ihioldi ne ebbe un sobbalzo; depose il candeliere ; avanzò la mano verso il braccio di Daniele e, risolutamente dicendo: di grazia, signore — mulogli, con una giravolta, poslo. E l’uscio allora, sgravato, si slontanò dal muro da se, si slontanò sospirando.... Taccio quello che scorse Ghioldi: quello che noi ve- demmo, fu lo stranissimo cambiamento nella figura di lui.... Rosso come una fràgola, gli luccichiàvano gli occhi a guisa di talco, il cor¬ po gli si era drizzato ; pareva, tutto insieme, quasi un bell' uomo. Con una furia che ci fé* impallidire e mise in volta il pìccolo Ciccio Cardella, egli andò col pugno strétto sopra il cattivo riccaccio e.... Toccollo ? — Non credo. Izar, vista la in da parata, lasciàvasi cader come un gnocco : Gliiol[p. 65 modifica]di — in questa — allentàndosegli a un tratto il furore, spaventato Dio sa per che cosa, cac- ciàvasi ne’ capelli le paline e, gridiindo : — che ho fallo ! che ho fililo ! — fuggiva. VII. Due giorni dopo scendendo noi per la ricrea¬ zione trovammo la berlina a olio molle della vecchia Izar dinanzi al pòrtico — con i suoi grossi e grigi quadrùpedi e con quel certo ghi¬ rigoro a cifre sullo sportello il (piale la cx- vcndilrice di olio voleva che, almeno alla lon¬ tana, rendesse tanto (pianto aria di una co¬ rona. (Ionie era dì non festivo e come, altra-

  • *

versando la siila, non udivano la parola «de¬ naro ammirale buona circonlocuzione per dire ehi* non vi sedeva la mercantessa) così ei gua¬ tammo l’un l’altro ed aspettammo, con balli- cuore, una tempesta. Infatti, al comparire del direttore insieme alla Izar, come più arrogante pareva costèi 1 quanto più leccascarpe, quello ! La dama, scorgendo la sua cara tristizia di un Daniele, se la chiamò vicino, e : Non toffenderanno più, mia oliva — disse; poi, dritta come una stecca da bigliardo, con un teatrale sussiego. Siili il monlatojo. K un servitore chiùsele impetuosamente dietro lo sportello ; un servitore che, il rischio di fiac¬ carsi il collo, intanto che i due robusti Me- clemburghesi davano la scappata, si arrampi¬ cava presso al tranquillo auriga, crèmisi più de’ suoi calzoncini. LIang.... un locco. Noi, sparito il nostro pane, consumata una mezza suola, torniamo alle panche. D [p. 66 modifica]ossi. 5

m L ALTRIERI Che fasi idiose, pesanti due ore ! Ghioldi, il quale, ciò che noi vedemmo, avèa egli pure vislo e ne sospettava il doppio, cer¬ cava inutilmente di dissimulare la sua emozio¬ ne ; oliò il libro I rema vagli fra le mani e la lingua gli si storceva ad una folla lalo di ab¬ bagli.... di grossi abbagli, che, se noi fossimo stati nelle condizioni sòlite, ce ne saremmo preso il più malto spasso del mondo. Ma — anelli* noi — ci sentivamo indisposti ; il nostro ànimo era del pari mortificalo ; JU*tto, rammazza-sette- storpia-quattòrdici, non gonfiava nessuno ; Cia¬ pino stàvasi mogio ; JJobi, ingrugnalello.... in¬ somma, un così perfetto silenzio all’reddava la scuola che, benìssimo, si udiva trailo Iralto il malizioso scricchiare e stropicciar delle palmi* di quello sguercio d Izar e più ancora distin¬ tamente ci venne — tuttoché barbugliala la tìmida voce di Rico Guinìgi della classe pri¬ ma (1111 piccinino vestito alla Scozzese, con ghet¬ te e gambuccie nude, che bubbolava sempre pel freddo (piando, mettendo il suo grazioso vi¬ setto nelfàula, disse: — Signov maestvo. il divellove la vuole. Come impallidì Ghioldi airannimcio ! Die’ in¬ torno intorno una sbigottita occhiala, poi, botlo- nàndosi convulsamente, uscì. Clic avvenne allora tra il Proverbio e lui ? Giustamente no’l sòppimo mai. non lo sòppi- 1110 quantunque di noi, due su. confessiamo¬ lo.... io e Reco Grimaldi il figlio dcH’ofTcllajo codiassimo il dimandato, non arrestandoci clic a faccia di ròvere. E là usciolammo. Non ci giungèvan che suo¬ ni : avrèbbero pollilo dir tutto come le cam¬ pane. Proprio — in sul principio — il colloquio pareva tranquillo ; pareva che la posata voce [p. 67 modifica]del direttore intavolasse questioni e che la tre¬ mola, da pìffero, di (ihioldi paratamente oppo¬ nesse — ma, a un tratto, ecco le lingue andar fuori di squadra, incalzarsi i punti interroga¬ tivi, crescere gli esclamativi e.... una bestemmia. Viro è che, sùbito, il parlare si ricondusse alla prima chiave, ma questo fu come pel salto — in cui si prende rincorsa. A qualche nuova arrischiata frase riapparvero le esclamazioni,, vi si accompagnarono le ingiurie, le cose di fuoco, i colpi di pugno sopra la tàvola.... una completa lite, in sostanza. K, violentemente, si spalanca la porta (man¬ cò poco clic ci stramazzasse), si spalanca a (ihioldi che, con gli occhi fuor dalla lesta, sma¬ niando : — Xo, no, — grida, — neanche un minuto ; — ed a Proverbio, il quale, rosso come un pa¬ pàvero, sudalo come una caldaja : L’ha tempo — esclama — giovedì ven¬ turo.... domenica — Ma (ihioldi non vuole udire una sìllaba — scappa.... E Proverbio, rimasto sul limitare del¬ lo studiolo, dopo un gesto sdegnoso, un mìmico: — va, t accoppa ! — tanto per ripigliare con¬ tegno, dà una strappala d orecchi al pòvero Beco. Vili. La sera medesima, (ihioldi partiva, con gli occhi gonfi, il suo vaso di geranio su ’n brac¬ cio: dicci anni d’inùlili fatiche, di tribolazioni sul dosso. Egli partiva, malandato in salute, con la farina a* capelli, troppo tìmido per aprir¬ si nuovamente fra i mille una via, troppo m [p. 68 modifica] metòdico per potèrvisi, riuscendo, abituare. Com’egli passava vicino a noi — noi traevamo a salutarlo — di colpo chinossi verso chi gli stava più presso io stampando un caldissimo bacio.

— Per tutti — singhiozzò egli, e....

E, quella sera medèsima, Daniele Izar si ebbe la sua buona merenda.... Pesche duràcine se l’ebbe.