La fine di un Regno/Parte II/Capitolo XIII

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Capitolo XIII

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CAPITOLO XIII


Sommario: Nuovi intendenti e sottointendenti — Il patriziato legittimista — Il Re e il ministero — Le dimissioni del generale Nunziante — Il giuramento degl’impiegati e delle truppe — La libertà di stampa — I principali fogli politici — Un’ordinanza del comandante la piazza di Napoli e lo espediente dell’Omnibua — Il programma del ministero — Disordini nelle Provincie — Patti di Taranto e di Bari — La persecuzione dei vescovi — Il vescovo di Muro e il vescovo di Castellaneta — Attentato contro quest’ultimo — Un rapporto del sottointendente di Gaeta — Documenti caratteristici — Protesta degli Acquavivesi contro monsignor Falconi — Una nota dell’intendente di Bari — Rapporto di Giacchi al ministro di polizia contro i vescovi d’Ariano, di Muro, di Bitonto, di Bovino e contro monsignor Falconi — Telegramma del maresciallo Flores contro l’arcivescovo di Bari — Il vescovo di Sessa parte dalla sua diocesi — La ribellione del seminario di Matera — I vescovi di Trani, di Molfetta e di Conversano.


Il Giornale Ufficiale seguitava a pubblicare liste di proscrizione. Il vecchio mondo si veniva sfasciando, inesorabilmente. Tutti gl’intendenti, parecchi sottointendenti, procuratori generali, presidenti di Corti criminali, giudici e impiegati minori di altri ministeri, venivano dispensati dal servizio, o messi in ritiro o in attenzione di destino. Erano queste le formole di uso, mentre quella, rimasta famosa: destituito in omaggio alla pubblica opinione, fu introdotta dalla dittatura. I ministri, specie don Liborio, presentavano lunghe liste di proscrizione al Re, il quale cercava diminuire il numero dei colpiti, od attenuarne gli effetti. Qualche volta diè prova di fermezza, scrivendo accanto ad alcuni nomi: no, no; e altre volte cancellandoli di suo pugno. Ma queste liste, che furono ben povera cosa rispetto a quelle, veramente silliane, che si pubblicarono sotto la dittatura, mentre non accontentavano i liberali più esigenti, alienavano dal Re gli ultimi [p. 270 modifica]del ministero, e soprattutto di Romano e di Giacchi, senza con- tare, naturalmente, le ire dei colpiti, che arrivavano al cielo. Oramai le provincie avevano nuovi intendenti, nuovi capi della magistratura e, soprattutto, nuovi capi di polizia. Filippo Capone, da qualche anno reduce dall’esilio, fu nominato intendente di Avellino; Domenico Giannattasio, a Salerno; Alfonso de Caro, a Lecce; Giuseppe Tortora-Brayda, a Campobasso; Giuseppe Dentice di Accadia; a Reggio; Pasquale Giliberti, a Cosenza; Cataldo Nitti, a Potenza; il conte Francesco Viti, a Caserta; Pasquale de Virgilii, a Teramo; Ignazio Larussa, a Catanzaro; il barone Coppola, a Bari: tutti sinceramente costituzionali, ma sospetti, quasi tutti, agli unitarii, perchè partigiani della confederazione; ne sospetti soltanto, ma tenuti d’occhio in tutte le loro mosse, e perciò in condizioni molto difficili, politicamente, anzi pericolose addirittura, e quasi umilianti per essi. I ministeri subivano grandi mutazioni nel personale, principalmente quello di polizia. Si può affermare che di questo ministero, e dei vecchi suoi funzionarii, non rimanesse quasi nessuno in carica.

Il patriziato legittimista, il quale, dal giorno che venne concessa la Costituzione, fu posto da parte, si credeva in dovere di manifestare la sua napoletana indifferenza per quel che avveniva. Parecchi di quel patriziato lasciavano Napoli un po’ alla volta, e i rimasti non si tenevano dal mostrare al Re il loro dispetto, nà potendo altrimenti protestare contro di lui e contro gli atti del suo Governo, decisero di togliergli il saluto. Quando lo incontravano per via, o lo causavano, o fìngevano non vederlo, nò si conciliarono con lui, che qualche anno dopo, a Roma. Potrei fare dei nomi, ma è meglio lasciarli nella penna.

Al Re erano riferite tutte queste cose, e sinceramente se ne affliggeva. Notava che ogni giorno il vuoto si faceva maggiore intorno a lui. Oramai dei vecchi amici non se ne vedeva intorno che pochi, e dei nuovi non si fidava. Fra i ministri, mostrava predilezione per Spinelli e Torella, e una relativa fiducia nel De Martino, il quale, con le due missioni di Manna e Winspeare a Torino, e di La Greca a Parigi, contava di far argine alla rivoluzione invadente e salvare alla dinastia le provincie continentali. Diffidava, in modo fin troppo palese, del Romano, che chiamava familiarmente don Liborio, e per celia, qualche volta, tribuno [p. 271 modifica]romano; ma non osava far atto di resistenza, perchè intendeva che in quel momento don Liborio era più forte di lui. Lo subiva, e solo magramente se ne vendicava, motteggiandolo in segreto.


Ma ciò che afflisse veramente Francesco, fu l’evoluzione improvvisa e imprevedibile di Nunziante, di quell’Alessandro Nunziante, che, colmato di onori e di benefizi da Ferdinando II, del quale fu, in dieci anni, l’amico intimo e il consigliere fido, era stato da lui, Francesco, nominato suo aiutante, incaricato d’importanti missioni, come fu l’ultima in Sicilia e consultato in ogni emergenza. Nunziante, Latour, Sangro e, qualche volta, Ferrari, erano, come ho detto, gli strateghi, che il Re consultava a preferenza, e purtroppo aveva ascoltati un anno prima, quando respinse il programma di Filangieri, i consigli di Napoleone e le proposte di Salmour. Il 2 luglio, Nunziante mandò al Re le sue dimissioni da generale; e poichè questi indugiava a rispondere, quindici giorni dopo gli diresse un’altra lettera, insistendo. E avendogli il ministro della guerra partecipato, che il Re gli aveva concesso il ritiro e la facoltà di andare all’estero, Nunziante protestò e volle ad ogni costo le dimissioni, anzi rimandò, teatralmente, i diplomi e le insegne cavalleresche a lui conferite, scrivendo di non poter “più portare sul petto le decorazioni di un governo, il quale confonde gli uomini onesti, retti e leali con quelli, che meritano soltanto disprezzo„. Contemporaneamente sua moglie, donna Teresa Calabritto, duchessa di Mignano, scriveva al Re: “Sire, il posto di dama di Corte non mi appartiene; e però restituisco a V. M. il brevetto di nomina„. Nè contento di questo, Nunziante dirigeva due ordini del giorno ai battaglioni dei cacciatori da lui comandati, e alla divisione mobile, prendendo da loro commiato, e loro inculcando sentimenti patriottici e italiani.

Queste lettere e questi ordini del giorno, che i giornali non mancarono di pubblicare, produssero fortissima impressione in tutto il Regno, anzi in tutta Italia; suscitarono molti e varii commenti e avrebbero, secondo si afferma dal Nisco, determinato il conte di Cavour, al quale il Nunziante partecipò pure le sue dimissioni, con ampie dichiarazioni di sensi unitari, ad agire prontamente e apertamente, per porre la rivoluzione napoletana sotto [p. 272 modifica]la bandiera della monarchia di Savoia, e l’esercito e l’armata del Napoletano a difesa d’Italia. La sera del 3 agosto, Niccola Nisco tornò a Napoli e, per incarico di Cavour, andò subito a trovare il Nunziante. Lo trovò costernato, perchè, venuto in sospetto di promuovere un “pronunciamento„ tra i cacciatori, gli era stato ingiunto di partire, tra ventiquattr’ore, per l’estero. Difatti partì, la mattina dopo, assicurando il Nisco che, a qualunque costo, ad ogni avviso di Cavour sarebbe tornato, per servire la causa italiana. Andò in Isvizzera; fu richiamato di là, dopo pochi giorni, da Cavour; tornò a Napoli, ma restò a bordo della Maria Adelaide col Persano, come appresso si dirà.


Caratteristici sono i due giuramenti prescritti dopo l’Atto Sovrano, per gl’impiegati e per i militari. Il giuramento, che dovevano prestare gl’impiegati, fu redatto l’otto luglio e merita di esser riferito:

Prometto e giuro innanzi a Dio fedeltà ed ubbidienza a Francesco II, Re del Regno delle Due Sicilie, ed esatta ubbidienza ai suoi ordini; prometto e giuro di compiere, col massimo zelo e con la massima probità ed onoratezza, le funzioni a me affidate; prometto e giuro di osservare e di fare osservare la Costituzione del 10 febbraio 1848, richiamata in vigore da S. M. il Re N. S. con R. Decreto 1° luglio 1860; prometto e giuro di osservare e di far osservare le leggi, i decreti e i regolamenti attualmente in vigore; e quelli che saranno sanzionati e pubblicati in avvenire nei termini della Costituzione medesima; prometto e giuro di non volere appartenere ora nè mai a qualsivoglia associazione segreta. Così Dio mi aiuti„.

Ai militari, schierati nelle città dov’erano di presidio, i comandanti leggevano ad alta voce la Costituzione, e gridavano, prima, tre volte, Viva il Re; poi, tre volte, Viva la Costituzione: grida che i soldati dovevano anche tre volte ripetere. Il giuramento, dato dalle truppe a Gaeta, fu cagione, come si vedrà, di denunzie e di accuse, perchè, tranne quello d’artiglieria, gli altri reggimenti non vollero ripetere Viva la Costituzione; e al triplice grido di Viva la Costituzione, risposero invece con un triplice grido di Viva il Re.

Della libertà di stampa si abusava in tutti i sensi. Videro la luce giornali e giornaletti d’ogni formato, quasi tutti, per [p. 273 modifica]non dir tutti, antidinastici, unitari, cavurriani, garibaldini, mazziniani, tutto insomma, fuor che dinastici e costituzionali. Solo foglio costituzionale fu l’Italia, che lealmente sostenne la federazione e il regime costituzionale, cioè il programma del ministero. La dirigeva Francesco Rubino, antico liberale, che fece “parte, nel 1848, della spedizione di Venezia con Guglielmo Pepe, e aveva sofferte, al suo ritorno, non poche molestie e lunga prigionìa nel castello di Bari. Era uomo di geniale cultura e scrittore di versi e di drammi, amico intimo di Carlo de Cesare e polemista valoroso. I suoi articoli del 1860 non si rileggono, oggi, senza riconoscervi un senso quasi profetico. Egli antivedeva le conseguenze di un’unità senza preparazione, la quale non s’intendeva che come ingrandimento del Piemonte. Rubino occupò, più tardi, alti uffici amministrativi, ed è morto da pochi anni a Napoli sinceramente rimpianto. Ruggiero Bonghi, tornato dall’esilio, fondò nell’agosto il Nazionale, che, apertamente unitario e cavurriano, polemizzava con l’Italia, e iniziò subito quella vivacissima guerra a don Liborio, che non ebbe tregua. Scrivevano nel Nazionale Diomede Marvasi, Federico Quercia, Emilio Pascale, Antonio Turchiarulo, Eduardo Fusco, Aniello Vescia e altri giovani animosi. Marvasi e Quercia erano anch’essi tornati di fresco dall’esilio. Proprietario del giornale era Annibale Landi, nipote del generale, e vi era un comitato direttivo preseduto da Silvio Spaventa. La guerra mossa a don Liborio era provocata dal sospetto che questi non fosse sincero; e che, mentre assicurava i cavurriani di essere con loro, cercasse disfarsene, anche con la violenza, facendone, una volta o l’altra, arrestare i più audaci. Era pure unitaria l’Opinione Nazionale, fondata da Tommaso Arabia e scritta da lui e da Vincenzo Cuciniello, quasi esclusivamente. I fogli letterari divennero politici e antidinastici, quasi tutti, e ricorderò l’Iride, dove seguitarono a scrivere i fratelli De Clemente. Ma questi fogli, insieme al Nazionale e all’Opinione Nazionale, non vanno confusi con. quella folla di giornaletti, eccessivi e sfrenati, e di foglietti volanti, per i quali il prefetto di polizia non trovava parole sufficienti di biasimo. “Miserabili scritture, egli li chiamò in un pubblico proclama, senza concetto, senza forma di stile, non dico italiano, ma umano, condannate all’oblìo, prima quasi di venire alla luce della pubblicità„. Un’eccezione va fatta per il [p. 274 modifica]Tuono, giornaletto quotidiano umoristico, che vide la luce nella prima metà di luglio ed era diretto da Vincenzo Salvatore, diciottenne, con la collaborazione di Michelangelo Tancredi. Il Tuono ebbe un momento di celebrità per aver ripubblicato i graziosi versi del Fischietto, all’indirizzo di Manna e Winspeare, andati a Torino a trattare la lega. Quei versi avevano per titolo: Tanti saluti a casa, e sarà bene esumarne alcune strofe davvero spiritose. La prima diceva:

Signori stimatissimi!
Rispetto e convenienza
di salutare impongono
chi muove alla partenza.
Per cui servo umilissimo,
togliendosi il berretto,
a farvi i convenevoli
accingesi il Fischietto.
La musa egli solletica,
che di nuovo estro invasa,
vi si prosterna, e v’augura:
Tanti saluti a casa!

E seguitava cosi:

Forse, chi sa, partendosi
di là con aria lieta
voi credevate facile
una diversa mèta?
Forse, tra i fumi e i brindisi,
vedendolo gaio e arzillo,
vi parve malleabile
assai papà Cammillo?
L’anima forse candida
non era persuasa,
che alfine vi dicessero
Tanti saluti a casa?

E l’ultima era questa:

Or via, tornate subito
con rassegnato piglio!
Tornate; e se v’interroga
di messer Bomba il figlio,
non iscordate il semplice
notissimo versetto,

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che in oggi a voi ripetono
Torino e il Fischietto.
Gli dite: Italia libera
vuol far tabula rasa!
Ecco la porta! — ditegli
Tanti saluti a casa!


Il Tuono ripubblicò i versi, sol mutando


Di messer Bomba il figlio

in quest’altro:

Quel povero coniglio.


Ma questa pubblicazione non andò immune da conseguenze. La città, essendo di nuovo in istato di assedio, il comandante della piazza, che era il Cutrofiano, ordinò l’arresto del direttore e mandò alla tipografia De Angelis, dove si stampava il Tuono, una pattuglia di soldati con un ufficiale. Pochi momenti prima vi era giunto un ispettore della nuova polizia creata da don Liborio, certo Falangola, ad avvertire il Salvatore che si mettesse in salvo. E questi fece appena in tempo ad uscire dalla tipografia, col Falangola stesso, incrociandosi con la pattuglia che vi entrava, la quale non sospettò neppure poter essere il giornalista, quel giovane sbarbatello, che ne usciva in compagnia di un ispettore di sicurezza. E sul finire di agosto lo stesso giornaletto co- minciò il suo primo articolo coi noti versi del Trovatore:

Miserere di un'alma già vicina
Alla partenza, che non ha ritomo.


E allora fu soppresso, ma ricomparve il dì seguente, con un nuovo titolo: I Tuoni, e la soppressione servì di argomenta agli altri giornali, ma soprattutto al Nazionale, di protestare contro la violenza alla libertà di stampa! Salvatore scrisse in altri giornali serii e umoristici; fu corrispondente da Firenze del Piccolo, della Patria e della Perseveranza; poi entrò nel Banco di Napoli, e ne diresse, con probità, intelligenza e fer- mezza, le sedi di Bari, di Venezia e di Genova, come ora dirige quella di Milano.

Il ministero si vide costretto a stabilire una cauzione per ogni giornale politico, dando facoltà al comandante di piazza [p. 276 modifica]di metter fuori un’ordinanza, comminante la sospensione dei fogli politici, i quali non avessero adempiuto al versamento di quella cauzione in tremila ducati, da depositarsi in contanti, o in rendita iscritta. Appena uscita l’ordinanza, il Nazionale versò la cauzione, mentre l’Italia potè sottrarsene, mediante un permesso speciale. Ma la misura era grave e sollevò tanto rumore, che il ministero accolse un mezzo termine burlesco, suggerito dall’Omnibus, di accettare, cioè, per cauzione un biglietto di tenuta di ducati tremila, dando due mesi di tempo per adempiere alle disposizioni di legge. Con tale ripiego, non meno di quindici, tra giornali e giornaletti, seri ed umoristici, seguitarono a vedere la luce in Napoli. L’ordinanza del comandante di piazza fu in data 16 agosto; ma, per lo spediente dell’Omnibus, essa restò quasi lettera morta, perchè il biglietto di tenuta fu facile a quasi tutti quei giornali di procurarselo. La libertà della stampa, con i suoi eccessi, costituì la vera debolezza del ministero costituzionale, le cui buone intenzioni erano sospette, o addirittura calunniate, e la cui opera, incerta e inefficace, ispirava non minori diffidenze.


L’onda incalzava, e il ministero cercava frenarla, ma non vi riusciva. Il 4 agosto, pubblicò il suo programma, dal quale molto si attendeva. Cominciava col dichiarare, che avrebbe difesa la religione, proposte le riforme comunali, riattivate le opere pubbliche, e prometteva attuazione piena e sincera della Costituzione. Continuava, in curioso stile polemico: “il Governo eccita il patriottismo di quanti vi ha uomini onorandi ad agevolarlo con l’opera loro, e ricorda le parole di un grande italiano: non dichino (sic) gli uomini: io non feci, io non dissi, perche comunemente la vera laude è di poter dire: io feci, io dissi„. Prometteva, riguardo alla politica estera, la lega col Piemonte. “Il ministero, soggiungeva, è pronto e deciso a tutto intraprendere, tutto operare per raggiungere il grande scopo del consolidamento della monarchia costituzionale e della italiana indipendenza„. E concludeva, augurandosi che la futura rappresentanza “sarà l’opinione legale della vera maggioranza, cui solo è dato sperdere diffinitivamente le incertezze, annullare fin l’eco importuna del passato, e farsi guida delle giuste e legali aspirazioni„.

Questo programma, al contrario, non produsse effetto: troppa [p. 277 modifica]era l’esaltazione degli animi, e troppo rapidamente correvano le cose verso il destino fatale. Non si ebbe il tempo di eleggere i deputati; e solo i giornali pubblicarono liste di candidati, fra i quali preferiti erano gli esuli e i prigionieri di più accentuata fede unitaria. Per il distretto di Trani ricordo che furon candidati Saverio Baldacchini, Felice Nisio, Sabino Scocchera, Lorenzo Festa Campanile, Ottavio Tupputi, l’abate Vito Fornari, Giuseppe Antonacci, Giuseppe Beltrani, Simone de Bello. Compilate che furono le liste, Liborio Romano, il giorno 11 agosto, inviò agl’intendenti la seguente circolare:

Signore! — Il giorno delle elezioni de’ Deputati al Parlamento si avvicina, ed è d’uopo che il governo le dia istruzioni capaci di dirigere la sua condotta in circostanza così imponente pel nostro avvenire. Prima di tutto che il Paese sia libero intieramente da ogni influenza estranea alle proprie convinzioni degli elettori. Il Governo non intende di proporre candidati, ma intende ed lia il dovere di evitare ogni pressione da qualunque parte essa venga sulla volontà dei votanti. Ella quindi vigilerà affinchè nessuno intrigo si formi, nessuna consorteria abbia luogo a fine d’imporre un uomo anzichè un altro. Quello che il Governo desidera, quel che il Paese attende è che dall’urna elettorale escano nomi di persone specchiate per la loro onestà, incapaci di viltà politiche, e soprattutto attaccate a’ principii della Indipendenza Italiana o della Monarchia Costituzionale che ci regge. A tal fine Ella adopererà i suoi consigli, badando alla stretta esecuzione della legge elettorale, e mantenendo intatto l’ordine pubblico, senza di cui nessuna libertà può esistere. Il Governo sa che varie liste di nomi corrono attorno per essere raccomandate agli elettori: senza voler entrare menomamente a discutere il merito delle persone proposte, sente nondimeno il debito di dichiarare, che esso è stato totalmente estraneo alla formazione di quelle liste. Mercè la solerzia che ella userà, mercè soprattutto il buon senso del Paese, il Governo ha quasi la certezza che il giorno delle prossime elezioni sarà benedetto come quello che avrà dato al Regno una Camera onesta, prudente, indipendente e monarchicamente costituzionale.


Per il 19 agosto, vennero convocati i collegi, ma ne fu prorogata la convocazione al 26; il 20 agosto, si ebbe un’altra proroga sino al 30 settembre, perchè i disordini, verificatisi in Sicilia e in Calabria, non erano favorevoli ad una libera elezione, come diceva il decreto.


Nelle provincie regnava tutt’altro che ordine e tranquillità. Sospetti e denuncie di promuovere la reazione si succedevano senza tregua; se gl’intendenti erano stati mutati, rimanevano in [p. 278 modifica]carica tutt’i vecchi sottointendenti, paralizzati, intimoriti e privi di ogni autorità. I più perseguitati erano i vescovi; quei vescovi, che, prima dell’Atto Sovrano, si erano mostrati più devoti all’antico regime e, dopo, meno teneri delle istituzioni liberali, e si fantasticava che promovessero cospirazioni reazionarie. Rapporti ufficiali e denunzie private li dipingevano al ministero dell’interno e polizia, come perturbatori della pubblica quiete. Alcuni furono espulsi dalle loro sedi; altri, temendo l’ira popolare, se ne allontanarono. Il sindaco di Muro, in Basilicata, Decio Lordi, denunziava il 25 luglio il suo vescovo, pregando il ministro a richiamare “a rigor di posta nella capitale il prelato, che freme all’ombra delle costituzionali franchigie, che arma in questi luoghi una possente reazione guidata dai pregiudizi religiosi„. Contro il vescovo di Castellaneta, monsignor D'Avanzo, che minava lo statuto costituzionale, scrisse al ministro, due giorni dopo, il 27 luglio, un canonico chiamato don Francesco Rizzi. Il vescovo lo sospendeva a divinis ed istruiva contro di lui un processo per mostrarlo macchiato di peccati carnali; ma poi, costretto a fuggire, fu salvo per miracolo. Andando in carrozza da Castellaneta a Gioia, in un punto solitario, uno sconosciuto gli sparò contro una fucilata. La palla colpi la croce pettorale, e il vescovo se la cavò con grandissimo spavento. Più tardi, D’Avanzo fu cardinale e morì nel 1884, in Avella sua terra d’origine.

A tale eccesso si spingevano i sospetti contro i vescovi, che se ne sorvegliava ogni passo. Udite il curioso rapporto, riservatissimo oltremodo, diretto il 2 agosto dal sotto intendente di Gaeta al ministro dell’interno:

Eccellenza! — Ieri in Sessa, oggi in Gaeta. Ò conosciuto che jeri mattina partiva da questa piazza diretto per costà monsignor Gallo con un prete di seguito e don Gaetano Talizia: giunto nell’albergo della posta di Sant’Agata di Sessa, ove si rinfrescano i cavalli, calò da quest’ultimo Comune il vescovo monsignor Girardi, uomo notissimo oltremodo per le sue idee antiliberali; ebbero un’ora circa di abboccamento, e poscia ciascuno prese la sua via. Mi è stato impossibile di conoscere di che trattavasi. Ho però istituita in Sessa su di quel Prelato e di qualche suo cagnotto la più stretta ed accurata sorveglianza. Ne gradisca l’intelligenza.

Il sottintendente
firmato: Gaetani.


[p. 279 modifica]Maggiori erano le ire contro monsignor Falconi, prelato palatino di Acquaviva e Altamura e devotissimo, come si è veduto, alla dinastia regnante. Giuseppe Capriati, sindaco di Bari da due anni, e nominato intendente provvisorio della provincia, il 14 agosto, rimetteva al ministero dell’interno una supplica, firmata da circa sessanta cittadini di Acquaviva, galantuomini, artigiani e contadini, i quali, rifacendo la vita di monsignor Falconi e dipingendolo, con iperbole rivoluzionaria, quale dilapidatore delle casse pie e religiose, disturbatore di monache e reazionario furente, chiedevano che fosse allontanato.1

E il Capriati confortava di sua autorità questo memorandum con una sua nota riservata e pressante, che vai la pena di riferire, come segno dei tempi:


Eccellenza, Poichè Vostra Eccellenza si degnava onorarmi delle provvisorie funzioni d’intendente in questa Provincia, fu mio primo pensiero il richiamare convenientemente i Sindaci e Comandanti le Guardie Nazionali dei Comuni, al sacro dovere di spiegare tutto lo zelo e l’energia perchè la pubblica tranquillità non venisse nelle rispettive giurisdizioni menomamente compromessa per opera dei tristi reazionari, inculcando la maggior solerzia per isventare a tempo e reprimere ogni reo conato.

Di risposta a queste premure il Sindaco di Acquaviva in data 12 volgente, mi ha diretto il seguente uffizio:

“Di riscontro al suo foglio riservatissimo del 10, andante mese, mi pregio assicurarla che qui, per la solerzia della Guardia Cittadina e dei liberali, non è stato finora turbato l’ordine pubblico. Non però i tristi reazionari al margine segnati: 1° Giudice Regio; 2“parroco don Giuseppe tesoriere lacovelli; 3° D. Giovanni Antonio barone Molignani, ex capo urbano; 4° D. Francesco barone Molignani; 5° D. Francesco Saverio Spinelli; 6° D. Francesco canonico Cirielli; 7“D. Francesco sacerdote Cirielli, instancabilmente agiscono, spargendo voci sediziose presso il volgo; ed attendono il momento opportuno per spingerlo ad una ribellione contro l’attuale ordine politico, nella speranza che potesse ritornare il tempo della vecchia opprimente polizia. Essi non pertanto, anzichè agire per proprio conto, seguono l’impulso, e le disposizioni del famigerato reazionario monsignor D. Giandomenico Falconi, prelato ordinario delle Reali Chiese di Altamura ed Acquaviva, essendovi una perenne diurna corrispondenza di corrieri tra i due paesi.

“Il detto prelato non soddisfatto di avere instancabilmente gravato la mano sul ceto de’ liberali per il corso di circa dodici anni, con

[p. 280 modifica]persecuzioni ingiuste e tiranniche, si sforza ora di farli bersaglio all’ira popolare.

Ed è stato per questo motivo che questi onesti cittadini hanno levato la loro voce al Governo, dirigendo valevolissima rimostranza a S. E. il Ministro della Polizia Generale, ad oggetto di ottenere l’allontanamento del prelato medesimo, monsignor Falconi, come unico, ed esclusivo mezzo di ridonare la pace a questa sventurata popolazione.

“Ed io unendo i miei piati (sic) ai loro, prego caldamente l’autorità di lei d’interporre i valevolissimi suoi uffici presso il lodato Eccellentissimo Ministro, perchè si ottenga il desiderato allontanamento del riferito prelato da questa diocesi, nel fine di prevenirsi positivi disordini, che potrebbero da un giorno all’altro verificarsi; tanto maggiormente che lo stesso ha in pronto vistosi mezzi peculiari (sic) valevoli a concitarne la plebe„.

Io quindi, nello adempiere a sommettere all’E. V. tutto ciò, non saprei che uniformarmi allo avviso del funzionario suddetto, intorno alla necessità di doversi impreteribilmente allontanare da quella Diocesi e Giudicato il Prelato Palatino, e Giudice Regio don Ferdinando Massari, mentre per gli altri denotati al margine, la pregherei a volermi dettare le misure di sorveglianza, reclamate dalle circostanze.

Il sindaco di Bari funzionante da intendente
firmato: Giuseppe Capriati.



Come potè avvenire che il sindaco di Bari divenisse, ad un tratto, intendente? E come, da intendente e sindaco, concorresse a dar forza alla rivoluzione? Bisogna sapere che l’intendente funzionante Coppola era stato richiamato, e nominato in sua vece intendente di Bari Mariano Englen; ma questi, non potendosi recar presto nella nuova sede, il ministero fu obbligato a trovare, su due piedi, un capo interino della provincia, e nominò a tale l’ufficio il Capriati, che era sindaco durante la dimora della Corte a Bari, ed era stato insignito della croce di Francesco I, in occasione del matrimonio del duca di Calabria. Era giovane, d’idee temperate, di famiglia benestante e di naturale talento, simpatico a tutti. Cumulò per un mese i due uffici e diè prova di fermezza. E poichè nel circondario di Barletta, che era il più agitato, anzi tutto in fermento rivoluzionario, occorreva un sottointendente risoluto e di vecchia fede liberale, e il nuovo sottointendente Pacces, destinatovi da Rossano, non si decideva a recarsi in residenza, il Capriati propose a tale ufficio, e il ministero approvò, Giuseppe Beltrani, da tre giorni rinominato sindaco di Trani, dopo di essere stato da quella carica destituito nel 1848, per non aver voluto firmare l’indirizzo per l’abolizione dello Statuto; e quindi attendibile e sorvegliato negli ultimi dieci anni. Era uomo di molta sagacia amministrativa, di carattere risoluto, di ricca e signorile [p. 281 modifica]famiglia e legato da vecchia amicizia al Capriati. Il 9 agosto, questi gli telegrafò: “si compiaccia immediatamente e senza il menomo indugio recarsi a Barletta, e intimare a quel sottointendente che il ministero gli accorda un mese di congedo. Nello stesso tempo ella assumerà le funzioni di sottointendente del distretto, confidando nel suo patriottismo, probità ed influenza, che l’ordine e la pubblica tranquillità vengano confermati e garantiti dagli attacchi di ogni estremo e nemico partito. Il presente telegramma le varrà di credenziale presso tutte le autorità del distretto„. Il Beltrani, eseguendo l’ordine ricevuto, il dì appresso, 10 agosto, si recò a Barletta; e, fatte le debite comunicazioni al sottointendente De Bellis, il giorno 11 assunse le nuove funzioni, seguitando a essere sindaco di Trani, anzi cumulando i due uffici fino al 20 settembre, nel qual giorno il governatore della provincia autorizzò il sindaco di Barletta, ad assumere lui le funzioni di sottointendente, che tenne fino al 29 di quel mese, quando giunse il titolare Pacces.

Il direttore Giacchi informava de’ reclami degl’intendenti contro i vescovi il ministro, con una relazione interessantissima e inedita. Essa porta la data del 18 agosto e la riferisco integralmente nel suo stile solenne:


Eccellenza,

Il principio di autorità e di obbedienza alle leggi umane, sublimato a dovere verso Dio, e la franca esplicazione delle naturali doti e facoltà all’uomo largite dallo stesso Dio fecero di tutt’i tempi la divina religione di Cristo, fondamento di ordine e di libertà. Il perchè quelli che ai di nostri, o che sono a nostra memoria, i quali nell’ordine civile vollero fondare alcunchè di stabile e duraturo, sempre dalla religione ne presero il principio; e con i loro ordinamenti vollero alle sue cose procacciar lustro e protezione, e le persone dei suoi ministri circondare di rispetto e venerazione, come buoni figliuoli a padri amorevoli e virtuosi. E drittamente operarono; e per non uscire dalla storia dei giorni in cui viviamo, mai in nessun tempo l’episcopato fu fatto segno a tanta considerazione in Italia come ora, nè mai se ne addimostrò più. meritevole; perciocchè se non mancarono di quelli che qua e là male operando e contro lo spirito del Vangelo, recaronsi in atto di attraversare ed impedire la santa impresa della italiana nazionalità ed indipendenza, il maggior numero bene ha potuto dire col maestro: “Ego sum postar bonus et cognosco oves ineas et cognoscunt me meae„. Costoro, conoscenti delle lor pecorelle e conosciuti da esse, seppero e sanno guidarle nella via della salute, non plaudendo al dispotismo, negazione d’ogni dritto, e del Vangelo che è il dritto per eccellenza; ma predicando la legge di carità, che fratelli ci vuole e liberamente cospiranti al sublime scopo, cui verge l’umanità tutta quanta, il [p. 282 modifica] regno dei giusti sulla terra, del regno imperituro dei cieli, caparra promessa e desiderata.

A questi fondamenti affidate le nostre sorti, esse non possono pericolare.

Ma non possiam neppur torcere lo sguardo da una trista esperienza, la quale e’ insegna non far tanto di bene dieci buoni vescovi, che più. non possa far di male un solo cattivo. Il che se per tutti è vero, molto è più vero per noi, i quali viviamo in un paese uscito pur ora da un sistema governativo assurdo sopra tutti, in cui non poca parte si ebbe l’episcopato spesso della legge di carità mal ricordevole, al punto di farsi, se non sempre strumento, certo laudatore, e nelle coscienze dei semplici ed ignoranti strenuo difenditore della maggior tirannide che mai ci fusse. In questo stato di cose m’è forza chiamare l’attenzione di V. E. sul contegno che alcuni vescovi, certo non quelli del Vangelo, serbano a riguardo de’ rinnovellati ordini costituzionali, contegno non evangelico, non civile, pieno di scandali, funestissimo alla cosa pubblica, per la Chiesa stessa fonte di discredito e di disamore, se sopra le persone non stessero le cose e le promesse infallibili del divin Redentore.

Un fatto ho da segnalare a V. E. quasi universale, e che in modi più o meno espressi si ripete, in presso che tutte le diocesi del Regno; ed è che i Vescovi si scuoprono, generalmente parlando, avversi al nuovo ordine di cose. Solamente ci ha differenza nel modo, che alcuni fanno allo Statuto una Qpposizione quasi direi passiva, non consentendo che si svolga con quelle libertà ed in quella larga maniera, che si richiede a voler che porti frutti degni della maturità dei tempi in che siamo. Altri poi, più vivo contrasto facendogli, e quasi la divisa vestendo di congiuratori, dimentichi ad un tempo e dell’ufficio sacerdotale e del debito di cittadini, colla parola che è possente sulle loro labbra, e con atti scopertamente ostili, si fanno centri di reazione, e gli onesti liberali inducono a pensieri che non ebber mai, togliendo forza al Governo, ed il paese ponendo in sullo sdrucciolo di cadere nell’anarchia. Costoro, Eccellentissimo Signore, non vogliono essere più a lungo tollerati, senza richiamarli al dover loro di pastori e di cittadini. Ed io, che molti potrei additarne, per ora ne addito questi pochi, che più degli altri, per pubblici fatti, vennero in fama di non buoni coltivatori della vigna del Signore.

Il vescovo d’Ariano2 ha dovuto fuggire dalla sua sede. Egli dirà forse che il lupo entrò nel gregge e disperse pecore e pastore; ma il lupo sono essi i cattivi pastori, che il gregge ribellano alla pastoral verga. Né perchè manchi il vescovo, sappiamo che nella diocesi d’Ariano la religione abbia sofferto danno o detrimento alcuno. Ciò vuol dire, quello che è pur di fede, che alla Chiesa, se i suoi pastori l’abbandonino, non venne, ne mai verrà meno l’assistenza dell’invisibile uni versai Pastore.

Ma se questo è vero, non sarà men certo che ripetendosi fatti di tanta gravità, la morale pubblica, e la disciplina della Chiesa debba patirne non poco. Sarebbe uno scandalo da non potersi mettere in dubbio, ed è debito di quelli, che seggono al timone dello Stato, il fare che non avvenga.

[p. 283 modifica] Con questo intendimento, e nel fine ancora di toglier materia a’ disordini le cui conseguenze mal si saprebbero misurare, prego l’E. V. fare in moda che tosto sia allontanato dalla sua sede monsignor Falcone, prelato delle chiese di Altamura ed Acquaviva, un tempo liberale per ambizione, poscia per ambizione persecutore di liberali, laudatore impudente del governo dispotico, ed oggi, per non poter cancellare tanti profondi vestigi di dispotico operare, macchinatore indefesso di reazione assolutista. Sia pur dalla sede sua allontanato il vescovo di Muro, non meno del Falcone, a parole ed a fatti, pericoloso nel novello ordine di cose. Siano infine allontanati i vescovi di Bitonto e Bovino, pastori anche essi immemori del sublime lor ministerio, cittadini ribelli alle leggi dello Stato, e nel popolo seminatori di scandali e turbolenze pericolosissime.

Queste cose, che ho l’onore di rassegnarle, l’E. V. le abbia per ferme. Non può il ministero di Polizia rispondere della pubblica tranquillità, se le cause de’ disordini non sian rimosse con prudenza e fermezza ad un tempo; e tra queste cause prima è il contegno dell’Episcopato rimpetto al rinnovato Statuto Costituzionale. Cessi questo contegno, ed il paese è salvo, in quanto umanamente possa esser salvato.

Sono di V. E.

Il direttore dell'interno e polizia
firmato: M. Giacchi.3



Non erano ancora stati presi tutti i provvedimenti chiesti dal Giacchi, che, in data 29 agosto, il maresciallo di campo Flores dirigeva da Bari ai ministri della guerra e dell’interno il seguente telegramma:

È impellente che sgombri da Bari l’arcivescovo, che è universalmente abborrito, ed il resto dei gesuiti qui rimasti. Prego dare ordini impellenti, non volendo compromettere la tranquillità del paese, la quale è nella massima velleità (sic). Dia ordini per non avere scandali compromessi (sic)„.

Per il 2 settembre il vescovo di Sessa era chiamato a Napoli ad audiendum verbum ed egli fu fatto partire dalla sua residenza, scortato da guardie nazionali, per salvarlo dall’ira del popolo che lo accompagnò sin fuori il paese, con grida di fuori e di abbasso, con fischi e minacce, e sparando mortaletti e fucili in segno di giubilo. Molti vescovi lasciarono le sedi, per paure immaginarie; altri per paure reali, come quello di Foggia, assai malviso. Monsignor Iannuzzi, vescovo di Lucera, restò in diocesi sino al 10 settembre, ma s’impauri, quando, in una dimostrazione dopo l’entrata di Garibaldi, fu chiamato al balcone del palazzo vescovile a benedire le bandiere [p. 284 modifica]tricolori. Si affermò che, in quell’occasione, parecchi facinorosi gli scroccassero delle somme, per calmare, dicevano, gli spiriti inaspriti, e forse fa questa non l’ultima causa che determinò la sua partenza. Andò in Andria, sua patria, e non tornò in Lucera che nel settembre del 1865 e vi mori il 21 agosto del 1871. Il vescovo Prascolla, spirito battagliero, fu condannato dalla Corte di assise di Foggia, il 30 settembre 1862, a due anni di carcere e a lire 4500 di multa, insieme al canonico penitenziere don Vincenzo Chiulli, per avere entrambi pubblicato scritti provocanti disubbidienza alle leggi dello Stato. Per grazia sovrana, la pena fu commutata in un anno di esilio, che scontò a Como. L’arcivescovo di Matera e Acerenza, monsignor Rossini, fuggì da Matera, dopo la ribellione dei seminaristi che lo detestavano. Fra i più vivaci ribelli all’autorità dell’arcivescovo, era stato il seminarista Michele Torraca, oggi deputato. I vescovi, rimasti nelle diocesi, furono ben pochi e incorsero poi, ingiustamente, nelle ire di Roma. Oltre al seminario di Matera, erano focolari di cospirazione unitaria quelli di Molfetta e di Conversano; ma il vescovo di Molfetta, monsignor Guida, non era nè carne nè pesce in politica, e fu tra quelli che lasciarono la sede per timori immaginarli; mentre monsignor Mucedola era adorato dai suoi seminaristi, dalle cui fila erano usciti, da poco tempo, due giovani di grande valore e a lui carissimi, Pietro de Bellis, che poi fu preside e provveditore agli studii, e Domenico Morea, il lodato autore del Chartularium Cupersanense.

Fra i pochi vescovi, che non abbandonarono la diocesi in quei giorni, furono quelli di Trani e di Conversano. Don Giuseppe Bianchi Dottula, vescovo di Trani, era un signore di nascita e di maniere, di limitata capacità, ma pio e caritatevole e non aveva nemici. Di famiglia devotissima ai Borboni, dopo l’attentato di Agesilao Milano, indisse una processione straordinaria, in ringraziamento di essere stata preservata la vita del Re, e invitò alla processione, che doveva aver luogo il 20 dicembre di quell’anno il sindaco, i decurioni di Trani e altre autorità. Fece girare la lettera tra i decurioni, con invito di apporvi la firma a margine, ma salvo quattro di essi, tutti gli altri si dichiararono impediti o indisposti. Trani fu sempre città liberale nella sua gran maggioranza, anzi frondista più che liberale, veramente. Lo stesso arcivescovo aveva fatto celebrare [p. 285 modifica]solenni funerali nella sua diocesi a Ferdinando II, invitandovi le autorità e i cittadini di maggior nome, con una lettera che si chiudeva cosi: “Non abbiamo bisogno di lunghe parole, per esortare tutti all’adempimento di questi pietosi uffizii. Più, eloquenti delle nostre parole sono le grate reminiscenze, per le quali il nome dell’augusto Ferdinando II ha meritato nella storia una grande pagina gloriosa ed il compianto universale„. Ma ciò non tolse che, partito Francesco II, si lasciasse indurre dai liberali tranesi a mandare a Vittorio Emanuele il seguente indirizzo:

L’arcivescovo di Trani e Nazaret, nel proprio nome e del suo gregge, supplica V. M. a venire in Napoli per suggellare la grande opera dell’unità italiana e per restaurare la tranquillità e la pace tra i popoli di queste ridenti contrade. Si degni ascoltare questi voti supplichevoli, ed il Signore degli eserciti ricolmi la M. V. delle sue celestiali benedizioni„.

Monsignor Niccola Guida, vescovo di Molfetta, aveva natura timidissima. Restò in diocesi sino a tutto il settembre, quando partì di Molfetta anche don Vito Fornari, che gli era di scudo contro i liberali più esaltati, quantunque neppur tra costoro contasse proprio de’ nemici. I professori liberali del seminario non avevano infatti avuto molestie da lui, anzi aveva tollerato che Girolamo Nisio tenesse uno studio privato, che era una piccola fucina di cospirazione.

Monsignor Mucedola, indirizzò il 29 agosto, una patriottica pastorale al suo clero “A voi, egli diceva, a cui spetta, per ragione del ministero, aprir la mente agl’ignoranti, rivolgomi con tutto zelo, perchè insegniate loro, che governo libero va bene congiunto a ragione, a virtù, a legge, a religione, anzi di essa è base e fondamento. Insegnino i ministri dell’Altare, che il bene comune è sempre da preferire al bene individuale, che necessariamente debbono andare in giù gl’interessi privati, messi a confronto agli interessi della madre comune, la Patria. Smetta ognuno quell’Io, che tanto è pregiudizievole ad ogni maniera di beni; sia libero sì, ma onesto, ma giusto, ma virtuoso; impari che la vita dell’uomo è vita di sacrifici, di abnegazione secondo gl’insegnamenti del Redentore„. Questa pastorale levò gran rumore.






Note

  1. Pubblicai nella prima edizione il testo di questo documento, notevole non per le verità che contiene, ma per le esagerazioni e le volgarità che vi abbondano.
  2. Si ricordi ch’era monsignor Caputo, il preteso avvelenatore di Ferdinando II.
  3. Archivio Giacchi.