La fine di un Regno/Parte II/Capitolo XIV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo XIV

../Capitolo XIII ../Capitolo XV IncludiIntestazione 9 marzo 2021 75% Da definire

Parte II - Capitolo XIII Parte II - Capitolo XV
[p. 287 modifica]

CAPITOLO XIV


Sommario: Il Comitato dell'Ordine e il Comitato d'Azione — Giacchi chiama Spaventa e De Filippo — Paure generali ma infondate — Particolari curiosi — Il funerale a Guglielmo Pepe — Tutti divengono liberali — La condizione del ministero — Colloquio fra D’Ayala e Pianali — Pianell rifiuta il pronunciamento dell’esercito — Maniscalco a Napoli e sua partenza per Marsiglia — Il passaporto — La guerra ai reazionarii — La Guardia Nazionale — Alcuni Consigli di Stato — La situazione nelle provincie — A Taranto — Due rapporti del sottointendente d’Isernia — La famiglia reale — Un rapporto su Murena, Palumbo, Governa e De Spagnolis — Gaeta centro di reazione — La sorveglianza su Maria Teresa — Sospetti sul conte d’Aquila — Pretesa cospirazione di lui e suo esilio dal Regno — Una lettera di Luigi Giordano — Il conte di Siracusa — La sua lettera del 24 agosto al Re — Dopo la sua morte — La contessa di Siracusa e Giuseppe Fiorelli — I rapporti di Manna e di Lagreca — In Sicilia — Depretis prodittatoro — Garibaldi a Messina e il manifesto di Emanuele Pancaldo — L’attentato contro il Monarca — Lo “squagliamento„ della Marina — Anguissola e Vacca — I pochi fedeli — Il giudizio della storia — Sintomatica circolare di Giacchi e un proclama reazionario.


Erano giorni di esaltazione e di generale trepidazione insieme. Spaventa aveva assunta la direzione effettiva del Comitato dell’Ordine, che si ricostituì con Pier Silvestro Leopardi, per presidente, Gennaro Bellelli per segretario, e con un Consiglio direttivo, formato da Rodolfo d’Afflitto, Andrea Colonna, Saverio Baldacchini, Giuseppe Pisanelli, Antonio Ranieri, Cammillo Caracciolo, Giuseppe Vacca, Gioacchino Saluzzo, Antonio Ciccone, Luigi Giordano, Costantino Crisci, Mariano d’Ayala, e lui, Spaventa, che spingeva, con grande energia, quasi sfidando il governo, il lavoro diretto a far insorgere le provincie continentali, soprattutto la Basilicata e la Calabria, prima che Garibaldi sbarcasse sul continente, o almeno prima che arrivasse a [p. 288 modifica]Napoli. Il Comitato mandò Gennaro de Filippo a Messina, per assicurare il dittatore che sul continente, tutto si disponeva secondo il suo desiderio di quei giorni: fare, cioè, insorgere le provincie prima del suo sbarco in Calabria. Il Comitato d’Azione venne su quando il Comitato dell’Ordine, rifatto il 9 luglio, dopo il ritorno degli esuli, assunse un contegno decisamente cavurriano, onde per reazione si accentuò garibaldino, con una tinta di mazziniano e di municipale. Lo fondarono e ne furono la mag- giore forza Giuseppe Libertini, Giuseppe Ricciardi, Filippo Agresti, Niccola Mignogna, nonchè Giacinto Albini e Giuseppe Lazzaro. Pietro Lacava restò come tratto d’unione fra i due Comitati, che si trovavano però d’accordo nel promuovere l’insurrezione nelle provincie prima dello sbarco di Garibaldi; e poichè la provincia, la quale si assicurava meglio apparecchiata ad insorgere, e dalla quale si chiedevano capi militari e civili, era la Basilicata, il Comitato dell’Ordine fece partire per Corleto, dove aveva sede un Comitato insurrezionale, il colonnello Cammillo Boldoni e Pietro Lacava, ai quali si unirono il Mignogna e l’Albini del Comitato d’Azione. Il Mignogna era stato dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per affrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Gli altri quattro restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un Comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori.

Il maggior pericolo per le istituzioni lo rappresentava il Comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a Napoli e nelle provincie, disponeva di molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli, con Villamarina e, dopo il 3 agosto, con Persano. Non era possibile che il ministero mostrasse più oltre di non vedere, e fu deciso di dare qualche esempio di energia. Giacchi chiamò Spaventa e De Filippo, e col suo fare paterno, loro fece intendere che, seguitando a condursi in quel modo, il governo si sarebbe trovato nella dolorosa necessità di arrestarli e allontanarli da Napoli. Spaventa rispose che non prometteva nulla: poche settimane ancora, aggiunse, e la rivoluzione sarebbe compiuta; ma Giacchi tornò a raccomandargli calma e prudenza, confortando le sue parole con [p. 289 modifica]massime di Tacito, com’era suo costume. Anche gli amici raccomandavano prudenza a don Silvio, e lo consigliavano ad allontanarsi di casa, assicurandolo che la polizia o l’autorità militare, una notte l’altra, l’avrebbe arrestato; e, seguendo il consiglio. Spaventa, dormì parecchie notti or qua or là. L’arresto di Niccola Nisco, proposto, secondo egli afferma, dal ministro De Martino, non fu eseguito, per l’opposizione del presidente del Consiglio, Antonio Spinelli. Il timore di essere arrestati invadeva singolarmente i capi del movimento unitario. Giunse in quei giorni a Napoli, si era alla metà di agosto, Giuseppe Devincenzi, mandatovi da Cavour per adoperarsi con Visconti Venosta, Mezzacapo, Finzi e Nisco, perchè l’esercito, ad imitazione del toscano, si pronunziasse per la causa nazionale. Prima di lasciarlo partire per Napoli, Cavour gli aveva date due lettere di presentazione, una per Persano, l’altra per Villamarina, dicendogli queste precise parole: “Eccovi le due lettere, ma tenete a mente questo che vi dico; quando volete conchiudere, andate da Persano; e quando non volete concludere, andate da Villamarina„. Il Devincenzi era tenuto d’occhio dalle varie polizie. Egli sinceramente afferma che in alcune notti, non dormì neppur lui in casa sua; e che anzi, una la passò in carrozza, con Pisanelli, Gioacchino Saluzzo e Cammillo Caracciolo. Temevano la polizia segreta della Corte, che veramente non c’era; temevano quella del Romano, e più che ogni altro, temevano quest’ultimo, perchè era stato loro assicurato che don Liborio volesse farli arrestare, condannare e fucilare, per alto tradimento, dichiarandoli complici di Nunziante. Questi era tornato a Napoli, ma rimaneva a bordo della Maria Adelaide, e di là, con le istruzioni avute da Cavour, non lasciava di lavorare per il pronunciamento dell’esercito, ma senza conclusione. A tale scopo, vide più volte il Devincenzi e il Nisco, nonchè i capi del Comitato dell’Ordine, ed una volta anche Antonio Ranieri, che Devincenzi era andato a chiamare, e il quale di malavoglia si recò a bordo della Maria Adelaide, senza tornarvi più. A bordo della Maria Adelaide si rifugiarono per alcune notti, il Nisco, Gioacchino Saluzzo, il colonnello Carrano, ed altri che più si tenevano malsicuri.

La verità è, che tutti avevano motivo di temere: i reazionarii temevano i liberali; i liberali, i reazionarii; gli unitarii cavurriani temevano garibaldini e mazziniani; questi come [p. 290 modifica]quelli; i militari temevano i borghesi, e questi, i militari, e il governo temeva tutti senza esser temuto da alcuno. Nessuno si sentiva veramente sicuro del domani, e lo stesso don Liborio, cosi popolare e potente, temeva per la sua vita, immaginando che gli elementi della vecchia polizia, pagati dalla Corte, potessero assassinarlo di notte. E questi timori egli comunicò ai suoi amicissimi e conterranei, Mariano e Giuseppe Arlotta, chiedendo loro di passare la notte negli uffici della loro banca, ch’era allora dov’è oggi, nel palazzo Ottajano a Monteoliveto. Per alcune sere don Liborio scendeva in carrozza chiusa dalla sua villa a Posillipo, e andava a casa sua, al palazzo Salza alla Riviera di Ohiaja, dove cambiava gli abiti, e poi ne usciva in altra vettura, che lo lasciava al vicolo Calzettari, alla Corsea, dove riesce una scala secondaria del palazzo Ottajano. Un antico e fido custode della banca Minasi e Arietta gli apriva l’uscio di questa scala di servizio, ed egli passò così alcune notti nei deserti locali della banca, scrivendo, leggendo e concedendo poche ore al sonno. Giacchi, mandata la famiglia a Sepino si era procurato un passaporto inglese e uno chèque di duemila sterline sopra una banca di Londra, e portava sempre con se e l’uno e l’altro, per ispiccare il volo, quando occorresse. Anche Nunziante, nelle poche volte che scendeva dalla Maria Adelaide, era guardato a vista da agenti del Comitato dell’Ordine. Il patriota De Grazia, che fu poi delegato di polizia, uomo coraggioso e aitante della persona, vegliava alla sicurezza di Nunziante.


Non erano tutti timori immaginari. Il ministero non aveva più forza; sentiva mancargli il terreno sotto i piedi, venirgli meno la fiducia del Re, ma repugnava da concludenti misure di rigore, le quali forse non erano neanche più possibili. I ministri, specie don Liborio e De Martino e un po’ anche Spinelli e Torcila; e i direttori, specie De Cesare e Giacchi, erano circondati dagli esuli di maggior conto, amici loro, i quali ne paralizzavano l’azione, assicurandoli che dietro Garibaldi e’ era il Piemonte e c’erano le potenze occidentali, e che per i Borboni non vi era più scampo. Mariano d’Ayala ruppe gl’indugi e andò a proporre al Pianell, suo vecchio amico e camerata, la dedizione dell’esercito alla causa nazionale, com’era avvenuto in Toscana, ma n’ebbe in risposta: “I tuoi ragionamenti sono troppo sublimi, e io non li intendo„ . D’Ayala faceva la sua propaganda, incessante e [p. 291 modifica]coraggiosa, nell’alto mondo militare, ma nessuno gli dava retta. Con parole ispirate apriva nel Lampo una pubblica sottoscrizione, per cittadini funerali all’anima benedetta di Guglielmo Pepe. Le esequie furono celebrate, la mattina dell’otto agosto, nella chiesa dei Fiorentini, e riuscirono solenni per concorso di liberali, di tutti gli esuli, di popolani mutilati a Marghera, e del conte di Siracusa, che vi assistette, in compagnia di Giuseppe Fiorelli. Ma il prefetto di polizia non permise che fosse esposta nella chiesa l’epigrafe scritta da Antonio Ranieri, che era questa:


ITALIANI DI NAPOLI

IN QUESTO TEMPIO SI FANNO SOLENNI FUNERALI

A GUGLIELMO PEPE

SOLDATO GENERALE E MARTIRE

ED EROE SEMPRE

DIFESE NEL LXXXXIX VIGLIENA NEL XLIX VENEZIA

E FORTE DI QUELLA FEDE CHE TRIONFA DI TUTTO

INCARNÒ TANTO IL NOME SUO IN QUELLO D'ITALIA

CHE TORNERÀ SPONTANEO SOPRA OGNI LABBRO

QUANDO IL PENSIERO DI VII SECOLI

SARÀ COMPIUTO


NACQUE IN ISQUILLACE A DÌ XXIII DI FEBBRAIO MDCOLXXXIII

MORÌ IN TORINO A DÌ VIII AGOSTO MDCCCLV


Finita la messa, tutti, uscendo dalla chiesa, ruppero nel grido: Viva l’Italia. In tale ambiente, si può immaginare quale effetto potevano produrre queste enigmatiche parole, che il nuovo prefetto di polizia, Giuseppe Bardari, pubblicò in un suo proclama del 20 agosto: “E pertanto, egli diceva, lealtà per lealtà! Pronto io ai sacrifizi e alle spine delle funzioni che mi sono affidate, sarà tutta dei miei concittadini la gloria se nel tempo che mi sarà dato sostenerle, potrò, mercè il concorso delle loro virtù, compirle con alcuna lode„. Parole, parole, parole! Il Bardari era calabrese; nella prima gioventù era stato amico di Michele Bello, fucilato nel 1847 a Reggio e aveva scritto dei melodrammi, tra i quali la Maria Stuarda, musicata dal Donizetti; fu giudice regio a Monteleone nel 1848, e per la parte presa nei rivolgimenti di Calabria, dopo il 15 maggio, fu destituito e processato. A Napoli [p. 292 modifica]esercitava l’avvocatura con discreta fortuna, era intimo di Romano e non moriva di tenerezza per i Borboni. Fu prefetto di polizia sino agli 8 settembre e poi consigliere della Corte dei conti.

A Napoli erano divenuti tutti liberali, con questa sola differenza, come si è detto, che i borbonici erano costituzionali, e i vecchi liberali, tutti unitarii con Casa di Savoia. Il ministero era con costoro d’accordo solo nell’invocare e prendere misure di rigore contro i reazionari, veri o supposti, delle provincie; contra i vescovi e contro gl’impiegati del vecchio regime. Però il Comando della piazza di Napoli era come sottratto al ministero, perchè aveva una specie di giurisdizione propria, e comandava, occorrendo, alla guardia nazionale. Da quel Comando partivano ordini di perquisizioni e anche di arresti, all’insaputa del ministero; e il giorno 23 agosto, per ordine di detto Comando, venti guardie nazionali del primo battaglione, e un plotone di cacciatori della guardia reale, col comandante di piazza in persona e un giudice, procedettero alla perquisizione in casa del noto liberale calabrese, Salvatore Correa, al palazzo Cirella. La perquisizione riusci infruttuosa: il comandante del primo battaglione, facendone rapporto al ministro dell’interno, osservava, che “tali visite essendo state replicate volte eseguite, e sempre collo stesso risultato, non fanno molto favorevole impressione nello spirito della Guardia Nazionale, tuttochè la disciplina farà sempre ciecamente obbedire i comandi che potranno venire dal comando della Real Piazza„. Il comandante del primo battaglione era Achille di Lorenzo, succeduto al barone Gallotti, dimissionario. Nell’agosto, dei capi della guardia nazionale, cioè di quei primi capibattaglione, che avevano firmato nel luglio il magniloquente e comico indirizzo a don Liborio, rimaneva il solo Domenico Ferrante. I nuovi erano: Achille di Lorenzo, Gioacchino Barone, Francesco Caravita di Sirignano, il marchese di Monterosso, Raffaele Martinez, il marchesa di Casanova, Paolo Confalone, Michele Praus, il marchese Paolo Ulloa, il duca d’Accadia e Giovanni Wonviller, anzi Giovannino Wonviller, come lo chiamavano gli amici. Allora era giovane, elegante, galante, uno dei lions alla moda.

Con gli animi così agitati, le voci più balorde trovavano credito, e le paure più puerili erano all’ordine del giorno. Il 16 agosto, una pattuglia di truppa regolare s’incontrò al largo [p. 293 modifica]della Carità, con un’altra di guardia nazionale e la prima cedette all’altra la destra, secondo il regolamento militare. Per questo fatto, la sera in tutta Napoli si raccontava che l’ufficiale della truppa aveva ordinato il fuoco contro la guardia nazionale, ed era dovuto all’opposizione del sergente, se al largo della Carità non fosse succeduto un massacro. Le cannonate per salve di gioia o per saluti erano sempre cause di terrori. In una mattina, verso la metà d’agosto, mentre nella chiesa della Sanità, affollata di gente, si celebrava la messa, rimbombarono alcune cannonate: il prete fuggi dall’altare, i devoti dalla chiesa, molti furono feriti e una donna abortì. Anche a Sant’Agostino degli Scalzi, il prete che celebrava la messa, cadde svenuto e la gente raccolta in chiesa si diede disordinatamente alla fuga.

A ripristinare l’ordine e la tranquillità, fra tanta insanabile e crescente turbolenza, che quella polizia, affidata all’alta e alla bassa camorra, non concorreva certo a scemare, i ministri si mostravano impotenti. Né è senza un profondo stupore, che si ripensa di quali e quante cose disparate, e fin puerili, si occupassero quei ministri nei varii Consigli di Stato. Per darne una idea, riferirò gli argomenti discussi in tre Consigli alla fine di luglio. In quello del 18 si deliberò d’imbarcare sopra un legno a vela e inviare alle isole Tremiti, per mettere in salvo le loro vite minacciate, le guardie di polizia, siciliane e napoletane, espulse dal servizio e accantonate, per misura di sicurezza, ai Granili. Fu discusso e deciso che il procuratore generale, don Nicoola Rocco conservasse l’ufficio di revisore della Civiltà Cattolica; e poichè gli impiegati, licenziati nel 1849, chiedevano con alte grida di esser riammessi in servizio, e a quei gradi, che avrebbero raggiunti qualora avessero servito nei dodici anni, i ministri, attese le difficili condizioni della finanza, deliberarono di restituirli semplicemente ai posti, che lasciarono al tempo della loro destituzione. Provocarono così proteste, ire ed accuse iperboliche di traditori e di reazionarii, soprattutto da parte di quelli, cho erano stati in esilio o in prigione.


Nel Consiglio del 21 luglio era stato dato incarico al ministro dell’interno di scrivere agl’intendenti, perchè mandassero rapporti sulla condotta dei vescovi e del clero, specialmente in ordine alle novelle istituzioni, e si son veduti i resultati di [p. 294 modifica]tale inchiesta. Nello stesso Consiglio si stabilì che ciascun ministero acquistasse quindici copie del Manuale del cittadino costituzionale, edito dal Perrotti; e si discusse sopra una speciosa domanda di alcuni impiegati e ufficiali, i quali chiedevano un giudice, che rivedesse le obbligazioni da loro contratte con gli usurai! La domanda fu respinta, donde nuove cagioni di malcontento. Nel Consiglio del 22 luglio venne deliberato di allontanare da Napoli, per salvare gli individui e la pubblica quiete, gli ex ministri Troja, Scorza e Murena, l’ex direttore e l’ex prefetto di polizia Mazza e Governa, il colonnello D’Agostino e gli ex agenti di polizia, Schinardi, Barone, Jervolino, Doria e Maniscalco. Quest’ultimo, arrivato il giorno 8 giugno, aveva preso alloggio presso la sua famiglia, in un appartamento alla Riviera, a poca distanza dal palazzo Salza, dove abitava don Liborio Romano, vivendovi ritirato e senza veder nessuno, tranne Filangieri e suo figlio Gaetano. All’ordine di partire comunicatogli personalmente da don Liborio, rispose che sarebbe andato a Marsiglia, e partì infatti con la famiglia il 28 luglio. Il passaporto rilasciatogli dal ministro degli affari esteri, diceva cosi: “Partendo per Marsiglia il cav. don Salvatore Maniscalco di Messina di anni 47, con la moglie, la madre, cinque piccoli figli ed un domestico. Salvatore Romano ecc.„. E conteneva i seguenti connotati: proprietario, statura giusta, viso regolare, capelli biondi„. Giunse a Marsiglia il 31 luglio, e il 6 agosto di quell’anno stesso andò in Avignone, come si rileva dallo stesso passaporto. Maniscalco, oltrechè della medaglia d’oro per la campagna di Sicilia, era insignito di quasi tutti gli Ordini cavallereschi di Europa, e la lettera con la quale Drouyn de Lhuys gli comunicavìu la nomina, a nome dell’Imperatore, di uffiziale della Legion d’onore, era piena di cortesie. Perchè indicasse sua patria Messina^ nessuno ha saputo dirmi, neppure il figliuolo. Inoltre il ministero deliberò di rinnovare la metà dei Decurionati, togliendo i più vecchi decurioni di nomina, e scegliendo i nuovi fra gli eleggibili, secondo la nuova legge elettorale, o secondo quella del 1848; e deliberò infine di nominare sindaci le persone di maggiore onestà, capacità ed attaccamento agli attuali ordini costituzionali. Tale ricomposizione per il 6 agosto avrebbe dovuto essere compiuta; ma non se ne fece nulla, e il Decurionato di Napoli restò tale e quale fino all’ingresso di Garibaldi.

[p. 295 modifica]Nelle Provincie regnava maggior disordine, che nella capitale. I devoti all’antico regime, anche i più pacifici, erano sospettati, spesso fantasticamente, di favorire la reazione. Il 15 agosto, a Bari, si disse insultata la guardia nazionale. Ci furono molti arresti, e con la solita iperbole pugliese, si affermò che i disturbatori fossero pagati dall’arcivescovo, dai gesuiti e da alcuni cittadini in fama di borbonici, a sei carlini per uno! Più gravi e veri, i fatti di Taranto. Un gruppo di popolani, prendendo pretesto da un caricamento di grano, cominciò a tumultuare, e per due giorni non solo impedì il caricamento, ma ruppe in violenze contro i legni e contro i marinai di questi. Vi furono inoltre minacce di saccheggio alle case dei principali cittadini. L’autorità politica, rappresentata dal sottointendente Giovanni de Monaco, non spiegò l’energia necessaria. Il De Monaco, rimasto in ufficio, si mostrava apertamente contrario alla concessa Costituzione, nè più della sua fu energica l’azione de’ gendarmi, comandati dal tenente Attanasio, de’ quali si disse anzi che provocassero quei moti. La sera del 17 luglio, quando ogni agitazione era cessata, poco innanzi l’avemaria, una pattuglia di soldati di riserva, passando innanzi al caffè Moro, sulla piazzetta di Santa Caterina, luogo d’ordinario convegno dei più distinti cittadini, si fermò e intimò ai molti, che in quell’ora erano li seduti, di sgombrare. Rimasto l’ordine ineseguito, i soldati, dopo aver scambiate vivaci parole coi cittadini, passarono innanzi, ma poco dopo sopravvenne una pattuglia di gendarmi, comandata dal tenente Attanasio, la quale, appena fu sulla piazzetta, si fermò, ed al comando a brevi intervalli, dato da quell’ufficiale di: “alt, front, fuoco„ lasciò partire molte fucilate, tirate però, a quanto poi parve dall’altezza delle traccia rinvenute sulle pareti, più con animo di far paura che di far male. Il ferito fu un solo, piuttosto lievemente e di rimbalzo. Venne però attestato da alcuni signori, che la pattuglia si diresse, a passo celere, verso il quel caffè, dopo essersi incontrata, in piazza San Costantino, col sottointendente De Monaco, dal quale avrebbero sentito pronunziare la parole: “Fate fuoco„. Vera o falsa questa circostanza, certo è che il De Monaco, udendo le fucilate, non mostrò maravigliarsene, nè si recò sul luogo dell’avvenimento. Il fatto eccitò vivamente la cittadinanza, la quale nel dì seguente chiese ed [p. 296 modifica]ottenne dal maggiore De Cornè, comandante la piazza, persona ben veduta ed amica dei maggiorenti della città, che venisse armata la guardia nazionale coi fucili delle truppe di deposito nel castello. L’armamento della guardia nazionale ristabilì l’ordine e impaurì il De Monaco, il quale, smessa la consueta arroganza, chiese il patrocinio di alcuni influenti cittadini, ed ottenne così di partire qualche giorno dopo con la numerosa famiglia, di notte tempo, da Taranto.1


L’opera dei Comitati insurrezionali, specie di Cosenza e di Basilicata, mirava a persuadere il popolo che Francesco II, alla prima occasione, avrebbe ritirata la Costituzione. I Comitati lasciavano vedere dovunque reazioni e congiure, e così si sfogavano vendette e vecchi rancori. Ma la città, che più dava da fare al ministero, era Gaeta, dove la truppa, come ho detto, non aveva voluto gridare Viva la Costituzione. Questo fatto destò tali inquietudini, che quel sindaco scrisse direttamente al ministero perche fossero allontanati gli ufficiali reazionari D’Emilio, Candela e Prato; i camorristi Niccola e Paolo Gallo, Paolo Freiles, Salvatore Saggese, Antonio Esposito e alcune guardie della vecchia polizia, e fossero nel tempo stesso mandate armi per la guardia nazionale. Arresti ed esilii di reazionarii si succedevano a Reggio, donde venivano espulsi “gli sbirri siciliani, arrestati e minacciati di vita, insieme al boia, don Vincenzo Siclari, di questa città, che aveva stretta relazione colla detta sbirraglia„. Cosi scriveva l’intendente di Reggio al ministero; e Giacchi decretava a margine del rapporto: “bello esempio di patria carità e di energia in aver così celeremenie salvato il proprio paese da sicuro disastro. Se ne abbia per ora lodi senza fine„.

Le guardie nazionali, sorte in fretta e in furia, mancavano generalmente di disciplina e di armi, ed erano impotenti a mantenere l’ordine. Il sottointendente d’Isernia chiedeva truppe, quasi presago dei futuri eccidii del 30 settembre; truppe [p. 297 modifica]domandava l’intendente di Avellino, dichiarando di non potere rispondere dell’ordine pubblico senza mezzi per provvedervi, e quando “le guardie nazionali sono mal organizzate ed armate, e spesso fan parte di quegli stessi che commettono abusi„. L’intendente di Foggia implorava, con vive parole che si aumentasse la guardia cittadina nei comuni, dov’era maggiore il bisogno, soprattutto dopo i primi tentativi di reazione a Bovino, a Sansevero e a Montefalcone; e facendo un quadro desolante della provincia, in balia dei partiti estremi, il rivoluzionario e il reazionario, dichiarava apertamente, che, ove la forza pubblica si allontanasse, egli se ne lavava le mani. Non altrimenti scrivevano quasi tutti gli altri intendenti. Il sindaco e il comandante della guardia nazionale di Lucera telegrafavano al ministro dell’interno che in quel carcere erano 600 detenuti, fra i quali 160 reazionarii di Bovino; e che, partita la gendarmeria e mancando la guardia nazionale di armi e di attitudini, il carcere rimaneva senza custodia. Dal comandante della guardia nazionale quei 160 reazionari di Bovino erano chiamati addirittura vandali.

Riferisco integralmente due rapporti, l’uno del 25 agosto, e l’altro del 27, tutt’e due di Giacomo Venditti, sottointendente d’Isernia, a meglio mostrare lo stato delle provincie e la condizione di quelle autorità.

Questo del 26 agosto fu diretto, riservatamente, a Giacchi:


Signor Direttore,

Quantunque da qualche giorno mi trovo a capo di questo distretto, pure mi fo il dovere dirle che in generale lo spirito reazionario non è del tutto sopito, ed oltre i fatti deplorevoli di Carpinone, di tratto in tratto si manifestano nelle plebaglie rozzi sentimenti di avversione all’ordine costituzionale, non mai scevri da quelli, forse principali, di rapina e saccheggio. Che anzi io credo che si faccia entrare nella mente delle plebi l’idea di potersi arricchire impunemente a nome, e sotto l’usbergo del Realismo, Ma tra tutti i paesi del distretto, Isernia presenta il gravissimo sconcio di una ladronaia, sostenuta da ladruncoli, che, travisandosi, svaligiano i viandanti, e tornano alle proprie case a godersi la fatta rapina. Un siffatto guaio fu sostenuto dalla passata polizia, e da qualche galantuomo protettore, e che ne ha fatto sin’ora buon prò. Cosi nella sera del dì 21 corrente una carrozza fu fermata su la strada postale, e due signori cognominati Bonois e Valentini, che venivano d’Abruzzo, furono rubati di ducati 400, ed altri oggetti, e percosso il cocchiere, cui furono tolti carlini quattro.

Le più energiche misure sono già prese per porre un argine a tanto [p. 298 modifica] malanno, fino a farlo scomparire del tutto. A che fare mi è indispensabile il positivo concorso della forza pubblica e nazionale, e delle altre autorità e tutti mi promettono assistenza, massime questa guardia cittadina la quale per l’oggetto dev’essere accresciuta di altre persone.

Ma debbo pregarla francamente che deve scomparire in questo luogo ogni traccia della vecchia polizia, la quale è troppo mal vista. E però mi fò il dovere di proporle ad ispettore di polizia di questo distretto il signor don Gerardo Cimone, del fu don Raffaele, nativo d’Isernia, patrocinatore del Tribunale Civile di Napoli, ivi domiciliato, il quale riunisce tutti i numeri, onestà, energia, istruzione, e ciò che più interessa, un’opinione vantaggiosa, e ben meritata in questo distretto. 2

Ed io mi attendo con tutta fiducia, che Ella si compiaccia accogliere questa mia proposta, e nominarlo subito per lo bene positivo di questa gente.3


L’altro rapporto era del seguente tenore:

In Fornelli l’ordine pubblico veniva minacciato fin da ieri l’altro, e fui richiesto di una forza da spedirsi il mattino di domenica, giorno designato, dai perturbatori. La forza vi è andata composta di tre gendarmi e circa 30 guardie nazionali d’Isernia. Il mattino fu calmo, nelle ore pom. il popolo si è riunito minaccioso variamente armato contro i nazionali. Il caponazionale di Fornelli mi ha chiesto per apposito mezzo altra forza per ristabilire l’ordine ed ho ricevuto l’uffizio ad un’ora circa di notte. L’arciprete di là ne è stato l’istigatore giusta l’uffizio sudetto. Reduci di colà i suonatori della filarmonica d’Isernia ed esaminati, han detto: che dopo scritto l’uffizio l’azione si è fortemente impegnata. A capo de’ popolani i gendarmi che, sventolando i loro bonnets, a nome del Re, aizzavono il popolaccio contro i nazionali. Dopo inutili tentativi di pace si è impegnata l’azione. I nazionali si sono rinchiusi nelle case. Si dice qualche morto o ferito, non sapendosi precisare da qual parte.

Un gendarme, fuggito di là, e qui giunto, ore 3 italiane, ci ha detto che i nazionali erano assediati nelle case, e che ci voleva altra forza regia. Ho disposto sul momento tutta questa d’Isernia; cioè 9 gendarmi, 4 guardie doganali e 12 nazionali, comandate dal tenente Basile, che sonosi recati colà, ed aspetto il buon esito dopo di aver raccomandato al tenente medesimo tutta la possibile energia sotto la più stretta responsabilità. In altri paesi viene pure minacciato l’ordine pubblico. Isernia si è commossa, pel pericolo dei suoi, e ci vuol molto per poterla mantenere.

Ore 5 della notte: — I corrieri postali interni ritornano, perchè una mano di ladri li hanno battuti e tolte le valigie. Qui vi è bisogno di molta e prontissima forza militare. Si daranno più precisi dettagli. 4

[p. 299 modifica]La famiglia reale, com’era da prevedersi, diè l’immagine della discordia e del più ingiustificabile egoismo, via via che si appressava l’ora finale. Si è veduto come, dopo la morte di Ferdinando II, l’unione domestica fosse più apparente che reale. Invece di raccogliersi tutta intorno al Re e far causa comune con lui che rappresentava la Monarchia e la dinastia, consigliarlo sinceramente e sorreggerlo, o cadere con lui, la famiglia reale, tranne il conte e la contessa di Trapani, si condusse ben altrimenti. Come ho detto, fin dai primi giorni di luglio la regina Maria Teresa se ne andò con i suoi figliuoli a Gaeta, imbarcandosi al Granatello. Restarono a Napoli il conte di Trani e il conte di Caserta. L’ex Regina era il babau, non tanto dei vecchi, quanto dei nuovi liberali, ed è superfluo ripetere che i liberali non si numeravano più, e i più accesi eran quelli, naturalmente, i quali non avevano levato un ragno dal buco.

La partenza dell’ex Regina con la famiglia per Gaeta fece penosa impressione nella Corte. Molti cominciarono a far preparativi di partenza, dicendo che anche il Re aveva intenzione di abbandonare Napoli. Il principe d’Ischitella, il quale, lasciato il comando supremo della guardia nazionale, aspettava l’altro, che non ebbe mai, di comandante generale dell’esercito, vedeva il Re tutti i giorni e lo scongiurava di non prendere quella risoluzione di abbandonare Napoli. Francesco II lo assicurò che non sarebbe partito, e anzi era risoluto a difendersi, e a tal fine voleva mettere lui, Ischitella, a capo dell’esercito per dar battaglia a Garibaldi nel piano fra Salerno ed Eboli. Narra l’Ischitella che fu per questo, ch’egli diè le dimissioni da comandante della guardia nazionale ed attribuisce al tradimento di Pianelli (sic) so non ebbe quel comando.

Andata dunque Maria Teresa a Gaeta, e ricoveratisi colà alcuni funzionarli destituiti e alcuni bassi arnesi della vecchia polizia, subito cominciarono nei giornali e nei caffè le querimonie che Gaeta diventava un covo di reazionari. Le voci erano confermate ed esagerate, naturalmente, dal già accennato rifiuto di quelle truppe a giurare la Costituzione. A Gaeta si trovavano tra gli altri, l’ex ministro Murena e l’ex ispettore di polizia Palumbo; a Castellone, l’ex consultore Governa e ad Itri, l’ex commissario De Spagnolis. Il ministero credeva a quelle voci, o almeno le insistenze erano tali, da muoverlo ad agire come se vi credesse. E [p. 300 modifica]perciò Giacchi dispose un servizio di speciale sorveglianza su quelle persone, affidato al sottointendente di Mola, Gaetani. Anche il Dentice d’Accadia, sebbene promosso intendente a Reggio, per la conoscenza che aveva di Gaeta, dove per molti anni era stato sottointendente, mandò in proposito qualche rapporto speciale e confidenziale.

Pubblico integralmente, perchè assai caratteristico, quello del 21 agosto, relativo a Murena, a Palumbo, a Governa, a De Spagnolis e alle guardie della vecchia polizia. Si legga nella sua genuina ortografia:


Il ministro al ritiro sig. commendatore Murena recavasi non è guari nella Real Piazza di Gaeta, e dopo di essere stato ospitato con la intera sua famiglia per qualche giorno nell’Episcopio dall’arcivescovo monsignor Cammarota suo affine, à ivi appigionato una casa, ove attualmente dimora. Il suo contegno è riservatissimo, indifferente, e sotto ogni rapporto non censurabile.

Trovasi pure in quella piazza l’ex Ispettore di Polizia sig. Palumbo il quale à richiamato presso di sè anche la famiglia. Si anno di lui non favorevoli prevenzioni, essendo fama che in carica siasi condotto assai tristamente. Ciò nonostante vive ora in Gaeta ritirato e circospetto.

Dimorano anche in quella R. Piazza le Guardie di Polizia che prestarono servizio alla dipendenza del comm. sig. Faraone. Avendo il di loro contegno dato luogo ad apprensioni per confabulazioni con sotto uffiziali e soldati della guarnigione ritenuti per camorristi, il Sindaco sig. cav. Ianni non à mancato di farne gli opportuni rilievi presso il sig. Maresciallo Governatore, il quale per mezzo dello Ispettore locale di Polizia sig. Rogano, si è limitato alla minaccia di espulsione dalla Piazza, qualora non serbassero condotta riservata ed irreprensibile.

In Mola poi, e propriamente in Castellone, à preso stanza con la sua famiglia il Consultore al ritiro sig. comm. Governa, ove à locata una casa.

Essendo stato a dimora per più anni in quel Comune, quando esercitava la carica di Giudice Regio, vi acquistava non poche relazioni e vi lasciava nel dipartirsene la popolazione amica. Nell’attualità si mantiene senza riserva alcuna nelle relazioni stesse.

Finalmente anche l’ex commissario signor De Spagnolis venne nel cadere del passato mese in Itri, ove à parenti, e si è mantenuto per alquanti giorni nascosto. Vuolsi che ora siasi da colà allontanato prendendo la volta del vicino Stato Pontificio, o quella degli Abruzzi.5


Ma i timori crescevano, e persona degna di fede scriveva da Gaeta ad Enrico Costantino, ufficiale del genio e questi la comunicava al ministero, una lunga lettera su Gaeta, che oggi, vi era scritto, sembra un centro di reazione. Non potendo [p. 301 modifica]resistere oltre alle pressioni, che venivano da ogni parte, il 29 luglio Giacchi scriveva, tutta di suo pugno, una riservatissima all’intendente di Caserta, conte Viti, la quale cominciava cosi: “Gaeta e quelli che vi son dentro (e, si noti, c’era quasi tutta la famiglia reale) richiamano tutta l’attenzione del Governo„. E, parlando del giuramento delle truppe, continuava: “Viva il Re, che è buono e benefico, ma viva anche la Costituzione, che ci ha liberati da tanti istrumenti di tirannide, nemici del loro paese non pure, ma dello stesso Re, che essi disservivano, servendo solo a sè stessi„.6 E conchiudeva, ordinando che si arrestassero l’ex ispettore Palumbo, i camorristi, denunziati antecedentemente dal sindaco di Gaeta e dieci guardie della vecchia polizia. Questi ordini vennero eseguiti e, contemporaneamente, gli arrestati furono tutti accompagnati dai gendarmi al confine pontificio.

Anima della cospirazione reazionaria si riteneva che fosse la Regina madre; e perciò Giacchi aveva stabilito un altro servizio speciale di polizia, per tener d’occhio lei e la sua gente, incaricandone lo stesso sottointendente, il quale aveva alla sua dipendenza un commissario di polizia molto abile, chiamato Portillo. Per avere un’idea di quanto fosse accurata la sorveglianza su Maria Teresa, pubblico anche questo rapporto, inviato, il 7 agosto, dal Gaetani al direttore dell’interno:


Poichè conosco che questo telegrafo elettrico è sotto la dipendenza del generale governatore, e quindi si sanno tutti i dispacci, così debbo incomodarla per via di lettere, come meglio posso adempiere al mio difficile incarico. Questa mane le ho segnalato, che alle ore 11 antim. giungeva la Corvetta Spagnuola “Villa de Bilbao„: al momento, che sono le ore 24, giunge a mia notizia che S. M. la Regina, la quale non à voluto vedere finora alcuna autorità di qualunque ramo, non escluso il generale governatore, riceverà dimani il Comandante del legno spagnuolo. Conoscendo altro, lo porrò subito a di lei conoscenza„.7


Non meno della Regina madre, erano sorvegliati in Napoli tutt’i i membri della famiglia reale, ad eccezione del conte di Siracusa, caldo più che mai d’italianità. Erano sorvegliati dalla polizia di don Liborio e da quella del Comitato dell’Ordine, e la maggiore sorveglianza si esercitava sul conte d’Aquila e sul conte di Trapani. Il conte d’Aquila, già capo della [p. 302 modifica]camarilla, e poi intimo del Brenier e fautore della Costituzione aveva, da qualche settimana, mutato contegno, ed equivocamente si agitava, ingenerando nel ministero il dubbio ch’egli meditasse qualche colpo di testa, forse una congiura, allo scopo di spodestare il nipote, liberarsi di qualche ministro e farsi proclamare reggente. Il conte aveva natura più turbolenta che risoluta, ed era mal viso. Furono sequestrate in dogana alcune casse di armi e di abiti militari, giunte all’indirizzo di lui; abiti ed armi, che confermarono le apparenze della cospirazione, ma da quali elementi fosse questa avvalorata e su quali probabilità si fondasse, neppure oggi si conosce con precisione. Don Liborio propose quindi, in Consiglio dei ministri, l’allontanamento del conte, e il Re vi aderì. E la mattina dopo il principe riceveva la seguente comunicazione, che tentava salvare almeno le apparenze: “Altezza, S. M. il Re, seguendo il parere del Consiglio dei ministri, e pensando ai bisogni del servizio della sua reale marina, ordina che V. A. s’imbarchi immediatamente sul Reale Vapore “Stromboli„, ove troverà istruzioni in piego suggellato, cui V. A. potrà aprire, quando sarà lontano venti miglia da terra; e ciò affine di compiere commissioni concernenti la reale marina — firmato Garofalo„.

Il conte si recò subito alla Reggia, ma non potè vedere il Re. Gli scrisse e non ebbe risposta. Alle sei della sera, il generale Palomba, antico precettore del principe, andò da lui, e gli ripetette in nome del Re, l’ordine d’imbarcarsi senza indugio. E nella mezzanotte del 14 agosto, don Luigi lasciò Napoli sulla goletta il Menai, protestando contro la violenza cui soggiaceva. Da bordo scrisse una lettera d’addio al Re e salpò direttamente per Marsiglia, dove giunse la sera del 17.

Liborio Romano consacrò il fatto nelle sue Memorie, magnificando, come usava, la importanza dell’atto da lui compiuto. Il conte di Trapani fu alla sua volta sospettato come partecipe del tentativo di reazione, fatto da un prete legittimista francese, certo De Sauclières, in casa del quale si rinvennero duemila copie di un proclama: Appello di salvezza pubblica, affisso in alcuni quartieri nella notte del 29 agosto. Il De Sauclières fu arrestato e processato, senza però che dal processo si scoprisse nulla riguardo al conte di Trapani. Ma la partenza del conte d’Aquila fu oggetto di strani commenti e di più strane paure. A darne un’idea, gioverà [p. 303 modifica]pubblicare un brano di lettera, che Luigi Giordano, animoso tramite tra il Comitato dell’Ordine e il Comitato insurrezionale di Cosenza, scriveva a quest’ultimo, in data 13 agosto:

La nostra situazione è tristissima poichè siamo minacciati dalla reazione, e ieri nella capitale si passò una giornata ed una notte spaventevole per tutti. Il conte di Aquila, cioè il principe don Luigi, avea organizzato il più terribile e schifoso moto reazionario, assoldando circa 6000 galeotti come lui, ed incitandoli alla santafede, protetti forse da qualche corpo militare a lui devoto. Il ministero, e soprattutto don Liborio Romano, si è portato egregiamente, poichè oltre all’avere sequestrate nella darsena molte casse di fucili e revolver, dirette al principe suddetto per armarne i suoi adepti, si portò unitamente agli altri ministri e al corpo diplomatico a palazzo, e obbligò il Re a cacciare un ordine di bando per il signor zio. Questa notte dovea partire, ma vi è qualche dubbio sulla sua partenza; epperò al momento che scrivo la capitale è tuttavia in allarme, e potrebbe nascere da un momento all’altro qualche terribile crisi. Gli ammiragli però piemontese, inglese e francese han promesso al primo segnale di allarme di far sbarcare dalle flotte 4000 uomini. La Guardia nazionale pure è ammirevole pel servizio che presta, ed è così affiancata dal popolo, che ci dovran pensar bene a far la santafede i così detti reazionari. Con tutto ciò l’agitazione è universale, e lo spavento de’ timidi è giunto al colmo.8


Di questa cospirazione del conte d’Aquila non mi è riuscito avere alcun particolare storicamente vero. Il Nisco la dà come certa, ed aggiunge che in quella cospirazione fossero l’Ischitella, il principe della Rocca e Girolamo Ulloa, chiamato prima dal Re per affidargli il comando supremo dell’esercito, e poi non più datogli, per le vivaci proteste, si disse, del colonnello Bosco. L’Ischitella non ne fa motto nelle sue memorie, anzi si dichiara fedelissimo a Francesco II e attribuisce a sè il merito di averlo consigliato a mandare un’altra missione a Parigi, per pregare l’Imperatore a salvare il Regno e la dinastia. Afferma pure che il Re accettò il suo consiglio e lo incaricò della missione, ma che fu da lui rifiutata perchè troppo tardi, aggiungendo di aver proposto invece il duca di Caianiello, che accettò. E conchiude poi cosi: ... era a Napoli che avrei potuto essergli utile, se avesse voluto .... avevamo quarantamila uomini riuniti attorno alla ca’ pitale, che non avrebbero nè disertato^ ne tradito, se avessero avuto alla loro testa qualcuno su cui poter contare. Il Nisco, alla sua volta, pare che confonda l’incarico dato dal Re ad Ischitella di [p. 304 modifica]formare un nuovo ministero negli ultimi giorni di agosto, un dieci giorni prima che il Re partisse, come afferma l’Ischitella stesso, col preteso complotto del conte d’Aquila, del quale complotto nulla, insomma, lo ripeto, si sa di certo e di concludente, e a me sembra del tutto inverosimile che entrasse a farne parte principale Girolamo Ulloa. Il complotto avrebbe dovuto avere per fine una Saint-Barthélemy dei liberali, e la proclamazione del conte, prima a Reggente e poi a Re. Partito il conte d’Aquila, restarono soli centri borbonici in Napoli, i ritrovi presso il conte di Trapani, presso il conte Leopoldo Latour, Ernesto Carignano Somma di Circella, Caracciolo di Castelluccio, la farmacia reale Ignone in via di Chiaja e la bottega da parrucchiere di Germain a Toledo. La polizia teneva d’occhio questi ultimi due locali, i quali, a misura che la rivoluzione si avanzava, diventavano meno frequentati: negli ultimi giorni poi non vi era più alcun centro apparente. I commenti nell’alta società napoletana erano i più diversi, e vivacissime le recriminazioni. Una sera il ministro inglese Elliot disse profeticamente ad alcuni intimi: “Tutto è colpa della ritardata Costituzione. Francesco II perderà la Sicilia, perderà Napoli; e poi l’Italia unita attaccherà la Venezia„. Un’altra sera, i Ludolf dicevano orrori di Castelcicala in casa Torella, e la principessa di Torella protestò vivacemente, dicendo: “Ma non è stata opera vostra e della camarilla il richiamo di Filangieri e l’invio di Castelcicala?


Della famiglia reale l’unico, che i liberali non sospettassero di propaganda reazionaria, era il conte don Leopoldo di Siracusa, il quale, smesso ogni riguardo, fraternizzava con essi, nè era parco di rimproveri e di accuse al nipote, che non vedeva più. Ripeteva sovente: “Era destino che la dinastia di Carlo III do— vesse finire con un imbecille!„. Entrato, per mezzo del Villamarina, in intime relazioni col Persano, giunto nelle acque di Napoli fin dal 3 agosto, non gli nascose i suoi sensi altamente italiani. E poichè l’ammiraglio si maravigliava con Fiorelli di questo principe borbonico, zio del Re e così tenero dell’unità d’Italia, il Fiorelli lo informava dei precedenti del principe e della lettera scritta, ai primi di aprile, al nipote perchè entrasse nella via liberale, dipingendogli così l’uomo, la cui indole aperta ed aliena da ogni infingimento non gli permetteva di ciò nascondere, [p. 305 modifica]come forse sarebbe stato conveniente. Ma, giudicata oggi con imparzialità storica, la condotta di questo principe, il quale, protetto dalla squadra piemontese, dava, nell’ora del pericolo, il calcio dell’asino a suo nipote, fu assai volgare, per non bollarla con più aspra parola. E a compiere l’opera gloriosa, don Leopoldo, se- guendo il consiglio di Persano e di Cavour, il quale, si disse, gli avesse fatta offrire la luogotenenza di Toscana, il 24 agosto inviò al Re questa lettera: documento degno di essere ricordato, per mostrare il lacrimevole spettacolo, che offrivano i Borboni di Napoli in quel momento supremo!


Sire,

Se la mia voce si levò un giorno a scongiurare i pericoli che sovrastavano la Nostra Casa, e non fu ascoltata, fate ora che presaga di maggiori sventure trovi adito nel vostro cuore, e non sia respinta da improvvido e più funesto consiglio. Le mutate condizioni d’Italia, ed il sentimento della unità nazionale, fatto gigante nei pochi mesi che seguirono la caduta di Palermo, tolsero al governo di V. M. quella forza onde si reggono gli Stati, e rendettero impossibile la Lega col Piemonte. Le popolazioni della Italia superiore, inorridite alla nuova delle stragi di Sicilia, respinsero co’ loro voti gli ambasciatori di Napoli, e noi fummo dolorosamente abbandonati alla sorte delle armi, soli, privati di alleanze, ed in preda al sentimento delle moltitudini, che da tutti i luoghi d’Italia si sollevarono al grido di esterminio lanciato contro la Nostra Casa, fatta segno alla universale riprovazione. Ed intanto la guerra civile, che già invade le Provincie del continente, travolgerà seco la dinastia in quella suprema rovina, che le inique arti di consiglieri perversi hanno da lunga mano preparata alla discendenza di Carlo III Borbone; il sangue cittadino, inutilmente sparso, inonderà ancora le mille città del Reame, e voi, un dì speranza e amore dei popoli, sarete riguardato con orrore, unica cagione di una guerra fratricida.

Sire, salvate, che ancora ne siete in tempo, salvate la Nostra Casa dalle maledizioni di tutta l’Italia! Seguite il nobile esempio della Regale Congiunta di Parma, che allo irrompere della guerra civile sciolse i sudditi dalla obbedienza, e li fece arbitri dei proprii destini. L’Europa ed i vostri popoli vi terranno conto del sublime sagrifizio; e Voi potrete, o Sire, levare confidente la fronte a Dio, che premierà l’atto magnanimo della M. V. Ritemprato nella sventura il vostro cuore, esso si aprirà alle nobili aspirazioni della Patria, e Voi benedirete il giorno in cui generosamente vi sacrificaste alla grandezza d’Italia.

Compio, o Sire, con queste parole il sacro mandato, che la mia esperienza m’impone; e prego Iddio che possa illuminarvi, e farvi meritevole delle sue benedizioni.

Di V. M.

Napoli 21 agosto 1860

Affezionatissimo zio
Leopoldo conte di Siracusa.


[p. 306 modifica]Commentando questa lettera, il Nazionale diceva: “Ogni provincia d’Italia muore, l’Italia nasce„.

L’ultimo giorno di agosto, il conte di Siracusa s’imbarcò sulla Costituzione, messa ai suoi ordini dal Persano e parti per Genova e Torino. La luogotenenza di Toscana gli rimase in gola e mori l’anno dopo nel marzo, a Pisa, dov’è sepolto.

A proposito della fine del conte di Siracusa, piacemi riferire un aneddoto intimo. Il conte di Cavour incaricò il Fiorelli d’annunziare, coi debiti riguardi, la morte del conte alla contessa sua moglie, la quale era, com’è noto, una principessa di Savoia, sorella del principe Eugenio di Carignano e aveva nome Maria Vittoria Filiberta. Dopo la catastrofe dei Borboni, ella restò a Napoli, nel suo bel palazzo alla Riviera, da tutti rispettata. Quel matrimonio non fu modello di felicità, troppa essendo la difformità di carattere nei coniugi. Il conte di Siracusa era un volgare buontempone, tutto napoletano; scettico e superstizioso, in fatto di religione; impressionabile, mobile, loquace, femminiero, con una larga dose di quella familiarità caratteristica dei Borboni, e che spesso degenerava in mala educazione. Portava lunga la barba, quasi per sfidare la polizia che alle barbe lunghe muoveva guerra. Quando viaggiava in ferrovia, se era di estate e vedeva chiusi gli sportelli della carrozza del treno, ne rompeva i vetri con la punta del bastone. La contessa, invece, era un’asceta; viveva ritiratissima; schivava le compagnie, e mentre suo marito liberaleggiava, essa era una retriva furente, non per animo triste, ma per eccessivi scrupoli religiosi. Aveva una figura molto comune, anche perchè, non si seppe mai se per umiltà o per avarizia, vestiva assai dimessa. Il conte non le era stato fedele mai. Ho riferito l’aneddoto del colpo apoplettico, dal quale fu preso nel 1858; e che, rinnovatosi a Pisa, gli troncò la vita a quarantott’anni. Fiorelli andò, dunque, dalla contessa; e, prendendo le cose un po’ alla larga, le disse che il conte si era gravemente ammalato a Pisa, e che. ...; ma la contessa gli spezzò la parola, dicendogli, secca secca: “Eh! bien; j’ai compris; il est mort„; e al cenno affermativo di Fiorelli, rimasto interdetto dinanzi a tanta indifferenza, soggiunse: “Il l’a voulu„; e, voltandogli le spalle, piantò, senz’altro, il fido segretario di suo marito. Di questa morte ella non si afflisse punto, e seguitò a [p. 307 modifica]vivere a Napoli, una vita da convento fino a che vi morì dopo il 1870.

La lettera del conte di Siracusa, scritta dal Fiorelli, produsse, com’era da prevedere, un effetto immenso. Erano giorni quelli di continue sorprese stupefacenti, e i giornali liberali portarono alle stelle don Leopoldo. Si era così perduta la misura del senso morale, che questi atti trovavano laudatori entusiastici. I ministri ne furono impensieriti, ma il Re si mostrò quasi indifferente. Di fronte a questa interna decomposizione, il lavoro diplomatico a Torino e a Parigi andava in fumo. Invano il Manna e il Winspeare, a Torino, e il Lagreca a Parigi, chiedevano che la Francia e il Piemonte ottenessero da Garibaldi una tregua di sei mesi, per condurre a termine le trattative di un’alleanza col Re di Sardegna e per riunire il Parlamento napoletano. Cavour, presa nelle sue mani la direzione del movimento nazionale, e messo a disposizione del Persano un milione di lire, che questi, come confessa nel suo Diario, non spese che in piccola parte, aveva tenuto a bada i due delegati napoletani, tanto che il Manna, accortosi della corbellatura, la sera del 10 agosto parti per Parigi, seguito, dopo pochi giorni, da Canofari che andava a surrogare Antonini, il quale, stanco alla sua volta degl’insuccessi e più di essere lasciato senza istruzioni, aveva mandate le sue dimissioni. Manna fu uno degli invitati al pranzo diplomatico, che il ministro Thouvenel diè, il 15 agosto, ai rappresentanti esteri per la festa dell’Imperatore. A quel banchetto assistette anche il Lagreca, il quale, privo di qualunque attitudine diplomatica, non aveva saputo o potuto far nulla, anzi si era smarrito nelle riserve impostegli, quando partì da Napoli. Le quali riserve furono anche cagione del suo insuccesso, secondo confessò più tardi il conte di Persigny al barone di Letino, Carbonelli, direttore dei lavori pubblici, anzi reggente di quel ministero, durante l’assenza del Lagreca. Le relazioni negative di Manna e di Lagreca erano argomento di tristezza per i ministri, più ancora che per il Re, il quale non mutava il suo contegno, ora apatico e fatalistico, ora sospettoso e sarcastico. Nei Consigli di Stato egli udiva le relazioni dei ministri e dei direttori, e faceva le sue osservazioni, spesso acute e argute, senza però curarsi se erano accolte no. Qualche volta si divertiva, facendo pallottole di carta e buttandole in aria, o cincischiando con la matita sui fogli, [p. 308 modifica]che gli erano dinanzi. Solo prorompeva in qualche raro scatto d’ira contro il Piemonte, contro il Persano e contro il Villamarina, i quali cospiravano sotto i suoi occhi, senza ritegno, ma era ben lungi dal provocare contro essi misure severe.

Dopo la sanguinosa giornata di Milazzo, che fu il 20 luglio, e la capitolazione di quel forte e poi di quella di Messina, la Sicilia, tranne le fortezze di Messina e di Augusta, ubbidiva tutta a Garibaldi, che vi aveva nominato suo prodittatore il Depretis. Il quale, ricevendo il municipio o Senato di Palermo, non dubitò di parlare esplicitamente del nuovo Regno d’Italia, che si costituiva e della sua capitale, che doveva esser Roma, sino a pubblicare lo Statuto del Piemonte e ad imporre ai funzionarii pubblici questo giuramento: “Giuro di esser fedele a S. M. Vit- torio Emanuele, di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato, e di esercitare le mie funzioni nel solo scopo della difesa del Re e della patria„. Contro questi atti protestò il De Martino con nota alle potenze, in data del 21 agosto; protesta che dal Bonghi fu chiamata nel Nazionale “il canto del cigno„. Garibaldi entrò a Messina con Cosenz e Bixio, il giorno 30 luglio e vi nominò governatore Emanuele Pancaldo, che poi fu deputato di estrema sinistra: una testa accesa, che diresse ai suoi concittadini, nell’assumere il potere, questo incredibile manifesto:


Messinesi! — li Dittatore, creandomi vostro governatore, ritenne ciò che io gli significai: cioè, che nella sola vostra convergenza (sic) mi reputai idoneo e sufficiente alla Dittatura distrettuale che indosso (sic). Vi prego dunque accordarmi la vostra efficienza (sic) e presentarvi meco solidali (sic) al cospetto de’ gravi doveri, che mi circondano, senza sopraffarmi quando la vostra convergenza (sic) mi rende eguale alla vostra corporativa dignità (sic). In quanto a me posso somministrarvi due elementi (sic), e rendermi in essi solo risponsabile di tutte le mie operazioni, la più perfetta abnegazione di me stesso e il buon volere. Tutt’altro che mi è d’uopo lo invoco da voi ed in questa fiducia mi pongo all’impresa.


Da quel giorno, Messina divenne il centro dei preparativi per la campagna sul continente.

I lavori per la spedizione erano condotti innanzi con febbrile attività. Le forze garibaldine si concentravano tra Messina e Punta di Faro, e i contatti tra la riva sicula e la calabrese erano frequentissimi, malgrado la presenza di alcune [p. 309 modifica]navi regie nello stretto. Il giudizio della storia sulla condotta della marina napoletana nel 1860, dal principio alla fine del gran dramma rivoluzionario, sarà, forse, severissimo. Fin dal 10 luglio, Amilcare Anguissola, comandante della fregata Veloce nel porto di Messina, incaricato di scortare il vapore Brasile, che portava truppe a Milazzo, fece rotta per Palermo, dove si diè a Garibaldi che l’accolse con festa. Garibaldi mutò nome alla nave, dandole quello di Tukery, e fu il terzo battesimo, perchè, bisogna ricordare, quella nave fu comperata nel 1848 dal Governo siciliano in Inghilterra e si chiamò Indipendenza. Ebbe un nuovo comandante in persona del Burone-Lercari, che apparteneva alla marina sarda, e che col Lovèra, col Canevaro ed altri ufficiali di quella marina, era corso volontariamente in Sicilia a prestar servizio nella nuova flotta, che Garibaldi organizzava. In questa entrarono pure, col grado di tenenti, gli ex-alfieri di vascello Accinni, Cottrau e Libetta, i quali si erano correttamente dimessi in luglio. Fecero tutta la campagna con Garibaldi; e Paolo Cottrau, come ho altrove ricordato, è morto da due anni, col grado di viceammiraglio, vivamente rimpianto.

Il Depretis, prodittatore, nominò ministro per la marina sicula, il Piola Caselli, alto ufficiale nella flotta sarda; ma organizzatore effettivo di quella improvvisata marina fu l’Anguissola. Il Tukery, che aveva contribuito al successo della giornata di Milazzo, ebbe poi l’incarico di catturare le navi regie, in rotta fra la Sicilia e Napoli e catturò infatti l’Elba, che da Messina portava uffiziali a Napoli, e il Duca di Calabria, che veniva da Napoli.

Giovanni Vacca, comandante del Monarca, il maggior legno da guerra della marina napoletana, e che era in allestimento a Castellamare, offrì al Persano di lasciar prendere il bastimento, lui assente, a condizione però che l’assalto avvenisse di notte e fosse compiuto con abilità e audacia. Il Persano comunicò il disegno al Depretis, che incaricò il Piola stesso della impresa: impresa assolutamente pazza, anche se fortunata, perchè il Monarca non era bastimento da poter servire in quelle circostanze, e perchè mezzo disarmato. Il tentativo non riusci, perchè il Tukery sbagliò manovra, avendo un cilindro della macchina che non funzionava. L’assalto, dato con impeto, fu respinto, per la valorosa e onorata difesa che fecero del bastimento il comandante [p. 310 modifica]Guglielmo Acton, il quale nella mischia restò ferito da una palla di moschetto al ventre, e l’uffiziale Cesare Romano. Il Tukery ebbe undici morti e molti feriti; ma, quel che fu più doloroso, due sue imbarcazioni, cariche di carabinieri genovesi, i quali dovevano dare un altro assalto al Monarca vennero capovolte nella rapida manovra per dare indietro. Quasi tutti perirono. Il Monarca fu ribattezzato poi col nome di Re Galantuomo. Erano a bordo del Tukery, in quella notte, che fu dal 13 al 14 agosto, oltre al Piola, al Burone, al Lovera e ai Canevaro, piemontesi, il giovane Trefìletti, siciliano, e i due fratelli Cottrau, Paolo e Giulio: il primo, promosso in quei giorni tenente di vascello; e il secondo, volontario dilettante, che, per bisogno di emozioni e per affetto fraterno, si era imbarcato a Palermo per quella spedizione. In seguito al tentativo contro il Monarca, il giorno stesso fu proclamato a Napoli lo stato d’assedio; ma questo non rallentò l’azione dei due Comitati, non moderò il linguaggio della stampa unitaria, e non frenò le cospirazioni di Villamarina e di Persano, di Visconti Venosta e di Finzi, di Ribotty e di Mezzacapo, di Nisco e di Devincenzi e di tutti i liberali unitarii, nè lo sfacelo progressivo della marina militare.

A proposito del tentativo sul Monarca, Luigi Giordano scriveva al Comitato di Cosenza:

La scorsa notte, nel porto di Castellamare, si è appressato un legno. Interrogato, ha risposto: Legno francese, che àncora. Nessuno vi ha più badato. Intanto sopra due lance discesero degl’individui, fra’ quali, dicesi, Garibaldi han tagliato le gomene del vascello napoletano il Monarca, di 80 cannoni, e poscia han cominciato a tagliare, mercè di scalpelli, la gran catena. La guardia del vascello si taceva, sicchè si è creduto dagli uomini della scialuppa che il legno era senza guardia. Agivano quindi da disperati e senza molti riguardi. Uno di loro disse: Questa maledetta catena non vuol cedere. Allora la guardia del vascello si è accorta, che i colpi del martello erano su la catena del Monarca, mentre credevali sul legno, che avea dichiarato di voler ancorare. Si gridò all’arme! I soldati, accorsi al loro posto, si avvidero dell’inganno, e s’impegnò un attacco fra le scialuppe, i soldati e il fortino di Castellamare. Le scialuppe, dopo breve resistenza, si ritirarono, ed avvicinatosi il vapore il Veloce, imbarcò gli uomini e prese il largo.9

[p. 311 modifica]Fosse patriottismo estemporaneo, o volgare egoismo, o febbre rivoluzionaria che tutti invadeva, anche col pericolo della propria vita, o effetto delle sue tradizioni antidinastiche e dei ricordi di Caracciolo e di Murat; o fossero tutte queste cose riunite insieme, certo è, che sulla marina da guerra, fin dal giorno che Garibaldi sbarcò a Marsala, Francesco II non potè più contare. Data la Costituzione, la marina fu perduta alla dinastia dei Borboni. Il comandante del Capri, Marino Caracciolo, scriveva a Persano di attendere i suoi ordini per inalberare la bandiera nazionale, che poi inalberò, andando, dopo l’entrata di Garibaldi a Napoli, a conquistare il forte di Baia, il cui comandante, al Caracciolo, che gl’intimava la resa in nomo del Dittatore ricusò di arrendersi, dicendogli: “A qualunque altro si; a voi, no„. Gli ufficiali superiori Vitagliano, Burone e Scrugli, invitati a prestar servizio, si rifugiarono sulla Maria Adelaide, e non ne scesero che dopo l’entrata di Garibaldi.

Pochi rimasero fedeli alla causa del Re. Ricordo, tra questi, il Lettieri e il Pasca, i quali andarono a Gaeta. Il Pasca, che comandava la Partenope, si distinse nella difesa della fortezza e fu uno dei tre ufficiali superiori, che, per la piazza di Gaeta, sottoscrissero la capitolazione. Egli ebbe grado di “generale della Real Marina„, ed è morto di recente. Altri ufficiali, tra i quali il Ruggiero, il Bargagli, il Rivera, il Flores, il Vergara, il Carbonelli, il Bracco, il Rocco, ancora giovani, non vollero entrare nella marina nazionale; e i più vecchi, ammiragli o capitani di vascello, Garofalo, Palumbo, Mollo, Lavia, Capecelatro, Miceli, Marin, Iauoh, Cossovich si ritirarono volontariamente dal servizio.

Fra le varie interpretazioni, date per spiegare lo squagliamento della marina, vi fu quella che l’armata napoletana fosse tutta ascritta alla massoneria. Ma non è vero. I massoni erano ben pochi, e solo ostentava di esserlo il conte d’Aquila, grande ammiraglio, il quale portava un anello al dito, e facendone mostra nei giorni del suo liberalismo, lasciava intendere che egli era liberale e frammassone. Non fu dunque la dissoluzione della marina opera di setta o di denaro, nè proposito deliberato di tradimento; fu effetto dell’ambiente, come si direbbe oggi, ossia di quella generale frenesia, per cui tutto venne manomesso ed offeso da parte di tanti, i quali avevano giurata fede ai Borboni, e che al giuramento credevano non venir meno, passando nelle [p. 312 modifica]fila dei nemici loro; e fu anche effetto di quel certo senso di leggerezza o irrequietezza, che distingueva la marina napoletana e un po’ della sua tradizione. Francesco Caracciolo aveva fatto altrettanto nel 1799.


Alla richiesta di armi, di truppe, di gendarmi, da parte degl’intendenti, alla dissoluzione crescente, ai parziali sbandamenti militari, ai disordini, alle diserzioni variamente provocate, che non mancavano, il governo tentò provvedere, in ultimo, con questa circolare, diretta il 29 agosto da Giacchi agli intendenti e sottointendenti, e che è importantissima, come la constatazione ufficiale dello sfacelo e dell’impotenza del ministero:


Le condizioni in che versiamo, non sono le più felici, e sarebbe follia farsi illusione del contrario. Da tutte parti vengono a questo Ministero novelle di disordini e domande che vi si provvegga, mandando forze regolari, per contener gli animi nella moderazione e nel rispetto dovuto alla pubblica potestà ed ai diritti dei singoli cittadini. Ma sciaguratamente sembra che i mandatari del potere non s’abbiano formata un’idea giusta dello Stato, del paese e de’ mezzi che sono in poter loro, per resistere alla piena delle passioni politiche, che meglio si direbbero egoistiche, le quali spingono alla reazione da un lato, a contrari! eccessi dall’altro. L’esercito (dovrebbero essi saperlo) non è in grado di molto operare per la quiete interna del Regno, distratto com’è contro le esterne aggressioni, nè d’altra parte gioverebbe sempre usare il braccio militare a reprimere e contenere i perturbatori dell’ordine pubblico, quando a conseguire lo stesso scopo vi fossero altri modi più. civili e più alle presenti condizioni accomodati. 10


E loro consigliava di mettersi d’accordo con gli uomini d’ordine, con i proprietari di terre, con gli ecclesiastici, e di usare della guardia nazionale. “S’informino le signorie loro, continuava, a questo gran principio della salute pubblica, ed io spero, anzi me ne vanto certo, troveranno, fino ne’ più piccoli villaggi, tanto che basti a tener testa a’ tristi sommovitori de’ popoli contro il presente ordine di cose„. E concludeva: “Degli effetti ne terrà loro gran conto la patria„.

Questa circolare è proprio la fotografia del momento. L’Omnibus notò che essa rivelava l’impotenza del governo e aggiunse:“tal’è la condizione presente, e noi crediamo che in tal condizione di cose il partito più logico sia quello che non cerca [p. 313 modifica]di affrettare gli avvenimenti, inevitabili pur troppo, ma che li attende„. E in verità, lo sfacelo irreparabile, che invadeva tutti i rami dell’amministrazione, e che l’opera dei due Comitati aiutava in tutt’i modi, e nel tempo stesso lo sbarco di Garibaldi a Melito e le sue prime fortune; l’azione palese e risoluta del Piemonte; la condotta della famiglia reale rispetto al Re e lo sbandamento dell’esercito erano tutti segni chiarissimi che si era alla vigilia della catastrofe. Ma ancora si aveva fede in una resistenza nelle Calabrie, dov’erano più di ventimila uomini, tra Bagnara, Monteleone e Cosenza, con un maresciallo in capo e cinque generali.


La sera di quello stesso giorno 29, vi fu grande allarme in Napoli e la città fu tutta corsa da pattuglie di cavalleria e fanteria. Benchè si succedessero i bollettini delle vittorie di Garibaldi in Calabria, pubblicati dai fogli liberali a lettera di scattola, correva voce e allarmava tutti, che il governo avesse sequestrati nella strada di Santa Teresa a Chiaja molte armi, le quali dovevano servire al partito reazionario, per tentare un ultimo e decisivo colpo in Napoli. E veramente la polizia sequestrò quella notte alcuni revolvera, nonchè quarantamila copie di un proclama che i giornali si affrettarono a pubblicare, inneggiando a don Liborio, come a salvatore della patria. Il proclama diceva:


Sire!

Quando la patria è in pericolo, il Popolo ha diritto di domandare al suo Re di difenderlo, perchè i Re son fatti per i Popoli, e non i Popoli per i Re. Noi dobbiamo loro ubbidire, ma essi debbono sapere difenderci; e per questo Iddio loro ha dato uno scettro ed una spada.

Oggi, o Sire, il nemico è alle nostre porte; la Patria è in pericolo. Da quattro mesi, un avventuriere, alla testa di bande reclutate in tutte le nazioni, ha invaso il Regno, ed ha fatto scorrere il sangue dei nostri fratelli. Il tradimento di alcuni miserabili l’ha aiutato; una diplomazia più miserabile ancora, l’ha secondato nelle sue colpevoli intraprese. Fra giorni, questo avventuriere c’imporrà il suo giogo odioso, perchè, i suoi disegni li conosciamo tutti, e Voi ancora, o Sire. Quest’uomo, d’altronde, non ne fa alcun mistero: sotto pretesto di unificare quel che non è stato mai unito, egli vuole farci Piemontesi, per meglio scattolicarci e quindi stabilire un governo repubblicano sotto l’odiosa Dittatura di un Mazzini di cui sarà egli anche il braccio e la spada.

Ma, Sire, noi siamo napoletani da secoli: Carlo II, Vostro immortale bisavolo, ci tolse per l’ultima volta dal pesante giogo straniero. Noi [p. 314 modifica]vogliamo dunque oggi restare e morire napoletani con la bella civilizzazione che con tanta saviezza questo Re ci donò. Il figlio di Ferdinando II non potrebbe tenere con mano ferma lo scettro che ha ereditato da suo padre di gloriosa rimembranza? Il figlio della venerabile Maria Cristina ci abbandonerebbe vilmente al nemico? Francesco II, nostro dilettissimo Sovrano, non avrebbe le virtù e le qualità del più umile dei Re? No, no, ciò non può essere.

Sire, salvate dunque il vostro Popolo! Noi ve lo domandiamo a nome della religione che vi ha consacrato Re, a nome della legge ereditaria del Regno che vi ha dato lo scettro dei vostri antenati, a nome del diritto e della giustizia che vi fanno un dovere di vegliare continuamente alla vostra salvezza e, se è necessario, di morire per salvare il vostro Popolo. Ma la Patria in pericolo vuole quattro cose; eccole:

1° Il vostro Ministero tutto intero vi tradisce; i suoi atti ne fanno fede; le sue relazioni coi Giudei e i Pilati lo attestano. Che il vostro Ministero sia dunque sciolto e surrogato da uomini onesti e devoti alla vostra Corona, ai vostri Popoli ed alla Costituzione.

2° Molti stranieri cospirano contro il vostro trono e contro la nostra nazionalità. Che questi stranieri siano espulsi dal Regno.

3° Numerosi depositi di armi esistono nella vostra capitale. Che un disarmamento sia ordinato.

4° La Polizia è tutta intera devota al nemico. Che la Polizia sia sciolta e surrogata da una Polizia onorevole e fedele.

Sire, ecco quel che vi domanda il vostro Popolo napoletano. La vostra Armata è fedele tanto quanto è brava. Prendete dunque una spada e salvate la Patria! Quando si ha per sé il diritto e la giustizia, si ha con sé Iddio!

Viva il Re nostro Francesco II! Viva la Patria! Viva la brava Armata napoletana.


In quei giorni stessi il Governo credè necessario sostituire l’intendente di Catanzaro Giannuzzi Savelli con Luigi Vercilli; e il Capone di Avellino, col conte Onorato Caetani.






Note

  1. Ne seguì un lungo processo. Il De Monaco riparò a Roma, e nel 1862 fu condannato in contumacia a 14 anni di lavori forzati, per reato di complicità in mancata strage. Il suo procuratore don Michele Quercia di Trani chiese che lo si ammettesse alla reale indulgenza del 17 novembre 1863. Ma la domanda fu rigettata dalla Sezione d’accusa, e l’avvocato Bax ne sostenne il ricorso in Cassazione.
  2. Il Cimone, ottimo funzionario di P. S., è morto da alcuni anni questore di Firenze.
  3. Archivio Giacchi.
  4. Id. id.
  5. Archivio Giacchi.
  6. Archivio Giacchi.
  7. Id. id.
  8. Archivio Morelli.
  9. Archivio Morelli.
  10. Archivio Giacchi.