La freccia del parto ed altre novelle/Una discrezione

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Una discrezione

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Arte antica

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UNA DISCREZIONE

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Mezz’ora prima di arrivare a Spezia, il treno diretto proveniente da Pisa dovette arrestarsi per un disastro accaduta in una galleria. c’erano due ore di aspettativa innanzi che si potesse, in qualche modo, proseguire il viaggio e la maggior parte dei viaggiatori si adattò a rimanere nel treno, assonnati e indifferenti.

Qualcuno invece discese per sgranchirsi le gambe, per riconoscere il [p. 334 modifica] paesaggio ai primi chiarori dell’alba, bianca sovra il mare di lapislazzoli. Fra costoro si trovava un giovinetto smilzo, di naturale aristocratica eleganza, alla quale poco aveva da aggiungere un vestito da viaggio di taglio perfetto e di irreprensibile buon gusto. Sulla sua fisonomia intelligente e mobile si venivano disegnando con giovanile schiettezza tutte le impressioni della sorpresa, della curiosità, dell’attenzione e non ultima quella di un certo piacere per il contrattempo che a lui, libero da qualsiasi preoccupazione, appariva come un’avventura di viaggio piccante e originale, affatto fuori programma.

Con passo leggiero, la fronte al vento egli si inoltrava anima e corpo nelle [p. 335 modifica] dolcezze dell’ignoto. Il mattino non poteva essere più splendido, le montagne sorgevano dal mare, diafane, con vaporosità di veli, con palpiti impercettibili di ali spiegate, tese nel rinnovamento della vita; avevano parvenze umane di donne ammantate, fascino misterioso di simboli, di grandi idee incombenti sulla terra, di forze occulte riunite e pronte all’appello. La luce dell’oriente, che s’avanzava di minuto in minuto, sembrava gettare fasci di rose nell’aria.

Il giovinetto era felice. Aveva tutto per esserlo: l’ora del tempo e quella della vita. Era anche, per dono sovrano del cielo, poeta; apparteneva alla categoria di esseri privilegiati sui quali i casi materiali della esistenza non [p. 336 modifica] hanno una solita presa che danno alla esteriorità solamente quel tanto che occorre per non urtare contro i muri o cadere nei fossi, ma che per tutto il resto si fabbricano il loro mondo nella propria anima.

Egli andava lungo la riva del mare, non pensando già più al treno, preoccupato da una visione che gli era apparsa quella notte mentre dormicchiava leggiermente, non avvezzo al rumore ed agli sbalzi delle rotaie. Aveva visto in sogno una meravigliosa capigliatura di donna china su di lui, una capigliatura densa che velava tutto il volto, strana di colore e di forma, poichè incominciando nera al vertice si svolgeva poi con onde dorate di un oro cupo quasi di rame e scendeva sempre più [p. 337 modifica] pallida, sempre più bionda, perdendosi alla fine in fiotti bianchi e spumosi che non sembravano nemmeno più capelli ma frangia d’onde increspate. E il volto, misteriosamente coperto a quel modo, gli era pure apparso, per intuizione o per desiderio, il più delizioso volto che possa sorridere nei sogni di un fanciullo di vent’anni.

Egli cercava ora nella cresta delle onde che una lieve brezza faceva correre sul mare, di riafferrare la sua visione; e quando l’onda si alzava con quel gonfiamento di seno che somiglia a persona viva, vi figgeva ansioso lo sguardo quasi colla speranza di vedere a disegnarsi traverso il cristallo dell’acqua, il bianco corpo di una naiade che gli movesse incontro. [p. 338 modifica]

Indi si pose a recitare versi, ebbro di quella raggiante solitudine, facendo salire ben alta e ben lontana la sua voce, a cui rispondeva solo il sonante muggito del mare.

E camminava, camminava. Sotto i raggi del sole oramai chiaro sull’orizzonte, i colori spiccavano vivaci: l’azzurro intenso del golfo, quello più delicato del cielo, il violetto macchiato delle montagne, il verde dei boschi; sulla riva, le casine rosse e bianche, i battelli ammarrati dei pescatori; una vela, una bandiera, una rete tesa ad asciugare gocciolante dai suoi mille nodi, mille piccole gemme iridate. E in mezzo a tutto, al di sopra di tutto, un’aria dolcemente eccitante mista di sali marini e di profumi di fiori come [p. 339 modifica] il respiro di una bellezza che si desta, come il soffio stesso della primavera.

Pensieri lieti gli attraversavano a sprazzi il cervello: l’affetto di sua madre, l’indulgenza paterna, tutta la casa ridente e serena che si lasciava dietro; e tutta la via che gli stava davanti, nuova, piena di sorprese, coi parenti che lo aspettavano, colle relazioni che avrebbe fatte. Ma più ancora quello che non sapeva, il grande, l’occulto fascino della giovinezza che aspetta, l’ansia trepida e giuliva del momento che passa preparando il momento che verrà poi.

— Che bel mattino! Che bel cielo! Che bel mare!- Egli esclamò così, fermandosi. Alla sua destra una dolce salita conduceva per una cinquantina [p. 340 modifica] di passi all’ingresso di una villa, tutta chiusa ancora e dormente in grembo a una conca di fiori. Una panchina di marmo stava a fianco del cancello; sedette.

Incominciavano i rumori. L’allodola trillava alta nel cielo; il tonfo di un remo, una canzone lontana, venivano dalla spiaggia insieme a piccoli gridi di fanciulli, a ragli, ad abbaiamenti di fanciulli, a ragli, ad abbaiamenti di animali invisibili. Una finestra della villa si aperse con un rumore secco delle gelosie sbattute contro il muro. Egli voltò il capo in su e rimase abbagliato. Come se una mano poderosa lo avesse preso alla gola, il fiato gli si strozzò nell’ugola, sbarrò gli occhi e stette così immobile.

Nel vano della finestra che le [p. 341 modifica] gelosie aprendosi avevano improvvisamente scoperto, era apparsa una testa di donna, la stessa che egli aveva sognata quella notte china su di lui, cogli stessi capelli sciolti velanti la faccia e, fosse effetto del sole che ci pioveva sopra, o della sua stessa fantasia, quei capelli neri al vertice, digradavano in color di rame, in biondo, in bianco argenteo arricciato e spumoso. Stette forse cinque minuti, ma piuttosto meno, quasi prendendo un bagno di luce, poi sparve..

Allora il giovinetto si stropicciò gli occhi, si palpò le braccia, mosse alcuni passi per accertarsi se fosse sveglio. Sveglio era. Si ricordò anzi a puntino che doveva raggiungere il treno per proseguire il suo viaggio; guardò l’orologio e vide che un’ora e mezzo era [p. 342 modifica] già trascorsa. Fece un brusco movimento per ritornare sui suoi passi, ma proprio allora dai gradini della villa scendeva e veniva nella sua direzione una fata vestita di veli, la quale aveva appena appena rialzati i suoi magnifici capelli, tanto che qualche ciocca le cadeva ancora sulle spalle.

Che fosse veramente una fata fu la prima impressione del giovinetto, e come fata valeva la pena di perdere qualche istante a guardarla; quando poi si accorse del suo essere femminile e terreno, non era anche più interessante, anche più meravigliosa, così divinamente bella? E la strana capigliatura non meritava di essere osservata da presso? Egli si arrestò netto.

Veniva la bella, senza fretta, con [p. 343 modifica] un ondeggiamento ritmico della persona che faceva pensare ad una palma accarezzata dal vento. Quando fu a pochi tratti dal forestiero, drizzò su di lui uno sguardo così mirabilmente contemperato di dolcezza e di dignità, che egli si levò automaticamente il cappello, salutandola. E siccome il saluto era giunto, per la commozione stessa, un po’ in ritardo, quando cioè la bella si trovava già a un quarto di profilo davanti a lui, rimase con una acuta voglia di sapere se, un attimo prima, nel momento che i loro occhi si incontravano, avrebbe risposto al saluto.

E quei capelli li aveva egli osservati bene? Che colore avevano? Dovette convenire di non saperlo affatto.

Ella intanto continuava a scendere [p. 344 modifica] verso la riva del mare, rimpicciolendosi via via, svanendo come un’ombra; un punto luminoso ancora, la sua testa; un bianco ondeggiamento, la sua gonna: poi più nulla.

Il giovinetto si sentì disperato; gli mancava ad un tratto l’aria e la luce; una fitta acuta gli trapassava il cuore; un brivido gli salvia dalle reni al cervello. Prese la rincorsa e tornò a vederla.

Ella passeggiava ora anche più lentamente, colle braccia cadenti, come assorta in un pensiero malinconico. Egli la seguì, raccorciando sempre più la distanza, eppure nascondendosi se gli veniva il dubbio di essere scorto, provando una grande voluttà a respirare nell’aria il passaggio della sua [p. 345 modifica] persona ed a ricalcare sulla sabbia la traccia del suo piccolo piede. Improvvisamente ella cambiò strada, internandosi in un sentiero fiancheggiato da orti che doveva ricondurla alla villa per la parte opposta da quella cui era uscita. Ciò era evidente.

Dunque la perdeva? Non l’avrebbe vista mai più? Questa considerazione accrebbe l’ardore del giovinetto poeta, che tornò a correre, senza un progetto in mente, senza sapere nulla di ciò che farebbe o direbbe, solo per seguire la sua visione. Le capitò innanzi mentre ella già stava per toccare il muro di cinta della villa, spaventandola, ma non molto:

— Signora....

Non disse altro; e perchè aveva detto [p. 346 modifica] questo? Che cosa le avrebbe chiesto? Che cosa voleva? È permesso fermare una signora in mezzo alla via, così, come un accattone che domanda l’elemosina? Un violetto rossore subentrò alla pallidezza e la voce gli morì in gola.

Ma lei, con una disinvoltura sapiente e soave sorridendo a mezzo, disse:

— Ha forse smarrito il cammino?

Quante volte, più tardi, ripensando a quella frase, il poeta trovò risposte piene di spirito, e destre atte a dare d’un colpo la migliore opinione della sua intelligenza. In quel momento però la sua intelligenza non glie ne suggerì manco una. Balbettò un monosillabo privo di senso e guardandosi in giro per darsi un contegno qualunque, [p. 347 modifica] arrestò gli occhi sovra una striscia di fumo che fuggiva lontano in mezzo agli olivi.

— Guardo — disse allora — il treno che passa.

— Va a Genova.

— Sì.

— E lei.... (una rapida intuizione l’aveva illuminata) ha perduto la corsa?

— Quasi.

— Sarebbe a dire?

— Che posso averla guadagnata.

Si interruppe, sbigottito del proprio ardire e guardando timidamente la signora; la quale nel modo più semplice e naturale soggiunse:

— Lei venne forse col diretto di Pisa che dovette arrestarsi per un guasto sulla linea? [p. 348 modifica]

— Appunto.

— Me lo disse la cameriera intanto che mi alzavo, ed apersi io stessa la finestra, immaginandomi di vedere un gran subbuglio in questi paesi sempre così tranquilli.

Egli era ora sulle spine. L’evocazione della finestra gli aveva fatto figgere gli occhi sui capelli della gentile incognica — morbidi, lucenti capelli misti di nero e biondo, non precisamente quali li aveva sognati, ma assai vicini al sogno, e di una vitalità così intensa nelle loro lunghe spire fuggenti al laccio, che ognuna di esse sembrava un filo elettrico attaccato al suo cuore.

— Buon giorno, signore.

Sobbalzò, come ferito:

— Oh! non ancora.... [p. 349 modifica]

Ella, che già si era mossa, ristette e il sorriso che gli volse fu tanto benigno da crescergli in un subito il coraggio.

— Non prima — disse il giovinetto con patetico, sincero accento — che le abbia chiesto perdono delle mie indiscrezioni.

— Quali?

La sorpresa che la signora tentò di mettere nella sua esclamazione era più falsa che vera, e il giovinetto, senza saperne bene il perchè, sentì crescere il coraggio del doppio. Inesperto e delicato tuttavia non perdette nè il tremito della voce, nè quell’andare e venire pel rossore sulle guancie, che a lui faceva dispetto ed era per la signora un fascino. [p. 350 modifica]

— Prima di tutto per averla fermata.

Ella fece un segno cortese colla testa.

— E prima ancora seguita.

Fu lei questa volta che arrossì impercettibilmente.

— E prima ancora....

— Salutata, d’accordo, perdono tutto.

— C’è dell’altro.

— Oh!

— Si guardarono curiosi, trepidi, giulivi, sentendo che un’ora deliziosa passava loro accanto.

— Le chiedo scusa di averla sognata.

La signora non era preparata a questo. Si fece indietro due passi e misurò il suo interlocutore con una [p. 351 modifica] occhiata elittica, profonda. Soddisfatta dell’esame, parve raccogliere le sue forze come un capitano avanti la battaglia. Un oleandro fiorito stava dietro a lei; vi si appoggiò colle spalle.

— Credevo che i sogni fossero immagini del giorno alterate e sconnesse.

Egli si pose a raccontarle il suo, dolcemente vestendolo di una graziosa arte poetica, di un desiderio fine, indistinto, di una passione discreta e di una rassegnata malinconia. Quand’ebbe finito la signora ascoltava ancora, per cui vi fu un silenzio; e poi:

— Ella è molto giovane, nevvero?

— Non ancora vent’anni.

— Non ancora vent’anni! — ripetè la signora.

Ma non vi era nel suo accento nè [p. 352 modifica] sorpresa, nè malizia, bensì una tenerezza di sorella maggiore che ricorda. E non sembrava neanche disposta a staccare le spalle dall’oleandro, che veramente co’ suoi fiori color di rosa le stendeva sul capo un delizioso ombrello, sotto la cui ombra riparava anche il giovinetto; stavano così guardandosi come fosse la cosa pìù naturale del mondo e solo dicevano tratto tratto qualche parola per giustificare quella stranissima sosta.

— Deve avere un bel nome.

— Gabriele.

— Il nome di un angelo.

— Dovrebbe essere il suo, allora.

— Oh! io non sono un angelo.

E che cos’era dunque? Egli si sarebbe prostrato a’ suoi ginocchi con [p. 353 modifica] tanto ardore? Nessuna donna gli aveva dato fin allora una emozione così intensa. Aveva paura di parlare, di respirare, per non rompere l’incanto.

— Ora sono io che devo chiederle scusa per averle fatto perdere la corsa.

Sorrideva nella felicità di quella piccola bugia; e lui pure sorrise, approvando, sentendo stringersi di minuto in minuto la rete invisibile che li avvolgeva, aspettando il cataclisma che doveva portarli via insieme, in paradiso. Forse la signora aspettava anche lei qualche cosa, tant’è che si guardavano dentro gli occhi come se si fossero gettati reciprocamente un uncino e stessero a vedere che mai fosse per uscirne. Situazione divina, ma alla lunga insopportabile. [p. 354 modifica]

— Dunque mi perdona?

Oh! Dio! Lo spasimo che passò sul volto del giovinetto fu tale da obbligarlo a chiudere istintivamente gli occhi. Ella comprese.

— Addio — disse; e più dolcemente

— A rivederci.

— A rivederci?

— Chi lo sa! Non potrebbe darsi?

— Oh! se sapessi di poterla rivedere....

— Ebbene?

— Ma non mi muoverei di qui.

— Fanciullo!

Un istante ancora di silenzio inebriante, e poi una parola grave:

— La sua famiglia lo aspetta.

— No. Lasciai la mia famiglia ieri, viaggio per diporto, sono affatto libero [p. 355 modifica]

Un pensiero scettico attraversò rapidamente il cervello della signora. Ella disse, staccandosi finalmente dall’oleandro:

— È meglio che continui il suo viaggio. Una impressione cancella l’altra quando non si hanno ancora vent’anni!...

— Oh! signora!...

Egli apparve vivamente addolorato.

— Mi conoscesse almeno! Vorrei che potesse mettermi alla prova.

— Scusi, e lei sa chi sono?

— Sì che lo so, un angelo, glie l’ho già detto.

— Vede come è bambino?

Ma intanto che diceva così, il volto della signora momentaneamente turbato si rasserenava. [p. 356 modifica]

— Sentiamo, quanto tempo sarebbe capace di stare ad aspettarmi sotto questo albero?

— Sempre!

— Zero in storia naturale — esclamò la signora con una franca risata — lei non sa nemmeno che l’uomo è mortale.

— Lo avevo dimenticato infatti.

Non era da bambino lo sguardo lungo e penetrante che accompagnò questa discolpa. La signora lo assorbì tutto con un sottile fremito della persona.

— Orsù, vedo che il destino vuole che diventiamo amici. Mi aspetta due ore?

— Tutto il giorno.

— Tutto il giorno è troppo. [p. 357 modifica] Mettiamo tre ore? Sarà ancora in tempo per partire in giornata col diretto che arriva a Spezia alle quattro.

— Non mi muovo, ecco.

— E se si stanca?

— Non mi stancherò.

— Se mi dimentica?

— Non la dimenticherò.

— Ma infine, bisognerà pure fissare un premio alla sua pazienza.

— Mi basta la gioia di rivederla.

— Le concedo — disse la signora con accento gaio — una discrezione.

— A mia scelta?

— Si intende.

— Benedico il cielo.

— Allora, sans adieux.

Con un balzo rapidissimo si spiccò da lui, fece due o tre passi lungo il [p. 358 modifica] muro di cinta, pose la mano sopra una porticina mascherata dal fogliame, l’aperse, scomparve.

Gabriele giovane, libero e poeta si trovava nelle migliori condizioni per fantasticare sotto un oleandro fiorito, presso la soglia dove abitava un incantevole creatura, donna e fata ad un punto.

Dal suo posto d’attesa la facciata della villa non si scorgeva; solo il tetto d’ardesia biancheggiava sulla massa verde di un boschetto di platani. [p. 359 modifica] Tutto intorno erano chiusi coltivati, campicelli, sentieruzzi conducenti alla montagna, silenzio e solitudine; davanti, il mare.

Avrebbe ben potuto domandarle il suo nome! Il nome no, era indiscrezione. Ma se la villa le apparteneva? Neanche questo. Se era del paese? Alla buon ora, la domanda non presentava nulla di indiscreto, perchè non l’aveva fatta?

Come era dama! e semplice, gentile. Che sorriso fine! Che stoffa straordinaria quella del suo abito, molle, trasparente, lattiginosa, con una vita.... E le braccia? Che cosa c’era nelle sue braccia di elegante, di alato, che faceva pensare alla curva di certe anfore antiche? [p. 360 modifica]

Andò a mettersi coi piedi allo stesso posto dove ella era stata, appoggiando le spalle a quel medesimo albero, così colla testa un po’ alta guardando lontano. Una ebbrezza interna lo faceva tremare tutto e aveva davanti agli occhi come una nebbiolina d’oro.

— Il destino vuole che diventiamo amici. — Aveva detto questo. Lo ripetè due, tre, quattro volte, tentando di dare alla sua voce la stessa tonalità, le stesse inflessioni. Il destino vuole. Quanta dolcezza in questo occulto dominio del destino! E quando aveva detto — Dunque mi perdona? — E prima — Il nome di un angelo. — E — fanciullo! — Ah! come l’aveva pronunciata quella parola, con una tenerezza, una morbidezza quasi.... [p. 361 modifica]

Schiuse e serrò le labbra, toccandosele colla punta della lingua, sentendo una fragranza nell’aria.

E sarebbe tornata! Glielo aveva promesso formalmente. A questa visione, alla visione di lei rapparente da lungi sul sentiero scattò. Vedeva già la flessuosa persona, l’ondeggiare della veste bianca, il volto delicato, la splendida chioma e lo sguardo. Il creatore del mondo sapeva lui quello che faceva dando lo sguardo all’occhio umano. L’occhio parla anche quando la bocca tace o non può dir tutto. L’occhio bacia. L’occhio dice ti amo, intanto che la bocca dice buon giorno.

Ma come erano i suoi occhi? Gabriele evocò l’immagine di una stella, di una gemma, di un barbaglio [p. 362 modifica] lampeggiante; eppure non era ciò, non era niente di tutto ciò. Era uno spiraglio aperto sopra un’anima. Sì — movendo frettoloso alcuni passi lungi dall’albero, ripeteva concitato — uno spiraglio aperto sopra un’anima. — Un verso gli fluì dalle labbra. Questo ti chiedo o vergine. Tuttavia.... Arrossì, diede colla sua massa un colpo nell’aria e andò a riprendere il suo posto sotto l’oleandro.

Le ore? Fatalità. Il remontoir nuovo, troppo nuovo, si era fermato. A Gabriele sembrava che fosse passato un secolo, pure non doveva esser molto tardi. c’era ancora nel cielo, negli alberi, sul pendio erboso della collina tutta la freschezza delle prime ore del giorno; il sole si avanzava, è vero, [p. 363 modifica] ma la rugiada non era scomparsa e luccicava qua e là sui fili d’erba, nel calice dei fiori. Qualche paranza filava solitaria sul mare.

Un rumore di passi lungo la spiaggia attrasse la sua attenzione oziosa. Non erano passi di donna, nè di contadino, bensì uno scricchiolio di scarpe lucide non ancora distese dall’uso; e subito comparve, al principio del sentiero dove Gabriele stava aspettando, un giovinotto in elegante abito da mattino, calzoni quadrigliati e giacchetta di flanella bianca, un berretto inglese sulla testa, un parasole di seta grigia in mano. Nè tosto si videro che si squadrarono a vicenda, riconoscendosi di primo acchito parenti, cioè figli della stessa società e abitanti nello stesso mondo. [p. 364 modifica]

Il nuovo venuto, invece di continuare la sua strada lungo la spiaggia, sembrò mutar parere alla vista di Gabriele, perchè infilò il sentieruzzo e raggiunto Gabriele gli si fermò davanti toccando leggermente il suo berretto.

— Il signore ha smarrito qualche cosa?

— Io? No.

— Scusi.

Ritoccato il berretto lo sconosciuto stava per tornare indietro, quando Gabriele messa istintivamente la mano in tasca si accorse di non aver più il portafoglio.

— Cioè.... sì.

— Che cosa?

— Un portafoglio verde, di pelle scamosciata, con.... [p. 365 modifica]

L’altro non lo lasciò finire. Gli porse garbatamente l’oggetto, soggiungendo.

— Lo trovai sulla panchina davanti a Villa Silvana e siccome mi pareva quello del mio amico Serra, un habitué della panchina, lo raccolsi. Mi sono poi accorto che non era suo per questa corona di conte. Scusi l’indiscrezione, ma è permesso osservare un portafogli che si trova per strada.

— Anzi, la ringrazio.

A Gabriele tutte quelle parole di villa Silvana e dell’amico Serra avevan messo un gran tremore addosso; balbettò:

— La ringrazio, e perchè il ringraziamento non voli via insieme alla parola mi presento da me.

Trasse dal portafogli una carta da [p. 366 modifica] visita col nome: Gabriele Apriceno e al disopra la corona colle nove perle.

Lo sconosciuto la prese e si affrettò a ricambiarla. La carta che diede a Gabriele recava: il marchese di Suna.

— Il marchese di Suna, lombardo? Ho appunto una lettera di presentazione per lui, ma è nella valigia.... —

Gabriele arrossì, rammentandosi che la valigia aveva viaggiato senza di lui alla volta della Spezia.

— Sarà per mio zio, il marchese di Suna Monticelli, che ha parentela in Romagna. Lei è Romagnolo?

— Marchigiano.

— Ho avuto una anticipazione di fortuna sopra mio zio. Ne sono tanto più lieto in quanto che mio zio si trova all’estero e non so se tornerà così [p. 367 modifica] presto. Lei fa conto di percorrere l’alta Italia? Per piacere?

— Per piacere ed anche per rendere una visita a dei cugini, i San Martino.

— Conosco. Una contessa di San Martino viene tutti gli anni a villeggiare qui.

— Come lei?

— Oh! io sono uccello di passaggio, corro dietro generalmente a una gonna e vado dove piace a Sua Bellezza.

Gabriele tornò ad arrossire. Il marchese soggiunse:

— Si ferma qualche giorno?

— Conto di partire colla corsa delle tre e mezzo.

— E di qui ad allora contempla il paesaggio? Oh ma io posso mostrarle qualche cosa di meglio. Le propongo una gita nel golfo, anderemo a.... [p. 368 modifica]

Grazie, non posso. Ho....

— Un appuntamento? Basta; la lascio libero, molto più che potrebbe giungere da un momento all’altro il mio amico Serra, un habitué, come ho avuto l’onore di dirle.

Gabriele mandò giù un grosso nodo che gli strozzava la gola e disse:

— Ma non ho nessuna fretta. La sua compagnia è tanto piacevole che la prego di accordarmi ancora alcuni istanti. Lei conosce forse il.... la.... la villa qui accanto?

— Villa Silvana? Senza dubbio. Non è una meraviglia, ma è molto graziosa, ha un giardino che è più fiorito dei dintorni.

— E.... i proprietari?

— Cioè la proprietaria; fiorita come il suo giardino. [p. 369 modifica]

— È molto bella nevvero?

— Sì, bella. La conosce? —

Il turbamento di Gabriele era così evidente che al marchese non fu difficile intuire parte della verità. Soggiunse allora con un sorriso che a Gabriele parve cattivo.

— Non è difficile conoscerla.

— E.... ha marito?

— Secondo quel che si intende caro signore.

— Ella è molto giovane nevvero?

Oh! Dio, la stessa domanda che gli aveva fatta Lei! Ma senza quel dolce accento, al contrario, quasi con una punta di ironia. Rispose freddamente:

— I miei anni dovrebbero importarle poco, io non le ho chiesto i suoi.

Questa durezza piacque al marchese; [p. 370 modifica] se Gabriele aveva il bel difetto di essere troppo giovine, mostrava però che era già uomo.

— Oh! io non ho nussuna difficoltà a dirli. Sono trenta suonati, dieci almeno più di lei; ciò mi dà qualche diritto e qualche dovere verso l’amico di mio zio, no? —

Gabriele vide sfumare tutto il suo rancore e tese francamente la mano al singolare mentore.

— Facciamo quattro passi sulla spiaggia?... M’accorgo che la proposta non le garba.... Ah! è vero... è di fazione sotto quest’albero — della scenza? — soggiunse guardando in su comicamente l’oleandro.

Gabriele si abituava a poco a poco allo scetticismo mondano del marchese. [p. 371 modifica] Forse era segretamente attirato, nella sua qualità di giovinetto ingenuo, verso un giovine fatto, di larga e natura esperienza. Più che tutto, certo, lo arrovellava il desiderio di informazioni precise sulla leggiadra incognita. Disse ancora il marchese:

— Ma infine, conosce o non conosce Silvana? Tra uomini si può parlar chiaro.

— Non so se quella che lei chiama Silvana, (che palpito a pronunciarne il nome) sia la divina donna che vidi stamane ad una finestra della villa, poi su questo sentiero....

— Sparita dentro a quella porticina? Coi capelli di uno strano colore di rame? Che cammina così, ondulata come un salice o come una palma? È [p. 372 modifica] lei. Del resto non c’è che lei per fulminare in tal modo un uomo.

— Ma io non....

— Vuol dire che è fulminato? Via, non facciamo questione di parole. E poi che male c’è? «Et si d’une fenêtre vous vous faîtes une porte — N’étant pas marié, mon ami que m’importe?

— Mi pare che lei parli troppo leggermente di una donna che forse conosce poco e di un uomo che non conosce affatto.

— Bravo Apriceno, buon sangue non mente. Mi piace questa suscettibilità in un giovane; è indizio d’animo nobile e caldo. Però, se conosco poco lei m’è in compenso molto nota la signora. Dirò ancora: Che male c’è?

— Mi parve una signora [p. 373 modifica] rispettabilissima — balbettò Gabriele che si rodeva fra il bisogno di difenderla e il ridicolo di sembrare un ingenuo.

— Per il gentiluomo una signora è sempre rispettabile o rispettata alla peggio. Ma Santo Dio non ricaschiamo nella filologia. Concludiamo piuttosto. Lei, tra una corsa e l’altra ha trovato modo di ottenere un appuntamento da Silvana; gliene faccio tutti i miei complimenti e ne approfitti senza scrupolo. Come già disse benissimo, la signora ha l’aspetto di una fata, di una gran dama almeno. È veramente di buona famiglia, una educazione di prim’ordine, possiede anche uno stemma con un motto: multitudinem arceo, ma i suoi amici lo hanno cambiato; essi dicono: multitudo non impedit. [p. 374 modifica]

Questa volta ci fu un lungo silenzio. Gabriele meditava; il marchese faceva saltar via colla punta dell’ombrellino i petali secchi dell’oleandro.

Mio nonno — era ancora il marchese che parlava, seguendo cogli occhi la parabola che i petali staccati tracciavano nell’aria prima di cadere — un vecchietto arzillo, sempre elegante nella sua giubba turchina coi bottoni d’oro, ultimo avanzo di quei galanti cavalieri che sapevano maneggiare altrettanto bene la spada e la lingua, povero uomo, mi diceva: l’erba spunta tutti i giorni, le rose tutti gli anni, il fior dell’aloe tutti i secoli; l’occasione una volta sola. Oh! — disse poi traendo il cronometro — è ora di far colazione; Sua Bellezza mi aspetta; e — soggiunse [p. 375 modifica] abbassando la voce — non è neanche bella come Silvana. Buon giorno caro signore, scriverò a mio zio il fortunato incontro.

Gabriele rimase solo, un po’ malinconico, un po’ scorato e con quel senso penoso d’indeterminatezza che prova il viaggiatore smarrito davanti a due sentieri. La lezione mondana del marchese aveva agito come una sferza sulla sua ammirazione nascente, lo aveva ferito cioè e stimolato insieme. Che cosa farebbe ora?

Egli si trovava in quel periodo difficile dove l’innocenza ha già scosso i suoi veli, ma li trattiene ancora per un resto di pudore. Immobile sotto l’albero guardava alternativamente i fiori freschi aggruppati sui rami e quelli [p. 376 modifica] vizzi che l’ombrellino del marchese aveva atterrati, ponendosi il dilemma: Vado? Resto?

Tornò a pensare tutto il dialogo avuto colla signora, e pensarlo in modo diverso, dando una diversa interpretazione alle di lei parole. Fin dalle prime, le primissime «ha forse smarrito il cammino» non c’era una intenzione provocatrice? E il sorriso che gli era apparso così schietto ed ingenuo, non aveva una piega di malizia in certi momenti? E come non si era offesa del suo sogno! Come aveva accettato prontamente il convegno! Come lo aveva guardato nel partire?... Decisamente egli era stato uno sciocco.

Questa conclusione gli pose il sangue in ribellione. Arrossì, impallidì, diede [p. 377 modifica] cinque o sei pugni nel vuoto come per sfidare un nemico invisibile e calcandosi risolutamente il cappello in testa affermò a voce alta: Resto.

Appena rientrata nella villa la bella signora ebbe il bagno pronto; poi la cameriera le aveva recato l’asciolvere, l’aveva pettinata, vestita, ed ora libera e sola gustava qualche istante di dolcissima fantasticheria, sdraiata in una lunga poltrona, nella penombra azzurrina del salotto in cui faceva macchia un grosso mazzo di rose bianche. [p. 378 modifica]

«Caro, sì, molto caro e più seducente nel suo lieve imbarazzo che non il più esperto don Giovanni. Che occhi dolci e profondi! La sua voce è la più simpatica voce d’uomo ch’io abbia mai udita. Ma non è egli differente in tutto dagli altri uomini?»

Il monologo della signora fece a questo punto un brusco salto indietro. In una rapida visione del passato le sfilarono davanti le sue incertezze di fanciulla, le prime rivelazioni, il primo anello di quel vortice che doveva poi trascianarla irremissibilmente. Non era ella stata così ingenua e fidente? Che cosa, se non la brutalità degli uomini, aveva dissecate in lei le sorgenti mistiche dell’ideale? Oh! ricordava anche ne’ suoi vent’anni certi mattini di [p. 379 modifica] primavera, trascorsi a sognar d’amore sotto gli alberi fioriti, come lui, come lui che la attendeva trepido e beato, niente altro che per rivederla. Quasi da un fiore agreste colto sul sentiero, le veniva da quella nuova e impensata conquista un profumo delicato, l’impressione di una voluttà sana e nel suo cuore di donna dove la maternità sonnecchiava, un sentimento di protezione e di rispetto si mesceva all’attrazione sensuale, dominandola. A lei, sazia di incensi violenti, saliva quel dolce profumo di una giovinezza pura.

Tornare angelo, tornare fata per una volta ancora, avere per una volta ancora quindici anni, quale sogno!

Nulla sarebbe avvenuto come il [p. 380 modifica] solito; non il bruciante desiderio seguito dal disgusto, non l’estasi preparante l’oblio; non menzogne, non giuramenti, nessuna profanazione. Due fiori, sì, due fiori che si piegano un momento l’un verso l’altro e basta. Egli sarebbe ripartito colla sua immagine nel cuore e non si sarebbe cancellata mai più. Durare per tutta la vita nella mente di un uomo, apparirgli accanto alle realtà disgustose come l’immagine di una bellezza superiore, di una potenza occulta e recare, lei, nel turbine del suo avvenire quella consolante oasi di riposo, quell’ora di amoreideale. Questo.

La mente della signora, raffinata e gentile, era ben fatta per gustare tal genere di voluttà. Si alzò un istante dalla poltrona e andò a chinarsi sul [p. 381 modifica] mazzo delle rose bianche, sfiorandole colle labbra poi tornò a cadere sulla poltrona colle braccia allungate sui ginocchi, le palpebre socchiuse.

«Gli ho promesso una discrezione. Che cosa mi chiederà egli mai?... Il nastro de’ miei capelli? Il fiore che tengo in petto? Uno spillo? Una parola? Il mio nome? Forse.... oh! egli è così timido che non oserà certamente di domandare un bacio. Ma pure, se lo domandasse?»

Chiuse gli occhi del tutto, ponendovi sopra entrambe le mani, una per occhio.

«Se me lo domandasse?... sul lembo della gonna, sulla mano, sui veli del collo.... Che divina dolcezza un bacio sulla bocca.... così fresca, così pura, che non ha forse baciato mai!» [p. 382 modifica]

Un’onda ardente di desiderio passò come un uragano attraverso tutto il corpo della signora. Ella fece uno sforzo violento per dominarsi.

«No, no, deliro. Egli mi chiederà un pensiero, una preghiera, meno ancora. Che cosa non saprà inventare quel cuore innocente di poeta?... Ma sono pur rosee le sue labbra e candidi i suoi denti....»

La lotta continuava, fiera, con grandi forze spiegate d’ambo le parti, finchè vinse l’antica sentimentalità in quella tormentata anima femminile. Si rizzò in piedi, decisa. Corse nella sua camera, buttando all’aria frettolosamente uno stipo, cercando un piccolo medaglione appeso ad una catenella d’oro; se lo pose al collo e lo accomodò [p. 383 modifica] amorosamente fra le trine, nascondendolo un poco.

«Se veramente volesse darmi un bacio — e impossibile — tuttavia se lo volesse, questo medaglione lo raccoglierà e non mi abbandonerà più.»

Si sentì leggera, colle ali al cuore. Un amore così diverso dai soliti! meno e più che un amore. Attraversò correndo il giardino della Villa, poi rallentò il passo per un raffinamento dell’immaginazione che gli prolungava il piacere dell’attesa. Giunse alla porticina a poca distanza dalla quale aveva lasciato Gabriele e guardò per il buco della larga e rozza toppa. Il giovanetto era là. Non si scorgeva che parte della persona, ma la signora lo riconobbe subito. [p. 384 modifica]

«Oh! un suo bacio, un suo bacio!»

Il desiderio venne a morderla così, improvvisamente, ed ella tornò indietro volendo vincersi ad ogni costo. Ormai era una sfida gettata a se stessa. Fece due o tre giri per i viali più ombrosi del giardino finchè ritrovossi ancora davanti alla porta. Gabriele, al di là del muro, canticchiava per ingannare il tempo.

Le parlate d’amor
o cari fior....

Faust! mormorò la signora spingendo la porta; non si ricordava più che dietro Faust c’è Mefistofele.

Il giovinetto le venne incontro, ilare, con una fiamma negli occhi.

— L’ho fatta aspettare troppo? — [p. 385 modifica] disse la signora abbassando le pupille dinanzi a quello sguardo.

— Troppo? Non saprei. Ciò dipende dal compenso che mi aspetta.

Egli era ben pronto a parlare di compenso. La signora si turbò lievemente.

— Il posto è bello, l’ombra profumata, ella non deve essersi annoiata molto.

— Crede forse che abbia composto dei versi?

— Potrebbe darsi.

— Si inganna; quantunque — soggiunse Gabriele con galanteria — la Musa li meritasse per avermi inviata così gentile ispiratrice.

Perchè quel complimento spiacque alla signora? Quale stonatura le guastava l’armonia della canzone? [p. 386 modifica]

— Che aria pura! — esclamò sollevando la faccia e guardandosi attorno, nella attitudine di chi vuole orientarsi.

— Sì — rispose il giovinetto — ma il sole scotta.

— Il mare — continuò la signora allungando il braccio verso la riva — ci manda una frescura incessante....

— Ma il tempo fugge.

Ella non osò guardarlo. Istintivamente sentiva che l’incanto era rotto, l’ora passata per sempre.

— E la mia discrezione? — disse Gabriele all’improvviso, con molta disinvoltura.

— Chieda — mormorò la signora con un fil di voce, nascondendo colle dita il medaglione quasi per proteggerlo. [p. 387 modifica]

— Lei sarà cristiana mi immagino. Sa dunque che la buona sementa messa in buon terreno frutta il cento per uno. Domando.... tutto.

Excusez du peu.

Aveva trovato questa frase bella e fatta per mascherare l’emozione del disinganno; ma il cuore le si era stretto come in una morsa. A piccoli passi, rinculando, si era portata accanto alla porticina. Di là sollevò la fronte con un misto di fierezza, di sdegno e di ironia.

— Lei ha studiato il latino nevvero? e il greco? e la filosofia? e le matematiche? e le lasciò un buon consiglio: studi la donna.

La porticina sbattè cigolando dietro la signora, che nel rifare i propri passi [p. 388 modifica] a qualche minuto di distanza e in condizioni tanto mutate, andava ripetendo fra se stessa: — Perchè? Perchè?

Dal canto suo Gabriele, rimasto stordito sotto il colpo che era ben lungi dall’aspettarsi, ripeteva pure: — Perchè? Perchè?

E nessuno dei due lo seppe mai.

FINE.